personaggi e uomini politici toscani

 

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Arc. 400: Don Neri Corsini, marchese di Lajatico. ( Firenze il 13 agosto – Londra 10 dicembre 1859 ) Figlio del principe Tommaso e dalla baronessa Antonietta Hajeck von Waldstädten. Nel 1834, anno in cui ottenne la concessione granducale del titolo marchionale di Lajatico, sposò Eleonora Rinuccini. Secondo le tradizioni familiari s’avviò a ricoprire alte cariche amministrative e politiche, iniziando la carriera come segretario del ministro delle Relazioni estere. L’ 11 dicembre 1839 Leopoldo II lo nominò governatore militare e civile di Livorno, con il grado di general maggiore onorario e di comandante supremo del litorale toscano e della marina militare. Il 17 marzo 1848 veniva formato il primo governo costituzionale, presieduto da Francesco Cempini e poi da Cosimo Ridolfi: il Corsini fu chiamato a ricoprirvi la carica di ministro degli Affari Esteri e della Guerra. E la sua entrata in carica precedé solo di qualche giorno l’inizio della prima guerra d’indipendenza. Nel decennio successivo il Corsini non ebbe cariche governative, anche se fece parte, per due volte, della rappresentanza municipale fiorentina. Rimase, però, legato alla corte per la sua carica di ciambellano e mantenne il grado di general maggiore e la qualifica onoraria di consigliere di Stato, Finanze e Guerra. Nel 1859 il governo provvisorio toscano si servì subito di lui, inviandolo commissario straordinario al quartier generale sardo. Dopo l’armistizio di Villafranca, non si perse d’animo e, con calma e fiducia, scriveva al governo toscano perché non disperasse a causa delle condizioni di armistizio che imponevano anche la restaurazione lorenese e resistesse tenacemente. Il 3 luglio era a Torino, insieme al Peruzzi, per presentare al re i Voti della Consulta toscana affinché Vittorio Emanuele conservasse il protettorato della Toscana “fino all’ordinamento definitivo del paese”. Il 25 dello stesso mese, sempre con il Peruzzi, era ricevuto a Parigi da Napoleone III. Da Parigi il marchese passò a Londra, come inviato del governo toscano. La missione in Inghilterra del C. finì improvvisamente. Ammalatosi di vaiolo negli ultimi giorni di novembre, morì a Londra il 10 dic. 1859. Alla salma, riportata in patria, furono tributate il 17 dicembre onoranze solenni nella basilica di S. Croce dove fu sepolta. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

 

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Arc. 2064: Marchese Gino Capponi (Firenze, 13 settembre 1792 – Firenze, 3 febbraio 1876). Ultimo esponente di uno dei rami dell’antica ed illustre famiglia fiorentina dei Capponi, fu un moderato riformatore dello stato toscano, attraverso la carica di senatore. Si interessò anche di economia, statistica e agricoltura. Allievo dell’abate Giovanni Battista Zannoni, fino dalla gioventù ebbe a cuore le materie umanistiche. Nel 1819 a Londra, ebbe l’idea, conversando con Ugo Foscolo, di un giornale letterario. Così fondò, nel 1821, assieme a Giampietro Viesseux, l’Antologia e più tardi si adoperò per l’istituzione de l’Archivio storico italiano (1842). Fu amico di Giacomo Leopardi (che gli indirizzò la celebre Palinodia ricompresa nei Canti), di Pietro Giordani, di Pietro Colletta, di Guglielmo Pepe, Giovanni Battista Niccolini, del filosofo Silvestro Centofanti, di Raffaello Lambruschini e dei migliori intellettuali del suo tempo. Fu anche un cattolico aperto a nuove esperienze di riforma. Come pedagogista, affermò la libera educazione del giovane, che non andava oppresso con i precetti, ma secondo i suggerimenti di una grande e nobile idea unificatrice. L’educazione del cuore doveva guidare quella dell’intelletto, con l’intuito e con gli esempi. L’educazione, per il Capponi, era un’arte e non una scienza. Gino Capponi viaggiò molto in Italia e in Europa e fu membro del Senato toscano dal 1848. Collaborò e promosse le principali iniziative liberali dei moderati. Fu presidente del Consiglio dal 17 agosto al 12 settembre dello stesso anno. Costretto a ritirarsi a vita privata dall’opposizione e dalla restaurazione dei Lorena, coltivò ancora di più i suoi studi storici, nonostante in vecchiaia divenisse cieco. Nel 1859 fu fautore dell’annessione della Toscana al Piemonte e venne nominato senatore dal 1860, partecipando attivamente alla vita parlamentare fino al 1864. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1864
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1864
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)

