Arc. G4: Lamberti Giuseppe (Reggio nell’Emilia, 23 aprile 1801 – Reggio nell’Emilia, 24 gennaio 1851). Figlio di Jacopo, prefetto e senatore del Regno d’Italia, trascorse parte della sua infanzia a Milano. Ritornato a nella natia Reggio con la famiglia, iniziò gli studi universitari a Modena. Con lo scoppio dei moti del 1820-1821 entrò nel mondo della Carboneria, attirando però su di sé le attenzioni della polizia austriaca. Costretto a fuggire col fratello Paolo, riparò in Toscana. Durante i moti del 1830-1831 si arruolò nelle milizie guidate dal suo concittadino Carlo Zucchi e combatté nella battaglia di Rimini. Per sfuggire alla cattura, raggiunse pochi giorni dopo Ancona da dove poi si imbarcò per Corfù. Da qui poi raggiungerà il 31 maggio dello stesso anno il porto di Marsiglia. Nella città francese si affiliò alla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini prendendo attivamente parte all’organizzazione e al finanziamento della stessa. Espulso dalla Francia, Lamberti riparò a Ginevra da dove contribuì ad organizzare la fallimentare invasione della Savoia del 3 febbraio 1834. Allontanato anche da Ginevra si trasferì a Berna. Rimasto sempre al fianco Mazzini negli anni dell’ascesa all’interno della Giovane Italia dell’ala militarista guidata da Nicola Fabrizi, fu incaricato di guidare la segreteria della Congrega centrale di Francia. Accanto alla mera attività burocratica e di reperimento fondi, Lamberti partecipò attivamente nel reperimento di armi e nel sostegno economico dei fuoriusciti e degli esuli che giungevano a Parigi dall’Italia. Con lo scoppio dei moti del 1848 tornò, ma solo in un secondo momento nella sua Reggio, dove nel frattempo si era instaurato un governo provvisorio di cui fu chiamato a farne parte. Con la sconfitta dei Piemontesi ed il ritorno del duca Francesco V a Modena, Lamberti fu costretto nuovamente a prendere la via dell’esilio. Arrestato in Toscana, fu rilasciato dopo alcune settimane di carcere. Indebolito da una salute cagionevole rifiutò alcuni incarichi governativi che Mazzini, che nel 1849 aveva instaurato la Repubblica Romana, gli aveva offerto. Sfruttando un’amnistia ducale Lamberti ritornò a Reggio dove visse, sempre sotto stretta sorveglianza poliziesca, gli ultimi due anni della sua vita. Fotografia copia di Dagherrotipo formato 21 x 15,5. Fotografo: Maurice – Rue Richelieu 46 bis.
Arc. 3370: Misley Enrico (Modena, 6 maggio 1801 – Barcellona, 2 gennaio 1863). Nacque a Modena il 6 maggio 1801 da Luigi Maria, docente di veterinaria negli atenei di Milano, Pavia e, ancor prima di Modena, e da Teresa Baccarini. Degli altri quattro figli della coppia uno, Geminiano, entrò nell’Ordine dei gesuiti. Nel 1818 il si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pavia (città nella quale la famiglia si era trasferita da tempo): un anno dopo fu ammesso a risiedere gratuitamente nel collegio Ghisleri di quella stessa città. Vi rimase fino all’estate del 1820 quando, due anni dopo la morte del padre, si ricongiunse con la famiglia che nel frattempo era tornata a Modena. Dotato di larga intelligenza, di volontà tenace e di grande audacia, già dal 1825 egli aveva maturato l’ardito disegno “di sfruttare l’ambizione, le ricchezze, la posizione, le qualità personali” di