REGNO D’ITALIA – CASA SAVOIA

CARLO ALBERTO DI SAVOIA RE DI SARDEGNA

Arc. 378: S.M. Carlo Alberto di Savoia Carignano Re di Sardegna (Torino 02/10/1798 – Oporto 28/07/1849) in gran montura da generale piemontese. Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 571: S.M. Carlo Alberto di Savoia Carignano Re di Sardegna in gran montura da generale piemontese. Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

CASA  SAVOIA

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Arc. 388: Fotomontaggio della famiglia reale. Al centro il Re Vittorio Emanuele II. Dall’alto verso destra: Principessa Maria Pia, Elisabetta di Sassonia Duchessa di Genova, Amedeo Duca d’Aosta, Principe Eugenio di Savoia – Carignano, Oddone Duca di Monferrato, Umberto Principe di Piemonte e Principessa Maria Clotilde. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1860 ca.

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Arc. 389: Fotomontaggio dei sovrani d’Europa. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1860 ca.

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Arc. 1216: Fotomontaggio della famiglia reale. Al centro il Re Vittorio Emanuele II, in piedi: Vittoria Duchessa d’Aosta, Tommaso Duca d’Aosta, Principe Eugenio di Savoia – Carignano, Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Seduti da sinistra a destra: Principessa Maria Clotilde, Umberto Principe di Piemonte, Amedeo Duca d’Aosta, Elisabetta Duchessa di Genova, Principessa Maria Pia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868 ca.

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Arc. 1504: Fotomontaggio della famiglia reale. Alla foto precedente sono stati aggiunti: in alto a sinistra il Principe Napoleone Giuseppe Gerolamo Bonaparte marito della Principessa Maria Clotilde e in alto a destra Luigi I Re del Portogallo marito della Principessa Maria Pia. Fotografia 13 x 17,2. Fotografo: Montabone – Torino. 1868 ca.

VITTORIO EMANUELE II DI SAVOIA RE    D’ ITALIA

Vittorio Emanuele II

Arc. 1033: S.M. Vittorio Emanuele II Re di Sardegna ( Torino 14 Marzo 1820 – Roma 9 Gennaio 1878 ) in gran montura da generale piemontese. Fotografia CDV. Fotografo Sconosciuto. 1859.

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Arc. 1202: S.M. Vittorio Emanuele II Re di Sardegna in gran montura da generale piemontese con spencer. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris 1859.

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Arc. 1202: S.M. Vittorio Emanuele II Re di Sardegna in gran montura da generale piemontese. Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Furne Fils & H. Tournier – Paris.

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Arc. 1037: S.M. Vittorio Emanuele II Re di Sardegna in gran montura da generale piemontese con spencer. Fotografia CDV da incisione. Fotografo: John Clarck 1860 ca.

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Arc. 1203: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’Italia in gran montaura da generale. Fotografia CDV. Fotografo sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 1213: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1868 ca.

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Arc. 1214: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV. Fotografo F.lli Alinari – Firenze 1868 ca.

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Arc. 1214: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV. Fotografo: Del Sempre – Torino 1868 ca.

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Arc. 2299: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1868 ca.

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Arc. 378: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 991: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 2041: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1865 ca.

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Arc. 616: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 379: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale e SS Papa Pio IX. Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1035: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1865 ca.

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Arc. 380: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti civili. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano. 1865 ca.

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Arc. 1731: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti civili. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano. 1865 ca.

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Arc. 3024: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti da caccia. Fotografia Formato gabinetto. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1875 ca.

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Arc. 990: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti da caccia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 858: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti da caccia. Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino. 1865 ca.

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Arc. 1036: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti civili. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1869.

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Arc. 571: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti civili. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1081: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti civili. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1671: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia e Rosa Vercellana Contessa di Mirafiori e Fontanafredda ( moglie morganatica del Re ). Fotografia formato gabinetto 11 x 16,5. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1869.

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Arc. 1036: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti civili. Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino. 1869.

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Arc. 2301: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti civili. Fotografia formato gabinetto 11 x 16,5. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1869.

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Arc. 871: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti civili. Fotografia formato gabinetto 11 x 16,5. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1869.

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Arc. 870: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in abiti civili. Fotografia formato gabinetto 11 x 16,5. Fotografo: Sconosciuto. 1869.

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Arc. 615: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV. Fotografo: E. Verzaschi – Roma. 1876 ca.

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Arc. 1614: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia formato gabinetto acquerellata a mano 11 x 16,5. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1876 ca.

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Arc. 2613: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia formato gabinetto 11 x 16,5. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1876 ca.

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Arc. 379: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1876 ca.

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Arc. 2425: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia 10,3 x 14,2. Fotografo: Sconosciuto. 1876 ca.

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Arc. C: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia 31,3 x 41,7. Fotografo: Lovazzano – Torino. 1876 ca.

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Arc. 1035: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia CDV. Fotografo: Boggiani & Bacmeister – Stresa. 1876 ca.

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Arc. 872: S.M. Vittorio Emanuele II Re d’ Italia in gran montura da generale. Fotografia formato gabinetto 10,5 x 16,5. Fotografo: P. Fellini – Firenze. 1876 ca.

 

MARIA ADELAIDE D’ ASBURGO – LORENA REGINA DI SARDEGNA

 

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Arc. 380: S.M. Maria Adelaide Asburgo – Lorena Regina di Sardegna moglie di Vittorio Emanuele II ( Milano 1822 – Torino 1855 ). Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino.

 

FERDINANDO DI SAVOIA DUCA DI GENOVA

 

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Arc. 1037: S.A.R. Ferdinando di Savoia – Genova Duca di Genova in gran montura da generale piemontese. ( Firenze 15 Novembre 1822 – 10 Febbraio 1855 ) Figlio di Re Carlo Alberto e fratello minore di Re Vittorio Emanuele II. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

 

ELISABETTA DI SASSONIA DUCHESSA DI GENOVA

 

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Arc. 1038: S.A.R. Elisabetta di Sassonia Duchessa di Genova moglie di Ferdinando di Savoia. ( 4 Febbraio 1830 – Stresa 14 Agosto 1912 ).  Elisabetta di Sassonia nacque il 4 febbraio 1830, figlia dell’allora principe ereditario Giovanni di Sassonia e di sua moglie, Amalia Augusta di Baviera, nonché zia materna dell’imperatrice Elisabetta di Baviera. Elisabetta di Sassonia infatti era imparentata con numerose teste coronate europee: fra i cugini vi erano l’imperatore Franz Josef e la moglie Sissi, il re Massimiliano di Baviera, l’imperatrice del Brasile Amelia di Leuchtenberg e la regina di Svezia e Norvegia Giuseppina di Leuchtenberg. Il 22 aprile 1850 Elisabetta sposò il Duca di Genova, Ferdinando di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto di Sardegna e di Maria Teresa d’Asburgo-Lorena. Il loro matrimonio non viene ricordato come un legame d’amore infatti, come spesso accadeva all’epoca, l’unione fu frutto di un accordo dinastico. Dal matrimonio nacquero due figli, Margherita, futura Regina d’Italia e Tommaso, secondo Duca di Genova. Ferdinando morì dopo neanche cinque anni di matrimonio il 10 febbraio 1855. L’anno successivo alla morte di Ferdinando, Elisabetta, il 4 ottobre 1856, si risposò con Nicolò Giuseppe Efisio Rapallo, già ufficiale d’ordinanza del Duca e non nobile. Da questo matrimonio non nacquero figli. I due amanti si erano sposati in segreto, prima che il periodo di lutto fosse ufficialmente finito. Questo fatto fu disapprovato dal cognato di Elisabetta, il re Vittorio Emanuele II, che la allontanò dalla corte con il marito. I due presero residenza a Stresa, sul lago Maggiore, dove si stabilirono nel palazzo Bolongaro, poi noto come Villa Ducale. Successivamente, anche grazie all’intervento personale del re di Sassonia nella faccenda e per evitare una crisi diplomatica, Vittorio Emanuele II perdonò la cognata; il Rapallo fu creato marchese e gran maestro della Casa della Duchessa e successivamente fu eletto deputato al Parlamento nel collegio di Stresa. Morì il 27 novembre 1882.Nel 1910 Elisabetta subì un attacco di apoplessia, che causò un rapido peggioramento della sua salute. Morì il 14 agosto 1912 a Stresa. Fotografia CDV. Fotografo: C. Bernieri – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Dama dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della regina Maria Luisa
   
Dama dell'Ordine della Croce Stellata - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della Croce Stellata

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Arc. 1530: S.A.R. Elisabetta di Sassonia Duchessa di Genova moglie di Ferdinando di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: Duroni & Murer – Milano. 1860 ca.

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Arc. 383: S.A.R. Elisabetta di Sassonia Duchessa di Genova moglie di Ferdinando di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 1860 ca.

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Arc. 1531: S.A.R. Elisabetta di Sassonia Duchessa di Genova moglie di Ferdinando di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1865 ca.

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Arc. G2: S.A.R. Elisabetta di Sassonia Duchessa di Genova moglie di Ferdinando di Savoia. Fotografia formato 15 x 11,5 con cornice in cartine decorato. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 2063: Umberto Principe di Piemonte, Principessa Maria Pia e Amedeo Duca d’Aosta. Fotografia 7,8 x 11,8. Fotografo: A. Duroni – Milano. 1860 ca.

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Arc. 2418: Amedeo Duca d’Aosta, Umberto Principe di Piemonte e la Principessa Maria Pia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

UMBERTO I DI SAVOIA RE D’ ITALIA

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Arc. 718: Foto celebrativa del matrimonio fra il Principe Umberto di Savoia e la Principessa Margherita di Savoia – Genova avvenuto nel 1868.  Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Torino.

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Arc. 1444: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Capitano del 3° Reggimento Fanteria “Brigata Piemonte” in gran montura. ( Torino 14 Marzo 1844 – Monza 29 Luglio 1900 ). Umberto nacque il 14 marzo 1844 a Torino, da Vittorio Emanuele II, allora duca di Savoia ed erede al trono sardo (il quale, quello stesso giorno, compiva 24 anni), e da Maria Adelaide d’Austria. Fu battezzato con i nomi di Umberto Rainerio Carlo Emanuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio: il primo in onore del fondatore della dinastia sabauda, Umberto I Biancamano, l’ultimo a ricordo del più illustre esponente del ramo cadetto dei Savoia-Carignano, cui anch’egli apparteneva. Suoi padrini di battesimo furono i nonni paterni, il re di Sardegna Carlo Alberto e sua moglie Maria Teresa d’Asburgo-Lorena, facendo le veci dei loro consuoceri, ovvero Ranieri d’Asburgo, viceré del Lombardo-Veneto e Maria Elisabetta di Savoia-Carignano, sorella di Carlo Alberto. Umberto ricevette subito il titolo di principe di Piemonte, da sempre attribuito ai primogeniti della casa regnante. Egli trascorse tutta la sua infanzia, insieme con il fratello minore Amedeo, nel castello di Moncalieri, dove ricevette una formazione essenzialmente militare, avendo come istitutore il generale Giuseppe Rossi e fra gli insegnanti alcuni altri militari; fu questa dura disciplina che ne formò il carattere, trasformandolo tuttavia in età adulta in una persona arida e dalle idee limitate, anche se altri lo ritennero “leale, aperto, gentile” e cordiale. Molto legato alla madre, Umberto subì un profondo trauma quando questa morì prematuramente, il 20 gennaio 1855. Intrapresa la carriera militare nel marzo del 1858, cominciò col rango di Capitano. Successivamente prese parte alla Seconda guerra d’indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino e San Martino del 1859. Divenuto erede al trono italiano dopo la nascita del Regno d’Italia il 17 marzo 1861, Umberto divenne Maggior Generale nel 1863 e Tenente Generale nel 1864; non mancò di completare la sua formazione con numerosi viaggi all’estero, come quando nel 1863 accompagnò a Lisbona la sorella Maria Pia di Savoia che andava in sposa al re del Portogallo Luigi I, mentre l’anno successivo visitò alcune corti europee amiche dell’Italia; nel 1865 era in visita a Londra mentre a Torino scoppiavano i tumulti per protestare contro il trasferimento della capitale a Firenze. Nel 1866 fu inoltre a Parigi, mandato da suo padre per un colloquio privato con l’imperatore Napoleone III circa l’imminente conflitto che stava per scoppiare con l’Austria. Appunto nel 1866, prese parte con il fratello Amedeo alla Terza guerra d’indipendenza; si racconta che, mentre aspettava a Napoli di partire per il fronte, a una vecchina che piangeva per i due figli in guerra, abbia detto: Anche noi siamo due e non abbiamo più la mamma. Raggiunto il fronte delle operazioni in Veneto, Umberto assunse il comando della XVI divisione di fanteria e partecipò con valore allo scontro di Villafranca del 24 giugno 1866, che seguì la disfatta di Custoza. Fu uno dei comandanti militari italiani, tra quelli entrati in azione, il cui reparto non fu costretto a ripiegare dagli austriaci, riuscendo piuttosto a respingere numerosi e violenti attacchi degli ulani austriaci e guadagnandosi, per questo, la medaglia d’oro al valor militare. In quegli anni Umberto intrattenne una relazione sentimentale con la duchessa Eugenia Attendolo Bolognini Litta, il cui legame fu rafforzato poi dalla nascita del figlio Alfonso (morto in tenera età) e che durerà per tutta la vita. Umberto sapeva però che si sarebbe dovuto piegare a un matrimonio di convenienza, voluto dal padre per ragion di Stato. Infatti, subito dopo la fine della terza guerra d’indipendenza, che aveva portato all’unificazione del Veneto al Regno d’Italia, Vittorio Emanuele II pensò di riappacificarsi con la casata asburgica con un matrimonio politico, dopo la temporanea alleanza con la Prussia di Bismarck. La candidata fu l’arciduchessa Matilde d’Asburgo-Teschen, che però morì tragicamente, ustionata dall’incendio del suo abito (ella stessa stava cercando di nascondere una sigaretta alla governante). Quindi, svanita questa possibilità, il Presidente del Consiglio di allora, Luigi Federico Menabrea, propose come sposa la cugina di Umberto, la principessa Margherita di Savoia, figlia di Ferdinando di Savoia-Genova, fratello del re, e di Elisabetta di Sassonia, di 17 anni. Dapprima riluttante, il re d’Italia alla fine acconsentì. Quando il principe ereditario fece la sua proposta a Margherita, questa rispose: Sai quanto sono orgogliosa di appartenere a Casa Savoia, e lo sarei doppiamente come tua moglie!. Umberto e Margherita si sposarono a Torino il 22 aprile 1868; furono le “nozze del secolo” di allora, e per quell’occasione re Vittorio Emanuele II creò il corpo dei corazzieri reali, che dovevano fungere da scorta al corteo regale, e l’Ordine della Corona d’Italia, con cui venivano premiati tutti coloro che si erano distinti al servizio della Nazione. Meta del viaggio di nozze furono alcune città italiane, per meglio far conoscere i futuri monarchi italiani alla popolazione; quindi, dopo un soggiorno nella Villa reale di Monza, i neosposi partirono per un viaggio ufficiale a Monaco di Baviera e a Bruxelles, dove vennero accolti calorosamente. Rientrata in Italia, la coppia reale si stabilì a Napoli, poiché la principessa era incinta e si era deciso di farvi nascere l’erede al trono. La scelta della città partenopea non era casuale, ma ben progettata a fini propagandistici, per far meglio notare i Savoia alle popolazioni meridionali, ancora in parte nostalgiche dei Borbone. Il lieto evento avvenne l’11 novembre 1869: il neonato, chiamato Vittorio Emanuele, come il nonno, fu nominato principe di Napoli. Tuttavia il matrimonio tra Umberto e Margherita, pur con l’arrivo del figlio, non si rafforzò, poiché la principessa avrebbe trovato il marito nel suo appartamento a conversare con la sua amante, la duchessa Litta. Pare che Margherita avesse minacciato di tornare da sua madre, ma poi, convinta dal suocero (che avrebbe detto: “Solo per questo vuoi andartene?”) e facendo appello alla sua forza di volontà, decise di rimanere accanto a Umberto, sebbene avesse dichiarato di non considerarlo più suo marito, per ritenerlo soltanto il suo sovrano. Del resto Margherita doveva sapere da tempo della relazione che risaliva a prima del matrimonio. Quando i due si incontrarono la prima volta la duchessa aveva 25 anni e Umberto 18.. Il fallimento del matrimonio, noto solo in ristretti circoli di corte, fu mascherato con una parvenza di felicità usata convenientemente anche a fini politici. Infatti, dopo la presa di Porta Pia il 20 settembre 1870, e la frettolosa visita di Vittorio Emanuele a Roma in dicembre dopo l’inondazione del Tevere, furono Umberto e Margherita a rappresentare la famiglia reale nella futura capitale d’Italia. Si deve soprattutto a Margherita il merito di aver posto le basi di una riconciliazione tra le due fazioni dell’aristocrazia romana: quella “nera” che, in fedele devozione al papa Pio IX, rifiutava di avere qualsiasi contatto con i sabaudi “usurpatori”, e quella “bianca”, di idee più liberali, che invece aveva caldeggiato l’unione della città con l’Italia.  Alla morte del padre Vittorio Emanuele II, il 9 gennaio 1878, Umberto gli succedette col nome di Umberto I sul trono italiano e di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo. Nello stesso giorno egli emanò un proclama alla Nazione in cui affermava: Il vostro primo re è morto; il successore vi proverà che le istituzioni non muoiono! Il 17 gennaio 1878, giorno dei funerali del padre, Umberto I, accogliendo la petizione del Municipio di Roma, predispose l’inumazione della salma nel Pantheon di Roma, che fece diventare simbolicamente il mausoleo della famiglia reale e che ancora oggi accoglie le spoglie dei primi due sovrani d’Italia. Roma era un luogo simbolico, dal momento che la sua presa aveva rappresentato il completamento dell’agognata unità nazionale. Infine, il 19 gennaio, avvenne il solenne giuramento sullo Statuto albertino, nell’aula di Montecitorio, alla presenza di senatori e deputati. Molti erano i problemi da affrontare per il secondo sovrano d’Italia: l’ostilità del Vaticano, che, dopo la morte di papa Pio IX il 7 febbraio dello stesso anno e l’elezione al soglio di Leone XIII, continuava a disconoscere il Regno d’Italia, il tentativo di bloccare sia i fermenti irredentistici e repubblicani che attraversavano il Paese sia i propositi anti-unitari di certi circoli politici occulti, nazionali ed esteri, l’assoluta necessità di creare un ampio fronte di riforme sociali di cui potessero godere le classi meno abbienti, il rilancio dell’economia nazionale, già da troppo tempo stagnante, e soprattutto l’urgentissimo problema di porre fine all’isolamento internazionale dell’Italia e di aumentare il suo prestigio in politica estera. Giurò di agire, già nel suo primo discorso della Corona, “nel rispetto delle leggi”. Uno dei primi provvedimenti che Umberto I dovette affrontare da re furono le dimissioni, il 9 marzo, del gabinetto di Agostino Depretis, leader della Sinistra storica; il re, non ritenendo conveniente riaffidargli l’incarico, scelse Benedetto Cairoli, capo della sinistra moderata e politico da lui molto stimato, come nuovo presidente del Consiglio. Il problema più spinoso che il suo governo dovette affrontare fu la crisi nei Balcani, nata dalla recente guerra tra Russia e Turchia, fatto per cui fu convocato dal cancelliere tedesco Bismarck il Congresso di Berlino. L’Italia, nel timore di prendere impegni troppo gravosi, non vi ottenne nulla. Appena salito al trono, Umberto I predispose subito un tour nelle maggiori città del Regno al fine di mostrarsi al popolo e guadagnare almeno una parte della notorietà di cui aveva goduto il padre durante il Risorgimento. Venne accompagnato dalla moglie Margherita, dal figlio Vittorio Emanuele e dal presidente del Consiglio Benedetto Cairoli. Partito da Roma il 6 luglio 1878, il 10 luglio fu a La Spezia, dall’11 al 30 luglio soggiornò a Torino, il 30 fu a Milano, poi a Brescia e il 16 settembre si recò a Monza, dove assistette all’inaugurazione del primo monumento dedicato al padre Vittorio Emanuele II. Il 4 novembre i reali arrivarono a Bologna. Tre giorni dopo Umberto e Margherita erano a Firenze, il 9 novembre a Pisa e a Livorno, il 12 novembre si recarono ad Ancona, l’indomani a Chieti e poi a Bari. Il 16 novembre, alla stazione di Foggia, un certo Alberigo Altieri tentò di lanciarsi verso il sovrano. Venne fermato in tempo, tanto che quasi nessuno si avvide del fatto e nemmeno la stampa ne fece parola. Tuttavia un’indagine della polizia portò a scoprire come il giovane non avesse agito da solo, ma nell’ambito di «un complotto per l’assassinio dell’Augusto sovrano» che aveva «il proposito di farne eseguire il tentativo nelle diverse città visitate». Era l’avvisaglia di quanto sarebbe accaduto il giorno dopo. Giunto a Napoli il 17 novembre 1878, Umberto subì un tentativo di assassinio che fece molto più scalpore: si trovava, insieme alla moglie, il figlio e Cairoli, su una carrozza scoperta che si stava facendo largo tra due ali di folla, quando improvvisamente venne attaccato, con un coltello, dall’anarchico lucano Giovanni Passannante, il quale non riuscì nel proprio intento. Nel tentativo di uccidere il monarca, Passannante urlò: «Viva Orsini, viva la repubblica universale». Il re riuscì a difendersi e un ufficiale dei Corazzieri del seguito si scagliò contro l’attentatore, ferendolo alla testa con la sciabola (il re subì un leggero taglio a un braccio), mentre Cairoli, nel tentativo di bloccare l’aggressore, veniva ferito a una coscia. Il tentato assassinio generò numerosi cortei di protesta, sia contro sia a favore dell’attentatore, e non mancarono scontri tra forze dell’ordine e anarchici. A seguito del tentato regicidio, l’allora Capo della Polizia Luigi Berti fu costretto a rassegnare le dimissioni un mese dopo. L’anarchico venne condannato a morte, ma Umberto I commutò la sentenza in carcere a vita. Le pessime condizioni di Passannante in carcere suscitarono, comunque, polemiche da parte di alcuni esponenti politici. Dopo l’attentato, il re, riconoscente, assegnò al Presidente del Consiglio la medaglia d’oro al valor militare, ma il Parlamento, pur ammirandone il coraggio e la devozione, rimproverò il governo circa la cattiva gestione della politica interna, in particolare riguardo alla sicurezza del re e dello Stato; fu quindi presentata un’interrogazione parlamentare che si concluse l’11 dicembre di quell’anno con le dimissioni del ministero, il quale fu nuovamente affidato a Depretis. Depretis, tuttavia, fu battuto alla Camera dei deputati il 3 luglio 1879 e dovette dare di nuovo le dimissioni: il governo passò nuovamente a Cairoli, il quale, però, non avendo la maggioranza parlamentare necessaria, dovette coinvolgere parte della Sinistra moderata guidata da Depretis, che fu nominato ministro dell’Interno. Uno dei problemi più urgenti che il governo dovette affrontare fu l’abolizione della tassa sul macinato, che aveva sì permesso il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 1876, ma aveva causato l’ostilità della popolazione per l’aggravio sui beni di prima necessità, ovvero i cereali. Lo stesso Umberto, il 26 maggio 1880, all’apertura della XIV legislatura parlamentare, pronunciò un discorso in cui si augurava che il Parlamento desse seguito all’abolizione della tassa sul macinato, del corso forzoso e alla riforma elettorale. Così, dopo una serrata discussione parlamentare, il 30 giugno 1880 la Camera votò la riduzione progressiva della tassa sul macinato (che sarebbe stata abolita definitivamente quattro anni dopo), mentre il 23 febbraio 1881 fu abolito il corso forzoso, in vigore dal 1866. Nell’ottica della visibilità e del peso internazionale, Umberto I fu un acceso sostenitore della Triplice alleanza, soprattutto dopo l’occupazione francese della Tunisia nel 1881 e la successiva Alleanza dei tre imperatori tra l’Austria, la Germania e la Russia. Proprio in questo periodo, inoltre, il governo di Agostino Depretis venne a conoscenza che papa Leone XIII stava interpellando i ministri degli esteri stranieri a proposito di un loro possibile intervento per ripristinare lo Stato Pontificio. L’appoggio dell’Austria, la nazione cattolica più prestigiosa, sarebbe stato di grande utilità per l’Italia al fine di stornare un’azione europea in aiuto del papato. Per l’Italia, la conclusione di un’alleanza con due potenze conservatrici sarebbe valsa sia ad assicurare la monarchia sabauda di fronte ai movimenti repubblicani di ispirazione francese, sia ad assicurarla dall’intervento di potenze straniere che avessero voluto ristabilire il potere temporale del papa. In appoggio alle iniziative diplomatiche, fra il 21 e il 31 ottobre 1881 Umberto I e la moglie Margherita fecero visita a Vienna all’imperatore Francesco Giuseppe ed all’imperatrice Elisabetta. I monarchi italiani fecero un’ottima impressione alla corte viennese, specie Margherita, che a buon diritto, per grazia ed eleganza, venne paragonata all’imperatrice Sissi. Lo stesso Umberto, rigido, severo e austero, fece una così buona impressione che il cugino e antico avversario, Francesco Giuseppe, gli concesse la nomina a colonnello onorario del 28º Reggimento fanteria. Il gesto non mancò di suscitare polemiche in Italia presso l’opinione pubblica, visto che il reggimento austriaco di cui il re era stato fatto colonnello era lo stesso che aveva partecipato alla battaglia di Novara del 1849 e all’occupazione di Brescia, partecipando attivamente alla spietata repressione che causò la morte di migliaia di uomini, donne e bambini bresciani. Di fronte alle insistenze della Germania, il ministro degli Esteri austriaco Gustav Kálnoky cedette all’idea di un’intesa con l’Italia e il 20 maggio 1882 fu firmato il primo trattato della Triplice alleanza. Umberto inoltre appoggiò lo slancio coloniale in Africa, con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e della Somalia (1889-1905). Il governo italiano aveva già acquistato, il 10 marzo 1882, la baia di Assab dall’armatore Rubattino, il quale, a sua volta, l’aveva comperata dal sultano locale come scalo per le proprie navi. Quindi si pattuì con il governo inglese la successiva occupazione della città portuale di Massaua, avvenuta il 5 febbraio 1885, nell’ottica di una profonda penetrazione in Sudan, da concordare con gli inglesi, impegnati nel sedare la rivolta mahdista. Ma Londra respinse l’offerta d’aiuto italiana, non più necessaria, e l’Italia si trovò così “incatenata ad una roccia del Mar Rosso”, senza concrete prospettive espansionistiche. Gli italiani cercarono allora di compensare il loro magro bottino coloniale occupando l’entroterra di Massaua, in direzione di Asmara, ma stavolta l’ostacolo fu rappresentato dai guerrieri etiopi del negus (imperatore) Giovanni IV, che il 27 gennaio 1887 tendevano un agguato ad una colonna italiana di 500 uomini comandata dal colonnello De Cristoforis presso Dogali, annientandola completamente. Solo pochi scamparono, e vennero ricevuti con tutti gli onori al Quirinale da Umberto e dalla moglie Margherita: un onore che non era toccato nemmeno ai reduci del Risorgimento. Malgrado ciò, la notizia dell’eccidio di Dogali ebbe l’effetto di una doccia gelata su Roma, dove spense gli ardori colonialisti e compattò l’opinione pubblica a chiedere la fine dell’avventura africana. Tutto infatti lo lasciava presagire: dimessosi il De Robilant, Depretis, che era stato messo in minoranza e che aveva malvisto l’impresa abissina, riottenne dal re l’incarico di formare il governo, grazie anche all’appoggio di Francesco Crispi e Giuseppe Zanardelli, a capo della cosiddetta Pentarchia, la più forte formazione politica di sinistra. Tuttavia, nell’agosto dello stesso anno, il presidente del Consiglio morì, e al suo posto andò proprio Crispi, il quale, al contrario del predecessore, era un convinto assertore della politica africana. Lo dimostrò inviando in Eritrea un contingente di 20.000 uomini al comando del generale Antonio Baldissera e chiedendo all’ambasciatore italiano ad Addis Abeba, conte Pietro Antonelli, di adoperarsi affinché l’Italia potesse trarre partito dalle lotte intestine che dilaniavano l’Etiopia.  Le cose subirono una svolta quando, il 10 marzo 1889, Giovanni IV morì in battaglia contro i Dervisci del Sudan; subito Menelik ne prese il posto come imperatore, con il nome di Menelik II, ignorando i diritti di ras Mangascià, figlio naturale del defunto negus. Per meglio puntellare il suo potere, Menelik decise di patteggiare con l’Italia, accondiscendendo a firmare, il 2 maggio 1889, il trattato di Uccialli: in esso vennero infatti riconosciuti all’Italia i territori occupati in Eritrea e a causa di un malinteso sulla traduzione dell’articolo 17 dello stesso trattato (che prevedeva, nel testo italiano, per il negus l’obbligo di farsi rappresentare da Roma per trattare con le altre potenze europee, mentre in quello etiope ciò era solo facoltativo) anche il protettorato sull’Etiopia, in cambio di quattro milioni di lire. L’accordo fu poi siglato con l’invio nella capitale italiana di una delegazione etiope guidata da ras Makonnen, cugino dell’imperatore, che aveva il compito di portare il trattato e pattuire il prestito. I membri della delegazione furono prima ricevuti al Quirinale dai sovrani, poi vennero mandati in giro per le principali città italiane per visitare arsenali, caserme, industrie belliche, al fine di impressionarli e mostrare la potenza militare del Paese. La missione ripartì il 2 dicembre dello stesso anno, riportando in patria il prestito e svariati doni, tra cui un quadro che raffigurava l’Ascensione di Gesù al cielo con il re, la regina e Crispi in preghiera, mentre, da parte loro, gli etiopi avevano portato in dono un elefante. Inoltre, nel 1890 anche alcuni sultanati della Somalia accettarono il protettorato italiano, mentre quello stesso anno fu fondata ufficialmente la Colonia eritrea. Ma il malinteso diplomatico (noto come “beffa di Uccialli”), avrebbe non molto tempo dopo gettato le premesse della prima campagna d’Africa Orientale. Tutto ebbe inizio nel dicembre 1893, quando Menelik non si servì del governo di Roma per trattare alcune questioni commerciali con la Francia, denunciando il trattato firmato pochi anni prima, e terminò Il 1º marzo 1896 con la decisiva battaglia di Adua, catastrofica per le armi italiane. In Italia i contraccolpi furono gravissimi: Crispi fu costretto a dimettersi e scomparve dalla scena politica; al suo posto andò Antonio di Rudinì, che dovette firmare la successiva pace di Addis Abeba del 26 ottobre 1896, che prevedeva l’annullamento del trattato di Uccialli e la piena sovranità dell’Etiopia, mentre concedeva agli italiani di tenere tutti i territori precedentemente conquistati. Codesta disfatta provocò la fine temporanea dell’avventura coloniale italiana, che si arrestò fino al 1911, con la conquista della Libia. Per quanto riguarda la politica nazionale, Umberto I affiancò l’operato del governo di Francesco Crispi nel suo progetto di rafforzamento interno dello stato. È durante il suo regno che si definisce la figura del Presidente del Consiglio (1890): infatti Umberto non presiedeva il consiglio dei ministri, ma si limitava a ricevere il presidente dopo le riunioni di gabinetto e, sentita la sua relazione, a firmare i provvedimenti del ministero, assumendosi, con il tempo, anche responsabilità che, anche se condivise da lui personalmente, erano collettive e parlamentari. La sua attività politica fu anche contrassegnata da un atteggiamento autoritario, dovuto forse alla grave “crisi di fine secolo”, dove insurrezioni e moti, come quelli dei Fasci dei Lavoratori in Sicilia e l’insurrezione della Lunigiana (1894) lo portarono a firmare provvedimenti come lo stato d’assedio. A seguito di questi e di altri gravi avvenimenti si procedette allo scioglimento, da parte del governo Crispi, del Partito Socialista, delle Camere del Lavoro e delle Leghe Operaie. Umberto appoggiò quindi i governi ultra conservatori di Antonio di Rudinì (1896-1898) e di Luigi Pelloux (1898-1900) che rafforzarono le tensioni sociali in tutta l’Italia. Sotto Umberto I avvenne l’introduzione del codice penale Zanardelli (1889), un corpo normativo liberale che portò alcune riforme, come l’abolizione della pena di morte e una certa libertà di sciopero. Il progetto venne approvato con il consenso pressoché unanime di ambedue le Camere. Durante il suo regno, il sovrano portò solidarietà alle popolazioni colpite da calamità naturali, intervenendo in prima persona con aiuti materiali e opere risanatrici. Già nel 1872, quando era ancora principe, si recò in Campania tra gli sciagurati dell’eruzione del Vesuvio. Appena salito al trono, nel 1879, assistette i siciliani colpiti dall’Etna e nel 1882 andò in Veneto, deturpato da piogge torrenziali. Nel 1884 giunse a Napoli, afflitta dal colera, e in quell’occasione pronunciò la famosa frase, incisa sulla stele a ricordo del triste evento: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli”. Il 1888 vide un gesto politicamente importante e personalmente coraggioso: Umberto I visitò la Romagna, una terra considerata ostile alla monarchia e molto pericolosa, per la prevalenza di repubblicani, di socialisti e di anarchici. In preparazione, vennero svolte apposite manovre militari, a scopo dissuasivo. In realtà la visita si svolse senza incidenti perfino a Forlì, patria di Aurelio Saffi, uomo di riferimento dei repubblicani. Ad accogliere il re intervenne anche l’ex Presidente del Consiglio Alessandro Fortis. Nel 1893 Umberto I fu implicato nello scandalo della Banca Romana, ove il re fu accusato di aver contratto elevati debiti e l’allora presidente del consiglio Giovanni Giolitti gli avrebbe garantito la copertura, per la lealtà che giurò alla monarchia e per l’appoggio che egli aveva avuto da casa Savoia negli anni precedenti. Il 22 aprile 1897 il sovrano subì un secondo attentato da parte di Pietro Acciarito. L’anarchico si mescolò tra la folla che salutava l’arrivo di Umberto I presso l’ippodromo delle Capannelle a Roma e si buttò verso la sua carrozza armato di coltello. Il re notò tempestivamente l’attacco e riuscì a schivarlo, rimanendo illeso. Acciarito venne arrestato e condannato all’ergastolo. Analogamente a Passannante, la sua pena fu molto rigida ed ebbe gravi conseguenze sulla sua salute mentale.  Il 29 luglio 1900 Umberto I fu invitato a Monza alla cerimonia di chiusura del concorso ginnico organizzato dalla società sportiva Forti e Liberi; egli non era tenuto a presenziare, ma fu convinto dalla circostanza che al saggio sarebbero state presenti le squadre di Trento e Trieste, ai cui atleti – infatti – stringendo le mani, disse: “Sono lieto di trovarmi tra italiani” (frase che non passò inosservata e che scatenò applausi scroscianti). Sebbene fosse solito indossare una cotta di maglia protettiva sotto la camicia, a causa del gran caldo e contrariamente ai consigli degli attendenti alla sicurezza, quel giorno fatidico Umberto non la indossò. Tra la folla si trovava anche l’attentatore, Gaetano Bresci, un anarchico pratese emigrato negli Stati Uniti, con in tasca una rivoltella a cinque colpi. Il sovrano s’intrattenne per circa un’ora ed era di ottimo umore: «Fra questi giovanotti in gamba mi sento ringiovanire». Decise di andarsene verso le 22.30 e si recò verso la carrozza, mentre la folla applaudiva e la banda intonava la Marcia Reale. Approfittando della confusione, Bresci fece un balzo in avanti con la pistola in pugno e sparò alcuni colpi in rapida successione. Non si è mai appurato con precisione quanti, ma la maggior parte dei testimoni disse di aver sentito l’eco di almeno tre. Umberto difatti venne raggiunto a una spalla, al polmone e al cuore. Ebbe appena il tempo di mormorare: «Avanti, credo di essere ferito», prima di cadere riverso sulle ginocchia del generale Ponzio Vaglia, che gli sedeva di fronte in carrozza. Subito dopo i carabinieri, comandati dal maresciallo Locatelli, riuscirono a sottrarre il Bresci al linciaggio della folla, traendolo in arresto. Intanto la carrozza col sovrano ormai cadavere era giunta alla reggia di Monza; la regina, avvisata, si precipitò all’ingresso gridando: «Fate qualcosa, salvate il re!». Ma non c’era ormai più nulla da fare, Umberto era già spirato. Il regicidio suscitò in Italia un’ondata di deplorazione e di paura, tanto da indurre gli stessi ambienti anarchici e socialisti a prenderne le distanze; Filippo Turati, ad esempio, rifiutò di difendere il regicida in tribunale. Molti di coloro che l’avevano criticato in vita, tra cui il liberale Papafava, ebbero parole di cordoglio per il defunto («Gli volevamo più bene di quanto credessimo») e il repubblicano Bovio disse che l’indignazione suscitata dall’attentato aveva allungato la vita alla monarchia di parecchi decenni. Il poeta Giovanni Pascoli scrisse di getto l’inno al Re Umberto, dedicato al sovrano scomparso. Il 9 agosto venne celebrato il funerale religioso a Roma: nonostante fosse un giovedì torrido, due gremite ali di folla seguirono il feretro. Tuttavia si era instaurato un tale clima di psicosi, che bastò un mulo imbizzarrito di una rappresentanza del corpo degli Alpini per scatenare un fuggi-fuggi generale al grido “Gli anarchici!”. Tale fu il terrore che questo coinvolse anche il gruppo dei principi, tanto che Nicola I del Montenegro balzò davanti al genero Vittorio per fargli da scudo contro un eventuale attentato. Ristabilita la calma, la salma del defunto re venne tumulata nel Pantheon accanto a quella del padre; il 13 agosto diventò giorno di lutto nazionale.  Bresci venne processato il 29 agosto e condannato il giorno stesso all’ergastolo, in quanto la pena di morte era in vigore solo per alcuni reati militari, puniti dal Codice penale militare di guerra. Bresci morì suicida il 22 maggio 1901 in circostanze molto dubbie (impiccato nella propria cella), sebbene si dicesse che fosse rimasto vittima di un pestaggio da parte delle guardie.  Il luogo dell’attentato, a Monza, è segnato da una cappella in memoria del re ucciso, costruita nel 1910, su disegno dell’architetto Giuseppe Sacconi, per volontà del figlio del re, Vittorio Emanuele III. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 1858.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Gran maestro dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata
     9 gennaio 1878 (già Cavaliere, 30 gennaio 1859)
Gran maestro dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine militare di Savoia
     9 gennaio 1878
Gran maestro dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     9 gennaio 1878 (già Cavaliere di gran croce decorato del gran cordone, 30 gennaio 1859)
Gran maestro dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine della Corona d’Italia
     9 gennaio 1878
Gran maestro dell'Ordine al merito civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine al merito civile di Savoia
     9 gennaio 1878
Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’oro al valor militare
  «Per brillantissimo coraggio dimostrato nel condurre la sua divisione al fuoco e per le savie disposizioni date pel suo piazzamento nel fatto d’armi di Villafranca il 24 giugno»
— 6 dicembre 1866
Medaglia commemorativa delle campagne delle guerre d'indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle guerre d’indipendenza
     «con barretta “1866”» 6 dicembre 1866
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
     26 aprile 1883