 

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Arc. 2206: Marchese Gino Capponi (Firenze, 13 settembre 1792 – Firenze, 3 febbraio 1876). Fotografia formato gabinetto 10,9 x 16,4. Fotografo: Schemboche – Torino. 1870 ca.

 

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Arc. 2415: Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno, 12 agosto 1804 – Cecina, 23 settembre 1873). Si laureò in giurisprudenza a Pisa nel 1824, ma appena un anno più tardi esordì nella carriera letteraria con le Stanze alla memoria di Lord Byron (1825), un’esaltazione del poeta inglese conosciuto a Pisa poco tempo prima, la cui influenza sulla sua produzione fu sempre molto forte. Nel 1827 uscirono, sempre a Livorno, i quattro volumi di una delle sue opere maggiori, La battaglia di Benevento, un romanzo storico in cui già si rivelavano le qualità che restarono pressoché costanti nello scrittore: un vivacissimo e sfrenato patriottismo; la ricercatezza linguistica; uno stile convulso, baroccheggiante, pur con venature classicistiche; una predilezione per le tinte cupe e macabre che lo avvicinarono al romanzo nero inglese. Acceso democratico, fondò nel 1829 il giornale «Indicatore livornese» e si impegnò nei moti risorgimentali, subendo a più riprese arresti e condanne: durante i mesi di prigionia a Portoferraio scrisse le Note autobiografiche (pubblicate postume, 1899) e portò quasi a termine l’Assedio di Firenze, uno dei suoi romanzi storici di maggiore successo. A questo periodo della sua vita risale anche La serpicina, una riuscita satira della giustizia umana e della vita forense che fu pubblicata tra gli Scritti (1847). Nel 1848-49 fu tra i protagonisti della rivoluzione in Toscana: nel febbraio 1849, fuggito Leopoldo II, costituì un governo provvisorio con Giuseppe Montanelli e Giuseppe Mazzoni e il mese successivo fu eletto capo del potere esecutivo, esercitando di fatto una dittatura personale. Al ritorno del granduca fu processato e condannato a 15 anni di prigionia e, durante la sua detenzione nel carcere delle Murate a Firenze, scrisse Apologia della vita politica di F.D.G. scritta da lui medesimo (1851), una lunga autodifesa fortemente polemica verso i moderati e il sistema giudiziario toscano. La pena gli fu successivamente commutata nell’esilio in Corsica, da dove fuggì nel 1859 per raggiungere Genova. Qui soggiornò fino al 1862. Fu eletto nel 1860 deputato nel primo Parlamento nazionale, dove sedette per circa dieci anni, sempre schierato tra i banchi dell’opposizione contro le forze moderate. Nell’ultimo periodo della sua vita, mentre si distaccava dal dibattito politico, Guerrazzi mantenne intensa la sua produzione letteraria con il romanzo Il buco nel muro (1862), la sua opera artisticamente più notevole, L’assedio di Roma (1863-65) e Il secolo che muore (pubblicato postumo per intero nel 1885), continuazione poco riuscita del romanzo del 1862. Tra i suoi romanzi storici, per i quali divenne popolare tra i contemporanei, si ricordano anche Veronica Cybo e Isabella Orsini, entrambi compresi nella citata raccolta degli Scritti, Beatrice Cenci (1853) e Pasquale Paoli (1860), dedicato a Garibaldi. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 2121: Arc. 2415: Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno, 12 agosto 1804 – Cecina, 23 settembre 1873). Fotografia CDV. Fotografo: V. Fondi – Pistoia. 1865 ca.

