ALPINI 1873 – 1907

1873 – 1880

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Arc. 294: Alpini: Sergente Tiratore Scelto in tenuta da libera uscita. Fotografia CDV. Fotografo: G. Bargis – Saluzzo. Al retro datata 1° ottobre 1874.

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Arc. 1246: Alpini: Sergente in tenuta da libera uscita con mantella e Milite dell’11° Reggimento “Cavalleggeri di Foggia” in tenuta da libera uscita. Fotografia CDV. Fotografo: G. Barberis – Chivasso. 1873 – 1880.

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Arc. 294: Alpini: Caporale della 7^ Compagnia in tenuta da libera uscita. Fotografia CDV. Fotografo: J. Garneri – Cuneo. 1873 – 1880.

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Arc. 641: Alpini: Caporale in tenuta da libera uscita con mantella. Fotografia CDV. Fotografo: N. Mecozzi – Susa. 1873 – 1880.

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Arc. 2745: Alpini: Militi in tenuta da libera uscita con cappotto. Fotografia formato 17 x 12,5. Fotografo: L. Costi – Torino. 1873 – 1880.

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Arc. 296: Alpini: Milite in tenuta da libera uscita. Fotografia CDV. Fotografo: Fotografia Pompei – Torino. 1873 – 1880.

1880 – 1887

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Arc. 295: Alpini: Milite in tenuta da libera uscita. L’uniforme è quella adottata nel 1880 ma il fregio sulla bombetta è ancora quello del 1872. Fotografia CDV. Fotografo: G. Barberis – Chivasso. Al retro datata 7 febbraio 1881.

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Arc. 295: Alpini: Milite in tenuta da libera uscita. L’uniforme è quella adottata nel 1880 ma il fregio sulla bombetta è ancora quello del 1872. Fotografia CDV. Fotografo: G. Degioanini – Fossano. 1880 ca.

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Arc. 1251: Alpini: Milite del 3° Reggimento in tenuta da libera uscita. Fotografia CDV. Fotografo: G. Mariani – Ivrea. 1880 – 1887.

1887 – 1904

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Arc. 1364: Alpini: Furiere in tenuta da libera uscita. Fotografia formato Gabinetto. Fotografo: G. Bugelli – Torre Pellice. 1891 – 1907.

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Arc. 301: Alpini: Caporale del 5° Reggimento in montura di marcia. Fotografia formato Umberto 8,5 x 17,5. Fotografo: F.lli Ogliari – Brescia. 1887 – 1907.

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Arc. 296: Alpini: Milite del 2° Battaglione del 5° Reggimento in tenuta da libera uscita. Fotografia CDV. Fotografo: L. Menozzi – Milano. 1887 – 1907.

Arc. 3430: Alpini: Milite del 2° Battaglione del 5° Reggimento in tenuta da libera uscita. Fotografia formato 12,5 x 8. Fotografo: A. Leydi – Ivrea. Datata 26 settembre 1889

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Arc. 296: Alpini: Milite del 2° Battaglione del 5° Reggimento in tenuta da libera uscita. Fotografia CDV. Fotografo: L. Menozzi – Milano. 1887 – 1907.

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Arc. 297: Alpini: Milite del 4° Reggimento in tenuta da libera uscita. Fotografia CDV. Fotografo: A. Leydi – Ivrea. 1887 – 1907.

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Arc. 298: Alpini: Milite del 5° Reggimento – 1° Battaglione in tenuta da libera uscita. Fotografia formato Gabinetto. Fotografo: Alifredi & Tavera – Pinerolo. 1887 – 1907.

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Arc. 1254: Alpini: Milite del 4° Reggimento – 3° Battaglione in tenuta da libera uscita con mantella. Fotografia CDV. Fotografo: B. Mariani – Ivrea. 1891 – 1907.

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Arc. 299: Alpini: Milite del 3° Reggimento – 1° Battaglione in tenuta da libera uscita. Fotografia formato Gabinetto. fotografo: G. Rossi – Milano – Genova. 1887 – 1907.

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Arc. 300: Alpini: Milite del 4° Reggimento – 3° Battaglione in tenuta da libera uscita. Fotografia formato Gabinetto. Fotografo: A. Leydi – Ivrea. 1891 – 1907.

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Arc. 1254: Alpini: Milite del 3° Reggimento in tenuta da libera uscita. Fotografia CDV. Fotografo: E. Dina – Milano. 1891 – 1907.

GRUPPI ARMI MISTE

 

 

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Arc. 227: Gruppi Misti: Sottufficiali di Fanteria, Alpini, Bersaglieri, Genio, Artiglieria, Cavalleggeri e Cavalleria di linea in gran tenuta.  Fotografia formato gabinetto. Fotografo: C. Raineri – Verona. 1880 ca.

 

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Arc. G: Gruppi Misti: Ufficiali e Sergenti Allievi Furieri di Fanteria, Cavalleria e Artiglieria in tenuta di servizio e di marcia. Fotografia formato 23,8 x 20,8. Fotografo: Sconosciuto. 1880 ca.

 

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Arc. 269: Gruppi Misti: Sergenti Allievi Furieri in tenuta di servizio e di fatica di Fanteria, Bersaglieri e Granatieri. Fotografia formato Gabinetto. Fotografo: Rossi – Stradella. 1880 – 1903.

UFFICIALI

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Arc. 1750: Generale Giuseppe Garibaldi in visita agli scavi di Pompei. Con il Generale sono riconoscibili: Jessie White Mario, il marito Alberto, il Generale Turr, il Maggior Generale Assanti, Menotti Garibaldi, il Generale Missori e altri ufficiali dello Stato Maggiore. Fotografia stereoscopica. Fotografo: G. Sommer – Napoli. Datata 1862.

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Arc. 398: Nino Bixio, all’anagrafe Gerolamo Bixio in gran montura da Generale dell’Esercito Meridionale (Genova, 2 ottobre 1821 – Banda Aceh, 16 dicembre 1873). Ottavo e ultimo figlio di Colomba Caffarelli e di Tommaso, direttore della Zecca di Genova, a nove anni rimase orfano della madre. Il suo carattere particolarmente ribelle e la reciproca insofferenza con la matrigna Maria, della quale il padre era succube, furono tra le principali cause dei difficili rapporti con la famiglia. Espulso più volte dalla scuola, a 13 anni fu imbarcato come mozzo a bordo del brigantino Oreste e Pilade che salpava per le Americhe, dove per la sua giovane età gli venne affibbiato il nomignolo di “Nino”, che lo accompagnerà per tutta la vita. Visto il suo immutato carattere indocile, la matrigna pensò di servirsene per surrogare nel servizio militare in marina il fratello Giuseppe, che aveva buone possibilità di entrare nell’ordine dei gesuiti, come poi avvenne. Nino si oppose e fu dai genitori denunciato come ribelle all’autorità paterna e fatto arrestare con uno stratagemma. Dopo molte settimane di carcere, nel novembre 1837, si rassegnò ad arruolarsi “volontario” nella marina del Regno di Sardegna, come surrogante del fratello. Imbarcato sull’avviso a ruote Aquila, fu preso a ben volere dal capitano Millelire, che gli consentì di studiare e formarsi per la carriera nella marina militare. Nel 1841 fu allievo pilota a bordo della nave Gulnara e tre anni dopo, inaspettatamente, Nino fu a sua volta surrogato da altro marinaio che, dichiarandosi suo “volontario surrogante”, si arruolò restituendogli la libertà. Durante il servizio nella regia marina sarda, Nino aveva accumulato molte esperienze, navigando su legni di vario tipo, sulle rotte dei vicini mari come dell’oceano Atlantico. Non ebbe quindi difficoltà a trovare nuovo ingaggio in mare, imbarcandosi come capitano in seconda su un bastimento mercantile diretto in Brasile. Al porto di Rio de Janeiro, però, gli fu comunicato che l’armatore aveva ceduta la nave ad altra società che l’avrebbe utilizzata per il trasporto degli schiavi dall’Africa, offrendogli il comando. Bixio rifiutò e scese a terra con tre compagni italiani, ben sapendo che quel diniego, nonostante il nobile motivo, avrebbe troncata sul nascere la sua carriera di capitano mercantile. Nuovamente a Genova, con gli amici Parodi e Tini fu ingaggiato come secondo nostromo sul bastimento guidato dal capitano quacchero Baxter e diretto nei mari della Malesia per raccogliere un carico di pepe da portare negli Stati Uniti d’America. Un viaggio molto avventuroso per innumerevoli episodi, che cominciarono con l’abbandono della nave di Bixio e dei due compagni a bordo di una scialuppa, per un furibondo litigio con il comandante. La scialuppa naufragò sugli scogli e nel tentativo di raggiungere a nuoto la terraferma, i tre furono attaccati dagli squali. Parodi fu sbranato, mentre Tini impazzì per lo spavento. Catturati dagli indigeni, Bixio rifiutò di convolare a nozze con la regina di quella popolazione e i due furono ceduti a dei mercanti di schiavi. Fortunatamente furono acquistati dallo stesso capitano Baxter che dopo averli riscattati li riprese a bordo, sbarcandoli nel porto di Salem, da dove raggiunsero Anversa, nell’ottobre 1846. Bixio imbarcò l’amico per Genova e, gravemente percorso da febbri, raggiunse il fratello Alessandro a Parigi. I due si incontravano per la prima volta. Rimase ospite del fratello nei mesi di convalescenza, durante i quali conobbe Giuseppe Mazzini che ebbe su Nino una grande influenza politica nell’iniziarlo all’idea di un’Italia unita e repubblicana, conquistandolo alla causa della Giovine Italia, l’associazione mazziniana che auspicava l’unione e l’indipendenza di tutti gli stati d’Italia. Mazzini, esule in Francia, era protetto da Alessandro Bixio, data la grande amicizia che aveva unito le loro madri. Al suo ritorno in Patria, Nino Bixio partecipò attivamente ai fervori che precedettero la Primavera dei popoli. La sera del 4 novembre 1847, durante una manifestazione in piazza Carlo Felice a Torino, fermò il cavallo di Carlo Alberto di Savoia afferrandolo per le briglie e gli disse: «Sire, passate il Ticino e siamo tutti con voi». Nel 1848 partecipò alla prima guerra di indipendenza, combattendo a Governolo, a Verona e a Treviso. Poi raggiunse Roma, al seguito di Giuseppe Garibaldi, dove tentò invano di difendere la neonata Repubblica Romanadall’attacco restauratore dei francesi. Condusse a termine varie azioni dimostrando una determinazione e un’audacia che rasentavano la temerarietà. Il 3 giugno 1849, respingendo l’assalto francese, si distinse guidando personalmente diversi contrattacchi alla baionetta. Per due volte i colpi francesi gli uccisero la cavalcatura e infine fu ferito in modo serio. La sua condotta gli valse una medaglia d’oro decretata dalla Repubblica Romana ed ebbe il personale elogio di Garibaldi che lo promosse sul campo al grado di maggiore. Venne sommariamente curato da Pietro Ripari e Agostino Bertani, riuscendo poi a raggiungere Genova, dove finalmente fu possibile estrarre la pallottola, rimasta conficcata nel fianco sinistro. Contro ogni previsione, venne accolto e amorevolmente curato dalla matrigna. La sua ultima azione da carbonaro della Giovane Italia fu, nel 1852, il tentativo di rapire l’imperatore Francesco Giuseppe, nel corso della sua visita a Venezia e Milano, sventato dalla polizia austriaca. Durante la seconda guerra di indipendenza fu nuovamente al fianco di Garibaldi nei Cacciatori delle Alpi, combattendo a Malnate nella battaglia di Varese e poi difendendo strenuamente il passo dello Stelvio, tanto da essere insignito della Croce Militare di Savoia. L’anno successivo fu tra gli organizzatori della spedizione dei Mille alla conquista del Sud Italia. Data la sua esperienza marinara, fu Bixio a impadronirsi (tramite un furto, in realtà segretamente concordato con gli armatori Rubattino) delle navi Piemonte e Lombardo, quest’ultima da lui comandata nel viaggio da Quarto a Marsala.Prese parte alla battaglia di Calatafimi comandando la 1ª Compagnia e successivamente all’insurrezione di Palermo, guidando l’assalto al ponte dell’Ammiraglio. Nei combattimenti riportò una ferita alla clavicola causata da una palla vagante. Dopo una breve convalescenza, fu incaricato di guidare la 1ª Brigata della Divisione Turr verso Corleone e Girgenti, trovandosi a espletare incarichi di polizia militare, su disposizioni di Garibaldi che temeva altri eccidi come quello accaduto a PartinicoDopo la battaglia di Calatafimi Bixio si avvide di un abitante locale che infieriva sui cadaveri dei soldati borbonici caduti, gridando “Uccidete l’infame!” Bixio con la sciabola sguainata e spronando il cavallo si slanciò verso il soggetto, che però riuscì a scappare, questo fatto dimostra come Bixio, pur avendo un carattere duro, sapeva però essere leale e rispettoso verso il nemico sconfitto. Intervenne con decisione a Santa Croce Camerina, dove erano stati trucidati i marinai di un bastimento svedese e a Bronte per fermare la celebre rivolta: erano stati saccheggiati diversi edifici e trucidati sedici uomini. Per ristabilire l’ordine, Garibaldi vi inviò il fidato generale Bixio, che applicò lo stato d’assedio e pesanti sanzioni economiche alla popolazione. Costituito un tribunale di guerra, in poche ore vennero giudicate circa 150 persone e di queste 5 furono condannate all’esecuzione capitale. Promosso Maggiore Generale con decreto del 15 agosto 1860, gli venne affidato il comando della 15ª Divisione, con la quale sbarcò a Melito di Porto Salvo e, nella notte del 21 agosto, prese d’assalto la città di Reggio Calabria, conquistandola nella battaglia di Piazza Duomo. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole, mentre Bixio se la cavò con una ferita al braccio sinistro. Il 2 ottobre dello stesso anno 1860 i garibaldini sconfissero definitivamente il grosso delle truppe borboniche nella battaglia del Volturno, in cui il genovese si ruppe una gamba. Poco dopo il famoso incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II, passato alla storia come Incontro di Teano, Bixio organizzò i plebisciti che sancirono l’annessione dell’Italia centro-meridionale al Regno di Sardegna. Un anno dopo venne eletto deputato nel collegio di Genova II e sedette tra le file della Destra storica. Alle elezioni politiche italiane del 1861 si presentò candidato nel 2º collegio di Genova, risultando eletto deputato. Fu più volte rieletto. Bixio tornò nel campo di battaglia nell’estate 1866 tra le file del Regio esercito come generale comandante della 7ª Divisione alla battaglia di Custoza nel corso della Terza guerra d’indipendenza. Il 3 novembre 1867 nella battaglia di Mentana Bixio fu fatto prigioniero da un battaglione francese, ma riuscì a fuggire e ricevette dal re Vittorio Emanuele II di Savoia una medaglia d’oro al valor militare. Fatto senatore il 6 febbraio del 1870, nello stesso anno partecipò alla Presa di Roma. La sua divisione fu incaricata di espugnare la cittadella fortificata di Civitavecchia che capitolò con pochi scontri, dopo un ultimatum in perfetto “stile Bixio”:

«Ho dodicimila uomini di terra, dieci corazzate, cento cannoni sul mare. Per la resa non accordo un minuto di più di ventiquattro ore altrimenti domani mattina si chiederà dove fu Civitavecchia.»
(Nino Bixio, ultimatum alla fortezza di Civitavecchia, 15 settembre 1870)

Alle ore 7 del 16 settembre la corazzata Terribile faceva il suo ingresso in porto e alle 10 alcuni battaglioni dell’esercito italiano entravano in città, prendendone possesso. Il 20 settembre con la sua divisione entrò a Roma da porta San Pancrazio. Successivamente Bixio riprese il mare, iniziando con Salvatore Calvino un’impresa di navigazione per il collegamento commerciale dell’Italia con l’Estremo Oriente. Durante una traversata si ammalò di colera e morì il 16 dicembre 1873 a Banda Aceh, nell’isola di Sumatra, dove fu provvisoriamente seppellito in attesa di poter traslare la salma in Patria. La tomba di Bixio venne presto profanata e saccheggiata da tre indigeni, due dei quali vennero contagiati dal colera e ne morirono. Tre anni dopo, grazie alle indicazioni del terzo sopravvissuto, fu possibile rintracciare i resti di Bixio che vennero cremati a cura del Consolato italiano di Singapore. Le ceneri dell’eroe furono portate a Genova nel 1877 e inumate all’interno del Pantheon nel Cimitero di Staglieno. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi   Maurizio e Lazzaro
  
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
  
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
   6 dicembre 1866
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
   12 giugno 1861
Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
   12 luglio 1859
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
  
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (4 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette)
 
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Arc. 752: Nino Bixio, all’anagrafe Gerolamo Bixio (Genova, 2 ottobre 1821 – Banda Aceh, 16 dicembre 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1870: Giacomo Medici, marchese del Vascello, in piccola montura da Generale dell’Esercito Meridionale (Milano, 15 gennaio 1817 – Roma, 9 marzo 1882). Giacomo Medici nacque a Milano, città dove crebbe e dove visse fino all’esilio in Portogallo, che cominciò nel 1836. Qui combatté contro i Carlisti a Porto per quattro anni, assieme al padre emigrato con lui. Trasferitosi a Londra nel 1840, prese contatto col neonato movimento della Giovine Italia, e nella capitale del Regno Unito conobbe Giuseppe Mazzini. L’eco dei moti rivoluzionari in America Latina lo portò in Uruguay, dove conobbe Garibaldi a Montevideo nel 1846. Quando giunsero notizie delle riforme di Pio IX e di Carlo Alberto, Medici e Garibaldi fecero ritorno in Italia  sulla nave Bifronte, ribattezzata Speranza. Nello stesso anno Medici suggerì a Garibaldi di recarsi a Milano, per offrire i suoi servigi al Governo provvisorio di Lombardia, che di fatto rimpiazzava l’amministrazione austriaca: i due giunsero a Milano il 14 luglio. Nei giorni seguenti organizzarono, nella caserma di San Francesco, il “Battaglione Anzani” composto di volontari, al comando dello stesso Medici. Egli fu col Garibaldi lungo l’intera campagna dei volontari in Lombardia, nel corso della guerra. Nel 1849 Medici giunse a Roma con Giuseppe Garibaldi, alla guida della cosiddetta “Legione Medici”, composta da circa trecento lombardi, studenti o cadetti di famiglie nobili e benestanti. Quando, il 29 giugno, i Francesi del maresciallo Nicolas Charles Oudinot attaccarono le posizioni fuori dalle mura di Roma, occupando Villa Corsini, il Casino dei Quattro Venti e Villa Pamphili, Medici riuscì a resistere solo all’avamposto del Vascello, presso porta San Pancrazio. Il Governo dello Repubblica Romana gli assegnò la medaglia d’oro al valore militare: un onore spartito con Garibaldi, Luciano Manara (per la difesa di Villa Spada) e Giacinto Bruzzesi (per la difesa dei Monti Parioli). Nel 1859 Medici fu coinvolto, sin dall’inizio, nell’organizzazione dei Cacciatori della Stura: il 20 marzo venne promosso tenente colonnello, gli venne affidato il comando dei due depositi costituiti a Savigliano il 29 marzo e il 7 aprile, e fu messo a capo del secondo dei due primi reggimenti dei Cacciatori delle Alpi, in linea già dal 24 aprile. Durante la Seconda guerra di indipendenza, Giacomo Medici si distinse nella battaglia di Varese, partecipò alla battaglia di San Fermo e guidò l’avanguardia nelle operazioni di Valtellina alla liberazione di Bormio. Il 4 maggio 1860 fu Medici a stipulare, a Torino e alla presenza del notaio Gioachino Vincenzo Baldioli, il contratto con il quale Raffaele Rubattino cedeva i due vapori Piemonte e Lombardo, coi quali venne compiuta la spedizione dei Mille. Nella notte tra l’8 ed il 9 giugno partì l’avanguardia della Spedizione Medici, il gruppo Corte costituito dalle navi Utile, con circa 60 volontari e Charles and Jane, con circa 900 volontari, questa avanguardia fu però intercettata dalla nave borbonica Fulminante, che condusse le due navi a Gaeta, dove i volontari furono internati, successivamente rilasciati torneranno in Sicilia il 15 luglio con la nave Amazon.Il gruppo principale delle Spedizione Medici, con altri 2.500 volontari, partì nella notte tra il 9 e 10 giugno, con tre navi che salparono, due da Genova ed una da Livorno, le navi erano state acquistate da una compagnia francese nominalmente da parte di un certo De Rohan, un cittadino statunitense sostenitore della causa italiana e successivamente ribattezzate Washington (nave del Medici), Oregon (nave di Caldesi) e Franklin (nave di Malenchini da Livorno), quindi a Genova il console degli Stati Uniti, accompagnato da Peard, “l’inglese di Garibaldi” e suo “sosia”, salì a bordo del Washington ed issò la bandiera a stelle e strisce. Dopo la sosta nel porto di Cagliari, dove il Medici attese inutilmente l’arrivo delle altre due navi del gruppo Corte, il piccolo bastimento Utile e la nave Charles and Jane, catturate dalla Marina borbonica, le tre navi della Spedizione Medici si diressero verso la Sicilia, quando vennero affiancate dalla nave piemontese Gulnara, il cui capitano dichiarò di volerle scortare fino a Castellammare, come da accordi tra Cavour e Garibaldi. Su disposizione del Persano Il capitano del Gulnara si informò anche se fosse a bordo il Mazzini, che in tal caso doveva essere consegnato all’ufficiale piemontese. Nominato colonnello della I brigata della 16ª divisione dell’esercito meridionale entrò a Palermo il 21 giugno. A luglio combatté alla battaglia di Milazzo, costrinse Messina alla resa dopo un assedio di otto giorni e ne firmò la relativa convenzione, fu promosso maggior generale della 17ª divisione e fu presente alla battaglia del Volturno. Ammesso nel Regio Esercito, fu nominato comandante militare della piazza di Palermo, ove facilitò l’impresa garibaldina all’Aspromonte nel 1862 e si spinse a presentare una supplica al re e a Urbano Rattazzi affinché non fermassero i volontari, come invece avvenne nella giornata dell’Aspromonte. Sotto la prefettura palermitana dell’umbro Filippo Antonio Gualterio (che restò in carica tra il 1865 e il 1866) egli condusse una serie di operazioni militari nelle quattro province della Sicilia occidentale. La durissima repressione produsse in sei mesi l’arresto di 2384 uomini e 180 donne nella sola provincia di Palermo. Nel 1866, nel corso della Terza guerra di indipendenza, Medici comandò una colonna dell’Esercito Regio in una brillante avanzata da Padova, lungo la Valsugana, sino alle porte di Trento. Per i suoi meriti fu nominato Grande Ufficiale dell’Ordine Militare d’Italia. In seguito alla dura repressione operata dal generale Raffaele Cadorna della rivolta di Palermo del 1866, nel 1868 ritornò a Palermo come prefetto: era dotato di poteri insolitamente ampi e, soprattutto, della piena fiducia del re. Vi restò sino al 1873. Fu accusato di aver autorizzato accordi con la mafia, specie a causa della grande prossimità al questore Albanese, divenuto per la pubblica opinione un alleato della mafia al punto da essere fatto oggetto di mandato di cattura dal procuratore del Re, poi dimissionario, Diego Tajani. Tali accuse non sono mai stare dimostrate e forte resta il sospetto che siano state messe in atto in maniera strumentale, la sua specchiata onestà ed integrità è in particolare documentata dal suo biografo Capitano Giovanni Pasini.Nel corso del suo mandato, in collaborazione con il suo ex compagno della spedizione dei Mille Domenico Peranni, sindaco della città, Medici piuttosto diede impulso alle opere pubbliche, soprattutto alla rete viaria e ferroviaria, istruzione e pubblica sicurezza. Egli era infatti fermamente convinto che il progresso economico e sociale dell’isola fosse legato allo sviluppo delle infrastrutture; decise pertanto di assecondare le numerose richieste che riguardavano l’avanzamento delle strade, il miglioramento dei porti, lo sviluppo delle linee ferroviarie Palermo-Messina e Palermo-Trapani, minacciando più volte di dimettersi dalla carica di prefetto nel caso in cui non si fossero eseguiti a questi interventi. A Palermo conobbe e sposò la nobile inglese Lady Ingham, vedova del primo marito Lord Ingham-Whitaker (il cui nonno aveva inventato il Marsala) e proprietaria del palazzo più tardi trasformato nell’attuale Grand Hotel et Des Palmes, in Via Roma a Palermo. Fu eletto la prima volta deputato del Regno di Sardegna dall’agosto al dicembre 1860. Una seconda volta nel 1863 deputato del regno d’Italia fino al 1865, nel febbraio del 1866 venne candidato alla Camera al collegio di Messina, in contrapposizione a Giuseppe Mazzini, il quale era stato già eletto in regolare consultazione, annullata d’imperio dal Governo. Medici perse le elezioni, che andarono a favore di Mazzini. Fu eletto deputato una terza volta nel 1868 nel collegio di Bologna. Venne nominato senatore del Regno da Vittorio Emanuele II di Savoia il 2 giugno 1870 e, nel 1876, Marchese del Vascello e Primo Aiutante di Campo del Re. Fece parte della massoneria. Il nipote Giacomo Medici Del Vascello sarà deputato e sottosegretario alla presidenza del Governo Mussolini. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della  Corona d’Italia
  