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro (Impero austro-ungarico)
   
Cavaliere dell'Ordine di Sant'Andrea (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea (Impero russo)
   
Cavaliere dell’Ordine di Aleksandr Nevskij (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Aleksandr Nevskij (Impero russo)
   
Gran cordone dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran cordone dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
     gennaio 1859
Cavaliere dell'Ordine Reale dei Serafini (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Reale dei Serafini (Svezia)
     14 marzo 1862
Ordine di Medjidié [classe non nota](Impero ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria    Ordine di Medjidié [classe non nota](Impero ottomano)
     agosto 1862
Fascia dei Tre Ordini (Regno di Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Fascia dei Tre Ordini (Regno di Portogallo)
     settembre 1862
Gran cordone dell'Ordine militare della Torre e della Spada del valore, lealtà e merito (Regno di Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran cordone dell’Ordine militare della Torre e della Spada del valore, lealtà e merito               (Regno di Portogallo)
     settembre 1862
Ordine Nichan Iftikar [classe non nota](Tunisia) - nastrino per uniforme ordinaria    Ordine Nichan Iftikar [classe non nota](Tunisia)
     novembre 1862
Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Danimarca)
     19 agosto 1865
Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Leone di Zähringen (Granducato di Baden) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine del Leone di Zähringen (Granducato di Baden)
     novembre 1865
Gran cordone dell'Ordine imperiale dell'Aquila Messicana - nastrino per uniforme ordinaria    Gran cordone dell’Ordine imperiale dell’Aquila Messicana
     ottobre 1866
Cavaliere straniero del Nobilissimo Ordine della Giarrettiera (K.G., Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere straniero del Nobilissimo Ordine della Giarrettiera (K.G., Regno Unito)
     1878
Cavaliere di gran croce dell'Ordine reale di Kamehameha I (Regno delle Hawaii) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine reale di Kamehameha I (Regno delle Hawaii)
     1878
Cavaliere dell'Ordine supremo dell'Aquila nera (Regno di Prussia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine supremo dell’Aquila nera (Regno di Prussia)
     29 marzo 1897
Cavaliere di I classe dell'Ordine dell'Aquila rossa (Regno di Prussia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I classe dell’Ordine dell’Aquila rossa (Regno di Prussia)
     29 marzo 1897
Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (Regno di Prussia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Pour le Mérite (Regno di Prussia)
   

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Arc. 1038: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Colonnello Comandante della Guardia Nazionale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1858.

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Arc. 2300: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Colonnello Comandante del 3° Reggimento “Brigata Piemonte” in gran montura. Fotografia: CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 1859.

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Arc. 3100: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Colonnello Comandante del 3° Reggimento “Brigata Piemonte” in gran montura. Fotografia: CDV. Fotografo: E. di Chanaz – Torino. 

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Arc. 537: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1859 ca.

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Arc. 2204: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Colonnello Comandante di un Reggimento dei Lancieri in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: F.M. Chiappella – Torino. 1862.

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Arc. 2205: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Colonnello Comandante di un Reggimento dei Lancieri in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 1862.

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Arc. 1307: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte probabilmente ritratto durante il viaggio a Istanbul. Fotografia CDV. Fotografo: Abdullah Fréres – Costantinople. 

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Arc. 1678: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Colonnello Comandante di un Reggimento dei Lancieri in gran montura con spencer. Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 1862.

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Arc. 2606: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Colonnello Comandante di un Reggimento dei Lancieri in gran montura con spencer. Fotografia CDV. Fotografo: John Clarck. 1862.

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Arc. 736: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: P. Barelli – Milano. 1862 ca.

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Arc. 1797: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano. 1862 ca.

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Arc. 3143: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte in gran montura da Maggior Generale con spencer. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano.

 

Arc. 3439: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte in gran montura da Maggior Generale con spencer. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 1215: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano. 1863.

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Arc. 1555: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano. 1863.

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Arc. 2041: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano. 1863.

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Arc. 860: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1863.

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Arc. 572: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura con spencer. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1863.

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Arc. 660: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1863.

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Arc. 1204: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano. 1863.

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Arc. 1938: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale della Guardia Nazionale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Fabretti – Ancona. 1863 ca.

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Arc. 737: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Fotografia Pompejana – Napoli. 1866 ca.

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Arc. 2204: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1866 ca.

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Arc. 381: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1866 ca.

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Arc. 2300: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1866 ca.

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Arc. 1432: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Torino. 

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Arc. 1216: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Roma. 1870 ca.

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Arc. 2426: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Roma. 1870 ca.

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Arc. 1857: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1870 ca.

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Arc. 2017: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 1204: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Maggior Generale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Tuminello – Roma. 1870 ca.

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Arc. G2: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Generale d’ esercito in gran montura. Fotografia formato 23 x 17,5. Fotografo: F.lli d’Alessandri – Roma. 1875 ca.

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Arc. 1397: S.A.R Umberto di Savoia Principe di Piemonte Generale d’ esercito in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Roma. 1875 ca.

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Arc. G2: S. M. Umberto I di Savoia Re d’ Italia Generale d’ esercito in gran montura. Fotografia formato 29 x 21,3. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. 2960: S. M. Umberto I di Savoia Re d’ Italia Generale d’ esercito in gran montura. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Sconosciuto. 1878 ca.

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Arc. 1039: S. M. Umberto I di Savoia Re d’ Italia Generale d’ esercito in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: V. Besso – Biella. 1878 ca.

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Arc. 2610: S. M. Umberto I di Savoia Re d’ Italia Generale d’ esercito in gran montura. Fotografia formato gabinetto 10,8 x 16,3. Fotografo: Montabone – Firenze. 1880 ca.

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Arc. 1892: S. M. Umberto I di Savoia Re d’ Italia Generale d’ esercito in gran montura. Fotografia formato gabinetto 10,8 x 16,2. Fotografo: Montabone – Firenze. 1878 ca.

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Arc. 584: S. M. Umberto I di Savoia Re d’ Italia Generale d’ esercito in gran montura. Fotografia Cartolina. Fotografo: Brogi. 1900 ca.

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Arc. 2421: S. M. Umberto I di Savoia Re d’ Italia. Fotografia formato gabinetto 10,8 x 16,5. Fotografia: Guigoni & Bossi – Milano. 1900 ca.

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Arc. 683: S. M. Umberto I di Savoia Re d’ Italia. Cartolina necrologio stampata in occasione della morte del Sovrano in seguito all’attentato di Gaetano Bresci avvenuto a Monza il 29 Maggio 1900.

MARGHERITA DI SAVOIA – GENOVA REGINA D’ ITALIA

 

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Arc. 2607: S.A.R Margherita di Savoia – Genova. Figlia di Ferdinando di Savoia – Genova e Elisabetta di Sassonia e futura prima Regina consorte d’Italia ( Torino 20 Novembre 1851 – Bordighera 4 Gennaio 1926 ). Margherita venne alla luce nel Palazzo Chiablese di Torino alle 0.45 del 20 novembre 1851, figlia di Ferdinando di Savoia-Genova, primo duca di Genova, e di Elisabetta di Sassonia, figlia del re Giovanni di Sassonia. Il battesimo fu celebrato lo stesso giorno in una cappella «all’opportunità allestita e con splendidezza adornata», alla presenza del presidente del Consiglio Massimo d’Azeglio, di Alfonso La Marmora e del conte di Cavour, allora ministro della Marina e dell’Agricoltura e Commercio. Rimase orfana di padre all’età di quattro anni; con la madre e il fratello minore Tommaso, duca di Genova passò l’infanzia e l’adolescenza nel Palazzo Chiablese. Elisabetta era stata confinata da Vittorio Emanuele II al castello di Govone prima e nella villa di Stresa poi, come punizione per avere sposato clandestinamente un borghese, Nicola Rapallo (1856). L’intercessione di Giovanni di Sassonia e di Aleksandra Fëdorovna, zarina madre, portò alla riabilitazione di Elisabetta e all’accettazione del matrimonio, mentre lo sposo fu creato marchese di Rapallo. Membro della famiglia reale italiana negli anni in cui fu al fianco di Umberto come principessa ereditaria e, dal 1878, come regina d’Italia, esercitò una notevole influenza sulle scelte del marito e un grande fascino sulla popolazione, facendo sapiente uso delle proprie apparizioni pubbliche, concepite per attrarre il popolo con un abbigliamento ricercato e una costante affabilità. Secondo Ugoberto Alfassio Grimaldi, fu il personaggio politico dell’Italia unita che suscitò, dopo Giuseppe Garibaldi e Benito Mussolini, «i maggiori entusiasmi nelle classi elevate e nelle classi umili». Cattolica, fieramente attaccata a Casa Savoia e profondamente reazionaria, fu una nazionalista convinta e sostenne la politica imperialista di Francesco Crispi. L’incitamento alla repressione delle rivolte popolari, come avvenne nei moti di Milano del 1898, per quanto controverso, non ne compromise l’immagine, forse perché fu la prima donna italiana a sedere sul trono del paese neocostituito. A corte gestì un circolo culturale settimanale che le valse l’ammirazione di poeti e intellettuali e la collocò forse, almeno sotto questo aspetto, più a sinistra di molte altre dame dell’aristocrazia. I suoi balli, inoltre, come quelli cui partecipò, celavano spesso un piano diplomatico, e nelle sue intenzioni cercarono in particolare di assicurare una mediazione con l’aristocrazia “nera”, rimasta fedele al Vaticano dopo la presa di Roma. Molti furono gli omaggi popolari e poetici tributati alla nobildonna , anche negli anni successivi all’assassinio del marito, quando diventò regina madre. Fotografia CDV. Fotografo sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa

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Arc. 2607: S.A.R Margherita di Savoia – Genova. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1865 ca.

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Arc. 1039: S.A.R Margherita di Savoia – Genova con il fratello Tommaso di Savoia – Genova. Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino. 1865 ca.

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Arc. 1932: S.A.R Margherita di Savoia – Genova. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1865 ca.

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Arc. 1765: S.A.R Margherita di Savoia – Genova. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Naples – Florence – Livourne. 

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Arc. 1676: S.A.R Margherita di Savoia – Genova. Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 1865 ca.

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Arc. 1076: S.A.R Margherita di Savoia – Genova. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1868 ca.

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Arc. 1868: S.A.R Margherita di Savoia – Genova. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1868 ca.

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Arc. 737: S.A.R Margherita di Savoia – Genova. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868 ca.

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Arc. 2615: S.A.R Margherita di Savoia – Genova. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1868 ca.

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Arc. 3200: S.A.R Margherita di Savoia – Genova. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: H. Le Lieure – Torino. 1868 ca.

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Arc. 2418: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868 ca.

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Arc. 1206: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1868 ca.

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Arc. 2428: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1868 ca.

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Arc. 382: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: E. Neurdein – Paris. 1868 ca.

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Arc. 1765: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1306: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1869 ca.

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Arc. 1818: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1869 ca.

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Arc. 2201: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: L. Montabone – Torino. 

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Arc. 399: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte con il figlio Vittorio Emanuele futuro Re d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: E. Behles – Roma. 1869 ca.

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Arc. 1206: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Tuminello – Roma. 1870 ca.

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Arc. 2273: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1875 ca.

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Arc. 1530: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Principessa di Piemonte. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1875 ca.

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Arc. 1939: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Regina d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1880 ca.

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Arc. 1939: S.A.R Margherita di Savoia – Genova Regina d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1880 ca.

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Arc. 1940: S. M. Margherita di Savoia – Genova Regina d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1880 ca.

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Arc. 1534: S.M. Margherita di Savoia – Genova Regina d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1880 ca.

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Arc. 2608: S.M. Margherita di Savoia – Genova Regina d’Italia. Fotografia formato gabinetto 10,8 x 16,3. Fotografo: Sconosciuto. 1880 ca.

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Arc. 2609: S.M. Margherita di Savoia – Genova Regina d’Italia. Fotografia formato gabinetto 10,7 x 16,4. Fotografo: Montabone – Roma. 1880 ca.

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Arc. 1766: S.M. Margherita di Savoia – Genova Regina d’Italia. Fotografia formato gabinetto 10,8 x 16,2. Fotografo: H. Le Lieure – Roma. 1880 ca.

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Arc. G3: S.M. Margherita di Savoia – Genova Regina d’Italia. Fotografia formato gabinetto 35 x 45. Fotografo: Montabone – Firenze. 1880 ca.

 

 

 

MARIA CLOTILDE DI SAVOIA

 

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Arc. 626:  S.A.R. Maria Clotilde di Savoia (Torino, 2 marzo 1843 – Moncalieri, 25 giugno 1911). Maria Clotilde di Savoia nacque nel palazzo reale di Torino il 2 marzo 1843, figlia primogenita di Vittorio Emanuele II (allora ancora principe) e Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena. La madre si prese direttamente cura della sua prima educazione, rinunciando a balie e nutrici, trascorrendo con la piccola lunghi periodi al castello di Moncalieri assieme alla suocera Maria Teresa, moglie di Carlo Alberto. Clotilde manifestò sin dai primi anni un carattere mansueto e deciso a un tempo: bambina, imparò le preghiere e sviluppò un’inclinazione per una vita improntata agli insegnamenti della morale cattolica. Chechina, come fu presto chiamata, seguì in seguito il percorso riservato alle sue coetanee aristocratiche. Le sue giornate erano rigidamente scandite: le lezioni delle varie materie scolastiche venivano impartite da precettori scelti tra professori di rango, e a questo si accompagnavano la formazione spirituale e anche attività di maggior svago quali l’equitazione, da lei particolarmente amata. Venne affiancata inoltre dalla governante Paolina di Priola, che avrebbe ricordato con affetto molti anni più tardi, incontrando una sua pronipote. Clotilde dovette presto sperimentare oltremisura le mortificazioni promesse nell’intimo dei suoi pensieri: alle rinunce quotidiane si affiancarono, nel 1855, quattro lutti. Il 12 gennaio morì la nonna Maria Teresa. La sera del 16, giorno dei funerali, la madre Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena fu costretta a letto da una gastroenterite che la portò rapidamente alla morte, avvenuta il 20, due giorni dopo che la figlia aveva avuto modo di salutarla per l’ultima volta. Il decesso dello zio Ferdinando, duca di Genova, l’11 febbraio, e la perdita in maggio del fratellino Vittorio Emanuele completarono il triste quadro. La principessa affrontò il dolore con le armi della fede, che andò fortificando, come si evince da quanto scrisse nel diario, nelle lettere del tempo e, molti anni più tardi, nelle sue memorie. Continuò quindi la propria formazione spirituale, accompagnata dal monsignore domenicano Giovanni Tommaso Ghilardi, vescovo di Mondovì, dal barnabita Cesare Lolli e dall’abate Stanislao Gazzelli. Al tempo stesso, si fece apprezzare a corte anche per le buone maniere. In quanto prima donna dei Savoia, fu chiamata a fare gli onori di casa quando la zarina madre, Aleksandra Fëdorovna, venne a Torino nel maggio 1856 per tentare di ammorbidire i rapporti tra i Savoia e la Russia, scontratisi nella guerra di Crimea. Dovette ricoprire lo stesso ruolo nel dicembre 1857, in occasione della visita del granduca Costantino, fratello dello zar Alessandro II. Nel 1858 Cavour gestiva abilmente le trame diplomatiche piemontesi. Siccome l’imperatore francese Napoleone III, che già aveva avuto un passato liberale, sembrava ben disposto verso la causa risorgimentale italiana, il conte impiegò i propri sforzi nel formare un’alleanza con la Francia. Così, in segreto, i due uomini si incontrarono il 21 luglio a Plombières per concludere i celebri accordi. L’imperatore chiedeva la cessione di Nizza e della Savoia in cambio del suo aiuto, prodromo della Seconda guerra d’indipendenza italiana. Inoltre prometteva di garantire la propria protezione su un regno dell’Italia centrale svincolato dal potere pontificio e guidato, nei suoi obiettivi, dal cugino Napoleone Giuseppe Carlo Paolo (detto Girolamo) Bonaparte, nipote del più celebre Napoleone. Perché ciò fosse possibile, e perché l’alleanza fosse più stabile, era necessario un matrimonio tra Girolamo e una principessa di casa Savoia. La scelta cadde così su Clotilde. L’imperatore non fece delle nozze una conditio sine qua non per il rispetto degli accordi, ma Cavour capì facilmente come un rifiuto avrebbe compromesso le speranze di ricevere dalla Francia il sostegno necessario. Girolamo non aveva solo vent’anni più della possibile sposa, ma anche e soprattutto una concezione diversa della vita. Anch’egli liberale sin dalla giovinezza, si era spesso imbarcato in relazioni amorose fugaci e conduceva una vita lontana dai precetti della Chiesa, verso i quali nutriva al contrario un notevole fastidio. Tornato in Italia, il primo ministro informò Vittorio Emanuele, delegandogli il compito di informare la figlia sull’unione prospettata a Plombières. Dal castello di Casotto sopra Garessio. Clotilde spedì una lettera a Cavour, manifestando con molta gentilezza la sua naturale opposizione al matrimonio proposto, assieme alla consapevolezza del suo significato politico e a un pieno abbandono nella fede in Cristo. La primogenita del re passò tutto il mese di agosto a Casotto, meditando sulla risposta, e a settembre tornò a Racconigi. Fu qui che prese una decisione definitiva, accettando le nozze. Per quanto la scelta fosse condizionata da ragioni politiche, derivò in buona parte anche dalla convinzione di realizzare, attraverso una consapevole e al tempo stesso sacrificante adesione ai desideri di Cavour e dell’imperatore francese e alle esigenze della patria, la volontà di Dio. Pose tuttavia un’unica condizione: vedere il fidanzato prima di andare all’altare. La visita di Gerolamo veniva procrastinata, sicché la principessa ebbe intanto modo di lasciare Racconigi per tornare in città. L’incontro tra i futuri coniugi avvenne a Torino il 16 gennaio 1859, e permise di sciogliere le ultime riserve di Clotilde, rendendo ufficiali le imminenti nozze. L’annuncio suscitò veementi proteste all’interno della corte torinese, indignata nel vedere come la vita di una quindicenne venisse sacrificata per soddisfare le trame politiche dei governanti. Una missiva coeva, indirizzata da Costanza d’Azeglio al figlio Emanuele, svela la « riprovazione » di « tutte le classi sociali »: « La nobiltà l’ha manifestata non andando affatto alla prima illuminazione del teatro e al ballo Cavour ». Dopo questa dimostrazione, però, si « è andati in folla a teatro e a Corte », per « non tenere il broncio al Re e ancor meno alla principessa, che è molto amata ». Il 23 gennaio il generale Niel formulò al padre della sposa la richiesta ufficiale, mentre il 28 furono verbalizzati gli accordi di Plombières in un incontro tra il re, Gerolamo e l’imperatore. Domenica 30 gennaio 1859, nella cappella reale della Sacra Sindone, il rito del matrimonio venne officiato dall’arcivescovo di Vercelli Alessandro d’Angennes, ma concelebrarono anche i presuli di Casale Monferrato, Savona, Pinerolo e Susa. Clotilde rinunciava formalmente alla corona, portando in dote 500.000 lire, cui vanno aggiunte 300.000 lire di gioielli e 100.000 di corredo. Napoleone III poté quindi anche accrescere il prestigio della sua famiglia, imparentandola con una delle più antiche dinastie europee. Come era d’uso in occasione delle nozze di Casa Savoia, una grande festa seguì il rito sacro: parate e spettacoli nelle strade torinesi si unirono al fastoso ricevimento allestito in municipio. Una discreta somma, inoltre, fu devoluta ai poveri, a Torino come in Francia. Il giorno stesso del matrimonio gli sposi lasciarono la città. Il re, Cavour e La Marmora li accompagnarono in treno sino a Genova, dove tutti insieme assistettero, la sera, ad una rappresentazione presso il teatro Carlo Felice, tra l’entusiasmo della folla. Dopo aver dormito due notti sotto la Lanterna, Clotilde salutò il padre e salpò in direzione di Marsiglia, per proseguire in seguito alla volta della capitale francese. Nel pomeriggio del 4 settembre la principessa lasciò la Provenza a bordo di un treno imperiale, giungendo la mattina seguente a Fontainebleau; qui fece la conoscenza del suocero Gerolamo e della cognata Matilde ed infine, la sera del medesimo giorno, arrivò a Parigi, accolta a corte dalla coppia imperiale. Clotilde visse nella grande città francese per molti anni, non compresa dal marito, senza curarsi granché degli splendori della corte imperiale, e tutta dedita alla beneficenza. Modesta, ma fiera: quando l’imperatrice Eugenia, che non proveniva da una famiglia reale, le propose di saltare « il solito ricevimento dei funzionari », perché, continuò, « forse sarebbe troppo faticoso per voi », rispose: « Voi dimenticate, Signora, che io sono nata a corte e che a certe funzioni mi hanno abituata sin dall’infanzia », accentuando nell’imperatrice spagnola l’istintiva antipatia nei confronti di Clotilde, destinata poi ad attenuarsi con il tempo. Sin dall’inizio il coniuge, grazie ai ricevimenti ufficiali o alle serate libere che poteva trascorrere nel proprio appartamento privato, approfittò delle occasioni mondane offerte in grande quantità dalla città, non esitando a tradire la moglie. Girolamo riprese subito « tutte le sue abitudini di maturo scapolo », nonostante i « rimbrotti del padre, che nutrì una vera predilezione per la giovane nuora », e della sorella Matilde, e nonostante si affrettasse a rassicurare il suocero Vittorio Emanuele e il conte di Cavour sull’affetto che circondava Clotilde e sul proprio desiderio di renderla felice. Tuttavia, la principessa scriveva il 26 marzo ad un’amica di stare « a maraviglia » e di « essere estremamente felice ». Facendo leva su una fede sempre più solida, riusciva a sopportare di essere solo una pedina nello scacchiere politico, nonché l’infedeltà del marito, ricorrendo alla Messa quotidiana nella sua cappella privata al Palais-Royal e alla regolare assistenza ai malati in ospedale. La vita parigina di Clotilde fu tutta improntata in senso cristiano. Dopo la Messa quotidiana si recava ad assistere gli ammalati, mentre in casa sopportò la distanza di vedute con il coniuge, il quale solo raramente rompeva la solitudine della giovane donna, preferendo rimanere nei propri appartamenti. Il 20 giugno 1859 Clotilde si consacrò figlia di Maria nel convento agostiniano « Des Oiseaux », che aveva preso a frequentare regolarmente, e tre giorni più tardi « entrò nella locale associazione del Sacro Cuore di Gesù », inaugurando una devozione cui rimarrà sempre legata. Nel giugno 1860 la già precaria salute del suocero di Clotilde, Gerolamo, con cui la nobildonna aveva instaurato sin dal principio un rapporto affettuoso, peggiorò. La coppia giunse al capezzale del morituro a Vilgénis, in Seine-et-Oise. Nei giorni che seguirono, la figlia di Vittorio Emanuele accudì il malato quotidianamente, desiderando che potesse ricevere l’estrema unzione prima del trapasso. Pur conoscendo la volontà contraria del marito, Clotilde scrisse agli imperatori chiedendo l’invio di un ecclesiastico: il 23 giugno arrivarono a Vilgénis il cappellano di corte e l’arcivescovo di Parigi. Gerolamo morì ricevendo l’estrema unzione. Furibondo, il consorte cacciò la principessa da Vilgénis e la allontanò dalla famiglia. Il 24 la donna tornò comunque a Vilgénis, dove assistette al trapasso del suocero, mentre questi, pare, « abbozzava un sorriso al crocifisso che la suora gli porgeva ». Gli eventi italiani andarono nel frattempo accelerando, e anche oltre oceano l’incipiente Guerra di secessione americana suscitava gli interessi della politica francese. Nella primavera del 1861 il marito di Clotilde si imbarcò alla volta del Nuovo Mondo, deciso ad ottenere vantaggi commerciali per il suo paese. Quando seppe che sullo yacht era salita anche la giovane principessa, Vittorio Emanuele si lasciò andare ad una certa perplessità, preoccupato per il lungo viaggio, che doveva comunque condurre la primogenita solo fino a Lisbona. Tuttavia Clotilde volle accompagnare Napoleone fino in America. Ottenuto il consenso del consorte, dopo oltre due mesi di navigazione sbarcò con lui a New York, dove fu lasciata qualche tempo da sola, mentre Plon Plon si dirigeva verso gli Stati del Nord e verso il Canada. Nella grande città la donna ricominciò a seguire regolarmente la Messa e riprese le pratiche di pietà, da cui durante la traversata si era astenuta per non irritare il marito. A New York frequentò anche con assiduità il convento del Sacro Cuore. Fu, il viaggio americano, uno dei rari momenti di intimità con il coniuge. Al ritorno in Francia Clotilde era incinta per la prima volta. Tuttavia, la distanza tra marito e moglie non tardò a manifestarsi nuovamente: Napoleone premeva affinché il potere temporale della Chiesa venisse ridimensionato, mentre la nobildonna, la cui mentalità non poteva accettare uno stato laico, si raccoglieva in preghiera, impetrando la conversione del consorte. Numerosi sono i destinatari della sua corrispondenza cui chiedeva di fare altrettanto, mostrandosi preoccupata per l’anima del Bonaparte. Il 18 luglio 1862 nacque il primogenito della coppia, Vittorio Napoleone, battezzato privatamente e senza cerimonia ufficiale. La madre volle occuparsi personalmente del bambino, che dovette abbandonare per un breve periodo nel mese di ottobre. Il matrimonio della sorella Maria Pia con il re portoghese Luigi la richiamò infatti a Torino, dove dai tempi delle nozze non era più tornata. Per la prima volta rivide così il padre, i fratelli e i luoghi dell’infanzia. Dopo la festa, Clotilde si imbarcò con il marito alla volta dell’Egitto, dove si concedette una breve crociera. La donna sperava che il viaggio la potesse portare in Terra Santa, ma il suo desiderio non si realizzò. Caduto il Secondo Impero, nel settembre del 1870, Clotilde decise di rimanere nella città in rivolta, malgrado le insistenze del padre perché rientrasse in patria. Fuggiti tutti i Bonaparte (l’imperatrice Eugenia lasciò la capitale travestita e fuggì in Inghilterra) e proclamata la repubblica, Clotilde di Savoia lasciò per ultima, sola, il 5 settembre in pieno giorno, Parigi, con la sua carrozza scoperta e le sue insegne. La guardia repubblicana le rese gli onori. Profondamente religiosa, subì i comportamenti libertini e la vita dissipata del marito, che in seguito l’abbandonò, lasciandola in ristrettezze economiche. Il 10 luglio 1942 ebbe inizio la sua causa di beatificazione. Fu detta “la santa di Moncalieri”, dal nome del castello dove s’era ritirata. Fu sepolta nella basilica di Superga, insieme agli altri prìncipi e duchi di Savoia. Nella chiesa di Santa Maria a Moncalieri le fu innalzato un monumento, opera di Pietro Canonica, che la rappresenta inginocchiata in estasi mistica. Il 10 luglio 1942 fu introdotta la causa di beatificazione di Maria Clotilde da parte di Papa Pio XII, il quale dichiarò la principessa Serva di Dio e la causa di beatificazione della principessa è ancora aperta. Fotografia CDV. Fotografo: Disdèri – Paris. 1860 ca.