Francesco IV, duca di Modena, e fare di lui un re costituzionale; al quale intento era riuscito ad avvicinare il sovrano, che probabilmente non ebbe a disdegnare le offerte del cospiratore, specialmente quando gli fu prospettato che egli poteva ambire al trono piemontese, ai danni di Carlo Alberto. L’anno dopo, il intraprese un viaggio all’estero e specialmente a Parigi (viaggio sul quale alcuni mormoravano, non vedendone chiaro lo scopo e ignorando donde ne traesse i mezzi). S’intese con gli esuli italiani colà riparati dopo le vicende politiche del 1821 e con personaggi francesi eminenti. Un secondo viaggio assai più lungo compì l’anno dopo, incontrandosi a Vienna con Francesco IV. Alla fine del 1829 il si concertò con Ciro Menotti, assicurandolo che un comitato di esuli italiani a Parigi divideva le sue idee, e persuadendolo a iniziare trattative col duca di Modena. Infatti, il Menotti, che stava elaborando il disegno che tendeva a rendere indipendenti e federate, oltre il ducato estense, Parma, le Legazioni e la Toscana, ebbe colloqui con Francesco IV, che tenne tuttavia un contegno assai riservato e talvolta ambiguo, al punto da suscitare sospetti nell’animo del Menotti. Il Misley, uno dei più attivi componenti il Comitato di emancipazione italiana in Parigi, durante le giornate di luglio 1830 era colà, dove seppe della rivoluzione dell’Italia centrale del febbraio 1831, del mutamento del duca, dell’imprigionamento e poi del martirio di Ciro Menotti, che egli tentò invano di salvare dal capestro. Non si procedette contro il Misley, e questo fatto e la condotta apparsa ambigua e misteriosa accreditarono voci a lui sfavorevoli. Scrisse a Parigi (1832) l’opera L’Italie sous la domination autrichienne, in cui denunziò la complicità austriaca nella tragedia modenese, attirandosi una dura risposta di Paride Zajotti (Semplice verità opposta alle menzogne di E. M.). Andato nel 1835 in Spagna, vi rimase fino al 1848, occupato in imprese industriali e finanziarie, nelle quali era espertissimo, e intessé intrighi per procurar danaro a Maria Cristina, nella guerra contro i carlisti. Caduto però in disgrazia della corte spagnola, nel 1848 andò in Inghilterra, quindi in Francia, infine in Piemonte, dove ebbe contatti con Carlo Alberto, tentando di persuaderlo a chiedere l’aìuto della Francia per rialzare le sorti della guerra dopo l’armistizio Salasco. Ma anche questa volta i suoi intrighi gli procurarono più tardi lo sfratto dal Piemonte (1850), e andato allora a Ginevra vi pubblicò nel 1853 un Mémoire justificatif d’un proscrit, che però fu soppresso per volontà di Napoleone III. Tornò scorato in Spagna, e da allora in poi vi rimase appartato dalla vita politica. Le qualità dell’ingegno, la risolutezza, l’audacia gli avrebbero certo consentito una parte notevole nel Risorgimento, ma la tendenza all’intrigo e le contraddizioni del carattere gli hanno nuociuto e presso i contemporanei e presso i posteri. Severi giudizi diedero di lui il Mazzini e il Tommaseo e ancora recentemente i suoi rapporti con il duca di Modena sono stati oggetto di discussione. Fotografia da dagherrotipo formato 12 x 9. Fotografo: Sconosciuto. Al retro: “Enrico misley 1852 – Daguerrotype fait a’ Geneve 1852 – Fotografo: Sconosciuto.
