truppe coloniali ufficiali 1871 – 1911

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Arc. 2102: Arimondi Giuseppe Edoardo in grande uniforme speciale da Maggior Generale del Corpo di Spedizione in Africa mod. 01 gennaio 1894 (Savigliano, 26 aprile 1846 – M.te Rajo/Adua 01 marzo 1896). Allievo alla Scuola Militare nel 1863, ne uscì Sottotenente nel 2° Reggimento Bersaglieri il 7 settembre 1865. Tenente il 19 dicembre del 1872, frequentò la Scuola di Guerra nel 1873 e nel 1874 passò allo Stato Maggiore presso il Comando Generale di Napoli. Capitano il 26 agosto 1877 venne trasferito allo Stato Maggiore dell’8° Corpo d’Armata. Maggiore nel 6° Bersaglieri il 29 giugno 1884, il 12 giugno 1877 tornò allo Stato Maggiore come Addetto al Comando dell’11° Corpo d’Armata. Il 16 ottobre 1887 fu destinato come Addetto al Comando Truppe d’Africa e il 18 maggio 1888 era Capo di Stato Maggiore della Divisione Genova. L’11 ottobre 1888 venne promosso Tenente Colonnello e come tale venne trasferito nella Divisione di Bari per poi diventare Comandante delle truppe in Africa il 28 febbraio 1892. Il 3 aprile 1893 ottenne il grado di Colonnello e il 1° febbraio 1894 venne promosso Maggior Generale Comandante in 2^ del Corpo Operazioni. Nel 1894, divenne stretto collaboratore del governatore della colonia eritrea, il Generale Oreste Baratieri e partecipò alla conquista di Cassala e alle battaglie di Coatit e Senafè. Arimondi si trovò presto in contrasto con il governatore, che non condivideva il suo modus operandi, in quanto la tattica di guerra del Generale Arimondi era molto improntata sull’offensiva e sulla sorpresa. Egli propose di attaccare il prima possibile le truppe eritree che si stavano accentrando verso il Tigrè su ordine dell’Imperatore Menelik II, per disorganizzarle e non permettere loro di costituire un fronte di attacco. Il governatore, non condividendo questa tattica, non avallò la missione e per risposta Arimondi richiese per ben due volte il rimpatrio immediato, rifiutato però dal Governo e dal governatore stesso. Il 12 gennaio 1895 sulle alture di Coatit le truppe italiane, comandate dal generale Baratieri, si scontrarono con quelle del ras Mangascià e, dopo un aspro combattimento durato due giorni, i resti dell’esercito nemico vennero decimati dal nutrito cannoneggiamento degli italiani. Nei mesi successivi Baratieri avanzava con decisione nel Tigrai, occupando Adigrat (23 marzo), Adua (3 aprile) e poi Axum, la città santa con i suoi obelischi, Macallè e tutto il territorio dell’Agamè. Nell’autunno tutta la regione del Tigrai poteva dirsi occupata e Baratieri poteva così ritornare a Massaua. Tuttavia, trascorse poche settimane, fu lo stesso Negus Menelik II a mettersi sul piede di guerra denunciando l’indebita occupazione italiana del Tigrai, territorio che il Trattato di Uccialli assegnava all’Etiopia. Fatte ingenti provviste di viveri, bestiame, armi e munizioni, Menelik II mise insieme una forza immensa per marciare contro la colonna italiana. Nella primavera del 1895 il suo esercito era pronto, ma l’avanzata venne rimandata all’autunno quando sarebbe terminata la stagione delle grandi piogge. Ai primi di dicembre l’esercito abissino, forte di 100 000 uomini si trovava diviso in due tronconi: una a nord del Lago Ascianghi al comando del ras Maconnen (30 000 uomini) e una a sud al comando dello stesso Negus (70 000 uomini). Le forze italiane, enormemente inferiori, erano anch’esse suddivise in due contingenti: 5 000 uomini erano di stanza ad Adigrat ed altrettanti a Macallè, guidate dal generale Arimondi. Ai primi di dicembre Arimondi avrebbe voluto avanzare da Macallè in sostegno del maggiore Pietro Toselli che si trovava isolato con la sua compagnia sull’altipiano dell’Amba Alagi nella posizione più avanzata e che per primo, perciò, sarebbe giunto a contatto col nemico. Tuttavia il governatore Baratieri telegrafò che fosse mantenuto il presidio su Macallè e vietò al Generale Arimondi di muoversi, permettendo agli abissini un facile eccidio nei confronti dei circa 2 000 soldati ai comandi del Maggiore Toselli che morirono tutti eroicamente il 7 