Onorificenze

Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa
   
Dama dell'Ordine della Croce Stellata - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della Croce Stellata
   

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Arc. 972: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia Contessa di Moncalieri e il marito Principe Napoleone Giuseppe Girolamo Bonaparte. Fotografia CDV. Fotografo: Disdèri – Paris. 1860 ca.

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Arc. 1017: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia Contessa di Moncalieri. Fotografia CDV. Fotografo: Disdèri – Paris. 1862 ca.

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Arc. 1600: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia Contessa di Moncalieri. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1862 ca.

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Arc. 1807: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia Contessa di Moncalieri e il primogenito Vittorio nato nel 1862. Fotografia CDV. Fotografo: Disdèri – Paris. 1863 ca.

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Arc. 1501: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia Contessa di Moncalieri. Fotografia CDV. Fotografo: Disdèri – Paris. 1862 ca.

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Arc. 626: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: Disdèri – Paris. 1865 ca.

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Arc. 1682: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: C.D. Fredericks – New York. 1865 ca.

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Arc. 1017: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia Contessa di Moncalieri. Fotografia CDV. Fotografo: C. D. Fredericks – New York. 1865 ca.

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Arc. 1203: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: Disdèri – Paris. 1865 ca.

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Arc. 1682: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: Disdèri – Paris. 1865 ca.

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Arc. 2420: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1866 ca.

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Arc. 576: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia con i figli Luigi e Letizia. Fotografia CDV. Fotografo: Frank – Paris. 1866 ca.

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Arc. 1878: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia con i figli Vittorio, Luigi e Letizia. Fotografia CDV. Fotografo: Le Jeune – Paris. 1868 ca.

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Arc. 1215: S.A.R. Principessa Maria Clotilde di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: Frank – Paris. 1868 ca.

 

VITTORIO BONAPARTE

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Arc. 1321: Napoleone Vittorio Bonaparte, nome completo Napoleone Vittorio Gerolamo Federico Bonaparte (Parigi, 18 luglio 1862 – Bruxelles, 3 maggio 1926). Napoleone Vittorio divenne, alla morte del padre avvenuta nel 1891, capo del casato dei Bonaparte, nonostante il fatto che il fratello minore, il principe Luigi Napoleone (1864 – 1932), colonnello presso la Guardia imperiale russa, fosse preferito come Capo della Famiglia, da numerosi bonapartisti. Già Napoleone Eugenio Luigi, morto nel 1879, aveva nominato Vittorio suo successore escludendo il principe Giuseppe, padre di Vittorio e ovviamente precedente nella linea di successione. Per questo motivo Vittorio e il padre entrarono in lite, troncando ogni legame tra loro. Quando nel 1886 la Repubblica francese esiliò tutti i principi della dinastia Bonaparte, Vittorio lasciò la Francia e si stabilì in Belgio. La Francia si trovava, all’indomani della Guerra Franco-Prussiana conclusasi nel 1871, con una situazione interna molto instabile, a causa dei contrasti tra repubblicani e monarchici. La minaccia di un colpo di Stato era incombente. Quando morì improvvisamente il presidente della Repubblica francese Félix Faure, nel 1899, in concomitanza con il famoso Affare Dreyfus, si toccò l’apice dell’instabilità. In questo clima ci fu un buon numero di fazioni politiche che tentarono di avvantaggiarsi dei disordini e il principe Vittorio annunciò, a una delegazione inviatagli dagli Imperialisti, che avrebbe tentato, se il momento favorevole si fosse presentato, di ripristinare l’Impero. Avendo questo obiettivo dichiarò anche di volersi mettere a capo del movimento con il fratello minore, il principe Luigi, il quale avrebbe portato alle forze bonapartiste i suoi talenti militari conseguiti al servizio dell’Armata russa. Pure il duca di Orléans, Luigi Filippo Roberto d’Orléans, pretendente anch’egli al trono di Francia, disse di avere delle forze pronte ad attraversare il confine francese per unirsi a quelle bonapartiste. Ma alla fine il colpo di Stato non ebbe luogo e la Terza Repubblica sopravvisse a questa, che fu considerata la sua più grave crisi. Il 14 novembre del 1910 Vittorio sposò, in Italia, a Moncalieri la principessa Clementina del Belgio (1872 – 1955), figlia cadetta del re dei belgi Leopoldo II (1835 – 1909) e della regina Maria Enrichetta d’Asburgo-Lorena (1836 – 1902). Nonostante il fatto che Napoleone Vittorio e Clementina fossero molto innamorati, per potersi sposare dovettero attendere la morte del padre di lei. Il dispotico e intollerante Leopoldo II fu infatti molto contrariato dalle scelte matrimoniali delle figlie. Le due maggiori Luisa Maria e Stefania furono diseredate entrambe per avere fatto scelte a lui non gradite. Nel caso di Clementina invece l’opzione non venne approvata per non danneggiare i rapporti politici tra il Belgio e la Francia. Fotografia formato gabinetto 10,8 x 16,5. Fotografo: Montabone – Torino. 1877 ca.

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Arc. 1731: Principe Napoleone Vittorio Bonaparte. Fotografia CDV. Fotografo: E. Tourtin – Paris. 1882 ca.

 

NAPOLEONE LUIGI GIUSEPPE GIROLAMO BONAPARTE

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Arc. 3081: Principe Napoleone Luigi Giuseppe Girolamo Bonaparte (1864 – 1932). Secondo figlio del principe Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte, detto Gerolamo e della principessa Maria Clotilde di Savoia. Fu principe e generale russo. 

 

MARIA PIA DI SAVOIA

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Arc. 537: Principessa Maria Pia di Savoia (Torino, 16 ottobre 1847 – Stupinigi, 5 luglio 1911). Sposò a Lisbona il 6 ottobre 1862 Luigi del Portogallo, da cui ebbe due figli: Carlo e Alfonso Carlo. In occasione delle sue nozze, il padre Vittorio Emanuele II emanò un’amnistia che condonò la pena al generale Giuseppe Garibaldi, incarcerato nella fortezza di Varignano a seguito della giornata d’Aspromonte. Fu una donna dal carattere bizzarro, ma di grande coraggio: durante una passeggiata vide due ragazzini che stavano per affogare nel Tago; senza indugio si gettò in acqua e li trasse a riva. In occasione di un incendio nel teatro dell’opera di Oporto si gettò fra le fiamme, sfidando la morte per trarre in salvo delle persone. Poiché gli abitanti volevano che fosse insignita di un’onorificenza, rifiutò rispondendo che il suo gesto era stato il suo ringraziamento per l’ospitalità che la città di Oporto aveva offerto a suo nonno Carlo Alberto. Dopo l’assassinio del figlio e del nipote il 1º febbraio 1908, cominciò a dar segni di demenza, male che si aggravò dopo la proclamazione della Repubblica, il 5 ottobre 1910. Seguì il resto della famiglia in esilio, tornando nella sua terra natale, in Piemonte, dove morì l’anno seguente. Fu sepolta a Torino nel Pantheon reale dei Savoia nella basilica di Superga. È l’unica regina di Portogallo a non esser sepolta nel Pantheon reale dei Braganza. Da ultimo le autorità portoghesi ne hanno chiesto la traslazione in Portogallo. A Oporto le fu dedicato il Ponte Maria Pia. Ad Alghero nel 1934 fu inaugurata un’azienda agricola in suo onore; mantenendone il nome, Maria Pia, oggi vi sorge la principale zona sportiva della città sarda. A Taranto è stata eretto un istituto superiore in onore della principessa.  Attraversando il comune di Rocca Valleoscura, proveniente da Sulmona (dove soggiornò il 20 ottobre nella villa di don Raffaele Orsini presso l’abbadia dei Celestini) mentre si recava incontro a Garibaldi a Teano, il re Vittorio Emanuele II accolse la preghiera della municipalità e decise di chiamare il paese Rocca Pia, per l’affetto che nutriva per la sua amata figlia Maria Pia. La proposta fu portata in Consiglio Comunale (decurionato) solo il 4 giugno 1863 e autorizzata con Decreto Regio del 10 dicembre 1865. Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 1862 ca.

Onorificenze

Onorificenze sabaude

Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

Onorificenze portoghesi

Gran Maestro dell'Ordine di Santa Isabella - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine di Santa Isabella
   
Dama di Gran Croce dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila Viçosa
   

Onorificenze straniere

Dama dell'Ordine della Croce Stellata (Impero austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della Croce Stellata (Impero austriaco)
   
Dama dell'Ordine di Teresa di Baviera (Regno di Baviera) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di Teresa di Baviera (Regno di Baviera)
   
Dama di Gran Croce dell'Ordine Imperiale di San Carlo (Secondo Impero Messicano) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di San Carlo (Secondo Impero Messicano)
   
Dama d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta (SMOM) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta (SMOM)
   
Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa (Spagna)
   
Rosa d'oro (Santa Sede) - nastrino per uniforme ordinaria    Rosa d’oro (Santa Sede)
     «Nel giorno del suo battesimo dal padrino, papa Pio IX.»
   1849

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Arc. 990: Principessa Maria Pia di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 381: Principessa Maria Pia di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 

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Arc. 2420: Principessa Maria Pia di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz Torino. 1865 ca.

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Arc. 2302: Principessa Maria Pia di Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino. 1865 ca.

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Arc. 563: S.A.R. Maria Pia di Savoia Regina Consorte di Portogallo e Algarve. Fotografia CDV. Fotografo: Disdèri – Paris. 1875 ca.

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Arc. 2419: S.A.R. Maria pia di Savoia, il marito Re Luigi I del Portogallo, il figlio Carlo, la sorella Principessa Maria Clotilde con il figlio Vittorio. Fotografia CDV. Fotografo: C. Bernieri – Torino. 1867 ca.

Arc. 1157: Principessa Maria Pia di Savoia con i gentiluomini e le dame della sua casa. Seduta accanto a lei la marchesa Carolina Pes di Villamarina sua governante. Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino.

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Arc. 2419: Carlo di Braganza (Lisbona, 28 settembre 1863 – Lisbona, 1º febbraio 1908). Ebbe una solida educazione per essere preparato ad essere un giorno un ottimo monarca costituzionale. Viaggiò dal 1883 in Italia, Inghilterra, Francia e Germania, avendo così modo di incrementare le proprie conoscenze sulla civilizzazione del mondo del suo tempo. Nel 1883, 1886 e 1888 fu reggente per conto del padre che si trovava in viaggio all’estero. Carlo divenne re il 19 ottobre 1889 alla morte del padre. La sua incoronazione ebbe luogo il 28 dicembre 1889 con la partecipazione tra gli altri di Pietro II, deposto imperatore del Brasile, in esilio dal 6 di quello stesso mese. Carlo nella sua epoca era un uomo considerato intelligente, ma estremamente capriccioso e volubile e per questo il suo regno fu caratterizzato da crisi politiche costanti e conseguente insoddisfazione. Proprio all’inizio del suo governo il Regno Unito presentò al Portogallo l’ultimatum britannico del 1890 che intimidì la politica espansionistica coloniale del Portogallo, minacciando di dichiarare guerra tra i due stati se non fossero stati liberati i confini tra Angola e Mozambico in breve tempo. I suoi rapporti col Regno Unito migliorarono proprio con la sigla di quel trattato che definì i confini tra lo Zambesi e il Congo, stabilizzando così la situazione in Africa, sebbene questi contratti non fossero visti positivamente in Portogallo in quanto erano ritenuti svantaggiosi per il bene dello Stato. Come conseguenza già dal 1891 scoppiò una rivolta guidata dai repubblicani che però venne ben presto risolta.Nonostante la grave crisi che Carlo dovette affrontare all’inizio del suo regno con l’Inghilterra, il re seppe invertire la situazione e, grazie alle sue eccezionali doti diplomatiche, mise il Portogallo al centro della diplomazia europea del primo decennio del XX secolo, fatto al quale indubbiamente contribuirono le sue ramificate parentele. Più volte colse l’occasione per spostarsi all’estero, rappresentando personalmente il Portogallo al funerale della regina Vittoria nel 1901. Una prova del successo del suo lavoro fu indubbiamente la prima visita all’estero che compì il nuovo sovrano del regno unito, Edoardo VII, che fu proprio in Portogallo, dove fu ricevuto con tutta la pompa della circostanza nel 1903. Negli anni seguenti, Carlo ricevette a Lisbona le visite di Alfonso XIII, il giovane monarca spagnolo, della regina Alessandra (moglie di Edoardo VII), di Guglielmo II di Germania e, nel 1905, del presidente della Repubblica Francese, Émile Loubet. Tutte queste visite diedero un po’ di colore alla corte di Lisbona, ma la visita del presidente francese colse l’occasione per far manifestare ancora una volta i repubblicani locali. Carlo e Amelia contraccambiarono queste visite in Spagna, Francia ed Inghilterra, mentre gli fu impossibile raggiungere il Brasile nel 1908 come aveva programmato per celebrare il primo centenario dell’apertura dei porti brasiliani a causa della sua tragica morte. All’inizio del 1908 Carlo I si era recato come ogni anno al Palazzo di Vila Viçosa, una delle residenze più antiche della famiglia e la preferita di Carlo I. Qui Carlo I aveva riunito i suoi amici più cari e con loro era andato a caccia per tutto il periodo. Fu in questo periodo che si tenne il primo tentativo di attentato ai danni del re che portò all’arresto di António José de Almeida, di Luce Almeida, dei giornalisti João Chagas, Franco Borges, João Pinto dos Santos e Alvaro Poppe, del visconte di Ribeira Brava, del dottor Egas Moniz e di altri. Franco reagì con durezza a questo tentativo e preparò la deportazione nelle colonie o l’esilio all’estero per i congiurati. Il re ricevette la documentazione quando ancora era a Vila Viçosa e si dice che firmandola abbia detto “Sto firmando la mia condanna a morte, ma lo avete tanto desiderato…”. Il 1º febbraio 1908 la famiglia reale stava facendo ritorno dal palazzo di Vila Viçosa a Lisbona. Viaggiando in treno da Barreiro, essa dovette attraversare il Tago in barca e per farlo dovette scendere dal piazzale della stazione, salire in carrozza e recarsi al porto. Mentre stavano compiendo questo tragitto, due attivisti repubblicani, Alfredo Costa e Manuel Buiça, spararono alla famiglia reale, colpendo a morte Carlo I che rimase ucciso sul colpo e suo figlio, il principe ereditario Luigi Filippo, che morì poco dopo, oltre a ferire al braccio l’infante Manuel, mentre la regina rimase miracolosamente illesa. Gli assassini vennero uccisi sul posto dai membri della guardia reale e solo in seguito vennero riconosciuti come membri del movimento repubblicano. La morte del re Carlo I e del principe ereditario del Portogallo, provocarono l’indignazione di tutta l’Europa, soprattutto dell’Inghilterra dove il re Edoardo VII deplorò fortemente l’impunità dei responsabili dell’attentato. Questa impunità fu dovuta alla caduta di João Franco che venne accusato di non aver correttamente vigilato sul sovrano ma che in realtà aveva perso il proprio appoggio al governo: si era tornati a ciò che il defunto re aveva predetto nella sua lettera al principe di Monaco, ovvero ai partiti tradizionali. Il trono, sette giorni più tardi, fu affidato al figlio secondogenito della coppia, Emanuele (Manuel), che fu l’ultimo re del Portogallo prima della proclamazione della repubblica nel 1910. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1870 ca.

Onorificenze

Onorificenze portoghesi

Fascia dei tre ordini - nastrino per uniforme ordinaria    Fascia dei tre ordini
   
Gran Maestro dell'Ordine del Cristo - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine del Cristo
   
Gran Maestro dell'Ordine della Torre e della Spada - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine della Torre e della Spada
   
Gran Maestro dell'Ordine di San Giacomo della Spada - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine di San Giacomo della Spada
   
Gran Maestro dell'Ordine Militare di San Benedetto d'Avis - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine Militare di San Benedetto d’Avis
   
Gran Maestro dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila Viçosa
   

Onorificenze straniere

Gran Croce e Collare dell'Ordine di Carol I - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce e Collare dell’Ordine di Carol I
     1906
Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro
   
Cavaliere dell'Ordine della Giarrettiera - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera
   
Royal Victorian Chain - nastrino per uniforme ordinaria    Royal Victorian Chain
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale Vittoriano - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale Vittoriano
   
Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
     1873
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     1873
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
     1873
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme
   
Cavaliere dell'Ordine dei Serafini - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Serafini
     23 maggio 1873
Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante
     7 ottobre 1883

 

ODDONE DI SAVOIA

 

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Arc. 386: Oddone Eugenio Maria di Savoia duca di Monferrato (Racconigi, 11 luglio 1846 – Genova, 22 gennaio 1866). Figlio di Vittorio Emanuele II. Nato con una grave malattia genetica, dall’età di due anni ne mostrò i sintomi gravemente invalidanti (nanismo e deformità nello sviluppo); venne perciò posto ai margini dalla vita di corte di casa Savoia per le precarie condizioni di salute. Dotato di intelligenza non comune, intraprendenza e vivacità intellettuale, si dedicò quindi allo studio, interessandosi nella sua breve esistenza a varie materie, scientifiche e artistiche. Trascorse l’estate 1861 a Pegli (allora comune autonomo poco distante da Genova), dove elesse a sua dimora Villa Lomellini Rostan; oltre che per il clima mite, che giovava alle sue precarie condizioni fisiche, la scelta fu dettata dalla grande passione per il mare, nata in lui già negli anni della primissima infanzia, quando la famiglia reale trascorreva periodi di vacanza a Spezia. Breve fu il ritorno a corte nell’autunno, dato che ben presto, notato l’effetto positivo che il periodo trascorso in riviera aveva portato sia al fisico che allo spirito, gli fu accordato dal padre il permesso di trasferirsi definitivamente a Genova, prendendo dimora a Palazzo Reale. Il periodo genovese fu caratterizzato da un lieto e profondo studio delle discipline tecniche e artistiche: dalla geografia alla musica, dalle lingue alla nautica (per questo suo interesse fu aggregato per volere del padre alla Regia Marina e nominato capitano di vascello). Protettore e promotore delle arti e delle opere dell’intelletto, istituì quattro premi annuali per gli studenti dell’Accademia ligustica di belle arti, di cui fu acclamato presidente ad honorem, così come della Società Ligure di Storia Patria. La sua casa, ricca di una biblioteca di oltre mille volumi, divenne presto luogo di convegno e dibattito culturale per le più illustri personalità cittadine dell’arte e della scienza: autorità civili e militari, docenti universitari, accademici, artisti, fra cui lo scultore Santo Varni, che gli fu consigliere e amico, Tammar Luxoro e Domenico Pasquale Cambiaso. Il 5 giugno 1862 partì con i fratelli alla volta dell’Oriente per un viaggio d’istruzione a bordo della pirofregata Governolo: visitò Cagliari, Palermo, Catania, Messina, Napoli, Pompei, sino a giungere il 16 agosto a Costantinopoli, dove il viaggio si concluse. I reali viaggiatori fecero ritorno a Genova il 15 settembre. Il viaggio influenzò profondamente lo spirito del giovane Oddone, accendendone l’interesse per le antichità e l’arte classica e consentendogli di dare inizio a una ricca collezione di oggetti d’arte. Nell’estate 1863 poté compiere un nuovo viaggio in Sardegna e a Napoli, dove si interessò all’archeologia, finanziando scavi diretti dall’illustre archeologo Giuseppe Fiorelli. Tornato a Genova, si dedicò allo studio della storia naturale sotto la direzione di Michele Lessona, in particolare alla malacologia, mettendo insieme una ricca collezione di conchiglie, alghe e colibrì (collezione oggi esposta al Museo di storia naturale Giacomo Doria). Nell’estate 1864 i medici non gli consentirono di intraprendere un nuovo viaggio, ma consigliarono piuttosto i bagni di mare, per cui il giovane Oddone andò ospite del marchese Ala Ponzone nell’elegante Villa Durazzo Bombrini, nella cittadina rivierasca di Cornigliano (oggi quartiere della periferia occidentale di Genova). Ritornatovi l’anno successivo, Oddone concepì l’idea di eleggerla a propria dimora definitiva, centro delle sue collezioni e dei suoi studi, e grazie all’intercessione del padrino, il principe Eugenio di Carignano, Vittorio Emanuele acconsentì all’acquisto. Morì a neppure vent’anni al Palazzo Reale di Genova, nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 1866. Lasciò in testamento alla città un patrimonio rilevante di vasi greci, bronzi, ceramiche, vetri e gemme romane, oggi custodito al Museo di archeologia ligure. Altri pezzi sono custoditi alla Galleria d’Arte Moderna di Genova a lui intitolata. La città di Genova gli aveva intitolato un tratto dell’appena realizzata prestigiosa circonvallazione a mare (precisamente tra piazza Cavour e corso Aurelio Saffi). Nel 1944 il governo repubblichino fascista, deciso a punire i Savoia dopo l’8 settembre cancellando anche la toponomastica ad essi dedicata, cambiò il nome della strada, scegliendo al posto di Oddone il mazziniano Maurizio Quadrio; la nuova denominazione è rimasta immutata fino a oggi. La città di Torino gli ha intitolato un importante corso di collegamento tra piazza Statuto e piazza Baldissera, al confine del quartiere San Donato. Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino. 1865 ca.

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Arc. 1207:  S.A.R. Oddone Eugenio Maria di Savoia Duca del Monferrato. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1953: S.A.R. Oddone Eugenio Maria di Savoia Duca del Monferrato. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 2724: S.A.R. Oddone Eugenio Maria di Savoia Duca del Monferrato. Fotografia CDV. Fotografo: C. Molino – Genova. 1865 ca.