 

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Arc. 541: Giovanni Battista Niccolini (San Giuliano Terme, 29 ottobre 1782 – Firenze, 20 settembre 1861). Trasferitosi a Firenze dopo la laurea in giurisprudenza a Pisa, fu professore di Mitologia e storia, segretario e bibliotecario dell’Accademia di Belle Arti. Nel 1812 entrò a far parte dell’Accademia della Crusca. Repubblicano in gioventù, tanto che nel 1799 fu arrestato, professò sempre apertamente idee liberali e anticlericali. Fu autore di moltissime liriche, prose critiche e storiche per lo più di natura accademica (le Lezioni di mitologia e di storia, gli scritti sulla lingua, quelli sul teatro greco, su Dante e su Michelangelo), tragedie e drammi in prosa e collaborò con l’«Antologia» di Vieusseux. Inizialmente seguì le tendenze classicheggianti allora in voga (il poemetto La Pietà, le tragedie Polissena, Medea, Ino e Temisto, Edipo al bosco delle Eumenidi e Nabucco, nel quale raffigurò le ultime vicende di Napoleone), ma ben presto si accostò al romanticismo (Matilde, 1815). La sua fama è essenzialmente dovuta alle tragedie di tema politico. In Antonio Foscarini (1827) e in Giovanni da Procida (1830) diede espressione a forti sentimenti patriottici ed esaltò la lotta contro la dominazione straniera, suscitando sospetti nei governi del tempo, specialmente in quello austriaco. L’esaltazione di personaggi in lotta contro il dispotismo e la teocrazia fu poi portata avanti nel Lodovico Sforza (1833) che, proprio per i suoi contenuti, inizialmente non poté essere rappresentato. La sua opera maggiore e più riuscita è ritenuta Arnaldo da Brescia (1843), nella quale Arnaldo è rappresentato come l’apostolo e il martire della libertà, in lotta contro la tirannide imperiale e papale. Più poema drammatico che tragedia, e dunque poco adatta alla scena, l’opera ebbe comunque, per i suoi contenuti e per l’ispirazione «neoghibellina», una grandissima popolarità, ammiratori in Italia e all’estero ma anche accaniti detrattori. Intendimenti politici ebbero anche le ultime tragedie: Filippo Strozzi (1847), che mette in scena le ultime lotte contro Cosimo I, e l’abbozzo di tragedia Mario e i Cimbri (1858). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

 

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Arc. 2209: Ferdinando Bartolommei (Firenze, 10 marzo 1821 – Firenze, 15 giugno 1869). Nel biennio 1847-1848 fu tra i politici toscani più attivi, sperando che il granduca Leopoldo II di Lorena concedesse la libertà di stampa e di azione, cosa che invece non avvenne. Entrò in collisione con Francesco Domenico Guerrazzi e la sua “dittatura” durante il periodo di breve indipendenza che seguì la fuga del Granduca. Scongiurato un rientro appoggiato dall’esercito austriaco, Leopoldo tornò a Firenze e il Bartolommei partì in esilio volontario nel luglio del 1850. Si dedicò allora a preparare la “rivoluzione” senza spargimento di sangue, tessendo dal suo palazzo fiorentino in via Lambertesca (dove oggi lo ricorda una lapide) tutta una serie di relazioni clandestine con Camillo Cavour, Giuseppe La Farina e altri, che lo misero più volte in pericolo. Alla fine le sue iniziative vennero coronate dal successo che portò all’uscita di scena del Granduca da Firenze, il 27 aprile 1859. Lo stesso anno venne nominato sindaco di Firenze, fino al 1863. Nel frattempo la Toscana si era unita su consultazione popolare al Regno d’Italia e nel 1862 il Bartolommei era stato nominato senatore. Fotografia CDV montata su cartoncino. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