dicembre. Arimondi, che era avanzato sino ad Aderà, a 20 km dall’Amba Alagi, non poté fare altro che raccogliere i pochi superstiti per ripiegare su Adigrat, lasciando nel forte di Macallè il Tenente Colonnello Giuseppe Galliano con 1 300 uomini. L’esercito del Negus iniziava l’assedio del forte di Macallé che gli italiani, pur rimasti privi delle sorgenti d’acqua, difesero da ogni assalto, tanto che il nemico dovette infine accontentarsi di attenderne la capitolazione per sete. Contemporaneamente all’assedio procedevano le trattative di pace che culminarono il 17 gennaio 1896 quando Menelik II offrì la cessazione delle ostilità chiedendo come contropartita la cancellazione del Trattato di Uccialli. In cambio egli prometteva di liberare dall’assedio gli italiani rinchiusi nel forte di Macallé. Ma il Governo italiano, pur esigendo la liberazione degli assediati di Macallé, rimase fermo nella richiesta del rinnovo del Trattato di Uccialli, così che non fu possibile raggiungere alcun accordo. Frattanto l’esercito abissino, per aggirare le truppe italiane, si diresse verso Adua. Menelik II, tuttavia, non attaccava con decisione, non abbandonando ancora la speranza di accordarsi pacificamente. Ma nessun accomodamento era possibile finché Baratieri insisteva, come ordinatogli da Roma, per il riconoscimento del Trattato di Uccialli e del protettorato sull’Etiopia. Tuttavia negli ultimi giorni di febbraio, per l’esercito italiano le vettovaglie erano talmente ridotte da non poter bastare che per pochi giorni ancora. S’imponeva perciò la necessità di ritirarsi oppure di tentare, con un’avanzata su Adua, di aprirsi la via più breve di rifornimento per i magazzini di Adi Ugri e di Asmara. Baratieri era più favorevole alla ritirata ma, sentito nella sera tra il 28 e 29 febbraio il parere degli altri generali che all’unanimità propendevano per l’attacco, decise infine di affrontare il nemico coi suoi 15 000 uomini contro gli oltre 120 000 di Menelik II. Nella notte tra il 29 febbraio e il 1º marzo il Generale Baratieri decise, dunque, di avanzare dalla ben difesa posizione di Saurià. L’idea era quella di attirare l’esercito di Menelik, o almeno la sua retroguardia, in uno strenuo combattimento che l’avrebbe visto inevitabilmente capitolare. Fu indotto a compiere questa manovra rischiosa, pur di ingaggiare battaglia, a seguito del telegramma che il Capo del Governo Crispi gli aveva inviato in data 25 febbraio: «Codesta è una tisi militare, non una guerra». Alle ore 21:00 del 29 febbraio l’esercito si mosse su tre colonne: alla destra marciava la colonna guidata dal Generale Vittorio Dabormida (2 500 uomini), al centro quella del Generale Arimondi (2 500 uomini anch’essa) e alla sinistra quella del Generale Matteo Albertone (4 000 uomini). Nelle intenzioni del comandante, l’arrivo delle teste di colonna sulle posizioni prestabilite sarebbe dovuto avvenire in contemporanea alle ore 5:00 del primo marzo ma, a causa di molteplici disguidi e di un difetto di collegamento, le cose andarono molto diversamente. Durante l’avvicinamento si verificò l’incrocio della brigata di Albertone con quella centrale di Arimondi, che dovette arrestarsi per lasciarla sfilare. La brigata di Albertone accelerava poi la marcia, giungendo in anticipo (ore 3:00) alla località prestabilita da Baratieri per la sosta. Tuttavia il Generale Albertone, anziché arrestarsi, decideva inspiegabilmente di riprendere l’avanzata. Seguendo le indicazioni di alcune guide locali e senza assicurarsi del collegamento con le colonne di destra, Albertone avanzò per raggiungere quello che a torto credeva costituisse il suo obiettivo, distanziandosi in tal modo enormemente dal resto dello schieramento. L’equivoco nasceva da un errore presente nello schizzo messo a punto da Baratieri, nel quale il colle Enda Chidane Meret, il punto dove dovevano convergere le truppe di Albertone, si trovava nella realtà molti chilometri più a sud-ovest del sito indicato con tale nome nella cartina. Finalmente alle ore 5:30 la colonna di Albertone raggiunse il colle Enda Chidane Meret, ma tuttavia l’avvistamento della colonna italiana avvenne