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
   6 dicembre 1866
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
   12 giugno 1861
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
   8 giugno 1859
Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia d’Oro al Valor Militare
   «Per i brillanti fatti d’armi di Primolano, Borgo e Levico il 22 e 23 luglio   1866.»
6 dicembre 1866
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia d’Argento al Valor Militare
  
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
  
Medaglia d'Oro ai Benemeriti della Liberazione di Roma 1849-1870 - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia d’Oro ai Benemeriti della Liberazione di Roma 1849-1870
  
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (5 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza   (5 barrette)
  

Onorificenze straniere

Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria  Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)
  
Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria  Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 (Francia)
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Arc. 2124: Giuseppe Missori in gran montura da Colonnello Comandante delle Guide a Cavallo (Mosca, 11 giugno 1829 – Milano, 25 marzo 1911). Nacque l’ 11 giugno 1829 a Mosca da genitori bolognesi e visse quasi sempre a Milano. Frequentò per censo e classe la mondanità milanese sino al 1848 quando abbandonò la vita brillante e gli agi per correre a combattere nelle formazioni dei “volontari lombardi”. Era un giovane di saldi principi repubblicani che considerava Mazzini il suo maestro e Garibaldi il suo eroe. Nel 1859 si arruolò nelle “Guide a Cavallo” di Garibaldi distinguendosi fino ad avere le “spalline” da ufficiale. L’anno seguente partì con la spedizione dei Mille al comando di 24 “Guide” che, prive di cavalli; costituivano tutta la cavalleria dell’armata garibaldina. A Marsala furono requisiti i cavalli che a Calatafimi presero per primi contatto con il nemico ed entrarono anche per primi a Palermo il 27 maggio. Il numero delle “Guide” era nel frattempo cresciuto ed il 20 luglio furono nuovamente impiegate a Milazzo. Durante questa battaglia, Missori diede prova di straordinario valore salvando la vita a Garibaldi. Il generale, rimasto isolato combatté contro un drappello di Cacciatori a cavallo borbonici: stava per essere sopraffatto quando intervenne coraggiosamente Missori che riuscì ad uccidere il cavallo ed il cavaliere che stavano per travolgere e decapitare a fendenti l’eroe dei due mondi. L’8 agosto a Missori fu commesso l’importante e delicato compito di varcare con 200 uomini lo Stretto di Messina per sorprendere il forte di Villa San Giovanni. Il tentativo non ebbe esito fortunato, ma poiché non era possibile né pensabile rivarcare lo Stretto, Missori con i suoi si diede alla montagna, correndo paesi e borgate dove proclamava la decadenza della dinastia borbonica. Insieme a Garibaldi entrò il 7 settembre a Napoli, combatté valorosamente al Volturno e fu presente allo storico incontro di Teano. Per il suo comportamento a Milazzo ricevette la medaglia d’oro al valor militare. Quando Giuseppe Garibaldi si ritirò a Caprera, Missori ritornò a Milano. Giuseppe Garibaldi voleva ripetere la gloriosa marcia dalla Sicilia verso nord per liberare Roma e Missori, ritornato al suo fianco fu incaricato di reclutare uomini a Reggio, Catanzaro e Cosenza, per infoltire le fila dei garibaldini che, avendo passato lo stretto si inoltravano nelle montagne calabresi. Dopo la malaugurata fine dell’esperienza tornò a Milano. Negli anni seguenti mantenne sempre la sua intesa con Garibaldi, promuovendo nel 1863 le agitazioni per l’aiuto ai polacchi insorti; attivandosi in tutte le polemiche e le lotte politiche che divamparono in quegli anni fra democratici e moderati. Nel 1864, al comando di due battaglioni raccolti a Terni, combatté a Monterotondo ed a Mentana. Fermo nelle sue convinzioni repubblicane, come altri garibaldini che non avevano delegato alla monarchia il compito di fare l’Italia, era amareggiato e deluso, non recriminava il passato, ne incolpava Garibaldi, come faceva Mazzini, di aver consegnato l’Italia al Re, ma si sentiva ormai fuori gioco. Aveva trascorso la vita sui campi di battaglia, combattendo per un ideale repubblicano che la monarchia, compromissoria, s’era affrettata a mettere in soffitta. Era pur sempre l’eroe della campagna di Sicilia, nello scontro di Milazzo aveva salvato la vita a Garibaldi, ma con modestia e signorilità si ritirò dalla vita bellica. Con dignità e modestia visse nella Sua Milano, accettò di essere consigliere comunale dal 1889 al 1894, fece parte della commissione Consultiva per il Civico Museo del Risorgimento dal 1883 al 1900 e fu Presidente di tale Commissione dal 1900 al 1905. Missori era un pezzo vivente di storia, frequentava la Scala ed il pubblico, quando egli compariva nel palchetto, si alzava e lo acclamava come non avrebbe neppure fatto per il Re o la Regina. Fu comunque sempre riservato e modesto, con modi d’animo gentili e signorili, non ostentando i suoi passati eroismi, anzi se qualcuno gliene chiedeva rispondeva “sciocchezze, sciocchezze”. Il 25 marzo 1911, nella sua casa dell’allora via Carlo Alberto n°32, si spense; poco prima di mancare si fece portare un ritratto di Garibaldi, lo fissò intensamente, lo baciò e quindi spirò. La città, attonita come il giorno in cui morì Verdi, si fermò; finiva un’epoca. Nel 1914 il comitato promotore per un monumento lanciò una sottoscrizione per la raccolta della somma necessaria ed in breve si raggiunse la cospicua cifra di £ 12.000. Il 7 maggio fu inaugurato il monumento opera dello scultore Ripamonti. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia
   1866
Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia d’Oro al Valor Militare
   «Per essersi distinto durante la campagna dell’Italia meridionale, 1860.»
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Arc. 753: Giuseppe Missori in gran montura da Colonnello Comandante delle Guide a Cavallo (Mosca, 11 giugno 1829 – Milano, 25 marzo 1911). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1933: Giuseppe Missori (Mosca, 11 giugno 1829 – Milano, 25 marzo 1911). Fotografia CDV. Fotografo: E. Maza – Milano.

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Arc. 991: István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr in piccola montura da  Generale dell’Esercito Meridionale (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908). Nativo della città di Baja, nella provincia ungherese di Bács-Kiskun. Arruolato nell’esercito austriaco, divenne tenente in un reggimento di granatieri ungheresi, con il quale, nel 1848, partecipò alla prima fase della prima guerra di indipendenza. Nel gennaio 1849 passò nel Regno di Sardegna, ove divenne capitano della “Legione ungherese”, formata dai molti disertori dell’esercito imperiale. La vittoria finale del Radetzky a Novara, comportò l’abdicazione di Carlo Alberto e la caduta del governo cosiddetto “democratico”. La gran parte degli esuli italiani e stranieri lasciarono il Regno di Sardegna per raggiungere i luoghi ove ancora si combatteva: la gran parte verso Roma, Türr in Germania, nel Baden ancora in fermento. Nel 1854 passò al servizio nella Royal Army arruolandosi nella legione anglo-turca. Nel 1855, contando sulla protezione britannica, osò traversare la Valacchia asburgica e venne arrestato a Bucarest mentre stava acquistando dei cavalli. Le autorità austriache lo consideravano, naturalmente, un disertore ed intendevano eseguire la condanna a morte, ma venne salvato dall’intervento di Londra. Nel 1859 combatté in Italia come Colonnello dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, che lo tenne sempre in grande stima. L’anno successivo lo seguì alla spedizione dei Mille: fu promosso Tenente Generale dell’Esercito meridionale e venne gravemente ferito. Scelto da Garibaldi quale governatore di Napoli svolse un certo ruolo nella preparazione e nello svolgimento del plebiscito del 21 ottobre 1860. Nominato Tenente Generale dell’esercito sabaudo, fu collocato in aspettativa nel dicembre 1861 e un anno dopo fu nominato Aiutante di campo onorario di re Vittorio Emanuele II. Massone, fu membro della Loggia “Dante Alighieri” di Torino e Gran maestro del Grande Oriente Ungarico in esilio, di cui Luigi Kossuth fu Gran maestro onorario. Il 10 settembre 1861 sposò in Mantova Adelina Bonaparte Wyse. Un matrimonio di grande rango, considerato che la sposa era figlia di Thomas Wyse e di Letizia Bonaparte, e quindi nipote di Luciano Buonaparte, fratello di Napoleone I; Adelina era inoltre cugina del nuovo imperatore dei francesi, Napoleone III. A ciò si aggiunga che la sorella, Maria, sposava nel 1863 il 3 febbraio lo statista piemontese Urbano Rattazzi. Nel 1866, in connessione con la terza guerra di indipendenza e la campagna di Garibaldi nel Trentino, Türr ebbe incarico di preparare l’insurrezione dell’Ungheria, organizzata a partire dal territorio serbo. La sconfitta austriaca costrinse l’imperatore Francesco Giuseppe, a concedere una costituzione ed istituzioni liberali, nonché una rinnovata autonomia per l’antico Regno d’Ungheria. La rinnovata pattuizione venne ricordata come la parificazione (Ausgleich) fra Austria e Ungheria: il nome stesso dello Stato passò da “Impero austriaco” ad “Austria-Ungheria”. Nel rinnovato clima politico si aprì una nuova fase per i fuoriusciti, fra i quali lo stesso Türr, che assunse un non secondario ruolo politico, distinguendosi per la promozione della canalizzazione del Danubio ed il sostegno ad una nascente industria nazionale. Dal 1881 diresse i lavori per il completamento del canale di Corinto, sull’omonimo istmo. Nel 1888 ebbe la cittadinanza italiana. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala
   «Ai prodi cui fu duce Garibaldi»
Palermo, 21 giugno 1860
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)
  
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
   Campagna del 1860
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia d’Argento al Valor Militare
   Combattimento di Tre Ponti 15 giugno 1859
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Arc. 3235: István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr in gran  montura da  Tenente Generale dell’Esercito Meridionale (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 777: István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr in gran montura da Tenente Generale (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908). Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano.

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Arc. 1056: István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr in montura festiva da Maggior Generale (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908). Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano.

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Arc. 3311: István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr ferito durante la spedizione dei Mille ritratto probabilmente a Napoli nel 1860. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 398: István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze.

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Arc. 1951: Stefano Turr con la moglie Adelina Bonaparte Wyse. Il 10 settembre 1861 sposò in Mantova Adelina Bonaparte Wyse. Un matrimonio di grande rango, considerato che la sposa era figlia di Thomas Wyse e di Letizia Bonaparte, e quindi nipote di Luciano Buonaparte, fratello di Napoleone I; Adelina era inoltre cugina del nuovo imperatore dei francesi, Napoleone III. A ciò si aggiunga che la sorella, Maria, sposava nel 1863 il 3 febbraio lo statista piemontese Urbano Rattazzi. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino.

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Arc. 1917: István Türr, conosciuto in Italia come Stefano Turr (Baja, 10 agosto 1825 – Budapest, 3 maggio 1908). Fotografia CDV. Fotografo: Duroni & Murer – Milano.

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Arc. 779: Giacinto Carini in gran montura da Maggior Generale (Palermo, 20 maggio 1821 – Roma, 16 gennaio 1880). Nel 1848, non ancora ventisettenne, partecipò alla rivoluzione per l’indipendenza siciliana scoppiata il 12 gennaio: il Carini fu tra i componenti del Primo comitato. Venne nominato colonnello da Ruggero Settimo (capo del governo che si venne ad istituire provvisoriamente), che gli affidò il comando del I reggimento di cavalleria: il compito di Giacinto Carini era quello di ristabilire l’ordine a Burgio, nel circondario di Bivona (provincia di Girgenti), paese in preda ai tumulti e agli eccessi. Quando nel 1849 venne restaurato il regime borbonico, trovò rifugio a Parigi, mantenendo tuttavia un rapporto epistolare con amici e colleghi politici rimasti sul territorio siciliano. Durante la sua residenza in Francia, Carini ebbe modo di conoscere numerosi patrioti esuli, come Giuseppe la Farina, ed anche esponenti del mondo culturale francese, come Victor Hugo, e Alexandre Dumas, di cui rimane una lettera inviata a Carini in occasione della battaglia di Milazzo, e della spedizione dei Mille di Garibaldi in Sicilia. A causa dei nuovi contatti con esuli, andò cambiando le sue idee politiche, affacciandosi all’unitarismo. Protestò contro la ritrattazione in Sicilia dell’atto di decadenza della monarchia borbonica, e firmò una protesta contro il decreto del re di Napoli con il quale era stato imposto all’isola un debito di 20 milioni di ducati annullando il debito del ’48 causato dal governo rivoluzionario. Mentre in Italia prende campo la politica Cavouriana ed il progetto monarchico dell’unificazione, sotto la guida di Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele II, Carini segue la politica del proprio paese, attraverso anche la pubblicazione di un periodico la cui stampa fu autorizzata dallo stesso Napoleone III. Visse a Parigi fino al 1859, anno in cui si arruolò nei Cacciatori delle Alpi combattendo nella seconda guerra d’indipendenza. Nel 1860, spinto dalla voglia di liberare la Sicilia dal dominio dei Borboni, si aggregò insieme ai Mille guidati da Giuseppe Garibaldi: salpò con essi da Quarto e combatté valorosamente nelle battaglie di Calatafimi, dove col grado di capitano comandava la 6ª Compagnia, e di Palermo, dove fu al comando di uno dei due battaglioni che attaccarono la città. Il 29 maggio 1860 venne gravemente ferito da una pallottola al braccio sinistro a Porta di Termini, mentre respingeva le forze di Von Mekel. Venne allora nominato da Garibaldi ispettore generale della cavalleria. Con l’annessione fu chiamato nel Consiglio di luogotenenza della Sicilia e comandante della Guardia nazionale di Palermo. Dopo l’unità d’Italia, entrò il 18 aprile 1862 nell’esercito regolare italiano, dove con il grado di Maggior Generale combatté nella terza guerra d’indipendenza. Fu eletto deputato al Parlamento per cinque legislature (dall’ottava alla tredicesima) con la Destra storica, rappresentando il collegio elettorale di Bivona, di Palermo, di Piacenza, di Sant’Arcangelo di Romagna e di Iesi dal 1861 al 1880. Promosso nel 1871 tenente generale, comandò dal 1871 al 1877 la divisione di Perugia. Dal 1878 fu messo in disponibilità dal ministro della guerra Mezzacapo, il quale secondo Carini voleva gradualmente allontanarlo dalle istituzioni in quanto siciliano e garibaldino. La ferita causata nel 1860 da una pallottola non poté più rimarginarsi, portando tormenti e dolori. Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Roma. 1870 ca.

Onorificenze

Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala
   «Ai prodi cui fu duce Garibaldi»
Palermo, 21 giugno 1860
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
   30 giugno 1867
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
   12 giugno 1861 Combattimenti di Calatafimi e Palermo
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Arc. 1790: Giacinto Carini  (Palermo, 20 maggio 1821 – Roma, 16 gennaio 1880). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3355: Stefano Canzio (Genova, 3 gennaio 1837 – Genova, 14 gennaio 1909). Il padre Michele Canzio, pittore, scenografo del Teatro Carlo Felice, era membro dell’Accademia ligustica di belle arti. Nella primavera del 1859 Stefano Canzio lasciò gli studi classici ed entrò in un gruppo di volenterosi che si offrivano al governo per la guerra imminente. Con i Carabinieri genovesi fece parte dei Cacciatori delle Alpi. Tornò dalla guerra soldato formato ed animato da entusiasmo per Garibaldi, del quale andò sempre più conquistandosi la stima e la fiducia; lavorò alla preparazione della spedizione dei Mille e quando fu deliberata la formazione, tornò a far parte del drappello dei carabinieri genovesi e sbarcò con essi a Marsala, venendo il 27 maggio ferito al ponte dell’Ammiraglio, nell’entrare in Palermo. Andò a Genova per guarire dalle ferite riportate, ma ben presto tornò in campo, militando fino alla fine della guerra, ottenne il grado di maggiore. Nel novembre accompagnò il generale a Caprera e di lì a un anno, sposò a La Maddalenala figlia Teresita, dalla quale ebbe 16 figli. Da questo momento in poi partecipò a tutte le azioni garibaldine: nei fatti di Sarnico, in Aspromonte, nel Trentino. Nella battaglia di Bezzecca, nel momento cruciale in cui il combattimento si volgeva a favore degli austriaci, dimostrò tanta bravura e ardimento da guadagnarsi la Medaglia d’oro al valore militare. L’anno successivo si incontrò con Garibaldi, custodito a Caprera dopo l’arresto di Sinalunga; lo attese con una paranza e insieme sbarcarono sul litorale toscano. Segui il Generale sino alle porte di Roma e si dovette a lui se Garibaldi uscì vivo dalla battaglia di Mentana. Tre anni dopo lo seguì in Francia. Prima ebbe il comando del quartier generale, poi, dopo la carica di Renois da lui condotta, ottenne il comando della 5ª brigata, e a Digione si comportò da eroe, in particolar modo nella giornata di Pouilly. Dopo la morte del generale Jozef Bossak-Hauké si vide affidato il comando della prima e dell’ultima brigata riunite. Tornò dalla Francia colonnello brigadiere e da Garibaldi venne elevato al grado di generale dell’esercito dei volontari, che ormai non esistevano più. Negli ultimi anni della sua vita fu presidente del Consorzio autonomo del porto di Genova, ed esercitò un grande ascendente sulla classe operaia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

Onorificenze

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’oro al valor militare
                    «Nel momento in cui i nostri, sopraffatti dal numero dei nemici, piegavano in ritirata, egli, raccogliendo                                      intorno a sé parecchi ufficiali, diresse l’azione, animò coll’esempio, ed ordinando da ultimo l’attacco alla                                        baionetta contribuì specialmente all’esito fortunato della giornata. Bezzecca, 21 luglio 1866
 
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Arc. 2647: Giovanni Ferrari in piccola montura da Colonnello Comandante del 16° Reggimento Fanteria Brigata Savona mod. 1861 – 1867 (Brescia 8 giugno 1817 –  ). Combattè come volontario nel 1848 sotto il Generale Durando e nel 1849 quale Capitano della Legione Manara. Maggiore nei Cacciatori delle Alpi nel Reggimento Cosenz nel 1859 partì con i Mille da quarto il 6 maggio 1860. Promosso Colonnello fu Capo di Stato Maggiore della Divisione Medici e Aiutante del Generale Garibaldi. Guadagnò durante la campagna la Medaglia d’Argento al Valor Militare e la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Passato nell’esercito regolare nel 1862, ebbe il comando del 16° Reggimento Fanteria e nel 1868 fu promosso Maggior Generale comandante la brigata Regina, carica che mantenne fino al 1871. Fotografia CDV. Fotografo: G. Trainini – Brescia.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia
   1860
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia d’Argento al Valor Militare
   1860

Arc. 3358: Simonetta Francesco (Milano, 24 gennaio 1813 – Milano, 19 settembre 1863). È ricordato per il suo importante ruolo durante la Seconda guerra d’indipendenza italiana. Nel marzo 1859 Giuseppe Garibaldi lo nominò Capitano dello Squadrone Guide a cavallo, facente parte dei Cacciatori delle Alpi. Francesco nacque a Milano da Luisa Ciani e Giambattista Simonetta. Il padre era un ricco proprietario terriero piemontese. La madre era la sorella di Giacomo (Milano 2 ottobre 1776 – Lugano, 15 maggio 1868) e Filippo Ciani ed apparteneva a una ricca famiglia di banchieri milanesi. Francesco studiò presso l’Imperial regio liceo Sant’Alessandro che si trovava all’epoca in piazza Sant’Alessandro 1. Successivamente s’iscrisse all’Università di Pavia dove si laureò in ingegneria il 6 settembre 1833. Fu proprio durante gli studi universitari che entrò in contatto con i patrioti italiani implicandosi così seriamente da essere arrestato per la prima volta nel giugno 1834, e rilasciato sei mesi dopo per mancanza di prove. Nel 1845 sposò Francesca Camperio, sorella di Manfredo Camperio, anch’egli fervente patriota, e dalla quale ebbe tre figli: Luigi, Luisa e Francesco. Nel 1844 fu incarcerato poiché sospettato di appartenere alla Carboneria; nel 1847 si recò in esilio in Piemonte per poi combattere nel 1848 la Prima guerra d’indipendenza italiana. Dal 1849 al 1853 fu deputato per tre legislature alla Camera dei deputati ma nel 1859 si recò sul campo di battaglia della seconda guerra d’indipendenza italiana agli ordini di Giuseppe Garibaldi. Nel 1860 seguì Giacomo Medici del Vascello nella sua impresa in Sicilia militando nello Stato Maggiore della 17^ Divisione Medici con il grado di Colonnello Brigadiere. Fotografia CDV. Fotografo: G. Imperatori – Intra. 

