Patrioti e uomini politici (1859-1920)

 

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Arc. 389: Mosaico del primo Parlamento del Regno d’Italia: Camera dei Deputati. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1861 ca.

 

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Arc. 1937: Mosaico del primo Parlamento del Regno d’Italia: Senato del Regno. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1861 ca.

 

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Arc. 2744: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, presidente del Consiglio dei ministri dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861. Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, divenne il primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Stato e morì ricoprendo tale carica. Fu protagonista del Risorgimento come sostenitore delle idee liberali, del progresso civile ed economico, dell’anticlericalismo, dei movimenti nazionali e dell’espansionismo del Regno di Sardegna ai danni dell’Austria e degli stati italiani preunitari. In economia promosse il libero scambio, i grandi investimenti industriali (soprattutto in campo ferroviario) e la cooperazione fra pubblico e privato. In politica sostenne la promulgazione e la difesa dello Statuto Albertino. Capo della cosiddetta Destra storica, siglò un accordo (Connubio) con la Sinistra con la quale realizzò diverse riforme. Contrastò apertamente le idee repubblicane di Giuseppe Mazzini e spesso si trovò in urto con Giuseppe Garibaldi, della cui azione temeva il potenziale rivoluzionario. In politica estera coltivò con abilità l’alleanza con la Francia grazie alla quale, con la seconda guerra di indipendenza, ottenne l’espansione territoriale del Regno di Sardegna in Lombardia. Benché non avesse un disegno preordinato di unità nazionale, riuscì a gestire gli eventi politici (sommosse nel Granducato di Toscana, nei ducati di Modena e Parma e nel Regno delle Due Sicilie) che assieme all’impresa dei Mille portarono alla formazione del Regno d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Parigi. 1859 ca.

Onorificenze

Cavour ottenne numerose onorificenze, anche straniere. Queste quelle di cui si è a conoscenza da fonti attendibili:

Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata
  — 29 aprile 1856
Cavaliere di gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 26 marzo 1853
Cavaliere dell'Ordine civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine civile di Savoia
Cavaliere dell'Ordine imperiale di Sant'Alessandr Nevskij (Russia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine imperiale di Sant’Alessandr Nevskij (Russia)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine della Legion d’onore (Francia)
Cavaliere dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero Ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)
Cavaliere di gran croce dell'Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e Hannover) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e     Hannover)
Cavaliere di grande stella dell'Ordine del leone e del sole (Persia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di grande stella dell’Ordine del leone e del sole (Persia)

 

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Arc. 627: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: H. Hering – Londra.

 

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Arc. 538: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

 

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Arc. 1529: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto.

 

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Arc. 1210: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Parigi.

 

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Arc. 1211: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Parigi.

 

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Arc. 1211: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

 

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Arc. 751: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

 

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Arc. 751: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto.

 

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Arc. 1041: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

 

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Arc. 914: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

 

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Arc. 1673: Il Congresso di Parigi si riunì nella capitale francese dal 25 febbraio al 16 aprile 1856 al fine di ristabilire la pace dopo la guerra di Crimea, combattuta vittoriosamente da Turchia, Francia, Regno Unito e Regno di Sardegna contro la Russia. Il congresso stabilì l’autonomia di Moldavia e Valacchia che, liberate dal protettorato russo, rimanevano formalmente nell’Impero ottomano, al quale veniva anche assicurata l’integrità territoriale. Dispose la smilitarizzazione del Mar Nero e la cessione da parte della Russia della zona della foce del Danubio (Bessarabia meridionale) a favore della Moldavia. Determinò il declino della potenza russa in Europa e l’ascesa della Francia a prima potenza del continente. Il Primo ministro del Regno di Sardegna Cavour ottenne che per la prima volta in una sede internazionale si ponesse la questione italiana. I risultati del Congresso costituirono il Trattato di Parigi. In piedi da sinistra: Camillo Benso conte di Cavour (Regno di Sardegna), Ministro Villamarina (Regno di Sardegna), conte di Hatzfeldt (Austria-Ungheria), F. Bénedetti (Impero francese – redattore del protocollo), Mehemmed Djemil Bey ( Impero turco), barone De Brunnow (Prussia), barone De Manteuffel (Prussia), conte De Buol (Austria-Ungheria). Seduti da sinistra: barone de Hubner (Prussia), Aali Pacha (Impero turco), conte De Clarendon (Gran Bretagna), conte Colonna Walewski (Impero francese), conte Orloff (Impero russo), barone De Bourqueney (Impero francese), Lord Cowley (Gran Bretagna). Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Parigi. 1856 ca.

 

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Arc. 1210: Massimo Taparelli marchese d’Azeglio (Torino, 24 ottobre 1798 – Torino, 15 gennaio 1866). Quartogenito del marchese Cesare Taparelli d’Azeglio; dopo una brillante giovinezza, dedita soprattutto allo studio della pittura (182030 a Roma), frequentò nel 1831 a Milano il cenacolo del Manzoni, del quale sposò la figlia Giulia. Di questi anni sono i suoi romanzi (Ettore Fieramosca o La disfida di Barletta, 1833, Niccolò de’ Lapi ovvero I Palleschi e i Piagnoni, 1841; La Lega Lombarda, incompiuto, scritto nel 1845 e pubblicato postumo nel 1871). Sviluppatasi negli anni 184344, attraverso colloqui col cugino Cesare Balbo, la passione politica, accettò nel 1845 di fare per il movimento liberale un viaggio per le Romagne, le Marche e la Toscana e al ritorno scrisse Gli ultimi casi di Romagna (1846), pagine ostili alle sètte ma ancor più al malgoverno papale, e auspicanti apertamente una cospirazione pubblica. Espulso dal governo toscano per tale opuscolo, d’A. all’avvento di Pio IX vide possibile la realizzazione del proprio programma liberale moderato e legalitario (nel 1847espose il suo pensiero nella Proposta di un programma per l’opinione nazionale italiana), puntando decisamente prima su Pio IX e poi su Carlo Alberto. Scoppiata la guerra, fu aiutante di campo del gen. Durando e fu ferito al monte Berico (10 giugno 1848). In acre polemica con democratici e repubblicani da lui incolpati del fallimento della guerra del 184849, declinò l’invito di formare il ministero piemontese: solo il 7 maggio 1849s’inchinò davanti all’ordine preciso del re. Chiusa la vertenza austriaca (a tal fine fu costretto a sciogliere la Camera), d’Azeglio seppe mantenere, nonostante le pressioni austriache, il sistema costituzionale e riformò radicalmente (1850) i rapporti fra Stato e Chiesa con le leggi Siccardi. Dimessosi il 22 ottobre 1852 per le difficoltà suscitategli dal “connubio” Cavour-Rattazzi, ebbe in seguito incarichi politici di minore importanza (nel novembre 1855 accompagnò il re a Londra e a Parigi, dove ritornò da solo prima della guerra; nel 1859 fu nominato commissario straordinario nelle Romagne, nel gennaio 1860 governatore di Milano), mentre i suoi scritti agivano vitalmente sull’opinione pubblica (articoli antiaustriaci sul Morning Chronicle, 1859, De la politique et du droit chrétien au point de vue de la question italienne, 1860); in questi anni, dimenticando ogni precedente dissidio, aiutò il Cavour in momenti delicati (intervento in Crimea, guerra del 1859), ma successivamente il suo moralismo conservatore e paternalistico gli impedì di cogliere il significato degli avvenimenti che si compirono nel 1860 e negli anni seguenti, così si oppose all’unificazione del nord al sud della penisola, giudicandola immatura, e si scagliò, nell’opuscolo Questioni urgenti (1861), contro la prospettiva di portare la capitale a Roma, vedendo in essa un motivo esclusivamente retorico. Solitario e incompreso, d’A. allora scrisse per gl’Italiani, “ancora da fare”, I miei ricordi (incompiuti, si fermano al 1846, pubblicati postumi nel 1867). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1865 ca.

Onorificenze sabaude

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
  — 12 giugno 1856
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al Valor Militare

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di    Toscana)
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine di   Leopoldo (Belgio)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’onore (Francia)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Salvatore (Regno di Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Salvatore (Regno di Grecia)
Gran Croce dell'Ordine del Cristo (Regno del Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine del Cristo (Regno del Portogallo)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Regno del Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila   Viçosa (Regno del Portogallo)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Leone dei Paesi Bassi (Paesi Bassi) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone dei Paesi Bassi (Paesi   Bassi)
Gran Croce dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine di Carlo III (Spagna)

 

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Arc. 2121: Massimo Taparelli marchese d’Azeglio (Torino, 24 ottobre 1798 – Torino, 15 gennaio 1866). Fotografia CDV. Fotografo: A. Giroux & C. – Parigi. 1865 ca.

 

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Arc. 1658: Massimo Taparelli marchese d’Azeglio (Torino, 24 ottobre 1798 – Torino, 15 gennaio 1866). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Parigi.

 

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Arc. 1936: Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 – Frosinone, 5 giugno 1873). Esponente di spicco e successivamente capo dell’ala democratica (Sinistra storica) del Parlamento Subalpino e, successivamente, italiano, ricoprì numerosi incarichi ministeriali tra il 1848 e il 1849 nel Governo Casati, nel Governo Gioberti e nel Governo Chiodo. Passato all’opposizione, nel 1852 strinse un patto politico (Connubio) con l’ala moderata della Destra storica, guidata da Cavour, che permise a questi di divenire primo ministro, e a Rattazzi di assumere lo scranno prima di Presidente della Camera dei deputati, e poi la carica di ministro della Giustizia e dell’Interno. Dopo la rottura con Cavour, Rattazzi si accostò sempre più a Vittorio Emanuele II, divenendo un suo uomo di fiducia, e contrapponendosi in tal modo alla politica del conte. Scomparso Cavour e salito al potere Bettino Ricasoli, nel 1862 Rattazzi riuscì a sostituirlo e a divenire Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, ma la sua esperienza governativa si concluse brevemente dopo la Giornata d’Aspromonte, la quale, mal gestita, portò alle sue dimissioni. Ritornato al governo nel 1867, sempre succedendo a Ricasoli, Rattazzi cadde nuovamente dopo una breve permanenza al governo del Paese sempre per non aver saputo gestire la Questione romana, i cui esiti disastrosi porteranno alla Battaglia di Mentana. Questa disfatta segnerà le sue ennesime dimissioni e il ritiro definitivo dalla scena politica. Fotografia CDV – Carta salata. Fotografo: Sconosciuto. Databile verso la metà degli anni ’50. Il 3 febbraio 1863 Urbano Rattazzi sposò a Torino Maria Wyse Bonaparte (1833-1902), vedova del conte Frederic Joseph de Solms. Maria era figlia di Thomas Wyse, diplomatico di origine irlandese , e di Letizia Cristina Bonaparte, figlia di Luciano, fratello dell’imperatore francese Napoleone. Dalla coppia nacque una figlia, Isabella Roma, nata il 21 gennaio 1871, che dopo la morte del padre due anni dopo, seguì la madre in Francia e in Spagna. L’eredità politica di Rattazzi sarebbe stata raccolta dal nipote omonimo, Urbano Rattazzi iuniore, figlio di suo fratello Giacomo, che sarebbe divenuto molto vicino a Casa Savoia durante il regno di Umberto I, fino al punto di venire nominato Ministro della Real Casa, a testimoniare i buoni rapporti tra la monarchia e la famiglia Rattazzi. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1859 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
  1867
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  1867

 

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Arc. 1217: Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 – Frosinone, 5 giugno 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino. 1860 ca.

 

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Arc. 539: Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 – Frosinone, 5 giugno 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Detken – Napoli. 1860 ca.

 

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Arc. 2414: Urbano Rattazzi e la moglie Maria Wyse Bonaparte (1833-1902) il 3 febbraio 1863 a Torino, giorno del loro matrimonio. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1863.

 

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Arc. 1434: Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 – Frosinone, 5 giugno 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868 ca.

 

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Arc. 392: Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 – Frosinone, 5 giugno 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868 ca.

 

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Arc. 539: Barone Bettino Ricasoli ( Firenze, 9 marzo 1809 – Castello di Brolio, 23 ottobre 1880). Membro dell’Accademia dei georgofili (1834), nutrì fin da giovane interessi scientifici e dal 1838 si dedicò al miglioramento delle tecniche agricole nei suoi possedimenti di Brolio. Legato agli ambienti del liberalismo moderato toscano, nel febbr. 1846 fu tra i firmatari di un memoriale indirizzato al granduca Leopoldo II per esortarlo alle riforme; l’anno successivo fondò a Firenze, insieme a V. Salvagnoli e R. Lambruschini, il giornale La Patria. Avversario di F. D. Guerrazzi, dopo i moti del 184849 fu favorevole al ritorno del granduca ma, deluso dal ricorso di quest’ultimo all’esercito austriaco, si ritirò dalla vita politica, dedicandosi all’amministrazione delle sue terre. Nel 1859, dopo la fuga del granduca, Ricasoli accettò la carica di ministro dell’Interno nel governo creato dal commissario straordinario C. Boncompagni e fondò il quotidiano La Nazione. Dopo l’armistizio di Villafranca e il ritiro di Boncompagni, assunse il potere e portò a compimento l’annessione della Toscana al regno di Vittorio Emanuele II. Capo della maggioranza parlamentare del nuovo regno d’Italia, alla morte di Cavour divenne presidente del Consiglio (1861), ricoprendo anche la carica di ministro degli Esteri e, dopo le dimissioni di Minghetti, quella di ministro degli Interni. Alla guida del governo si impegnò a combattere il brigantaggio e cercò di risolvere pacificamente la questione romana, a suo giudizio strettamente legata a un rinnovamento spirituale della Chiesa. A questo scopo riprese le trattative con la Francia, proponendo al governo di Parigi di farsi mediatore di una conciliazione tra l’Italia e il papato. Inviso al re, favorevole ad affrontare prima la questione del Veneto, e attaccato dai conservatori più estremi per la sua tolleranza verso le associazioni democratiche, nel marzo 1862 si dimise. Ritornato al potere nel giugno 1866, a guerra già dichiarata all’Austria, lottò senza successo per avere il Trentino e per eliminare l’umiliante clausola della cessione del Veneto all’Italia tramite la Francia. Nel 1867 riprese la sua politica di pacificazione con il papato e promosse un progetto di legge sulla libertà della Chiesa e la liquidazione dell’asse ecclesiastico, basato sul principio della separazione tra Chiesa e Stato. Criticato sia dai laici sia dai clericali, si dimise nell’aprile del 1867. Rimasto fedele al suo programma, nel 1871 appoggiò in parlamento l’approvazione della legge delle guarentigie. Fotografia CDV. Fotografo: A. Meylan – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1860
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1860
Cavaliere dell'Ordine di San Giuseppe - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine di San Giuseppe

 

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Arc. 1050: Barone Bettino Ricasoli ( Firenze, 9 marzo 1809 – Castello di Brolio, 23 ottobre 1880). Fotografia CDV. Fotografo: G. Borgiotti – Firenze. 1860 ca.

 

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Arc. 1935: Marco Minghetti (Bologna, 8 novembre 1818 – Roma, 10 dicembre 1886). Dal 1832 soggiornò con la madre a Parigi; tornato a Bologna e datosi agli studi scientifici e letterari, intervenne nel 1839 al primo congresso degli scienziati a Pisa e, attraverso frequenti viaggi in Italia e all’estero, allargò i propri orizzonti culturali. Nel giugno 1846 fu tra quanti chiesero al conclave riunito a Roma, da cui sarebbe uscito papa Pio IX, riforme amministrative e politiche. Nel 1847 fece parte, a Roma della Consulta di stato; fu ministro dei Lavori pubblici nel primo ministero aperto alla partecipazione dei laici (10 marzo 1848), che si dimise dopo il ritiro dalla guerra del contingente pontificio (allocuzione del 29aprile). Eletto deputato (18 maggio), si dimise dopo l’uccisione di Pellegrino Rossi e si recò in Piemonte. Ritornato a Bologna dopo la disfatta di Novara, si occupò unicamente di studi letterari ed economici. Conobbe Cavour nel 1852 e per lui compilò nel 1856 un memoriale sullo stato dell’Italia centrale. Chiamato da Cavour a Torino, fu segretario generale al ministero degli Esteri (1859) e, dopo la sollevazione dell’Emilia e della Toscana, alla “direzione degli affari d’Italia”. Dimessosi dopo Villafranca, fu successivamente deputato, ministro dell’Interno (31 dicembre 18601º settembre 1861), delle Finanze (8 dicembre 186228 settembre 1864) e presidente del Consiglio (24 marzo 186328 settembre 1864), carica cui dovette rinunciare per le reazioni negative suscitate dalla convenzione di settembre del 1864. Ministro dell’Agricoltura nel 1869, inviato straordinario e ministro plenipotenziario a Vienna (agosto 1870), il 10 luglio 1873 ritornò alla presidenza del Consiglio e tenne il portafoglio delle Finanze, nelle quali introdusse abili riforme, e raggiunse il pareggio del bilancio. Battuto alla Camera (marzo 1876), dovette dimettersi e cedere il potere alla Sinistra; da allora fu il capo dell’opposizione parlamentare. Intelligenza prontissima e spirito largamente europeo, Minghetti ebbe un pensiero politico originale, non sempre riconducibile alle posizioni ideologiche della Destra: fu un decentralista convinto e un lucido interprete della politica religiosa di Cavour. Fu socio nazionale dei Lincei dal 1875. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1865 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

 

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Arc. 749: Marco Minghetti (Bologna, 8 novembre 1818 – Roma, 10 dicembre 1886). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 873: Marco Minghetti (Bologna, 8 novembre 1818 – Roma, 10 dicembre 1886). Fotografia CDV. Fotografo:Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 2414: Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 4 settembre 1809 – Saint-Cassin, 25 maggio 1896). Figlio dell’avvocato Ottavio Antonio Menabrea e di Margherita Pillet, Luigi Federico Menabrea nacque il 4 settembre 1809 a Chambéry, in Savoia, all’epoca sotto la dominazione napoleonica. Nel 1817, durante il clima della Restaurazione seguito al ritorno della dinastia sabauda sul trono sardo, Luigi Federico iniziò la sua educazione nel collegio dei Gesuiti locale, sotto la guida dell’abate Rendu, futuro vescovo di Annecy, e del dotto Raymond. Appassionato di materie scientifiche, nell’ottobre del 1828 si trasferì a Torino, dove nel si laureò in ingegneria idraulica il 30 giugno 1832, e in architettura civile il 17 gennaio 1833. Divenuto ingegnere e nominato il 26 marzo 1833 motu proprio da re Carlo Alberto di Savoia luogotenente nello stato maggiore del Genio militare, sostituì Cavour nei lavori di fortificazione del forte di Bard, mentre nel 1835 divenne professore di meccanica e costruzioni presso l’Accademia militare. Nonostante i suoi gravosi impegni militari e politici, Menabrea continuò a condurre per tutta la vita una notevole attività scientifica. Allo scoppio della prima guerra d’indipendenza italiana fu inviato nei ducati del centro-Italia a Parma, Piacenza, Modena e Reggio Emilia.  Nominato commissario regio presso le truppe pontificie del generale Giovanni Durando, riuscì a mobilitare dalle terre emiliane un contingente costituito da 2200 regolari e 1000 volontari. Il 22 aprile 1859, alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza italiana, venne promosso al grado di maggiore generale. Comandante superiore del genio, dal 20 al 30 aprile 1859 progettò e coordinò i lavori di fortificazione lungo la Dora Baltea al fine di impedire l’avanzata delle truppe austriache verso Torino e favorire, nel contempo, il congiungimento dell’esercito francese con quello sardo. Successivamente partecipò come Tenente generale del Corpo del Genio alla campagna di Lombardia (1859) e all’assedio della fortezza di Gaeta (1860). Il 3 ottobre 1860 ricevette l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia. Partecipò anche alla terza guerra di indipendenza in veste di comandante supremo del genio contribuendo alla fortificazione della linea sul Mincio. Consegnò poi al re l’antica Corona Ferrea Lombarda insieme con i risultati del plebiscito delle popolazioni venete. Intimo oramai di Vittorio Emanuele II, il 2 gennaio 1867 ebbe la nomina di primo aiutante di campo del re, ruolo che contribuì a renderlo partecipe della politica personale condotta dal sovrano. Nel 1848 venne eletto deputato, carica che mantenne per sei legislature, fino al 1860, quando (il 29 febbraio) venne nominato senatore del Regno d’Italia, carica che durava a vita, e che quindi mantenne per ben 36 anni. Fu Ministro della Marina nel Governo Ricasoli I (1861-1862) e Ministro dei Lavori Pubblici in quelli Farini e Minghetti I (1862-1864).  Alla caduta del secondo ministero Ricasoli nel marzo del 1867, il re avrebbe voluto affidargli l’incarico di procedere alla formazione di un nuovo governo, ma l’improvvisa morte del figlio Ottavio, avvenuta il 5 aprile, indusse Menabrea a declinare il compito, e il governo fu costituito da Urbano Rattazzi. Dopo il disastro di Mentana e sotto la minaccia di uno scontro con la Francia, il 27 ottobre 1867, Vittorio Emanuele II, dopo il fallimento di Enrico Cialdini, chiese a Menabrea di formare un governo che rimase in carica fino al 14 dicembre 1869, a capo di tre gabinetti consecutivi. Fu in questa posizione che si trovò a contrastare i tentativi di Giuseppe Garibaldi di togliere Roma al Papato. Dopo una intensa attività politica, lasciati gli incarichi di governo, Menabrea, che nel 1875 aveva ricevuto il titolo ereditario di marchese di Valdora per i servigi resi nella Seconda Guerra d’Indipendenza, il 4 aprile 1876 venne nominato dal Governo Minghetti II ambasciatore a Londra, dove rimase sei anni, ricevendo stima e apprezzamento come militare e studioso. Successivamente, l’11 novembre 1882 fu nominato ambasciatore italiano a Parigi, città dove rimase per ben dieci anni, finché non ottenne il congedo per motivi d’età. Si ritirò dunque dalla vita pubblica solo nel 1892, quattro anni prima della morte, avvenuta il 25 maggio 1896 a Saint-Cassin, presso la natia Chambéry, ad 86 anni. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. Datata 1864.