 

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Arc. 1136: Marchese Scipione Bargagli Nacque a Siena il 30 luglio 1798 da Celso Baldassarre e da Giuseppa Neri Piccolomini. Appartenente a famiglia iscritta nell’albo dei patrizi senesi, Bargagli fu essenzialmente uomo di corte e ricoprì la carica di ciambellano di camera del granduca finché il 24 sett. 1846 venne nominato ministro residente della Toscana presso la Santa Sede. L’inaspettata nomina all’importante carica non incontrò l’approvazione dei patrioti toscani, che gli rimproverarono la mancanza di esperienza diplomatica, un troppo supino attaccamento alla dinastia lorenese e troppo tiepide simpatie per la causa nazionale. Senonché, a Roma, il Bargagli, forse influenzato dall’entusiasmo provocato dall’elevazione al pontificato del cardinale Mastai Ferretti e dai primi provvedimenti del pontefice, aderì con convinzione all’ideologia neo-guelfa ed accolse il principio nazionale schierandosi, cosi, a lato di quei “moderatissimi” toscani che, nel rispetto della dinastia lorenese, auspicavano una soluzione federativa e costituzionale del problema italiano. Gli sforzi tenaci, anche se non concludenti, compiuti nel settembre-ottobre 1848, durante le trattative in Roma per costituire la Lega italiana, al fine di avvicinare le posizioni del governo romano, ossia di P. Rossi, propenso ad una federazione, quelle del governo piemontese, fautore di una lega militare, incontrarono il plauso del governo costituzionale toscano, tanto che il Capponi propose al granduca la nomina del Bargagli a ministro. Con l’avvento del “ministero democratico” fu trascinato, assieme ad altri moderati, dalle intemperanze verbali degli estremisti e dal timore del “pericolo rosso”, su rigide posizioni di conservazione politico-sociale. Rifiutò, quindi, di rappresentare il governo Guerrazzi-Montanelli ed offrì i suoi servizi a Leopoldo II, rifugiandosi a Gaeta, dove fu attento osservatore – né altra attività era consentita al rappresentante del piccolo granducato – delle pratiche e delle trattative per la restaurazione del potere temporale. Il passaggio nelle file legittimiste non comportò, però, per il Bargagli il rifiuto della tradizione paternalistica e giurisdizionalistica leopoldina della quale, anche se con poca fortuna, egli si fece coraggioso difensore durante le difficili trattative per la stipulazione del concordato tra la Toscana e la S. Sede del 1851. Precedentemente, nel marzo 1850, Pio IX aveva concesso al B. il titolo di marchese, titolo che Leopoldo II confermò autorizzando a trasmetterlo agli eredi. Continuò a ricoprire ininterrottamente la carica di ministro residente in Roma. Nell’aprile 1859, promosso ministro plenipotenziario alla vigilia della caduta di Leopoldo II, assunse inizialmente un contegno non chiaro; accettò di rappresentare il governo provvisorio toscano, ma rifiutò di togliere da palazzo Firenze, sede della legazione in Roma, lo stemma dei Lorena finché, di fronte alle esplicite richieste di aperta adesione al nuovo regime, preferì restar fedele alla causa legittimista, imitato dal figlio Celso, che ricopriva la carica di segretario d’ambasciata in Vienna. Palazzo Firenze divenne allora a Roma rifugio di fuorusciti legittimisti e centro di intrighi per la restaurazione della dinastia lorenese. Il trattato di Vienna del 1866, col riconoscimento austriaco della decadenza in Toscana della dinastia lorenese e della proprietà italiana dei beni demaniali dell’ex granducato posti in Roma, mise termine all’attività politica del Bargagli e lo costrinse ad abbandonare palazzo Firenze; in cambio il governo italiano revocò il sequestro dei beni ordinato nel novembre 1859.  Morirà a Roma nel 1868. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Bertelli e Cattani successori di Montabone – Firenze.