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Arc. 2240: Giovanni Chiassi in gran montura da Tenente Colonnello dello Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale (Mantova, 15 gennaio 1827 – Locca, 21 luglio 1866).Nacque a Mantova il 15 genn. 1827 dal nobile Gaetano, primo consigliere anziano nell’I. R. Tribunale provinciale di Mantova, e da Giuseppina dei conti Magnaguti. Trascorse i primi anni tra Mantova, Castel Grimaldo e Castiglione delle Stiviere, e dopo il liceo si iscrisse nel 1844 alla facoltà di ingegneria della università di Padova, che frequentò fino al 1848, allorché venne chiusa in seguito ai moti di Milano. Scoppiata la guerra contro l’Austria, si arruolò nei corpi franchi e poco dopo divenne ufficiale nella colonna mantovana, con la quale il 24 aprile partecipò, assieme a Nino Bixio, alla battaglia di Governolo. Dopo Custoza, ritornata tutta la Lombardia in mano austriaca, anche la colonna mantovana si ritirò in Piemonte insieme all’esercito sardo, ma il Chiassi, rifiutatosi di prestare giuramento in Vercelli a Carlo Alberto, raggiunse Garibaldi che, con un corpo di volontari lombardi, si apprestava a un ultimo tentativo di resistenza nel Varesotto. Nel 1849 fu tra i difensori della Repubblica romana e prese parte il 9 maggio al combattimento di Palestrina e il 19 a quello di Velletri contro l’esercito borbonico. Occupata Roma dalle truppe dell’Oudinot,  fu tra coloro che il 2 giugno 1849 risposero all’appello di Garibaldi di accorrere in aiuto di Venezia ma, caduto ammalato a Monterotondo all’indomani della partenza, fu costretto ad abbandonare la colonna garibaldina e a far ritorno a casa. Perseguitato dalla polizia austriaca, non poté tuttavia restare a lungo a Castiglione e preferì trascorrere un breve periodo di esilio in Piemonte. Avendo aderito alla Giovine Italia, ritornò nuovamente in Lombardia, dove l’azione mazziniana, attraverso la ramificazione dei comitati clandestini e la vendita delle cartelle del prestito mazziniano, trovava il terreno più favorevole a causa della reviviscenza della reazione asburgica. Iscritto al Comitato democratico di Mantova, diretto da E. Tazzoli, partecipò attivamente alla famosa congiura, tragicamente conclusasi con le esecuzioni di Belfiore, diffondendo, come capocircolo, cartelle del prestito mazziniano nella regione circostante il distretto di Mantova ed effettuando con G. Acerbi rilievi sulla fortezza della città. Il Chiassi non fu compreso nei primi arresti effettuati in seguito alla scoperta dell’organizzazione segreta nel gennaio del 1852, ma il suo nome venne fatto agli inquirenti, insieme con quello di molti altri congiurati, dal suo ex compagno di scuola e segretario del Comitato, L. Castellazzo, arrestato nell’aprile dello stesso anno. Il 28 giugno 1852 veniva intimato al Chiassi di comparire entro sessanta giorni di fronte alle autorità, per rispondere delle accuse di tradimento. Fuggito, sembra con l’aiuto dello stesso padre del Castellazzo, commissario di polizia, riparò dapprima a Genova e poi in Svizzera, ove Mazzini si accingeva a preparare un nuovo moto rivoluzionario che, iniziato a Milano e sostenuto da schiere di patrioti pronti a penetrare in Lombardia dalla Svizzera e dal Piemonte, avrebbe poi dovuto diffondersi nelle varie parti d’Italia. Ritornato in Piemonte, ebbe il delicato incarico, con Benedetto Cairoli, G. Grizzotti e A. e G. Sacchi, di far penetrare un convoglio di armi attraverso il confine. Ma la notizia del fallimento del moto lo costrinse a desistere dall’impresa e a ritirarsi con i compagni a Mezzana Corti dove la polizia piemontese, per un riguardo verso l’Austria, arrestò i patrioti. Assolto nel processo che ne seguì a Casale, fu però costretto, insieme con gli altri implicati, a ritirarsi di nuovo in Svizzera. Successivamente prese parte al moto insurrezionale del 1854, che ebbe come centro la Valtellina, ma che, secondo gli originari piani di Mazzini, avrebbe dovuto interessare contemporaneamente la Lombardia, la Romagna e Roma. Suo compito era di guidare, insieme con F. Orsini, l’insurrezione nel Comasco, ma il moto non ebbe luogo perché il governo austriaco, avuto sentore di ciò che si stava preparando, eseguì una serie di arresti a Como e a Milano ed inviò agenti a Coira, ove si trovavano il Chiassi e altri rifugiati, per far pressione sul governo del Cantone affinché venissero espulsi dal territorio svizzero. Avvertito che stava per essere arrestato riuscì a rifugiarsi a Londra da dove, il 12 settembre 1854, inviava all’Italia e Popolo una viva protesta contro le persecuzioni delle quali era stato oggetto da parte del governo svizzero. Ai primi di ottobre dello stesso anno, sotto il nome di Lombard Refugié, dimorò a Parigi e poi di nuovo a Londra. Nel 1857, avuta la notizia che Francesco Giuseppe aveva concesso la grazia totale ai trentadue profughi implicati nei processi del ’52 (escluso l’Acerbi perché capolista), poté finalmente ritornare a Castiglione, dove nello stesso anno conseguiva la laurea in ingegneria. Nel 1859, arruolatosi nei Cacciatori delle Alpi, combatté a Varese e San Fermo, quindi si distinse, al seguito della colonna Medici, nella difesa della Valtellina, tanto da essere decorato con una medaglia d’argento al valor militare. Sciolto dopo Villafranca il corpo dei Cacciatori delle Alpi, seguì con altri pochi Garibaldi nell’Italia centrale. Nel 1860 in seguito al rifiuto di Vittorio Emanuele di concedere a Garibaldi, per la progettata spedizione in Sicilia, uno dei reggimenti della brigata Reggio, nella quale erano confluiti molti ufficiali del disciolto corpo dei Cacciatori delle Alpi, il Chiassi, allora capitano nel 46º reggimento fanteria della medesima brigata, presentò le dimissioni da ufficiale dell’esercito regolare e si arruolò nelle formazioni garibaldine comandate dal Medici. Il 21luglio 1860 fu il maggior artefice della presa di Reggio, riuscendo, con un suo tempestivo intervento sul fianco dello schieramento nemico, a mettere in rotta le truppe borboniche, che si erano sino ad allora validamente opposte al Bixio. Dopo essere rimasto per qualche tempo a Reggio, come comandante di quel presidio, ricongiuntosi con Garibaldi, si batté ai primi di ottobre nella battaglia del Volturno col grado di luogotenente colonnello. Terminata la guerra si ritirò per qualche tempo a vita privata dedicandosi alla sua professione di ingegnere. Il 24 luglio 1862, accingendosi Garibaldi ad attuare l’antico disegno di invasione del territorio pontificio, il Chiassi si recò a Caprera, da dove in sua compagnia salpò per la Sicilia; non partecipò tuttavia allo scontro di Aspromonte perché, nel contempo, si era recato a Genova per incarico di Garibaldi stesso. Nell’ottobre del 1865  veniva eletto deputato al Parlamento per il collegio di Bozzolo e conseguentemente si trasferiva a Firenze. Nel 1866, allo scoppio della terza guerra di indipendenza, ebbe il comando del 5º Reggimento del corpo di volontari garibaldini dislocato nel settore delle Giudicarie. Il 21 luglio 1866 trovava eroica morte nella battaglia di Bezzecca mentre contrattaccava le truppe austriache del Montluisant. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al Valor Militare
    «Si distinse per valore ed ottime disposizioni, e per costanza grandissima in posizioni aspre, sotto il       fuoco nemico.»
   Fatto d’armi di Bormio, 8 luglio 1859
Medaglia d'oro al valor militare alla memoria - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria
    «Luogotenente colonnello Volontari 5º reggimento del corpo                   volontari. Morto alle 10,30 del mattino del 21 luglio in Bezzecca, per       grave ferita al petto riportata combattendo strenuamente.»
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Arc. 2224: Sandor Téleki in montura di via da Colonnello dell’esercito Meridionale (Kólósvar 27 gennaio 1821 – Kólósvar 18 maggio 1892). Il 27 gennaio 1821 nasceva a Kólosvár, in Transilvania, Téleki Sándor, conte ungherese di antica dinastia. Per quanto destinato ad una sicura carriera di alta amministrazione, essendo i genitori incaricati della locale cancelleria imperiale asburgica, il giovane Sándor sposó la causa nazionale magiara, destino che lo vide combattere nel Fórraldom del 1848, la gloriosa e sfortunata guerra d’indipendenza che fu soffocata nel sangue grazie all’intervento russo nel 1849. Egli fu al fianco di uomini come il generale polacco Bém e il Poeta Sándor Petőfi, divenendo in seguito membro della societá che porterá il nome del poeta nazionale magiaro. Del generale Bém fu anche commissario e raggiunse nell’esercito nazionale, la neonata Honvéd, il grado di Colonnello. Il medesimo grado gli verrà assegnato nella legione ungherese al seguito di Garibaldi, assieme ad altri importanti esuli come il piú noto István Türr, grado che gli sará riconosciuto anche dal Regio Esercito Italiano.Vi fu, per iniziativa di Cavour, il lungimirante tentativo di creare i presupposti di una larga insurrezione alle spalle delle forze imperiali, sostenendo gli ungheresi con una Legione Italiana guidata dal colonnello Alessandro Monti. Tale missione incontró peró difficoltá negli spostamenti, anche per i delicati equilibri geopolitici del tempo, dovendo attraversare i Balcani, e giunse in ritardo sul campo di battaglia. Ebbe comumque modo di immolarsi a fianco degli ungheresi nel tragico epilogo della guerra. La sconfitta dei piemontesi a Novara cancelló dall’agenda iniziative simili, nonostante le pressanti richieste di Lajos Kossuth nel suo successivo esilio torinese. Nel frattempo furono gli ungheresi a combattere e morire per l’Italia unita. Dopo la prematura scomparsa di Cavour, nessun altro leader italiano fu all’altezza di sostenere un simile piano di alleanza italo-magiara, che forse avrebbe risolto e disinnescato le tensioni che portarono al primo conflitto mondiale, se mai le nazionalitá dell’europa Danubiana si fossero unite per le reciproche indipendenze nazionali dall’Austria, in un ottica di cooperazione. Nel 1867 Austria e Ungheria si accordarono nel compromesso della Duplice Monarchia, con il ritorno su posizioni moderate di uomini come il Conte Andrassy e la mediazione di Elisabetta di Baviera, piú nota come Principessa Sissi, che ebbe sempre una predilezione per i sudditi magiari. In quell’anno anche Sándor Teleki fece ritorno nei suoi possedimenti in Transilvania, grazie ad un’amnistia, dove finirá i suoi giorni scrivendo numerosi volumi di memorie. Morí il 18 maggio del 1892. Dopo lo smembramento dell’Ungheria a seguito della sconfitta del 1918, il trattato del Trianon assegnó la Transilvania, e gli ungheresi che vi abitavano, alla Romania”. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. G1: Benedetto Angelo Francesco Cairoli (Pavia, 28 gennaio 1825 – Napoli, 8 agosto 1889). Figlio primogenito di Carlo Cairoli, erede di agiati proprietari terrieri della Lomellina, medico, professore di chirurgia all’Università di Pavia e di Adelaide Bono Cairoli, figlia di un prefetto di Milano sotto Napoleone, poi conte dell’Impero. Nel 1848, il padre accettò l’incarico di podestà di Pavia, durante la breve stagione del Governo Provvisorio: tornati gli austriaci, si rifugiò in Piemonte dove morì esule. Benedetto, studente del liceo classico Ugo Foscolo e poi della facoltà di Giurisprudenza sin dal 1844 alla università di Pavia, fu partecipe del crescente clima anti-austriaco e patriottico che lì dominava e si sarebbe tradotto in una larghissima partecipazione degli studenti ai battaglioni di volontari durante la prima guerra di indipendenza. Nel 1848 ebbe un ruolo nelle Cinque Giornate di Milano. Nel 1859 ebbe un comando nel corpo dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi (insieme al fratello Ernesto). Nel 1860 (con il fratello Enrico) fu ancora con Garibaldi alla prima spedizione dei Mille: fu ferito per due volte: la prima, in modo lieve, a Calatafimi e la seconda, gravemente, a Palermo nel 1860. Nel 1866, col grado di colonnello, partecipò alla campagna di Garibaldi nel Trentino. Nel 1867 (mentre i fratelli Enrico e Giovanni conducevano lo scontro di villa Glori) combatté a Mentana. Nel 1870 partecipò ai negoziati informali con Bismarck, negoziati nel corso dei quali pare che il Cancelliere tedesco avesse promesso di appoggiare l’annessione di Roma da parte dell’Italia, a patto che il Partito Democratico si fosse adoperato per impedire un’alleanza fra il re Vittorio Emanuele II e Napoleone III. Fece parte della Commissione istituita nel dicembre 1861, per redigere il primo elenco dei Mille che sbarcarono a Marsala l’11 maggio 1860. La Commissione era composta dai generali: Vincenzo Giordano Orsini, Francesco Stocco, Giovanni Acerbi, i colonnelli; Giuseppe Dezza, Guglielmo Cenni e Benedetto Cairoli, Giorgio Manin, i maggiori; Luigi Miceli e Antonio Della Palù, i maggiori; Giulio Emanuele De Cretsckmann, Francesco Raffaele Curzio e Davide Cesare Uziel, i capitani; Salvatore Calvino e Achille Argentino. La Commissione rilasciò delle autorizzazioni a fregiarsi della medaglia decretata dal Consiglio civico di Palermo il 21 giugno 1860 per gli sbarcati a Marsala. Un altro Giurì d’onore riesaminò i titoli dei componenti la spedizione e il Ministero della Guerra pubblicò un nuovo Elenco dei Mille di Marsala, nel bollettino n. 21, nell’anno 1864, in base al quale furono concesse le pensioni. Sulla base del secondo elenco fu redatto in modo definitivo il documento della Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia del 12 novembre 1878. Il prestigio del Cairoli fu grande, anche in quanto rifletteva i meriti dei quattro fratelli, tutti caduti nelle guerre risorgimentali: il padre morto in esilio, Ernesto morto tra i Cacciatori delle Alpi, Luigi morto a Cosenza, di tifo, durante la Spedizione dei Mille, Enrico morto allo Scontro di villa Glori il 23 ottobre del 1867, Giovanni morto per le ferite riportare a villa Glori. Accanto a loro anche due sorelle, Rachele (1826-1856) ed Emilia (1827-1856), alle quali pure la sorte riserva una vita breve. Esemplare fu considerato il comportamento della madre: il suo rifiuto di accettare ricompense od onorificenze di qualsiasi tipo mise la famiglia in una luce ancora migliore di fronte agli Italiani. Quando nel 1876 la Sinistra andò al potere, Cairoli, deputato sin dalla prima legislatura, quindi da 16 anni, divenne capogruppo parlamentare della maggioranza e, dopo la caduta dei governi Depretis e Crispi, il 24 marzo 1878 formò il suo primo Gabinetto che durò fino al 19 dicembre dello stesso anno. Ebbe un secondo mandato il 14 luglio 1879 che durò fino al 29 maggio 1881. Nel 1887 fu insignito del Collare dell’Annunziata, la massima onorificenza italiana. Morì l’8 agosto 1889, mentre si trovava ospite di re Umberto I nella reggia di Capodimonte, a Napoli. Contrariamente ai familiari sepolti nel Sacrario di Gropello, Cairoli ancora oggi riposa nel Cimitero di Poggioreale a Napoli. Fotografia formato 17 x 25,2. Fotografo: Montabone – Napoli. In alto ” All’egregio Sig. Giuseppe Pagani – Gropello Cairoli 1889 – Elena Cairoli”.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
    1887
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
    1887
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
    1887
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
    6 dicembre 1866
Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
    12 giugno 1861
Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’oro al valor militare
    «Come solenne attestato della Sovrana riconoscenza per la splendida  prova data al suo                           attaccamento esponendo la propria vita onde salvare Sua Maestà Umberto I dall’attentato alla Sacra       Reale Persona. Napoli, 17 novembre 1878.»
   21 novembre 1878
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
  
Medaglia civica commemorativa delle cinque giornate di Milano (1848) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia civica commemorativa delle cinque giornate di Milano (1848)
  
Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala
    «Ai prodi cui fu duce Garibaldi»
   Palermo, 21 giugno 1860
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Arc. 3086: Acerbi Giovanni (Castel Goffredo, 14 novembre 1825 – Firenze, 4 settembre 1869). Nipote dell’esploratore Giuseppe Acerbi, svolse fin dalla giovinezza un’intensa attività cospirativa. Fu arrestato per propaganda mazziniana nel 1847 a Pavia, dove frequentava la facoltà di giurisprudenza e tradotto a Milano nelle carceri di Santa Margherita sotto l’imputazione di alto tradimento. Liberato nel corso delle “Cinque Giornate” di Milano, durante le quali combatté sulle barricate, partecipò alla difesa di Venezia (1848-1849) e successivamente fu fra i cospiratori di Mantova (1850), essendone uno degli iniziali fondatori, se non addirittura il vero e proprio istitutore. Quando per sfuggire alla cattura dovette lasciare il Regno Lombardo-Veneto e riparare in Svizzera, era con don Enrico Tazzoli e Attilio Mori uno dei tre membri del Comitato Direttivo della cospirazione. Fu l’unico tra i congiurati condannati in contumacia a non essere mai amnistiato dall’Austria. A Genova collaborò con Mazzini alla preparazione del moto milanese del 1853. Nel 1859 partecipò alla guerra d’indipendenza nel corpo dei Cacciatori delle Alpi, capitanato da Giuseppe Garibaldi, col grado di Sottotenente e ne seguì le imprese. Nel 1860 fu uno dei Mille e assunse le funzioni, con Ippolito Nievo come vice, d’intendente generale della spedizione garibaldina; tale incarico gli venne rinnovato anche in occasione della Terza guerra di indipendenza italiana (1866), a cui partecipò sempre a fianco a Garibaldi come Colonnello Comandante dell’Intendenza e del 2º Reggimento Volontari Italiani dopo il defenestramento del Tenente Colonnello Pietro Spinazzi, e nella spedizione nell’agro romano dell’anno successivo. Nel corso di quest’ultimo tentativo dei garibaldini di risolvere militarmente la Questione romana, nella notte tra il 28 e 29 settembre 1867 fu al comando della colonna che diede inizio all’invasione dello Stato Pontificio. Proclamò la prodittatura in nome di Garibaldi a Torre Alfina, una frazione di Acquapendente, e occupò Viterbo dopo uno scontro con i soldati papalini, nel quale fu ferito in modo non grave. Fece parte della Commissione istituita nel dicembre 1861, per redigere il primo elenco dei Mille che sbarcarono a Marsala l’11 maggio 1860. La Commissione era composta dai generali: Vincenzo Giordano Orsini, Francesco Stocco, Giovanni Acerbi, i Colonnelli; Giuseppe Dezza, Guglielmo Cenni e Benedetto Cairoli, Giorgio Manin, i maggiori; Luigi Miceli e Antonio Della Palù, i maggiori; Giulio Emanuele De Cretsckmann, Francesco Raffaele Curzio e Davide Cesare Uziel, i Capitani; Salvatore Calvino e Achille Argentino. La Commissione rilasciò delle autorizzazioni a fregiarsi della medaglia decretata dal Consiglio civico di Palermo il 21 giugno 1860 per gli sbarcati a Marsala. Un altro Giurì d’onore riesaminò i titoli dei componenti la spedizione e il Ministero della Guerra pubblicò un nuovo elenco dei Mille di Marsala, nel bollettino n.21, nell’anno 1864, in base al quale furono concesse le pensioni. Sulla base del secondo elenco fu redatto in modo definitivo il documento della Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia del 12 novembre 1878. Fu deputato, militando nelle schiere della sinistra, per il collegio di Lendinara (Ro) nel periodo 1865-1867 e successivamente per quello di Gonzaga (Mn). Si trasferì quindi a Firenze allora capitale d’Italia e sede del Parlamento. Qui, a seguito di un incidente di carrozza che gli produsse una gangrena al piede, morì all’età di 44 anni. Fu tumulato a Castel Goffredo e sulla sua tomba campeggia la scritta: All’appello della Patria rispose sempre: Presente. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano – Parigi. 