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Arc. 1040: S.A.R. Oddone Eugenio Maria di Savoia Duca del Monferrato e la sua casa militare. Fotografia CDV. Fotografo: C. Molino – Genova. 1865 ca. Da sinistra:

Di Negro Orazio in gran montura da Viceammiraglio (Genova, 10 febbraio 1809 – Genova, 2 novembre 1872). Iniziò a frequentare giovanissimo, nel 1820, la Scuola di Marina di Genova da cui uscì con il grado di guardiamarina di 2ª classe nel 1824. Nel 1825 partecipò alla spedizione contro Tripoli imbarcato sulla fregata a vela Commercio di Genova. Salì rapidamente di grado, Sottotenente di Vascello nel 1830, Luogotenente di Vascello di seconda classe nel 1835, di prima classe nel 1837, primo Luogotenente di Vascello nel 1839, e Capitano di Vascello di seconda nel 1842. Mentre si trovava imbarcato a bordo del brigantino Staffetta il 12 dicembre 1846 fu insignito della Medaglia d’Argento al Valor Militare per aver contribuito al salvataggio dell’equipaggio del un brigantino greco Alessandro naufragato a causa di un fortunale nel porto di Genova. Comandante della pirocorvetta Tripoli durante il corso della prima guerra d’indipendenza italiana si segnalò durante la spedizione della piccola squadra sarda nell’Adriatico (1848-49), in particolare nelle operazioni nel porto di Pirano, dove riuscì a liberare una imbarcazione veneta catturata dagli Austriaci sotto il fuoco delle batterie nemiche, e per la quale fu insignito della seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. Promosso capitano di fregata nel corso del 1848, divenne capitano di vascello di seconda classe l’anno successivo e di prima classe nel 1852, assumendo il comando della flotta sarda in navigazione nel Mediterraneo. Nel 1855-1856, con il grado di Capitano di Vascello ed ebbe il comando della flotta sarda, composta dalle fregate a elica Carlo Alberto e Euridice e dalla fregata a ruote Governolo (nave ammiraglia) che prese parte alla spedizione di Crimea. Con le sue navi trasportò il corpo di spedizione piemontese, al comando di Alessandro Ferrero della Marmora, che salpò da Genova il 28 aprile 1855 e giunse la rada di Balaklava il 28 maggio. Alzata la sua insegna sulla “Carlo Alberto”, ottenne di partecipare con le proprie navi, schierata con quelle alleate, che dovevano attaccare Sebastopoli dal mare, ma tale operazione non fu mai attuata. Nel corso di questa missione in Oriente conseguì la fama di ottimo manovratore, e al termine delle operazioni fu insignito della Croce di Commendatore dell’Ordine Militare di Savoia. Promosso Contrammiraglio nel 1859, entrò a far parte del Congresso permanente della marina militare, e poi divenne direttore dell’arsenale marittimo di Genova. Promosso viceammiraglio il 18 aprile 1860, nel giugno dello stesso anno il primo ministro Camillo Benso, conte di Cavour, per mezzo del Viceammiraglio Francesco Serra, gli ordinò di salpare con le sue navi e “dare armi ed attrezzi per aiutare in Sicilia”. Al termine della spedizione piemontese in Italia centrale, mentre ancora il comandante della flotta sarda Carlo Pellion di Persano si trovava impegnato nell’assedio di Gaeta, emerse il difficile problema della fusione tra la ex marina del Regno delle Due Sicilie e quella del Regno di Sardegna. Cavour decise di affidargli il comando del nuovo Dipartimento navale di Napoli affinché operasse con energia il riordinamento militare. Tale decisione trovò l’avversione di Persano, che diede un giudizio negativo sulla persona del Di Negro, e avverti Cavour che Giuseppe Garibaldi non sarebbe mai andato d’accordo con lui ma il Primo ministro restò della sua convinzione. Raggiunta Napoli nei primi giorni del mese di dicembre, iniziò subito a lavorare prendendo dure decisioni. I quadri degli ufficiali erano stati enormemente dilatati in seguito alle promozioni concesse da Garibaldi, di accordo con Persano, e andavano drasticamente ridimensionati, bisognava anche tagliare le spese dell’arsenale, dove i provvedimenti assunti a favore delle maestranze nel corso della dittatura garibaldina comportavano un onere fortissimo per lo Stato. Inoltre si doveva riorganizzare ed aumentare le forze navali tramite una leva di marinai, la messa in armamento di tutte le imbarcazioni disponibili, e l’avvio di nuove costruzioni navali. Nell’aprile 1861, stanco delle opposizioni che incontrava nello svolgimento dell’incarico, si dimise, e chiese ed ottenne il collocamento a riposo, ritirandosi a vita privata nella sua città natale. Il 20 novembre dello stesso anno ricevette la nomina a Senatore del Regno d’Italia e il rango di Viceammiraglio. Prestò giuramento il 3 dicembre, ma non fu mai molto presente in Senato a causa delle sue condizioni di salute. Nel 1863, tuttavia, fu chiamato a reggere il Ministero della Marina del Regno d’Italia durante i governi Farini e Minghetti I. A causa del peggioramento delle sue condizioni di salute si dimise dopo tre mesi. Si spense a Genova il 2 novembre 1872.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
     12 giugno 1856
Medaglia d'argento al valor militare (2 concessioni) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare 
   
Medaglia d'argento al valor militare (2 concessioni) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare 
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (1 barretta) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (1 barretta)
   
Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

Onorificenze straniere

Commendatore dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine della Legion d’onore (Francia)
   
Commendatore dell'Ordine di San Gregorio Magno (Stato Pontificio) - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno (Stato Pontificio)
   
Compagno dell'Ordine del Bagno (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria    Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
   
Medaglia britannica della Guerra di Crimea (Gran Bretagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia britannica della Guerra di Crimea (Gran Bretagna)
   
Cavaliere di IV classe dell'Ordine di Sant'Anna (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di IV classe dell’Ordine di Sant’Anna (Impero di Russia)
   
Cavaliere di V classe dell'Ordine di Medjidié (Impero Ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di V classe dell’Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)
   
Cavaliere di II classe dell'Ordine di Nichan Iftikar (Impero Ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di II classe dell’Ordine di Nichan Iftikar (Impero Ottomano)
   
Croce d'argento dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria    Croce d’argento dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
   

Alziary di Malaussena Gustavo in gran montura da Luogotenente di Vascello Ufficiale d’Ordinanza di S.A.R. Oddone di Savoia (Nizza, 1833 – al largo dell’Isola di Lissa, 20 luglio 1866). Figlio del conte Clemente Rossi Tonduti di Peglione, entrò giovanissimo nella Real Scuola di Marina in Genova e ne uscì Guardiamarina nel 1850. Tenente di Vascello nel 1859, partecipò alla campagna dei franco-sardi nell’Adriatico. Nel 1860 per il coraggio dimostrato al bombardamento della città di Ancona, si guadagnò la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Fu prescelto dal re Vittorio Emanuele II per la carica di Ufficiale di Ordinanza del giovane Oddone di Savoia. Allo scoppio della guerra del 1866, il Malaussena venne promosso Capitano di Fregata e nominato comandante in seconda della nave ammiraglia Re d’Italia. Nella tragica giornata di Lissa successe al comando al Faà di Bruno qualche istante prima che la nave affondasse, restando immobile sul ponte, morì vittima del dovere. A guerra finita gli fu concessa una seconda Medaglia d’Argento al Valore ed in suo onore venne imposto il nome di Malaussena a una piccola nave della Regia Marina.

Onorificenze

Medaglia d'argento al valor militare (2 concessioni) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare 
     Assedio di Ancona 1860
Medaglia d'argento al valor militare (2 concessioni) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare 
     Battaglia di Lissa 1866
Medaglia piemontese della Guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia piemontese della Guerra di Crimea
   
Cavaliere dell'Ordine della Legion d'onore - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Legion d’onore
      1859
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     

Monsignor Anzino Bartolomeo Giuseppe cappellano della Casa di S.A.R. Oddone di Savoia.

Sivori Alessandro in gran montura da Capitano di Fregata

Frigerio Gian Galeazzo in gran montura da Luogotenente di Vascello (Milano, 20 aprile 1841 – Roma, 7 aprile 1911). Ammesso alla Scuola di Marina di Genova nel 1853, fu nominato Guardiamarina nel 1856. Sottotenente di Vascello nel 1860, prese parte alla campagna del 1860 – 1861 imbarcato sulla pirofregata Carlo Alberto, meritando una prima Medaglia d’Argento per il comportamento tenuto nei fatti d’arme di Ancona e una seconda per essersi distinto nell’assedio di Gaeta. Partecipò alla campagna navale in Adriatico del 1866 contro l’Austria imbarcato sull’ariete torpediniere Affondatore; da Capitano  di Fregata ebbe il comando della pirofregata Maria Adelaide (1874 – 1876) e dell’avviso Staffetta (1877 – 1879), con il quale effettuò la campagna nell’America Meridionale. Nel 1880 in comando della corvetta a ruote Ettore Fieramosca fu inviato in Mar Rosso ad Assab, dove era in corso l’acquisizione della località; l’anno seguente assegnò alla spedizione geografica-diplomatica di Giuseppe Maria Giulietti diretta alla regione del Tigrè, una scorta di dieci marinai al comando del Sottotenente di Vascello Giuseppe Biglieri, che il 25 maggio 1881 fu trucidata a Beilul in un’imboscata tesa da armati del locale sultano. Da Capitano di Vascello comandò le corazzate Dandolo e Roma e prese parte alla campagna d’Africa del 1884-1885 in comando delle pirofregate Venezia e San Martino. Promosso Contrammiraglio nel 1889, fu Direttore generale del personale e del servizio militare. Viceammiraglio nel 1895, ebbe l’incarico di comandante in capo, in successione dei Dipartimenti militari marittimi di Taranto, di Venezia e di Spezia. Il 2 aprile 1900 fu nominato Capo di Stato Maggiore della Marina, carica che tenne fino al 30 giugno 1902, quando riassunse il comando del Dipartimento di Spezia e poi di quello di Venezia. Tra le sue cariche da ricordare quella di Ufficiale d’Ordinanza di S.A.R. Oddone di Savoia duca di Monferrato (1862 – 1866) e quella di Aiutante Generale del Re Umberto I (1892 – 1896). Nel 1904 fu nominato Senatore del regno e nel 1906 venne collocato nella Riserva navale.

Onorificenze

Italiane

Cavaliere dell'Ordine di San Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di San Maurizio e Lazzaro
   
Ufficiale dell'Ordine di San Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine di San Maurizio e Lazzaro
   
Commendatore dell'Ordine di San Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine di San Maurizio e Lazzaro
   
Grande Ufficiale dell'Ordine di San Maurizio e Lazzaro decorato di Gran Cordone - nastrino per uniforme ordinaria    Grande Ufficiale dell’Ordine di San Maurizio e Lazzaro decorato di Gran Cordone
   
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Grande Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia decorato di Gran Cordone - nastrino per uniforme ordinaria    Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia decorato di Gran Cordone
   

Straniere

Commendatore dell'Ordine reale di Alberto di Sassonia - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine reale di Alberto di Sassonia
   
Grande Ufficiale dell'Ordine al merito di San Michele (Baviera) - nastrino per uniforme ordinaria    Grande Ufficiale dell’Ordine al merito di San Michele (Baviera)
   

Militari

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare
   
Medaglia commemorativa delle campagne d'Africa - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne d’Africa
   
Croce d'oro per anzianità di servizio - nastrino per uniforme ordinaria    Croce d’oro per anzianità di servizio
   
Medaglia mauriziana al merito militare di dieci lustri - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia mauriziana al merito militare di dieci lustri
   
Médaille commémorative de la campagne d'Italie - nastrino per uniforme ordinaria    Médaille commémorative de la campagne d’Italie
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle guerre d'indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle guerre d’indipendenza
   
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
   

 

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Arc. 1041: S.A.R. Oddone Eugenio Maria di Savoia Duca del Monferrato e la sua casa militare. Fotografia CDV. Fotografo: C. Molino – Genova. 1865 ca.

 

PRINCIPE EUGENIO DI SAVOIA – CARIGNANO

 

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Arc. 385: Eugenio Emanuele Giuseppe Maria Paolo Francesco Antonio di Savoia-Villafranca-Soissons (Parigi, 14 aprile 1816 – Torino, 15 dicembre 1888). Figlio di Giuseppe Maria e di Pauline de Quelen de Vauguyon, era cugino di Carlo Alberto di Savoia, il quale a posteriori rese legittime le nozze morganatiche dei suoi genitori. Dopo essere stato allievo nella Regia Scuola Militare di Marina di Genova incominciò la proprio carriera nella neonata marina sabauda divenendo, dopo alcuni anni di crociere, nel luglio 1834 luogotenente di vascello, il 17 maggio 1834 passò nell’Esercito come capitano nel Reggimento «Novara Cavalleria». Con gli anni scalò i gradi di ambedue le armi: Colonnello nel 1836 a capo del Reggimento «Piemonte Reale Cavalleria», Capitano di vascello l’anno successivo, Maggiore Generale di cavalleria nel 1841 e Contrammiraglio nel 1842. Nel 1844 divenne luogotenente generale e comandante generale della Marina sarda, a capo della quale rimase fino al 1851, congedandosi con il grado onorario di Ammiraglio. Fu insignito del titolo di principe di Savoia-Carignano con decreto reale del 22 aprile 1834. Nel febbraio 1842 su mediazione dell’ambasciatore sardo a Vienna, Vittorio Balbo Bertone conte di Sambuy, per interessamento del principe di Metternich, il principe Eugenio, con l’assenso del re Carlo Alberto, tratta con emissari dell’Impero del Brasile, il matrimonio con la principessa ereditaria Gennara di Braganza; impossibilitati a trovare un accordo per divergenze su alcune clausole prematrimoniali il tentativo non va a buon fine. Il mancato matrimonio vedrà il forte disappunto del principe di Metternich, che temeva, da politico, che eventuali nozze della principessa con altri pretendenti potesse generare un’alleanza con qualche principe germanico o con qualche figlio dell’Infante Don Francisco da Paola di Spagna, a tutto discapito dell’Austria. Nel 1843 stringe un forte legame sentimentale con Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, sorella maggiore di Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena; nel settembre dello stesso anno re Carlo Alberto, approvando la scelta, chiede ufficialmente la mano della ragazza all’Imperatore d’Austria. Il principe Eugenio in vista delle nozze incomincia a predisporre le dimore, ottenendo in appannaggio Palazzo Carignano e la villa di campagna Vigna della Regina; su quest’ultima residenza, in pessime condizioni, che obbligherebbero a un dispendioso restauro, incomincia una trattativa con re Carlo Alberto, per avere in cambio la villa di Stupinigi. A inizio dicembre il conte di Sambuy consegna al principe Cancelliere d’Austria il progetto di contratto di matrimonio; le condizioni di salute della principessa Maria Carolina si fanno tuttavia sempre più serie e a gennaio del 1844 muore. La perdita della futura sposa getta nel più totale sconforto il principe Eugenio, che da allora non vorrà più unirsi con nessun’altra principessa, rifiutando ogni proposta che gli sarà fatta anche di fronte al giustificato motivo di risolvere un qualche problema politico. Per i suoi stretti legami con la Casa Reale fu il parente designato dai sovrani come Luogotenente Generale del Regno quando questi proclamarono la guerra e andarono al fronte: nel marzo 1848 alla proclamazione della prima guerra di indipendenza con Carlo Alberto, nel 1849, nel 1859 e nel 1866, con Vittorio Emanuele II di Savoia. Ebbe uguale compito nel 1860 e 1861 durante la transizione dell’ex Granducato di Toscana e del Regno delle Due Sicilie verso il neo-costituito Regno d’Italia. Prese parte all’assedio di Gaeta contro Francesco II delle Due Sicilie, dove si meritò la medaglia d’oro al valore militare con regio decreto 13 aprile 1861 “per essersi distinto quale luogotenente generale di S. M. il Re nelle province meridionali, Gaeta 1861.” Fu il primo presidente del Consorzio nazionale per l’ammortamento del debito pubblico, costituito nel 1866. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia
     26 ottobre 1871
Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Oro al Valor Militare
  «Per essersi distinto quale luogotenente generale di S.M. il Re nelle province meridionali, Gaeta 1861.»
13 aprile 1861
Medaglia mauriziana al merito militare di dieci lustri - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia mauriziana al merito militare di dieci lustri
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
   
Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (Spagna)
     «durante il breve regno spagnolo di Amedeo I, già Duca d’Aosta»

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Arc. 860: Principe Eugenio Emanuele di Savoia – Carignano Conte di Villafranca in gran montura da Ammiraglio. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 3435: Principe Eugenio Emanuele di Savoia – Carignano Conte di Villafranca in gran montura da Ammiraglio. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 2429: Principe Eugenio Emanuele di Savoia – Carignano Conte di Villafranca in uniforme da Generale Comandante della Guardia Nazionale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Milano. 1860 ca.

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Arc. 782: Principe Eugenio Emanuele di Savoia – Carignano Conte di Villafranca in gran montura da Ammiraglio. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Milano.

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Arc. 2205: Principe Eugenio Emanuele di Savoia – Carignano Conte di Villafranca in uniforme da Generale della Guardia Nazionale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Società fotografica Bolognese – Bologna. 1868 ca.

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Arc. 1040: Principe Eugenio Emanuele di Savoia – Carignano Conte di Villafranca. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1870 ca.

 

TOMMASO DI SAVOIA DUCA DI GENOVA

 

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Arc. 2428: Tommaso Alberto Vittorio di Savoia-Genova (Torino, 6 febbraio 1854 – Torino, 15 aprile 1931). Tommaso di Savoia-Genova nacque nel Palazzo Chiablese di Torino il 6 febbraio 1854, figlio di Ferdinando di Savoia-Genova e di Elisabetta di Sassonia. Era fratello minore di Margherita di Savoia, futura regina d’Italia. Orfano di padre a solo un anno e succedutogli nel titolo di duca di Genova, Tommaso venne posto sotto la tutela dello zio Vittorio Emanuele II, che ne seguì l’educazione mandandolo alla Harrow School di Londra. Dedito alla vita sportiva, dal 31 marzo 1879 al 20 settembre 1881, con il grado di capitano di fregata, poi promosso capitano di vascello durante la traversata, fece il giro del mondo al comando della corvetta Vettor Pisani, nave da guerra italiana alla sua terza campagna oceanica. Il 15 aprile 1883 sposò, presso il castello di Nymphenburg a Monaco di Baviera, Isabella di Baviera (1863-1924). Nel 1915, all’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, Vittorio Emanuele III decise si trasferirsi da Roma al fronte, affidando parte delle sue funzioni regali a Tommaso e nominandolo Luogotenente Generale del Regno. La carica, però, fu quasi esclusivamente onorifica e non comportò un effettivo esercizio del potere. Tuttavia, in quel periodo, i regi decreti furono chiamati decreti luogotenenziali e portavano, anziché la firma del re, quella del principe Tommaso. Il luogotenente fu anche chiamato ad affrontare direttamente l’emergenza causata nell’Italia centrale dal terremoto di Avezzano del 13 gennaio 1915. Tommaso morì a Torino nel 1931. Riposa nella cripta reale della basilica di Superga, sulle alture del capoluogo piemontese. Nel titolo ducale gli succedette il figlio primogenito Ferdinando. Fotografia CDV. Fotografo: E. Di  Chanaz – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
     1872
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     1872
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
     1872
Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (Regno di Spagna)
     1888
Cavaliere dell'Ordine di San'Uberto - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di San’Uberto
   
Cavaliere dell'Ordine della Corona Ferrea - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Corona Ferrea
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Nera - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Nera
   
Cavaliere dell'Ordine dei Serafini - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Serafini
   
Cavaliere dell'Ordine di Sant'Andrea - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea
   
Collare dell'Ordine di Carlo III - nastrino per uniforme ordinaria    Collare dell’Ordine di Carlo III
     1902
Balì di Gran Croce d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Balì di Gran Croce d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta
   
Balì di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria    Balì di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio

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Arc. 2149: S.A.R. Tomaso di Savoia – Genova Duca di Genova. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1864 ca.

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Arc. 947: S.A.R. Tomaso di Savoia – Genova Duca di Genova in uniforme da Allievo della scuola di Artiglieria in gran montura. Fotografia formato gabinetto 10,9 x 16,5. Fotografo: H. Le Lieure – Torino.

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Arc. 652: S.A.R. Tomaso di Savoia – Genova Duca di Genova in uniforme da Allievo della scuola di Artiglieria in gran montura. Fotografia formato gabinetto 10,9 x 16,5. Fotografo: H. Le Lieure – Torino. 1870 ca.

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Arc. 2885: S.A.R. Tomaso di Savoia – Genova Duca di Genova in uniforme da Allievo della scuola di Artiglieria in gran montura. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Le Lieure – Torino

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Arc. 387: S.A.R. Tomaso di Savoia – Genova Duca di Genova in uniforme da Allievo della scuola di Artiglieria in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Torino. 1870 ca.

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Arc. 1042: S.A.R. Tomaso di Savoia – Genova Duca di Genova in uniforme da Tenente di Vascello in gran montura. Fotografia formato gabinetto 9 x 14. Fotografo: Montabone – Torino. 1880 ca.

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Arc. 2424: S.A.R. Tomaso di Savoia – Genova Duca di Genova in uniforme da Capitano di Vascello in gran montura. Fotografia formato gabinetto 9,8 x 14. Fotografo: Sconosciuto. 1885 ca.

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Arc. 661: S.A.R. Tomaso di Savoia – Genova Duca di Genova in uniforme da Ammiraglio in gran montura Luogotenente Generale del Re. Fotografia cartolina. Fotografo: Sconosciuto. 1915 ca.

 

 

ISABELLA DI BAVIERA DUCHESSA DI GENOVA

 

 

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Arc. 748: Isabella di Baviera (Monaco di Baviera, 31 agosto 1863 – Roma, 26 febbraio 1924). Nata nel 1863 a Nymphenburg, Isabella di Baviera era figlia del principe di Baviera Adalberto e di Amalia Filippina di Borbone-Spagna. Il padre di Isabella, Adalberto, era il quarto figlio di Ludovico I di Baviera e di Teresa di Sassonia-Hildburghausen. Sua madre Amalia era figlia di Francesco di Paola, infante di Spagna e fratello minore di Ferdinando VII di Spagna, ed era sorella di Francesco, duca di Cadice e consorte della figlia di Ferdinando VII, Isabella II di Spagna. Sposò a Nymphenburg, il 14 aprile 1883, Tommaso di Savoia, secondo duca di Genova (1854-1931), figlio di Ferdinando di Savoia-Genova, e di Elisabetta di Sassonia. Nel 1905 Isabella e suo marito, così come altri membri della Casa Savoia, parteciparono a una cerimonia in occasione della beatificazione di un sacerdote francese. Vi partecipò anche papa Pio X, insieme con 1.000 pellegrini francesi e diverse migliaia di fedeli di altre nazionalità, oltre a 22 cardinali e alla corte papale. L’evento fu notevole, perché era la prima volta nella quale membri di Casa Savoia assistevano ad una funzione religiosa alla presenza del Papa. Come duca e duchessa di Genova, Isabella e suo marito assolsero spesso altre funzioni in qualità di rappresentanti di Casa Savoia. Per esempio, nel 1911 parteciparono alla inaugurazione di un grande monumento a Vittorio Emanuele II a Roma. L’evento richiamò quasi un milione di persone e vi parteciparono anche le regine vedove Maria Pia di Portogallo, Margherita d’Italia e il duca e la duchessa di Aosta. Isabella morì a Roma nel 1924. Per il suo funerale fu utilizzata per l’ultima volta la carrozza detta “l’Egiziana”, del 1819, di proprietà di Casa Savoia e ora conservata al museo delle carrozze del Quirinale a Roma. Suo marito morì sette anni dopo, nel 1931. Fotografia formato 14 x 9,1. Fotografo: Sconosciuto. 

Onorificenze

Onorificenze bavaresi

Dama dell'Ordine di Sant'Elisabetta - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di Sant’Elisabetta
   
Dama dell'Ordine di Teresa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di Teresa
   

Onorificenze straniere

Dama nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa (Regno di Spagna)
   
Dama di gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d’Italia)
   
Dama di gran croce d'onore e devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di gran croce d’onore e devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta

 

VITTORIO EMANUELE III RE D’ITALIA

 

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Arc. 3037: Vittorio Emanuele III principe di Napoli nella culla con la proprio nutrice. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1869. 

 

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Arc. 2725: Vittorio Emanuele III principe di Napoli (nato Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia); (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d’Egitto, 28 dicembre 1947). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 543: Vittorio Emanuele III principe di Napoli (nato Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia); (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d’Egitto, 28 dicembre 1947). Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Sconosciuto. 

 

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Arc. 3091: Vittorio Emanuele III principe di Napoli (nato Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia); (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d’Egitto, 28 dicembre 1947). Fotografia formato gabinetto. Fotografo: F.lli Lovazzano – Torino. 

 

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Arc. G2: Vittorio Emanuele III principe di Napoli (nato Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia) in grande uniforme da Allievo del Collegio Militare di Firenze; (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d’Egitto, 28 dicembre 1947). Fotografia formato 21,5 x 13,3. Fotografo: Montabone – Firenze. 

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Arc. 618: Vittorio Emanuele III principe di Napoli (nato Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia) in uniforme da Capitano di Fanteria; (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d’Egitto, 28 dicembre 1947). Fotografia formato gabinetto 11 x 16,5. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1043: Vittorio Emanuele III principe di Napoli in gran montura da Colonnello comandante il 1° Reggimento Fanteria (nato Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia); (Napoli, 11 novembre 1869 – Alessandria d’Egitto, 28 dicembre 1947). Fotografia formato gabinetto 11 x 16,2. Fotografo: Sconosciuto. 1890 ca.

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Arc. 1208: Vittorio Emanuele III principe di Napoli in grande uniforme  da Tenente Generale mod. 30/05/1877 – 14/02/1907. Fotografia formato cartolina. Fotografo: Sconosciuto. 1900 ca.

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Arc. 740: Vittorio Emanuele III principe di Napoli in grande uniforme  da Tenente Generale mod. 30/05/1877 – 14/02/1907 e Elena del Montenegro (Cettigne, 8 gennaio 1873 – Montpellier, 28 novembre 1952). Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 1751: Vittorio Emanuele III Re d’Italia in grande uniforme da Generale d’Esercito mod. 30/05/1877 – 14/02/1907. Fotografia formato Margherita 8 x 12,3. Fotografo: Sconosciuto. Al fondo dedica e firma autografa ” Agli Ufficiali dell’88° Reggimento Fanteria. Vittorio Emanuele – 1901″.

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Arc. 1753: Vittorio Emanuele III Re d’Italia in uniforme ordinaria da Generale d’Esercito mod. 25/12/1902. Fotografia formato cartolina 8,8 x 14. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2611: Vittorio Emanuele III Re d’Italia in uniforme ordinaria da Generale d’Esercito mod. 25/12/1902. Fotografia formato 9,2 x 14,8. Fotografo: Sconosciuto. Al retro ” Corriere della sera 1908″.

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Arc. 738: Vittorio Emanuele III Re d’Italia in grande uniforme da Generale d’Esercito mod. 14/02/1907. Fotografia formato cartolina 8,7 x 13,8. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1915.

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Arc. G: Vittorio Emanuele III Re d’Italia in uniforme ordinaria da Generale d’Armata mod. 4 novembre 1818 – 3 marzo 1923. Fotografia formato 23,8 x 17,3. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 1883: Vittorio Emanuele III Re d’Italia in alta uniforme da Generale d’Esercito mod. 19 settembre 1926 – 14 novembre 1933. Fotografia formato 13,.4 x 8,3. fotografo: Bettini – Roma. 

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Arc. 739: Vittorio Emanuele III Re d’Italia in uniforme ordinaria da Maresciallo dell’Impero. Fotografia formato 15 x 10,5. Fotografo: Buzzetti – Milano. 

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Arc. 2828: Vittorio Emanuele III Re d’Italia in uniforme da campagna da Generale d’Esercito e Benito Mussolini. Fotografia formato 18 x 13. Fotografo: Sconosciuto. 