 

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Arc. 1137: Marchese Celso Bargagli. La famiglia Bargagli era una delle più antiche di Siena e suddivisa in molti rami. Celso era nato il 20 agosto 1833, da Antonio e da Luisa Stoffi. Nel 1852 fu accolto nella residenza ufficiale romana dello zio Scipione, a Palazzo Firenze in zona Campo Marzio. A ulteriore dimostrazione della sua fiducia, gli trasmise il titolo di marchese e ne favorì la nomina come Addetto alla Legazione Toscana presso la Santa Sede, progettando anche la sua ammissione alla Reale Accademia di Marina di Napoli. Non gli fece mancare consigli circa gli obblighi formali del suo nuovo ruolo diplomatico, incitandolo a studiare bene il francese  e suggerendogli ad esempio di non rientrare subito a Roma, ma di compiere la visita di omaggio al granduca ed ai ministri insieme allo zio Claudio, che ricopriva a corte la carica di Primo Brigadiere Comandante. Per la sua amabilità e capacità di conversatore sagace, Celso svolse varie funzioni da cortigiano al servizio dei granduchi, come quella di accompagnatore di Maria Antonietta, moglie di Leopoldo II, durante i soggiorni nella villa di Bagni di Lucca. Intanto gli avvenimenti politici precipitavano e la guerra fra l’Austria e il Regno di Sardegna appariva imminente: il 27 aprile 1859 Leopoldo II abbandonava la Toscana, lasciando il potere ad un nuovo governo composto anche da Bettino Ricasoli. Fu proprio il Barone a chiedere a Scipione Bargagli di continuare a rappresentare la Toscana insieme al nipote presso la Santa Sede, ma la risposta fu ambigua: si dichiarò disposto a riconoscere l’autorità del nuovo governo, ma chiese di poter continuare a rivestire la carica di agente granducale, mantenendo in Palazzo San Firenze le insegne dei Lorena. Di fronte a questa richiesta, il 24 maggio 1859 il nuovo governo toscano lo dichiarava dimissionario e sequestrava i suoi beni, essendosi rifiutato di lasciare Palazzo Firenze. Ormai Scipione era chiaramente schierato sul fronte legittimista: accolse l’ex primo ministro lorenese Baldasseroni fuggito da Firenze, e trasformò il palazzo in un centro di complotti e intrighi per riportare i Lorena nella persona del granduca Ferdinando IV, figlio di Leopoldo II, sul trono della Toscana. Ma il movimento unitario era maggioritario, tanto che l’assemblea toscana, il 20 agosto, votava una risoluzione per l’annessione ad un “Regno costituzionale sotto lo scettro di Vittorio Emanuele”; la protesta di Scipione sul “Monitore Toscano”, così come le congiure e le macchinazioni che proseguirono negli anni successivi, si rivelarono inutili. Intanto però il marchese Bargagli rimaneva a Roma a palazzo Firenze, finché nel 1866 l’Austria siglò il trattato di Vienna con cui ammetteva la decadenza della dinastia lorenese in Toscana e riconosceva allo stato italiano la cessione dei beni demaniali dell’ex granducato situati a Roma, a condizione però che fossero restituiti a Scipione i beni che gli erano stati sequestrati nel 1859. Celso si ritirò nel suo palazzo  di Siena dove morì nel 1892. Fotografia formato gabinetto 10,5 x 16,3. Fotografo: G. Brogi – Firenze. Datata 1889.