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
  
Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala
    «Ai prodi cui fu duce Garibaldi»
   Palermo, 21 giugno 1860

Arc. 1318: Nándor Éber (nato Eberl Ferdinandus Balthasar Bartholomeus) (Budapest, 23 maggio 1825 – Budapest, 27 febbraio 1885) in costume orientale. Nacque a Buda da János ragioniere di corte e Mária Jakubicska . Studiò legalmente all’Università di Scienze di Budapest per poi avviare un’insolita carriera diplomatica studiando all’Accademia d’Oriente di Vienna. Completato il corso annuale, lavorò per alcuni mesi nel ministero degli Esteri, per poi essere nominato segretario dell’Ambasciata di Costantinopoli all’inizio del 1848. A marzo, lasciò il lavoro e tornò in patria (che si era resa indipendente). Nel 1851 andò in Inghilterra, dove studiò scienze militari. Le sue conoscenze militari, politiche e diplomatiche gli permisero di lavorare nel campo giornalistico come corrispondente del The Times in Oriente. Tra il 1853 e il 1856 partecipò alla Guerra di Crimea con i turchi. Eber giunse in Sicilia, dove nella città di Palermo il 16 luglio 1860, partecipò alla formazione della legione ungherese. Questa inizialmente contava 50 uomini che arrivarono a essere 500 volontari. La Brigata, denominata “Eber”, racchiuse tutti i combattenti stranieri e fu guidata da Eber con il grado di colonnello brigadiere e dal tenente colonnello Lajos Tukory, che cadde a Palermo il 29 maggio 1860. Passata al comando di Stefano Turr, divenuto in quei mesi governatore di Napoli, fu utilizzata per reprimere focolai di rivolta in provincia di Avellino, fino al Plebiscito. Turr fu posto in congedo nel dicembre 1861, mentre Eber aveva lasciato l’Italia nell’ottobre 1860. Dopo la campagna, si dimise dall’esercito italiano e lavorò come giornalista in Francia, Italia e Inghilterra e tornò in patria. Nel 1883 fu eletto membro del Consiglio di amministrazione delle linee ungheresi delle Ferrovie dello Stato austriache. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3357: Cristiano Lobbia in gran montura da Maggiore di Stato Maggiore (Asiago, 30 gennaio 1826 – Venezia, 2 aprile 1876).  Durante la sua carriera militare raggiunse i gradi di Colonnello del Regio Esercito, comandante dei Cacciatori delle Alpi, alto ufficiale durante la spedizione dei Mille, Generale del Genio, sottocapo di Stato Maggiore poi Capo di Stato Maggiore, Vicecomandante del corpo dei Bersaglieri e Ministro della Guerra. Grazie ai suoi servigi e alla sua lealtà verso l’Italia ottenne, oltre al pubblico elogio di Garibaldi, le croci di Savoia, della Corona d’Italia, dei Ss. Maurizio e Lazzaro e la medaglia d’argento al valore militare. In seguito, anche i titoli di Colonnello e Generale della Repubblica Francese dopo aver combattuto al fianco di Napoleone III contro la Prussia nella Guerra Franco-Prussiana. Nacque ad Asiago (città un tempo parte della Reggenza dei Sette Comuni) da Maddalena Bonomo e Giovanni Domenico; la sua famiglia era benestante e probabilmente risiedeva nella Casa Lobbia che sorgeva nei pressi del Duomo cittadino. Dotato di spiccata intelligenza, venne avviato agli studi di matematica e nel 1846 si iscrisse all’Università degli Studi di Padova, ma due anni dopo abbandonò gli studi per unirsi ai moti insurrezionali del 1848 contro l’Impero Austriaco che a quel tempo governava il Veneto, costituendo e comandando un corpo di 800 volontari da lui chiamato “Legione Cimbrica”, detta anche “dei Crociati” per via della divisa che indossavano, composta da una camicia azzurra con una grande croce rossa sul petto. La Legione Cimbrica si distinse per valore nel contenere l’avanzata delle truppe austriache, assai superiori di numero e meglio armate ed addestrate e parecchi dei volontari superstiti presero successivamente parte alla seconda guerra di indipendenza e alla Spedizione dei Mille. Ripresi gli studi e conseguita la laurea in Matematica, gli venne affidata la direzione dei lavori della nuova strada denominata Costo di Asiago, che portò a termine superando con il suo ingegno le difficoltà tecniche emerse nel corso dei lavori. Ma nel petto dello stimato professionista batte un cuore di patriota, e quando alcuni anni dopo inizia la seconda guerra di indipendenza, Cristiano Lobbia non ha esitazioni a mettersi in contatto con Garibaldi, a cui era già noto il valore del comandante legionario, che gli conferì il grado di colonnello ed il comando di un battaglione dei Cacciatori delle Alpi, alla guida del quale si distinse nuovamente per il suo valore impegnando con successo gli austriaci nel 1859 in quelle valli che, a ricordo della vittoria, portano tuttora il nome di “Lobbia Alta”, “Lobbia Media” e “Lobbia Bassa”. L’anno seguente il Lobbia parteciperà all’impresa dei Mille, anche qui distinguendosi per le sue qualità, in particolare durante la cattura della piazzaforte borbonica di Messina che gli valse la promozione sul campo a Capo di Stato Maggiore. Nel 1867 Cristiano Lobbia, una volta conclusa la sua carriera militare come vice comandante del corpo dei Bersaglieri, viene eletto deputato al Parlamento del Regno d’Italia nel collegio di Thiene tra i rappresentanti di sinistra del partito liberale. Egli si fece notare e stimare quasi immediatamente per la sua statura morale e per lo spirito battagliero che lo animava. La sua battaglia parlamentare più famosa è quella relativa allo “scandalo del Monopolio dei Tabacchi”, che scaturì dai fondati sospetti che l’approvazione parlamentare della concessione da parte del Regno ad un gruppo di imprese private del monopolio della coltivazione del tabacco e della manifattura dei prodotti da fumo fosse stata “pilotata” per mezzo di finanziamenti illeciti da parte di noti banchieri interessati nell’affare ad un nutrito numero di deputati (si parla di circa 60). Ciò diede origine nel maggio del 1869 ad una virulenta campagna di stampa, che spinse il Parlamento di Firenze, allora capitale del Regno, a nominare un’apposita commissione di inchiesta. Nel corso del dibattito parlamentare, quando sembrava ormai che la proposta di nominare la commissione stesse per essere respinta, Lobbia dichiarò in aula di essere in possesso di prove e testimonianze decisive riguardanti le tangenti pagate al deputato Giuseppe Civinini, anche lui ex garibaldino, il cui voto era stato tra quelli determinanti per l’approvazione del monopolio, mostrando agli esterrefatti deputati una busta il cui contenuto – egli disse – avrebbe provato senza ombra di dubbio le responsabilità di corrotti e corruttori. A seguito di questo clamoroso episodio la Camera votò l’istituzione della Commissione di inchiesta, alla cui presidenza venne nominato l’on. Giuseppe Pisanelli. La commissione si insediò il 1º giugno 1869, e convocò come primi testimoni Francesco Crispi e lo stesso Lobbia per il successivo 16 giugno, ma la notte precedente, mentre si recava a casa del deputato Antonio Martinati, Lobbia rimase vittima di un’aggressione da parte di uno sconosciuto in via dell’Amorino, che dapprima gli sferrò un colpo di bastone in testa e poi lo ferì con tre coltellate al petto. Grande fu l’indignazione che questo attentato suscitò nell’opinione pubblica, che vedeva nel Lobbia un paladino in lotta contro il malaffare e la corruzione dilagante. La stampa indipendente criticò l’accaduto e vi furono manifestazioni e tumulti in diverse città italiane, ed in modo particolare a Milano dove si contarono diversi feriti negli scontri con le forze dell’ordine, che operarono sequestri di giornali, scioglimenti di riunioni e numerosi arresti. Garibaldi stesso espresse la sua solidarietà a Lobbia con una sua lettera, in cui definiva “tempi borgiani” l’atmosfera in cui era maturato il delitto. Ancor più sorprendente dell’attentato a Lobbia fu il fatto che il 17 giugno il Governo, tramite un Regio Decreto, dichiarava chiusa d’autorità la sessione parlamentare, impedendo di fatto la continuazione dei lavori della Commissione parlamentare di inchiesta e la testimonianza di Lobbia. La stampa di sinistra criticò aspramente il Governo, accusandolo di voler sfuggire alle sue responsabilità, ma la stampa di parte governativa cominciò ad insinuare che l’agguato a Lobbia fosse stato simulato dallo stesso deputato per nascondere l’assoluta mancanza di prove a carico di Civinini e degli altri personaggi da lui accusati, sfruttando la circostanza che a soccorrerlo fosse stato il suo alleato Martinati, e che non vi fossero altri testimoni del fatto, dal momento che un altro uomo che aveva assistito all’episodio era morto durante l’estate in circostanze misteriose, ed il cadavere di un’altra persona, che alcuni indizi indicavano come il sospetto aggressore, venne ripescato nell’Arno. La vicenda ebbe un ovvio strascico giudiziario, ed il procedimento penale dapprima iniziato contro ignoti per l’aggressione al Lobbia, si trasformò ben presto in una trappola per il deputato veneto, grazie soprattutto all’azione del Regio Procuratore di Firenze che, per compiacenza verso il governo, accusò il Lobbia di aver messo in scena l’attentato, ottenendo il 17 novembre la condanna dello stesso e del Martinati per “simulazione di reato”. La sentenza provocò nuovo scalpore nell’opinione pubblica, ed il Lobbia, presentatosi in Parlamento indossando provocatoriamente la stessa bombetta che portava la sera in cui fu aggredito, e che presentava un incavo nel mezzo dovuto al colpo di bastone ricevuto, vide accrescersi ulteriormente la sua popolarità al punto che un intraprendente cappellaio fiorentino si mise a fabbricare e a vendere cappelli “alla Lobbia” dando così origine al famoso copricapo. Lobbia e Martinati fecero ricorso in appello, ma la condanna venne confermata. Nel frattempo era scoppiata la guerra franco-prussiana e Lobbia, avendo saputo che Garibaldi stava raccogliendo volontari per combattere i Prussiani a fianco della III Repubblica Francese, non esitò a rinunciare al mandato parlamentare per tornare nuovamente a combattere con l’Armata dei Vosgi, stavolta con il grado di generale, e partecipare valorosamente alla battaglia di Digione. Terminata la campagna bellica, Cristiano Lobbia tornò alla sua attività di ingegnere civile e nel 1872 ottenne finalmente soddisfazione dalla Suprema Corte di Cassazione, che annullò la precedente sentenza di condanna e decise un nuovo processo d’appello, celebrato presso la Corte di Appello di Lucca che si concluse nel 1875 con una sentenza di assoluzione per insufficienza di prove. Fu questa una ben magra consolazione per Lobbia, il quale, provato dalle traversie e dalle amarezze subite, si spense a Venezia pochi mesi dopo all’età di 50 anni, senza poter assistere alla nascita del suo terzo figlio, Cristiano. Nella città lagunare gli vennero tributati solenni funerali, con larga partecipazione di autorità e di pubblico come riconoscimento per i suoi sacrifici e la sua dirittura morale. Oggi è sepolto nel cimitero di Asiago tra le tombe dei cittadini illustri dell’Altopiano. Fotografia CDV. Fotografo: Laisné & Cie. – Palermo. 

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Arc. 3211: Brida di Lessolo conte Carlo in gran montura da Tenente Colonnello del Reggimento Cavalleggeri di Saluzzo mod. 6 marzo 1856 – 30 giugno 1860 (Ivrea, 30 gennaio 1824 – Monticelli d’Ongina, 23 giugno 1866). Entrato all’Accademia Militare di Torino il 1° febbraio 1836, uscì il 20 settembre 1845 Sottotenente di Artiglieria. Trasferito in Cavalleria di linea al Reggimento Piemonte Reale Cavalleria il 22 settembre 1846, venne promosso Tenente il 30 giugno 1849. il 1° agosto 1855 fu promosso Capitano nel Reggimento Savoia Cavalleria, si dimise dall’esercito il 1° aprile 1860 per arruolarsi come Maggiore di cavalleria nell’esercito Meridionale divenendo Aiutante di Campo di Garibaldi. Promosso Tenente Colonnello il 26 luglio 1860 venne confermato tale nel Corpo Volontari Italiani nel 1861. Rientrato nel Regio Esercito il 13 luglio 1862 (anzianità 27 marzo 1862) venne confermato nel suo grado di Tenente Colonnello e assegnato al Reggimento Cavalleggeri di Saluzzo. Morì di malattia a Monticelli d’Ongina (PC) il 23 giugno 1866. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
   
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Arc. G1: Achille Majocchi ( Milano 3 novembre 1821 – 1 novembre 1904). Studiò all’Università di Pavia e poi fu assunto a lavorare alla Delegazione Provinciale. Ben presto coltivò ideali mazziniani e unitari. Divenne amico di Giacomo Griziotti. Da poco laureato, partecipò all’insurrezione delle Cinque Giornate di Milano. Si arruolò volontario per il Veneto, si distinse combattendo a Mestre coi gradi di caporale e nell’agosto 1849 fu promosso ufficiale. Nel 1853 partecipò a un moto insurrezionale mazziniano e rischiò di essere impiccato al Castello di Milano. Nel 1860 partecipò alla Spedizione dei Mille. Fu aggregato allo stato maggiore col grado di tenente. Rischiò la morte a Calatafimi dove fu ferito a ad un fianco e al braccio sinistro. Subì l’amputazione di un braccio nell’ospedale di Vita. Promosso capitano, fece la convalescenza a Salemi dove intervenne nel fermare i disordini causate dalle vendette di alcuni facinorosi che avevano ucciso un agente di polizia ed un appaltatore di dazio. Il Majocchi benché mutilato affrontò da solo la turba inferocita. Per riconoscenza il comune di Salemi volle offrirgli la cittadinanza onoraria. Partecipò anche alla battaglia di Maddaloni, ebbe la Croce dell’ordine militare di Savoia, finì la campagna come tenente colonnello. Con tale grado entrò nell’esercito italiano, prima nel Corpo di Stato Maggiore delle piazze e poi come comandante militare della provincia di Cosenza. Nel 1869 fu collocato a riposo a sua domanda. Nel 1876 fu eletto al Parlamento nel collegio di Borghetto Lodigiano e dieci anni dopo fu rieletto nel collegio di Milano IV.  Fu il primo che in Parlamento rilevò le misere condizioni degli asili infantili e ne propose il passaggio dal Ministero dell’Interno a quello della Pubblica Istruzione.  Lanciò anche un appello, perché venisse soccorsa la famiglia di Giovanni Pantaleo di Castelvetrano che aveva deposto l’abito talare per combattere con Garibaldi.  Infine disgustato delle vane battaglie parlamentari si dimise da deputato. Ridotto quasi in povertà, il Governo gli diede il posto di magazziniere di Tabacchi a Torino e poi a Milano. Negli ultimi anni si ritirò a vivere presso il fratello Ferdinando, a Torre d’Isola (Roma), dove morì il 1.10.1904. La sua salma riposa a Torino. Fotografia formato 16,9 x 22,6. Fotografo: M. Torrani – Milano.