Onorificenze sabaude

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 4 novembre 1866
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 6 ottobre 1866
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
— 22 aprile 1868
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
— 12 giugno 1856
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
— 16 gennaio 1860
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
— 3 ottobre 1860
Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia
— 1º aprile 1861
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
— 31 gennaio 1857
Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Oro al Valor Militare
«Per essersi distinto durante l’assedio e presa di Capua del 2 novembre 1860.»
— 1º giugno 1861
Medaglia d'Argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
Medaglia Mauriziana per merito militare di 10 lustri - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia Mauriziana per merito militare di 10 lustri
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (4 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette)
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia)
— Stoccolma, 20 agosto 1873
Cavaliere dell'Ordine Imperiale di Sant'Alexander Nevsky (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Alexander Nevsky (Impero di Russia)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
— Atene, 16 dicembre 1867
Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
— Bruxelles, 26 novembre 1865
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)
— 20 ottobre 1865
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria (Impero austro-ungarico)
— 16 aprile 1875
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Imperiale di Leopoldo (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di Leopoldo (Impero austro-ungarico)
— 1º gennaio 1867
Cavaliere di Gran Croce della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce della Legion d’Onore (Francia)
— Parigi, 4 maggio 1892
Gran Croce dell'Ordine della Torre e della Spada (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine della Torre e della Spada (Portogallo)
— Lisbona, 8 agosto 1867
Commendatore di I Classe dell'Ordine Civile di Sassonia (Regno di Sassonia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore di I Classe dell’Ordine Civile di Sassonia (Regno di Sassonia)
— 25 aprile 1850
Cavaliere Gran Commendatore dell'Ordine Nichan Iftikar (Tunisia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere Gran Commendatore dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia)
— 27 maggio 1867
Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
— Firenze, 16 ottobre 1849
Commendatore dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
— Madrid, 10 dicembre 1849
Commendatore dell'Ordine del Cristo (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine del Cristo (Portogallo)
— Lisbona, 21 giugno 1850
Ufficiale dell'Ordine delle Palme Accademiche (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine delle Palme Accademiche (Francia)

 

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Arc. 540: Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 4 settembre 1809 – Saint-Cassin, 25 maggio 1896). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1862 ca.

 

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Arc. 1935: Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 4 settembre 1809 – Saint-Cassin, 25 maggio 1896). Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1864 ca.

 

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Arc. 1936: Luigi Carlo Farini (Russi, 22 ottobre 1812 – Quarto, 1º agosto 1866). Dopo aver preso parte a Bologna al moto del 1831, si laureò in medicina ed esercitò per qualche anno la professione, finché fu costretto per le sue idee liberali, dopo il moto del 1843, a esulare in Toscana, poi a Parigi e infine a Lucca. Con l’avvento di Pio IX e l’amnistia del 1846, il Farini tornò in patria: giornalista di tendenze moderate, segretario generale al ministero dell’Interno durante il primo ministero costituzionale, inviato poi, allo scoppio della guerra del 1848, al campo di Carlo Alberto, deputato di Russi e di Ravenna, ebbe da P. Rossi affidata la direzione generale della sanità. Abbandonata Roma alla proclamazione della repubblica, si ritirò in Toscana, poi a Torino ove stampò la famosa Storia dello Stato romano dal 1815 al 1850 tradotta in inglese da W. Gladstone. Presa la cittadinanza piemontese, fu deputato dal 1849 al 1865 e assunse, per conto del Cavour, la direzione de Il Risorgimento. Ministro dell’Istruzione nel Gabinetto d’Azeglio, favorì il “connubio” Cavour-Rattazzi e, fedele interprete della politica di Cavour, ne affiancò l’opera con le sue lettere pubblicate sul Morning Post. Inviato nel 1859 quale commissario a Modena, che aveva proclamato la decadenza del duca, dopo l’armistizio di Villafranca si fece arditamente proclamare dittatore dell’Emilia e condusse in porto con grande abilità l’annessione al regno sabaudo. Divenuto ministro dell’Interno del governo Cavour (genn. 1860), preparò la legge sulle regioni ripresa poi dal Minghetti; quindi fu luogotenente del re a Napoli. Dopo la crisi del ministero Rattazzi, formò il governo e lo resse dal dicembre 1862 al marzo 1863, allorché, ammalato, fu costretto ad abbandonare la vita politica. Muore in miseria tre anni più tardi, dopo essere stato ricoverato nello “stabilimento di salute” (il manicomio) di Novalesa (TO). Venne inizialmente sepolto nel Cimitero monumentale di Torino; nel 1878 le spoglie vennero disseppellite e trasferite nel cimitero della sua cittadina natale, Russi. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1862 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1860
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1860

 

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Arc. 1051: Luigi Carlo Farini (Russi, 22 ottobre 1812 – Quarto, 1º agosto 1866). Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. Foto scattata durante la luogotenenza a Napoli. 1860 ca.

 

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Arc. 70: Luigi Carlo Farini (Russi, 22 ottobre 1812 – Quarto, 1º agosto 1866). Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 1865 ca

 

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Arc. 1052: Francesco Crispi (Ribera, 4 ottobre 1818 – Napoli, 11 agosto 1901).  Recatosi a Napoli (1845) per esercitare l’avvocatura, ebbe contatti con elementi liberali e nel periodo anteriore al 1848 fece da tramite fra costoro e i patrioti della Sicilia. Scoppiata la rivoluzione a Palermo (12 gennaio 1848), fu membro del comitato di guerra e poi deputato alla Camera dei comuni, dove appartenne all’opposizione repubblicana che appoggiò anche nel suo giornale, L’Apostolato. Fallita la rivoluzione (1849), esulò in Piemonte, dedicandosi agli studi e al giornalismo, collaborando alla Concordia del Valerio e al Progresso del Correnti. Espulso dal Piemonte dopo i moti milanesi (1853), si recò a Malta, dove pure fondò un giornale (La Staffetta) e intraprese lavori storici (Dei diritti della corona d’Inghilterra sulla Chiesa di Malta, 1855), tenendosi in corrispondenza con Mazzini e con Rosolino Pilo. Espulso, andò a Londra, poi a Parigi, finché la reazione succeduta all’attentato Orsini (1858) non lo costrinse di nuovo ad andare ramingo per l’Europa. In questi anni, intanto, i suoi intensi contatti con gli esuli di parte democratica e con Mazzini lo spinsero ad abbandonare l’autonomismo siciliano e a schierarsi decisamente per la soluzione unitaria: e però nel 1859, mentre prendeva posizione con Mazzini contro la guerra regia, si recava in Sicilia a organizzarvi l’insurrezione (luglio-agosto), e l’anno successivo contribuiva in modo determinante a far decidere Garibaldi a compiere la spedizione di Sicilia. Di tale spedizione egli fu, in certo modo, il cervello politico, sia per la sua attività di amministratore, sia per la parte ch’egli ebbe nello sforzo di rinviare l’annessione finché non fossero liberate anche Roma e Venezia. Da ciò la guerra acerba che gli mosse il partito moderato, culminata in alcuni episodi clamorosi. Proclamata l’unità, il Crispi, eletto deputato (1861), sedette a sinistra: ma persuaso ormai che la monarchia fosse garanzia di unità e generatrice di forza spirituale per la nazione, vi aderì, staccandosi clamorosamente da Mazzini (marzo 1865). Alla caduta della destra (1876) assunse la presidenza della Camera; l’anno successivo un suo incontro con Bismarck a Gastein e a Berlino condusse a gravi impegni dell’Italia in senso antifrancese, senza correlativi vantaggi in altri settori. Ministro degli Interni dal 27 dicembre 1877, fu però costretto a dimettersi il 7 marzo 1878, di fronte all’accusa di bigamia sollevata contro di lui per avere sposato il 26 gennaio Lina Barbagallo, vivente ancora Rosalia Montmasson da lui sposata, non regolarmente, a Malta il 27 dicembre 1854. Tornò al ministero degli Interni il 4 aprile 1887 con Depretis, al quale succedette il 29 luglio seguente come presidente del Consiglio. Assertore di una politica “forte” all’interno e all’estero, fu strenuo sostenitore della Triplice Alleanza e deciso avversario della Francia, promotore dell’espansione coloniale (col trattato di Uccialli, 1889, sperò di sottoporre l’Etiopia al protettorato italiano), e di leggi fondamentali per l’amministrazione interna. Dimessosi il 31 genn. 1891, tornò al governo il 15 dic. 1893: fronteggiò con durezza i moti popolari che allora scoppiarono, affrontò le accuse che gli si mossero in relazione agli scandali della Banca romana, tentò accordi con la Francia per alleggerire l’eccessiva soggezione italiana alla Triplice Alleanza, ma, impegnatosi a fondo in Africa, fu travolto dal disastro di Adua (1º marzo 1896). Legati alla sua particolare personalità e alle sue incertezze furono i tentativi, entrambi falliti, di riavvicinamento alla S. Sede (1887 e 1894-95). Fotografia CDV. Fotografo: A. Meylan – Torino. Al retro “Francesco Crispi – Siciliano. Deputato al Parlamento Regionale. Avuto a Firenze il giorno 24 maggio 1862”.

Onorificenze sabaude

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Aquila Nera di Prussia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Aquila Nera di Prussia
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Santo Stefano d'Ungheria (Austria) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Santo Stefano d’Ungheria (Austria)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Torre e della spada (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Torre e della spada (Portogallo)
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)

 

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Arc. 1212: Nigra conte Giovanni (Torino, 16 maggio 1798 – Torino, 12 dicembre 1865). Contitolare della banca Nigra fratelli e figli, istituto privato torinese che affondava le radici nel commercio settecentesco delle sete, a 35 anni subentrò in qualità di presidente al padre, deceduto il 3 novembre 1833, ereditando il ruolo di banchiere delle corti pontificia e sarda. Nominato quello stesso anno decurione di Torino, entrò a far parte dell’amministrazione cittadina nei ranghi dei rappresentanti del ceto borghese, sedendo sullo scanno occupato dal padre nell’ultimo decennio. Dopo aver attraversato, nel consiglio generale, nella congregazione e nella ragioneria, le tappe prescritte dal regio biglietto 8 dicembre 1767 – tornato in vigore con la Restaurazione e sostanzialmente invariato fino allo Statuto – poté accedere al grado supremo dell’amministrazione e il 31 dicembre 1845 fu nominato sindaco di seconda classe. Forte del duplice prestigio di uomo di finanza esperto e di amministratore pubblico sagace, dopo la sconfitta di Novara fu chiamato a dare il primo assetto alle disastrate finanze subalpine nei governi presieduti da Gabriel de Launay e Massimo d’Azeglio. Ceduta la presidenza della banca e i lucrosi affari al fratello Felice, tenne il portafoglio delle Finanze dal 27 marzo 1849 al 19 aprile 1851. Insignito lo stesso 19 aprile 1851 del gran cordone dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, dopo le nomine a cavaliere e a commendatore, e deposta a dicembre nelle mani del banchiere Guglielmo Mestrezat la presidenza della Compagnia di Assicurazioni, Nigra partecipò ai lavori della Camera alta, anche in qualità di membro della commissione Finanze. Grazie alla piena fiducia di Vittorio Emanuele II, toccò l’apogeo della carriera succedendo al marchese Stanislao Cordero di Pamparato, esonerato nel 1853, nella carica di sovrintendente generale della lista civile e assumendo nel 1856 il titolo di ministro della Casa del Re, istituito con decreto 10 novembre dello stesso anno. Quanto affidamento facesse Vittorio Emanuele II su Nigra è rivelato da una lettera indirizzatagli il 30 aprile 1859: «Io parto domattina per la campagna con l’esercito. Nella mia assenza vi affido tutto ciò che ho di più caro e prezioso: i miei figli, la mia casa. So di lasciarli a un altro me stesso. Ecco il mio testamento; se sarò ucciso, voi l’aprirete e avrete cura che tutto ciò che vi si trova sia eseguito. Io procurerò di sbarrare la via di Torino: se non ci riesco e che il nemico avanzi, portate al sicuro la mia famiglia e ascoltate bene questo: vi sono al Museo delle Armi quattro bandiere austriache prese dalle nostre truppe nella campagna del 1848 e là deposte da mio padre. Questi sono i trofei della sua gloria. Abbandonate tutto, al bisogno, valori, gioie, archivi, collezioni, tutto ciò che contiene questo palazzo, ma mettete in salvo quelle bandiere. Che io le ritrovi intatte e salve, come i miei figli. Ecco tutto quello che vi chiedo, il resto è niente». La famiglia reale e l’onore del casato vennero deposti dunque nelle mani di Nigra, che non mancò al suo compito né in guerra né in pace, vivendo all’ombra del «Gran re» fino alla morte, che lo colse a Torino il 12 dicembre 1865. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze sabaude

Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 31 dicembre 1848
Gran Croce decorato di Gran cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce decorato di Gran cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 19 aprile 1851

Onorificenze straniere

Gran cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Grande ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
Gran Croce decorato di Gran cordone dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce decorato di Gran cordone dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
Gran Croce decorato di Gran cordone dell'Ordine della Concezione di Villa Viciosa (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce decorato di Gran cordone dell’Ordine della Concezione di Villa Viciosa (Portogallo)
Cavaliere dell'Ordine imperiale dell'Aquila bianca di Russia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine imperiale dell’Aquila bianca di Russia
Decorato dell'Ordine del Medjèdiè (Impero ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria   Decorato dell’Ordine del Medjèdiè (Impero ottomano)
Decorato del Nicham-Iftikhar (Impero ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria   Decorato del Nicham-Iftikhar (Impero ottomano)
Gran Croce dell'Ordine di Danebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine di Danebrog (Danimarca)
Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine di Danebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine di Danebrog (Danimarca)
Gran Croce dell'Ordine della Stella polare (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine della Stella polare (Svezia)
Gran Croce dell'Ordine della Torre e della Spada (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine della Torre e della Spada (Portogallo)

 

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Arc. 122b: Nigra conte Giovanni (Torino, 16 maggio 1798 – Torino, 12 dicembre 1865). Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 1860 ca.

 

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Arc. 2791: Nigra conte Giovanni (Torino, 16 maggio 1798 – Torino, 12 dicembre 1865). Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. Al retro ” Conte Giovanni Nigra di Torino. Ministro della Real Casa. 1863″.

 

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Arc. 1890: Nigra conte Giovanni (Torino, 16 maggio 1798 – Torino, 12 dicembre 1865). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1862 ca.