immediatamente da parte degli abissini ed ebbe l’effetto di mettere in allarme l’intero campo che si trovava poco lontano. Subito gli abissini investirono Albertone: dopo oltre un’ora di valoroso combattimento il battaglione Turitto, avanguardia di Albertone, decimato, fu costretto a ripiegare sul grosso dell’esercito che a sua volta si vide attaccato frontalmente e sul fianco sinistro da 30 000 uomini che cercavano di impedirgli la ritirata. Poco prima delle ore 7:00 Albertone, preoccupato, stilò un messaggio per il Generale Baratieri, chiedendogli di intervenire. Questi, intuendo l’accaduto, ordinò alla brigata guidata da Dabormida di procedere verso sud-ovest per andare a sostenere quella di Albertone ed alla brigata di Arimondi di piegare anch’essa verso sinistra in direzione del Monte Rajo. Il Generale Dabormida, nel tentativo di alleggerire la pressione su Albertone, spinse la sua brigata nel profondo vallone di Mariam Sciauitù, dove però andò a urtare contro forze nemiche molto superiori. Alle 10:30 la brigata Dabormida che aveva cercato vanamente di soccorrere Albertone era a sua volta tagliata fuori dall’esercito abissino. Di fatto la battaglia si era ormai scissa in tre scontri separati e indipendenti l’uno dall’altro: al colle Enda Chidane Meret combattevano gli uomini di Albertone, sul Monte Rajo quelli di Arimondi, che cercavano strenuamente la resistenza, e infine nel vallone di Mariam Sciauitù quelli guidati da Dabormida. In tutte e tre le posizioni il nemico godeva di una schiacciante superiorità numerica e le colonne italiane, troppo lontane tra loro, non erano in grado di prestarsi reciprocamente alcun aiuto. Alle 10:00, caduti tutti gli ufficiali e perduta l’artiglieria, i pochi superstiti della brigata Albertone, erano costretti a ritirarsi in disordine finché alle 11:00, la brigata fu completamente annientata. Il contingente che l’aveva vinta si rivolse verso la brigata Arimondi, che si trovò a dover sopportare un duplice sforzo, mentre un altro troncone riusciva a incunearsi tra le truppe di Arimondi, le uniche che ancora combattevano con efficienza, e quelle di Dabormida. I soldati di Arimondi, arroccati sul Monte Rajo, erano tuttavia in una postazione precaria. Pur consapevoli di questo, manifestando sommo spirito di sacrificio e profondo senso del dovere, attesero sulle proprie posizioni l’arrivo di nemici immensamente superiori in numero e che vedevano scomparire allo sguardo per poi riapparire sempre più vicini ogni volta che ascendevano gli avvallamenti della zona. Le truppe abissine investirono la brigata dell’esercito invasore da ogni parte, spezzandone la resistenza che fu strenua e tenace, finché in un paio di ore lo stesso Arimondi trovò la morte, l’intera artiglieria fu perduta ed i pochi superstiti cercarono disordinatamente una via di fuga. La brigata Dabormida, ultima a resistere, nel vallone di Mariam Sciauitù, era intanto riuscita a respingere un primo assalto nemico. Ma appena Dabormida inviava notizia di questo iniziale successo al comandante Baratieri, irrompevano alle sue spalle gli abissini che avevano appena prima dissolto la colonna di Arimondi sul Monte Rajo. I soldati di Dabormida resistettero per più di un’ora con estremo coraggio, finché il generale, senza notizie di quanto avvenisse nel resto del campo di battaglia e vistosi minacciato di accerchiamento, ordinò la ritirata. Era però troppo tardi perché lo sganciamento dal nemico potesse compiersi con ordine, tanto più che Baratieri non aveva dato alcuna disposizione per le linee di ripiegamento, e così anche lo stesso Generale Dabormida periva sul campo. Nel primo pomeriggio ancora numerosi gruppi di truppe allo sbando combattevano disperatamente, asserragliati sulle cime dei monti della zona e completamente circondati dal nemico. Sul campo rimasero 6 600 uomini di cui 262 ufficiali tra italiani e àscari, 5 000 feriti e 1 700 prigionieri. Molto alte furono anche le perdite degli abissini a dimostrazione del valore con cui combatterono le truppe italiane e indigene in quella circostanza, nonostante l’inferiorità numerica e i gravi errori tattici dei comandanti. Al