Onorificenze

Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
   1860 Combattimento di Maddaloni
Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala
   «Ai prodi cui fu duce Garibaldi»
Palermo, 21 giugno 1860
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Arc. 1450: Colonnello John Whitehead Peard (Fowey, luglio 1811 – Trenython, 21 novembre 1880). Secondo figlio del viceammiraglio Shuldham Peard e della sua seconda moglie, Matilde, figlia di William Fortescue di Penwarne, frequentò la King’s School di Ottery St Mary (Devonshire) e l’Exeter College di Oxford, laureandosi in legge. Era un giovane di grande statura e straordinaria forza fisica, buon vogatore e temuto dai teppisti per la sua abilità pugilistica. Nel 1837 divenne avvocato presso l’Inner Temple, poi fu un capitano dei ranger del Duca di Cornovaglia. Durante la sue frequenti visite in Italia rimase colpito dai modi brutali dei funzionari borbonici. Nel 1859, in occasione della seconda guerra d’indipendenza contro l’Austria, tornò in Italia per unirsi ai volontari di Giuseppe Garibaldi, ma il Ministero della Guerra rifiutò la sua domanda adducendo motivi di età. Tuttavia, il 28 aprile 1859 venne ricevuto a Torino da Cavour, al quale disse di avere le proprie armi, che si sarebbe mantenuto senza chiedere alcuna paga e che non chiedeva alcun grado militare, ma solo di battersi al fianco di Garibaldi, che ammirava e del quale condivideva gli ideali. Colpito dalle parole dell’inglese, Cavour ne accolse la richiesta e il 3 maggio 1859 Peard poté raggiungere Garibaldi a Pontestura; successivamente si distinguerà per coraggio e per abilità come tiratore. Nel 1860 si unì alla spedizione dei Mille, raggiungendo Garibaldi dopo che era sbarcato a Marsala, arrivando in Sicilia a bordo della nave Washington del gruppo della Spedizione Medici; ebbe modo di distinguersi nella battaglia di Milazzo e venne promosso al grado di colonnello, ottenendo il comando di un reparto di soldati dotati di fucili a rotazione. Peard era anche conosciuto per essere il “sosia” di Garibaldi e durante l’avanzata garibaldina accadeva a volte che Peard fosse scambiato per lo stesso generale, venendo acclamato dalle folle ad Auletta, Postiglione, Eboli e Salerno, dove quasi nessuno lo riconosceva, nonostante Peard fosse più alto di Garibaldi ed avesse la barba più lunga. La presenza di Peard, creduto Garibaldi, trasse anche in errore i comandi borbonici, che furono sviati dai falsi messaggi telegrafici inviati da Eboli da parte dello stesso Peard e dai garibaldini Fabrizi e Gallenga: tali messaggi inducevano a credere che i garibaldini fossero presenti in gran numero e i che i borbonici del generale Cardarelli stessero passando dalla loro parte. I falsi messaggi telegrafici e la supposta presenza del vero Garibaldi a Eboli furono così convincenti che i borbonici decisero di ritirarsi da Salerno, dove il Peard come al solito fece poi il suo ingresso trionfale, senza essere riconosciuto, tranne da un ufficiale che gli mormorò all’orecchio la sua vera identità. Peard accompagnò le truppe di Garibaldi anche nell’avanzata verso la città di Napoli e successivamente assunse il comando della Legione Britannica, composta di circa 600 volontari (Garibaldi Excursionists) e sbarcata a Napoli il 15 ottobre 1860 dalle navi Emperor e Milazzo; la Legione Britannica prese parte ad alcuni combattimenti contro l’esercito borbonico. Per i servigi resi alla causa dell’Italia unita Peard fu decorato da Vittorio Emanuele II con la medaglia al valore e fu da quel momento conosciuto in tutta l’Inghilterra come ‘l’inglese di Garibaldi. Al ritiro di Garibaldi a Caprera, Peard ritornò in Inghilterra; quando Garibaldi visitò l’Inghilterra, andò a rendere visita al suo vecchio compagno a Penquite sul fiume Fowey il 25-27 aprile 1864. Peard fu giudice di pace e dottore in legge per la Cornovaglia e nel 1869 rivestì la carica di sceriffo, con funzioni amministrative e giudiziarie. Era anche un massone di primo piano, divenuto Past Grand Master di Cornovaglia il 26 agosto 1879. A East Teignmouth, Devonshire, il 7 giugno 1838 sposò Catherine Augusta, figlia del reverendo William Page Richards, già preside della scuola di Blundell, Tiverton, che gli sopravvisse. Peard morì il 24 novembre 1880 e fu sepolto nel cimitero di Fowey; al Gianicolo di Roma è stato dedicato un busto in marmo al “garibaldino inglese”. Fotografia CDV montata su cartoncino 7,8 x 11,4. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
   12 giugno 1861
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Arc. 1057: Giuseppe Sìrtori (Monticello Brianza, 17 aprile 1813 – Roma, 18 settembre 1874). Capo di Stato Maggiore di Garibaldi lungo l’intera spedizione dei Mille e ultimo comandante dell’Esercito meridionale. Come generale nel Regio Esercito combatté con valore a Custoza e fu cinque volte deputato. La sua movimentata esistenza racchiude l’intero spettro delle possibili evoluzioni politiche del lungo Risorgimento italiano. Nacque a Monticello Brianza nel 1813, in una casa ancora esistente, nella frazione di Casatevecchio, a due passi dall’Istituto Greppi, da una famiglia borghese, con sette figli. Avviato alla carriera ecclesiastica, superò con lode gli esami al seminario di Monza, venendo ordinato sacerdote nel 1838. Confratello della Congregazione degli Oblati di Sant’Ambrogio. Nel 1842, ottenne dall’Autorità Ecclesiastica e dal padre il permesso di recarsi a Parigi, grazie all’aiuto economico paterno, per perfezionare i propri studi di teologia e filosofia, materie poi abbandonate per la medicina. Così come non si conosce esattamente la parte che ebbe a Parigi, tanto meno si conoscono le circostanze che lo spinsero al rientro in Italia. Certamente la situazione era in ebollizione: dopo l’insurrezione di Palermo, la costituzione era stata concessa a Napoli il 27 gennaio, lo statuto l’11 febbraio a Firenze, il 4 marzo a Torino ed il 14 marzo a Roma. L’irrequieto Sirtori, ormai trentacinquenne, pensò di non perdere l’occasione. Non partecipò alle cinque giornate di Milano, ma vi giunse d’appresso. Vi era, certamente, il 7 aprile e si segnalava come fervente mazziniano e, quindi, contrario alla unione della Lombardia al Regno di Sardegna. Quando, il 12 maggio, venne votato il plebiscito per l’annessione al Piemonte, si comportò di conseguenza, presentando regolare domanda per entrare in una brigata di volontari lombardi. In tali raggruppamenti difettavano quadri addestrati e gli ufficiali venivano eletti dalla truppa: Sirtori poté, forse, far valere la sua recente esperienza a Parigi, certamente l’eloquenza esercitata nei suoi anni da prevosto e venne eletto capitano. Il battaglione di volontari lombardi venne inviato dal Governo Provvisorio di Lombardia alla difesa di Venezia e Sirtori lo seguì. Gli austriaci, dopo aver definitivamente sconfitto i piemontesi a Novara, ripreso Brescia e “normalizzato” l’intero territorio, si volsero, allora, contro l’unica grande superstite, Venezia. Sirtori venne nominato membro di una commissione militare, insieme ad Ulloa ed a Baldisserotto, di cui Pepe assunse la presidenza onoraria. Il 20 marzo combatté con i volontari lombardi ed i soldati pontifici alla strenua difesa del campo trincerato di Conche, ad ovest di Chioggia. Si ritirò ed il 22 guidò i sopravvissuti alla riconquista, ricacciando gli austriaci di là dalla Brenta. Si distinse alla difesa di Forte Marghera e fu tra gli ultimi a lasciare il forte, con Ulloa, garantendo il trasporto dei feriti. Poco dopo raggiunse Forte San Giuliano, evacuato insieme a Forte Marghera, preparò una trappola di esplosivi che decimò il primo reparto austriaco, dei cacciatori della Stiria, che si avvicinarono al forte. Il 1º agosto guidò una sortita dal Forte Brondolo che costrinse gli austriaci alla fuga, lasciando 200 vacche. Un bottino preziosissimo, considerato lo stato di penuria in cui versava la città. Il 6 agosto approvò l’affidamento della dittatura a Manin e l’avvio di trattative di resa. Nel marzo 1860, venne eletto deputato al parlamento di Torino del nuovo Regno di Sardegna per il collegio di Missaglia, allora Provincia di Como e, per procurarsi un abito adeguato, fu costretto a chiedere aiuto ad uno dei fratelli ai quali poteva, finalmente, riavvicinarsi. Fu allora che il generale Garibaldi, il quale andava preparando la spedizione dei Mille, lo volle accanto a sé e lo imbarcò nella prima spedizione, partita da Quarto la sera del 5 maggio. Nella sosta di Talamone, durante il viaggio dei Mille verso Marsala, Garibaldi riorganizzò la piccola truppa, dividendolo in due “battaglioni”, assai ridotti in verità. Li affidò a Bixio ed al siciliano Carini. I due altri noti militari che aveva a disposizione (Sirtori e Türr) divennero, rispettivamente, capo di stato maggiore e aiutante di campo. Nella marcia da Marsala a Calatafimi, a Salemi, si occupò di dare un primo ordinamento alle squadre di volontari siciliani che si aggregavano per via: li battezzò “Cacciatori dell’Etna”. Il 15 maggio 1860, a Calatafimi, si batté con grande valore e fu ferito ad una gamba. Ad uno dei fratelli scrisse di aver salvato Garibaldi e la bandiera dai borbonici. Il 29 maggio, durante l’insurrezione di Palermo, insieme al Carini fermò l’ingresso in città di Bosco e di Von Mechel, sino a che questi venne raggiunto da emissari del tenente generale Lanza che gli comunicavano come fosse in vigore una tregua d’armi. Venne ferito e promosso generale. Scrisse al fratello: “Garibaldi deve la presa di Palermo a me”. Il 19 luglio fu nominato segretario di Stato alla guerra nel governo dittatoriale succedendo a Vincenzo Orsini. Il 19 luglio Garibaldi, imbarcandosi a Palermo per portarsi a Milazzo, lo nominò prodittatore in Sicilia. Il 22 luglio, due giorni dopo la battaglia di Milazzo lo richiamò con sé, e nominò prodittatore Depretis. A Napoli il 14 settembre Garibaldi emana un Decreto cha nomina il generale Sirtori Prodittatore delle province napoletane. Il 1º- 2 ottobre, alla battaglia del Volturno comandava la divisione di riserva e la mosse, al tempo ed ai luoghi giusti, contro la colonna Perrone, bloccandone a marcia verso Caserta e, quindi, l’aggiramento del fronte garibaldino, contribuendo in misura decisiva alla vittoria. Passarono invece nell’esercito regolare i migliori generali garibaldini: Medici, Cosenz, Bixio e lo stesso Sirtori. Nel febbraio 1861 era stato eletto deputato del Regno d’Italia (lo restò per 4 legislature, fino alla morte). In un primo tempo, il 12 giugno 1861 vennero insigniti del titolo di Commendatore dell’Ordine Militare d’Italia. Successivamente, nel marzo 1862, vennero trasferiti nell’esercito italiano con il grado portato dell’Esercito meridionale, nel caso del Sirtori quello di tenente generale. Negli anni successivi gli venne affidato un comando di divisione. Nel 1866, allo scoppio della Terza guerra di indipendenza era comandante della 5ª divisione, aggregata al 1º Corpo d’armata di Durando e si batté con valore a Custoza, il 24 giugno 1866. Seppur deputato per 4 legislature, non fu mai nominato dal Re senatore, come accadde, invece, ai suoi commilitoni Medici e Cosenz. Negli ultimi anni, da comandante di divisione ad Alessandria, si distinse per il proprio sostegno alla erezione a Milano di un monumento a Napoleone III, entrando in polemica con molti ex-garibaldini che ricordavano assai più Mentana che Solferino. Ciò gli valse la perdita di molti amici, fra i quali Ernesto Teodoro Moneta. Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
   Campagna del 1860
Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala
   «Ai prodi cui fu duce Garibaldi»
Palermo, 21 giugno 1860
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Arc. 2120: Giovanni Nicòtera (Sambiase, 9 settembre 1828 – Vico Equense, 13 giugno 1894). Aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini; combatté a Napoli il 15 maggio 1848 e quindi insieme a Garibaldi durante la Repubblica Romana nel 1849. Dopo la caduta di Roma si rifugiò in Piemonte, dove organizzò la fallita spedizione di Sapri con Carlo Pisacane nel 1857. Nicotera, gravemente ferito e arrestato, fu portato in catene a Salerno, dove venne processato e condannato a morte. La pena fu tramutata in ergastolo. Prigioniero a Favignana, fu liberato nel 1860 per l’intervento di Garibaldi. Inviato per conto di questi in Toscana, formò un corpo di volontari per tentare di invadere lo Stato Pontificio, tuttavia esso fu costretto al disarmo e allo scioglimento da Ricasoli e Cavour. Il gruppo di Nicotera si componeva di 2.000 volontari che avrebbero dovuto congiungersi con i 6.000 di Pianciani, che a loro volta avrebbero dovuto sbarcare nel nord del Lazio, quindi i due gruppi avrebbero dovuto congiungersi con altri circa 1.000 volontari provenienti dalla Romagna verso le Marche, formando una spedizione per un totale di circa 9.000 volontari per puntare verso sud, prendendo l’esercito borbonico in una manovra cosiddetta tenaglia. Tale piano non ebbe però pratica attuazione in quanto Cavour indirizzò la spedizione verso la Sardegna e poi verso Sud. Nel 1862 fu al fianco di Garibaldi sull’Aspromonte e quindi, nel 1866, comandò il 6º reggimento volontari nella Terza guerra d’indipendenza contro l’Austria. L’anno seguente entrò in territorio pontificio da sud ma la sconfitta di Garibaldi a Mentana pose fine all’operazione. Fin dal 1860 aveva anche intrapreso un’attività politica, pubblicando articoli su un giornale, Il popolo d’Italia, al quale collaborava anche Aurelio Saffi; per un decennio fu su posizioni di estrema opposizione; dal 1870 iniziò tuttavia ad appoggiare le riforme militari di Ricotti-Magnani. Massone, nel 1864 fu eletto membro del Grande Oriente d’Italia dall’Assemblea costituente di Firenze, dove nel 1867 fu membro della Loggia “Universo”. Nel 1869 fu Maestro venerabile della Loggia “Rigenerazione” di Napoli e nel 1872 fu eletto membro del Consiglio dell’Ordine. Con l’arrivo al governo della Sinistra storica, nel 1876, divenne ministro dell’Interno nel primo governo Depretis, incarico che esercitò con particolare fermezza. Fu costretto alle dimissioni nel dicembre 1877; formò quindi la “pentarchia”, con Crispi, Cairoli, Zanardelli e Baccarini, in opposizione a Depretis. Tornò al governo, sempre come ministro dell’Interno, nel 1891, con il primo governo di Rudinì. Durante questo incarico reintrodusse la circoscrizione uninominale, si oppose alle agitazioni socialiste e propose invano l’adozione di severe misure repressive contro le banconote false stampate dalla Banca Romana. La sua permanenza al governo terminò con la caduta di Rudinì, nel maggio 1892. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2120: Giovanni Nicòtera (Sambiase, 9 settembre 1828 – Vico Equense, 13 giugno 1894). Fotografia CDV. Fotografo: Hodcend  Degoix – Genova.

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Arc. 2841: Fabrizzi Luigi in gran montura da Colonnello dei Bersaglieri probabilmente del Corpo Volontari Italiani poiché non risulta fra i comandanti dei Bersaglieri del Regio Esercito Italiano ( Modena 1812 – Pisa 1865). Caporale della Gurdia Nazionale di Modena nel 1831, partecipò alla campagna del 1848 e il 10 aprile dello stesso anno era Sottotenente di Stato Maggiore dell’esercito pontificio in Veneto. Il 18 aprile 1848 venne promosso Tenente e il 19 luglio 1848 fu Aiutante di Campo di Garibaldi in Lombardia. Il 28 febbraio 1849 fu Capitano nel Battaglione Italiano in Toscana e l’8 maggio 1849 passò alla Repubblica Romana come Capitano di Stato Maggiore; il 28 giugno ottenne il grado di Maggiore. Dal 22 novembre 1855 all’11 settembre 1856 passò come Capitano di Fanteria nel 1° Reggimento Anglo-Italiano. Il 30 agosto 1860 fu comandante delle Forze Insurrezionali della Provincia di Salerno e il 22 settembre venne promosso Colonnello Brigadiere dell’Esercito Meridionale Comandante della Brigata Fabrizzi. L’8 agosto ottenne il grado di Colonnello di Fanteria e il 27 marzo 1862 passò come Colonnello di Fanteria nel Regio Esercito Italiano a disposizione del Ministero. Il 16 maggio 1863 fu in ritiro. Nella foto è ritratto col braccio ferito a Capua il 29 ottobre 1860 dove meritò la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al Valor Militare
    Capua 29 ottobre 1860
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Arc. 2409: Narciso Bronzetti sul letto di morte con la sua uniforme da Maggiore del I Battaglione dei Cacciatori delle Alpi. (Cavalese, 5 giugno 1821 – Brescia, 17 giugno 1859). Primogenito di Domenico Bronzetti (Roverè, 24 febbraio 1786 – Genua, 8 marzo 1876) e Caterina Strasser (Bronzoll, 25 novembre 1795 – Genua 20 febbraio 1867) si trasferì ancora bambino a Mantova, dove il padre era stato destinato come impiegato pubblico. Compiuti gli studi nella città virgiliana, si arruolò nei Cacciatori tirolesi. Si congedò dall’esercitò austriaco nel 1847all’approssimarsi del fatidico 1848. Partecipò ai moti mantovani, ma costretto alla fuga si unì alla colonna mantovana di bersaglieri, costituita in massima parte da volontari della stessa città tra i quali il conte Giovanni Arrivabene. Partecipò alla prima battaglia di Governolo il 24 aprile meritandosi la promozione al grado di sottotenente. Dopo la sconfitta di Carlo Alberto riparò in Piemonte. Nel marzo del 1849 con il fratello Pilade si arruolò nel 6º battaglione bersaglieri al comando di Manara. I fratelli Bronzetti quindi combatterono in difesa della Repubblica romana, distinguendosi particolarmente nei combattimenti di Porta San Pancrazio Nel 1859 con lo scoppio della seconda guerra di indipendenza si arruolò come capitano nei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi accanto al fratello Pilade, tenente. Combatté a Varese, a San Fermo, a Laverno nel frattempo venendo promosso di grado. Narciso Bronzetti, maggiore del 1º reggimento Cacciatori delle Alpi, morì il 17 giugno a Brescia in seguito a ferite riportate nel combattimento di Treponti. Anche lo zio paterno, Carlo Giuseppe Bronzetti, era militare, prima austriaco poi bavarese, come il cugino Ignaz Heinrich Bronzetti, che è stato generale nell’esercito bavarese. Fotografia formato 12,2 x 17. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia d’Argento al Valor Militare
   Combattimento di Tre Ponti 15 giugno 1859
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Arc. 2409: Retro della foto di Narciso Bronzetti. Fotografia formato 12,2 x 17. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2868: Fanteria: Bandi Giuseppe in piccola montura da Maggiore del 44° Reggimento Fanteria Brigata Forlì (Gavorrano 15 luglio 1834 – Livorno 1° luglio 1894). I successivi incarichi del padre, un importante ufficiale governativo del Granducato di Toscana, portano la famiglia di Giuseppe in varie città toscane. Giuseppe studia ad Arezzo e Lucca. Dopo il diploma si iscrive all’Università di Pisa e poi a quella di Siena dove si laurea in legge ed inizia la sua attività politica diventando segretario locale della Giovine Italia di Mazzini. Questa simpatia politica gli causa un primo arresto nel 1857 e l’espulsione dal Granducato nell’anno successivo. Per aver favorito la latitanza di tre mazziniani ricercati, viene arrestato e condannato, il 1º settembre 1858, a un anno di reclusione da scontare nel carcere di Portoferraio: ne esce il 27 aprile 1859, dopo la fuga dalla Toscana di Leopoldo II. Il 15 maggio 1859 si arruola volontario come Sottotenente nel 1° Battaglione Volontari Toscani e il 1° gennaio 1860 passa al 34° Reggimento Fanteria dell’Esercito della Lega poi passato all’Esercito Sardo. Il 2 maggio 1860 è nel 9° Reggimento Fanteria e il 5 dello stesso mese parte con Garibaldi e i Mille da Quarto. Il 7 maggio viene nominato Aiutante di Campo di Garibaldi e il 25 giugno viene promosso Capitano nel 5° Reggimento della 1^ Brigata della 16^ Divisione. Il 1° novembre 1860 è promosso Maggiore nel 2° Reggimento della 17^ Divisione dell’Esercito Meridionale. Il 12 giugno 1861 è Maggiore del Corpo Volontari Italiani e il 27 marzo 1862 viene messo in aspettativa dal Regio Esercito Italiano. Il 16 aprile 1862 viene ammesso al 1° Reggimento Granatieri di Sardegna e il 26 ottobre 1863 passa al 44° Reggimento Fanteria dove rimane fino al 20 settembre 1868 quando viene trasferito al 46° Reggimento Fanteria della Brigata Reggio; il l 26 febbraio 1870 viene congedato. Fece sempre parte del Consiglio di Disciplina e del Tribunale Militare. Lasciato l’esercito, a Firenze, si dedica al giornalismo; dopo aver collaborato a diversi giornali, nel 1872 è posto alla direzione della Gazzetta Livornese, quotidiano conservatore in concorrenza con l’Eco del Tirreno, settimanale espressione delle forze democratiche. Nel 1876 acquisisce la proprietà del giornale livornese: su ordine di Agostino Depretis, appoggia la candidatura parlamentare del ministro della Marina Benedetto Brin, appoggiato dagli industriali che si attendono dal Brin importanti commesse. Nel 1877 fonda anche il quotidiano della sera Il Telegrafo (attuale Il Tirreno), monopolizzando così l’informazione della città, la cui economia è in mano dell’amico ed ex garibaldino Luigi Orlando. Scrive numerosi romanzi, nel genere storico-guerrazziano, che pubblica a puntate nelle appendici dei suoi e di altri giornali, mentre la prosa dei suoi articoli giornalistici è spesso violentemente polemica. Nel 1879, l’inviato a Livorno della Gazzetta d’Italia, Gino Ferenzona, scrive due opuscoli contro Garibaldi e, il 17 aprile, un articolo contro Bandi e i garibaldini. Il 18 aprile Bandi risponde qualificandolo «provocatore» e scrivendo che «se il signor Ferenzona è stanco di vivere, picchi a un altro uscio». Il giorno dopo il Ferenzona viene trovato assassinato; il Bandi è sospettato ma le indagini non individuano alcun colpevole e il delitto rimarrà impunito. Continua, dalle colonne dei suoi giornali, una decisa lotta politica contro socialisti e anarchici, dai quali riceve lettere di minaccia. Subito dopo l’assassinio, avvenuto il 24 giugno 1894 a Parigi, del Presidente della Repubblica francese Marie François Sadi Carnot per mano dell’anarchico italiano Sante Caserio, il Bandi attacca chi ritenga che siano le ingiustizie sociali a generare la violenza politica. Il 1º luglio 1894 viene pugnalato a morte a Livorno, mentre in carrozza scoperta si dirige al giornale, dall’anarchico Oreste Lucchesi. Questi, insieme al complice Amerigo Franchi, viene arrestato il 15 luglio e condannato a 30 anni di reclusione; il mandante del delitto, Rosolino Romiti, è condannato all’ergastolo. È noto soprattutto per essere l’autore di uno dei capolavori della letteratura garibaldina, I Mille, da Genova a Capua, pubblicato postumo nel 1902: una delle testimonianze più appassionanti sull’epopea garibaldina, un’opera di sapore popolaresco, vigorosa e asciutta. Fotografia CDV. Fotografo: P. Lombardi – Siena. Autografa e datata 1863.

Onorificenze

Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
  
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
  
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
 
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Arc. 1413: Malachia De Cristoforis (Milano, 9 novembre 1832 – Milano, 28 dicembre 1915) in montura di via da Tenente Medico. Nacque a Milano da una nobile famiglia di origini varesine. Il padre Giovanni Battista, abitava al tempo della sua nascita nell’attuale Via Manzoni 31, dove morì nel 1838, quando Malachia aveva appena 6 anni. La madre Adelaide Rota Vezzoli, oltre a lui crebbe altri otto figli, nel 1839 lo mette in collegio all’Istituto Boselli, molto rinomato all’epoca per la sua disciplina. Giovanni Visconti Venosta, anche lui allievo dell’istituto, così lo descrive nei suoi ricordi: magro, pallido, due grandi mani gonfie, rosse per i geloni e sanguinolenti. A 16 anni partecipa indirettamente alle Cinque giornate di Milano, aiutando la madre a fondere in cucina i proiettili di piombo, mentre il fratello maggiore Carlo combatteva sulle barricate. Dopo aver superato brillantemente gli esami come privatista nel Liceo di Porta Nuova, nel novembre del 1850 si iscrive all’Università di Pavia al primo corso di Medicina. Gli anni dell’Università furono cruciali per il suo sviluppo umano e professionale, tra i suoi professori ci furono, Teodoro Lovati, Bartolomeo Panizza, Angelo Vittadini, Luigi Scarenzio, Antonio Pignacca, Francesco Flarer e Camillo Platner. Il 25 aprile 1856 si laurea brillantemente in medicina, con una tesi sulle deviazioni uterine e la loro cura, e il seguente 6 agosto si laurea in chirurgia. Nel 1859 si arruola volontario nei Cacciatori delle Alpi di Giuseppe Garibaldi ed è ufficiale medico nel corpo sanitario diretto da Agostino Bertani nella seconda guerra d’indipendenza. Il 27 maggio 1859, nella battaglia di San Fermo, si vide morire tra le braccia il fratello Carlo, che non vedeva dal 1853, quando a seguito dei moti di Milano del 1853, fu costretto a fuggire all’estero. Nel 1860, non riuscì ad imbarcarsi con Garibaldi da Quarto, ma lo seguì con la spedizione Medici del 10 giugno, e fu il braccio destro di Bertani, organizzatore della spedizione. Nella battaglia di Milazzo del 25 luglio fu in prima linea, vide dalle ambulanze la fine di circa 600 uomini, e nella battaglia del Volturno, si guadagnò la medaglia d’argento al valore militare, salvando due feriti sul campo di battaglia insieme a Jessie White. Nella Campagna del 1866 fu ancora con Garibaldi, come capitano medico del corpo sanitario ancora diretto da Agostino Bertani, e meritò un’altra medaglia, dell’Ordine militare di Savoia, fu l’ultima impresa militare a cui prese parte. Nel 1866 venne nominato medico aiutante all’Ospedale Maggiore di Milano e nel 1867 medico primario, dopo un regolare concorso. Nel 1868 pubblicò presso l’editore Vallardi un importante lavoro di traduzione del trattato di ginecologia dell’inglese Charles West, arricchendolo di precisazioni, aggiunte e disegni non presenti nel testo inglese. Il volume fu dedicato a Salvatore Tommasi, celebre clinico napoletano contrario a tutti i dogmatismi che fino ad allora avevano operato in ginecologia. Nel 1873 si dimise dall’Ospedale Maggiore, per operare in proprio. Nel 1875 divenne direttore degli Annali universali di medicina, che diresse fino al 1878. Nel 1875, in data 22 gennaio, è costruito presso il Cimitero Monumentale il primo crematorio d’Europa, voluto dalla Massoneria in contrasto con le autorità ecclesiastiche che invece osteggiavano aspramente quella pratica. Malachia De Cristoforis sarà nominato Presidente della Società di cremazione, fondata nel 1876. Nel 1883 divenne libero docente di medicina nell’Università di Napoli. Nel 1898 partecipò alla fondazione del giornale milanese Il Tempo, di indirizzo democratico radicale, del quale fu azionista. Dal 1890 al 1897 diresse il Giornale delle levatrici. Nel 1906 presiedette il primo convegno internazionale per le malattie del lavoro, che si svolse a Milano, durante il quale furono poste le basi per la istituzione della Commissione internazionale per le malattie professionali, della quale fu presidente, con Luigi Devoto come vicepresidente. Nel 1907 presiedette il primo convegno nazionale delle malattie del lavoro, a Palermo. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano.