Arc. 2933: Antonio Genesio Maria Panizzi (Brescello, 16 settembre 1797 – Londra, 8 aprile 1879). Dopo aver frequentato le scuole secondarie a Reggio Emilia, nel 1814 Antonio Panizzi si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma conseguendo la laurea nel 1818. Nel 1815, nel periodo in cui Panizzi attendeva agli studi universitari, il Congresso di Vienna ripristinò il Ducato di Modena e Reggio sotto la dinastia Asburgo – Este nella persona del dispotico Francesco IV d’Este, mentre Parma venne affidata a Maria Luigia d’Austria, futura vedova di Napoleone. Dopo la laurea Panizzi aprì uno studio legale a Brescello dedicandosi nel contempo all’attività politica. Nel 1820 Francesco IV emise un decreto contro i carbonari. Sospettato di appartenere alla Carboneria, nel 1822 Antonio Panizzi lasciò clandestinamente il ducato estense per stabilirsi dapprima a Lugano e, l’anno successivo, a Londra. Qui entrò in contatto con Foscolo e, su consiglio del poeta, si trasferì a Liverpool dove divenne insegnante di italiano. Dal 1828 al 1837 fu professore di italiano all’University College di Londra. Durante questo periodo, nel 1831, iniziarono i suoi contatti con la biblioteca del British Museumdi cui nel 1856 divenne direttore generale (principal librarian). In pensione nel 1866, nel 1869 ottenne il titolo onorifico di Sir dalla regina Vittoria. Dopo l’adesione alle vendite carbonare e immediatamente dopo la fuga dal Ducato di Modena, nel 1823 Antonio Panizzi pubblicò clandestinamente a Lugano un violento atto d’accusa contro il regime estense, Dei processi e delle sentenze contra gli imputati di lesa maestà e di aderenza alle Sette proscritte negli Stati di Modena con la falsa indicazione di Madrid: per Roberto Torres, 1823. L’opera, che procurò a Panizzi una condanna a morte, fu in seguito ripudiata dall’autore ed è stata ripubblicata a cura di Giosuè Carducci col titolo Le prime vittime di Francesco 4. duca di Modena. In Inghilterra Panizzi, amico personale dei primi ministri inglesi Lord Palmerston e Lord Gladstone, divenne il rappresentante del Risorgimento italiano svolgendo un’opera importantissima nell’attirare alla causa italiana le simpatie dell’opinione pubblica e della classe dirigente inglese. Nel 1851 adottò Raffaele Settembrini, il figlio adolescente di Luigi Settembrini condannato all’ergastolo. Continuò nello stesso tempo l’attività cospirativa. Nel 1855, per esempio, acquistò una nave, The Isle of Thanet (L’Isola di Thanet), per liberare Luigi Settembrini, Carlo Poerio e gli altri prigionieri politici del Regno delle Due Sicilie relegati nell’ergastolo di Santo Stefano. L’audace impresa, che doveva essere guidata da Garibaldi, fallì per l’affondamento della nave. Sebbene avesse ottenuto la cittadinanza inglese dal 1832, per la sua opera a favore dell’Italia il 12 marzo 1868 fu nominato Senatore del Regno d’Italia. La fama di Antonio Panizzi è legata soprattutto all’attività svolta in qualità di direttore della biblioteca del British Museum. La British Museum Library era la biblioteca nazionale del Regno Unito. Durante la gestione di Panizzi divenne la più grande biblioteca nel mondo. Venne costruita la famosa Reading Room, la sala di lettura a base circolare, raddoppiò il numero di volumi posseduti dalla biblioteca, da 235 000 a 540 000, fece istituire il sistema di proprietà letteraria riservata per cui, per legge, gli editori britannici debbono consegnare alla biblioteca una copia di ogni libro stampato in Inghilterra, intraprese la creazione di un nuovo catalogo, basato sulle novantuno regole di Catalogazione da lui formulate nel 1841 e che sono alla base dell’ISBD del XXI secolo e dello standard di descrizione delle risorse in formato elettronico Dublin Core. Entrò inoltre nel dibattito culturale dell’epoca. Fu molto amico, ad esempio, di Prosper Mérimée, e di Francesco De Sanctis. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.