Generale Giuseppe Arimondi fu conferita postuma la medaglia d’oro al valor militare. Nel febbraio del 1896 i contrasti tra il governatore Baratieri ed il Generale Arimondi erano evidenti e palesi a tutti. Il Generale Arimondi, forse perché gli era stato tolto il comando della Brigata Indigeni, la più ambita, per affidarlo al Generale Matteo Albertone, non perdeva occasione per criticare anche aspramente l’operato del Generale Baratieri, arrivando perfino a definire le continue ricognizioni armate che il suo Comandante in capo ordinava per controllare il nemico, “l’onanismo dell’arte militare”. In tale ambito, gli ufficiali più giovani, desiderosi di vendicare lo smacco dell’Amba Alagi, erano naturalmente inclini a condividere la linea di pensiero del Generale Arimondi, unanimemente riconosciuto ed apprezzato quale l’eroe di Agordat, piuttosto che le attese di Baratieri giudicate troppo prudenti. L’insieme di circostanze determinò, inevitabilmente, un clima davvero pesante nello Stato Maggiore della colonia.

Onorificenze

Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Oro al Valor Militare
     «Dopo aver combattuto valorosamente con la sua brigata,quando questa venne sopraffatta, non volle ritirarsi ma     con gruppi del IX battaglione e di altri corpi continuò a combattere strenuamente sul Monte Raio, finché vi fu           ucciso. Adua (Eritrea), 1º marzo 1896
   marzo 1898
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare
     «Come comandante in 2ª prese parte a tutte le operazioni da Adi-Ugri ad Adua, a Coatit e a Senafè, fu                 sempre consigliere utile alle operazioni e contribuì efficacemente a guidare le truppe.»
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia
   

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Arc. 2374: Galliano Giuseppe in uniforme da Maggiore del Corpo di spedizione in Africa mod. 01 gennaio 1894 (Vicoforte Mondovì, 27 settembre 1846 – Abba Garima – Adua, 1º marzo 1896). Figlio di un ufficiale che nel 1821 fu compagno di Santorre di Santarosa nei moti costituzionali in Piemonte, entrato nel Collegio Militare di Asti il 24 ottobre 1854, Giuseppe passò nel 1864 alla Scuola Militare, dalla quale due anni dopo veniva dimesso col grado di Sottotenente nell’arma di fanteria, ed assegnato al 24º Reggimento Fanteria “Brigata Como” col quale partecipò alla guerra contro l’Austria del 1866. Nel 1870 fu promosso Luogotenente e nel 1873 ottenne di essere trasferito nel corpo degli Alpini costituito l’anno prima; vi rimase fino al 19 luglio 1883 quando, con la promozione a Capitano, venne destinato al 58º Reggimento Fanteria “Brigata Abruzzi”. Nel 1884 passò all’82º Reggimento Fanteria “Brigata Torino” ed il 6 novembre 1887 partì per l’Eritrea col Corpo di Rinforzo comandato dal Generale Alessandro Asinari di San Marzano, con l’intento di vendicare l’eccidio di Dogali, ma, essendosi gli abissini «dileguati qual nebbia al sole» dinanzi alle imponenti forze italiane, il Corpo, nella primavera dell’anno dopo, venne sciolto e rimpatriato. Il 10 marzo 1888 il Capitano Galliano faceva ritorno all’82º Reggimento Fanteria di Torino per rimanervi soltanto due anni, in quanto nel 1890, in seguito a sue ripetute domande, ottenne di essere nuovamente inviato in Eritrea. Nella battaglia di Agordat del 1893 il Capitano Giuseppe Galliano comandava un Battaglione indigeni, nonché una batteria di artiglieria da montagna indigeni servita da sudanesi. Dapprima le sorti della battaglia furono favorevoli alle truppe di Galliano ma, successivamente, i Dervisci, rincuorati ed infervorati dai loro capi militari e religiosi, le incalzarono tentando di aggirarle. Vani furono gli sforzi di Galliano per arginare la loro offensiva sicché fu costretto ad ordinare la ritirata abbandonando i pezzi, poiché tutti i muletti erano rimasti uccisi. Nel ripiegamento per scaglioni Galliano mantenne la disciplina e l’ordine, infondendo fiducia nei suoi fedeli àscari. Successivamente ordinò un violento contrattacco alla baionetta, che guidò egli stesso a cavallo in primissima linea. In breve i Dervisci furono scompaginati e volti in fuga disordinata