 

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Arc. 572: Manfredo Fanti (Verona, 23 febbraio 1806 – Firenze, 5 aprile 1865). Figlio di Antonio e di Silea Ferrari Corbolani, crebbe come suddito del Ducato di Modena. Nel 1825 fu ammesso nel Corpo dei pionieri dell’esercito del Duca e, dopo cinque anni di studi, conseguì la laurea in ingegneria e fu promosso ufficiale del Genio. Nel 1831 aderì al Governo insurrezionale di Modena, che aveva assunto il potere dopo la cattura di Ciro Menotti e la fuga del Duca. Combatté in Romagna con le truppe di Carlo Zucchi, segnalandosi nel combattimento di Rimini il 25 marzo. Dopo la capitolazione di Ancona, condannato all’impiccagione, si rifugiò in Francia, dove regnava Luigi Filippo, ottenendo di essere arruolato nel corpo del Genio. Nel 1834 prese parte al tentativo rivoluzionario di Mazzini. Nel 1835 passò in Spagna, ove restò tredici anni, per arruolarsi volontario nell’Esercito della reggente Maria Cristina, nella guerra contro i carlisti. Fu tenente nel 5º Battaglione di Catalogna, poi capitano quindi maggiore, sempre per merito di guerra. Nel 1839 entrò nell’esercito regolare spagnolo e nel 1847 venne promosso colonnello di cavalleria assumendo le funzioni di capo di Stato Maggiore del comando generale di Madrid. Tornato in Italia nel 1848 allo scoppio della prima guerra di indipendenza offrì invano i propri servigi al Re di Sardegna ed al Governo Provvisorio della Lombardia. Solo nel luglio 1848, quest’ultimo gli affidò l’incaricò di apprestare a difesa la città di Vicenza, con il grado di maggior generale. Dopo l’abbandono del Veneto, partecipò alle abortite operazioni in difesa di Brescia, Milano ed Alessandria. Nel novembre del 1848 assunse il comando della 2ª Brigata della «Divisione Lombarda», formata da volontari lombardi, con il grado di generale di brigata. Nel 1849 fu ammesso al Congresso consultivo permanente di guerra e fu nominato deputato per il collegio di Nizza Monferrato. Partecipò alla campagna del 1849 e, dopo la disfatta alla battaglia di Novara del 23 marzo, successe al suo superiore, il generale Gerolamo Ramorino, ritenuto responsabile della disfatta e fucilato per ignavia. Nell’aprile 1849 impedì alla sua divisione, malgrado la volontà dei soldati, di intervenire a difesa dei genovesi insorti contro il Re, contro i quali era in atto la violenta repressione comandata da Alfonso La Marmora. Fanti venne tuttavia sospettato di tradimento e comunque di disaccordo col comportamento di La Marmora e di altri ufficiali. Fu quindi processato con l’accusa di corresponsabilità con il Ramorino nei precedenti fatti di Novara, per cui fu assolto, ma fu comunque allontanato dall’esercito. Fanti (che divenne suddito sardo nel 1850) solo nel 1855 poté ottenere un nuovo comando e partecipò alla spedizione piemontese alla guerra di Crimea, alla guida della seconda brigata provvisoria. Nel corso della seconda guerra di indipendenza, con il grado di luogotenente generale, comandò la 2ª Divisione, segnalandosi specialmente nei combattimenti a Magenta, Palestro e a San Martino. Venne insignito della croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Dopo l’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859); Fanti venne incaricato della riorganizzazione delle nuove divisioni formate dalle Lega dell’Italia Centrale (comprendente Granducato di Toscana, Ducato di Parma, Ducato di Modena e Legazione delle Romagne) e, nel giro di pochi mesi, seppe trasformarle in un funzionante corpo di 45.000 uomini, provenienti da diverse parti della penisola. Fanti seppe dare un contributo decisivo per impedire il tentativo di restaurazione, espletato nell’autunno-inverno dello stesso anno da Francesco Giuseppe I d’Asburgo, di concerto con Francesco II delle Due Sicilie, a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, del Granduca di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per la restaurazione dei loro Stati. Dopo aver sventato il piano di restaurazione, consolidò il possesso del territorio dando avvio alla nuova Scuola Militare di Fanteria di Modena, ospitata nel palazzo del deposto duca. Fanti seppe anche fermare Garibaldi che, reduce dai trionfi dei Cacciatori delle Alpi, si era portato in Romagna ed intendeva procedere verso Umbria e Marche senza l’assenso di Napoleone III. Sulla base di tali ottime credenziali, nel gennaio 1860 Cavour incaricò Fanti del Ministero della Guerra e della Marina. Suo primo e fondamentale incarico fu l’incorporazione dell’esercito della Lega dell’Italia Centrale nell’Esercito Sardo. Il 29 febbraio 1860 fu nominato dal Re senatore. Il 5 maggio prese l’avvio la spedizione dei mille; Fanti fu nominato a capo del Corpo d’esercito destinato ad operare nell’Italia centrale: ebbe una parte rilevante nella liberazione delle Marche e dell’Umbria (battaglia di Castelfidardo e conquista di Perugia). Fu decorato della gran croce dell’Ordine Militare di Savoia. Divenne, quindi, generale d’armata e capo di stato maggiore generale dell’esercito nell’Italia meridionale: sconfisse i borbonici alla battaglia di Mola e fu decorato di medaglia d’oro al valore con regio decreto 1º giugno 1861 per la riuscita organizzazione dell’assedio di Gaeta, terminato con la resa di Gaeta il 13 febbraio 1861. Il 4 maggio 1861 a Torino Fanti, in qualità di Ministro della Guerra, poté quindi decretare che l’esercito, prima denominato Armata Sarda, avrebbe preso il nome di Regio Esercito italiano. La sua opposizione alla facile ammissione nel Regio Esercito dei circa 5.000 ufficiali dell’Esercito Meridionale di Garibaldi, con la conservazione del grado, lo rese fortemente impopolare. Alla morte del Cavour, il 7 giugno 1861 si dimise dal ministero, per assumere il comando del VII Corpo d’armata. Venne tuttavia presto colpito da una grave malattia, che lo costrinse dapprima a ritirarsi a vita privata nel 1863, e poi lo portò alla morte, a Firenze, il 5 aprile 1865. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1862 ca.

Onorificenze sabaude

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— Torino, 4 ottobre 1860
Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia
— Torino, 4 ottobre 1860
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
— 16 gennaio 1860
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
— 12 giugno 1856
Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Oro al Valor Militare
«Per essersi distinto all’attacco e presa di Mola di Gaeta, 4 novembre 1860.»
— 1º giugno 1861
Medaglia piemontese della Guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia piemontese della Guerra di Crimea
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (4 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette)

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine di San Ferdinando di Spagna (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine di San Ferdinando di Spagna (Regno di Spagna)
— Madrid, 15 luglio 1837
Commendatore dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di Isabella la Cattolica (Regno di Spagna)
— Madrid, maggio 1848
Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
— Istanbul, 6 gennaio 1860
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
— Parigi, 12 gennaio 1860
Ufficiale dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia inglese della Guerra di Crimea
Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d'Indipendenza italiana - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d’Indipendenza italiana

 

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Arc. 1875: Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892). Studente di medicina a Parma, per aver partecipato ai moti del 1831 fu costretto all’esilio in Francia. Nel 1833 combatté con le forze liberali e costituzionali prima in Portogallo e poi in Spagna nella guerra per la successione al trono dove si schierò a sostegno della reggente Maria Cristina. Si distinse in numerosi episodi di valore e nel 1847 raggiunse il grado di colonnello nell’esercito spagnolo. Inviato poi in Francia per adempiere a un incarico militare, fu raggiunto all’inizio del 1848 dalla notizia dei primi moti in Italia. Dimessosi dall’esercito spagnolo, rientrò in Italia e si unì alle truppe pontificie che erano entrate nel Veneto. Ferito gravemente nella difesa di Vicenza (giugno), dopo la convalescenza chiese di essere arruolato nell’esercito sardo e combatté, alla ripresa del conflitto, al comando di un reggimento composto in gran parte di rifugiati parmensi e modenesi. Durante la guerra di Crimea fu comandante di una delle cinque brigate piemontesi destinate alle operazioni, ma le sue truppe non furono coinvolte nei combattimenti. Promosso generale (1855) e aiutante di campo del re, nel 1859 coadiuvò Garibaldi nell’organizzare i volontari del corpo dei Cacciatori delle Alpi. Allo scoppio della guerra guidò la spedizione nelle Marche, occupò Pesaro e fu al comando delle truppe che sconfissero l’esercito pontificio a Castelfidardo (settembre 1860). A Gaeta comandò l’assedio della fortezza dove si erano rifugiati i Borbone che capitolò il 12 febbraio 1861; un mese più tardi anche la guarnigione della cittadella di Messina si arrendeva alle truppe di Cialdini, ultima fortezza del Regno delle Due Sicilie ad essere conquistata. I grandi successi militari conseguiti, l’amicizia del re (che lo nominò duca di Gaeta), la stima di Cavour e l’elezione alla camera nel 1860 e 1861 determinarono la rapida ascesa della carriera di Cialdini: comandante del VI corpo d’armata nel luglio 1861, alla fine dello stesso anno fu nominato luogotenente del re a Napoli. In questa veste diresse la repressione del brigantaggio ricorrendo a misure di durissima rappresaglia che tolsero alle bande il sostegno della popolazione. Nominato commissario straordinario in Sicilia nel 1862, diede l’ordine di affrontare e fermare Garibaldi all’Aspromonte (29 agosto). Nel corso della guerra del 1866 i contrasti tra lui e il presidente del Consiglio La Marmora, capo di stato maggiore, impedirono un accordo sul piano delle operazioni militari, determinando un mancato coordinamento delle truppe: mentre La Marmora comandava l’offensiva attraverso il Mincio, Cialdini assumeva il comando delle forze armate schierate sul basso Po. Dopo la sconfitta di La Marmora a Custoza (26 giugno 1866), Cialdini si ritirava e sospendeva il passaggio del Po; investito del comando delle operazioni, guidò l’avanzata dell’esercito fino a Udine, ma i contrasti con La Marmora non si attutirono e alimentarono astiose polemiche anche dopo la conclusione delle operazioni. Nominato senatore nel 1864, fu designato da Vittorio Emanuele II ambasciatore straordinario a Madrid nel 1870. Ambasciatore a Parigi dal 1876, si ritirò dalla vita diplomatica nel 1881. Fotografia CDV. Fotografo: J. Clarck. 1860 ca.

Onorificenze sabaude

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1867
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1867
Balì di Gran Croce Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria   Balì di Gran Croce Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta
Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia
— 19 novembre 1860
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
— 16 gennaio 1860
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
— 12 giugno 1856
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al Valor Militare

Crimea1855.png   Medaglia commemorativa della guerra di Crimea

Medaille commemorative de la Campagne d'Italie 1859 ribbon.svg   Medaglia francese commemorativa della campagna 1859

Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia
Commendatore dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)

 

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Arc. 1050: Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892). Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Firenze. 1862 ca.

 

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Arc. 1051: Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892). Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

 

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Arc. 573: Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 1308: Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892). Fotografia CDV. Fotografo:Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 1052: Salvatore Raimondo Gianluigi Pes, marchese di Villamarina e barone dell’Isola Piana (Cagliari, 11 agosto 1808 – Torino, 14 maggio 1877). Era figlio del marchese Emanuele, che era stato ministro della guerra di Carlo Alberto, e luogotenente della Sardegna. Laureatosi in legge all’università di Torino nel 1828, entrò due anni dopo in diplomazia, come volontario al Ministero degli affari esteri, e quando (1832) il padre fu nominato ministro della Guerra, egli vestì la divisa militare in qualità di ufficiale di cavalleria. Gradito a Carlo Alberto, ebbe in seguito varie missioni diplomatiche all’estero. Nominato nel 1847 consigliere di legazione, l’anno dopo fu inviato in Toscana come incaricato d’affari, e in quei difficili momenti invano sconsigliò Leopoldo II dal raggiungere il papa a Gaeta. Nel 1852 ebbe la nomina a ministro plenipotenziario a Parigi, dove l’opera sua fu assai apprezzata dal conte di Cavour, e il suo atteggiamento come rappresentante del Piemonte, non appena ebbe notizia dei preliminari di Villafranca, fu degno di grande lode. Alla fine del 1859 fu destinato a Napoli in qualità d’ inviato straordinario e di ministro plenipotenziario presso la corte borbonica, e in quella difficile missione seppe destreggiarsi con abilità, specialmente quando avvenne la spedizione dei Mille, e quando persuase il conte di Cavour che non poteva impedirsi la dittatura a Napoli di Garibaldi, di cui fu amico leale e schietto. Richiamato da Napoli, nel 1862 fu destinato come prefetto a Milano, dove rimase sei anni.

Onorificenze sabaude

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 2 ottobre 1849
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 28 aprile 1853
Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 9 novembre 1860

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e Hannover) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e  Hannover)
Cavaliere di Grande Stella dell’Ordine del Leone e del Sole (Persia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Grande Stella dell’Ordine del Leone e del Sole (Persia)

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Arc. 540: Della Rovere marchese Alessandro Filippo (Casale Monferrato, 26 ottobre 1815 – Torino, 17 novembre 1864). Ufficiale di carriera, prese parte alla prima guerra d’indipendenza, alla guerra di Crimea, e alla seconda guerra d’indipendenza. Nominato Tenente generale dell’esercito del Regno di Sardegna nel 1859, fu Intendente Generale dell’Armata Sarda nel 1860, e con il grado di Maggior generale nel Regio esercito. Nell’aprile 1861 fu nominato Luogotenente generale del re nelle province siciliane, fino al settembre dello stesso anno, quando fu nominato ministro della guerra. Nell’isola considerò la questione siciliana principalmente come problema di polizia, da risolvere come questione di pubblica sicurezza. Fu infatti uno dei primi Ministri del neonato Regno d’Italia reggendo il Ministero della Guerra in tre governi: Ricasoli I, Farini e Minghetti I (1861-1864). Morì due mesi dopo aver lasciato il ministero. Nel novembre 1861 era stato nominato dal re senatore del Regno. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

Onorificenze sabaude

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
— 1º giugno 1861
Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
— 12 giugno 1856
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al Valor Militare
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza

Onorificenze straniere

Commendatore dell'ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’ordine della Legion d’onore (Francia)
Compagno dell'Ordine del Bagno (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria   Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia inglese della Guerra di Crimea
Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 - nastrino per uniforme ordinaria   Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859

 

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Arc. 1673: Lorenzo Annibale Costantino Nigra (Villa Castelnuovo, 11 giugno 1828 – Rapallo, 1º luglio 1907). Compì i primi studi a Bairo e in seguito ad Ivrea dove concluse il secondo ciclo scolastico. Nel 1845, grazie ad una borsa di studio, poté iscriversi alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino, nonostante il grande interesse per la poesia e la letteratura. Nel corso degli studi universitari non nascose (1848) il sostegno al conflitto bellico del Piemonte con la potenza imperiale austriaca, tanto che decise di arruolarsi nel corpo dei bersaglieri studenti, come volontario. Partecipò alle battaglie di Peschiera del Garda, Santa Lucia e Rivoli, dove fu ferito ad un braccio. Già l’anno seguente rientrò a combattere, assistendo alla sconfitta di Novara. Ripresi gli studi dopo la parentesi bellica, riuscì a laurearsi in legge nell’università torinese. Prestò servizio dal 1851 al Ministero degli Esteri venendo nominato segretario del primo ministro Massimo D’Azeglio e in seguito di Camillo Cavour, che accompagnò al Congresso di Parigi del 1856 come Capo di Gabinetto. Due anni dopo, nel 1858, fu inviato in missione segreta a Parigi per concretizzare l’ipotesi di alleanza decisa a Plombières tra Napoleone III e Cavour e progettare la guerra tra il Regno di Sardegna e l’Impero austriaco. Svolse un ruolo determinante nella politica estera italiana per il completamento del processo di unificazione dell’Italia dopo la morte di Cavour avvenuta nel 1861. Divenne in seguito ambasciatore italiano a Parigi (1860), San Pietroburgo (1876), Londra (1882) ed infine a Vienna (1885). Durante il suo mandato a Parigi contribuì ai negoziati che portarono, grazie al consenso di Napoleone III, alla conclusione dell’Alleanza italo-prussiana del 1866. Nel 1870, ambasciatore a Parigi, dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan, l’imperatore stesso venne fatto prigioniero. Egli rimase l’unico amico dell’imperatrice Eugenia de Montijo, nominata reggente. Poiché il popolo era insorto proclamando la Repubblica, Nigra l’aiutò a fuggire ed a mettersi in salvo.Nel 1887 rifiutò la carica di Ministro degli Esteri, offertagli dal re Umberto I di Savoia. Fu nominato conte nel 1882 e nel 1890 senatore del Regno d’Italia. Verrà inoltre insignito dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata. Nigra collaborò con accademie italiane e francesi, oltre che con riviste filologiche italiane, francesi e tedesche. Nigra svolse incarichi di estrema delicatezza per il presidente del consiglio Cavour: il suo Resoconto dell’amministrazione delle province napolitane, redatto nel 1861 appena proclamata l’Unità d’Italia, fu in seguito giudicato un “mirabile coraggioso scritto (…) che vale tant’oro” da Giustino Fortunato. Molto tempo dopo la morte del Conte, Nigra fu protagonista di un caso piuttosto discusso, probabilmente di ossequio alla memoria del suo mentore: nel 1894 si rese autore della distruzione di un pacco di lettere, scritte di pugno da Cavour all’amante Bianca Ronzani, che il senatore aveva rinvenuto presso un collezionista viennese, disposto a cederle per la somma di mille lire e la nomina a cavaliere della corona d’Italia.Avuto il preventivo assenso alla concessione dell’onorificenza da parte di Umberto I, Nigra concluse la transazione e, alla presenza di testimoni, bruciò le 24 lettere che componevano l’epistolario cavouriano. Il contenuto delle missive, ritenuto piccante e disdicevole, fu la motivazione ufficiale per quell’atto distruttivo del patrimonio storico, che avrebbe potuto chiarire gli ultimi mesi di vita del grande statista italiano.Il Re Vittorio Emanuele vedeva nel Nigra il fidato amico e collaboratore di Cavour, a lui sempre ostile, e solo dopo la morte di Vittorio Emanuele II, il successore Umberto I riconoscerà i meriti dell’opera svolta dal Nigra a favore del Regno, concedendogli motu proprio il titolo comitale, trasmissibile anche ai discendenti, e poi ancora insignendolo del Collare dell’Annunziata, massimo titolo d’ordine sabaudo che lo riconosceva Cugino del Re e infine nominandolo senatore del Regno. Al termine della carriera diplomatica, Nigra si ritirò a Venezia acquistando uno splendido palazzo sul Canal Grande; ne comprò poi un altro a Roma, presso Trinità dei Monti. A fianco di Costantino in quest’ultimo periodo apparirà la figura di una nobile veneziana, la contessa Elisabetta Francesca Albrizzi. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Parigi. 1865 ca.

Onorificenze sabaude

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1892
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1892
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
— 1892

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine Imperiale di Sant'Aleksandr Nevskij (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Aleksandr Nevskij (Impero di Russia)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Cristo (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Cristo (Portogallo)
Cavaliere di Grande Stella dell'Ordine del Leone e del Sole (Impero persiano) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Grande Stella dell’Ordine del Leone e del Sole (Impero persiano)
Cavaliere di I Classe dell'Ordine della Corona Ferrea (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di I Classe dell’Ordine della Corona Ferrea (Impero austro-ungarico)
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
Commendatore dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)
Cavaliere di IV classe dell'Ordine dell'Aquila Rossa (Germania) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di IV classe dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Germania)
Cavaliere di II classe dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di II classe dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)

 

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Arc. 2416: Giovanni Lanza (Casale Monferrato, 15 febbraio 1810 – Roma, 9 marzo 1882). Di famiglia modesta, si laureò in medicina (1832) e chirurgia (1833) a Torino. Le difficoltà di accesso alla carriera accademica lo portarono a maturare un interesse scientifico per gli studi agronomici: divenne così uno dei principali animatori dell’Associazione agraria, un’organizzazione nata a Torino nel 1842 che agì come palestra di educazione politica. L’intensa attività pubblicistica sulle pagine della «Gazzetta» dell’Associazione e sul «Messaggiere torinese» lo portò a occuparsi di statistica, credito agrario, piccola proprietà contadina, rete viaria, beneficienza. Diventato uno dei maggiori esponenti del gruppo liberale piemontese, nel 1848 andò volontario in Lombardia per combattere gli austriaci e nel maggio fu eletto deputato al Parlamento subalpino schierandosi inizialmente con la Sinistra. Contrario alla ripresa delle ostilità con l’Austria, perché non voleva che ciò avvenisse senza il concorso degli altri Stati italiani, dopo la sconfitta di Novara si dichiarò per la resistenza a oltranza e votò contro la pace di Milano, che definì «un patto disonorevole per la nazione». La sua carriera parlamentare, destinata a durare ininterrottamente per quattordici legislature, conobbe una svolta con l’avvicinamento a Cavour, con il quale iniziò a collaborare durante la preparazione della guerra di Crimea. Chiamato al ministero dell’Istruzione (1855), poi alle Finanze all’uscita di Rattazzi dal governo (1858), nel 1860 fu eletto presidente della Camera. Accentuatosi intanto il suo spostamento verso la Destra, della quale divenne uno dei capi più autorevoli, dal settembre 1864 Lanza fu ministro dell’Interno nel secondo gabinetto La Marmora e si pronunciò per il trasferimento della capitale a Roma. Si dimise nell’agosto 1865 perché contrario alla tassa sul macinato proposta dal ministro delle Finanze Sella. Nuovamente presidente della Camera (1867-68 e 1869), fu nominato presidente del Consiglio nel dicembre 1869. Il suo governo, in cui entrarono tra gli altri Sella alle Finanze e Visconti Venosta agli Esteri, si pronunciò per la neutralità durante il conflitto franco-prussiano e proseguì nella riduzione delle spese in un regime di stretta economia. Nel settembre 1870, dopo la proclamazione della repubblica in Francia e superati alcuni tentennamenti dello stesso Lanza, fu decisa l’occupazione di Roma, seguita l’anno successivo dal trasferimento della capitale da Firenze a Roma. I rapporti tra l’Italia e la Santa Sede furono regolati dalla legge delle guarentigie, approvata nel maggio 1871 sempre durante il suo dicastero: un provvedimento che, per quanto respinto da Pio IX, divenne un punto di riferimento costante della politica estera italiana. Criticati sia a destra sia a sinistra, i progetti di decentramento amministrativo studiati da Lanza per correggere gli aspetti più negativi dell’ordinamento centralistico rimasero sulla carta. Nel giugno 1873 si dimise dopo il voto contrario della Camera ad alcuni provvedimenti finanziari proposti da Sella. Emarginato dalla politica nazionale, si impegnò nel governo locale con iniziative a tutela della salute pubblica. Dal 1878 fu presidente dell’Associazione costituzionale di Torino. Nel 1870 aveva ricevuto il collare dell’Annunziata, la massima onorificenza sabauda. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1865 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1870
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1870
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
— 1870