Onorificenze
Onorificenze italiane
Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro Onorificenze straniere
Cavaliere Commendatore dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
Arc. 3371: Nobili Pellegrino (Vetto d’Enza, 8 settembre 1754 – Pisa, 30 aprile 1841). Apparteneva a una famiglia di condizione modesta, ma fu comunque incoraggiato a intraprendere a Reggio un accurato tirocinio formativo presso il locale seminario, con la prospettiva, poi abbandonata, di divenire sacerdote. Compì gli studi di giurispudenza a Modena e si avvicinò a Carlo Amorotti, importante funzionario estense, che gli diede in moglie sua figlia Irene e, intorno al 1778, lo avviò a una carriera nell’amministrazione ducale. Ricoprì dunque le giudicature di Pieve Pelago, Trassilico, Minozzo e Montefiorino. Nel 1787 fu chiamato a Modena come segretario del Supremo consiglio di giustizia. Passò poi, nel 1792, alla carica di luogotenente di Reggio, a quella di podestà e infine, dal 1794, di giudice nel Supremo consiglio di Modena. La sua brillante carriera amministrativa conobbe una svolta con l’arrivo delle truppe rivoluzionarie francesi nel Ducato di Modena e la fuga del duca Ercole III d’Este, che, nel maggio 1796, affidò il potere a un consiglio di reggenza. Ben presto, in numerosi centri del Ducato si palesarono fermenti pre-rivoluzionari. A Reggio, in particolare, in agosto si formò una sorta di club giacobino, guidato dal modenese Carlo Bosellini, al quale si avvicinò anche Nobili. Tra la seconda metà del 1796 e l’inizio del 1797, partecipò così alla complessa fase che, dopo le insurrezioni di Reggio e Modena in agosto, condusse alla costituzione della Repubblica cispadana. Non figura tra i delegati al primo congresso di Modena (16-18 ottobre 1796), riunitosi per stabilire un blando vincolo federativo tra le città emiliane, ma, verso la fine dell’anno, partecipò al congresso cispadano di Reggio Emilia, apertosi per trasformare la confederazione cispadana in una vera e propria repubblica, anche allo scopo di garantire sostegno militare e finanziario alle truppe francesi. Nell’ambito del congresso di Reggio entrò a far parte, nel gennaio 1797, del comitato incaricato di produrre un piano di costituzione per la repubblica. Poco dopo, quando Napoleone sciolse il congresso e aggiornò l’entrata in carica del governo provvisorio, partecipò, dal 21 gennaio 1797, al secondo congresso cispadano di Modena, nel quale si batté per arrivare a un’unificazione delle Repubbliche di Modena, Reggio, Parma e Bologna. Il 30 gennaio 1797 fu lui a leggere, a nome del comitato di costituzione, le proposte emendative alle nozioni preliminari e agli articoli relativi ai diritti dell’uomo e del cittadino del progetto di costituzione. E, il 17 febbraio, fu ancora lui a presentare un appunto, applaudito dall’assemblea, che dava ragione degli scostamenti tra il progetto in discussione e la costituzione francese. Di un certo rilievo sono pure alcuni suoi interventi sulla organizzazione costituzionale e amministrativa della repubblica, che rivelano una realistica sensibilità per gli aspetti organizzativi dello Stato, e, soprattutto, una decisa presa di distanza dalle posizioni più schiettamente giacobine, che sostenevano il principio del diritto degli indigenti a essere sovvenzionati dallo Stato. Il 9 aprile 1797 fu eletto membro del consiglio dei Trenta della Repubblica cispadana per il dipartimento del Crostolo e segretario del consiglio stesso: qui intervenne con frequenza su tematiche costituzionali e amministrative, contribuendo a definire una prassi regolamentare dell’organo. Con la fondazione della Cisalpina (giugno 1797), si trasferì a Milano ed entrò nel comitato di giurisprudenza. Fu poi incaricato di organizzare i tre dipartimenti del Crostolo, del Panaro e delle Alpi Apuane, compito che portò a termine nell’agosto 1798, ma ben presto rientrò nel ruolo di giudice del tribunale di Reggio. Il 1° febbraio 1799 fu nominato ministro dell’Interno della Repubblica cisalpina, succedendo a Diego Guicciardi. In aprile, a seguito della caduta della