e i pezzi poterono essere ripresi. Il bottino in armi, munizioni ed insegne di quella battaglia si trova oggi presso il Museo di Artiglieria di Torino e comprende il celebre stendardo verde, che per i Dervisci fu una delle più avvilenti perdite. Alla notizia che il Re Umberto I gli aveva assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Il 13 gennaio del 1895 iniziò la battaglia di Coatit tra le truppe italiane e quelle guidate dal Ras Mangascià, governatore del Tigrai, il quale venne sconfitto e fu costretto a rifugiarsi presso Senafè, dove però venne raggiunto dalle truppe italiane; un proiettile percorse la sua tenda e, in preda al panico, iniziò a fuggire. Gran parte del merito in questa operazione la ebbe Giuseppe Galliano, promosso Maggiore (8 marzo 1894) per meriti di guerra dopo Agordat. L’azione gli fece guadagnare una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Sempre per tale sua valorosa azione ebbe in premio anche la Croce di Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro per motu proprio del Sovrano. Nell’autunno 1895 tutta la regione del Tigrai poteva dirsi occupata, così il governatore della Colonia eritrea, il Generale Oreste Baratieri poteva ritornare a Massaua. Tuttavia, trascorse poche settimane, fu lo stesso Negus Menelik II a mettersi sul piede di guerra denunciando l’indebita occupazione italiana del Tigrai, territorio che il Trattato di Uccialli assegnava all’Etiopia. Fatte ingenti provviste di viveri, bestiame, armi e munizioni, Menelik II mise insieme una forza immensa per marciare contro la colonna italiana. Ai primi di dicembre l’esercito abissino poteva vantare 100.000 uomini, mentre le forze italiane, inferiori in numero, erano state a loro volta suddivise in due contingenti: 5.000 uomini erano di stanza ad Adigrat ed altrettanti a Macallé, guidati dal Generale Giuseppe Arimondi. Quest’ultimo avrebbe voluto avanzare in sostegno del Maggiore Pietro Toselli che si trovava isolato con la sua compagnia sull’altipiano dell’Amba Alagi nella posizione più avanzata e che per primo, perciò, sarebbe giunto a contatto col nemico. Tuttavia il governatore Baratieri telegrafò che fosse mantenuto il presidio su Macallé e vietò al Generale Arimondi di muoversi, permettendo agli abissini un facile eccidio nei confronti dei circa 2000 soldati ai comandi del Maggiore Toselli che morirono tutti il 7 dicembre. Arimondi, che era avanzato sino ad Aderà, a 20 km dall’Amba Alagi, non poté fare altro che raccogliere i pochi superstiti per ripiegare su Adigrat, lasciando nel Forte Enda Yesus (Chiesa del Gesù) presso Macallé il Maggiore Giuseppe Galliano con 1.300 uomini. L’esercito del Negus iniziava l’assedio del forte. Galliano resistette per oltre due mesi ai continui attacchi degli armati abissini. Il presidio di circa 1500 uomini non si arrese malgrado le gravissime perdite subite, soprattutto per le malattie. Contemporaneamente all’assedio procedevano le trattative di pace che culminarono il 17 gennaio 1896 quando Menelik II offrì la cessazione delle ostilità chiedendo come contropartita la cancellazione del Trattato di Uccialli. In cambio egli prometteva di liberare dall’assedio gli italiani rinchiusi nel forte di Macallé. Ma il governo italiano, pur esigendo la liberazione degli assediati di Macallé, rimase fermo nella richiesta del rinnovo del Trattato di Uccialli. Galliano, sul punto di sacrificarsi per mancanza di munizioni, di viveri e di acqua facendo saltare in aria il forte per mezzo di una mina, desistette da tale proponimento dato che l’assedio venne sciolto grazie alla diplomazia messa in atto dal governatore Baratieri. Galliano lasciò il forte con le sue truppe e fece ritorno tra le forze italiane che andavano ammassandosi al confine eritreo col Tigrè. Per l’eroica difesa del forte di Enda Yesus (poi denominato in suo onore “Forte Galliano”), ebbe un’altra Medaglia d’Argento al Valor Militare e la promozione per merito di guerra a Tenente Colonnello, che avvenne nel gennaio del 1896. Negli ultimi giorni di febbraio, per l’esercito italiano le vettovaglie erano talmente ridotte da non poter bastare che per pochi