 

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Arc. 2179: Marchese Antonio Mazzarosa. Sesto e ultimo figlio del nobile Giovan Battista Mansi e di Caterina Massoni, nacque a Lucca il 29 sett. 1780. All’età di vent’anni fu scelto come erede dal marchese Francesco Mazzarosa, privo di figli, per evitare l’estinzione della casata: oltre al cognome, ne ereditò il cospicuo patrimonio.I suoi anni giovanili coincisero per buona parte con quelli del principato dei Baciocchi, di cui restò sempre fervente ammiratore. Apprezzava soprattutto l’impulso dato all’economia, il risveglio della piccola manifattura, la promozione di grandi lavori pubblici e la conseguente circolazione di capitali, che avevano fatto emergere un «terzo stato» di piccoli possidenti e negozianti. Nel maggio 1814 fece parte del governo provvisorio costituito dal Senato lucchese dopo la fine del dominio napoleonico, la cui opera risultò però pesantemente limitata dall’occupazione militare austriaca, protrattasi fino al 1817. Sotto il dominio dei Borboni la carriera politica del Mazzarosa fu agevolata dal fatto che Ascanio Mansi, suo fratello maggiore, era ministro segretario di Stato, direttore del dipartimento degli Affari esteri e dell’Interno. Protagonista di primo piano della vita culturale cittadina, amante dell’opera lirica e sostenitore dell’intensa attività del teatro del Giglio, nel 1824 ottenne la presidenza della commissione d’incoraggiamento di belle arti e manifatture. Il 16 giugno 1825 il duca Carlo Ludovico lo nominò direttore del Liceo reale, culmine del sistema educativo lucchese: un istituto universitario dove si poteva compiere il corso di ogni facoltà e conseguire tutti i gradi professionali. Nel dicembre 1830 il Liceo e gli altri istituti d’insegnamento vennero tolti dalle dipendenze del ministero dell’Interno e andarono a formare una direzione autonoma, per cui la carica del M. equivalse a quella di ministro della Pubblica Istruzione. In tale veste ebbe un ruolo decisivo nell’introduzione nel Ducato degli asili infantili ispirati a F.A. Aporti: nonostante l’opposizione di buona parte del clero verso gli asili aportiani, riuscì a ottenere l’assenso di Carlo Ludovico con il motu proprio del 4 febbr. 1840. Partecipò al primo Congresso degli scienziati italiani, tenutosi a Pisa nell’ottobre 1839, dove sostenne la necessità di un’inchiesta generale per conoscere le varie pratiche agricole diffuse nella penisola. In contatto con C. Ridolfi, G. Capponi e G.P. Vieusseux, svolse un ruolo di mediazione e di avvicinamento della realtà lucchese a quella toscana, in previsione della temuta annessione al Granducato, che secondo l’atto addizionale del congresso di Vienna doveva avvenire dopo la morte di Maria Luigia d’Asburgo Lorena. Nel marzo 1840, dopo la morte di Ascanio, il Mazzarosa appariva come il successore naturale e designato; il duca, tuttavia, decise diversamente e il 20 dello stesso mese lo nominò presidente del Consiglio di Stato. Nel 1844 il duca decise di sostituirlo nella direzione del Liceo, ritenendolo eccessivamente tollerante nei confronti di studenti e professori sospetti di liberalismo. Il Mazzarosa rifiutò allora la carica di gran maresciallo di corte, puramente onorifica, che gli era stata conferita a titolo di consolazione. Questo episodio, per quanto risoltosi senza eccessive conseguenze nei rapporti con il sovrano, contribuì molto ad accrescere il suo prestigio agli occhi dei liberali. Guardò con favore ai primi atti di Pio IX e nell’estate del 1847 si impegnò per impedire una dura repressione delle manifestazioni che invocavano un nuovo corso anche nel Ducato. Di fronte all’irrigidimento del sovrano rassegnò le dimissioni, che però furono respinte. Il 1° settembre, mentre in città si temevano tumulti, si recò alla villa ducale di San Martino, seguito da una folla di oltre tremila persone, e chiese a Carlo Ludovico la liberazione dei detenuti politici, la formazione della guardia civica, il riordinamento delle finanze e una nuova legge sulla stampa. Il duca rimase profondamente scosso da quella che considerava una vera e propria rivoluzione, ma aderì alle richieste: nelle settimane seguenti, mentre il Mazzarosa e i suoi colleghi si impegnavano a fondo per tradurre in atto le riforme, si spostò a Modena e trattò in gran segreto l’immediata cessione di Lucca alla Toscana dietro indennizzo finanziario. Aveva sempre sperato che il passaggio sotto la sovranità lorenese avvenisse almeno nell’ambito di una unione personale sotto lo scettro di Leopoldo II di Toscana, persuaso che questa non sarebbe stata una graziosa concessione, ma una sorta di obbligo morale al quale il granduca doveva attenersi a norma dei trattati di Vienna e di Parigi. A suo avviso era particolarmente importante che Lucca conservasse il titolo di Ducato per avere un’amministrazione autonoma con propri impiegati. Temeva in caso contrario un impoverimento del paese, per la cessazione di tanti uffici, la mancanza di investimenti in opere pubbliche e l’aumento delle imposte. Rimase dunque assai deluso quando vide, con la lettura dell’atto di possesso da parte del commissario granducale P.F. Rinuccini (11 ott. 1847), che si trattava di un’annessione pura e semplice, senza che a Lucca fosse concesso di conservare lo status di Ducato, sia pure vuoto di effetto. Nominato senatore da Leopoldo II il 17 maggio 1848, non partecipò alla vita parlamentare, così come rifuggì da qualsiasi carica anche negli anni successivi. Il Mazzarosa guardò con favore all’unificazione della penisola e fu nominato senatore da Vittorio Emanuele II due mesi prima della morte, avvenuta a Lucca il 27 marzo 1861. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1863.