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Arc. 663: Francesco Nullo (Bergamo, 1º marzo 1826 – Krzykawka, 5 maggio 1863). Figlio di Arcangelo e Angelina Magno, personaggio di grande coraggio, visse nel XIX secolo e legò il suo nome a numerose imprese patriottiche in Italia e Polonia. Di famiglia agiata, era commerciante di tele di lino e possedeva una fabbrica di tessuti. Partecipò, coi suoi due fratelli, a fianco della popolazione milanese nelle barricate delle cinque giornate di Milano, durante i moti del 1848, fatto che gli causò numerosi problemi con la polizia austriaca. Arruolatosi nei Corpi Volontari Lombardi del generale Michele Allemandi nel mese di aprile prese parte alla sfortunata invasione del Trentino. Animato da profondo spirito patriottico, si unì nel 1859 a Garibaldi nelle file dei Cacciatori delle Alpi per combattere contro gli austriaci. Ma l’impresa per la quale passò alla storia fu la spedizione dei Mille. Nullo si occupò personalmente dell’arruolamento dei volontari nella propria città che, visto il grande numero di adesioni, si poté fregiare dell’appellativo di Città dei Mille. Inoltre si dice che, grazie alla sua attività nel campo dei tessuti, fornì le camicie rosse utilizzate dai garibaldini nella spedizione. La spedizione dei Mille lo vide protagonista di atti di valore, tanto che fu lui a piantare il primo tricolore a Palermo, il 27 maggio 1860. Ebbe una carriera militare assai veloce, che lo vide passare dal grado di capitano (dopo il suo ferimento a Calatafimi) a quello di tenente colonnello, per terminare a quello di generale. Nel 1862 venne arrestato con altri 123 garibaldini mentre organizzava una spedizione per la liberazione del Veneto, ricordata come fatti di Sarnico. Continuò ad essere fedele compagno di Garibaldi anche nella seconda spedizione in Sicilia con lo scontro d’Aspromonte. In questa occasione Nullo, il 3 luglio a Palermo, fu affiliato alla massoneria di rito scozzese (nella Loggia “I Rigeneratori del 12 gennaro 1848 al 1860 Garibaldini”, della quale era Maestro Venerabile Emanuele Sartorio) insieme agli altri componenti dello Stato Maggiore garibaldino (Giacinto Bruzzesi, Pietro Ripari, Enrico Guastalla, Giuseppe Guerzoni, Giovanni Chiassi, Giovanni Basso, Giuseppe Nuvolari, ed altri ufficiali). Dopo la caduta del governo Rattazzi, a causa della generale indignazione per i fatti d’Aspromonte, il nuovo primo ministro Farini incoraggiò Nullo a formare una legione di volontari per intervenire al fianco degli insorti polacchi contro la dominazione russa, assicurando il proprio intervento presso il Re, affinché dichiarasse guerra all’Impero russo. Malgrado la caduta di Farini (che aveva minacciato il re con un coltello durante un consiglio dei ministri manifestando i segni di un disturbo psichico) Nullo riuscì a partire per la Polonia, alla testa di una formazione raccogliticcia di circa 600 volontari italiani e francesi, tra i quali una sessantina di camicie rosse. Durante il viaggio di trasferimento, si aggregarono alla legione franco-italiana anche piccoli gruppi di cacciatori polacchi in esilio e gli Zuavi della Morte, guidati dal tenente François Rochebrune. La Legione varcò i confini della Polonia del Congresso il 3 maggio 1863 presso Krzeszowice. Quel giorno venne ingaggiata la prima battaglia del gruppo in Polonia a Podłęże, dove sconfisse una pattuglia zarista. Successivamente, il 5 maggio 1863 la Legione prese parte nella battaglia di Krzykawka, dove insieme agli Zuavi della Morte subì pesanti perdite; Nullo cadde in battaglia trafitto da un proiettile cosacco, avendo solo il tempo di sussurrare, in dialetto bergamasco: Só mórt! (“sono morto”). Nonostante l’inesperienza degli insorti polacchi, si batté con un coraggio tale da creare attorno a sé un alone di invulnerabilità e guadagnarsi l’ammirazione di tutti. Nello stesso scontro altri italiani furono fatti prigionieri e deportati in Siberia, tra cui Giovanni Rustici, e insieme a Nullo fu ferito anche Stefano Elia Marchetti, che fu poi trasportato a casa di un capitano austriaco, vicino al confine della Polonia austriaca, a Chrzanów, dove morì sei giorni dopo a causa delle ferite riportate. Nullo è stato sepolto a Olkusz, in Polonia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuti.

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Arc. 663: Francesco Nullo (Bergamo, 1º marzo 1826 – Krzykawka, 5 maggio 1863). Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2124: Alberto Mario (Lendinara, 4 giugno 1825 – Lendinara, 2 giugno 1883). Discendente da una nobile famiglia di origine ferrarese stabilitasi da molto tempo a Lendinara, Alberto, giovane studente all’Università di Padova, l’8 febbraio 1848 partecipa attivamente alle manifestazioni, tanto da essere costretto a riparare a Bologna, dove si unisce agli studenti volontari aggregati alle truppe di Pio IX. Combatte contro gli austriaci a Bassano del Grappa, Treviso e Vicenza. Dopo il fallimento della campagna ripara a Milano dove conosce Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Negli anni che vanno dal 1849 al 1857, Mario soggiornò a lungo a Genova insieme agli altri patrioti in esilio. Dopo aver passato alcuni mesi nel carcere di Sant’Andrea a Genova per il fallimento dei progetti rivoluzionari, Mario si trasferì a Londra dove nel 1858 sposò Jessie White, giornalista corrispondente del London Daily News. Con la moglie intraprese una serie di viaggi che lo portarono anche negli Stati Uniti dove perorò la causa risorgimentale. Tornato in Italia, dopo aver passato qualche giorno in prigione, fu espulso dal Regno di Sardegna e riparò a Lugano, dove si trovavano Mazzini e Carlo Cattaneo. Lì Mario assunse la direzione dell’organo mazziniano Pensiero ed azione. Mario, con la moglie, riuscì ad imbarcarsi per la Sicilia per raggiungere Garibaldi con la seconda spedizione capitanata da Medici. Convinto federalista, Mario teorizzava la necessità di abbattere le “satrapie burocratiche” del centralismo italiano, allo scopo di realizzare una legislazione articolata, adatta a garantire l’autogoverno di istituzioni decentrate come regioni e comuni. Passato in Calabria ebbe il compito di reprimere le rivolte dei contadini fedeli ai borboni. Nel 1862, Mario scrisse La camicia rossa, memoriale sulla spedizione dei Mille pubblicato in lingua inglese. Partecipò alla campagna del 1866 al comando di alcune unità di flottiglia sul Lago di Garda. Nel 1867 fu con Garibaldi a Monterotondo e a Mentana. Compiutasi l’unità d’Italia, si dedicò a tempo pieno al giornalismo: diresse «La Provincia di Mantova» (1872-74), la «Rivista Repubblicana» (1878-79), la «Lega della Democrazia» (1880-83) sempre su posizione federaliste, seguace di quel Cattaneo che aveva celebrato nel 1870, a un anno dalla morte, con un libro dal titolo significativo, “La mente di Carlo Cattaneo“. Dal 1862 al 1866 risiedette a Bellosguardo, vicino a Firenze e dopo l’annessione del Veneto, si ristabilì nella natia Lendinara, dove morì il 2 giugno 1883. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Vianelli – Venezia.

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Arc. 873: Agostino Bertani (Milano, 19 ottobre 1812 – Roma, 30 aprile 1886). Formatosi all’Università degli Studi di Pavia come allievo del Collegio Borromeo, fu medico-chirurgo all’Ospedale Maggiore di Milano, a partire dal 1840; nel 1842 fondò la Gazzetta Medica. Amico di Mazzini, e ancor più di Cattaneo, fu tra i preparatori e i partecipanti alle Cinque giornate di Milano (1848); da allora e in seguito fu organizzatore indefesso dell’assistenza ai feriti in quasi tutti i più importanti avvenimenti militari nella Penisola italiana. Nel 1849 fu a Roma a sostenere la Repubblica romana, prestando servizio come medico, e si ritrovò a curare Goffredo Mameli, ferito alla gamba sinistra durante un assalto alla baionetta nell’Assedio di Roma. La ferita sembrava leggera, ma si sviluppò una grave infezione che costrinse Bertani ad amputare la gamba, invano, poiché l’infezione fu fatale a Mameli. Tuttavia, come ricordo dell’assistenza prestata, la madre di Mameli volle donare ad Agostino Bertani una teca con una ciocca dei capelli del figlio. Dopo aver riparato in esilio in Svizzera, Bertani si trasferì a Genova ove costituì, con l’approvazione di Mazzini, un “Comitato militare” per l’indipendenza e l’Unità d’Italia. Fu eletto deputato nella VII legislatura del Regno di Sardegna. Pur restando fedele ai suoi principi repubblicani, nel 1859 dichiarò con i suoi amici esuli di dare leale appoggio al governo piemontese. Partecipò alla Seconda guerra d’indipendenza come ufficiale medico nel corpo dei volontari di Garibaldi. Nel 1860 seguì l’Eroe dei due mondi a Palermo e a Napoli. Ebbe un ruolo importante nel raccogliere cinque spedizioni in aiuto ai garibaldini, occupandosi anche di ottenere gli aiuti economici e rivestendo la qualifica di “segretario generale” che controfirmava i decreti del dittatore Garibaldi. In questa sua attività suscitò tuttavia sia l’avversità di Cavour, che lo riteneva contrario all’annessione diretta al regno di Sardegna, sia dei generali garibaldini. Fu sostituito pertanto dal Pallavicino. Nel 1861 fu eletto al Parlamento del Regno d’Italia, ove sedette nei banchi della Sinistra storica, coinvolto in aspre polemiche. Si oppose alla spedizione di Garibaldi del 1862 verso Roma, anche se rimase amico di Garibaldi e fu nuovamente al suo fianco nell’Invasione del Trentino, con la responsabilità del servizio medico; combatté nella battaglia di Mentana del 1867. Dopo la presa di Roma nel 1870 divenne sempre più il riferimento in Parlamento della Sinistra extraparlamentare repubblicana e mazziniana. S’impegnò nella conciliazione tra le istanze repubblicane e un’evoluzione della monarchia in senso democratico. Pur mantenendo l’ideale repubblicano, Bertani era contrario all’astensionismo propugnato dalla maggior parte dei seguaci di Mazzini, e ritenne sempre prioritario condurre la lotta democratica nel quadro delle istituzioni, senza alcuna pregiudiziale istituzionale. Dopo essersi opposto ai governi della Destra storica, Bertani prese le distanze anche dalla Sinistra di Agostino Depretis – di cui condannava sul piano politico e morale la pratica del trasformismo – e, il 26 maggio 1877, costituì un separato gruppo parlamentare del “partito dell’estrema sinistra”. Appoggiò in seguito il Governo Cairoli I. Per tale motivo, è considerato il fondatore dell’Estrema sinistra storica, di cui fu la guida, prima dell’avvento di Felice Cavallotti. Fu promotore dell’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori della terra in Italia, sostenne l’abolizione della tassa sul macinato, fu fautore del suffragio universale e si occupò di questioni di istruzione e di igiene pubblica. Nella sua carriera di deputato ebbe sempre particolare attenzione per i problemi riguardanti la sanità; da ricordare inoltre il suo intervento per alleviare le condizioni di detenzione di Giovanni Passannante, anarchico condannato all’ergastolo per il tentato omicidio del re Umberto I. Fu anche scrittore efficace, come si vede dai suoi numerosi opuscoli, dai discorsi politici, dai lavori professionali e tecnici. I suoi scritti di argomento politico vennero raccolti e pubblicati in Scritti e discorsi (1890) e partecipò anche alla fondazione del giornale La Riforma. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino.

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Arc. 2198: Riboli conte Timoteo (Colorno, 24 gennaio 1808 – Torino, 15 aprile 1895). Nasce a Colorno nell’allora Ducato di Parma. Si trasferì con la famiglia a Parma nel 1817, dove morirono per febbre petecchiale il fratello, la sorella ed il padre, restando con la madre e altri quattro fratelli in una situazione di estrema povertà. Inizialmente poté dedicarsi agli studi di medicina all’Università di Parma grazie all’aiuto di Maria Antonietta di Borbone, ma con la partenza di questa per Roma (si ritirò come religiosa Orsolina), ritornarono le difficoltà. Ebbe successivamente il sostegno del cappellano dell’Università, don Domenico Varanini, dedicandosi per nove anni a produrre preparati in cera per il Gabinetto Anatomico, laureandosi definitivamente nel 1832. Dal 1848, visse per ben 47 anni a Torino, dove si trasferì come esule in seguito dei Moti parmensi del 1848 e vi morirà il 15 aprile 1895. Partecipa alla Seconda guerra d’indipendenza divenendo il medico personale di Giuseppe Garibaldi, nonché suo grande amico che seguirà fedelmente, curandolo in diverse circostanze tra cui la celebre ferita alla gamba. Garibaldi gli donerà in segno di riconoscenza la sua sciabola. Durante la guerra franco-prussiana (1870-71) partecipa alla “Campagna dei Vosgi”, inquadrato nel corpo sanitario dell’Armata dei volontari di Garibaldi, schierati al fianco dei francesi. Massone, insignito del 33º grado, succedette al conte Aleksander Izenschmid de Milbitz come sovrano gran commendatore del Supremo Consiglio del Rito scozzese antico ed accettato di Torino e durante la sua presidenza si realizzò la fusione col Supremo Consigio sedente a Roma. È il fondatore della Società per la Protezione degli Animali, oggi denominata in Ente Nazionale Protezione Animali, che costituì con lo stesso Garibaldi. Dal 1879 si ritirò a vita privata dedicandosi principalmente alle malattie mentali, nello specifico di frenologia. I suoi numerosi scritti e carteggi sono conservati presso il Museo centrale del Risorgimento a Roma. Fotografia CDV. Fotografo: Mazzocca – Torino. Al retro “All’ esimio attore drammatico Borgonzoni – Dott. Riboli”. Fotografia CDV. Fotografo: Mazzocca – Torino.