Repubblica, abbattuta dall’intervento austro-russo, si ritirò a Reggio, senza subire molestie. Rientrò a Milano solo dopo la vittoria napoleonica di Marengo e la riaffermazione del controllo francese sulla Lombardia, nella seconda metà del 1800. Nel novembre 1801, la commissione straordinaria di governo lo nominò tra i notabili incaricati di partecipare alla consulta di Lione, in rappresentanza del dipartimento del Crostolo. Tornato a Milano, strinse amicizia con Gian Domenico Romagnosi e Giuseppe Parini, che sovraintese all’educazione dei suoi figli Leopoldo, futuro scienziato, e Domenico. Il 26 gennaio 1802 fu nominato membro del collegio elettorale dei dotti. Il 16 giugno 1802, grazie all’interessamento di Francesco Melzi d’Eril e di Ferdinando Marescalchi, fu chiamato da Napoleone alla carica di segretario di Stato della Repubblica, ma, dopo pochi mesi, rassegnò le dimissioni, «renduto inabile per malattia». Dal 17 ottobre fu procuratore della Repubblica presso il tribunale d’appello di Reggio, ma dopo il 1805 si ritirò dalla vita pubblica ed esercitò l’avvocatura. I suoi rapporti con l’élite dirigente dell’Italia napoleonica dovettero comunque rimanere buoni, tanto che il figlio Leopoldo partecipò, come capitano di artiglieria, alla campagna di Russia. Durante la Restaurazione, non fu oggetto di provvedimenti punitivi e continuò a vivere privatamente, praticando anche studi agronomici che gli valsero la nomina a vicepresidente della Società agraria di Reggio, e dedicandosi sporadicamente all’avvocatura, come nel 1827, quando fu arbitro in una importante causa di acque tra le comunità di Modena e Sassuolo. Era ormai anziano quando prese parte alla rivoluzione che, nel febbraio 1831, rovesciò il governo modenese. Anche se non ci sono evidenze di un suo diretto coinvolgimento nella congiura di Ciro Menotti, egli e la sua famiglia aderirono quasi immediatamente alla rivoluzione e Leopoldo assunse il comando di un battaglione dell’esercito. Dopo essere stato chiamato al consiglio provvisorio insediatosi a Reggio dopo la fuga del governatore estense, il 21 febbraio 1831, Nobili fu eletto dall’assemblea di Reggio per formare, insieme con Iacopo Ferrari e Pier Giacinto Terrachini e i tre rappresentanti di Modena, il nuovo governo delle province. Per il primo bimestre fu inoltre eletto presidente del governo stesso. Con l’intervento austriaco del marzo 1831, che abbatté il governo provvisorio, si rifugiò inizialmente a Bologna, insorta contro il governo pontificio, e, dopo la sconfitta delle truppe repubblicane nella battaglia di Rimini del 25 marzo 1831, si nascose sulle montagne appenniniche per alcuni mesi, finché, in luglio, non riuscì a imbarcarsi per Bastia e poi per Tolone, dove lo attendeva Leopoldo. Si stabilì poi a Marsiglia, fino all’inizio del 1832, quando, con Leopoldo e la sua famiglia, poté ottenere asilo nel Granducato di Toscana, prima a Livorno, poi a Prato e infine a Firenze, sfuggendo alla condanna di cinque anni di prigione comminatagli dal tribunale speciale di Modena. Gli ultimi anni della vita furono segnati da lutti familiari, come la morte, nel 1835, di Leopoldo, che ridusse la famiglia dell’anziano giurista alla sola figlia Teresa, moglie di Giuseppe Bordé e madre di Francesco, professore di matematica a Modena. Nel complesso, però, Nobili trovò in Toscana un ambiente accogliente. Ben inseritosi nel mondo culturale fiorentino, pubblicò l’opera tecnica “De’ vitalizi, con tavole di sconto, di anatocismo, della vita probabile, de’ capitali e delle pensioni, ed esempi per l’uso” (Firenze 1836), che ebbe buona accoglienza presso l’accademia dei Georgofili, e un commento a Orazio. A Firenze fu visitato nel settembre 1839 da Carlo Rossi, già Colonnello della Guardia Nazionale di Reggio e segretario del Ministero della guerra durante i moti del 1831. In questa fase, ormai anziano, viveva con la nuora, Matilde Tampelini, vedova di Leopoldo. Nello stesso 1839 partecipò al primo Congresso degli scienziati italiani, svoltosi a Pisa nell’ottobre. Fotografia CDV. Fotografo: Ruspagiari & Bertani – Reggio Emilia.