 

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Arc. 2208: Quintino Sella (Sella di Mosso, 7 luglio 1827 – Biella, 14 marzo 1884). Laureatosi in ingegneria a Torino (1847), professore di geometria applicata alle arti nell’Istituto tecnico di Torino (1852), poi di matematica in quella università, nel 1860 entrò nella vita politica come deputato della destra del collegio di Cossato (Biella). Più volte ministro delle Finanze (1862; 186465; 186973), si pose come obiettivo il pareggio del bilancio statale, imponendo a questo scopo una rigida politica di economie e non esitando a ricorrere a provvedimenti impopolari, come l’imposta sul macinato. Anticlericale, contrario all’intervento a fianco della Francia contro la Prussia (1870), dopo la sconfitta di Napoleone III fu tra i più accesi sostenitori della presa di Roma e fu poi tra gli ispiratori della legge delle Guarentigie. La sua attività, rivolta al perfezionamento dell’unità politica, economica e morale del Regno, fu versatile e molteplice. Sollecitò l’istruzione professionale; ideò le casse di risparmio postali; propugnò lo sviluppo delle miniere sarde e costruì la carta mineraria della regione; patrocinò il riscatto delle ferrovie dell’Italia settentrionale (convenzione di Basilea del 1875). Non meno vasta e multiforme fu la sua attività scientifica. Restaurò l’Accademia dei Lincei (della quale fu socio nazionale dal 1872 e presidente dal 1874) allargandone gli interessi con l’istituzione della classe di scienze morali, storiche e filologiche e procurandole una sede storica a palazzo Corsini. Notevoli i suoi apporti nel campo della mineralogia, ove contribuì validamente allo sviluppo della cristallografia morfologica, chimica e descrittiva, studiò numerose specie minerali, delle quali talune nuove, e valorizzò i giacimenti minerari sardi incrementandone così lo sviluppo. Fondò la Società geologica italiana e, con B. Gastaldi e altri, il Club alpino italiano (1863). A lui furono dedicati il minerale sellaite e il M. Sella nell’Isola Grande della Terra del Fuoco. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1865 ca.

 

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Arc. 1929: Quintino Sella (Sella di Mosso, 7 luglio 1827 – Biella, 14 marzo 1884). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1865 ca.

 

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Arc. 1597: Solaro della Margarita conte Clemente (Mondovì, 21 novembre 1792 – Torino, 12 novembre 1869). Dal 1803 al 1806 studiò a Siena nel collegio De Tolomei, gestito dai padri Scolopi famoso in tutta Italia. Lì conobbe quelli che diventeranno gli esponenti maggiori della corrente cattolico-conservatrice e che gli saranno utili negli anni della maturità. Egli ebbe modo di studiare latino, francese e italiano, ma fece pochi progressi in questo campo, soffrendo sovente il distacco da casa. Quando Napoleone costrinse con un editto tutti i piemontesi a tornare in patria, per lui come per altri 34 piemontesi fu una vera festa. Continuò gli studi a Torino sotto la guida dell’abate Ricordi e nell’autunno del 1809 fu in grado di entrare all’università. Nel 1812, il 4 luglio, si laureò sotto la guida dei migliori professori di allora. In quegli anni, in opposizione alla dominazione francese, alla politica religiosa dell’Impero napoleonico, alla prigionia del Papa, alle continue guerre, dispiegò un’azione politica che lo portò a fondare nel 1812 la Società Italiana. Nel 1814 il Re torna a Torino, per lui scrive un opuscolo a stampa: Il giorno della liberazione, nel quale si trovano già gli orientamenti del suo pensiero. Con la restaurazione del 1815 i nobili tornano agli impieghi nella pubblica amministrazione, Solaro della Margarita entra in diplomazia con l’appoggio dell’Amicizia Cattolica. A 24 anni, nel 1816, entra definitivamente in diplomazia come segretario della legazione sarda a Napoli, dove era ministro della Real Corte Piemontese, il marchese Raimondo De Quesada di San Saturnino. Il 15 settembre ha inizio il suo viaggio verso Napoli, Firenze e Roma, città che lo esaltano e lo segneranno per sempre. Alla corte di Napoli si trova bene, ci sono molti piemontesi e riprende i suoi studi. Tocca a lui redigere per conto del suo ministro il Rapporto sullo stato politico del regno delle due Sicilie e considerazioni su ciò che avvenne nei primi otto mesi che seguirono la caduta del sistema costituzionale introdotto dalla rivoluzione del luglio 1820. In tale rapporto stigmatizzava l’operato del governo, la corruzione del clero, la mancanza di istruzione pubblica, e l’assenza di tutela dei cittadini da parte dello stato. Nel 1826 fu nominato incaricato d’affari alla corte di Madrid dove si distinse nella sua intransigenza nel far rispettare i diritti di successione della Casa Savoia al trono di Spagna. Tale atteggiamento lo portò a intromettersi nella vicende della Prima guerra carlista, in merito alla quale convinse il re Carlo Alberto a parteggiare per il reazionario Don Carlos contro la legittima sovrana Maria Cristina. La sua posizione divenne pertanto insostenibile a Madrid, così dovette chiedere di essere sostituito dall’incaricato d’affari Valentino di San Martino. All’inizio del 1835, in riconoscimento della sua fedeltà ai principi autoritari e antiliberali del re, fu nominato ministro plenipotenziario alla corte di Vienna, la più importante d’Europa, e nello stesso anno il 21 marzo fu nominato Ministro degli Esteri del Piemonte. Cattolico fervente, devoto al Papa e ai Gesuiti, amico dell’Austria e fermamente legato ai principi dell’autocrazia, si oppose a ogni tentativo d’innovazione politica e di conseguenza fu contestato dai liberali. Quando nel 1847 scoppiò la prima agitazione popolare in favore di riforme costituzionali, il Re si sentì obbligato a rinunciare ai suoi servizi, nonostante questi avesse condotto gli affari pubblici con abilità e prudenza evitando qualunque intromissione di Vienna negli affari interni del Piemonte. Nel 1853 fu eletto deputato per San Quirico, ma continuò a guardare al suo mandato come se fosse derivato dall’autorità del re e non dalla volontà popolare. Come leader della Destra cattolica del parlamento si oppose radicalmente alla politica di Cavour, che alla fine avrebbe portato all’unità d’Italia. Al momento della proclamazione del Regno d’Italia si ritirò dalla vita pubblica, ma non rinunciò a manifestare il suo pensiero. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Gregorio Magno - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Magno
Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica
Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo
Cavaliere dell'Ordine supremo del Cristo - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine supremo del Cristo
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
Commendatore dell'Ordine della Stella Polare (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Stella Polare (Svezia)
Senatore Gran Croce S.A.I. Ordine costantiniano di San Giorgio (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria   Senatore Gran Croce S.A.I. Ordine costantiniano di San Giorgio (Parma)
«Concessione 1842»

 

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Arc. 1929: Giuseppe La Farina (Messina, 20 luglio 1815 – Torino, 5 settembre 1863). Repubblicano, prese parte ai moti siciliani del 1837. Costretto all’esilio, si trasferì in Toscana, dove si dedicò agli studi storici. Tornato a Messina l’anno successivo grazie all’amnistia, non resistette a lungo alle persecuzioni della polizia e nei primi mesi del 1841 si trasferì di nuovo a Firenze. Nel 1847, quando il governo granducale concesse maggiore libertà di stampa, fondò il giornale «L’Alba», di orientamento democratico-sociale. All’inizio del 1848, allo scoppio della rivoluzione, fece ritorno in Sicilia. Nominato vicepresidente di un comitato di guerra a Messina e colonnello della Guardia nazionale, fu poi eletto deputato alla Camera dei comuni e fece parte della missione incaricata di offrire la corona di Sicilia al duca di Genova. Tornato a Palermo, gli fu affidato il ministero dell’Istruzione. Caduta Messina, assunse il dicastero della Guerra e della Marina, con il compito di organizzare la resistenza all’esercito borbonico e combatté egli stesso al comando di una legione universitaria. Riconosciuta ormai inutile ogni ulteriore resistenza, in aprile fuggì esule a Parigi. Tornato in Italia, a Torino, fondò la «Rivista contemporanea» e pubblicò l’opuscolo Murat e l’unità italiana, nel quale si dichiarava fortemente contrario a una candidatura di Luciano Murat al trono di Napoli. Di idee repubblicane e amico di Mazzini, se ne staccò progressivamente per diventare un sempre più convinto sostenitore del governo piemontese e della monarchia. Nel 1856 fondò la Società nazionale italiana per appoggiare presso l’opinione pubblica la politica di Cavour, di cui divenne capo di gabinetto. Superata la crisi determinata dalle dimissioni di Cavour dopo Villafranca, nel 1860 riorganizzò la Società nazionale, scioltasi l’anno precedente, e, nel contempo, si impegnò per sostenere la spedizione di Garibaldi in Sicilia, prima adoperandosi presso il governo piemontese e poi, a spedizione avvenuta, facilitando l’invio di uomini, armi e denaro. Recatosi egli stesso in Sicilia con l’incarico di affrettare con ogni mezzo l’unione dell’isola al Piemonte, fu espulso da Garibaldi, deciso a conservare la sua autonomia fino al compimento dell’impresa. Tuttavia fu di nuovo in Sicilia alla fine dell’anno, ma la violenta ostilità dei gruppi autonomisti e repubblicani lo costrinse dopo pochi mesi a lasciare nuovamente l’isola. Nel 1860 venne nominato consigliere di Stato e, nello stesso anno, fu eletto deputato, inizialmente nello schieramento filogovernativo e poi all’opposizione dopo la morte di Cavour. Partecipò ai lavori della Camera dei deputati interessandosi soprattutto alla questione della separazione tra potere civile e potere religioso. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1860 ca.

 

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Arc. 541: Giuseppe La Farina (Messina, 20 luglio 1815 – Torino, 5 settembre 1863).  Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

 

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Arc. 2768: Giuseppe Pisanelli (Tricase, 23 settembre 1812 – Napoli, 5 aprile 1879). Studiò giurisprudenza a Napoli e vi esercitò poi l’avvocatura, acquistando notevole fama. Liberale, fu eletto deputato nel 1848 al Parlamento napoletano; dopo la reazione borbonica, perseguitato per i suoi sentimenti politici, fuggì a Civitavecchia e poi a Genova insieme con Pasquale Stanislao Mancini e altri patrioti, ma fu condannato in contumacia alla pena di morte e alla confisca dei beni. Recatosi a Londra e poi a Parigi, conobbe Guglielmo Pepe e Vincenzo Gioberti. Nel 1852 si stabilì a Torino dove, in collaborazione con Mancini e Antonio Scialoja, si dedicò alla pubblicazione di un Commentario del codice di procedura civile per gli stati sardi  (8 voll., 1855-63). Tornato a Napoli nel luglio 1860, fu nominato da Garibaldi ministro di Grazia e giustizia, ma rimase in carica appena ventidue giorni. Eletto deputato per il collegio di Taranto, dopo i fatti di Aspromonte e la caduta del ministero Rattazzi fu ministro di Grazia e giustizia nel ministero Farini e successivamente in quello Minghetti fino alle dimissioni di questi nel settembre 1864. Al nome di Pisanelli è strettamente legato il Codice civile emanato nell’aprile del 1865 dal suo successore al ministero di Grazia e giustizia Giuseppe Vacca, un codice che rappresenta il superamento della frammentazione giuridica preunitaria e il punto di arrivo del processo costituente che cementò l’unità del paese. Nominato consigliere di Stato, continuò a partecipare ai lavori della Camera schierato con la Destra. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1865 ca.

 

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Arc. 2769: Michele Benedetto Gaetano Amari (Palermo, 7 luglio 1806 – Firenze, 16 luglio 1889). Patriota, storico e arabista, fratello di Emerico, tramite il padre, Ferdinando, venne fin da giovane a contatto con l’ambiente dei democratici palermitani di cui condivise inizialmente le aspirazioni separatiste. Nel 1820, per contribuire al mantenimento della famiglia, iniziò la carriera di impiegato ministeriale, ma dopo la pubblicazione della sua opera La Guerra del vespro (cui la censura impose il generico titolo Un periodo delle istorie siciliane del secolo XIII), sgradita al governo di Napoli, fu costretto ad andare in esilio in Francia (1842). A Parigi frequentò l’ambiente degli esuli italiani; conobbe tra gli altri Mazzini e cominciò a maturare un’impostazione politica del problema siciliano inserita in un quadro di generale rivolgimento della penisola. Dopo l’insurrezione di Palermo del 1848 e la costituzione di un governo provvisorio, rientrò in patria e fu nominato ministro delle Finanze. Il ritorno dei Borboni, tuttavia, lo costrinse di nuovo a rifugiarsi a Parigi dove intensificò i rapporti con Mazzini, collaborando alla sua attività propagandistica. Rientrò in Italia nel 1860, dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala e, pur restando fautore di un sistema di largo decentramento, appoggiò la linea cavouriana e fu tra sostenitori dell’annessione immediata al Piemonte. Nel 1861 fu nominato senatore e dal 1862 al 1864 fu ministro della Pubblica istruzione. Successivamente ricoprì altri incarichi di rilievo: fu membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione, del Consiglio superiore degli archivi, dell’Istituto storico italiano e di varie altre commissioni. Dal 1860 al 1873 insegnò Lingua e cultura araba all’Istituto di studi superiori di Firenze. A lui si deve l’organizzazione degli studi orientali in Italia ai quali diede un rilevante contributo con gli scritti sulla Sicilia musulmana. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze sabaude

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 13 febbraio 1862
Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 14 marzo 1864
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
— 24 giugno 1860
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
— 22 aprile 1868
Gran cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
— 1879

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (classe di pace) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Pour le Mérite (classe di pace)
— 1884

 

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Arc. 2115: Sebastiano Tecchio (Vicenza, 3 gennaio 1807 – Venezia, 24 gennaio 1886). Sebastiano apparteneva ad una famiglia della nobiltà rurale veneta; era figlio del conte Valerio Tecchio (1765-1823) e di Amalia Pisani (1790-1867), trisnipote del doge di Venezia Alvise Pisani. A 22 anni si laureò in giurisprudenza presso l’Università di Padova ed esercitò la professione di avvocato ad Asiago, Montagnana e Vicenza; nel 1833 entrò come Cavaliere di giustizia nel Sovrano Militare Ordine di Malta. Durante l’insurrezione di Vicenza nel 1848 abbandonò l’esercizio della professione e si dedicò interamente alla lotta politica. Fece parte della Giunta Straordinaria – il governo provvisorio che affiancava il Consiglio comunale – sostituita qualche giorno dopo dal Comitato Provvisorio Dipartimentale alle dipendenze della Repubblica di San Marco. Dopo la battaglia di Sorio egli, già contrario all’adesione a Venezia, guidò il partito filo sabaudo verso l’unione con il Regno di Sardegna, orientamento che venne deciso con il plebiscito di Vicenza del 16 maggio. Il 5 giugno fece parte della delegazione veneta che si recò presso il quartier generale di Carlo Alberto, portando i registri dei plebisciti, per concludere questa unione. Il 10 giugno però gli austriaci riconquistarono Vicenza e il Tecchio fu proscritto dal governo austriaco e rimase in esilio fino al 1866 in Piemonte, dove divenne deputato della Sinistra nel Parlamento piemontese. Fu anche Ministro dei lavori pubblici dal 1848 al 1849. Subito dopo la costituzione del Regno d’Italia divenne Presidente della Camera dei deputati nell’VIII legislatura – dal 22 marzo 1862 al 21 maggio 1863 – e fu nello stesso tempo Presidente del Comitato dell’emigrazione. Nel 1866, dopo l’annessione del Veneto al termine della terza guerra d’indipendenza italiana, egli poté ritornare nella sua città; alle elezioni del 1876 fu eletto come rappresentante della Sinistra nel collegio di Thiene, poi designato Presidente del Senato del Regno d’Italia per tutta la XIII legislatura (1876 – 1880). Nel II Governo Rattazzi fu Ministro di Grazia e Giustizia e affari di Culto. Fotografia  CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1878
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1878
Balì di Gran Croce di Onore e di Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria   Balì di Gran Croce di Onore e di Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta
— 1853

 

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Arc. 2115: Sebastiano Tecchio (Vicenza, 3 gennaio 1807 – Venezia, 24 gennaio 1886).  Fotografia CDV. Fotografo: Muller. 1860 ca.

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Arc. 1085: Sebastiano Tecchio (Vicenza, 3 gennaio 1807 – Venezia, 24 gennaio 1886).  Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1860 ca.

 

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Arc. 2064:  Marchese Gino Capponi (Firenze, 13 settembre 1792 – Firenze, 3 febbraio 1876). Ultimo esponente di uno dei rami dell’antica ed illustre famiglia fiorentina dei Capponi, fu un moderato riformatore dello stato toscano, attraverso la carica di senatore. Si interessò anche di economia, statistica e agricoltura. Allievo dell’abate Giovanni Battista Zannoni, fino dalla gioventù ebbe a cuore le materie umanistiche. Nel 1819 a Londra, ebbe l’idea, conversando con Ugo Foscolo, di un giornale letterario. Così fondò, nel 1821, assieme a Giampietro Viesseux, l’Antologia e più tardi si adoperò per l’istituzione de l’Archivio storico italiano (1842). Fu amico di Giacomo Leopardi (che gli indirizzò la celebre Palinodia ricompresa nei Canti), di Pietro Giordani, di Pietro Colletta, di Guglielmo Pepe, Giovanni Battista Niccolini, del filosofo Silvestro Centofanti, di Raffaello Lambruschini e dei migliori intellettuali del suo tempo. Fu anche un cattolico aperto a nuove esperienze di riforma. Come pedagogista, affermò la libera educazione del giovane, che non andava oppresso con i precetti, ma secondo i suggerimenti di una grande e nobile idea unificatrice. L’educazione del cuore doveva guidare quella dell’intelletto, con l’intuito e con gli esempi. L’educazione, per il Capponi, era un’arte e non una scienza. Gino Capponi viaggiò molto in Italia e in Europa e fu membro del Senato toscano dal 1848. Collaborò e promosse le principali iniziative liberali dei moderati. Fu presidente del Consiglio dal 17 agosto al 12 settembre dello stesso anno. Costretto a ritirarsi a vita privata dall’opposizione e dalla restaurazione dei Lorena, coltivò ancora di più i suoi studi storici, nonostante in vecchiaia divenisse cieco. Nel 1859 fu fautore dell’annessione della Toscana al Piemonte e venne nominato senatore dal 1860, partecipando attivamente alla vita parlamentare fino al 1864. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1864
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1864
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana

 

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Arc. 2206: Marchese Gino Capponi (Firenze, 13 settembre 1792 – Firenze, 3 febbraio 1876). Fotografia formato gabinetto 10,6 x 16,9. Fotografo: Schemboche – Torino. 1870 ca.