Arc. 383: Giovanni Pantaleo (Castelvetrano, 5 agosto 1831 – Roma, 3 agosto 1879). Nacque a Castelvetrano il 5 agosto 1831 da Vito e Margherita Amodei, in una famiglia di umili condizioni sociali. Dopo aver studiato con il sacerdote liberale Vito Pappalardo, entrò sedicenne tra i frati minori riformati. Il 9 dicembre 1849 vestì l’abito religioso, prendendo il nome di Giovan Vito di Castelvetrano. Il 3 settembre 1852 emise la professione solenne. Il 23 settembre 1854 fu ordinato sacerdote a Mazara del Vallo dal vescovo del luogo Antonio Salomone. Studiò filosofia nel convento di Salemi e teologia a Trapani e Palermo, dove ebbe come maestri Giuseppe d’Acquaviva e Benedetto d’Acquisto. Insegnò per qualche tempo nel Seminario Arcivescovile di Palermo e nello Studio francescano di Girgenti (Agrigento). Contemporaneamente assumeva incarichi per la predicazione popolare. Nel 1859 dopo aver aderito ai moti antiborbonici di Palermo, organizzati da Ottavio Lanza di Trabìa perse l’insegnamento di filosofia morale nel seminario palermitano. Venne, quindi, destinato a Naro, presso la Chiesa di Santa Maria di Gesù, divenendo predicatore. Nel corso del 1859, quando l’opinione pubblica siciliana venne scossa dalle notizie delle vittorie franco-sarde della seconda guerra di indipendenza, egli ebbe un ruolo nella clandestina organizzazione di una sommossa siciliana contro i Borbone di Ferdinando II. Appresa la notizia dello sbarco di Garibaldi in Sicilia, il 13 maggio 1860 lasciò senza preavviso o autorizzazioni il convento di Salemi, dove era impegnato per un ciclo di predicazione, e raggiunse le camicie rosse. Incontrò Garibaldi nel palazzo Torralta di Salemi, introdotto dall’ufficiale toscano Giuseppe Bandi, che poi ne diede testimonianza nel suo volume I Mille da Genova a Capua (1886). Seguì Garibaldi, per tutta la spedizione dei mille. Nelle settimane successive egli ebbe un ruolo non secondario nella generale mobilitazione popolare che accompagnò, in Sicilia, la spedizione: «giovò mirabilmente alle cose nostre… e non ebbe l’eguale nel sollevare i popoli e nello innamorarli alla crociata contro la tirannia», «vuole spandere un’aura di religiosità sopra di noi». Precedette le camicie rosse a Napoli, insieme ad Alessandro Dumas. Prese alloggio, con la madre vedova e la sorella Filippa, più giovane di lui di quattro anni, nel palazzo Bagnara al largo del Mercatello, a poca distanza dall’alloggio del Generale, che si sarebbe acquartierato nel palazzo d’Angri al largo Spirito Santo (oggi via VII Settembre). Nella capitale coordinò tutti gli ecclesiastici liberali che si erano uniti ai garibaldini, provocando la protesta dell’arcivescovo di Napoli, il cardinale Sisto Riario Sforza, che, per tal motivo, fu fatto mandare in esilio (la stessa sorte toccò all’arcivescovo di Benevento, il cardinale Domenico Carafa, all’indomani della predicazione di Fra Pantaleo nel duomo sannita). Fu cappellano della spedizione dei Mille, ma rifiutò il titolo di vicario del Cappellano maggiore per la Sicilia, che Garibaldi intendeva offrirgli il 5 novembre 1860. Accettò il titolo di abate della SS.ma Trinità di Castiglione, che gli dava una rendita annua di circa 350 lire (3 gennaio 1861). Per la partecipazione all’impresa dei Mille, con Regio Decreto del 12 giugno 1861, Vittorio Emanuele II gli concesse la Croce di Cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro. Ma con Regio Decreto del 23 febbraio 1862 fu dispensato dall’ufficio di cappellano dell’esercito meridionale, né poté essere regolarizzato come cappellano dell’esercito regolare perché sospeso a divinis dall’autorità ecclesiastica. Rimasto legato al generale Garibaldi, si attivò a sostenere i moti politici per la liberazione di Roma e Venezia. Girò per molte città dell’Italia settentrionale a sostegno dei Comitati di provvedimento a sostegno della politica liberale e anti-asburgica. Raggiunse Garibaldi in Sicilia, ove questi organizzava la spedizione d’Aspromonte del 1862, ma non partecipò direttamente agli eventi militari. Quando Garibaldi rimase ferito egli, che da Messina aveva raggiunto Napoli travestito, fu qui arrestato e trattenuto per diciotto giorni nel Castel dell’Ovo. Appena amnistiato, raggiunse Garibaldi, ancora prigioniero nella fortezza di Varignano, presso La Spezia: lo assistette durante l’operazione per estrarre la pallottola alla gamba e, poi, lo accompagnò a Pisa e a Caprera. Negli anni successivi si dedicò esclusivamente a questioni religiose, elaborando un progetto di rinnovamento della Chiesa cattolica per la creazione di una Chiesa nazionale o di popolo. Per le idee che egli diffondeva sulla stampa periodica, dovette affrontare un giudizio presso il tribunale di Torino per «attacco alla religione cattolica» (10 dicembre 1864). Decise pertanto di rinunziare allo stato ecclesiastico. Nel 1866, in tempo per partecipare alla campagna di Garibaldi nel Trentino, nel quadro della terza guerra di indipendenza. Cominciò con il grado di sergente, inquadrato nel 2º Reggimento del Corpo Volontari Italiani, si distinse nella battaglia di Ponte Caffaro del 25 giugno e nella difesa del Monte Nota del 18 luglio conseguente alla battaglia di Pieve di Ledro. Al termine del conflitto venne promosso sottotenente, ricevendo l’encomio personale di Garibaldi. Nei mesi successivi tentò di ottenere un incarico dal ministro della pubblica istruzione Domenico Berti. Un tentativo infruttuoso, cui rimediò subito, seguendo Garibaldi nell’organizzazione della sfortunata impresa del 1867, che portò alla sconfitta di Mentana. Combatté come ufficiale di ordinanza a Monterotondo, poi a Mentana come aiutante di campo di Menotti. Dopo Mentana, Pantaleo si dedicò attivamente alla militanza democratica e anticlericale. Si legò alla massoneria e guardò con interesse sia agli ambienti del protestantesimo italiano sia al socialismo europeo. Nel 1869 partecipò all’Anticoncilio di Giuseppe Ricciardi in rappresentanza di quattordici associazioni o logge massoniche: vi sostenne l’ideale della «libertà di coscienza» contro la formula più diffusa di «libertà religiosa». L’anno seguente dovette riparare all’estero per sfuggire le conseguenze dei moti di piazza di Milano, in cui rimase coinvolto, ma in Germani fu arrestato come spia francese. Liberato, raggiunse l’anziano Garibaldi in Francia dopo la sconfitta di Sedan e partecipò alla battaglia di Digione (23 gennaio 1871) con il grado di capitano dell’Armata dei Vosgi. Il 22 giugno 1872, sposò a Lione, nella Francia ormai repubblicana, Camilla Vahè, suscitando un grande scandalo, fra amici e, tanto più, avversari politici. Dopodiché si trasferì a Napoli e, di lì, nel 1876, a Roma, ormai liberata dopo la breccia di Porta Pia. Tra molti stenti, senza riuscire a trovare dignitosa sistemazione lavorativa nella vita civile, visse con la madre, la sorella e la nuova famiglia. Giovanni Pantaleo morì in grandi ristrettezze a Roma il 3 agosto 1879, a soli 47 anni, e venne sepolto al Cimitero del Verano. Nel 1899 la sua tomba fu contrassegnata da un cippo monumentale in pietra scura. Dopo la morte di Pantaleo, i familiari vennero soccorsi da uno speciale comitato di solidarietà, voluto dal generale Giuseppe Avezzana. Il Ministero delle finanze assegnò ai figli una rivendita di sali e tabacchi a Portomaggiore (Ferrara) e alla vedova una ricevitoria del lotto, prima a Messina e poi a Chieti. La madre e la sorella poterono beneficiare di una pensione ricavata dalle antiche rendite abbaziali di cui godeva Pantaleo. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 1084:  Lombardi Agostino in gran montura da Maggiore di Stato Maggiore (Brescia 16 agosto 1829 – Condino 16 Luglio 1866). Nel febbraio 1848, ancora studente, fu arrestato dalla polizia austriaca come uno dei promotori delle dimostrazioni politiche che avevano luogo in città. Scarcerato dopo pochi giorni, si diresse verso il Trentino con i corpi franchi lombardi, nei quali si era arruolato alla fine del marzo 1848. L’11 aprile combatté a Castelnuovo, dove rimase leggermente ferito, ma guadagnando la citazione nell’ordine del giorno e la menzione onorevole. Richiamati dal Tirolo i corpi franchi, poco graditi agli alti gradi dell’Esercito sardo, il Lombardi passò con il grado di sergente nel 1° reggimento cacciatori bresciani, con il quale combatté ancora in Trentino. Nell’ottobre 1848 entrò a far parte del battaglione dei bersaglieri lombardi che, al comando di L. Manara, era stato inquadrato nell’Esercito sardo. Dopo la definitiva sconfitta dell’Esercito piemontese,  rimase con i bersaglieri di Manara, nel frattempo accorsi in difesa della Repubblica Romana, e prese parte agli scontri di Palestrina, Velletri e Frosinone (maggio 1849). Ferito e fatto prigioniero dai Francesi presso villa Corsini nella sanguinosa giornata del 3 giugno 1849, fu tradotto a Civitavecchia e poté lasciare gli Stati romani solamente alcuni mesi più tardi, dopo una rocambolesca fuga dal carcere. Rifugiatosi in Piemonte, ebbe la direzione di una casa commerciale operante in alcuni piccoli comuni del lago Maggiore. Lavorando in una zona di confine, ebbe probabilmente contatti con gli organizzatori del moto del 6 febbraio 1853, in seguito al quale la polizia piemontese lo inviò a Vercelli in domicilio coatto. Impossibilitato a prendere parte alla guerra di Crimea (1855) nel corpo di spedizione piemontese,  si arruolò come volontario nella Legione anglo-italiana, la quale, al momento della cessazione delle ostilità in Crimea, era ancora di stanza a Malta. Concepì allora il proposito di utilizzare gli uomini della Legione per un tentativo rivoluzionario in Sicilia, ma, tradito dalla gran parte dei suoi compagni, dovette rassegnarsi all’idea di tornare nel Regno di Sardegna. Stabilitosi a Cagliari, si impiegò in una casa di commercio. Nel marzo 1859, in vista del conflitto con l’Austria, abbandonò la Sardegna per arruolarsi nei Cacciatori delle Alpi, dove fu inquadrato, in qualità di sottotenente, nel 2° reggimento (comandato da G. Medici). Distintosi negli scontri di Varese, San Fermo e Rezzate (maggio-giugno 1859), raggiunse il grado di luogotenente, con il quale, dopo l’armistizio di Villafranca, passò nell’Esercito regolare, nel 4° reggimento della brigata Reggio (formatosi a Modena). Nel 1860, seguendo l’esempio del proprio colonnello G. Sacchi e di numerosi altri ufficiali del reggimento, rassegnò le dimissioni per aggregarsi alla spedizione Medici (una sorta di seconda ondata dei Mille), nella quale ebbe il comando della 6ª compagnia, formata essenzialmente da studenti milanesi. Raggiunta la Sicilia il 17 giugno,  combatté valorosamente a Milazzo (20 luglio), dove guidò una carica contro la cavalleria borbonica, e al Volturno (1° ottobre), guadagnando il grado di maggiore e la nomina a cavaliere dell’Ordine militare di Savoia. Conclusa la campagna nell’Italia meridionale, rientrò nell’Esercito regolare, dove prestò servizio fino al maggio 1862, quando rassegnò le dimissioni in segno di protesta dopo i luttuosi incidenti accaduti nella sua Brescia in seguito all’arresto del patriota Francesco Nullo. In vista dell’azione contro lo Stato pontificio, l’8 agosto 1862 G. Garibaldi inserì il Lombardi fra gli addetti allo stato maggiore, alle dirette dipendenze di C. Corte che lo inviò, insieme con G. Nicotera, nelle zone di Catanzaro e Crotone per preparare il terreno alla spedizione garibaldina, ma il lavoro del Lombardi fu vanificato dall’esito della giornata di Aspromonte (29 ag. 1862). Si ritirò allora a Cariggio, presso Lecco, dove assunse la direzione di una fabbrica di armi. Nel giugno 1866, in vista della guerra contro l’Austria, fu nominato maggiore nel 6° reggimento volontari (alle dipendenze del colonnello Nicotera) ed ebbe il comando di un battaglione. Poco convinto delle qualità di Nicotera,  chiese invano d’essere assegnato ad altro comando e si risolse infine a organizzare gli arruolamenti a Bari. Trasferito dapprima in Lombardia, poi nel Trentino, la sera del 15 luglio 1866 il 6° reggimento si posizionò nella valle solcata dal fiume Chiese, presso la località di Condino (sulla strada per Trento): nello scontro del giorno dopo lo schieramento troppo allungato dei volontari consentì, però, agli Austriaci una manovra di accerchiamento, che il Lombardi tentò di rompere con un difficile contrattacco. Appena guadato il Chiese sul ponte di Cimego, fu colpito a morte, ma la sua coraggiosa iniziativa consentì al grosso dei volontari di ripiegare ordinatamente e di attendere i rinforzi dalle vicine località di Storo e Darzo. Nell’ordine del giorno, Garibaldi commemorò la morte del Lombardi, “nobile esempio e pegno di vendetta nelle future battaglie”. Con r.d. del 6 dic. 1866 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria, “per essersi spinto sul ponte di Cimego alla testa di una compagnia ed avere caricato alla baionetta il nemico che avanzava”. Il fratello Carlo, nato anche lui a Brescia nel 1834, s’era rifugiato in Piemonte nel 1852. Fu successivamente deportato in America perché sospettato d’essere coinvolto nel moto milanese del 6 febbraio 1853. Tornato in Italia nel 1859 per partecipare alla guerra contro l’Austria, seguì Garibaldi in Sicilia nel 1860 (ottenne la nomina a capitano dopo la battaglia del Volturno) e ad Aspromonte due anni più tardi. Tornato negli Stati Uniti per combattere nelle file dell’Unione, cadde a Fort Fisher (North Carolina) il 27 febbraio 1865. Fotografia CDV. Fotografo: A. Tettamanzi – Milano.

Onorificenze

Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia d’Oro al Valor Militare
   “per essersi spinto sul ponte di Cimego alla testa di una     compagnia ed    avere caricato alla baionetta il nemico che   avanzava”
Medaglia di bronzo al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Menzione Onorevole
    Castelnuovo 11 aprile 1848
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Arc. 1895: Filippo Migliavacca in piccola montura da Capitano dei Cacciatori delle Alpi (Affori, 13 settembre 1829 – Merì, 20 luglio 1860). Nacque ad Affori (oggi quartiere di Milano), ma compì tutti gli studi a Pavia, prima al Collegio Ghisleri e poi si laureò in Legge all’Università. Nel marzo 1848, durante gli studi liceali, tornò a Milano per partecipare alle Cinque giornate. In seguito si iscritte alla Legione degli Studenti per partecipare, negli anni seguenti, a diverse campagne di liberazione, divenendo prima Sergente e poi Luogotenente e stringendo amicizia con Giuseppe Garibaldi. Finiti gli studi entrò a far parte dello studio dell’avvocato Giulio Cesare Gabella di Genova. Nel 1859 si arruolo nei Cacciatori delle Alpi combattendo gli austriaci in diverse battaglie guadagnandosi il grado di Capitano. Tornato a Milano esercitò l’avvocatura. Il 5 maggio, dopo aver raggruppato una settantina di volontari, partì alla volta di Genova per raggiungere Garibaldi, insieme a lui c’erano tra gli altri: Romeo Bozzetti, Ippolito Nievo, Enrico Eugenio Richiedei ed il veneziano Enrico Uziel che però si imbarcarono con Garibaldi. Il 10 giugno 1860 Migliavacca si imbarcò sulla nave Washington insieme a dei volontari per unirsi all’impresa dei Mille di Garibaldi in Sicilia. Giunto a Palermo fu promosso Maggiore al comando di un Battaglione della Colonna Simonetta. Morì in combattimento a Milazzo il 20 luglio 1860. In seguito gli vennero tributati il grado di tenente colonnello e la medaglia al valor militare. Nell’elenco ufficiale dei partecipanti all’impresa, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia del 12 novembre 1878, non è accreditato in quanto si unì solo a Palermo con Garibaldi. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
   Campagna Italia Meridionale
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Arc. 2567: Stato Maggiore: Maggiore in piccola montura. Fotografia CDV Fotografo: F.lli Bernieri – Torino.

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Arc. 1795: Esercito Meridionale – Stato Maggiore: Giuseppe Guerzoni (Calcinato, Castel Goffredo o Mantova, 27 febbraio 1835 – Montichiari, 26 novembre 1886) in piccola montura da Capitano di Stato Maggiore. Fu allievo al liceo di Mantova di don Ferdinando Bosio, patriota, che gli inculcò gli ideali risorgimentali. Nel 1849 fuggì di casa per partecipare alla difesa di Brescia, assediata dagli austriaci. Dopo essersi laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Pavia nel 1856, si trasferì a Torino. Rimasto vedovo andò a Milano dove cominciò l’attività di scrittore. Nel 1859 combatté nei Cacciatori delle Alpi a San Fermo della Battaglia, dove fu ferito e decorato al valore, nel corso della Seconda guerra d’indipendenza italiana, nel 1860 seguì la Spedizione dei Mille. Arruolatore di volontari nel 1860 a Brescia, anch’egli seguì Garibaldi verso la Sicilia, ma sbarcò poi a Talamone agli ordini di Zambianchi con il compito di far insorgere il Lazio e creare così una manovra diversiva conosciuta cola la Diversione del Zambianchi, terminata nell’insuccesso. Si recò in Sicilia con la Spedizione Medici e prese parte alla Battaglia di Milazzo, dove si distinse venendo promosso maggiore e decorato con una seconda medaglia al valore, combatté poi fino a Capua e alla Battaglia del Volturno. Nello stesso anno, 1860, trasferì la sua residenza a Castel Goffredo, dove il padre Lino fu nominato segretario comunale, rimanendovi sino al 1870, quando emigrò a Montichiari. Il 3 luglio 1862 a Palermo, Guerzoni fu affiliato alla massoneria di rito scozzese (nella Loggia “I Rigeneratori del 12 gennaro 1848 al 1860 Garibaldini”, della quale era Maestro Venerabile Emanuele Sartorio) insieme agli altri componenti dello Stato Maggiore garibaldino (Giacinto Bruzzesi, Francesco Nullo, Enrico Guastalla, Pietro Ripari, Giovanni Chiassi, Giovanni Basso, Giuseppe Nuvolari, Gustavo Frigyesi e altri ufficiali): fu lo stesso Garibaldi, nella veste di Gran Maestro, a firmare la proposta di ammissione regolare «ai misteri dell’Ord:. M:. in alcune delle RR:. LL:. poste sotto l’O:. di Palermo». «E a tal fine con gli altri poteri a me conferiti – aggiungeva – gli dispenso dalle solite formalità». Nell’estate del 1863, con Giacinto Bruzzesi, fu a Bucarest in rappresentanza del Partito d’Azione, dove svolse una missione come emissario mazziniano, nel tentativo di convincere i rivoluzionari romeni ad un’intesa con gli ungheresi. Tra il 1863 e il 1865 Giuseppe Mazzini gli indirizzò da Londra quattro lettere, insieme ad altre inviate a Garibaldi (di cui Guerzoni era segretario) nel periodo in cui entrambi visitarono l’Inghilterra, dal 3 al 28 aprile 1864. Partecipò alla campagna garibaldina del 1866 durante la Terza guerra di indipendenza assegnato inizialmente, in fase di mobilitazione, come maggiore del 2º Reggimento del Corpo Volontari Italiani poi allo stato maggiore di Garibaldi, e ai fatti del 1867 durante i quali poté essere testimone della ritirata garibaldina nel corso della Battaglia di Mentana contro le truppe francesi e pontificie armate degli efficienti fucili Chassepot: «un combattimento tra gente che fuggiva e gente che non avanzava». Partecipò nel settembre del 1870 alla campagna per la Presa di Roma come volontario al seguito della colonna Bixio che occupò Civitavecchia. Fatti descritti nel saggio pubblicato dopo pochi mesi dalla presa di Roma sulla rivista Nuova Antologia vol XV 1870. Fu deputato nel collegio di Manduria (TA) dal 1865 al 1874, anno in cui ottenne la cattedra di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi di Palermo, da dove passò poi a quella di Padova. Scrisse dei drammi, degli studi critici e delle biografie, tra le quali quella di Nino Bixio. Morì nel 1886 e venne sepolto nel Cimitero monumentale di Giubiano, a Varese, in base alle sue volontà. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli.

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Arc. 2366: Esercito Meridionale – Stato Maggiore: Capitano dell’Esercito Meridionale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 1860.

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Arc. 2979: Esercito Meridionale – Stato Maggiore: Moneta Enrico in piccola montura da Sottotenente. Figlio di Carlo e Muzio Giuseppa nacque a Milano il 23 giugno 1843. Nel 1859 partecipò alla campagna contro l’Austria come volontario nei Cacciatori delle Alpi e poi si arruolò con il grado di Sottotenente nel 20° Reggimento Fanteria dell’Esercito Sardo. Nel 1860 partì con Garibaldi da Quarto e fu inquadrato come Sottotenente di Stato Maggiore dell’Esercito Meridionale. Al suo fianco Polli Luigi. Figlio di Giacomo e Pittoretti Maria nacque a Milano e nel 1860 partì con la spedizione dei Mille da Quarto. Venne arruolato come Cacciatore nel 1° Reggimento Penzo della 3^ Brigata Eberhardt della 17^ Divisione Medici. Fu congedato alla fine della campagna l’11 dicembre 1860. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3470: Fuxa Vincenzo in gran montura da Maggiore di Fanteria (Palermo, 28 gennaio 1820 – Bagheria, 9 agosto 1903). Prese parte attivamente ai moti rivoluzionari nel 1848, contro i Borboni. Dapprima al comando del primo battaglione di fanteria dell’esercito siciliano, in seguito fu comandante militare del distretto di Nicosia. Il 28 febbraio 1849 Ferdinando II di Borbone riprendeva possesso della Sicilia, e il Fuxa fu costretto a vivere in esilio, recandosi a Malta. Nel 1860 si unì a Talamone ai Mille di Giuseppe Garibaldi. Sbarcato in Sicilia, il Generale lo inviò in missione a Castelvetrano, poi a Gibilrossa insieme a Giuseppe La Masa. Al termine della spedizione venne nominato Colonnello onorario ed insignito della croce di cavaliere dell’Ordine Militare Savoia. Dal 1862 al 1864 fu Maggiore del Regio esercito.

Onorificenze

Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dei Mille di Marsala
                    «Ai prodi cui fu duce Garibaldi»
                    Palermo, 21 giugno 1860

Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
    Campagna Italia Meridionale

 

Arc. 3470: De Benedetto-Mignano Raffaele in montura da Maggiore del 4° Reggimento del Corpo Volontari Italiani (Palermo, 2 marzo 1833 – Monte San Giovanni Campano, 26 ottobre 1867). Nacque a Palermo, da Giovanni De Benedetto e Maria Filippa Mignano. Da una famiglia di antiche e nobili origini, (la cui presenza alla corte aragonese di Palermo è testimoniata a partire dal XIII sec.) la cui storia si è intrecciata nel 1624 (anno della peste a Palermo) anche al vicino paese di Torretta dove si era rifugiata. La famiglia De Benedetto abitava a Palermo nel Palazzo Castrone-Santa Ninfa, nella parte alta del Cassaro ovvero Via Toledo (oggi corso Vittorio Emanuele), dove si trova una targa che li ricorda. Raffaele e i suoi fratelli: Salvatore e Pasquale, Luigi e Carmelo, il primogenito Carlo Conte del casato patrizio della Repubblica di San Marino e le due sorelle Carolina e Giuseppina vissero sin da piccoli ispirandosi agli ideali che animarono i moti rivoluzionari siciliani. Parteciparono quindi attivamente al Risorgimento, sia fornendo ingenti sostanze, che sui campi di battaglia (in particolare: Raffaele, Salvatore, Pasquale, Carmelo e Luigi.) Furono personaggi di spicco del Comitato rivoluzionario di Palermo, incontrarono Crispi (in incognito in Sicilia nel 1859) ed ebbero anche numerosi contatti con gli esuli. Fornirono, con febbrile attività, la lista dei capi a Rosolino Pilo e Giovanni Corrao, che dall’11 aprile (in contemporanea alla cd. rivolta della Gancia) riorganizzavano l’insurrezione nell’isola; unendo con entusiasmo centinaia di insorgenti dei vari paesi vicini, e organizzando nella loro tenuta presso Carini una vera e propria fabbricazione di munizioni. Durante l’insurrezione di Palermo (1860), Raffaele (tra i primi quattro a entrare da Porta Termini a Palermo il 27 maggio, a pochi passi da dove cadeva ferito il capitano Lajos Tüköry che comandava il gruppo e che a causa di quella ferita sarebbe poi morto) venne ferito a una gamba. I suoi fratelli Salvatore e Pasquale vennero invece uccisi due giorni più tardi, mentre combattevano insieme sulle barricate della città vicino al ponte dell’ammiraglio. Raffaele venne successivamente nominato Maggiore di Battaglione e poi Tesoriere Generale delle R. Finanze di Palermo. Seguì Garibaldi nella battaglia di Milazzo e nella battaglia del Volturno, partecipò alla battaglia di Aspromonte insieme ad altri nobili palermitani (fra cui si ricordano, ad esempio, il duca Gabriele Colonna, il duca Corrado Valguarnera, il barone Giovanni Ferrugia, il conte Nicolò Federico, il marchese Ruggiero Maurigi), ai combattimenti contro gli austriaci nella Valtellina e nel Trentino (durante la campagna del Tirolo del 1866 comandò un battaglione nel reggimento del tenente colonnello Giovanni Cadolini). Nel 1861 fu tra i fondatori della Società degli operai, la prima nell’isola. Collaborò più volte con diversi giornali democratici palermitani. In una relazione della prefettura palermitana del 1864 al ministro dell’Interno veniva definito come personaggio di grande influenza politica e di elevate doti morali, nonché potenzialmente pericoloso per le sue idee politiche democratiche. Volontario nella campagna dell’Agro romano per la liberazione di Roma, venne ucciso dalle preponderanti truppe pontificie (zuavi) nei pressi della cascina Valentini il 26 ottobre del 1867 (Monte San Giovanni Campano, nell’attuale provincia di Frosinone), qualche giorno dopo la morte di Enrico Cairoli, a cui era legato da profonda amicizia. In quel giorno guidava un’avanguardia come comandante di stato maggiore della divisione Nicotera. Avanguardia che, per una serie di circostanze concomitanti, rimase isolata dal resto della colonna e dovette quindi cercare rifugio in un cascinale. Alcuni di loro, tra cui Raffaele, preferirono combattere sino alla fine piuttosto che farsi fare prigionieri, permettendo in questo modo la fuga alla maggioranza dei compagni. I suoi funerali si svolsero a Palermo nel mese di dicembre con cerimonia pubblica, a cui partecipò una grande folla profondamente commossa. Le sue spoglie e quelle dei fratelli Salvatore e Pasquale si trovano nella chiesa di San Domenico, conosciuta anche come il Pantheon degli uomini illustri della Sicilia. È ricordato con un monumento marmoreo del 1870, dello scultore Benedetto De Lisi, che ritrae il patriota sul letto di morte con un angelo accanto. Fotografia CDV. Fotografo: A. Ogheri – Brescia. 

Arc. 3346: Esercito Meridionale: Vetturi Antonio in piccola montura da Sottotenente addetto al Generale Garibaldi. Figlio di Luigi e Michelotto Anna, nacque a Treviso il 13 giugno 1834. Arruolatosi volontario nei Cavalleggeri di Novara il 27 aprile 1859, partecipò alla guerra contro l’Austria venendo poi congedato il 29 luglio dello stesso anno.  Volontario nella spedizione Gastaldi, venne promosso Sergente Furiere il 1° Luglio 1860. Il 5 agosto 1860 venne promosso Sottotenente del Corpo Lancieri a piedi e addetto alla persona del Generale Garibaldi. Dopo la campagna, l’11 agosto 1861, venne trasferito come Sottotenente nel 3° Reggimento Granatieri del Regio Esercito. Fotografia CDV. Fotografo: E. Mattioli – Torino. 