giorni. Le opzioni erano due: ritirarsi oppure tentare, con un’avanzata su Adua, di aprirsi la via più breve di rifornimento per i magazzini di Adi Ugri e di Asmara. Baratieri era più favorevole alla ritirata ma, sentito nella sera tra il 28 e 29 febbraio il parere degli altri generali che all’unanimità propendevano per l’attacco, decise di affrontare il nemico coi suoi 15.000 uomini contro gli oltre 120.000 di Menelik II. Nella notte tra il 29 febbraio e il 1º marzo il Generale Baratieri decise di avanzare. L’idea era quella di attirare l’esercito di Menelik, o almeno la sua retroguardia, in uno strenuo combattimento che l’avrebbe visto capitolare. A seguito del telegramma che il Capo del Governo Francesco Crispi gli aveva inviato in data 25 febbraio: «Cotesta è una tisi militare, non una guerra», fu costretto ad ingaggiare battaglia. Alle ore 21.00 del 29 febbraio l’esercito si mosse su tre colonne: alla destra marciava la colonna guidata dal Generale Vittorio Dabormida (2.500 uomini), al centro quella del Generale Giuseppe Arimondi (2.500 uomini anch’essa), alla quale fu assegnato anche il Tenente Colonnello Galliano, e alla sinistra quella del Generale Matteo Albertone (4.000 uomini). Galliano si ritrovò a combattere sul Monte Rajo, dove, cercando strenuamente di proteggere l’ala sinistra della Brigata di Arimondi sbarrando il campo agli abissini, cadde combattendo fino all’ultimo con la quasi totalità dei suoi àscari che lo idolatravano e che non lo vollero abbandonato in quel suo supremo sacrificio. Per la sua condotta eroica durante la battaglia di Adua fu conferita postuma a Galliano una seconda Medaglia d’Oro al Valor Militare. Galliano, primo alpino decorato col massimo riconoscimento per i militari, è stato anche il primo ufficiale decorato di due Medaglie d’Oro al Valor Militare. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: C. Capitanio – Brescia. 

Onorificenze

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’oro al valor militare
     «Diresse con energia, coraggio e slancio esemplari l’attacco delle quattro compagnie che erano ai suoi ordini;             respinto le riordinò sollecitamente, le ricondusse all’attacco mettendo in fuga il nemico e riprendendogli quattro         pezzi d’artiglieria.»
   Agordat (Eritrea), dicembre 1893
Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’oro al valor militare
     «Impegnatosi col suo battaglione sul Monte Rajo, nel momento più critico della lotta, combatté valorosamente.         Quando le sorti della pugna precipitarono, perdurò nella resistenza con pochi rimastigli a fianco, quantunque già       ferito, e col moschetto alla mano, incitando gli altri a finir bene, si difese disperatamente finché fu ucciso.»
   Adua (Etiopia), 1º marzo 1896
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare
     «Inviato con tre delle sue compagnie ad arrestare l’urto della colonna aggirante nemica, riuscì, nonostante la           superiorità numerica dei tigrini, le difficoltà del terreno e le gravi perdite subite, a coprire la strada per cui                 doveva sfilare il corpo operante, rendendo così possibile di occupare saldamente la posizione di Coatit e di             respingere il nemico su tutta la fronte. Nel pomeriggio del 13 e per tutto il 14 concorse a difendere il centro e la       destra delle nostre truppe, respingendo sempre gli incessanti attacchi del nemico.»
   Coatit, 13-14 gennaio 1895
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare
     «Per aver ordinato e diretto con intelligenza pari al valore la difesa del forte di Enda Jesus.»
   Enda Jesus (Forte di Macallè), 8 dicembre 1895 – 22 gennaio 1896
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     «”motu proprio” del Sovrano»
   1896
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia
   

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Arc. 2958: Corpo di Spedizione in Africa: Tenente dell’11° Reggimento Fanteria Brigata Casale in tenuta di servizio. Fotografia formato cartolina 13,7 x 8,6. Fotografo: Sconosciuto. Guerra di Libia 1911 ca.

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