 

 

ELENA DEL MONTENEGRO

 

 

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Arc. 2422: Elena del Montenegro, nata Jelena Petrović-Njegoš principessa del Montenegro (Cettigne, 8 gennaio 1873 – Montpellier, 28 novembre 1952). Nacque a Cettigne, all’epoca capitale del Principato del Montenegro. Figlia del futuro re del Montenegro Nicola I (Nikola Mirkov Petrović Njegoš), fu educata ai valori e all’unione della famiglia; la conversazione a tavola si svolgeva in francese e si discuteva con eguale disinvoltura di politica e di poesia; le abitudini e le relazioni nella famiglia Petrović-Njegoš erano accurate ma non soffocavano la spontaneità dei caratteri e delle personalità. Elena crebbe schiva e riservata ma anche piuttosto caparbia, molti ricordavano che era ben difficile farle cambiare idea. Molto attaccata alle tradizioni, di animo sensibile e una mente vivace e curiosa, era dotata di un forte amore per la natura: il suo fiore preferito era il ciclamino. Studiò nel collegio Smol’nyj di San Pietroburgo, frequentò la casa reale russa e collaborò con la rivista letteraria russa Nedelja pubblicando poesie. Era una donna dal fisico a dir poco imponente: era alta circa 190 cm, per un peso di 75 kg. Già in tenera età, era parecchio corpulenta rispetto ai coetanei, con un fisico longilineo ma allo stesso tempo massiccio. Per questo era soprannominata in Italia “la gigantessa slava”. In Italia, nel frattempo, la regina Margherita si preoccupava per le sorti dell’unico figlio, futuro re e, in accordo con Francesco Crispi, di origini albanesi e desideroso di una maggiore influenza dell’Italia nei Balcani, combinarono l’incontro tra i due giovani che avvenne al teatro La Fenice di Venezia in occasione dell’Esposizione Internazionale d’Arte. La scelta può essere vista come il tentativo di arginare gli effetti delle nozze fra consanguinei che affliggevano grande parte della nobiltà europea dell’epoca, favorendo il diffondersi di difetti genetici e di malattie come l’emofilia. Vittorio Emanuele III, figlio di cugini primi, non avrebbe potuto generare un erede sano con una sposa troppo vicina a lui per albero genealogico. Grazie al matrimonio con Elena, invece, ebbe come erede Umberto II, niente affatto simile al padre per quanto riguardava statura (il padre: 153 cm) e salute. Dopo un altro incontro in Russia, in occasione dell’incoronazione dello Zar Nicola II, Vittorio Emanuele formulò la richiesta ufficiale al padre di Elena, Nicola I. Il fidanzamento venne ufficializzato nel 1896. Essendo di religione ortodossa, Elena, per motivi di opportunità politica e per assecondare la regina Margherita madre di Vittorio Emanuele, lasciò il Montenegro ed il 21 ottobre 1896 con Vittorio Emanuele sbarcarono a Bari, dove nella basilica di S. Nicola, prima del matrimonio abiurò il credo ortodosso e si convertì alla fede cattolica, anche se il padre Nicola di Montenegro avrebbe preferito che la conversione fosse proclamata dopo il matrimonio. Il matrimonio fu celebrato il 24 ottobre 1896: la cerimonia civile si tenne al Quirinale, quella religiosa nella Basilica romana Santa Maria degli Angeli alla quale la madre di Elena non partecipò perché ortodossa osservante. Elena indossava in capo un velo intessuto di fili d’argento che disegnavano migliaia di margherite. Il corteo era composto da sei berline di gran gala, alcune tirate da sei cavalli bai, precedute da corazzieri. A seguito della sconfitta di Adua, non furono nozze sfarzose e non c’erano reali stranieri tra gli invitati. In viaggio di nozze gli sposi si recarono con il panfilo Jela (Elena in lingua montenegrina) sull’isola di Montecristo dove vissero il loro amore semplicemente, evitando gli appuntamenti mondani. Elena assecondò il marito in tutto. La sua presenza accanto al sovrano si mantenne sempre umile e discreta, non fu mai coinvolta in questioni strettamente politiche, ma dedita e attenta ai bisogni del suo popolo adottivo. Predisposta particolarmente per lo studio delle lingue straniere, fece da traduttrice al marito per il russo, il serbo e il greco moderno, tenendogli in ordine l’emeroteca dei giornali stranieri. Dal matrimonio con Vittorio Emanuele III ebbe quattro figlie, Iolanda (1901-1986), Mafalda (1902-1944), Giovanna (1907-2000) e Francesca (1914-2001), e un figlio, Umberto (1904-1983), che fu l’ultimo re d’Italia. Nel 1903 la sua passione per l’arte la portò a fare pressioni affinché fosse ideata una nuova serie di francobolli utilizzando come bozzettista il pittore Francesco Paolo Michetti a cui diede precise indicazioni grafiche. Dai bozzetti fu poi ricavato il francobollo noto come Michetti a destra in quanto illustrava l’effigie di Vittorio Emanuele III rivolta a destra. Il 28 dicembre 1908 Reggio Calabria e Messina furono colpite da un disastroso terremoto e maremoto. La regina Elena si dedicò subito ai soccorsi, come mostrano fotografie dell’epoca; ciò contribuì ad aumentare la sua popolarità. Studiò medicina e ne ebbe la laurea honoris causa; finanziò opere benefiche a favore degli encefalitici, per madri povere, per i tubercolotici, per gli ex combattenti ecc. Il 15 aprile 1937, papa Pio XI le conferì la Rosa d’oro della Cristianità, la più importante onorificenza possibile a quei tempi per una donna da parte della Chiesa cattolica; nel messaggio di condoglianze inviato al figlio Umberto II per la morte di Elena, Pio XII la definì “Signora della carità benefica”. L’impegno contro le malattie era un dovere che sentiva profondamente, promosse infatti negli anni iniziative per la formazione e l’aggiornamento professionale dei medici e degli operatori sanitari, per la ricerca contro la poliomielite, per la malattia di Parkinson e soprattutto contro il cancro. La regina Elena, nel corso del suo regno, visse entrambe le guerre mondiali: l’11 agosto 1900, infatti, in seguito all’assassinio del padre, Vittorio Emanuele dovette improvvisamente salire al trono. Elena assunse tutti i titoli del marito Vittorio Emanuele III: Regina d’Italia e, con l’avvento dell’Impero, Regina d’Albania e Imperatrice d’Etiopia. La coppia reale si trasferì a Roma, al Quirinale. Durante la prima guerra mondiale Elena fece l’infermiera a tempo pieno e, con l’aiuto della Regina Madre, trasformò in ospedali sia il Quirinale sia Villa Margherita; per reperire fondi lei stessa inventò la “fotografia autografata” che veniva venduta nei banchi di beneficenza, mentre alla fine del conflitto propose la vendita dei tesori della corona per estinguere i debiti di guerra. Nel 1939, tre mesi dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale Elena scrisse una lettera alle sei sovrane delle nazioni europee ancora neutrali (Danimarca, Paesi Bassi, Lussemburgo, Belgio, Bulgaria e Jugoslavia), al fine di evitare all’Europa e al mondo l’immane tragedia. Ciò nonostante, Elena era a fianco del marito quando questi dichiarò l’entrata in guerra dell’Italia il 10 giugno 1940. Nelle sue memorie, la Regina scrive di essere stata presente il 25 luglio a Villa Ada quando Vittorio Emanuele fece arrestare Mussolini: il fatto che l’arresto del Duce fosse avvenuto nella residenza reale provocò grande indignazione in lei, che rimproverò al marito di aver compiuto un atto indegno di un sovrano, affermando che suo padre Nicola non avrebbe mai approvato un atto simile: l’arresto di un ospite era inconcepibile secondo il culto dell’ospitalità tipico della tradizione montenegrina. Il 9 settembre del 1943 seguì il marito nella cosiddetta “fuga” a Brindisi, dove il re si rifugiò lasciando Roma subito dopo che fu reso noto al pubblico l’armistizio con gli Alleati che la Monarchia aveva segretamente firmato a Cassibile il 3 settembre per porre fine alla guerra. Il 23 settembre la figlia Mafalda venne arrestata dai nazisti e portata nel lager di Buchenwald, dove morì nel 1944. La coppia reale si ritirò a Villa Jela, ad Alessandria d’Egitto, ospite di re Farouk I d’Egitto, che ricambiò così l’ospitalità data a suo tempo dal regno italiano a suo nonno, Isma’il Pascià. Durante l’esilio i due coniugi festeggiarono il cinquantesimo anniversario di matrimonio. Elena rimase col marito in Egitto fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta il 28 dicembre 1947. Tre anni dopo si scoprì malata di cancro e si trasferì in Francia, a Montpellier, e nel novembre 1952 si sottopose a un difficile intervento chirurgico nella clinica di Saint Com, dove morì il 28 novembre. Fu sepolta, com’era suo desiderio, in una comune tomba del cimitero Saint-Lazare a Montpellier. L’intera città si fermò per assistere e partecipare al suo funerale. La municipalità di Montpellier ha intitolato il viale che porta al cimitero alla regina Elena e le ha innalzato un monumento. Sessantacinque anni dopo la sua morte, il 15 dicembre 2017, la salma della regina è stata rimpatriata da Montpellier e sepolta nel santuario di Vicoforte, nella cappella di San Bernardo (la stessa dov’è sepolto il duca Carlo Emanuele I), dove, due giorni dopo, sono stati tumulati anche i resti del consorte Vittorio Emanuele III, rimpatriati da Alessandria d’Egitto. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: G. Brogi – Firenze. Datata 1897.

Onorificenze

Onorificenze montenegrine

Dama di Gran Croce dell'Ordine del Principe Danilo I - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine del Principe Danilo I
   

Onorificenze italiane

Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

Onorificenze straniere

Decorazione di benessere sociale, classe speciale (Germania) - nastrino per uniforme ordinaria    Decorazione di benessere sociale, classe speciale (Germania)
   
Dama di Gran Croce di Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce di Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta
     10 luglio 1906
Dama dell'Ordine di Teresa di Baviera (Regno di Baviera) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di Teresa di Baviera (Regno di Baviera)
Rosa d'Oro (Santa Sede) - nastrino per uniforme ordinaria    Rosa d’Oro (Santa Sede)
     1930 e 1937
Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa (Regno di Spagna)
   

Accademiche

Laurea honoris causa in Medicina - nastrino per uniforme ordinaria    Laurea honoris causa in Medicina

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Arc. 742: Elena del Montenegro, nata Jelena Petrović-Njegoš principessa del Montenegro (Cettigne, 8 gennaio 1873 – Montpellier, 28 novembre 1952). Fotografia formato 12 x 9. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 741: Elena del Montenegro, nata Jelena Petrović-Njegoš principessa del Montenegro (Cettigne, 8 gennaio 1873 – Montpellier, 28 novembre 1952). Fotografia formato 20,7 x 13,4. Fotografo: G. Brogi – Firenze. 

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Arc. 866: Elena del Montenegro, nata Jelena Petrović-Njegoš principessa del Montenegro (Cettigne, 8 gennaio 1873 – Montpellier, 28 novembre 1952). Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Sconosciuto. 

 

UMBERTO II DI SAVOIA

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Arc. 2773: S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte in grande uniforme da Corazziere (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983). La sua formazione, rigorosa e severa, seguì la tradizione sabauda, con precettori privati coordinati dall’ammiraglio Attilio Bonaldi che aveva pieno controllo sulla vita del principe. Umberto imparò a essere formalmente inappuntabile, anche se interiormente inquieto. Con il re si sviluppò un rispettoso distacco che durò tutta la vita. Lo scoppio della prima guerra mondiale lo trascinò, ancora bambino, nella propaganda bellica: presenziò a parate e manifestazioni patriottiche, incontrò le truppe, frequentò l’ospedale organizzato dalla regina al Quirinale. Nel 1916 ebbe il permesso di raggiungere il re al fronte. Pur con ovvie cautele, condivise le ristrettezze della situazione, facendosi notare per il coraggio e la precisione con cui ottemperava ai propri compiti. Gli piaceva studiare, soprattutto materie umanistiche. Nel 1919 entrò nel Collegio militare di Roma, dove ottenne la maturità classica. Si iscrisse allora al corso per ufficiali di fanteria, assentandosi periodicamente dall’Italia per crociere ‘formative’ via mare. In quel periodo fu infatti il ‘biglietto da visita’ della dinastia, esibito agli italiani di ogni latitudine, ma senza alcun coinvolgimento politico diretto. Il motto per cui «I Savoia regnano uno alla volta» fu applicato alla lettera. Umberto si rivelò ufficiale rigoroso, ma gentile e premuroso, con la truppa e i colleghi, serio e raffinato. Moltiplicò le apparizioni in eventi pubblici mietendo diffusi consensi. Nel 1925 terminò con successo l’Accademia militare. Inviato a Torino, come tenente del 91° reggimento della brigata Basilicata, si stabilì in un’ala del Palazzo Reale che fece restaurare con gusto moderno. Si fece notare nella vita notturna torinese animando la cronaca rosa. Con la soubrette Carla Mignone (in arte Milly) ebbe una relazione probabilmente solo platonica, il che alimentò forse voci sulla sua presunta omosessualità. Benito Mussolini, nel suo contraddittorio rapporto con la monarchia, temeva la crescente popolarità del principe e lo fece spiare costantemente dall’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascista), la polizia segreta; avrebbe addirittura portato con sé il relativo dossier nel tentativo di fuga dell’aprile del 1945. Durante quegli anni di spensieratezza, tuttavia, Umberto sviluppò anche un diverso lato del carattere, mistico e religioso, similmente al suo avo Carlo Alberto. Nel 1928 fece un pellegrinaggio in Terrasanta. Salutò con sincero gaudio la firma dei Patti lateranensi. Il 24 ottobre 1929, a Bruxelles, scampò a un attentato, segno della rilevanza politica che stava acquisendo. Era tempo di lasciare la vita da scapolo, visto anche il montare delle trame antimonarchiche fasciste: serviva un erede. Le nozze con la principessa di Sassonia Coburgo Gotha Maria José del Belgio – combinate da tempo – furono fissate per l’8 gennaio 1930. Mussolini, in divisa e collare dell’Annunziata, funse da notaio della Corona. Gli sposi erano eleganti e bellissimi (Umberto stesso aveva disegnato l’abito della moglie). Furono anche ricevuti da Pio XI: un segnale del nuovo corso nei rapporti tra Chiesa e Stato. L’avvenenza della coppia erede al trono colpì l’immaginario popolare e il duce non poté esserne felice. Umberto si mantenne comunque su un antifascismo generico, manifestato in ambiti circoscritti o privati. La coppia reale si stabilì a Torino, ma presto si rivelò non troppo ben assortita: ci furono attriti che la promozione di Umberto a generale, con il suo trasferimento a Napoli, attenuò parzialmente. Nella stagione napoletana (1931-35) Maria José ebbe occasione di coltivare certe sue idee ‘liberali’, frequentando tra l’altro anche Benedetto Croce. Rimase incinta, ma ci furono voci e pettegolezzi – spesso di matrice fascista – circa l’effettiva paternità del nascituro. Maria Pia di Savoia nacque il 24 settembre 1934. Al battesimo fece scalpore l’assenza del duce: la nascita di un’erede non lo rasserenò certo mentre varava il suo progetto imperiale. Umberto fu tenuto lontano dal fronte e dai ‘riflettori’ della vittoria africana. Ma quando le sanzioni colpirono l’Italia e la regina Elena partecipò alla Giornata della fede, in cui gli italiani donarono gli anelli nuziali, il principe donò il proprio collare dell’Annunziata; fece poi seminare a grano sette ettari del parco di Racconigi. Umberto completò intanto la propria carriera militare (generale di corpo d’armata), proseguì in quella di rappresentanza (fece le veci del padre ai funerali di Giorgio V d’Inghilterra) ed ebbe un figlio maschio, Vittorio Emanuele, nato il 12 febbraio 1937. Fu questo un altro brutto colpo per il duce, che invidiava ad Adolf Hitler la libertà da ogni autorità superiore e che nel 1938 andò due volte in rotta di collisione con la Corona: con la creazione del primo maresciallato dell’Impero, che toccava le prerogative militari regie, e di fronte alla freddezza degli ambienti di corte verso la crescente intesa con la Germania (specialmente durante la visita di Hitler a Roma). Il re trasmise sentimenti antitedeschi al figlio, che era anche fortemente cattolico, quindi Umberto non poteva concepire positivamente un’alleanza con il Führer. La presenza della principessa belga, preoccupata per le future sorti del proprio Paese, non migliorò le cose. In ogni caso, visto il successo di Mussolini alla Conferenza di Monaco, Umberto badò a tenere una condotta ‘fascistissima’: a Milano presenziò al passaggio del duce rientrante da Monaco, partecipò alle nozze di Bruno Mussolini, si recò ‘in pellegrinaggio’ – come già i propri genitori – a Predappio. Mentre l’Italia espandeva la propria influenza sull’Albania e si prospettava un possibile impegno bellico, fu ancora tenuto lontano da incarichi di primo piano. Solo in casi estremi, il padre accettò che gli fosse assegnato un comando di rilievo. Umberto, come sempre, ubbidì. «Come militare io assolsi sempre il mio dovere: era questo l’esempio che dovevo dare. Quanto alle mie idee personali sul Fascismo […], rifuggii sempre da ogni atteggiamento politico specifico» (Bolla, 1949, p. 87). A guerra ormai imminente, il 24 febbraio 1940 nacque la terzogenita Maria Gabriella. Quando l’Italia entrò nel conflitto, Umberto ottenne il comando delle armate al confine francese: la Francia era però prossima al collasso e le operazioni furono molto limitate. Successivamente si ventilarono per lui diversi incarichi ma non se ne fece nulla. Il regime non desiderava dare a Umberto occasioni di visibilità, mentre il re non voleva fargli correre rischi né comprometterlo in caso di sconfitte; gli furono anche vietate visite d’ispezione fuori dal territorio nazionale. Dopo il febbraio del 1942 gli fu affidato il comando delle Armate Sud, che prevedeva un ‘innocuo’ stanziamento ad Anagni. Senza possibilità di recitare una parte attiva nel conflitto, Umberto si andò allineando alle posizioni della moglie, ispettrice nazionale della Croce rossa e sempre più avversa al regime. Insieme intrapresero una serie di azioni umanitarie in favore della popolazione italiana, guadagnandone in popolarità. Alla fine del 1942 – in coincidenza con il ventennale del fascismo – Umberto fu nominato maresciallo d’Italia. Poco dopo, il 2 febbraio 1943, nacque l’ultimogenita, Maria Beatrice. L’evento passò quasi inosservato, al confronto con il drammatico quadro bellico. Il risveglio delle opposizioni al regime passò anche attraverso la Corona, ma non attraverso Umberto: «Il figlio non farà nulla contro il padre, neppure un passo risoluto per piegarlo ai nostri piani. Il Principe ha idee chiare, peccato non abbia la ferma volontà di fare» (Bonomi, 1947, p. 108). Nelle vicende del 25 luglio 1943, Umberto e Maria José non ebbero ruolo attivo: «Teniamo da parte i giovani» avrebbe detto il ministro della Real Casa, Pietro d’Acquarone, a Pietro Badoglio. Maria José fu spedita con i figli a Sant’Anna di Valdieri e poi d’urgenza in Svizzera, per mettere il piccolo erede al riparo dai nazisti. Si ricongiunse con il marito solo alla fine della guerra. Umberto, che era stato trasferito lontano dalle zone calde, a Sessa Aurunca, fu convocato a Roma l’8 settembre: il re gli comunicò la firma dell’armistizio. Tra scarsa pianificazione e varie incertezze si compì un rocambolesco trasferimento verso Pescara e poi Brindisi. Umberto era critico sulle modalità di abbandono della capitale, poi più volte chiese di tornare. Il re risolse la questione presentando la decisione come un ordine. Dopo la liberazione di Roma, nel giugno del 1944, Vittorio Emanuele mantenne un impegno preso con gli anglo-americani e i Comitati di liberazione nazionale (CLN) defilandosi politicamente: nominò Umberto luogotenente del Regno (carica ideata ad hoc), ma rifiutò l’abdicazione e rimase re. Entro tali limiti Umberto adottò una linea di apertura e collaborazione sia con le forze antifasciste, sia con gli Alleati. Il 5 giugno accolse le dimissioni del governo Badoglio e l’8 incaricò Ivanoe Bonomi, espressione delle forze democratiche. Nominò un nuovo ministro della Real Casa: il marchese Falcone Lucifero, con un passato anche di socialista riformista, che avrebbe potuto costituire un utile canale di comunicazione con le nuove forze politiche. Il d.l.l. n. 151 del 25 giugno 1944 sancì che, al termine della guerra, sarebbe stata eletta a suffragio universale un’Assemblea costituente per scegliere la forma dello Stato e preparare una nuova costituzione: una prospettiva che metteva sotto scacco a un tempo la monarchia e lo Statuto albertino. Come in passato, Umberto fu piuttosto abile nelle attività di rappresentanza: aprì i palazzi sabaudi agli sfollati e ai feriti e s’impegnò in una fitta serie d’incontri sul territorio, con maggiore successo al Sud. Formalmente – in un’Italia che bramava normalità – Umberto cercò di tornare a prassi di tipo costituzionale: alla crisi del governo Bonomi avviò consultazioni tra i diversi esponenti politici. Il suo scopo si fece più chiaro: ‘rasserenare’ il Paese, cercando al tempo stesso di ‘ripulire’ l’immagine della dinastia. Per questo si pronunciò con «parole insolitamente dure» (Speroni, 1992, p. 269) contro i decreti governativi sull’epurazione, che pure firmò. Il 18 marzo 1946 siglò anche il decreto che modificava la situazione prevista dal d.l.l. n. 151 del 1944 indicendo per il 2 giugno le elezioni per l’Assemblea costituente assieme a un referendum per la scelta tra monarchia e repubblica. Il 9 maggio il re abdicò e partì in esilio. Il figlio salì al trono come Umberto II: aveva fin lì agito «come un perfetto Presidente della Repubblica» (Oliva, 2000, p. 202), ma certamente senza il piglio personalistico e carismatico di un sovrano in un contesto così delicato, né mostrava ora le caratteristiche adatte a una competizione elettorale tanto accesa. Il fronte monarchico appariva per di più poco compatto. Il referendum diede la vittoria alla repubblica. Il re rifiutò di lasciare Corona e Paese senza un verdetto confermativo della Cassazione. Ci furono, al Sud, agitazioni filomonarchiche. Il 12 giugno Alcide De Gasperi s’insediò come capo provvisorio dello Stato. Il giorno seguente Umberto lasciò il Quirinale: non abdicò, non trasmise i poteri e lanciò un duro proclama in cui definì «rivoluzionario» e «arbitrario» l’operato del governo e disse di aver dovuto agire nell’alternativa «di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza». Il 13 giugno, assieme ai collaboratori più stretti, partì alla volta del Portogallo dove ritrovò Maria José e i figli, ma nell’estate del 1947 la coppia si divise definitivamente. Gli anni dell’esilio portarono anche dissapori con la prole e specialmente con il figlio maschio. Con l’entrata in vigore della costituzione repubblicana, il 1° gennaio 1948, l’esilio volontario del re acquisì forza di legge. Umberto si dichiarò sorpreso perché intenzionato ad allontanarsi dall’Italia solo per «qualche tempo», contando di tornare per dare il proprio «apporto all’opera di pacificazione e ricostruzione» una volta placate «le passioni» (Speroni, 1992, p. 316). Coerentemente, non rinunciò mai a quelli che percepiva come propri doveri istituzionali, tenendosi aggiornato sulla politica italiana e inviando messaggi per celebrare ricorrenze e commentare avvenimenti. Dal 1964 cominciò una lunga lotta contro un tumore – con ripetuti interventi chirurgici, tenuti nascosti alla stampa –, che terminò il 18 marzo 1983, quando morì in una clinica di Ginevra. Poco meno di un anno prima aveva espresso a papa Giovanni Paolo II, in Portogallo, il proprio desiderio di morire in Italia. Anche per interessamento del pontefice, il governo italiano discusse l’abrogazione della norma costituzionale sull’esilio, ma inutilmente, perché Umberto morì prima della fine dell’iter abrogativo, che fu interrotto. Fotografia formato 18 x 12,7. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1908.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Gran maestro dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata
     9 maggio 1946
Gran maestro dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     9 maggio 1946
Gran maestro dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine militare di Savoia
     9 maggio 1946 (già Commendatore)
Gran maestro dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine della Corona d’Italia
     9 maggio 1946 (già Cavaliere di gran croce)
Gran maestro dell'Ordine civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine civile di Savoia
     9 maggio 1946
Gran maestro dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine coloniale della Stella d’Italia
     9 maggio 1946 (già Cavaliere di gran croce)
Gran maestro dell'Ordine al merito del Lavoro - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine al merito del Lavoro
     9 maggio 1946
Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Besa (Regno d'Albania) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine della Besa (Regno d’Albania)
     fino al 27 novembre 1943
Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Skanderbeg (Regno d'Albania) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine di Skanderbeg (Regno d’Albania)
     fino al 27 novembre 1943
Cavaliere di gran croce dell'Ordine civile e militare dell'Aquila romana - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine civile e militare dell’Aquila romana
     fino al 3 gennaio 1945

Onorificenze straniere

Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
   
Cavaliere dell'Ordine Supremo di Cristo (Santa Sede) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo di Cristo (Santa Sede)
     2 gennaio 1932
Balì Cavaliere di gran croce di Onore e Devozione con Croce di Professione ad honorem del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) - nastrino per uniforme ordinaria    Balì Cavaliere di gran croce di Onore e Devozione con Croce di Professione ad honorem del Sovrano       Militare Ordine di Malta (SMOM)
     17 novembre 1922
Collare pro merito melitensi (SMOM) - nastrino per uniforme ordinaria    Collare pro merito melitensi (SMOM)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Santa Sede) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Santa Sede)
   
Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Danimarca)
     31 agosto 1922
Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia)
     7 settembre 1922
Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro (Spagna)
     19 novembre 1923
Collare del Reale e Distinto Ordine spagnolo di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Collare del Reale e Distinto Ordine spagnolo di Carlo III (Spagna)
   
Ordine di Michele il Coraggioso di 1ª classe (Regno di Romania) - nastrino per uniforme ordinaria    Ordine di Michele il Coraggioso di 1ª classe (Regno di Romania)
     26 luglio 1943
Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Salvatore (Regno di Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine del Salvatore (Regno di Grecia)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine reale norvegese di Sant'Olav (Norvegia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine reale norvegese di Sant’Olav (Norvegia)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare del Cristo (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare del Cristo (Portogallo)
   
Cavaliere dell'Ordine supremo dell'Aquila nera (Regno di Prussia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine supremo dell’Aquila nera (Regno di Prussia)
   
Decorato di Royal Victorian Chain (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria    Decorato di Royal Victorian Chain (Regno Unito)
   
Balì Cavaliere di Gran Croce di giustizia decorato di Collare del Sacro militare Ordine costantiniano di San Giorgio (Real Casa di Borbone delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria    Balì Cavaliere di Gran Croce di giustizia decorato di Collare del Sacro militare Ordine costantiniano di     San Giorgio (Real Casa di Borbone delle Due Sicilie)
   
Gran collare dell'Ordine dell'Aquila di Georgia e della Tunica senza cuciture di Nostro Signore Gesù Cristo (Casa Bagration - Georgia) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran collare dell’Ordine dell’Aquila di Georgia e della Tunica senza cuciture di Nostro Signore Gesù         Cristo (Casa Bagration – Georgia)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine equestre per il merito civile e militare (Repubblica di San Marino) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine equestre per il merito civile e militare (Repubblica di San Marino)

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Arc. 992: S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte in uniforme da Cadetto della Scuola Militare Nunziatella (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983). Fotografia formato 14,3 x 9. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 744: S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte nelle vesti di S.A. il duca Emanuele Filiberto di Savoia al Carosello Storico del 1928 a Torino (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983). Fotografia formato 13,5 x 8,5. Fotografo: Gherlone – Torino.

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Arc. 1637: S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte in grande uniforme da Colonnello Comandante del 12° Reggimento Fanteria mod. 16 settembre 1926 – 14 novembre 1933 (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983). Fotografia formato 13,6 x 8,6. Fotografo: Fotocolore – Torino.

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Arc. 926 bis: S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte in grande uniforme da Colonnello Comandante del 12° Reggimento Fanteria mod. 16 settembre 1926 – 14 novembre 1933 e S.A.R. Maria José del Belgio (Ostenda, 4 agosto 1906 – Thônex, 27 gennaio 2001) principessa di Piemonte. Fotografia formato 23,7 x 17,1. Fotografo: L. Bogino – Torino. 

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Arc. 662: S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte in uniforme di gala da Colonnello Comandante del 12° Reggimento Fanteria mod. 16 settembre 1926 – 14 novembre 1933 (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983). Fotografia formato 13,7 x 8,7. Fotografo: G. Fagnano – Torino. 

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Arc. 1887: S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte in uniforme ordinaria con spencer da Generale di Brigata mod. 16 settembre 1926 – 14 novembre 1933 (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983). Fotografia formato 15 x 10,5. Fotografo: Ballerini & Fratini – Firenze. 

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Arc. G3: S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte in uniforme di gala da Generale di Brigata mod. 16 settembre 1926 – 14 novembre 1933 (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983). Fotografia formato 37,5 x 27,5. Fotografo: Vaghi – Parma. 

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Arc. 1363: S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte in uniforme ordinaria da Generale di Brigata mod. 1934 (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983). Fotografia formato 15 x 10,5. Fotografo: Ballerini & Fratini – Firenze. 