 

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Arc. 1076: Pellion di Persano conte Carlo (Vercelli, 11 marzo 1806 – Torino, 28 luglio 1883). Nel 1821 era già guardiamarina. Nel 1825 partecipò alla campagna di guerra contro la reggenza di Tripoli di Barberia, distinguendosi in un’azione compiuta da alcune barche penetrate arditamente nel porto, che assalirono e bruciarono unità tripoline alla fonda. Sottotenente di vascello nel 1826, tenente di vascello nel 1831, capitano di corvetta nel 1841, di fregata nel 1848, di vascello nel 1849, ebbe per principali imbarchi le R.N. Zeffiro, Nereide, Des Geneys, Eridano e S. Michele. Al comando del brigantino Daino, il 10 giugno 1848 bombardò i forti di Caorle e di Santa Margherita. Promosso contrammiraglio nel 1859, l’anno dopo ebbe il comando della squadra sarda, alzando l’insegna sulla Maria Adelaide. Inviato nelle acque del Tirreno per sorvegliare la spedizione di Garibaldi, a Napoli ebbe dal dittatore il supremo comando del naviglio ex-borbonico, ma dovette per ordine del governo correre ad Ancona per appoggiare l’espugnazione di quella piazza eseguita dal Cialdini, e per alcuni giorni bombardò le opere difensive. Posto il blocco alla costa il 23 settembre e sospeso il 24 il bombardamento, nelle notti successive fu tentato il forzamento della piazza con imbarcazioni armate. Ripreso l’attacco generale, il 28 il presidio si arrese. Promosso viceammiraglio e nominato grande ufficiale dell’ordine militare di Savoia, il P. ritornò nel Tirreno, protesse le operazioni militari del Garigliano e si pose all’assedio di Gaeta, che il 15 febbraio 1861 si arrese. Nel marzo seguente si recò a Messina con la squadra per la capitolazione di quella piazza. Deputato nella 7ª ed 8ª legislatura per il collegio della Spezia, fu ministro della Marina nel ministero Rattazzi, finché questo non si dimise in seguito ai casi di Aspromonte. Nel maggio 1866, nominato ammiraglio comandante in capo della squadra navale con insegna sul Re d’Italia, il 22 giugno lasciò Taranto per Ancona, dove rimase alcuni giorni senza agire affatto o facendo crociere infruttuose. Ubbidendo infine a ordini imperiosi del governo, il 16 luglio il P. lasciò Ancona e il 18 iniziò il bombardamento di Lissa per procedere alla sua occupazione. L’attacco recò forti danni alle opere difensive, ma il mattino del 20, essendo stato segnalato l’arrivo della flotta austriaca, il P. si preparò al combattimento. È noto l’esito infelice di quella battaglia, che tirò addosso al Persano una tempesta di accuse. Soltanto alla fine di gennaio 1867 il Senato, costituito in Alta Corte di giustizia (il Persano era stato fatto senatore nel 1865), lo condannò alla perdita del grado, della pensione e delle decorazioni. Morì completamente dimenticato. fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze sabaude

Cavaliere di Gran Croce decorato del Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato del Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia (revocata) - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia (revocata)
— 3 ottobre 1860
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al Valor Militare
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Portogallo)
Commendatore dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
Cavaliere di IV Classe dell'Ordine di Sant'Anna (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di IV Classe dell’Ordine di Sant’Anna (Impero di Russia)
Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 (Impero francese) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 (Impero francese)

 

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Arc. 1085: Terenzio Mamiani della Rovere (Pesaro, 19 settembre 1799 – Roma, 21 maggio 1885). Cugino di Giacomo Leopardi, entrò in contatto a Firenze nel 1827 con i circoli degli intellettuali vicini al Gabinetto Vieusseux, e sviluppò poi la propria esperienza politica partecipando ai moti del 1831 prima a Bologna, poi ad Ancona. Fu Ministro dell’Interno nel Governo provvisorio delle Province Unite Italiane (febbraio-aprile 1831). Nel 1847 con Domenico Buffa fondò a Genova il giornale La Lega Italiana, sostituito tre mesi dopo da Il Pensiero ItalianoNel 1848 con Vincenzo Gioberti diede vita a Torino alla Società nazionale per la confederazione italianaRicoprì incarichi pubblici nello Stato Pontificio: Ministro degli Interni e Presidente del Consiglio. Nominato il 4 maggio 1848, il 21 giugno si aprì una crisi, con le milizie austriache che erano penetrate nel territorio pontificio. Mamiani chiese al pontefice di poter varare (con il voto del parlamento) misure eccezionali, ma il papa non glielo consentì. Mamiani si dimise, rimanendo in carica per gestire gli affari correnti fino al 2 agosto; Ministro degli Esteri (novembre-dicembre 1848) Deputato all’Assemblea costituente, eletta il 21 gennaio 1849. Alla proclamazione della Repubblica abbandonò il seggio dell’Assemblea Costituente. Dimessosi, si ritirò a vita privata. Con la restaurazione del papato però fu condannato all’esilio. Si stabilì a Genova e ottenne la cittadinanza dello Stato sabaudo. Eletto deputato nella III legislatura del Parlamento subalpino, venne riconfermato nelle tre legislature successive. Fu ministro dell’Istruzione nel terzo governo Cavour (gennaio 1860 – marzo 1861). Successivamente fu Senatore del Regno d’Italia (dal 1864) e vicepresidente del Senato. Nel 1827 fu professore di eloquenza nell’Accademia militare di Torino e dal 1857 insegnò Filosofia della storia all’Università di Torino e poi a Roma. La sua posizione, sostanzialmente moderata, ispirò una contestuale visione storico-filosofica che – alla vigilia dell’Unità d’Italia – si rifletté nella sua opera di Ministro della Pubblica Istruzione nell’ultimo governo del Regno di Sardegna presieduto da Cavour e nel primo del nuovo Regno d’Italia. Nel 1860 Mamiani approvò i nuovi programmi scolastici, che includevano l’insegnamento della religione cattolica tra le materie fondamentali. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze sabaude

Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere dell'Ordine civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine civile di Savoia
Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia

Onorificenze straniere

Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
Grande ufficiale dell'Ordine imperiale di Nostra Signora di Guadalupe (Messico) - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine imperiale di Nostra Signora di Guadalupe (Messico)

 

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Arc. 2415: Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno, 12 agosto 1804 – Cecina, 23 settembre 1873). Si laureò in giurisprudenza a Pisa nel 1824, ma appena un anno più tardi esordì nella carriera letteraria con le Stanze alla memoria di Lord Byron (1825), un’esaltazione del poeta inglese conosciuto a Pisa poco tempo prima, la cui influenza sulla sua produzione fu sempre molto forte. Nel 1827 uscirono, sempre a Livorno, i quattro volumi di una delle sue opere maggiori, La battaglia di Benevento, un romanzo storico in cui già si rivelavano le qualità che restarono pressoché costanti nello scrittore: un vivacissimo e sfrenato patriottismo; la ricercatezza linguistica; uno stile convulso, baroccheggiante, pur con venature classicistiche; una predilezione per le tinte cupe e macabre che lo avvicinarono al romanzo nero inglese. Acceso democratico, fondò nel 1829 il giornale «Indicatore livornese» e si impegnò nei moti risorgimentali, subendo a più riprese arresti e condanne: durante i mesi di prigionia a Portoferraio scrisse le Note autobiografiche (pubblicate postume, 1899) e portò quasi a termine l’Assedio di Firenze, uno dei suoi romanzi storici di maggiore successo. A questo periodo della sua vita risale anche La serpicina, una riuscita satira della giustizia umana e della vita forense che fu pubblicata tra gli Scritti (1847). Nel 1848-49 fu tra i protagonisti della rivoluzione in Toscana: nel febbraio 1849, fuggito Leopoldo II, costituì un governo provvisorio con Giuseppe Montanelli e Giuseppe Mazzoni e il mese successivo fu eletto capo del potere esecutivo, esercitando di fatto una dittatura personale. Al ritorno del granduca fu processato e condannato a 15 anni di prigionia e, durante la sua detenzione nel carcere delle Murate a Firenze, scrisse Apologia della vita politica di F.D.G. scritta da lui medesimo (1851), una lunga autodifesa fortemente polemica verso i moderati e il sistema giudiziario toscano. La pena gli fu successivamente commutata nell’esilio in Corsica, da dove fuggì nel 1859 per raggiungere Genova. Qui soggiornò fino al 1862. Fu eletto nel 1860 deputato nel primo Parlamento nazionale, dove sedette per circa dieci anni, sempre schierato tra i banchi dell’opposizione contro le forze moderate. Nell’ultimo periodo della sua vita, mentre si distaccava dal dibattito politico, Guerrazzi mantenne intensa la sua produzione letteraria con il romanzo Il buco nel muro (1862), la sua opera artisticamente più notevole, L’assedio di Roma (1863-65) e Il secolo che muore (pubblicato postumo per intero nel 1885), continuazione poco riuscita del romanzo del 1862. Tra i suoi romanzi storici, per i quali divenne popolare tra i contemporanei, si ricordano anche Veronica Cybo e Isabella Orsini, entrambi compresi nella citata raccolta degli Scritti, Beatrice Cenci (1853) e Pasquale Paoli (1860), dedicato a Garibaldi. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 2121: Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno, 12 agosto 1804 – Cecina, 23 settembre 1873). Fotografia CDV. Fotografo: V. Fondi – Pistoia. 1865 ca.

 

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Arc. 1930: Luigi Settembrini (Napoli, 17 aprile 1813 – Napoli, 4 novembre 1876). Intrapresi inizialmente gli studi giuridici, si dedicò in seguito, come allievo di Basilio Puoti, agli studi letterari e nel 1835 conseguì la cattedra di eloquenza nel liceo di Catanzaro. Entrato in contatto con gli ambienti mazziniani aderì alla setta dei Figliuoli della Giovine Italia, fondata da Benedetto Musolino, e nel 1839 fu arrestato per cospirazione. Liberato nel 1841, visse dividendosi tra l’insegnamento privato e l’impegno politico. Nel 1847 pubblicò, anonimo, l’opuscolo antiborbonico Protesta del popolo delle Due Sicilie, ma i sospetti della polizia caddero in breve tempo su di lui e per evitare un nuovo arresto riparò a Malta. Tornò a Napoli nel 1848, dopo la concessione della Costituzione, e fu per breve tempo capo dipartimento nel ministero dell’Istruzione. Dimessosi, fondò con Silvio Spaventa, Cesare Braico, Filippo Agresti e altri, la società segreta Unità italiana, della quale fu nominato presidente. Nel 1849, dopo la restaurazione borbonica, venne nuovamente imprigionato e nel 1851 fu condannato a morte. Commutatagli la pena nell’ergastolo, trascorse otto anni nel carcere di Santo Stefano per poi essere destinato, nel 1859, con altri patrioti, alla deportazione negli Stati Uniti. Grazie all’aiuto del figlio, ufficiale della marina mercantile inglese, riuscì a raggiungere l’Irlanda, dove rimase fino al 1860. Tornato in Italia si stabilì prima a Torino poi a Firenze, dove pubblicò due manifesti nei quali esortava il Mezzogiorno a unirsi alla restante Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II. Sempre nel 1860 ebbe la cattedra di Letteratura latina e greca nell’università di Bologna, alla quale peraltro rinunziò non appena l’ingresso di Garibaldi a Napoli gli consentì di tornare nella sua città natale, dove assunse la carica di ispettore generale della Luogotenenza. Nel 1862 iniziò a insegnare Letteratura italiana all’università di Napoli. Nel frattempo fondava l’Associazione unitaria costituzionale, di cui fu a lungo presidente, collaborando con assiduità al giornale da questa pubblicato «L’Italia», diretto dal 1863 al 1865 da De Sanctis. Negli anni seguenti venne sempre più allontanandosi dalla politica nonostante continuasse a condurre un’appassionata battaglia a favore delle tradizioni locali del Mezzogiorno, che vedeva travolte dalle scelte accentratrici della classe dirigente. Nel 1873 fu nominato senatore. Frutto del suo insegnamento furono le Lezioni di letteratura italiana (3 volumi, 1866-72), animate da un forte impegno civile, nelle quali Settembrini ripercorre attraverso i secoli il cammino della produzione letteraria italiana al fine di stimolare i contemporanei ad acquistare coscienza del loro passato e a farsi attori consapevoli e responsabili del proprio destino. Il suo nome resta soprattutto legato alle Ricordanze della mia vita, un itinerario autobiografico pubblicato postumo nel 1879 con la prefazione di De Sanctis. Nell’opera, destinata anch’essa a esaltare l’impegno patriottico e civile, Settembrini auspica un risveglio della cultura napoletana e presenta il movimento risorgimentale come l’unica forza in grado di abbattere il potere oscurantista della Chiesa e dei Borbone. Fotografia CDV. Fotografo: Vegliante – Napoli. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

 

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Arc. 2493: Rinaldo Ruschi (Pisa, 7 febbraio 1817 – Pisa, 3 febbraio 1891). Si laureò in Matematica presso l’Università di Pisa. Fin da giovane svolse una notevole attività pubblica, in ambito militare, sociale e politico. Nel 1847 fece parte della Guardia civica pisana, con il grado di capitano comandante di compagnia; partecipò con il battaglione universitario toscano alla campagna militare in Lombardia; catturato dagli Austriaci, fu in seguito liberato. La posizione assunta durante la fase finale dei moti del 1848 fu ambigua. Quando il 12 aprile 1849, qualche settimane dopo la sconfitta di Novara, Francesco Domenico Guerrazzi perse il potere in Toscana e il Municipio di Firenze (moderato) prese gradualmente il controllo delle città, inclusa Pisa, Ruschi dichiarò assieme a Rodolfo Castinelli e al senatore Centofanti di operare per conto della giunta di Firenze. Negli ultimi anni del Granducato di Toscana, ebbe diversi incarichi: fu sovrintendente del Conservatorio dei poveri orfani (1848-63), succedendo nell’incarico al padre Giovan Battista, e diresse le attività all’Ospizio di Menicità e alla Cassa di Risparmio. Fu membro del Consiglio di Prefettura di Pisa e fece parte, come segretario, della commissione per la riforma della Amministrazione dei fiumi e dei Fossi della Provincia di Pisa (1859-60). Nelle fasi di passaggio del Granducato al Regno d’Italia, la sua attività politica assunse una dimensione nazionale: membro della Consulta di Stato del Granducato di Toscana istituita nel maggio 1859 dal Governo provvisorio, venne eletto deputato dell’Assemblea dei rappresentanti toscani nell’agosto 1859 da uno dei collegi di Pisa. Fece quindi parte della deputazione toscana che si recò a Torino nel settembre di quello stesso anno, per coordinare la procedura di unione col Regno di Sardegna. In seguito all’Unità fu eletto deputato nel 1860, 1861 e 1865; anche come membro del Parlamento nazionale, si occupò di promuovere le opere pubbliche legate alla sua terra d’origine: tra quelle di maggior rilievo, la regimentazione delle acque della provincia pisana, e in particolare del Padule di Bientina. Alle elezioni del 1867 fu sostituito da Luigi Sanminiatelli, candidato proposto dalle consorterie della nuova capitale. L’anno successivo (il 12 marzo 1868) il re Vittorio Emanuele II lo nominò Senatore del Regno, e un mese dopo cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, istituito quell’anno. In qualità di senatore partecipò agli accesi dibattiti per l’abolizione della pena di morte (1875). L’impegno nella attività del parlamento nazionale non lo allontanò dalla vita politica locale: fu commissario tecnico del progetto del Nuovo teatro notturno, consigliere provinciale (1865-1869) e consigliere comunale a Pisa (1865-1869) e a Calci (1874-1881). Dall’agosto 1868 fino al 1877 ebbe la carica di presidente della Accademia di belle arti di Pisa. Ruschi fu socio di numerose accademie e istituzioni culturali e scientifiche, sia locali che di rilievo nazionale, fra le quali si possono citare la Società aretina di scienze, lettere e arti (socio corrispondente, 1844), l’Accademia dei Georgofili e l’Accademia valdarnese del Poggio di Montevarchi (1856). Molto presente nell’élite politico-letteraria del Granducato, collaborò con Giuseppe Montanelli alla diffusione della stampa clandestina in Toscana, ma i due si allontanarono in seguito l’atteggiamento assunto dal Ruschi durante i moti del 1848. Fu inoltre amico di Gino Capponi e di Giuseppe Giusti. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia

 

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Arc. 752: Angelo Brofferio (Castelnuovo Calcea, 6 dicembre 1802 – Minusio, 25 maggio 1866). Studente di giurisprudenza a Torino, tentò il teatro con successo: la sua tragedia Eudossia fu rappresentata al Teatro Carignano nel maggio 1825 e discreta fortuna ebbe tutta la sua produzione giovanile. Entrato in contatto con l’ambiente letterario milanese, romano e napoletano, Brofferio si dedicò sempre più intensamente al teatro e alla poesia pur avendo iniziato a esercitare l’avvocatura a Torino. Coinvolto nella congiura massonica dei Cavalieri della libertà, venne arrestato nell’aprile 1831 e scarcerato dopo alcuni mesi di detenzione. Nel 1835 iniziò la collaborazione al «Messaggiere del commercio» (poi, dal 1837, «Messaggiere torinese»), alternando a scritti polemici composizioni drammatiche. Molto fortunata fu la sua raccolta delle Canzoni piemontesi, uscita a Lugano nel 1839. Facilmente orecchiabili, scritte in un dialetto ricco e vivace, le canzoni esprimevano le sue convinzioni democratiche di chiara derivazione letteraria (Alfieri e Foscolo), con nuove venature sociali e un originale spirito polemico. Fautore tra i primi di una costituzione in Piemonte, fu eletto al Parlamento nell’aprile 1848 e rimase deputato fino alla morte con due brevi interruzioni nel 1853 e nel 1860. Abilissimo oratore, esponente di spicco della sinistra costituzionale piemontese, dopo l’armistizio Salasco sostenne la necessità di riprendere la guerra conto l’Austria. Avversario di Cavour, ne contrastò la politica economica e le alleanze internazionali: fu decisamente contrario alla guerra di Crimea e all’alleanza con la Francia. Nelle consultazioni del 1857, che videro il successo dei clericali, suscitò grande entusiasmo la sua rielezione nel collegio più aristocratico di Torino. Sempre all’opposizione, si batté per l’abolizione di tutti i privilegi, contro la pena di morte, la censura e per la libertà di stampa. Fu contrario allo spostamento della capitale a Firenze per paura che venisse accantonato il trasferimento a Roma. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

 