Arc. 3371: Nobili Leopoldo (Trassilico, 5 luglio 1784 – Firenze, 22 agosto 1835). Nato a Trassilico (attuale frazione del comune di Gallicano, in Garfagnana) da una famiglia reggiana originaria di Vetto d’Enza, era figlio del podestà del paese Pellegrino, e di Irene Beretti Amorotti di Carpineti. All’epoca Trassilico faceva parte dei domini Estensi, che avevano da poco esteso i confini del Ducato di Modena e Reggio al mar Tirreno. Dopo aver trascorso la giovinezza nel paese natale, entrò a far parte della Scuola Militare di Modena. Si arruolò nell’esercito napoleonico e fu Aiutante di Campo del viceré Eugenio di Beauharnais e partecipò alla campagna napoleonica di Russia, nella quale meritò la Legion d’Onore. Rientrato in Italia, lasciò la vita militare e diresse la fabbrica di armi di Brescia. Riprese gli studi pubblicando numerose opere, fra cui si ricorda “Dell’attrazione molecolare coll’astronomia”. Nel 1825 inventò il galvanometro basato su aghi astatici, strumento fondamentale nella storia dell’elettromagnetismo. L’anno successivo realizzò la pila termoelettrica con Melloni. Nel 1832 venne nominato professore di fisica presso il Reale Museo di fisica e storia naturale di Firenze, dove, in collaborazione con Vincenzo Antinori (direttore del Museo dal 1829), realizzò importanti esperimenti sull’induzione elettromagnetica scoperta da Michael Faraday. Leopoldo Nobili viaggiò attraverso l’Europa, tenendo conferenze ed incontri con i più famosi scienziati dell’epoca. Partecipò ai moti del 1831 e dovette recarsi esule in Francia. Rientrato nella penisola, per evitare di essere incarcerato nella sua Reggio dalle truppe ducali, pensò di riparare in Toscana. Nel granducato scrisse “La storia sperimentale della moderna fisica”. Nel 1833 fu incaricato dal Granduca Leopoldo II di reggere la cattedra di fisica sperimentale presso il Reale Museo di fisica e storia naturale di Firenze. Il professor Nobili, oltreché insegnare, scrisse fra le altre un’opera in due volumi intitolata “Memorie e osservazioni edite ed inedite”. La fama di Leopoldo Nobili si diffuse in tutta Europa ed anche oltre. Fu considerato il primo fra i fisici italiani della prima metà dell’800 “degno di stare vicino a Galileo e di confabulare con Volta” così lo definì nel suo volume La storia di Reggio Emilia il professor Balletti. Nobili inventò anche il sistema delle Metallocromie. Leopoldo Nobili, debilitato nel fisico a causa della malattia contratta nella campagna di Russia e dell’intensa mole del lavoro svolto, morì il 22 agosto 1835 all’età di cinquantuno anni. Fu sepolto fra i grandi nella basilica di Santa Croce a Firenze. fotografia CDV. Fotografo: Ruspagiari & Bertani – Reggio Emilia.