 

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Arc. 2117: Pietro Thouar (Firenze, 23 ottobre 1809 – Firenze, 1º giugno 1861). Scolaro indisciplinato, fu in seguito correttore di bozze nella tipografia di V. Batelli e dal 1833 presso G. P. Vieusseux, nel cui gabinetto scientifico-letterario compì la propria formazione spirituale. Dagl’incoraggiamenti di R. Lambruschini il Thouar fu acquisito all’apostolato letterario per l’educazione del popolo e dei fanciulli. Nel 1832 iniziò Il nipote di Sesto Caio Baccelli, lunario proseguito fino al 1848, nel quale introdusse stornelli, poesie, bozzetti, sani principî morali e notizie d’istituzioni utili per il popolo; nel 1834 prese a pubblicare, anonimo, il Giornale dei fanciulli, avversato dalla polizia e presto dovuto interrompere; dal 1836 al 1845 collaborò alla Guida dell’educatore del Lambruschini nelle annesse Letture per i fanciulli; nel 1847 fondò insieme con Mariano Cellini il Catechismo politico o Giornaletto pei popolani, che col 30 ottobre 1848 prese il titolo di Letture politiche o Giornaletto per il popolo, trasformato nel 1849 in Letture di famiglia, alla cui compilazione attese fino alla morte. Nominato nel 1848 direttore della Pia Casa di lavoro, perdette nella restaurazione lorenese quello e altri impieghi, ma nel 1860 ebbe la direzione della prima scuola magistrale maschile di Firenze. Affiliato alla Giovine Italia, si era andato poi sempre più accostando al partito moderato; eletto nel 1849 alla Costituente italiana, rinunziò subito al mandato; accettò invece la deputazione all’Assemblea toscana del 1859. Il Thouard fu detto il migliore scrittore italiano di letteratura infantile e popolare avanti C. Lorenzini ed E. De Amicis. Nelle sue molte commedie e racconti, il Th. supera infatti di gran lunga i suoi predecessori per la schietta italianità e freschezza della lingua, per la serena pacatezza dell’espressione, per la spontaneità e la vivacità dell’immaginare e del sentire, specialmente nei dialoghi e nelle descrizioni, per quanto il suo stile paia oggi troppo toscanamente tornito. Ma gli nuoce spesso la tesi morale troppo manifesta e la diffidenza della natura umana. Persino l’osservazione dal vero è spesso aduggiata dalla volontà di accomodare figure e immagini secondo una visione astratta. Sicché l’educatore, per nobile che sia, non riesce a fondersi con l’artista. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

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