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Arc. 1053: Angelo Brofferio (Castelnuovo Calcea, 6 dicembre 1802 – Minusio, 25 maggio 1866). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 2493: Luigi Guglielmo conte di Cambray-Digny (Firenze, 8 aprile 1820 – San Piero a Sieve, 11 dicembre 1906). Esponente della nobiltà liberale fiorentina, ne condivise nel 1848 la crescente resistenza dapprima alla formazione del governo Guerrazzi-Montanelli, e poi, dopo la fuga del granduca, alla dittatura di Guerrazzi. Nel 1849, fu tra i fautori della restaurazione granducale in Toscana. Negli anni seguenti si dedicò soprattutto agli studi e alla pratica agraria, fondando a S. Piero a Sieve un opificio per la costruzione di strumenti e macchine agricole. Tornato alla politica attiva nel 1859, fu inizialmente contrario a una dichiarazione di annessione immediata al Piemonte, ma fu poi conquistato alle direttive di Cavour. Nel 1860 fu nominato senatore nel Parlamento subalpino e fu uno dei principali esponenti della Destra toscana, ispirandone dal 1866 anche un giornale, la «Gazzetta d’Italia». Sindaco di Firenze dal 1865 al 1867, fu poi ministro ad interim dell’Agricoltura, industria e commercio dal 27 ottobre al 28 novembre 1867 e ministro delle Finanze dal 27 ottobre 1867 al 14 dicembre 1869. Durante il biennio in cui rimase in carica condusse una politica di drastica riduzione del disavanzo statale: promosse leggi sulla riscossione delle imposte dirette, sulla contabilità e l’amministrazione dello Stato; rese esecutiva la tassa di macinazione dei cereali; creò la Regia cointeressata del monopolio dei tabacchi e istituì le Intendenze provinciali di finanza. Vicepresidente del Senato negli anni 1871-72, fu tra i sostenitori del ministero Minghetti (1873-1876). Dal 1872 al 1878 fu presidente della Banca nazionale toscana e in tale veste condusse le trattative tra governo e rappresentanti delle banche perché giungesse in porto la legge sulla circolazione bancaria del 1874. Liberista, antisocialista, fu un convinto sostenitore di Crispi, e appoggiò la repressione dei Fasci siciliani. Nel 1898 fu tra quanti invocarono lo stato d’assedio in Toscana e lo scioglimento delle organizzazioni popolari e l’anno successivo appoggiò i disegni di legge reazionari proposti dal governo Pelloux. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine di S. Stefano (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine di S. Stefano (Granducato di Toscana)
Ufficiale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
— 23 gennaio 1860
Commendatore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
— 20 aprile 1863
Grande ufficiale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
— 21 maggio 1865
Gran cordone dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
— 14 dicembre 1869
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia
— 31 dicembre 1868
Gran Croce dell'Ordine del Nicham Iftikar (Tunisia) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine del Nicham Iftikar (Tunisia)

 

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Arc. 2416: Isacco Artom (Asti, 31 dicembre 1829 – Roma, 24 gennaio 1900). Nato da una delle famiglie ebraiche più importanti della città di Asti, intraprese gli studi universitari a Pisa dove venne a contatto con l’ambiente risorgimentale. Nel 1848, prese parte alla guerra contro l’Austria, arruolandosi nel battaglione universitario e partecipando alla battaglia di Curtatone e Montanara. Dopo un periodo di malattia, riprese gli studi universitari presso la facoltà di giurisprudenza a Torino dove si laureò e conobbe Costantino Nigra diventando suo intimo amico. Tra il 1850 ed il 1859 collaborò alle testate giornalistiche dell’“Opinione” e del “Crepuscolo”. Dopo la sua assunzione presso il Ministero degli esteri, venne chiamato da Cavour, come uomo di fiducia presso la sua segreteria. Nel 1862 venne inviato a Parigi e nel 1867 a Copenaghen come segretario di Legazione. Rientrò in Italia nel 1870 ricoprendo fino al 1876 la carica di segretario generale del Ministero degli esteri. A seguito della caduta della destra storica e delle conseguenti dimissioni del ministro Emilio Visconti Venosta, si dimise volontariamente dalla carica. Fu nominato senatore il 15 maggio 1876 e fu considerato uno dei maggiori politici della Destra. Il suo discorso funebre, nell’aula del Senato, fu pronunciato dall’ex ministro Visconti Venosta.

Onorificenze sabaude

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (1 barretta) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (1 barretta)
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia

Onorificenze straniere

Cavaliere della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere della Legion d’Onore

 

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Arc. 2723: Luigi Passerini Orsini de’ Rilli (Firenze, 31 ottobre 1816 – Firenze, 13 gennaio 1877). Avviato agli studi classici, si dedicò in giovane età allo studio della storia e della genealogia. Grande storico ed erudito in diverse discipline umanistiche, vantava una discendenza antica, radicata nel XII secolo. Rivendicava, con fierezza, la sua profonda passione per l’araldica e le genealogie. Scherzosamente asseriva che questa sua innata passione, l’aveva ereditata dai suoi avi e la portava nel sangue. Svolse inoltre un ruolo attivo in politica partecipando alla guerra d’indipendenza del 1848 con un gruppo di 500 toscani. Del Quarantotto in Toscana ha lasciato un prezioso, quanto dettagliato diario degli avvenimenti che vanno da 18 marzo 1848 al 24 novembre 1849. Fin dal 1856 fu uno dei direttori dell’Archivio di Stato di Firenze. Per un breve periodo, nel 1861, fu eletto come parlamentare nell’ottava legislatura del Regno d’Italia, la prima dello stato unitario, rimanendo in carica per tre anni. A partire dal 1871, divenne anche prefetto della Biblioteca Nazionale di Firenze, dove su mandato del governo, come direttore, ricoprì l’incarico dal 1871 al 1874, quando per motivi di salute, fu costretto a dimettersi. Membro della Consulta araldica e della regia Deputazione di storia patria, collaborò con l’Archivio storico italiano e il Giornale storico degli archivi toscani. Lasciò, alla Biblioteca di Firenze, la sua ricca libreria privata, con i suoi manoscritti ed il suo archivio. Materiale composto da circa 7000 pezzi. Nella sua carriera di storico e genealogista dal 1839 collaborò alla redazione delle Famiglie celebri italiane di Pompeo Litta e fu anche continuatore dell’opera tra il 1852 e il 1873 con Federico Odorici e Federico Stefani.Studiò storia fiorentina medievale e fu autore di numerose genealogie delle famiglie fiorentine. Iniziò anche a scrivere un’edizione critica delle opere di Niccolò Machiavelli. Dopo una lunga malattia morì nella sua Firenze nel 1877. Fotografia CDV montata su cartoncino. fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 19 luglio 1871

 

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Arc. 2731: Giuseppe Natoli Gongora, barone di Scaliti (Messina, 9 giugno 1815 – Messina, 25 settembre 1867). Figlio di Giacomo Natoli Gongora di Scaliti, colonnello di cavalleria nel reggimento cacciatori Forìe di Messina del Reale Esercito delle Due Sicilie, e di Emanuela Cianciolo. Il nonno Bartolomeo fu senatore cittadino e proconsole di Messina. Fu barone di Scaliti, grande ufficiale dell’Ordine Mauriziano e gran cordone dell’Ordine al merito civile e militare di San Marino, sposò Maria Cardile, da cui nel 1846 ebbe il suo unico figlio, Giacomo. Rifiutò la carica di giudice per non dover lavorare alle dipendenze dello Stato borbonico. Avvocato, giurista e banchiere, massone (fu Gran maestro aggiunto della massoneria del Grande Oriente d’Italia) ed esponente del liberalismo siciliano, entrò nel circolo intellettuale e politico di Francesco De Luca. Partecipò alla Rivoluzione siciliana del 1848 e fu eletto deputato di Messina al neocostituito Parlamento siciliano insieme a Giuseppe La Farina. Dopo la capitolazione siciliana (15 maggio 1849), riparò a Torino. Nel 1853, fu tra i finanziatori della Banca Nazionale degli Stati Sardi. Finanziò inoltre i fratelli Orlando per la realizzazione degli omonimi cantieri navali in Liguria. In quegli anni furono frequenti i suoi incontri, a Parigi e Milano, con il compositore Giuseppe Verdi. Collaborò con Giacomo Macrì alla realizzazione di una rete di cospiratori nell’isola e sostenne attivamente la campagna di Garibaldi in Sicilia, entrando anche a far parte del suo governo dittatoriale il 27 giugno 1860 (dopo le dimissioni di Francesco Crispi) come segretario di stato per gli Affari Esteri e per il Commercio in sostituzione del barone Casimiro Pisani, fino al 10 luglio. Dopo il plebiscito rivestì la carica di governatore di Messina dal dicembre 1860 e il 18 febbraio 1861 fu eletto deputato nel nuovo Parlamento “italiano” che il 17 marzo proclamò la nascita del Regno d’Italia. Sia pure per pochi mesi fu chiamato a reggere il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio nell’ultimo governo Cavour) e il 31 agosto lasciò la Camera perché nominato senatore del Regno da Vittorio Emanuele II. Dopo la morte di Cavour (6 giugno 1861) assunse l’incarico di prefetto, prima a Brescia (giugno 1861- maggio 1862) e spostato, dopo disordini di piazza, per pochi giorni a Siena quando preferì tornare ai lavori parlamentari. Tornò al governo nel settembre 1864 come Ministro della Pubblica Istruzione nel primo Governo La Marmora (1864-1865) e per alcuni mesi ebbe anche l’interim dell’interno. Si spense a Messina  il 25 settembre 1867, vittima della epidemia di colera, dove era giunto per portare conforto ai propri concittadini. Fotografia CDV. Fotografo: C. Fratacci – Napoli. 1865 ca.

Onorificenze

Grand'ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia

 

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Arc. 2209: Guarini conte Giovanni (Forlì, 6 luglio 1826 – Forlì, 7 novembre 1889). Il Guarini compì gli studi presso le scuole pie nel collegio Tolomei di Siena e nel 1845 sposò la nobile Maddalena Matteucci. Erede di una delle più facoltose famiglie di possidenti terrieri della Romagna, si occupò ben presto di questioni agrarie e più in generale di problemi connessi allo sviluppo economico e sociale della sua terra di origine. Socio ordinario dell’Accademia dei Georgofili e della Società d’orticoltura di Firenze, sperimentò egli stesso nei suoi possedimenti alcune innovazioni tecniche relative alle coltivazioni agricole e fece costruire nuovi modelli di case coloniche. Come presidente della Cassa dei risparmi orientò la politica dell’istituto verso operazioni di credito a medio e lungo termine per farne una sorta di “levatrice” dello sviluppo economico locale. Dal 1860, dopo esser stato gonfaloniere della città nel 1859, il Guarini fu eletto consigliere comunale e provinciale di Forlì e nel medesimo anno fu chiamato a far parte della Deputazione provinciale in qualità di deputato effettivo, cariche nelle quali venne confermato fino alla morte. Del Consiglio provinciale fu nominato segretario nel 1866 ed eletto vicepresidente dal 1870 al 1875 e presidente dal 1876 fino alla morte. Nel novembre 1870 il G. fu eletto deputato nel collegio di Forlì, dove al ballottaggio sconfisse nettamente il candidato della Sinistra O. Regnoli. Alla Camera il Guarini sedette a destra e si distinse soprattutto per una serie di interventi, concentrati fra il 1877 e il 1880, con i quali cercò di difendere gli interessi e le aspettative della sua regione di provenienza. Il 26 novembre 1884, su diretta segnalazione del Fortis, venne premiato con la nomina a senatore. Presidente nel 1883 della Commissione ordinatrice del concorso agrario regionale che si tenne a Forlì, nel 1888 fu tra i promotori della visita di Umberto I nella Romagna repubblicana e socialista. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia

 

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Arc. 1053: Liborio Romano (Patù, 27 ottobre 1793 – Patù, 17 luglio 1867). Figlio primogenito di una nobile e antica famiglia, studiò dapprima a Lecce e poi, giovanissimo, prese la laurea in giurisprudenza a Napoli e ottenne subito la cattedra di Diritto Civile e Commerciale all’Università partenopea. S’impegnò presto nella politica, frequentando ambienti carbonari e abbracciò quindi gli ideali del Risorgimento italiano, fu membro della Massoneria. Nel 1820 prese parte ai moti, per cui venne destituito dall’insegnamento, imprigionato per un breve tempo e poi inviato prima al confino e poi in esilio all’estero. Nel 1848 tornò a Napoli e partecipò agli avvenimenti che condussero alla concessione della costituzione da parte del re Ferdinando II di Borbone. Ma il 15 maggio 1848, dopo il sangue versato a Napoli nei moti liberali che avevano risentito di una certa improvvisazione, Romano fu nuovamente imprigionato. Egli chiese quindi al ministro di polizia la commutazione della pena della detenzione in quella dell’esilio. La sua richiesta venne accolta. Romano dovette perciò risiedere in Francia, a (Montpellier e poi a Parigi), dal 4 febbraio 1852 al 25 giugno 1854. Nonostante le sue idee, nel 1860, mentre con la spedizione dei Mille si apriva la fase finale del regno delle Due Sicilie, Liborio Romano venne nominato dal re Francesco II prefetto di Polizia. Il 14 luglio dello stesso anno il Romano divenne anche ministro dell’interno e direttore di polizia. In tale difficile fase, mentre l’Esercito meridionale cominciava a risalire la penisola, Romano iniziò a prendere contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe Garibaldi per favorire il passaggio del Mezzogiorno dai Borbone ai Savoia. Il contatto con Cavour avvenne tramite l’ambasciatore Sardo e l’ammiraglio Persano. Fu lo stesso Liborio Romano a spingere il re Francesco II di Borbone a lasciare Napoli alla volta di Gaeta senza opporre resistenza, per evitare sommosse e perdite di vite umane. Il giorno dopo, il 7 settembre 1860, andò a ricevere Giuseppe Garibaldi, che giungeva a Napoli quasi senza scorta, direttamente in treno, senza che vi fosse alcun tipo di contrasto e accolto da festeggiamenti di piazza. Francesco II, nel suo proclama emanato da Gaeta l’8 dicembre 1860, affermò: “I traditori pagati dal nemico sedevano accanto ai fedeli nel mio consiglio” e Liborio Romano, in quel periodo non solo era presente in quel consiglio, ma rivestiva pure incarichi importati. Romano ottenne da Garibaldi la conferma nel ruolo di ministro dell’Interno che tenne quindi fino al 24 settembre 1860, data in cui entrò a far parte del Consiglio di Luogotenenza, ove rimase fino al 12 marzo 1861. Nel gennaio 1861 si tennero le prime elezioni politiche per il costituendo Regno d’Italia, e Liborio Romano venne eletto deputato, vincendo in otto diverse circoscrizioni. In quegli anni presenta una serie di interpellanze e denunce. La sua esperienza parlamentare ebbe fine il 25 luglio 1865 e Romano si ritirò nella sua terra d’origine ove rimase fino alla morte, avvenuta il 17 luglio 1867 nella natia Patù, dove riposa, nella cappella di famiglia di fronte al Palazzo Romano. Fotografia CDV. Fotografo: J. H. Gairoard – Napoli. 1860 ca.

 

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Arc. 2769: Giovanni Prati (Campo Lomaso, 27 gennaio 1814 – Roma, 9 maggio 1884). Frequentò il Liceo Ginnasio di Trento, il quale fu intitolato alla sua persona il 6 marzo 1919. Successivamente intraprese gli studi di legge a Padova che, ben presto, abbandonò per dedicarsi alla poesia. Pubblicò a Padova la prima raccolta, Poesie, nel 1836. Decise di trasferirsi a Milano nel 1841; qui conobbe Alessandro Manzoni e pubblicò l’Edmenegarda, una novella sentimentale in endecasillabi sciolti che ebbe un grande successo di pubblico ma fu stroncata dalla critica. A Milano pubblicò nel 1843 i Canti lirici, canti per il popolo e ballate; nel 1844 dette alle stampe Memorie e lacrime e Nuovi canti. Dal 1845 al 1848 soggiornò a Padova, a Venezia e a Firenze. Nel 1848, recatosi a Torino, si mostrò sostenitore della Monarchia Sabauda. Negli anni che precedettero la prima guerra di indipendenza, fu sostenitore di Re Carlo Alberto di Savoia: per questo motivo, gli austriaci lo espulsero dal Regno Lombardo-Veneto(anche Milano e Venezia all’epoca appartenevano all’Impero),e il governo di Firenze del Granducato di Toscana gli rifiutò l’asilo politico. Furono questi i tempi più difficili e tormentati della sua vita perché professava i suoi ideali a favore della Monarchia Sabauda in una terra ostile e tra uomini decisamente avversi. Legato da ideali alla Monarchia Sabauda tornò a Torino, dove la sua fedeltà fu premiata con la nomina del Re Vittorio Emanuele II di Savoia a storiografo della Corona. Nel 1861 nel Governo Cavour (VIII legislatura del Regno d’Italia) venne eletto Deputato nel Parlamento Italiano con Torino divenuta Capitale del Regno d’Italia. A Torino presso il Caffè Fiorio in via Po, frequentato tra gli altri anche da Camillo Benso conte di Cavour, Massimo D’Azeglio, Urbano Rattazzi, Gabrio Casati, discuteva le sorti della neonata Italia. Nel 1865 seguì il Governo Unitario a Firenze divenuta Capitale, dove conobbe Mario Rapisardi, Niccolò Tommaseo, Atto Vannucci, Pietro Fanfani, Arnaldo Fusinato, Francesco Dall’Ongaro, Terenzio Mamiani e altri. Nel 1871 si trasferì a Roma divenuta Capitale d’Italia, nel 1876 divenne Senatore nel governo Depretis I XIII legislatura del Regno d’Italia nel 1878 divenne membro del Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1878 il Ministro dell’Istruzione Francesco De Sanctis governo Cairoli I fondò a Roma l’Istituto Superiore di Magistero del quale Giovanni Prati divenne direttore. Durante questi anni la sua poesia aveva continuato a fluire con la pubblicazione del poema Armando (1868, una parte del quale era apparsa nel ’64), degli oltre 500 sonetti di Psiche (1876) e delle liriche raccolte in Iside (1878). Morì a Roma nel 1884. Nello stesso anno fu fondata a Bologna la Società Giovanni Prati, nata con l’obiettivo di difendere la lingua e le idee italiane nelle terre irredente di Trento, Trieste, Gorizia, Istria e Dalmazia. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1860 ca.