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Arc. 1749: Marie José Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo-Gotha, più nota come Maria José del Belgio (Ostenda, 4 agosto 1906 – Thônex, 27 gennaio 2001). Era figlia di Alberto I di Sassonia-Coburgo-Gotha, divenuto re dei belgi dal 1909, e di Elisabetta Gabriella, nata duchessa in Baviera. I suoi nonni paterni erano il conte Filippo di Fiandra e la principessa Maria di Hohenzollern-Sigmaringen; quelli materni il duca in Baviera Carlo Teodoro e la sua seconda moglie Maria José di Braganza, nata infanta di Portogallo. Crebbe con i due fratelli maggiori Leopoldo e Carlo Teodoro in un ambiente familiare aperto, intriso di cultura, dove, grazie ai vasti interessi dei genitori, sviluppò sia le sue doti artistiche studiando il pianoforte e il violino, sia le sue doti sportive e apprese, guidata dal padre, il quale era tra l’altro incline alle idee socialiste, sia la cultura classica sia quella contemporanea. Durante la sua infanzia dovette affrontare il tragico periodo della prima guerra mondiale, venendo mandata con i fratelli a vivere in Inghilterra, mentre il padre in patria comandava personalmente l’esercito belga, guadagnandosi il soprannome di “Re cavaliere“, e la madre svolgeva attività di assistenza presso i feriti. Venne educata per un matrimonio reale e destinata dai genitori, fin da piccola, a sposare Umberto di Savoia, erede al trono d’Italia, figlio di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro. Per questo motivo frequentò il collegio della Santissima Annunziata a Villa di Poggio Imperiale, dove apprese la lingua italiana. Il primo incontro dei due futuri sposi avvenne, nel 1916, al castello di Lispida a Monselice. Terminati gli studi in Italia nel 1919, venne iscritta al collegio delle suore del Sacro Cuore al castello di Linthout, presso Woluwe-Saint-Lambert, in Belgio; in precedenza, nel 1915 (mentre era rifugiata in Inghilterra), aveva studiato presso il convento delle Orsoline di Brentwood. Le nozze con il Principe di Piemonte furono celebrate a Roma l’8 gennaio del 1930 nella Cappella Paolina del palazzo del Quirinale. Dopo la funzione gli sposi furono ricevuti da Pio XI, il Papa che l’anno prima aveva stipulato i Patti Lateranensi, nel quadro di un chiaro disgelo fra Italia e Vaticano.La coppia trascorse i primi anni di matrimonio a Torino, dove Umberto comandava il 92º reggimento di fanteria con il grado di Colonnello. Maria José non ebbe mai buoni rapporti con i membri di Casa Savoia. La sua provenienza dal più aperto ambiente reale belga e l’educazione di stampo moderno che aveva ricevuto si scontravano con il rigore della monarchia italiana. La più classica educazione e istruzione dello stesso Umberto e, soprattutto, il ligio ossequio del principe all’etichetta, alle regole e all’autorità paterna, furono tutti fattori di ostacolo alla riuscita della sua unione, già non perfetta, con l’erede al trono. Negli anni torinesi la principessa preferì sottrarsi ai rapporti con gli esponenti della nobiltà e con la cerchia delle amicizie del marito, ritagliandosi spazi e frequentazioni personali. Anche a Roma, nell’appartamento privato del Quirinale, dotato di pianoforte a coda, ricevette filosofi, intellettuali e scrittori in modo del tutto indipendente da Umberto. Diverso e, sotto alcuni aspetti più felice, fu il periodo trascorso da Maria José e Umberto a Napoli, dove essi si trasferirono nel 1933; la principessa avrebbe conservato un ottimo ricordo dei napoletani. Di certo la vita di coppia venne allietata in questo periodo dalla nascita di tre dei loro quattro figli: Maria Pia il 24 settembre 1934; il futuro erede al trono Vittorio Emanuele il 12 febbraio 1937; Maria Gabriella il 24 febbraio 1940. La quartogenita, la principessa Maria Beatrice, nacque a Roma il 2 febbraio 1943. Maria José si occupò personalmente dei suoi figli, sia nei soggiorni autunnali al Castello Reale di Racconigi sia in quelli estivi a Villa Maria Pia a Posillipo. Sul piano educativo non ottenne però la possibilità di lasciare loro frequentare la scuola pubblica, ma dovette accontentarsi di un’istitutrice montessoriana, la signorina Paolini, che fu molto amata dai bambini e che li avrebbe seguiti fino alla caduta della monarchia e il conseguente esilio. Nei medesimi anni, tuttavia, gravi lutti familiari colpirono la principessa. Il 17 febbraio 1934, in un incidente di montagna, morì l’amato padre Alberto, proprio mentre Maria José era in attesa della prima figlia. La circostanza sconsigliò la sua stessa partecipazione al funerale. Appena un anno dopo, il 29 agosto 1935, un incidente automobilistico avrebbe ucciso la cognata Astrid di Svezia, moglie di Leopoldo III del Belgio, nei pressi di Küssnacht in Svizzera. La permanenza a Napoli si protrasse fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando la famiglia si trasferì al Quirinale. Ai luoghi maggiormente amati in Italia da Maria José, oltre al castello di Racconigi e a Napoli, devono aggiungersi Capri e Firenze. Il 1º settembre 1939 la Germania invase la Polonia, dando così inizio al secondo conflitto mondiale, che terminerà nel 1945. L’Italia entrò ufficialmente in guerra il 10 giugno 1940, dichiarando guerra alla Francia e alla Gran Bretagna. Una decisione avventata da parte di Mussolini, che conosceva bene l’impreparazione dell’esercito italiano e che valutò male i tempi della durata del conflitto. Nell’ottobre dello stesso anno l’Italia invase anche la Grecia, nonostante le risorse del Paese non fossero sufficienti a sostenere tale azione. La guerra di Grecia si rivelò infatti una disastrosa sconfitta e la posizione di Mussolini si indebolì progressivamente. Alla luce di questi fatti, Maria José, che aveva sempre sostenuto che l’Italia non avrebbe mai potuto vincere la guerra e che l’unico modo per risparmiare al popolo delle inutili sofferenze era quello di eliminare Mussolini e il fascismo, intraprese, a partire dal 1941 fino al colpo di Stato del 25 luglio 1943, un’azione segreta volta a collegare l’ambiente antifascista direttamente con i Savoia. Incurante dei rischi che correva, incontrò personaggi come Benedetto Croce, del quale aveva letto le opere prima di giungere in Italia, Umberto Zanotti Bianco, liberale fortemente contrario al regime, Ugo La Malfa, Carlo Antoni, Ferdinando Arena, che divenne anche suo medico personale, Ivanoe Bonomi, Elio Vittorini, Alcide de Gasperi, monsignor Montini allora sostituto segretario di Stato di papa Pio XII e moltissimi altri. Mussolini, nonostante fosse al corrente delle azioni della Principessa, non fece nulla per impedire il suo operato. Di ogni cosa che veniva a sapere, Maria Josè informava il suocero tramite il Ministro della Real Casa Pietro d’Acquarone. Nell’ambiente della monarchia ella venne definita da molti l’unico uomo di Casa Savoia. Dopo il bombardamento di Roma del 19 luglio 1943 il re venne convinto ad agire. Il 25 luglio Maria José seppe dell’esito della seduta del Gran Consiglio e dell’arresto di Mussolini due ore prima che la notizia fosse diffusa dalla radio. Pietro Badoglio annunciò di essere il nuovo capo del Governo dichiarando: “la guerra continua al fianco dell’alleato germanico”. Il 6 agosto Maria José venne convocata dal suocero, il quale non le parlava direttamente da più di due anni, e le venne espressamente ordinato di troncare immediatamente ogni rapporto con l’opposizione antifascista e ogni attività politica; inoltre la costrinse a ritirarsi con i quattro figli nella residenza estiva dei Savoia a Sant’Anna di Valdieri, sotto la sorveglianza della cognata Iolanda, e di rimanervi fino a che lui stesso non l’avesse espressamente richiamata a Roma. L’8 settembre la principessa si trovava a Sarre, dove si era trasferita da dieci giorni e, come il resto degli italiani, apprese la notizia dell’armistizio dalla radio. In questo momento di grave pericolo per i membri della famiglia reale e, in particolar modo, per il nipote maschio del re, Maria José e i suoi figli riuscirono comunque a rifugiarsi in Svizzera, a Montreux. Poi dovettero spostarsi a Glion, perché la polizia elvetica era venuta a conoscenza di un piano di Hitler per rapire il piccolo Vittorio Emanuele. Infine si stabilirono a Oberhofen, sul lago di Thun. Qui Maria José riprese i contatti con le persone con cui aveva collaborato precedentemente al colpo di Stato, in particolare con Luigi Einaudi, anch’egli riparato in Svizzera. Fu tentata a unirsi alla Resistenza, ma le autorità elvetiche la sorvegliavano strettamente. Riuscì comunque, in diverse occasioni, a trasportare armi per i partigiani. Solo nel febbraio del 1945, mentre la Germania stava cadendo, Maria José si decise a rientrare in Italia. Fu un percorso durissimo in pieno inverno e con gli sci ai piedi attraversò il confine sulle Alpi, scortata da due guide e dai pochi uomini che le erano rimasti vicino. Ad accoglierla in Italia c’erano i partigiani, che la scortarono fino a Racconigi. Qui attese fino al giugno seguente, quando fu mandato un aereo per portarla a Roma, dove ad aspettarla c’era Umberto. Non si vedevano da circa due anni. Ad agosto andarono a prendere i bambini e la famiglia fu di nuovo riunita. L’ultimo anno che trascorse in Italia fu in solitudine. Umberto era sempre lontano, impegnato nel suo nuovo ruolo di Luogotenente del regno, e comunque fra i due coniugi ormai vi era una frattura insanabile. Riprese a fare l’ispettrice nazionale del Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, visitando i posti più colpiti dalla guerra e fu proprio mentre tornava da Cassino, da una di queste visite, che venne informata di essere regina. Era il 9 maggio del 1946. Il re aveva abdicato in favore di Umberto. Fonti contemporanee riportano che non manifestò nessun entusiasmo, ma che era già rassegnata alla previsione che la monarchia avrebbe perso il referendum che si sarebbe tenuto di lì a poco, il 2 giugno. Il 5 giugno Umberto la informò che l’Italia era una repubblica e le comunicò che sarebbe partita la sera stessa per Napoli e, il giorno seguente, per il Portogallo. Pregò il marito di lasciarle un giorno in più per poter rivedere Napoli, ma Umberto non lo permise, in quanto così aveva promesso ad Alcide De Gasperi. Egli la raggiunse dopo una settimana a Cascais, ma si separarono quasi subito. Il matrimonio, già in crisi da lungo tempo, si incrinerà definitivamente. Con la scusa di dover subire un’operazione agli occhi, Maria José si trasferì in Svizzera a Merlinge con il piccolo Vittorio Emanuele. Le tre figlie rimasero in Portogallo con Umberto, e la raggiunsero solo diversi anni dopo. Una delle ultime occasioni in cui Umberto e Maria José furono visti insieme fu in occasione delle nozze di Juan Carlos I di Spagna con Sofia di Grecia avvenute ad Atene il 14 maggio del 1962. In questi anni viaggiò moltissimo, visitando la Cina, l’India, l’Unione Sovietica, la Polonia, Cuba e anche gli Stati Uniti d’America, prima con la madre Elisabetta, poi da sola. Si dedicò anche a studi storici su Casa Savoia, pubblicando vari volumi, e alla cultura musicale, istituendo un premio di composizione. Ricevette dalla Repubblica francese la Legion d’onore per i suoi scritti sui Savoia. Dopo la morte del marito a Ginevra nel 1983, ebbe il permesso di rientrare in Italia, nel 1987, in quanto vedova, ma lo fece solo il 1º marzo 1988 per assistere a un convegno storico nella città di Aosta. In quarantuno anni di esilio la regina visse in profonda solitudine: separata dal marito, che vedeva raramente, e in disaccordo con la maggior parte dei figli, che la accusavano di avere un carattere difficile e di essere autoritaria. In un’intervista, rilasciata in quegli anni, confidò alla giornalista: “Avrei dovuto fuggire la notte delle nozze”. Mentre in un’altra intervista, rilasciata alla figlia prediletta Maria Gabriella, dichiarò di aver votato scheda bianca al referendum Monarchia-Repubblica (perché non le sembrava “elegante” votare per il marito e se stessa) e per il socialista Giuseppe Saragat alla Costituente. Negli ultimi anni ci fu un avvicinamento con l’ultima figlia, Beatrice. Nel 1992 vendette la sua casa in Svizzera e si trasferì presso di lei a Cuernavaca, in Messico, fino al 1996, anno in cui fece ritorno presso l’altra figlia Maria Gabriella. Morì il 27 gennaio 2001 a Ginevra e per suo espresso volere venne sepolta nell’abbazia di Altacomba in Alta Savoia a fianco del marito. Ai funerali parteciparono re Juan Carlos I di Spagna, i reali di Belgio e Lussemburgo, Alberto II di Monaco, gli ex reali di Bulgaria, Costantino II di Grecia, Farah Dibah, Michele di Jugoslavia. Su sua disposizione, venne eseguito S’hymnu sardu nationale (l’Inno nazionale sardo), inno del Regno di Sardegna. Durante le solenni esequie, inoltre, furono eseguiti alcuni canti degli alpini da parte del Coro A.N.A. di Milano. Durante la cerimonia il nunzio apostolico in Svizzera ha letto un messaggio di papa Giovanni Paolo II indirizzato a “Sua altezza reale” Vittorio Emanuele, nel quale esprimeva condoglianze per il lutto.

Onorificenze

Onorificenze sabaude

Dama di Commenda dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Commenda dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

Onorificenze straniere

Dama dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della Legion d’onore (Francia)
   
Dama dell'Ordine della Croce Stellata (Austria) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della Croce Stellata (Austria)
   
Dama di Gran Croce dell'Ordine di Sant'Olga e Santa Sofia (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine di Sant’Olga e Santa Sofia (Grecia)
     13 maggio 1962
Dama di Gran Croce dell'Ordine costantiniano di San Giorgio (Napoli) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine costantiniano di San Giorgio (Napoli)
   
Dama di Gran Croce d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM)
   

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Arc. 863: La famiglia Reale: Umberto II, Maria Jose, Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella e Maria Beatrice. Fotografia formato 14,8 x 10,2. Fotografo: U.M.I. – Venezia.

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Arc. 865: Iolanda Margherita Milena Elisabetta Romana Maria di Savoia (Roma, 1º giugno 1901 – Roma, 16 ottobre 1986), Mafalda di Savoia (nata Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana; Roma, 19 novembre 1902 – campo di Buchenwald, 28 agosto 1944), S.A.R. Umberto di Savoia principe di Piemonte (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983).

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Arc 1757: Iolanda Margherita Milena Elisabetta Romana Maria di Savoia (Roma, 1º giugno 1901 – Roma, 16 ottobre 1986) e il marito Conte Giorgio Carlo Calvi di Bèrgolo (Atene, 15 marzo 1887 – Roma, 25 febbraio 1977). Fu la primogenita del re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia e della regina Elena del Montenegro, nata dopo cinque anni di matrimonio. La principessa respinse la pressione della nonna, la regina madre Margherita di Savoia che voleva spingerla verso un matrimonio ambizioso, possibilmente con il principe ereditario d’Inghilterra, futuro Edoardo VIII, al quale il re Vittorio Emanuele III d’Italia e la regina Elena del Montenegro avrebbero acconsentito “solo a condizione che Jolanda fosse d’accordo”. Sposò, invece, secondo i suoi desideri, il 9 aprile 1923, nella Cappella Paolina, il conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, ufficiale di cavalleria. Iolanda seguì i genitori con il marito ed i figli nell’esilio del 1946 ad Alessandria d’Egitto e vi rimase fino alla morte del padre Vittorio Emanuele III, poi con la sua famiglia si trasferì nuovamente a Roma in una villa edificata nella tenuta di Capocotta, a quel tempo ancora proprietà degli eredi Savoia e oggi parte della tenuta presidenziale di Castelporziano. Durante l’esilio ad Alessandria d’Egitto la principessa fu l’istitutrice di Bob Krieger, divenuto, in seguito, un apprezzato fotografo.  Ha pubblicato nel 1974 un libro di impressioni giovanili e ricordi: “Paesaggi scomparsi” per l’editore Giovanni Volpe di Roma. Morì in una clinica a Roma e fu sepolta nel Cimitero monumentale di Torino. Fotografia formato 14 x 9. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

Onorificenze straniere

Dama di Gran Croce d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta

Conte Giorgio Carlo Calvi di Bèrgolo (Atene, 15 marzo 1887 – Roma, 25 febbraio 1977). Partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale dei bombardieri guadagnandosi sul campo una medaglia d’argento, tre di bronzo e una croce al valor militare. Negli anni immediatamente successivi al conflitto insegnò equitazione nella Regia scuola. Nel 1923 sposò la principessa Iolanda Margherita di Savoia, primogenita del re Vittorio Emanuele III. Dal 1935 fu ispettore della cavalleria in Libia. Viene promosso Generale di brigata dal 1º ottobre 1940. Già capo di stato maggiore dell’ufficio di collegamento con l’Armata corazzata italo-tedesca in Nord Africa nel 1941. Dal 1º marzo 1942, sostituendo il generale Gavino Pizzolato, comanderà la divisione Centauro operante poi sul fronte tunisino. Nella prima metà del 1943, quando le forze dell’Asse si erano attestate in Tunisia, la divisione Centauro fu protagonista delle prime e uniche vittorie dell’esercito italiano su quello statunitense (Battaglia del passo di Kasserinee Battaglia di El Guettar). Dopo la caduta di Mussolini assunse il comando della 136ª Divisione Corazzata “Centauro II”, ex 1ª Divisione corazzata “M” della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale di stanza a Bagni di Tivoli. Convocato dal generale Giacomo Carboni il 2 settembre 1943 e interrogato riguardo all’affidabilità del proprio reparto nel caso di un cambio di fronte rispose che difficilmente sarebbe stato accettato. Deluso della risposta, Carboni decise di preparare la sostituzione di Calvi di Bergolo con il vice comandante generale di brigata Oscar Gritti. Il 7 settembre Carboni pose nuovamente la stessa domanda a Calvi di Bergolo il quale decise di chiedere direttamente ai propri ufficiali i quali confermarono che non avrebbero mai preso le armi contro i tedeschi. A quel punto Bergolo fu sostituito con Gritti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la fuga di Vittorio Emanuele III, Calvi di Bergolo prese contatti con il comandante tedesco Albert Kesselring, su incarico del maresciallo Enrico Caviglia, per la cessazione del fuoco sulla Capitale. Tali trattative si conclusero il 10 settembre 1943, alle ore 16:00, con la firma della resa e l’assunzione da parte di Calvi di Bergolo del comando della “città aperta” di Roma. Il 23 settembre successivo fu arrestato dagli stessi tedeschi e internato in un piccolo albergo a Hirschegg in Austria, insieme con alcuni membri della famiglia reale e a Francesco Saverio Nitti. Già alla fine del 1943 poté ricongiungersi alla sua famiglia in Svizzera. Dopo la seconda guerra mondiale fu collocato nella riserva. In seguito alla vittoria della repubblica nel referendum istituzionale del 1946 abbandonò, di sua spontanea volontà, l’Italia per tornarvi nel 1955; visse prima in un castello del Monferrato e poi in una villa marittima a Capocotta, dove condusse una vita ritirata. Morì nel 1977.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare
   
Medaglia di Bronzo al valor militare (3 volte) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia di Bronzo al valor militare (3 volte)
   
Croce di guerra al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Croce di guerra al valor militare
   
Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna)
   
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
   
Medaglia commemorativa italiana della vittoria - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa italiana della vittoria
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di II classe dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di II classe dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)

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Arc. 1048: Mafalda di Savoia (Roma, 19 novembre 1902 – campo di Buchenwald, 28 agosto 1944) e il marito Filippo d’Assia Kassel,  (Offenbach am Main, 6 novembre 1896 – Roma, 25 ottobre 1980).        Figlia secondogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro, Mafalda Maria Elisabetta Anna Romana, soprannominata Muti, era di indole docile e obbediente. Ereditò dalla madre Elena il senso della famiglia, i valori umani, la passione per la musica e per l’arte. Trascorse la sua infanzia nell’ambiente familiare accanto alla madre e alle sorelle Giovanna, Iolanda e Maria Francesca; le vacanze si svolgevano a Sant’Anna di Valdieri, a Racconigi e a San Rossore con la partecipazione di tutta la famiglia. Durante la prima guerra mondiale, con le sorelle seguì la madre nelle sue frequenti visite ai soldati e agli ospedali, venendo così coinvolta nelle attività materne di conforto e cura alle truppe. Dopo un’ostilità iniziale, dovuta anche alla diversità di religione (Mafalda era cattolica e il principe Filippo era luterano), il re Vittorio Emanuele diede il suo assenso alle nozze. Si sposò a Racconigi, il 23 settembre 1925, con il principe tedesco Filippo, langravio d’Assia-Kassel, figlio del langravio Federico Carlo d’Assia-Kassel, che fu per pochi mesi del 1918 re di Finlandia e Carelia. Filippo nel giugno 1933 su proposta di Hitler assunse l’incarico di governatore della provincia d’Assia-Nassau. Come dono di nozze ebbero una pianta carnivora e un casale, situato tra i Parioli e la villa Savoia, a cui gli sposi dettero il nome di Villa Polissena, in memoria della principessa Polissena Cristina d’Assia-Rotenburg, seconda moglie di Carlo Emanuele III di Savoia. Fu il periodo dell’ascesa in Italia del fascismo, visto da Mafalda con simpatia. Per la nascita dei suoi figli, Hitler le conferì la croce al merito (come a tutte le mamme di numerosa prole). Pur non riconoscendo alcun titolo nobiliare, il partito nazista assegnò a suo marito Filippo un grado nelle SS e vari incarichi. Nel settembre del 1943, alla firma dell’armistizio con gli alleati, i tedeschi organizzarono il disarmo delle truppe italiane. Badoglio e il re trasferirono la capitale al Sud, ma Mafalda, partita per Sofia per assistere la sorella Giovanna, il cui marito Boris III era in fin di vita, non fu messa al corrente dei pericoli, forse per paura che informasse il langravio suo marito, che era agli ordini del Führer. Seppe quindi dell’armistizio mentre era in Romania. Ne venne informata nel suo viaggio di ritorno, alla stazione ferroviaria di Sinaia, in piena notte, dalla regina Elena di Romania, che aveva fatto fermare appositamente il treno e aveva tentato di farla desistere dal rientro in Italia, consiglio che Mafalda decise di non seguire. Dopo i funerali del cognato Boris III, la principessa Mafalda decise di rientrare a Roma per congiungersi con i figli e la famiglia, incurante dei rischi; benché fosse figlia del re d’Italia e legatissima alla sua famiglia di origine, era anche e soprattutto cittadina tedesca, principessa tedesca, moglie di un ufficiale tedesco, quindi sicura che i tedeschi l’avrebbero rispettata. Dopo Sinaia, la prima tappa fu l’ambasciata italiana di Budapest. L’11 settembre, lasciato il treno, la principessa prese un aereo procurato dai diplomatici italiani con destinazione Bari, ma l’aereo si fermò a Pescara. Per otto giorni la principessa alloggiò a Chieti, in un palazzo vicino alla prefettura. Con mezzi di fortuna, il 22 settembre 1943 riuscì a raggiungere Roma e fece appena in tempo a rivedere i figli, custoditi in Vaticano da monsignor Montini (il futuro papa Paolo VI), escluso il maggiore, Maurizio, che era già in Germania, come il padre. Il 23 mattina, all’improvviso, venne chiamata al comando tedesco con tutta calma, per l’arrivo di una telefonata del marito da Kassel in Germania. Si trattò invece di un tranello: in realtà il marito era già nel campo di concentramento di Flossenbürg. Mafalda venne subito arrestata e imbarcata su un aereo con destinazione Monaco di Baviera, fu trasferita poi a Berlino e infine deportata nel lager di Buchenwald, dove venne rinchiusa nella baracca n. 15 sotto il falso nome di von Weber. Le venne fatto divieto di rivelare la propria identità segreta. Per scherno, i nazisti la chiamavano Frau Abeba. Nel campo di concentramento le venne riconosciuto un particolare riguardo: occupava una baracca ai margini del campo insieme ad un ex ministro socialdemocratico e sua moglie; aveva lo stesso vitto degli ufficiali delle SS, molto più abbondante e di migliore qualità rispetto agli altri internati. Le venne assegnata come compagna di camera Maria Ruhnan, testimone di Geova, deportata per motivi religiosi; questa fu una figura molto importante per la principessa, la quale in punto di morte chiese che il suo orologio le fosse regalato come segno di riconoscenza. “Mettendola accanto a Mafalda, le SS erano sicure che, interrogandola, avrebbe riferito tutto quanto la principessa le avesse confidato”. Il regime, pur privilegiato rispetto a quello di altri prigionieri, fu comunque duro: la vita del campo e il freddo invernale intenso la provarono molto. Malgrado il tentativo di segretezza attuato dai nazisti, la notizia che la figlia del re d’Italia si trovava a Buchenwald si diffuse. Dalle testimonianze si apprende che i prigionieri italiani avevano sentito dire di una principessa italiana reclusa e che un medico italiano lì rinchiuso le aveva prestato soccorso. Si sa anche che mangiava pochissimo e che quando poteva faceva in modo che quel poco che le arrivava in più fosse distribuito a chi aveva più bisogno di lei. Nell’agosto del 1944 le truppe alleate bombardarono il lager; la baracca in cui era prigioniera la principessa fu distrutta ed ella riportò gravi ustioni e contusioni varie su tutto il corpo. Recuperata dai deportati Bruno Praticello e Giovanni Marcato, fu ricoverata nell’infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del lager, ma senza cure le sue condizioni peggiorarono. Dopo quattro giorni di tormenti, a causa delle piaghe insorse la gangrena e le fu amputato un braccio. L’operazione ebbe una lunghissima, sconcertante durata. Ancora addormentata, Mafalda venne abbandonata in una stanza del postribolo, privata di ulteriori cure e lasciata a se stessa. Morì dissanguata, senza aver ripreso conoscenza, nella notte del 28 agosto 1944.  L’opinione del dottor Fausto Pecorari, radiologo internato a Buchenwald, è che Mafalda sia stata intenzionalmente operata in ritardo, seppur con procedura in sé impeccabile, per provocarne la morte. Il metodo delle operazioni esageratamente lunghe o ritardate era già stato applicato a Buchenwald ed eseguito sempre dalle SS su alte personalità di cui si desiderava sbarazzarsi. Grazie all’intervento del prete boemo del campo, padre Joseph Tyll, il corpo della principessa non venne cremato, ma messo in una bara di legno e seppellito in una fossa comune. Trascorsi alcuni mesi, sette italiani, Corrado Magnani, Antonio Mitrano, Erasmo Pasciuto, Antonio Ruggiero, Apostolo Fusco e Giosuè Avallone, già appartenenti alla regia marina Giovanni Colaruotolo e tutti originari di Gaeta catturati al deposito militare di Pola, dopo l’8 settembre 1943 furono deportati a Weimar, dove rimasero fino al luglio 1945, quando furono liberati dagli americani. Nelle vicinanze del loro campo c’era il lager di Buchenwald, dove, avevano saputo, era prigioniera la principessa Mafalda di Savoia, insieme a ebrei e politici. Dopo la liberazione, i marinai di Gaeta decisero di recarsi al campo di concentramento di Buchenwald per mettersi alla ricerca della principessa e rinchiusi come lei nei campi di concentramento nazisti, non appena liberi, seppero trovare fra tante la sua tomba anonima e si tassarono per apporvi una lapide identificativa. Il dottor Fausto Pecorari, subito dopo essere rientrato a Trieste, si recò personalmente a Roma dal regio luogotenente principe Umberto per comunicargli la triste notizia del decesso per assassinio della principessa Mafalda. La principessa Mafalda riposa oggi nel piccolo cimitero degli Assia, nel castello di Kronberg im Taunus, vicino a Francoforte sul Meno. Fotografia formato 14 x 9. Fotografo: Sconosciuto.

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Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

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Dama dell'Ordine della Croce Stellata (Impero austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della Croce Stellata (Impero austriaco)
   
Dama di Gran Croce d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta

Filippo d’Assia (Offenbach am Main, 6 novembre 1896 – Roma, 25 ottobre 1980). Discendente diretto da Guglielmo IV d’Assia-Kassel, fondatore del casato, Filippo era il terzogenito del langravio Federico Carlo d’Assia-Kassel e della principessa Margherita di Prussia. Suo nonno era l’imperatore Federico III di Germania. Nella prima guerra mondiale fu tenente nel reggimento Dragoni d’Assia, combattendo in Belgio e in Ucraina. In quegli anni di guerra i suoi due fratelli maggiori morirono e lui divenne l’erede del casato. Il padre nell’ottobre 1918 fu eletto Re di Finlandia, ma lo restò poche settimane e poi, finita la guerra, fu costretto ad abdicare. Filippo nel 1919 si arruolò nei Freikorps. Lasciati gli studi in architettura nel 1923 si trasferì a Roma, come interior designer, frequentando l’aristocrazia romana. Il 23 settembre 1925 sposò a Racconigi, nel castello reale, Mafalda di Savoia, figlia di re Vittorio Emanuele III e della regina d’Italia Elena del Montenegro. Aderì nel 1930 al Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Dopo la nomina di Adolf Hitler come cancelliere tedesco il 30 gennaio 1933, in giugno Filippo fu nominato governatore della provincia d’Assia-Nassau. Con il successo elettorale del partito di Hitler, divenne anche un membro del Reichstag. Durante il suo soggiorno in Italia, fu un agente tedesco presso la corte dei Savoia, agendo come intermediario dei rapporti tra Mussolini e Hitler. Con Hitler condivideva interessi comuni per l’arte e l’architettura. Organizzò l’acquisto di numerose opere d’arte importanti per il grande museo che Hitler stava progettando a Linz. A questo scopo, la Cancelleria del Reich creò per lui un conto speciale presso l’Ambasciata tedesca a Roma, di cui il Principe Philipp poteva disporre liberamente. Nel 1940/41, gli acquisti di opere d’arte tedesche in Italia aumentarono a tal punto che il governo fascista vietò la vendita di opere d’arte agli stranieri nel settembre 1941. Ufficiale delle SS durante la seconda guerra mondiale, nell’aprile 1943 fu trasferito al quartier generale di Hitler, che emanò un mese dopo un atto che vietava ai nobili tedeschi cariche nel partito. L’arresto di Mussolini il 25 luglio da parte di re Vittorio Emanuele III rese la sua posizione ancora più difficile. Arrestato dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, in quanto ritenuto da Hitler colpevole di aver preso parte, insieme al suocero Vittorio Emanuele III, alla congiura che aveva portato alla destituzione di Mussolini, fu internato nel campo di Flossenbürg. La principessa Mafalda fu invece deportata il 23 settembre e morì nel campo di concentramento di Buchenwald il 28 agosto 1944. Mentre gli alleati avanzavano in Germania nell’aprile 1945, Filippo fu portato al campo di concentramento di Dachau. Dopo soli dieci giorni, però, fu trasferito, insieme a circa 140 altri detenuti di spicco a Villabassa in Val Pusteria (Alto Adige), dove venne liberato dalle truppe alleate il 4 maggio 1945, presso il lago di Braies (Bolzano). A causa del suo precedente incarico di governatore d’Assia-Nassau, fu internato in un centro di detenzione degli alleati sull’isola di Capri, ma fu successivamente rilasciato. Il 28 maggio 1940, alla morte del padre, Federico Carlo, gli successe come capo della Casa elettorale d’Assia-Kassel, e successivamente, il 30 maggio 1968, alla scomparsa del lontano cugino, Luigi d’Assia-Darmstadt, granduca titolare d’Assia e del Reno e Capo della dinastia d’Assia ducale, il quale aveva adottato Filippo, egli gli successe anche come capo di quest’ultima, unificando così l’intera Casa d’Assia, divisa dal 1567. Filippo d’Assia morì a Roma nel 1980. Fu sepolto nella cappella del Castello di Kronberg, a Kronberg im Taunus. Secondo il suo biografo, lo storico statunitense Jonathan Petropoulos, Filippo d’Assia sarebbe stato quantomeno bisessuale, e tra i suoi svariati amanti ci sarebbe stato anche il poeta inglese Siegfried Sassoon.