 

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Arc. 399: Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872). Ragazzino sveglio e vivace, già adolescente sente vivo e forte l’interesse per le tematiche politiche, soprattutto quelle concernenti l’Italia, vero e proprio destino annunciato. Nel 1820 è ammesso all’Università; avviato in un primo tempo agli studi di medicina, passa a quelli di legge. Poco dopo la laurea, entra a far parte della cosiddetta Carboneria, ossia una società segreta con finalità rivoluzionarie. Per dare un valore sempre più propulsivo alle sue idee, inizia una collaborazione con “L’indicatore genovese”, giornale che si professava letterario a mò di copertura, presto soppresso dal governo Piemontese il 20 dicembre. Detto fatto, si sposta e comincia a collaborare invece all'”Indicatore livornese”. Intanto, parallelamente all’attività pubblicistica, svolge una ben più concreta attività di persuasione fra la gente, viaggiando in Toscana e cercando aderenti alla Carboneria. Una violenta delusione è però pronta ad attenderlo. Il 21 ottobre, a Genova, è tradito e denunciato alla polizia quale carbonaro. Il 13 novembre è arrestato e chiuso in carcere nella fortezza di Savona. Non essendo emerse prove a suo carico gli fu offerto o di vivere al “confino” in qualche sperduto borgo del regno sotto la sorveglianza della polizia o di andare in esilio a Marsiglia: decide per la seconda soluzione: esce dal Regno Sardo il 10 febbraio 1831. L’animo è provato ma non certo abbattuto. L’attività di lotta prosegue. Si reca così a Ginevra, dove incontra alcuni esuli; passa a Lione e vi trova alcuni proscritti italiani; con essi parte per la Corsica, sperando di portare aiuto agli insorti dell’Italia centrale. Rientrato in Francia fonda a Marsiglia la Giovine Italia che si propone di costituire la Nazione “Una, Indipendente, Libera, Repubblicana”. Fa stampare una lettera aperta a Carlo Alberto, appena salito al trono per esortarlo a prendere l’iniziativa della riscossa italiana. Grazie allo spirito profondamente religioso e alla dedizione verso lo studio degli avvenimenti storici, egli aveva compreso come solo una stato di tipo repubblicano avrebbe potuto permettere il raggiungimento degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità propri della Rivoluzione Francese. Per questo formulò il programma più radicale fra tutti quelli dibattuti nel corso del Risorgimento italiano e, fedele alle sue idee democratiche, avversò la formazione di uno stato monarchico. Nel 1832, a Marsiglia, inizia la pubblicazione della rivista “La Giovine Italia”, che ha come sottotitolo “Serie di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria dell’Italia, tendenti alla sua rigenerazione”. L’iniziativa ha buon successo e ben presto L’associazione Giovine Italia si estende anche nell’ambito militare. Nel Regno Sardo sono condannati a morte vari affiliati. Per la sua attività rivoluzionaria, Mazzini è condannato a morte in contumacia il 26 ottobre dal Consiglio Divisionale di Guerra di Alessandria. Il 2 febbraio 1834 fallisce il tentativo di invasione della Savoia. Mazzini ripara nella Svizzera, si accorda con patrioti esuli di tutte le nazionalità oppresse; Favorisce la costituzione delle società, più o meno segrete, Giovine Polonia, Giovine Germania, che, collegate con la Giovine Italia formano la Giovine Europa, tendente a costituire le libere nazioni europee affratellate. Il Gran Consiglio di Berna espelle Mazzini che aveva anche promosso la Costituzione della Giovine Svizzera. Nell’ottobre, con i fratelli Ruffini, è a Grenchen. Seguono numerosi spostamenti. Il 28 maggio è arrestato a Soletta; poco dopo la Dieta Svizzera lo esilia in perpetuo dallo Stato. Si reca a Parigi, dove il 5 luglio è arrestato; è rilasciato a patto che parta per l’Inghilterra. Nel 1837 gennaio giunge a Londra. E’ in miseria: riceverà più tardi modesti compensi per la collaborazione a giornali e riviste inglesi. L’8 settembre 1847, da Londra, sottoscrive una lunga lettera a Pio IX indicandogli ciò che dovrebbe e potrebbe fare poi si reca a Parigi dove detta lo statuto dell’Associazione Nazionale Italiana. Il 7 aprile giunge a Milano liberata dagli austriaci. Fonda il quotidiano “L’Italia del popolo”, nel quale chiarisce le proprie idee sul modo di condurre la guerra. Nell’agosto lascia Milano per l’arrivo degli austriaci, raggiunge Garibaldi a Bergamo e lo segue in qualità di alfiere. L’8 agosto ripara in Svizzera, dove rimarrà fino al 5 gennaio 1849. Il 9 febbraio 1849 è proclamata la Repubblica Romana. Goffredo Mameli telegrafa a Mazzini: “Roma Repubblica, venite!”. Il 5 marzo entra in Roma “trepidante e quasi adorando”. Il 29 marzo è nominato triumviro. Il 30 giugno, di fronte all’impossibilità di resistere oltre in Roma, respinta la sua proposta di uscire con l’esercito e trasferire altrove la guerra, si dimette con gli altri triumviri perché dichiara di essere stato eletto a difendere, non ha sotterrare la Repubblica. Entrati i nemici, parte il 12 luglio per Marsiglia. Si reca quindi a Ginevra e successivamente a Losanna, dove è costretto a vivere nascostamente. Nel 1851 torna nel gennaio a Londra, dove si fermerà fino al 1868, salvo numerose visite di settimane o di pochi mesi nel continente. Fonda nella capitale inglese la società “Amici d’Italia” per estendere simpatie alla causa nazionale. Focolai di protesta e rivoluzione, intanto, si spandono dappertutto. E’ il 6 febbraio 1853 quando, ad esempio, a Milano è represso nel sangue un tentativo insurrezionale contro gli austriaci. Dopo alcuni anni ancora fuori dall?Italia, nel ’57 torna a Genova per preparare con Carlo Pisacane l’insurrezione che dovrebbe poi scoppiare nel capoluogo ligure. La polizia non riesce ad arrestare Mazzini che, per la seconda volta, sarà condannato a morte in contumacia (28 marzo 1858). Londra, ancora una volta accoglie l’esule in pericolo. Da lì scrive a Cavour per protestare contro alcune dichiarazioni pronunciate dallo statista e si oppone, sostenuto da numerosi altri repubblicani, alla guerra all’Austria in alleanza con Napoleone III. Escluso dall’amnistia concessa all’inizio della guerra, si reca clandestinamente a Firenze. La speranza è quella di poter raggiungere Garibaldi per l’impresa dei Mille cosa che si avvera solo nel 1861, grazie ad un’adunanza di mazziniani e garibaldini in soccorso a Garibaldi in difficoltà in Sicilia e Napoli. L’11 agosto parte per la Sicilia sperando in un movimento insurrezionale. A Palermo prima di scendere dalla nave, è dichiarato in arresto; il 14 agosto è portato al carcere del forte di Gaeta. Il 14 ottobre è liberato, in virtù dell’amnistia concessa ai condannati politici per la presa di Roma. Dopo brevi soste a Roma, Livorno, Genova, riprese la via dell’esilio. E’ a Lugano alla fine di ottobre; ritorna a Londra alla metà di dicembre. 1871 Il 9 febbraio esce a Roma il numero – programma del settimanale “La Roma del popolo”. Il 10 febbraio lascia Londra per Lugano. Nel novembre promuove il Patto di Fratellanza tra le società italiane operaie. 1872 Giunge in incognito a Pisa il 6 febbraio, ospite dei Nathan-Rosselli, dove muore il 10 marzo. Il 17 successivo si svolgono a Genova i funerali solenni, vi partecipano, secondo i calcoli della polizia, circa centomila persone. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 941: Arc. 399: Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 1012: Arc. 399: Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872). Fotografia CDV. Fotografo: Schreiber & Son – Philadelphia. 1860 ca.

 

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Arc. 1436: Aurelio Saffi (Forlì, 13 ottobre 1819 – Forlì, 10 aprile 1890). Ebbe una formazione universitaria giuridica a Ferrara, ma iniziò l’attività politica nella sua città natale, mettendosi a disposizione per l’amministrazione delle istituzioni locali. Nel suo bagaglio culturale, oltre a Mazzini, figura anche l’abate Antonio Rosmini, filosofo e propugnatore dell’idea neoguelfa che prevedeva l’Italia organizzata come una federazione di Stati, governata dal Papa. Forlì allora era retta da un Cardinal legato, in quanto parte dello Stato Pontificio; Aurelio Saffi fu consigliere comunale e segretario della Provincia nel biennio 1844-1845. Si accostò presto alle posizioni mazziniane, tanto che nel turbolento anno 1849 partecipò alla principale operazione politica che coinvolse Mazzini: la nascita della Repubblica Romana. Nella capitale il potere fu abbandonato da Pio IX, fuggito a Gaeta dopo violente proteste popolari nel novembre 1848, e affidato ad un’Assemblea Costituente che, secondo Mazzini, avrebbe dovuto ricalcare le teorie politiche democratiche più avanzate, all’epoca rappresentate dagli Stati Uniti d’America. Alla vicenda romana, Saffi prese parte prima come deputato all’Assemblea Costituente (eletto a Forlì) e come ministro degli Interni, poi come componente del Triumvirato a capo del potere esecutivo, assieme a Carlo Armellini e allo stesso Mazzini. Tale esperienza politica fu di breve durata, poiché la nuova Repubblica cadde nel luglio 1849. Ritiratosi in esilio a Civezza, in Liguria, raggiunse successivamente Mazzini in Svizzera, per poi trasferirsi con lui di nuovo a Londra. Ritornò in patria solo nel 1852, per pianificare una serie di moti rivoluzionari che ebbero luogo a Milano l’anno successivo. Fallito il progetto e condannato in contumacia a vent’anni di carcere, riparò ancora in Inghilterra. A Londra Aurelio sposò, nel 1857, Giorgina Janet Craufurd, da allora nota come Giorgina Saffi (Firenze, 1827 – San Varano di Forlì, 1911) figlia dello scozzese Sir John Craufurd e della nobile Sophia Churchill, ardente mazziniana ed esponente del movimento femminista risorgimentale italiano. Nel 1860 fu a Napoli, per ricongiungersi nuovamente con Mazzini. Nel 1861 venne eletto deputato al parlamento del nuovo Regno d’Italia nel collegio di Acerenza. Dopo pochi anni, nel 1864, tornò a vivere a Londra dove rimase fino al 1867, quando si stabilì definitivamente nella villa della campagna di San Varano (una frazione di Forlì). Nell’agosto del 1874 fu arrestato a Rimini insieme con altri esponenti repubblicani con l’accusa di partecipazione ad un’insurrezione di stampo antimonarchico. Fu prosciolto nel dicembre dello stesso anno. Saffi, in realtà, è costantemente stato sostenitore di una concezione municipalista della vita politica. A Forlì promosse la fondazione del Circolo Giuseppe Mazzini, di cui fu anche il primo presidente. Il Circolo poi divenne un centro di iniziativa politica noto a livello nazionale. Nel 1877 si trasferì a Bologna, dove cominciò la carriera di docente di Diritto pubblico presso la locale Università. Nel frattempo si occupò della memoria storica dell’amico Mazzini, morto il 10 marzo 1872, curandone gli scritti e la loro pubblicazione. Morì nella sua casa a 70 anni. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 2569: Rosolino Pilo (Palermo, 15 luglio 1820 – San Martino delle Scale, 21 maggio 1860). Fu il promotore con Giuseppe La Masa della rivolta palermitana che provocò la Rivoluzione indipendentista siciliana del 1848 contro il regime borbonico. Quando i liberali si impadronirono della città, tenne il comando delle batterie e delle artiglierie palermitane, sino al momento in cui la città fu costretta a capitolare. Il 14 gennaio 1848 venne costituito il Comitato Generale della Rivoluzione, che venne diviso in quattro sotto comitati. Rosolino venne chiamato a far parte del secondo sotto comitato della guerra, presieduto dal Principe di Pantelleria. Il generale Giacomo Longo, direttore generale delle artiglierie al Ministero di Guerra e Marina, conferì a Pilo la nomina a Comandante delle artiglierie di Palermo il 28 marzo 1848. Pilo partecipò attivamente ai combattimenti: il 16 gennaio combatté presso il Monte Pietà e, poi, fuori Porta Maqueda. Il 4 febbraio le truppe rivoluzionarie conquistarono il forte di Castellammare; 24 giorni dopo continue lotte, l’esercito borbonico lasciò Palermo e alla sua liberazione seguì la gran parte dell’isola e si cominciò a discutere sul tipo di governo da mettere a capo. I nobili chiedevano un regno indipendente con la Costituzione del 1812, Pilo, invece, con Giacinto Carini votò una commissione che aveva il compito di esaminare il problema costituzionale e di proporre la forma di governo più adatta. In questo periodo, Pilo fu uno degli ispiratori del giornale “La Democrazia” e manifestò le sue idee repubblicane. Con la repressione e il fallimento dei moti nel maggio 1849, Rosolino Pilo partì esule verso Marsiglia, e poi per Genova. Qui, frequentò Giuseppe Mazzini, grazie all’amicizia con la Famiglia Orlando, riallacciò i contatti con gli altri esuli siciliani e conobbe e si innamorò di Rosetta Borlasca. Durante i moti falliti del 1853 a Milano, Rosolino Pilo era a Torino per coprire la fuga dei cospiratori che cercavano di espatriare. Qui conobbe Giuseppe Piolti, agente mazziniano del quale non condivideva i propositi di agitazione di piazza. Pilo era più propenso alla guerriglia e, nell’estate 1856, iniziò i contatti con Carlo Pisacane per aprire un fronte rivoltoso in Sicilia. Ai primi di dicembre dello stesso anno Rosolino Pilo salpò da Genova su un piroscafo inglese diretto a Malta con l’intento di unirsi alla rivolta capeggiata dal barone Francesco Bentivegna. Ma, arrivato a Malta, seppe del fallimento del tentativo e non poté far altro che ritornare a Genova. A Genova incontrò Carlo Pisacane aderendo con entusiasmo al suo progetto di guerriglia che sarebbe partito da Sapri per sollevare la Campania e giungere a Napoli. Un primo tentativo si ebbe il 6 giugno 1857, si imbarcò su un battello diretto verso l’isola di Montecristo con diversi guerriglieri e col carico delle armi utili alla spedizione, precedendo la partenza di Carlo Pisacane. L’intesa con Pisacane prevedeva il loro ricongiungimento sull’isola. Durante la traversata, però fu travolto da una tempesta che lo costrinse, per alleggerire lo scafo, a gettare fuoribordo l’armamento. Pilo dovette far ritorno a Genova per avvisare gli altri cospiratori e non compromettere l’intera missione. Il tentativo definitivo iniziò con la partenza di Pisacane e i suoi, il 25 giugno. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi e partì il giorno dopo a bordo di alcuni pescherecci, con l’accordo di unirsi a Pisacane successivamente. Ma, anche questa volta, per sfortuna o per inesperienza come navigatore, Pilo finì per sbagliare rotta e, non potendo più raggiungere Pisacane, tornò a Genova lasciandolo senza i rinforzi e le armi che erano a lui necessarie. A Genova, Pilo e Mazzini, non poterono altro che attendere fiduciosi notizie dal Sud Italia. Il governo piemontese, nel frattempo, attuò misure repressive nei confronti dei cospiratori e Mazzini dovette far ritorno a Londra, mentre Pilo riuscì a rifugiarsi a Malta. Alla notizia di insurrezioni popolari a Palermo e le prime voci di una spedizione di Giuseppe Garibaldi alla guida dei Mille, il 28 marzo 1860, Rosolino, insieme a Giovanni Corrao, si affrettò a tornare nella sua Sicilia dove sbarcò il 10 aprile a Messina incontrandosi qui con esponenti della borghesia locale ostile ai Borboni. Quindi iniziò una marcia verso Palermo, e giunto a Carini il 18 aprile arringò i patrioti locali, e quindi dopo la loro sconfitta in quello che passò alla storia come lo scontro di Carini. Quindi si ritirò il 20 aprile a Piana dei Greci, ed ivi organizzarono un gruppo di volontari di un migliaio di uomini. Dopo la battaglia di Calatafimi, ricevette una lettera di Garibaldi che lo invitava a svolgere azioni diversive contro le truppe borboniche. Così fece e con Giovanni Corrao impegnò le truppe borboniche a San Martino delle Scale, contemporaneamente alla colonna garibaldina che marciava su Palermo, avanzò dal lato opposto verso la città, ma, in uno scontro a fuoco, fu colpito da una pallottola alla nuca, cadde sei giorni prima della conclusione dell’Insurrezione di Palermo del maggio 1860, presso il Monte delle Neviere di San Martino delle Scale. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’oro al valor militare
«Morto sul campo combattendo con valore a San Martino di Monreale il 21 maggio 1860.»

 

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Arc. 2415: Carlo Pisacane, duca di San Giovanni (Napoli, 22 agosto 1818 – Sanza, 2 luglio 1857). Di nobile famiglia, avuta notizia dei moti di Milano partecipò alla prima guerra d’Indipendenza (1848). Nel marzo 1849 P. raggiunse Roma, dove era stata proclamata la Repubblica; nominato capo di Stato maggiore, durante la difesa della città ebbe dei contrasti con G. Garibaldi su questioni organizzative. Prese le distanze anche dalle idee di G. Mazzini, criticato in quanto fautore di un semplice mutamento nella forma del governo: non prospettando alcun miglioramento nelle condizioni di vita dei ceti popolari, tale cambiamento era ritenuto insufficiente a suscitare l’interesse delle masse alla rivoluzione nazionale. Pisacane affermò il primato della questione sociale su quella politica: scopi ultimi della rivoluzione dovevano essere l’abolizione della proprietà privata, dei mezzi di produzione e del principio di autorità; solo il socialismo, cioè una completa riforma dell’ordine sociale, avrebbe spinto il popolo alla battaglia. Pur rimanendo critico nei confronti delle idee di Mazzini, nel 1855 organizzò insieme a lui un’azione rivoluzionaria nel Mezzogiorno che, collegata all’attività cospirativa del comitato napoletano di G. Fanelli, scongiurasse la soluzione moderata e monarchica della questione italiana perseguita dal Piemonte. Un primo tentativo di raggiungere le coste del napoletano fallì (9 giugno 1857); il 25 giugno con una ventina di uomini fece rotta su Ponza. Liberati i prigionieri reclusi nel castello, con circa trecento di essi sbarcò a Sapri il 28 giugno. Non avendo trovato traccia della sperata insurrezione, cui avrebbe dovuto lavorare il comitato napoletano, Pisacane e i suoi cercarono invano di far sollevare le popolazioni di Torraca e Casalnuovo (30 giugno); circondati e decimati dai soldati borbonici nei pressi di Padula, si aprirono un varco verso Buonabitacolo, quindi verso Sanza, ove furono attaccati dai contadini. Ferito in combattimento, si uccise. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 1083: Orso Teobaldo Felice Orsini (Meldola, 10 dicembre 1819 – Parigi, 13 marzo 1858). Figlio di un ex ufficiale napoleonico, fece i suoi primi studi a Imola. Nel 1836, ritenuto colpevole dell’uccisione di un domestico dello zio, fu dapprima condannato a sei mesi di carcere e poi rimesso in libertà. Laureatosi in giurisprudenza a Bologna nel 1843, in quegli anni fu tra i protagonisti della cospirazione repubblicana cittadina e promotore delle attività delle sette segrete. Arrestato nel 1844 per aver redatto un piano rivoluzionario, fu condannato alla galera a vita ma fu liberato nel luglio 1846 grazie all’amnistia concessa da Pio IX. Recatosi in Toscana, partecipò alle agitazioni dei gruppi più radicali e pubblicò uno scritto anonimo, Alla gioventù italiana (1847), nel quale esortava all’azione e alla battaglia per la libertà le nuove generazioni. Nella guerra del 1848 partecipò volontario alla difesa di Venezia e fu eletto poi deputato alla Costituente romana. Inviato commissario a Terracina e Ancona, vi ristabilì l’ordine dopo il verificarsi di alcuni episodi di rivolta. Successivamente fu ad Ascoli Piceno dove represse il brigantaggio. Caduta la Repubblica romana, Orsini si recò a Nizza dove entrò in amicizia con l’intellettuale russo Aleksandr Herzen e si dedicò alla scrittura delle Memorie e documenti intorno al governo della Repubblica romana (1850). Nella prima metà degli anni Cinquanta, in accordo con Mazzini, con il quale aveva stretto forti legami politici, organizzò la fallita insurrezione del febbraio 1853 a Milano e i moti rivoluzionari di Sarzana (1853) e della Valtellina (1854), anch’essi risoltisi in un insuccesso. Incaricato da Mazzini di organizzare una nuova insurrezione a Milano, fu arrestato nel dicembre 1854 a Hermannstadt, in Ungheria. Prigioniero nel castello di Mantova, Orsini riuscì a entrare in contatto con alcuni amici di Zurigo che lo aiutarono in una fuga rocambolesca da una delle più inaccessibili e sicure prigioni austriache. Dopo una breve sosta a Genova e a Zurigo si stabilì in Inghilterra dove pubblicò una prima versione delle sue memorie, Memoirs and adventures(1857), che l’anno successivo furono tradotte in italiano con sostanziali modifiche e integrazioni (Memorie politiche). Distaccatosi progressivamente da Mazzini, del quale criticava ormai, per inadeguatezza, sia i metodi sia i programmi, Orsini, rimasto convinto repubblicano, individuava in Napoleone III, garante dell’assetto dispotico europeo, il responsabile delle condizioni italiane. L’attentato contro l’imperatore, organizzato con l’aiuto di Carlo Di Rudio, Antonio Gomez e Giovanni Andrea Pieri, ebbe luogo il 14 gennaio 1858 mentre il sovrano si recava all’Opéra di Parigi. Le bombe provocarono una strage (numerosi morti e moltissimi feriti), ma lasciarono illeso Napoleone III. Arrestato, dal carcere Orsini scrisse due lettere all’imperatore nelle quali, pentito, condannava il ricorso al terrorismo e lo esortava a impegnarsi per l’indipendenza dell’Italia, al fine di garantire la pace e la sicurezza in tutta Europa. Condannato a morte, Orsini fu ghigliottinato il 13 marzo a Parigi insieme a Pieri.