Onorificenze

Onorificenze dinastiche

Gran Maestro dell'Ordine del Leone d'Oro - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine del Leone d’Oro
  — 20 maggio 1968 (come Capo della Dinastia, ordine dinastico concesso solo ai membri della famiglia); già Cavaliere gran croce

Onorificenze tedesche 

Croce di Ferro di I classe (mod. 1914, Regno di Prussia) - nastrino per uniforme ordinaria    Croce di Ferro di I classe (mod. 1914, Regno di Prussia)
     1914
Croce di Ferro di II classe per combattenti (mod. 1914, Regno di Prussia) - nastrino per uniforme ordinaria    Croce di Ferro di II classe per combattenti (mod. 1914, Regno di Prussia)
     1914
Decorazione d'onore generale (Gran Ducato d'Assia) - nastrino per uniforme ordinaria    Decorazione d’onore generale (Gran Ducato d’Assia)
   
Croce al merito di guerra di II classe (Ducato di Brunswick) - nastrino per uniforme ordinaria    Croce al merito di guerra di II classe (Ducato di Brunswick)
   

Onorificenze naziste

Insegna d'oro del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi - nastrino per uniforme ordinaria    Insegna d’oro del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi
   
Croce al merito di guerra di I classe - nastrino per uniforme ordinaria    Croce al merito di guerra di I classe
   
Croce al merito di guerra di II classe - nastrino per uniforme ordinaria    Croce al merito di guerra di II classe
   
Croce d'onore della Guerra mondiale per combattenti al fronte - nastrino per uniforme ordinaria    Croce d’onore della Guerra mondiale per combattenti al fronte
   
Medaglia di lungo servizio nel NSDAP di II classe (15 anni di servizio) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia di lungo servizio nel NSDAP di II classe (15 anni di servizio)
   
Medaglia di lungo servizio nel NSDAP di III classe (10 anni di servizio) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia di lungo servizio nel NSDAP di III classe (10 anni di servizio)
   
Medaglia "In memoria del 13 marzo 1938" (Medaglia dell'Anschluss) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia “In memoria del 13 marzo 1938” (Medaglia dell’Anschluss)
     1938
Medaglia in memoria del 1º ottobre 1938 (Medaglia del Sudetenland) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia in memoria del 1º ottobre 1938 (Medaglia del Sudetenland)
     1938

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata (Regno d’Italia)
     1928
Cavaliere di gran croce dell'ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d’Italia)
     1928
Cavaliere di gran croce dell'ordine della Corona d'Italia (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’ordine della Corona d’Italia (Regno d’Italia)
     1928

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Arc. G2: Mafalda di Savoia (Roma, 19 novembre 1902 – campo di Buchenwald, 28 agosto 1944). fotografia formato 22 x 17. Fotografo: Guigoni & Bossi – Milano. 

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Arc. 1047: Giovanna di Savoia, nata Giovanna Elisabetta Antonia Romana Maria (Roma, 13 novembre 1907 – Estoril, 26 febbraio 2000) e il marito Boris III di Bulgaria (Sofia, 30 gennaio 1894 – Sofia, 28 agosto 1943). Giovanna era la terza figlia femmina, quartogenita dei figli di re Vittorio Emanuele III d’Italia e della regina Elena, figlia del re Nicola I del Montenegro. La giovane principessa sabauda crebbe in famiglia con le sorelle Iolanda, Mafalda, Maria Francesca ed il fratello Umberto, trascorrendo molto tempo a Villa Savoia insieme alla madre, dalla quale ricevette un’educazione classica. Nel settembre del 1923, a 16 anni, si ammalò di tifo contemporaneamente alla sorella Mafalda, sicché i familiari temettero per la loro vita; poiché vennero assistite da due monache dell’ordine di Santa Chiara, la principessa fece voto di devozione a San Francesco d’Assisi in caso di guarigione. Nel 1927 incontrò per la prima volta lo zar Boris III di Bulgaria, che era asceso al trono bulgaro dopo l’abdicazione del padre nel 1918. I due giovani si innamorarono e si fidanzarono ufficialmente, programmando le nozze che vennero celebrate il 25 ottobre 1930 ad Assisi, con ufficio del podestà di Assisi Arnaldo Fortini, il quale venne incaricato da Vittorio Emanuele III di sposare la coppia dapprima con rito civile, alla presenza del primo ministro Benito Mussolini. La cerimonia religiosa si svolse quindi nella basilica francescana di Assisi, ove i due si sposarono con rito cattolico (la scelta del luogo fu dovuta al voto di devozione a san Francesco fatto anni prima da Giovanna). Il fastoso ricevimento si tenne nella vicina villa Fidelia, presso Spello. Essendo lo zar di religione ortodossa, venne celebrata una seconda cerimonia a Sofia, ove poi si tenne anche l’incoronazione ufficiale della nuova zarina. Con questa unione Giovanna divenne Zarina di Bulgaria e per Vittorio Emanuele III questa fu un’ulteriore conquista per Casa Savoia, che si qualificava ancora una volta tra le principali casate d’Europa. Il matrimonio era inoltre strategico anche per il Montenegro, da cui proveniva la madre di Giovanna, che vedeva nell’alleanza tra Italia e Bulgaria una possibilità vantaggiosa per rinascere come piccolo stato indipendente nell’area agitata dei Balcani (il regno del Montenegro aveva cessato di esistere come stato indipendente dopo la prima guerra mondiale con la costituzione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, poi Jugoslavia).  Oltre che per il carattere aperto e socievole, Giovanna venne subito apprezzata in Bulgaria per le origini slave e per una certa parentela coi sovrani bulgari: sua zia materna, la principessa Anna del Montenegro, era andata in sposa al principe Francesco Giuseppe di Battenberg, fratello di Alessandro di Battenberg, primo principe della Bulgaria unita col nome di Alessandro I. Nel 1940 Boris III riuscì a strappare alla Romania la regione della Dobrugia; nel 1941, durante un viaggio in Germania, accettò di unirsi a Hitler nel secondo conflitto mondiale con l’Italia ed il Giappone, ma lo zar, temendo una sollevazione popolare, rifiutò di dichiarare guerra all’Unione Sovietica, inimicandosi il Fühurer. La crescente repressione attuata dai tedeschi contro gli ebrei spinse lo zar e la zarina ad aiutare e proteggere molti di costoro, al fine di salvarli dalla persecuzione nazista, facendoli fuggire all’estero in luoghi sicuri. Questo atto sfrontato fece sì che Hitler richiedesse urgentemente un incontro con Boris III nel 1943, al termine del quale lo zar fece ritorno in patria per poi morire dopo appena tre giorni, probabilmente a causa di un avvelenamento. Dopo la morte dello zar Boris III, venne proclamato re il piccolo Simeone II, sotto un Consiglio di reggenza costituito dallo zio Kyril, dal generale Michov e dal primo ministro Bogdan Filov. Il 5 settembre 1944 l’Unione Sovietica dichiarò guerra alla Bulgaria; il governo, paralizzato, si proclamò neutrale e non oppose resistenza all’avanzata dell’Armata Rossa. Si aggregarono partigiani e militari, passati con gli antifascisti, confluendo a Sofia ed arrestando i reggenti, i membri del governo ed i dirigenti fascisti. Venne proclamato un governo del Fronte Patriottico (dominato dai comunisti) e nominato primo ministro Kimon Georgiev. La tomba del re Boris, presso il monastero di Rila, fu violata ed il corpo portato in un luogo segreto e mai più ritrovato, tranne il cuore, ora sepolto nella chiesa del monastero. Nel 1946 fu indetto un referendum, il cui risultato fu pilotato dai sovietici, e venne di fatto abolita la monarchia: Giovanna coi due figli fu costretta all’esilio. Andò dapprima in Egitto presso i genitori e poi, dopo un netto rifiuto da parte dell’Italia che non trovava “opportuno” ospitare la famiglia reale bulgara, essendo la regina una Savoia, nel 1950 il dittatore Francisco Franco offrì loro asilo politico in Spagna; infine, sposatisi i figli, Giovanna raggiunse in Portogallo il fratello Umberto II di Savoia a Cascais. Ritornò per la prima volta in Bulgaria nel 1993, caduto il comunismo, venendo accolta con grande entusiasmo, per il cinquantenario della morte di suo marito Boris. Morì a Estoril il 26 febbraio 2000, ma volle essere sepolta in Italia, nel cimitero comunale di Assisi, nella cappella dei frati. Era infatti devotissima a san Francesco e terziaria francescana. Giovanna, durante il regno, fu popolare presso i bulgari. Lo storico francese René Ristelhueber definì la sua vita: “Tutto un esempio di semplicità e di dignità”. Fotografia formato 14 x 9. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze italiane

Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Italia)
   

Onorificenze straniere

Dama di I classe dell'Ordine della Croce Stellata (Impero austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di I classe dell’Ordine della Croce Stellata (Impero austriaco)
   
Dama dell'Ordine di Teresa (Baviera) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di Teresa (Baviera)
   
Dama di Gran Croce d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta
   
Dama di Gran Croce dell'Ordine di San Sava (Regno di Serbia) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine di San Sava (Regno di Serbia)
   

Boris III di Bulgaria (Sofia, 30 gennaio 1894 – Sofia, 28 agosto 1943). Boris nacque il 30 gennaio 1894 a Sofia, figlio primogenito dell’allora principe Ferdinando di Bulgaria e di sua moglie, la principessa Maria Luisa. Per parte di padre egli era il primo principe ereditario di Bulgaria (e futuro sovrano) nato entro i confini dello stato, pur avendo parentele che lo legavano profondamente alle principali casate regnanti d’Europa. Sua nonna paterna era Clementina d’Orléans, figlia del re dei Francesi Luigi Filippo, mentre suo padre stesso era cugino di primo grado con la regina Vittoria, con suo marito Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, con l’imperatrice Carlotta del Messico e con suo fratello, il re Leopoldo II del Belgio. Sua madre, Maria Luisa, era invece la figlia primogenita di Roberto I di Borbone-Parma, duca in esilio di Parma, Piacenza e Guastalla. Boris era quindi nipote dei principi Sisto e Saverio di Borbone-Parma, nonché dell’imperatrice Zita, moglie dell’imperatore Carlo I d’Austria. Nel febbraio 1896 suo padre trovò il modo di riconciliare la Bulgaria con la Russia con la conversione del principe Boris dalla fede cattolica a quella ortodossa, mossa avversata con decisione da Maria Luisa, moglie di Ferdinando, la quale non solo era molto pia, ma era imparentata con la famiglia imperiale austriaca, una delle più cattoliche in Europa. Per ovviare a questo problema, Ferdinando scelse dunque di crescere tutti gli altri suoi figli secondo la fede cattolica. Lo zar Nicola II di Russia divenne quindi padrino di Boris e lo incontrò per la prima volta durante il viaggio della famiglia reale bulgara a San Pietroburgo nel luglio 1898. Boris ricevette la sua prima educazione nella cosiddetta “Scuola di palazzo” fondata dal padre Ferdinando nel 1908 per la sola istruzione dei suoi figli. Successivamente Boris si diplomò alla Scuola Militare di Sofia e prese parte alle guerre balcaniche. Durante la prima guerra mondiale prestò servizio come ufficiale di Stato Maggiore dell’esercito bulgaro sul fronte macedone. Nel 1916 venne promosso colonnello e divenne addetto al gruppo d’armate del Feldmaresciallo tedesco von Mackensen, oltre che nella III armata bulgara, per le operazioni contro la Romania. L’impegno di Boris fu molto apprezzato, sebbene i rapporti con Mackensen e il comandante della III armata, il luogotenente generale Stefan Tošev non fossero sempre ottimi. Per il suo coraggio e l’esempio personale che dimostrò durante lo scontro, seppe guadagnarsi il rispetto delle truppe, oltre che dei comandanti tedeschi e bulgari, tra i quali spiccava certamente Erich Ludendorff, che si incontrò diverse volte con Boris per complimentarsi con lui. Nel 1918 divenne maggiore generale e, all’abdicazione del padre, ascese al trono il 3 ottobre 1918 col nome di Boris III. L’anno successivo all’ascesa di Boris al trono, Aleksandăr Stambolijski dell’Unione Agraria Popolare Bulgara venne eletto primo ministro. Molto amato dalle classi contadine, Stambolijski arrivò a un enorme potere popolare che prescindeva dalla sua carica istituzionale. Nel 1923 Boris approvò quindi il primo colpo di Stato bulgaro per porre fine al governo di Stambolijski. Il 1925 vide una breve guerra di confine, conosciuta col nome di “incidente di Petrič”, contro la Grecia, che però venne risolto dall’allora Società delle Nazioni. Sempre nel 1925 vennero organizzati due attentati alla vita di Boris, entrambi falliti, sebbene la matrice venne rivelata di natura comunista e agraria. Il 19 maggio 1934 l’organizzazione militare bulgara Zveno, con un colpo di Stato, stabilì una dittatura e abolì i partiti politici in Bulgaria. Re Boris venne così ridotto allo stato di re fantoccio. L’anno successivo fu lo stesso Boris III a organizzare un colpo di Stato, risoltosi in modo a lui favorevole, che gli permise di riprendere il controllo del Paese e di mettere a capo del governo un esecutivo che lo sosteneva. L’ambito politico tornava così a essere appannaggio dello zar. Venne infatti reintrodotta una parvenza di governo parlamentare, che non prevedeva però la restaurazione dei partiti politici. Nell’ottobre del 1930 Boris sposò la principessa Giovanna di Savoia, figlia del re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia, dapprima ad Assisi (alla presenza fra gli altri di Benito Mussolini) e poi con una cerimonia ortodossa a Sofia. Da questo matrimonio nacque una figlia, Maria Luisa, nel gennaio del 1933 e, nel 1937, un figlio maschio, l’erede al trono Simeone. Allo scoppio della seconda guerra mondiale la Bulgaria si dichiarò neutrale. Nonostante questo, una consistente parte dell’esecutivo indirizzò lo stato verso la politica della Germania (con la quale già la Bulgaria era stata alleata nel corso della prima guerra mondiale). Proprio grazie al tacito supporto della Germania, nel 1940 Boris III riuscì a strappare la regione della Dobrugia alla Romania; nel 1941, pur riluttante, Boris III accettò di unirsi a Adolf Hitler nel secondo conflitto mondiale insieme a Italia e Giappone, nel tentativo di riprendersi la Macedonia, già assegnata alla Bulgaria durante la prima guerra balcanica, poi però persa con la seconda, a favore di Grecia e Serbia. Boris non intendeva però offrire un supporto incondizionato alla Germania. Per questo motivo si oppose alla presenza di truppe tedesche in Bulgaria, lungo la ferrovia che conduceva in Grecia. Il 21 gennaio 1941 Boris firmò la Legge per la difesa della Nazione, un editto antisemita che il Parlamento bulgaro aveva già approvato il 24 dicembre 1940. All’inizio del 1943 gli ufficiali nazisti chiesero quindi a Boris di deportare in Polonia gli ebrei trovati in Bulgaria, ma tale richiesta provocò un enorme risentimento popolare. Il vice presidente del parlamento bulgaro Dimităr Pešev e il capo della Chiesa ortodossa bulgara, l’arcivescovo Stefan organizzarono quindi una grande manifestazione di protesta che dissuase Boris dal permettere di estradare 50.000 ebrei del suo Paese. Inizialmente il governo bulgaro retto da Boris III gli richiese una rottura delle relazioni con la Germania per fermare tali deportazioni. Fu allora che il governo tedesco promise che, in caso di collaborazione, metà dei deportati sarebbe stata impiegata nel campo dell’agricoltura, mentre un quarto sarebbe stato impiegato come lavoratore semilibero e il rimanente quarto avrebbe avuto la possibilità di lavorare nelle industrie belliche della regione della Ruhr. Pur con queste promesse, il governo bulgaro continuò a non fidarsi del Terzo Reich e utilizzò canali diplomatici svizzeri per consentire agli ebrei bulgari di fuggire in Palestina o in Argentina. Dopo qualche tempo, tuttavia, Boris acconsentì alla richiesta tedesca di estradare 11.343 ebrei dai territori della Macedonia e della Tracia egea occupata della Bulgaria. Queste persone furono deportate nel campo di sterminio di Treblinka e nella quasi totalità assassinate. Temendo una sollevazione popolare, Boris III si rifiutò poi di accondiscendere alle richieste della Germania nel dichiarare guerra all’Unione Sovietica. Il 9 agosto 1943 Hitler invitò Boris a uno storico e tormentato incontro a Rastenburg, nella Prussia orientale, dove lo zar Boris giunse in aeroplano da Vraždebna domenica 14 agosto. Mentre la Bulgaria aveva dichiarato guerra “simbolicamente” ai distanti Regno Unito e Stati Uniti d’America, all’incontro Boris si rifiutò ancora una volta di dichiarare guerra all’Unione Sovietica, adducendo due ragioni fondamentali: la prima era che molti bulgari avevano fortissimi sentimenti russofili, la seconda che la posizione militare e politica della Turchia nella vicenda era ancora poco chiara ed egli non poteva rischiare di essere invaso da sud. La guerra “simbolica” con gli alleati occidentali, ad ogni modo, si dimostrò un disastro per i cittadini di Sofia, in quanto la città venne bombardata pesantemente tra il 1943 e il 1944, a partire da pochi mesi dopo la morte di Boris. Tornato a Sofia dall’incontro con Hitler, re Boris III morì dopo giorni di agonia per insufficienza cardiaca, forse avvelenato per mano nazista. Secondo il diario dell’attaché a Sofia al tempo, il colonnello von Schoenebeck, i due medici tedeschi che visitarono il re dopo la morte –Sajitz e Hans Eppinger – affermarono entrambi di aver trovato nel suo corpo il medesimo veleno che il dottor Eppinger aveva già trovato due anni prima esaminando il cadavere del primo ministro greco Ioannis Metaxas, un veleno lento che poteva uccidere nel giro di settimane e che causava l’apparire di macchie scure sulla pelle della vittima prima della morte. Secondo David Irving, invece, l’avvelenamento fu attribuito da Hitler a un complotto al quale non furono estranei Mafalda di Savoia e Filippo d’Assia. La tesi prevalente, accolta dalla stessa famiglia reale, è che Boris fu ucciso dai comunisti: la regina Giovanna, ad esempio, accetta questa versione dei fatti nelle sue memorie. Boris venne succeduto dal figlio Simeone II, di appena sei anni, sotto la reggenza di un consiglio di reggenza capeggiato dal fratello di Boris, il principe Kyril di Bulgaria. Dopo i funerali di Stato nella cattedrale di Aleksandr Nevskij di Sofia, il feretro di Boris III venne portato in treno tra le montagne e sepolto nel monastero di Rila il più grande della Bulgaria. Intanto, dopo aver preso il potere nel settembre del 1944, i comunisti si imposero sul governo filomonarchico e diedero disposizioni affinché il corpo del sovrano venisse esumato e sepolto segretamente nel cortile del Palazzo Vrana presso Sofia, da dove poi le sue spoglie vennero ulteriormente traslate in un luogo rimasto sconosciuto. Dopo la caduta del regime comunista, un tentativo di scavo fatto nel Palazzo Vrana portò alla luce il cuore dello zar che ivi era rimasto sepolto in un’apposita urna. Il cuore venne dunque riportato dalla vedova nel 1993 nel monastero di Rila e nuovamente inumato. Boris III è l’unico sovrano bulgaro a essere morto e sepolto in patria. 

Onorificenze

Onorificenze bulgare

Gran Maestro e Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Cirillo e Metodio - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Cirillo e Metodio
   
Gran Maestro e Cavaliere di III classe di I grado dell'Ordine militare al Coraggio - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro e Cavaliere di III classe di I grado dell’Ordine militare al Coraggio
   
Gran Maestro e Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Sant'Alessandro - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Sant’Alessandro
   
Gran Maestro e Grand'Ufficiale dell'Ordine nazionale al merito civile di Bulgaria - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro e Grand’Ufficiale dell’Ordine nazionale al merito civile di Bulgaria
   
Gran Maestro e Grand'Ufficiale dell'Ordine nazionale al merito militare di Bulgaria - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro e Grand’Ufficiale dell’Ordine nazionale al merito militare di Bulgaria
 

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine di Sant'Andrea (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea (Impero di Russia)
   
Cavaliere di I Classe dell'Ordine di San Vladimiro (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I Classe dell’Ordine di San Vladimiro (Impero di Russia)
   
Cavaliere dell'Ordine Imperiale di Sant'Aleksandr Nevskij (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Aleksandr Nevskij (Impero di Russia)
   
Cavaliere di I Classe dell'Ordine di Sant'Anna (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I Classe dell’Ordine di Sant’Anna (Impero di Russia)
   
Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Bianca (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Bianca (Impero di Russia)
   
Cavaliere dell'Ordine di Sant'Uberto (Regno di Baviera) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Sant’Uberto (Regno di Baviera)
   
Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo (Regno del Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Regno del Belgio)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine militare di Maria Teresa (Asburgo d'Austria) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di Maria Teresa (Asburgo d’Austria)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine reale di Santo Stefano d'Ungheria (Asburgo d'Austria) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine reale di Santo Stefano d’Ungheria (Asburgo d’Austria)
     1912
Cavaliere di I classe dell'Ordine dell'Aquila rossa (Impero tedesco) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I classe dell’Ordine dell’Aquila rossa (Impero tedesco)
   
Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (Impero tedesco) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Pour le Mérite (Impero tedesco)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Aquila tedesca (Germania nazista) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Aquila tedesca (Germania nazista)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine militare di Massimiliano Giuseppe (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di Massimiliano Giuseppe (Impero austro-ungarico)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine reale vittoriano (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine reale vittoriano (Regno Unito)
   
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Legion d'onore (Repubblica Francese) - nastrino per uniforme ordinaria    Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’onore (Repubblica Francese)
   
Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Bianca (Polonia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Bianca (Polonia)
     1927
Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata (Regno d’Italia)
     1911
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d’Italia)
     1911
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia (Regno d’Italia)
     1911
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Carol I (Regno di Romania) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carol I (Regno di Romania)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Stella dei Karađorđević, classe militare (Regno di Serbia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Stella dei Karađorđević, classe militare (Regno di           Serbia)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Casata ernestina di Sassonia (Ducato di Sassonia-Coburgo-Gotha) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Casata ernestina di Sassonia (Ducato di Sassonia-         Coburgo-Gotha)
     1908
Senatore di Gran Croce del Sacro Angelico Imperiale Ordine Costantiniano di San Giorgio (Casa di Borbone-Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Senatore di Gran Croce del Sacro Angelico Imperiale Ordine Costantiniano di San Giorgio           (Casa di Borbone-Parma)
   
Gran Collare dell'Ordine dell'Aquila di Georgia e della Tunica Senza Cuciture di Nostro Signore Gesù Cristo (Casa Bagrationi - Georgia) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Collare dell’Ordine dell’Aquila di Georgia e della Tunica Senza Cuciture di Nostro                   Signore Gesù Cristo (Casa Bagrationi – Georgia)
   

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Arc. 1361: Maria Francesca Anna Romana di Savoia (Roma, 26 dicembre 1914 – Mandelieu-la-Napoule, 4 dicembre 2001) e il marito Luigi di Borbone-Parma (Schwarzau am Steinfeld, 5 dicembre 1899 – Mandelieu-la-Napoule, 4 dicembre 1967). Era una delle figlie di Vittorio Emanuele III d’Italia, principessa di Savoia e divenne principessa di Parma, Piacenza e Guastalla per matrimonio. Ultimogenita del re d’Italia Vittorio Emanuele III e della regina Elena del Montenegro, Maria nacque al Palazzo del Quirinale pochi mesi prima dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale. Sposò il 23 gennaio 1939, nella Cappella Paolina del Quirinale in Roma, Luigi Carlo di Borbone, figlio di Roberto I di Borbone, duca di Parma, e di Maria Antonia di Braganza, infanta del Portogallo; Luigi era il fratello minore di Zita d’Asburgo, ultima imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria. Alle sue nozze re Vittorio Emanuele III fece restaurare il Casino Pallavicini nella tenuta di Villa Ada e la donò ai novelli sposi cambiandone il nome in Villa Maria. Attualmente la villa appartiene agli eredi della coppia. Molto spesso Maria accompagnava i reali nelle cerimonie e nelle manifestazioni; la propaganda dell’epoca la ritraeva dedita alla carità e all’amor patrio e vari disegni la raffigurano al seguito del padre sui campi di battaglia, intenta a dare conforto alle giovani leve. Fu sempre molto amata, tanto che a Roma esiste ancor oggi una scuola a lei intitolata. Nel 1943 fu internata in un campo di concentramento in Germania, con due dei suoi figli e il marito. Nel 1945 gli anglo-americani li liberarono ed essi fecero ritorno in Italia. Dopo il referendum che portò alla fine della monarchia si trasferirono a Mandelieu-la-Napoule, in Costa Azzurra. Nel 1967 rimase vedova e da allora scomparve quasi completamente dalla vita pubblica, fatta eccezione per il funerale del fratello Umberto, nel 1983, e a sporadiche interviste su alcune riviste italiane e francesi. Nel 1991 fu colpita dalla perdita del primogenito, il principe Guy de Bourbon-Parme. Più volte i nipoti cercarono di convincerla a scrivere la sua biografia, ma ella respinse sempre la proposta: non volle mai parlare della terribile sofferenza vissuta durante gli anni trascorsi nel campo di concentramento nazista. Fotografia formato 15 x 10,5. Fotografo: Ballerini & Fratini – Firenze.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

Onorificenze straniere

Dama dell'Ordine della Croce Stellata (Impero austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della Croce Stellata (Impero austriaco)
   
Dama di Gran Croce d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta
   

Luigi di Borbone-Parma (Schwarzau am Steinfeld, 5 dicembre 1899 – Mandelieu-la-Napoule, 4 dicembre 1967). Era figlio del duca Roberto I di Parma e della seconda moglie Maria Antonia di Braganza. Studiò in Francia e Austria. Sposò a Roma il 23 gennaio 1939 la principessa Maria Francesca di Savoia da cui ebbe quattro figli. Nel 1943 venne arrestato con la moglie dai Nazisti e rinchiuso in un campo di concentramento in Germania da cui vennero liberati due anni dopo dagli angloamericani. Dopo il referendum del 1946 che decretò la nascita della Repubblica Italiana, andò in esilio con la famiglia a Mandelieu dove morì nel 1967.

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce del S.A.I Ordine Costantiniano di San Giorgio (Ducato di Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del S.A.I Ordine Costantiniano di San Giorgio (Ducato di Parma)
   
Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata

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Arc. 1209: Principessa Maria Pia di Borbone-Parma, Principessa di Savoia (Napoli, 24 settembre 1934) è la figlia maggiore dell’ultimo re d’Italia Umberto II e della regina Maria José. È la sorella maggiore di Vittorio Emanuele di Savoia, Principe di Napoli, della principessa Maria Gabriella di Savoia e della principessa Maria Beatrice di Savoia. Con il primo matrimonio assunse il titolo di “Principessa di Jugoslavia” e con il secondo matrimonio, dopo il divorzio dal primo marito, assunse il titolo di “Principessa di Borbone-Parma”.  Trascorse l’infanzia in Italia, fino a quando nel 1946 seguì il padre in Portogallo in esilio, insieme alle due sorelle, mentre il fratello Vittorio Emanuele andò a vivere in Svizzera con la madre. Maria Pia e le sorelle li raggiungeranno solo anni dopo. Ha sposato a Cascais (Portogallo) il 12 febbraio 1955 Alessandro Karađorđević, principe di Jugoslavia (White Lodge, Richmond upon Thames, Londra, 13 agosto 1924 – Parigi, 12 maggio 2016), dal quale ha avuto quattro figli, tutti nati à Boulogne-sur-Seine. La coppia si è separata nel 1967. Maria Pia si è risposata a Manalapan, in Florida, il 15 maggio 2003 con il principe Michele di Borbone-Parma (Parigi, 4 marzo 1926 – Neuilly-sur-Seine, 7 luglio 2018). Fotografia formato 14,7 x 10,5. Fotografo: Petri – Milano.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Dama di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordre des Arts et des Lettres - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordre des Arts et des Lettres
     12 novembre 2003

 

 

 

 SAVOIA GENOVA

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Arc. 3045: Ferdinando Umberto Filippo Adalberto di Savoia-Genova in uniforme ordinaria da Ammiraglio di Squadra mod. 1929 (Torino, 21 aprile 1884 – Bordighera, 24 giugno 1963). Primogenito di Tommaso di Savoia-Genova e di Isabella di Baviera, suo padre era nipote di Carlo Alberto di Savoia e di Giovanni di Sassonia. Sua madre era nipote di Ludovico I di Baviera e pronipote di Carlo IV di Spagna e di Francesco I delle Due Sicilie. La coppia ebbe poi altri cinque figli: Filiberto (1895-1990), Maria Bona (1896-1971) Adalberto (1898-1982), Maria Adelaide (1904-1979) ed Eugenio (1906-1996). Entrato nel 1901 all’accademia navale, ne uscì con il grado di guardiamarina nel 1904. Nello stesso anno, il re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di principe di Udine. Il suo addestramento militare si svolse a bordo degli incrociatori protetti Vespucci e Calabria, con i quali salpò da Venezia il 4 febbraio 1905 e vi riapprodò il 3 febbraio 1907 dopo aver compiuto il giro del mondo. A Ferdinando venne dato l’incarico, sia sul Vespucci che sul Calabria, di redigere il giornale di bordo ufficiale. Sul Calabria visitò il Venezuela, il Brasile, l’Uruguay, l’Argentina, passò lo Stretto di Magellano, risalì il continente americano fino a San Francisco, poi affrontò l’Oceano Pacifico toccando le Hawaii, la Polinesia, l’Australia, la Nuova Zelanda, le Isole della Sonda, le Filippine, il Giappone e la Cina. Infine navigò nell’Oceano Indiano toccando Somalia ed Eritrea, per poi rientrare nel Mediterraneo e tornare a Venezia. Prese parte alla guerra italo-turca nel 1912, e, come Capitano, combatté durante la prima guerra mondiale comandando l’Ippolito Nievo (cacciatorpediniere). Per aver occupato le isole Echinadi venne decorato con l’Ordine militare di Savoia e con due Medaglie d’Argento al Valor Militare. In quegli anni gli fu dedicata, nella Concessione italiana di Tientsin, la via Principe di Udine. Nel maggio 1917 Ferdinando fu scelto per guidare la commissione di guerra italiana inviata negli Stati Uniti d’America. La commissione, che includeva anche Guglielmo Marconi e parecchie figure politiche italiane dell’epoca, fra cui Francesco Saverio Nitti, visitò gli Stati Uniti discutendo i futuri rapporti fra le nazioni al termine del conflitto. Nel novembre 1930 rappresentò suo cugino Vittorio Emanuele III all’incoronazione dell’imperatore Hailé Selassié d’Etiopia. Ferdinando diventò duca di Genova alla morte di suo padre Tommaso, il 15 aprile 1931. Raggiunto il grado di Contrammiraglio nel 1927 e di Ammiraglio nel 1934, Ferdinando divenne comandante dell’Alto Adriatico. In ambito sportivo fu tra i fondatori della Federazione Italiana Motonautica, istituita a Milano nel 1923, della quale fu anche il primo presidente. Il 28 febbraio 1938, dopo una lunga storia d’amore con Anna Maria “Ninetta” Cais di Pierlas-Mocenigo, protrattasi dal 1933 al 1937, sposò a Torino Maria Luisa Alliaga Gandolfi dei conti di Ricaldone (Fossano, 11 ottobre 1899 – Torino, 19 luglio 1986), figlia di Carlo Alliaga Gandolfi di Ricaldone, conte di Borghetto, Montegrosso e Pornassio, e di Emma Teresa Luisa Cavalli. Pur vivendo in anni così importanti per la storia dell’Italia, Ferdinando si tenne sempre lontano dalla politica e dalla corte, dedito solo alla sua passione per il mare e conducendo una vita abbastanza anonima, soprattutto se paragonata a quella dei cugini del ramo Savoia-Aosta. Dopo il mutamento istituzionale del 1946 soggiornò brevemente in Portogallo presso il re Umberto II in esilio. Successivamente tornò in Italia e si stabilì a Bordighera, in Liguria, dove condusse una vita ritirata e dove morì nel 1963. Riposa nella cripta reale della basilica di Superga, sulle alture di Torino. Non avendo avuto figli, nel titolo ducale gli successe suo fratello minore Filiberto. Fotografia formato 18,3 x 13. Fotografo: Giacomelli – Venezia. 

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
     1904
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     1904
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
     1904
Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia
     1919
Cavaliere di Gran Croce d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta
   
Due medaglie d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al Valor Militare
   
Due medaglie d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al Valor Militare
   
Croce di anzianità per 40 anni di servizio - nastrino per uniforme ordinaria    Croce di anzianità per 40 anni di servizio
   
Medaglia commemorativa delle campagne d'Africa - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne d’Africa
   
Medaglia commemorativa della guerra italo-turca 1911-1912 - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa della guerra italo-turca 1911-1912
   
Croce al merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria    Croce al merito di guerra
   
Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915-1918 - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915-1918
   
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
   

Onorificenze straniere

Croix de guerre con palma di bronzo (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Croix de guerre con palma di bronzo (Francia)
 

   «Il 22 dicembre 1916 ha spiegato brillanti qualità d’iniziativa prestando il suo concorso alla squadriglia         francese che era impegnata col nemico.»                                                                                                                 1917

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Crisantemo (Giappone) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Crisantemo (Giappone)
   
Cavaliere di Gran Croce della Croce al merito navale (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce della Croce al merito navale (Spagna)
   

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Arc. 2532: Adalberto Luitpoldo Elena Giuseppe Maria di Savoia-Genova in uniforme ordinaria coloniale con sahariana da Generale di Divisione mod. 1936 – 1945 (Torino, 19 marzo 1898 – Torino, 15 dicembre 1982). Adalberto di Savoia-Genova nacque nel 1898 a Torino, quarto figlio di Tommaso di Savoia-Genova e di Isabella di Baviera. Suo padre era nipote di Carlo Alberto di Savoia e di Giovanni di Sassonia. Sua madre era nipote di Ludovico I di Baviera e pronipote di Carlo IV di Spagna e di Francesco I delle Due Sicilie. Il 22 settembre 1904 il re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di duca di Bergamo. Partecipò alla prima guerra mondiale e combatté con il suo reparto sul Montello nell’ottobre 1917 e in Vallagarina nel febbraio 1918. Successivamente la sua carriera militare si svolse fra l’Italia e l’Africa Orientale Italiana. Dal 1927 al 1930 fu Attendente alla Scuola Militare e dal 1931 al 1934 fu comandante del Reggimento Savoia Cavalleria. Nel 1934 ottenne il grado di Generale di Brigata e dal 1934 al 1935 fu comandante della 6^ Brigata di fanteria. Nel 1935 venne promosso Vice Comandante di Divisione e dal 1935 al 1936 fu Vice Comandante della 24^ Divisione “Gran Sasso” (in Etiopia) per poi passare al comando della stessa divisione, della 58^ Divisione di Fanteria “Legnano” e del 3° Corpo con il grado di Generale di Divisione. Nel 1940 fu al comando dell’8^ Armata e dal 1941 al 1943 della 7^ Armata. Dopo l’occupazione italiana dell’Albania per Adalberto si parlò della nomina a Luogotenente Generale del Re, in quanto aveva rappresentato Casa Savoia al matrimonio di re Zog suscitando molte simpatie fra gli albanesi, ma la cosa non ebbe alcun seguito. Guidò a Sofia la delegazione ufficiale italiana ai funerali del re Boris III di Bulgaria, morto in circostanze misteriose il 28 agosto 1943. Durante il fascismo l’OVRA raccolse un dossier, più o meno fondato, riguardante la presunta omosessualità di Adalberto. Il duca di Bergamo, tuttavia, intrattenne una lunghissima relazione con una nobile piemontese che, però, non si concluse con il matrimonio per via dell’opposizione di Umberto II. Nonostante vivesse in anni così importanti per l’Italia, Adalberto si tenne sempre lontano dalla mondanità e dalla corte e condusse una vita abbastanza anonima, soprattutto se paragonata a quella dei cugini del ramo Savoia-Aosta. Non si sposò mai e non ebbe figli. Dopo il mutamento istituzionale del 1946 visse per trent’anni, insieme a suo fratello maggiore Filiberto, all’Hotel Ligure di piazza Carlo Felice a Torino. Nel 1977, dopo che alcuni malviventi avevano assaltato l’albergo e trafugato il contenuto di alcune cassette di sicurezza, fra le quali la sua, il solo Adalberto si trasferì in una villetta precollinare di proprietà di Gertrud Kiefer von Raffler, vedova di Massimo Olivetti, dove morì nel 1982. È sepolto nella cripta reale della basilica di Superga, sulle alture del capoluogo piemontese. Adalberto, durante la sua vita, non godette di particolare stima, se si tiene presente che Galeazzo Ciano, alla data del 24 agosto 1939, riportò nel suo diario un commento sprezzante di Vittorio Emanuele III, il quale lamentava il fatto che Mussolini avesse appositamente messo in forzata inattività militare suo figlio Umberto, escludendolo così non solo dalla possibilità di prendere decisioni, ma anche dal poter ricevere gloria militare: «Hanno il comando quei due imbecilli di Bergamo e di Pistoia, ben può averlo anche mio figlio». Allo stesso modo, ai tempi del referendum del 1946, nel diario di Falcone Lucifero si trovano alcuni riferimenti poco lusinghieri nei confronti di Adalberto e di Filiberto con riguardo al loro acume, non già al loro stile di vita, che fu sempre improntato al riserbo e alla semplicità. Fotografia formato 15 x 10,5. Fotografo: Sconosciuto. 

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
     1919
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     1919
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
     1919
Medaglia di Bronzo al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia di Bronzo al Valor Militare
     «Trovandosi col proprio squadrone in trincea di prima linea, durante un fuoco di artiglieria nemica che       sconvolgeva con grossi calibri un tratto di trincea stessa, rimaneva sereno e impavido al proprio posto,       fra i suoi soldati, dando nobilissimo esempio di calma, ardimento e di alte virtù militari.»
   25 ottobre 1916

Onorificenze straniere

Cavaliere d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta
   
Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Nera - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Nera
   
Cavaliere dell'Ordine di San'Uberto - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di San’Uberto

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Arc. 3032: Filiberto Lodovico Massimiliano Emanuele Maria di Savoia-Genova in gran montura da Capitano del 1° Reggimento “Nizza Cavalleria” (Torino, 10 marzo 1895 – Losanna, 7 settembre 1990). Filiberto di Savoia-Genova nacque a Torino nel 1895, secondo figlio di Tommaso di Savoia-Genova e di Isabella di Baviera. Suo padre era nipote di Carlo Alberto di Savoia e di Giovanni di Sassonia. Sua madre era nipote di Ludovico I di Baviera e pronipote di Carlo IV di Spagna e di Francesco I delle Due Sicilie. Il 22 settembre 1904 il re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di duca di Pistoia. Partecipò alla prima guerra mondiale nel 1º Reggimento “Nizza Cavalleria” e prese parte ad alcuni combattimenti a Monfalcone e sull’Isonzo. Il 4 novembre 1918, con uno squadrone del suo reggimento, fu tra i primi a entrare nella città di Trento. Dopo il conflitto la sua residenza venne fissata a Bolzano allo scopo di aumentare il sentimento di unità nazionale fra la popolazione. Il 30 aprile 1928 Filiberto sposò a Torino Lydia d’Arenberg (1905-1977), figlia di Engelberto Maria d’Arenberg e di Edvige di Ligne. La coppia non ebbe figli. Successivamente, la sua carriera militare si svolse fra l’Italia e l’Africa Orientale Italiana. Nel 1929 venne promosso Colonnello e dal 1932 al 1934 fu comandante del 232° Reggimento Fanteria. Dal 1933 al 1934 passò al comando dell’11^ Brigata, nel 1934 ottenne la promozione a Generale di Brigata e dal 1935 al 1937 fu Comandante Generale della 1ª divisione CC.NN. “23 marzo” della MVSN (in Etiopia). Nel 1936 venne promosso Generale di Divisione e dal 1937 al 1938 fu Comandante Generale dell’11ª divisione fanteria “Brennero”. Dal 1938 al 1939 passò a Comandare le Truppe Alpine, nel 1940 fu Comandante Generale della 7^ Armata e nel 1942 Ispettore delle Truppe Mobili. La sua divisione fu la prima a issare la bandiera del Regno d’Italia ad Amba Aradam, operazione che gli valse una Medaglia d’Argento al Valore Militare e il cavalierato dell’Ordine Militare di Savoia. Durante il fascismo l’OVRA raccolse un dossier, più o meno fondato, riguardante la sua presunta omosessualità. Nonostante i suoi titoli, il duca di Pistoia si tenne sempre lontano dalla mondanità e dalla corte e condusse una vita abbastanza anonima, soprattutto se paragonata a quella dei cugini del ramo Savoia-Aosta. Nel 1941, quando Ante Pavelić offrì a Casa Savoia la corona del neocostituito Stato Indipendente di Croazia, il re Vittorio Emanuele III prese in esame i principi maschi dei rami Savoia-Aosta e Savoia-Genova per scegliere chi avrebbe dovuto essere il nuovo sovrano. Dopo che Vittorio Emanuele III ebbe scartato Amedeo di Savoia-Aosta (in quanto si trovava prigioniero degli inglesi in Africa), Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta (anziano, scapolo e senza figli) e Ferdinando di Savoia-Genova (anziano e senza figli), Galeazzo Ciano annotò nel suo diario che: «Nelle condizioni attuali non rimane che scegliere fra il Duca di Spoleto e il Duca di Pistoia. Il Re propende per il primo per ragioni di prestanza fisica e anche – fino a un certo punto – di capacità intellettuale». Alla fine, infatti, la corona venne affidata al duca di Spoleto. Dopo l’invasione della Francia nel 1940 e l’occupazione di Nizza nel 1942, il governo italiano pensò di ricostruire l’antica Contea di Nizza, sulla quale avrebbe dovuto regnare proprio Filiberto. Il progetto, però, non ebbe alcun seguito. A seguito del mutamento istituzionale del 1946 Filiberto e Lydia d’Arenberg si trasferirono a Losanna, in Svizzera, in una proprietà di Lydia. Dopo pochissimi anni, però, i due si separarono. Tornato in Italia, Filiberto visse per trent’anni all’Hotel Ligure di piazza Carlo Felice a Torino insieme a suo fratello minore Adalberto, duca di Bergamo. Nel 1963, dopo la morte di suo fratello maggiore Ferdinando, scomparso senza eredi, Filiberto assunse il titolo di duca di Genova. Nel 1981, a seguito della chiusura dell’albergo nel quale risiedeva, si trasferì prima all’Hotel Concorde di via Lagrange, e poi tornò a Losanna e si stabilì nella casa lasciatagli in eredità dalla moglie Lydia, scomparsa nel 1977. Morì nel 1990 e venne sepolto nella cripta reale della basilica di Superga, sulle alture di Torino. Non avendo avuto figli ed essendo Adalberto morto nel 1982, nel titolo ducale gli succedette suo fratello minore Eugenio. Filiberto, durante la sua vita, non godette di particolare stima se si tiene presente che Galeazzo Ciano, alla data del 24 agosto 1939, riportò nel suo diario un commento sprezzante di Vittorio Emanuele III, il quale lamentava il fatto che Mussolini avesse appositamente messo in forzata inattività militare suo figlio Umberto, escludendolo così non solo dalla possibilità di prendere decisioni, ma anche dal poter ricevere gloria militare: «Hanno il comando quei due imbecilli di Bergamo e di Pistoia, ben può averlo anche mio figlio». Allo stesso modo, ai tempi del referendum del 1946, nel diario di Falcone Lucifero si trovarono alcuni riferimenti poco lusinghieri nei confronti di Filiberto e di Adalberto con riguardo al loro acume, non già al loro stile di vita, che fu sempre improntato al riserbo e alla semplicità. Fotografia formato 14,2 x 9. Fotografo: E. Risi – Roma. 

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
     1916
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     1916
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
     1916
Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia
     1941
Croce al merito di guerra - nastrino per uniforme ordinaria    Croce al merito di guerra
   
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare
   
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia di bronzo al valor militare
     «In un combattimento di alta montagna, benché sottoposto a nutrito fuoco di artiglieria avversaria,         con rara perizia, calma e sprezzo del pericolo diresse personalmente il tiro delle proprie armi, dando       bello esempio di valore ai suoi dipendenti.»
   Monte Stablei, 13 agosto 1918
Medaglia interalleata della vittoria (Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia interalleata della vittoria (Italia)
   

Onorificenze straniere

Cavaliere d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta
   
Cavaliere dell'Ordine di San'Uberto - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di San’Uberto
   
Croix de guerre 1914-1918 (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria    Croix de guerre 1914-1918 (Belgio)
   
Croix de guerre 1914-1918 (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Croix de guerre 1914-1918 (Francia)
   
Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Nera - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Nera
   
Cavaliere dell'Ordine dei Serafini - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Serafini

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Arc. 3332: Eugenio Alfonso Carlo Maria Giuseppe di Savoia, V duca di Genova e duca di Ancona (Torino, 13 marzo 1906 – San Paolo del Brasile, 12 agosto 1996). Eugenio era il figlio più giovane di Tommaso, secondo duca di Genova, e di sua moglie Isabella di Baviera. Suo padre era nipote di Carlo Alberto di Savoia e di Giovanni di Sassonia. Sua madre era nipote di Ludovico I di Baviera e pronipote di Carlo IV di Spagna e di Francesco I delle Due Sicilie. La coppia, prima di lui, ebbe altri cinque figli: Ferdinando (1884-1963), Filiberto (1895-1990), Maria Bona (1896-1971), Adalberto (1898-1982) e Maria Adelaide (1904-1979). Il 31 maggio 1906 il re Vittorio Emanuele III gli conferì il titolo di duca di Ancona. Arruolatosi in Marina nel 1927, partecipò alla guerra d’Etiopia con il battaglione San Marco e, dopo il conflitto, venne nominato commissario governativo del Seraè nell’Africa Orientale Italiana. Nonostante vivesse in anni così importanti per l’Italia, Eugenio si tenne sempre lontano dalla mondanità e dalla corte e condusse una vita abbastanza anonima, anche a causa di una malformazione al palato che gli rendeva difficoltosa la parola. Il 29 ottobre 1938 sposò a Nymphenburg, in Germania, Lucia di Borbone-Due Sicilie, figlia di Ferdinando Pio di Borbone-Due Sicilie e di Maria Ludovica Teresa di Baviera. Eugenio e Lucia ebbero una figlia, Maria Isabella di Savoia-Genova, nata a Roma il 23 giugno 1943 e sposata nel 1971 con Alberto Frioli. Il re Umberto II, conferì a Guido Aldo Frioli, padre di Alberto, il titolo di conte di Rezzano. A seguito del mutamento istituzionale del 1946 si trasferì in Brasile, dove aprì un’industria agraria. Nel 1990, alla morte del fratello maggiore Filiberto, scomparso senza eredi, assunse il titolo di duca di Genova. Eugenio morì a San Paolo del Brasile nel 1996. Alla sua morte, poiché aveva avuto solo una figlia femmina, si estinse in linea maschile il ramo ducale dei Savoia-Genova, rappresentato oggi dalla figlia e dai nipoti che ne perpetuano il cognome. Il suo corpo venne traslato nel 2006 nella cripta reale della basilica di Superga, sulle alture di Torino. Fotografia formato 13,5 x 8,5. Fotografo: E. Risi – Roma. 

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
                    29 giugno 1927
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
                    29 giugno 1927
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
                    29 giugno 1927

Onorificenze straniere

Cavaliere d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta
 
Cavaliere dell'Ordine di San'Uberto - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine di San’Uberto
 
Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Nera - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Nera
 
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine costantiniano di San Giorgio

 

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Arc. 1049: Nicola I Mirkov Petrović-Njegoš (Njeguši, 7 ottobre 1841 – Montpellier, 1º marzo 1921). Nicola apparteneva alla casa reale dei Petrović-Njegoš; suo padre era il granduca Mirko Petrović-Njegoš, soldato montenegrino, poeta e diplomatico, fratello maggiore di Danilo I del Montenegro; sua madre era Anastasia Martinović. Dopo il 1696 il potere sovrano era passato alla famiglia Petrović, da zio a nipote, in eredità monastica con il divieto di matrimonio. Con Danilo II però le cose cambiarono, perché egli rinunciò all’ufficio episcopale, dichiarando l’eredità in linea diretta maschile. Non avendo figli, però, gli succedette alla morte il nipote Nicola. Cresciuto a Trieste nella casa di Darinka, moglie dello zio Danilo I, Nicola studiò al Lycée Louis-le-Grand di Parigi, essendo la congiunta appassionata di cultura francese. Era nella capitale francese quando lo zio Danilo I fu assassinato. Nel novembre del 1860 sposò Milena, figlia del voivoda Petar Vukotić. Dopo la sua nomina a Principe del Montenegro seguì un breve periodo di pace e Nicola attuò importanti riforme amministrative e militari, ma, dal 1862 al 1878, nella sua terra ci furono scontri con l’impero ottomano. Nel 1867 incontrò l’imperatore Napoleone III di Francia a Parigi e nel 1868 lo zar Alessandro II di Russia, oltreché visitare le corti di Berlino e Vienna. L’amicizia con la famiglia imperiale russa garantì considerevoli sovvenzioni al Montenegro: armi, munizioni e denaro furono inviati a Cettigne. Nel 1876 dichiarò guerra alla Turchia. Tra il 1877 e il 1878 venne sconfitto dalla resistenza albanese a Plavë, Guci, Hotë e Grudë. Le grandi potenze gli assegnarono però le città di Nikšić, Antivari e Dulcigno come ricompensa, nonostante anche in queste città i montenegrini fossero stati battuti dagli albanesi della Lega di Prizren, i quali si piegarono solo sotto l’attacco congiunto delle cinque grandi potenze europee, dell’impero ottomano e dei montenegrini. Queste città furono concesse per un periodo di cento anni, ma, una volta sciolto l’impero ottomano, i montenegrini non si sentirono in dovere di restituirle. Con la vittoria della guerra il Montenegro ottenne un’estensione del territorio e l’acquisizione di uno sbocco marittimo sul mare Adriatico. L’indipendenza del Montenegro fu riconosciuta nel 1878 al Congresso di Berlino. Nel 1905 concesse al Montenegro la sua prima costituzione, introducendo la libertà di stampa e un codice di diritto penale. Nel 1906 introdusse la valuta montenegrina, il perpero. Nicola I può essere considerato come un despota benevolo, capo militare e poeta. Nel 1900 Nicola acquisì il trattamento di Altezza Reale e il 28 agosto 1910, durante il suo giubileo, fu incoronato sovrano del Montenegro. Quando scoppiò la guerra dei Balcani nel 1912, il re Nicola fu uno dei più entusiasti tra gli alleati, con l’intento di respingere gli Ottomani fuori dall’Europa. In quanto padre della regina d’Italia Elena, Nicola fu benvoluto dagli italiani e soprattutto dai pugliesi, così vicini al suo regno. A Bari, dove a volte si recava per acquisti, era affettuosamente chiamato zì Nicole: la città gli ha dedicato un busto in corso Vittorio Emanuele. Durante la prima guerra mondiale, nel 1914, fu tra i primi a decidere l’invio di truppe in Serbia come sostegno per fare ritirare le forze austriache dalla penisola balcanica. La fine del conflitto costò a Nicola la perdita del regno. Nel 1918 fu esiliato ad Antibes, da dove continuò a proclamarsi re fino alla morte, tre anni dopo. I territori del sud-est europeo si unirono nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che prese poi il nome di Jugoslavia nel 1929. Nicola I era affiliato alla massoneria, membro della loggia “Luce a Est”, istituita a Cettigne nel 1877 e rimasta in attività fino al 1906. Nel 1989 le salme di Nicola I e della regina Milena sono state portate dalla chiesa russa ortodossa di Sanremo in patria e inumate nella cappella di Cipur, a Cettigne. Fotografia formato 15 x 10. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Onorificenze montenegrine

Gran maestro dell'Ordine dei Petrović-Njegoš - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine dei Petrović-Njegoš
   
Gran maestro dell'Ordine del principe Danilo I - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine del principe Danilo I
   
Gran maestro dell'Ordine di San Pietro di Cettigne - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro dell’Ordine di San Pietro di Cettigne
   
Ordine della Croce Rossa del Montenegro - nastrino per uniforme ordinaria    Ordine della Croce Rossa del Montenegro
   
Ordine della Libertà del Montenegro - nastrino per uniforme ordinaria    Ordine della Libertà del Montenegro
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Danimarca)
     18 maggio 1889
Cavaliere dell'Ordine di Sant'Andrea (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea (Impero russo)
   
Cavaliere di II classe dell'Ordine imperiale di San Giorgio (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di II classe dell’Ordine imperiale di San Giorgio (Impero russo)
   
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Cirillo e Metodio (Bulgaria) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Santi Cirillo e Metodio (Bulgaria)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Carol I (Romania) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine di Carol I (Romania)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine dell'Aquila bianca di Serbia (Serbia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine dell’Aquila bianca di Serbia (Serbia)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine di San Sava (Serbia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine di San Sava (Serbia)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Stella dei Karađorđević (Serbia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine della Stella dei Karađorđević (Serbia)
   
Cavaliere di I classe dell'Ordine di Osmanie (Impero ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I classe dell’Ordine di Osmanie (Impero ottomano)
   
Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata (Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata (Italia)
   
Grand'ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia (Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Grand’ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia (Italia)
   
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia (Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine militare di Savoia (Italia)
   
Ufficiale dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine della Legion d’onore (Francia)
   
Ufficiale dell'Ordine delle Palme Accademiche (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine delle Palme Accademiche (Francia)
   
Cavaliere dell'Ordine reale vittoriano (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine reale vittoriano (Regno Unito)
   
Cavaliere dell'Ordine della Torre e della spada (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Torre e della spada (Portogallo)
   
Cavaliere dell'Ordine equestre per il merito civile e militare (Repubblica di San Marino) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine equestre per il merito civile e militare (Repubblica di San Marino)

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Arc. 864: Milena Vukotić, o Milena del Montenegro (Cettigne, 4 maggio 1847 – Antibes, 16 marzo 1923). Nata nel villaggio di Čevo, Milena era la figlia del voivoda Petar Šćepanov Vukotić, e di sua moglie, Jelena Vojvodić. Suo padre era un comandante militare e ricco proprietario terriero, la cui famiglia aveva larga influenza nell’area montenegrina e un intimo amico di Mirko Petrović-Njegoš, del quale era stato commilitone nelle guerre d’indipendenza del Montenegro. I due amici decisero di consolidare la loro alleanza con l’unione dei loro figli. Nel 1853, Milena, a soli sei anni, fu promessa in sposa all’unico figlio maschio di Mirkos, Nicola, di dodici anni. Nel 1856, dopo la morte della madre, Milena venne inviata a Cettigne per essere educata alla corte di cui poi sarebbe divenuta sovrana e, soprattutto, per imparare i rudimenti della cultura che non aveva mai ricevuto entro le mura domestiche, a tal punto da presentarsi completamente illetterata. Ella studiò con Gorde, figlia di Mirko Petrović-Njegoš e sua futura cognata. Durante i quattro anni di preparazione, Milena si avvicinò molto alla famiglia principesca del Montenegro: «Mio padre e mia madre la amavano come se fosse una loro figlia» scriverà più tardi re Nicola «Anche il mio defunto zio (il principe Danilo) l’amava molto e la trattava come una figlia, e lei gli mostrava il suo amore e il suo rispetto in ogni modo. Era bella, dolce, educata, gentile e devota». In quegli anni Milena vedeva raramente il suo futuro sposo. Nicola, nel frattempo, studiava all’estero, prima a Trieste e poi a Parigi. L’assassinio del principe Danilo, il 13 agosto 1860, portò inaspettatamente Nicola sul trono di regnante del Montenegro all’età di diciotto anni. Poco dopo la sua ascesa, Nicola si trovò vicino alla morte a causa di una pleurite. Intenzionato quindi a sposarsi per garantire un erede al trono paterno, Nicola prese in moglie Milena l’8 novembre 1860 nella chiesa di Vlach, nella valle del monte Lovćen. Dei preparativi del matrimonio si occupò attivamente il padre di Milena, il quale venne mandato in ambasceria a San Pietroburgo presso la corte dello zar Alessandro II di Russia, il principale tra gli alleati del Montenegro, affinché approvasse l’unione dei due giovani. Dall’unione nacquero dodici figli, di cui tre maschi e nove femmine. Tra queste ultime, sei andarono in spose a famiglie reali o aristocratiche d’Europa, permettendo l’accesso del Montenegro agli affari politici europei. I primi anni di Milena come principessa consorte furono difficili. Era inesperta ed era una figura solitaria inizialmente messa in ombra dalla principessa Darinka, vedova del principe Danilo, che era vicina a Nicola. Durante i primi quattro anni del suo matrimonio, non nacquero figli. Imparò la lingua francese e affermò la sua posizione dopo che Darinka lasciò il Montenegro per sempre. Il rapporto di Milena con suo marito si è consolidato con il tempo. Mentre suo marito era in visita in Austria-Ungheria e Russia nell’inverno 1868-1869, Milena era incaricata degli affari di corte. Aveva visitato Istanbul con suo marito dopo l’invito del sultano Abdulhamid nel 1899. Milena non nascose la sua disapprovazione nei confronti dell’abiura all’Ortodossia pronunciata dalla figlia Elena al fine di sposare con rito cattolico Vittorio Emanuele di Savoia, erede al trono del Regno d’Italia. Milena fu costretta all’esilio con il re Nicola in Francia dal novembre 1918, a causa dell’occupazione serba. Morì ad Antibes nel 1923 e venne tumulata nella cripta della chiesa russa di Sanremo. Nel 1989 i resti della famiglia reale montenegrina furono trasferiti a Cettigne, ex capitale del Montenegro. A dieci anni dalla morte, in sua memoria e in omaggio alla figlia regina Elena, su proposta del podestà locale, il suo nome fu assunto con Regio Decreto n. 1794 del 4 dicembre 1933 dal comune di Milena, in provincia di Caltanissetta, fino ad allora Milocca – per pochi mesi Littoria Nissena. Fotografia formato 14 x 8,8. Fotografo: Sconosciuto. 

Onorificenze

Onorificenze montenegrine

Dama dell'Ordine dei Petrović-Njegoš - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine dei Petrović-Njegoš
   
Dama di Gran Croce dell'Ordine del Principe Danilo I - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine del Principe Danilo I
   
Dama dell'Ordine di San Pietro di Cettigne - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di San Pietro di Cettigne
   

Onorificenze straniere

Dama dell'Ordine di Elisabetta - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di Elisabetta
   
Dama dell'Ordine al merito civile - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine al merito civile
   
Dama dell'Ordine di Santa Caterina - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di Santa Caterina
   
Dama dell'Ordine di Santa Isabella - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di Santa Isabella
   
Gran Dama dell'Ordine della Carità - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Dama dell’Ordine della Carità
 

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