 

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Arc. 2062: Carlo Poerio (Napoli, 13 ottobre 1803 – Firenze, 27 aprile 1867). Fratello di Alessandro Poerio e anch’egli esule, col padre Giuseppe, dopo i moti costituzionali del 1820, in Toscana, in Francia, nel Regno Unito. Tornato a Napoli nel 1833, si dedicò all’avvocatura, acquistando grande fama. Liberale moderato e quindi avverso ai moti mazziniani, fu tuttavia arrestato nel 1837, 1844 e 1847, ma sempre per breve tempo. Ai primi del 1848 ebbe parte notevole nelle agitazioni che portarono alla concessione della Costituzione e fu membro del governo costituzionale di Napoli, come ministro dell’istruzione. Si dimise dopo i fatti del 15 maggio, quando le tensioni fra il sovrano e il parlamento diedero origine a una controrivoluzione popolare, che egli deprecò, conservando tuttavia fiducia nella possibilità di un regime liberale con Ferdinando II di Borbone. Restaurato nel 1849 il governo assoluto, fu condannato a 24 anni di carcere duro, ma ne scontò soltanto 10 presso la torre sita in Montesarchio, perché nel 1859 la pena gli venne commutata nella deportazione. La nave che lo trasportava in America con altri 67 prigionieri (tra cui Luigi Settembrini, Sigismondo Castromediano) fu dirottata in Irlanda (dal figlio di Settembrini), da dove poi riparò in Piemonte. Qui, circondato da grande autorità morale, prese parte attiva alla vita politica del nascente Regno d’Italia, sedendo anche alla Camera dei deputati nelle legislature dalla VII alla X. Re Vittorio Emanuele II lo nominò proprio luogotenente generale dell’Italia meridionale. Poerio rifiutò il ministero offertogli da Cavour e si ritirò, deluso dalla scena politica, concludendo la sua vita in povertà. Morì a Firenze, nell’abitazione di Ferdinando Lopez Fonseca, patriota lucano e combattente durante la prima guerra di indipendenza. Poerio è sepolto in una cappella del cimitero di Pomigliano d’Arco, riconosciuta dal 1930 dal re Vittorio Emanuele III monumento nazionale. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

 

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Arc. 2571: Gustavo Modena (Venezia, 13 gennaio 1803 – Torino, 20 febbraio 1861). Conosciuto per la sua recitazione assolutamente naturale, era figlio d’arte. Nacque infatti da Giacomo Modena, di Mori, di professione sarto, e da Maria Luisa Lancetti, attrice. Iniziò a recitare sotto la guida del padre. Laureatosi in giurisprudenza a Bologna nel 1821, preferì rinunciare alla carriera forense privilegiando l’attività di attore teatrale. Maestro di Tommaso Salvini ed Ernesto Rossi, debuttò in teatro nel 1824 recitando il ruolo di David nella tragedia Saul di Vittorio Alfieri. Rimase fortemente scosso dai tumulti del 1821 e in uno scontro con la polizia rimase gravemente ferito. Radicato nella sua fede patriottica, partecipò ai moti risorgimentali del 1831 e aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. In conseguenza del suo impegno politico al pari di Mazzini fu costretto, con la moglie ginevrina Giulia Calame, a riparare in esilio, dapprima in Svizzera e Belgio (Bruges), quindi in Inghilterra dove si trovò a svolgere i più svariati mestieri. A Londra ebbe modo comunque di suscitare ammirazione per l’abilità declamatoria dei versi della Divina CommediaNel 1839, fatto ritorno nel Regno Lombardo-Veneto, costituì una propria compagnia con cui iniziò una tournée di sette anni in diversi stati della futura Italia ai quali gli era consentito di accedere. Terminata la tournée si dedicò prettamente alla politica limitando l’attività teatrale. Dopo le sconfitte del 18481849, si ritirò in Piemonte. Visse anche in LiguriaGustavo Modena fece parte della Massoneria, ed in suo onore fu intitolata un’importante loggia della capitale, nell’obbedienza di Piazza del Gesù. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

 

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Arc. 2208: Gustavo Modena (Venezia, 13 gennaio 1803 – Torino, 20 febbraio 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 2571: Carlo Zucchi (Reggio nell’Emilia, 10 marzo 1777 – Reggio nell’Emilia, 19 dicembre 1863). Soldato di Napoleone (che per i suoi meriti gli conferì il titolo di barone dell’Impero) dal 1796, veterano della invasione degli Stati Pontifici, di Corfù, di Novi Ligure (terribile battaglia che, a suo dire, «costò ventisette mila vite») e la traversata del San Bernardo, del Tirolo, di Dalmazia, del Sacile e del Piave, del Tarvisio, di Raab, di Presburgo, di nuovo del Tirolo, di Wiener Neustadt, di Lützen e Bautzen e Lipsia. Capitano aiutante maggiore nel 1800, capo battaglione nel 1805, tenente colonnello nel 1807, legion d’onore e poi generale di brigata nel 1809, governatore militare a Verona, Cremona, Padova, Ispettore Generale di tutta la fanteria del Regno nel 1811 e 1812, governatore della fortezza di Mantova e comandante l’ala destra dell’esercito del Beauharnais alla battaglia del Mincio, la grande battaglia con la quale l’esercito italiano negò agli Imperiali del feldmaresciallo Bellegarde la Lombardia. Il 3 febbraio 1831 il duca di Modena, Francesco IV, fece arrestare il patriota Ciro Menotti; a Modena scoppiava l’insurrezione, mentre a Reggio Emilia si organizzava un corpo di truppe al comando del generale Carlo Zucchi, che assumeva la guida del governo provvisorio il 7 marzo. Gli 800 volontari del generale Zucchi (tra i quali si distinse Manfredo Fanti) impegnarono duramente gli austriaci: memorabile fu la battaglia delle Celle combattimento di retroguardia a Rimini (25 marzo). Essi ripiegarono poi indisturbati, insieme ai circa 6.000 uomini mobilitati nei territori ribelli, sulla fortezza di Ancona, ove la rivoluzione si spense alcuni giorni più tardi. Ad Ancona, infatti, il 28 marzo Zucchi fu costretto ad imbarcarsi per la Francia, insieme ad un centinaio di altri rivoluzionari, tentando di mettersi in salvo; ma il brigantino Isotta sul quale viaggiava venne catturato dall’allora capitano di vascello della marina austriaca Francesco Bandiera, padre dei due famosi fratelli Attilio ed Emilio, e tutti i rivoluzionari furono arrestati. Il 4 giugno 1832 una commissione militare austriaca condannò Zucchi alla pena di morte, poi commutata in venti anni di carcere duro in fortezza a seguito dell’intervento della corte francese. I fatti del 1848 lo trovano ancora prigioniero nella fortezza di Palmanova, della quale assume il comando e dalla quale respinge l’assedio imperiale con circa 1.440 combattenti tra regolari e volontari.  Nell’ottobre-novembre 1848 fu l’ultimo ministro delle Armi di Pio IX da sovrano costituzionale. Trascorse gli ultimi anni di vita nella sua città natale, impegnato a scrivere le sue memorie. Massone, fu membro attivo della Loggia “Reale Augusta” di Milano, del Grande Oriente di Francia, poi passata nel 1806 al Grande Oriente d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Ufficiale della Legion d'onore - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale della Legion d’onore
Cavaliere dell'Ordine della Corona Ferrea - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine della Corona Ferrea
Medaglia di Sant'Elena - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia di Sant’Elena

 

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Arc. 2116: Aleardo Aleardi, nato Gaetano Maria Aleardi (Verona, 14 novembre 1812 – Verona, 17 luglio 1878). Dopo aver studiato legge all’Università di Padova insieme con gli amici Giovanni Prati e Arnaldo Fusinato, ritornò a Verona, interessandosi di poesia e di critica d’arte. Il primo successo è raggiunto nel 1846 con le due Lettere a Maria, in versi sciolti, nel quale il poeta si rivolge a un’amica proponendole un amore platonico: è un’occasione per manifestare la sua fede nell’immortalità dell’anima ed effondere i suoi affetti sentimentali nello spirito di un romanticismo di maniera. Assiduo frequentatore del salotto della contessa Anna Serego Gozzadini Alighieri, ne corteggiò la figlia Nina, dedicandole numerose composizioni poetiche. Ai moti risorgimentali del 1848, fu inviato a Parigi da Manin a chiedervi aiuti per la ricostituita Repubblica Veneta. Fu arrestato nel 1852 e rinchiuso per qualche mese nella fortezza di Mantova: ne seguì un periodo di depressione e, nel 1855, l’idillio Raffaello e la Fornarina, dove la leziosità del componimento è tale da raggiungere il cattivo gusto. L’Aleardi diede il meglio di sé rielaborando alcuni canti e pubblicando nel 1856 sia Il Monte Circello, che comprende un componimento famoso sulla vicenda di Corradino di Svevia, a lungo presente nelle antologie scolastiche, che Le antiche città marinare e commerciali, e nel 1857 le Prime storie, con immagini ispirate a vicende bibliche. La pubblicazione dei Canti patrii fu invece rinviata a causa dell’arresto, avvenuto nel giugno del 1859, e della detenzione nel castello di Josephstadt, in Boemia, in conseguenza della guerra austro-franco-piemontese. Liberato alla fine della guerra, fu deputato del Regno di Sardegna nel 1860. Si stabilì a Brescia, pubblicando gli ultimi versi, tutti d’ispirazione politica: I sette soldati del 1861, il Canto politico del 1862 e I fuochi sull’Appennino del 1864, anno in cui si trasferisce a Firenze per tenervi all’Istituto d’Arte la cattedra di estetica. Già deputato, fu nominato senatore nel 1873: onorato e ricercato nei salotti, come poeta era ormai un sopravvissuto e morì improvvisamente a Verona nel 1878. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Onorificenze

Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

 

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Arc. 2116: Tullio Dandolo (Varese, 2 settembre 1801 – Urbino, 16 aprile 1870). Dandolo nacque a Varese il 2 settembre 1801 da Mariana Grossi e dallo scienziato e patriota Vincenzo Dandolo (1758-1819). Questi, nel 1797, era esponente della Municipalità provvisoria di Venezia, ma dopo il trattato di Campoformio, con il quale si sancì la fine della Repubblica, dovette esulare in Francia. Venne in seguito nominato da Napoleone senatore del Regno italico e conte. Dal 1806 al 1809 fu anche governatore civile della Dalmazia. Il piccolo Tullio passò quindi un’infanzia assai agitata; fu cresciuto da una “cameriera disattenta” e poi sballottato per vari collegi. A 19 anni si laureò all’Università di Pavia in diritto civile e canonico. Dopo la morte del padre nel 1819, passò alcuni anni (dal 1821 al ’23) girando per l’Europa e conducendo una vita mondana. In questo periodo venne a contatto con illustri personalità culturali politiche dell’epoca. Venne sospettato dal governo austriaco di aver partecipato alle congiure degli anni precedenti, e per questo fatto rientrare in modo coatto in Italia (senza tuttavia essere perseguitato). In Italia, dopo essersi dedicato ampiamente a studi letterari e storici, sposò Giulietta, sorella di Gaetano Bargnani; uno dei futuri cospiratori mazziniani. Dalla moglie ebbe due figli, Enrico ed Emilio. Nel 1835 rimase vedovo e affidò ad un amico di famiglia i figli, pur intervenendo continuamente nella loro formazione. Nel 1844 si sposò in seconde nozze con la contessa Ermellina Maselli, da cui ebbe altri due figli, Maria (1848-1871) e Enrico II (1850-1904). I primi due, Enrico ed Emilio presero parte alle Cinque giornate e ad altre operazioni belliche e lo stesso Tullio fu nel ’48 uno dei principali autori della rivoluzione e capo della rivolta varesina di marzo (scoppiata in concomitanza con quella di Milano), ma nel ’49 a Roma, durante la difesa della repubblica di Mazzini, Enrico morì ed Emilio rimase gravemente ferito. Questo evento toccò molto Tullio che tuttavia, pur dovendosi prendere cure molto onerose del superstite, avrebbe continuato comunque i suoi studi letterari. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

 

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Arc. 2209: Ferdinando Bartolommei (Firenze, 10 marzo 1821 – Firenze, 15 giugno 1869). Nel biennio 1847-1848 fu tra i politici toscani più attivi, sperando che il granduca Leopoldo II di Lorena concedesse la libertà di stampa e di azione, cosa che invece non avvenne. Entrò in collisione con Francesco Domenico Guerrazzi e la sua “dittatura” durante il periodo di breve indipendenza che seguì la fuga del Granduca. Scongiurato un rientro appoggiato dall’esercito austriaco, Leopoldo tornò a Firenze e il Bartolommei partì in esilio volontario nel luglio del 1850. Si dedicò allora a preparare la “rivoluzione” senza spargimento di sangue, tessendo dal suo palazzo fiorentino in via Lambertesca (dove oggi lo ricorda una lapide) tutta una serie di relazioni clandestine con Camillo Cavour, Giuseppe La Farina e altri, che lo misero più volte in pericolo. Alla fine le sue iniziative vennero coronate dal successo che portò all’uscita di scena del Granduca da Firenze, il 27 aprile 1859. Lo stesso anno venne nominato sindaco di Firenze, fino al 1863. Nel frattempo la Toscana si era unita su consultazione popolare al Regno d’Italia e nel 1862 il Bartolommei era stato nominato senatore. Fotografia CDV montata su cartoncino. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

 

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Arc. 2770: Tommaso Gherardi del Testa (Terricciola, 30 agosto 1818 – Pistoia, 12 ottobre 1881). Nobile di nascita, figlio di un cavaliere e ufficiale napoleonico, compì gli studi presso l’Università di Pisa e successivamente conseguì l’avvocatura a Firenze, esercitando la professione di avvocato penalista. Quando era ancora studente, cominciò a scrivere racconti e commedie, sospinto per l’ammirazione per Walter Scott e Carlo Goldoni. Esordì nel 1844 con Una folle ambizione riscuotendo un buon successo di pubblico e di critica. Nel 1848 partecipò alla prima guerra d’indipendenza combattendo nella Battaglia di Curtatone e Montanara, dove cadde prigioniero degli Austriaci. Una volta rientrato in patria, non gradì la restaurazione dei Lorena, al punto da isolarsi spesso nel suo castello di Terricciola. Svolse l’attività di giornalista parallelamente a quella letteraria, collaborando con La Settimana illustrata, La Vedetta e La Speranza. Scrisse romanzi, poesie, ma soprattutto commedie, che gli diedero la fama. Il suo esordio risalì al 1844 con Una folle ambizione e la sua carriera si concluse con La carità pelosa del 1879. Ricevette quattro volte il premio governativo con i lavori Le due sorelle (1854), L’egoista e l’uomo di cuore (1860), Il vero blasone (1863), La vita nuova (1873). Nel 1856 ottenne la medaglia d’oro come miglior autore drammatico nello Stato Pontificio con il lavoro intitolato Il padiglione delle mortelle. Si mise in evidenza anche per alcuni lavori per la maschera di Stenterello. Si può considerare come uno dei commediografi del suo tempo più amati dal pubblico, e si caratterizzò per l’ironia con la quale riprese e riaggiornò alcuni elementi tradizionali del teatro del Settecento, legandoli a tematiche sociali a lui contemporanee. Fotografia CDV. Fotografo: A. Batelli – Firenze. 1860 ca.

 

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Arc. 2207: Luigi Kossuth, all’anagrafe come Lajos Kossuth (Monok, 19 settembre 1802 – Torino, 20 marzo 1894). Fu a capo dell’ala democratico-radicale dei nazionalisti ungheresi che attuò l’indipendenza dell’Ungheria dall’Impero austriaco durante i moti del 1848 e che durò fino all’agosto del 1849, quando la giovane repubblica ungherese fu invasa da 250.000 russi. Fu condannato (1837) a quattro anni per la pubblicazione, vietata dal governo, di resoconti parlamentari; amnistiato nel 1840, fondò l’anno seguente il giornale Pesti Hirlap che ebbe notevole successo ma vita breve. Eletto deputato (1847), quando (1848) scoppiò la rivoluzione si recò, a capo di una delegazione, a Vienna a chiedere ampie riforme; concessa all’Ungheria la costituzione, fu ministro delle Finanze nel gabinetto Batthyány. Le leggi (1848) per l’annessione della Transilvania e della Croazia e per l’introduzione dell’ungherese come lingua ufficiale gli sollevarono contro Croati e Romeni: su questo giocò la politica di Vienna, che, dopo Custoza, dichiarò sciolto il parlamento e nominò luogotenente il bano di Croazia J. Jelačić. Con l’abdicazione dell’imperatore Ferdinando I a favore di Francesco Giuseppe, non riconosciuto dai Magiari, avvenne la rottura completa con Vienna; mentre Budapest veniva occupata da A. Windisch-Graetz e Jelačić, da Debrecen Kossuth fece proclamare dall’Assemblea (1849) l’indipendenza dell’Ungheria e la decadenza degli Asburgo, difendendo il proprio paese con l’aiuto di legioni polacche e di volontarî italiani; ma lo zar Nicola I, nel timore di vedere estesa l’insurrezione alla Polonia, si decise all’intervento armato, che stroncò la rivoluzione. K. si rifugiò in Turchia, dove fu internato. Liberato (1851), si recò a Londra, poi in America, in Francia, in Italia. Capo dell’emigrazione politica magiara, K. cercò con la propaganda e l’attività di agenti (G. Klapka, L. Teleki, ecc.) di collegare la questione magiara a quella dell’indipendenza e unità italiane (oltre che polacche), appoggiandosi alla Francia di Napoleone III, contro l’Austria; così (1859) promosse una legione ungherese che, dall’Italia, doveva dirigersi verso l’Ungheria; continuò ad avere contatti con Garibaldi per progetti di sbarchi sulla costa dalmata; dal suo ambiente uscì un progetto di confederazione danubiano-balcanica (1862) mirante a convogliare contro l’Austria tutti i popoli gravitanti intorno al Danubio. Poi si stabilì a Torino e qui fu attivo nel preparare progetti di sbarchi e relative insurrezioni – dalla Dalmazia, alla Croazia, all’Ungheria – d’accordo con la diplomazia italiana, col croato I. I. Tkalac e, infine, con Bismarck. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

 

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Arc. 2399: Colonnello Jhasz Daniel comandante la 1^ Brigata della Legione Ungherese. Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Torino. 1870 ca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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