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Arc. 2977: Esercito Meridionale: Prignacchi Luigi in piccola montura. Figlio di Vincenzo e Bellini Margherita nacque a Fiesso (BS) il 20 maggio 1840. Nel 1859 partecipò alla campagna contro l’Austria e nel 1860, studente a Pavia, partì da Quarto con Garibaldi. Arruolato nelle Guide di Garibaldi, nella battaglia di Palermo fu ferito alla testa e ottenne una decorazione. Al termine della campagna entrò a far parte del Regio Esercito Italiano con il grado di Sottotenente ma nel 1862 a Ivrea disertò. A quel punto le informazioni diventano vaghe. Sembra che sia fuggito con una ragazza in Francia, a Montpellier. G.C. Abba dette una versione più romantica: “ Luigi Prignacchi volle vagar lontano; e solo, quasi consunto, cominciò il ritorno finché finì a Montpellier”. Non è conosciuta la data di morte che comunque sembra sia avvenuta proprio a Montpellier. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 3072: Comi Cesare in grande uniforme da Capitano del 57° Reggimento Fanteria mod. 29 giugno 1879 – 16 maggio 1895 (Trescore Balneario, 11 marzo 1844 – Trescore Balneario, 24 aprile 1900). Figlio di Giovanni (medico di sentimenti patriottici) e di Teresa Mangili, nel 1860 era uno studente del Liceo di Bergamo in classe 7ª, o per meglio dire (in virtù della legge Casati dell’ottobre del 1859) in 2ª liceo. Partì a sedici anni per Genova insieme a molti suoi compagni di classe e di scuola per partecipare alla Spedizione dei Mille. Fu arruolato alla 8^ “Compagnia di ferro” di A. Bassini. Si distinse nella battaglia di Calatafimi e nelle giornate di Palermo, il 24 luglio fu assegnato Caporale al 1° Reggimento della 2^ Brigata Eber della 15^ Divisione Türr nel quale ebbe presto il grado di Sergente. Distintosi nuovamente e in vari scontri della restante campagna fu promosso Sottotenente il 29 ottobre e gli fu decretata la Menzione Onorevole al Valor Militare (R. D. 30 settembre 1862).  Passò nel Corpo dei Volontari e il 18 maggio 1861 fu comandato al deposito dei Sottotenenti in Ivrea, dal quale, nel marzo 1862, passò al 30° Reggimento Fanteria. Nel 1866 partecipò alla III Guerra d’Indipendenza col reggimento di cui faceva parte. Il padre e il fratello erano a Bezzecca con Garibaldi. Appena compiutasi con Roma capitale l’unità d’Italia, ebbe la promozione a Tenente (25 settembre 1870) e quella a Capitano nel 57° Reggimento Fanteria il 30 ottobre 1880. Dopo aver servito onorevolmente e per ben trentaquattro anni nel Regio Esercito passò alla Riserva col grado di Maggiore il 21 novembre 1894. Ebbe le decorazioni commemorative, una Medaglia di Bronzo al Valor Militare, la pensione dei Mille e il Cavalierato dei SS. Maurizio e Lazzaro e della Corona d’Italia. Rientrato in famiglia, sposò Lucia Fertili, ma ebbe presto la disgrazia di perdere l’ottimo suo padre ottantaduenne (22 ottobre 1895), divenuto cieco fin dal 1890, che imitò anche nel servire volonterosamente la pubblica amministrazione. Fu infatti Presidente dell’Asilo infantile, delle Scuole comunali, delle Carceri, del Tiro a Segno, Assessore anziano, Membro del Consiglio Ospitaliere, acquistandosi sempre l’affetto degli inferiori e la stima dei superiori. Fedelissimo a Garibaldi , che lo onorava di speciale amicizia e insieme al quale figura in un insigne quadro conservato nel Municipio di Trescore, si meritò encomi speciali dal Ministro Depretis per la sua opera di alto civismo. Fotografia formato 20,8 x 12. Fotografo: G. Sartore – Bergamo.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
  
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia
  
Medaglia di bronzo al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Menzione Onorevole
   
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
  
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
  
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Arc. 2988: Esercito Meridionale: Candiani Carlo Antonio. Figlio di Giovanni Battista e Brunetti Angela, nacque a Milano il 23 luglio 1828. Partito con i Mille di Garibaldi da Quarto venne arruolato nelle Guide di Garibaldi. Fece tutta la campagna ricevendo una Medaglia d’Argento al Valor Militare e la promozione a Sottotenente nel Reggimento Guide. Partecipò a tutte le guerre per l’indipendenza italiana. Fotografia CDV. Fotografo: G. Rossi – Milano. 

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al Valor Militare
   
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
  
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
    4 Barrette
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Arc. 753: Esercito Meridionale: Marziano Ciotti (Gradisca d’Isonzo, 13 agosto 1839 – Udine, 19 settembre 1887). Nacque il 13 agosto 1839 a Gradisca d’Isonzo (Gorizia) da Amalia Mazzoldi e Valentino, medico condotto. Dopo gli studi superiori si iscrisse alla Facoltà di Legge dell’Università di Padova, centro di ideali mazziniani e patriottici, diventando amico di Ippolito Nievo. Emigrò nel 1859 per partecipare alla seconda guerra d’indipendenza con i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. Partecipò alla spedizione dei Mille inquadrato nella VII compagnia, comandata da Benedetto Cairoli, prima come soldato semplice, poi caporale. Dopo l’entrata a Palermo venne nominato sottotenente; e poi tenente al Volturno, dove ricevette la prima delle sue nove medaglie al valor militare.Tra il 1861 e il 1862 Marziano Ciotti collaborò con Garibaldi alle varie iniziative. Fu brevemente arrestato, partecipò all’azione in Aspromonte, nuovamente arrestato, amnistiato, rientrato illegalmente in Friuli per partecipare ai moti falliti del 1864. Nel 1866 partecipò alla terza guerra d’indipendenza, nel 9° reggimento agli ordini di Menotti Garibaldi. Nel 1867 fu ancora con Garibaldi, comandante di un battaglione col grado di maggiore, nel tentativo della presa di Roma. Si distinse a Monterotondo e poi per la strenua difesa a Mentana. Arrestato dopo il fallimento della campagna, venne inviato al confino a Comacchio, dove si sposò nel 1868. Partecipò anche alla campagna dei Vosgi (1870-1871), dove venne nominato tenente colonnello e fu insignito della Legion d’onore, meritandosi il soprannome di “l’occhio dritto di Garibaldi” e venendo ricordato da Garibaldi stesso nelle sue memorie come uno tra i volontari più valorosi. Dopo la campagna di Francia, Marziano Ciotti si stabilì Montereale Cellina con la moglie dalla quale ebbe 5 figli. Senza lavoro, con una famiglia numerosa, deluso dagli esiti dell’unità nazionale, oppresso dalle angustie materiali, influenzato dal suicidio dell’amico Giovanni Battista Cella, nella notte tra il 7 e l’8 luglio 1887, nei pressi di Udine, dopo essersi sparato con la pistola, si lasciò cadere nel canale Ledra. Aveva raccomandato agli amici patrioti l’educazione dei propri figli in una lettera che gli venne trovata addosso. Marziano Ciotti è sepolto nel cimitero monumentale di Udine tra i benemeriti della città. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1433: Corpo Volontari Italiani: Maggiore in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torno. Campagna del 1866.

Arc. 2840: Esercito Meridionale: Arnold Augusto in gran montura da Capitano con mantella. Partito con i Mille da Quarto fece tutta la campagna raggiungendo il grado di Capitano nella 15^ Brigata Eber. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860

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Arc. 2403: Corpo Volontari Italiani: Bruffel Giovanni in gran montura da Capitano del 10° Reggimento (1831-1908). Volontario nel 1848 a Vicenza, nel 1849 era Roma con Garibaldi, in entrambe le campagne venne ferito, nel 1854 fu volontario in Crimea. Nel 1866 si arruolò nel Corpo Volontari Italiani e combatté in Trentino e infine partecipò alla campagna garibaldina di Francia nel 1870-1871. Dopo il 1849 si stabilì a Smirne e si dedicò al commercio. Nel 1870 all’assedio di Parigi fu a capo della sezione Ambulanza italiana addetta ai battaglioni di guerra della Guardia Nazionale della Senna e vicepresidente del Comitato italiano di Soccorso ai feriti militari. Venne nominato Ispettore generale del Corpo dei Veterani per il servizio d’onore alla tomba di Vittorio Emanuele II al Pantheon. Fece parte del Comitato per l’Italia Irredenta e del Comitato Triestino-Istriano dal 1873  al 1908 con Matteo Renato Imbriani , G. Bovio e il Generale Giuseppe Avezzana. Inventò con il capitano Pieri il noto fucile a scatto superiore.: CDV. Fotografo: Colombo – Bergamo. Campagna del 1866. Firmata e datata 14 giugno 1866.

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Arc. 2871: Corpo Volontari Italiani: Pape Paolo in piccola montura da Capitano. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano. Campagna del 1866.

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Arc. 2568: Corpo Volontari Italiani: Capitano in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Deroche & Heyland – Milano. Campagna del 1866.

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Arc. 2046: Esercito Meridionale: Capitano in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 1860.

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Arc. 2046: Esercito Meridionale: Tenente in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860. 

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Arc. 2968: Esercito Meridionale: Tenente in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860.

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Arc. 2969: Esercito Meridionale: Sottotenente in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860. 

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Arc. 2968: Esercito Meridionale: Ufficiale in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1859. 

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Arc. 2879: Corpo Volontari Italiani: Capitano in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Campagna del 1866.

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Arc. 2283: Corpo Volontari Italiani: Bertolini Luigi in piccola montura da Tenente del 9° Reggimento. Nativo di Bibbiano in provincia di Reggio Emilia. Nel 1866, durante la Terza Guerra d’Indipendenza, era tenente nel 9° Reggimento Volontari Italiani CDV. Fotografo: Sconosciuto. Campagna del 1866.

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Arc. 2967: Corpo Volontari Italiani: Sottotenente in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: E. Maza – Milano. 1866.

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Arc. 2967: Corpo Volontari Italiani: Gemma Vittorio in montura di via da Sottotenente. Fotografia CDV. Fotografo: Marzocchini – Livorno. 1866

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Arc. 2566: Esercito Meridionale: S. Brighi Zorli in piccola montura da Sottotenente. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860.

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Arc. 2044: Esercito Meridionale: Sottotenente in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 1860.

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Arc. 2965: Esercito Meridionale: Pedrali Carlo in piccola montura da Sottotenente del 1° Reggimento della Brigata Simonetta. Figlio di Giuseppe e Camperi Enrichetta nacque a Chiari (BS) il 21 aprile 1840. Volontario nel 9° Reggimento Fanteria il 24 marzo 1859, fece la campagna contro l’Austria meritandosi la Medaglia francese della Campagna d’Italia e venne congedato dall’esercito sardo il 21 novembre 1859. Nel 1860 partì volontario per unirsi all’Esercito Meridionale e venne arruolato con il grado di Sergente nel Battaglione del Genio il 28 giugno. In agosto venne trasferito con lo stesso grado nel 1° Reggimento della Brigata Simonetta e il 1° ottobre venne promosso Sottotenente. Il 12 giugno 1861 passò con lo stesso grado nel Corpo Volontari Italiani e l’8 settembre fu collocato in aspettativa per riduzione di Corpo. Il 27 marzo 1862 venne accettato nell’esercito regolare e collocato in aspettativa per riduzione di corpo il 16 aprile 1862. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 1860. 

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Arc. 2122: Corpo Volontari Italiani: Bandini Vincenzo in piccola montura da Sottotenente del 10° Reggimento (San Secondo 1836 – …). Fratello del medico Raffaele anche lui garibaldino, si laureò in legge e a guerra conclusa si specializzò e divenne notaio di San Secondo. Il Bandini fece parte del gruppo che partì dalla stazione di Parma con l’Abba il mattino del 4 maggio 1860: è lecito pensare che egli sia stato compreso nel gruppo dei ventisette Parmigiani della colonna Zambianchi, forse proprio a sua richiesta, per seguire la sorte del fratello e condividere con lui l’onore di far parte dell’avanguardia garibaldina. Avvalora questa supposizione il fatto che di lui si hanno sicure e lusinghiere notizie soltanto durante il periodo delle operazioni svoltesi in Campania, col 3° Reggimento Volontari della 18^ Divisione di Nino Bixio. Per il suo valoroso comportamento durante la battaglia del Volturno venne, da semplice camicia rossa, nominato ufficiale, come si rileva dal Decreto n. 1120 del Ministero della Guerra: “Per Decreto del Generale Dittatore dell’Italia Meridionale della data degli otto andante mese ella è nominata Luogotenente di Fanteria nella 2^ Brigata 18^ Divisione per essersi distinto nel fatto d’armi di Villa Guabrieri il primo corrente. E io glielo comunico per sua opportuna norma. Napoli, 12 ottobre 1860. Il Ministro: Cosenz”. Che fosse stata veramente commendevole la condotta del Bandini in quella gloriosa giornata, ne dà conferma quest’altro documento ministeriale: “Per determinazione di S.M. il Re in data 12 giugno 1861, il Luogotenente del corpo Volontari dell’Italia Meridionale Bandini Vincenzo per essersi distinto nel combattimento del 1° ottobre 1860 è stato dichiarato meritevole di Menzione Onorevole”. Nel 1864 fu segnalato al Ministero dell’Interno quale fervente repubblicano. Nel 1866 egli rivestì ancora la camicia rossa dei garibaldini: con disposizione emanata a Firenze il 31 maggio, il ministro Di Pettinengo, a norma dell’articolo 5 del Reale Decreto del giorno 6 di quel mese, relativo alla formazione dei Corpi Volontari Italiani, accolse la domanda di arruolamento presentata dal Bandini e lo nominò al grado di Luogotenente nel 10° Reggimento Volontari Italiani colle competenze dovute al suo grado a far tempo dal giorno della sua presentazione al Corpo. Anche in questa guerra egli si comportò lodevolmente ed ebbe la piena fiducia dei superiori, i quali vollero dargli, a riconoscimento dei suoi meriti, un compito di grande responsabilità. Ciò risulta ufficialmente dal seguente dispaccio ministeriale diretto il 17 ottobre allo stesso Bandini per sua conoscenza: “Sulla proposta del Comandante del 10° Reggimento Volontari Italiani questo Ministero avendo in data 13 luglio 1866 approvata la nomina del signor Bandini Vincenzo Luogotenente alla carica di Aiutante Maggiore in 2^ nel detto Reggimento, ne rilascia la presente dichiarazione al predetto Uffiziale come titolo di sua nomina”. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: F. Scattola – Venezia.

Onorificenze

Medaglia di bronzo al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Menzione Onorevole
    Combattimento del 1° ottobre 1860
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Arc. 541: Esercito Meridionale: Sottotenente in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 1860. 

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Arc. 2981: Esercito Meridionale: Sottotenente dei Reparti Volanti in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Campagna del 1860.

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Arc. 757: Fanteria: Baratieri Oreste in gran montura da Capitano di Fanteria mod. 22/03/1860 – 02/04/1871(Condino, 13 novembre 1841 – Sterzing (alto Adige), 8 aprile 1901). Nato nella Contea del Tirolo con il cognome di Baratter, decise di italianizzarlo prima in Barattieri e poi in Baratieri. Nel 1859 si trasferì a Milano e l’anno successivo si unì ai Mille di Giuseppe Garibaldi, partecipando con successo alla presa di Capua. Per le imprese garibaldine ottenne il grado di capitano e una Medaglia d’Argento al Valor Militare. Rimase affiliato alle “camicie rosse” per 6 anni, dal 1860 al 1866. Prese parte  con il grado di Capitano di Fanteria alla campagna del 1866 meritandosi una Menzione Onorevole alla battaglia di Custoza. Prese parte alla sfortunata battaglia di Mentana del 1867 contro l’esercito francese e nel 1872 si arruolò nel Regio Esercito. Nel 1874 partecipò alla spedizione geografica Antinori in Tunisia, per conto della Società Geografica Italiana. Fu nominato colonnello a Cremona nel 1886 e gli venne assegnato il comando del 4° Reggimento Bersaglieri.. Partecipò, come colonnello, alle campagne militari in Eritrea del 1887-88 e nuovamente nel 1890 e nel 1891 come comandante in seconda. Eletto deputato per la Destra storica a Breno, in provincia di Brescia, Baratieri ebbe confermato il suo seggio per sette legislature, dalla XIII alla XIX (1876-1895). Nel 1891 fu comandante in capo in Africa. Il 28 febbraio 1892 fu designato dal re Umberto governatore della colonia Eritrea e comandante in capo del Regio Corpo Truppe Coloniali d’Africa, con il grado di maggior generale e poi di generale comandante. Ordinatogli dal governo di invadere l’Etiopia, iniziò ad annettere Cassala (Sudan) il 17 luglio 1894, nel 1895 combatté contro i ras Maconnen e Mangascià, sconfisse il Ras Mangascià nella battaglia di Coatit il 13 gennaio 1895 e in quella di Senafè, preparò l’occupazione del Tigrè e occupò Adigrat (in marzo), Aksum e Adua. A seguito dell’eccidio di un reparto italo-eritreo di 1 880 uomini, compiuto sull’Amba Alagi il 3 dicembre 1895, presentò le dimissioni, ma fu costretto dal primo ministro Francesco Crispi, che non intendeva rinunciare alla sua politica colonialista, a passare all’offensiva contro gli africani, nonostante essi fossero in netta superiorità numerica e logistica, a differenza di quanto ritenesse Crispi. In procinto di essere esonerato dal comando e venir sostituito dal generale Antonio Baldissera, Baratieri decise di cercare una battaglia risolutiva contro Menelik. L’attacco, condotto malamente, fidando su mediocri carte militari, portò rapidamente alla separazione delle varie colonne italiane, che furono quindi sorprese e distrutte, dopo una valorosa resistenza, una dopo l’altra durante la sanguinosa battaglia di Adua del 1º marzo 1896, una delle disfatte più pesanti e tragiche della storia d’Italia. Baratieri diede prova, nella circostanza, di mediocri qualità militari e perse rapidamente il controllo della situazione, senza riuscire a evitare la catastrofe e scampando a sua volta a stento alla morte o alla cattura. Accusato di abbandono di comando, per aver preceduto le truppe nella ritirata dopo Adua, fu ritenuto responsabile dalle autorità di Roma delle tre sconfitte italiane dell’Amba Alagi, di Macallè e Adua: arrestato il 21 marzo 1897, fu quindi sottoposto ad un umiliante processo ad Asmara; il generale sarebbe poi stato prosciolto da ogni accusa per non compromettere l’onore delle forze armate, ma fu collocato a riposo e abbandonò la carriera militare. Negli ultimi tempi della sua vita soggiornò ad Arco e a Venezia; qui scrisse, come estrema autodifesa, le Memorie d’Africa, nel tentativo di proclamarsi vittima del destino. In particolare, mostrando un visibile cambiamento d’opinione rispetto a quando era un capo militare nella Colonia Eritrea, nelle sue memorie tracciò un’analisi precisa del colonialismo italiano e dei metodi degli europei per sottomettere l’Africa, definiti disumani e distruttivi. Secondo l’ex generale, il destino degli africani era analogo a quello dei nativi d’America sterminati dagli europei. Diresse, per diversi anni, la “Rivista militare italiana”. Morì improvvisamente a Vipiteno, allora nel Tirolo austro-ungarico, dove si era recato a visitare i parenti. Lasciò notevoli opere militari. La maggior parte dell’archivio di Oreste Baratieri si trova presso l’Archivio di Stato di Venezia, tranne una parte conservata presso il Museo Storico in Trento. Fotografia CDV. Fotografo: Generini – Piacenza.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
    27 novembre 1894
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al Valor Militare
    «Per i combattimenti presso Capua»
Cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
  
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia
  
Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
  
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
  
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
  
Medaglia commemorativa delle Campagne d'Africa - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle Campagne d’Africa
  
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
  
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
  
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
  

Onorificenze straniere

Commendatore dell'Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia)
  
Cavaliere dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
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Arc. 914: Corpo Volontari Italiani: Tavella Luigi (Brescia 27 novembre 1843 – Bagnolo 12 luglio 1893). Studente a Brescia, poco più che sedicenne partì da Quarto il 6/5/1860 con Garibaldi, si guadagnò i gradi di sottotenente sul campo, nelle battaglie del Meridione. Tornò con Garibaldi in Aspromonte, 1862, e nel 1866 fu nel 4° Reggimento Volontari alla III guerra d’Indipendenza, dove fu fatto prigioniero dagli Austriaci a Bezzecca. Dopo la prigionia, si guadagnò il titolo di Cavaliere e s’impiegò all’Ospedale Civile di Brescia, poi divenne amministratore della Banca Popolare Bresciana, membro del Comizio Agrario Bresciano per lo sviluppo agricolo, (aveva un fondo agricolo a Bagnolo, all’avanguardia), componente della Commissione Amministrativa dell’Istituto-Convitto Agrario Chiodi di Bagnolo e poi sindaco (1891-1893), quando morì. Il prof. Giuseppe Cesare Abba, suo commilitone, gli scrisse il seguente epitaffio: Cav. Luigi Tavella – uno dei mille – alla risorgente patria la giovinezza – i forti anni al lavoro – cittadino soldato agricoltore – giusto colto amato – morì sindaco di Bagnolo – tra molto pianto – il 12 luglio 1893. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli.

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Arc. 1414: Framarin(i) Ottavio Pasquale in montura festiva da Maggiore del 62° Reggimento Fanteria Brigata Sicilia mod. 22/03/1860 – 02/04/1871 (Gambellara 26 ottobre 1825 – Vicenza 05 maggio 1902). Soldato nel 61° Reggimento Fanteria dell’Impero Austriaco nel 1846, si arruolò come Sottotenente nel Battaglione De Galateo di Treviso durante la Repubblica Veneta nel 1848 e prese parte alla difesa di Vicenza e Venezia (1848 – 1849). Dal 1849 al 1852 passò all’Artiglieria Sarda e il 6 agosto 1859 si arruolò nel 3° Reggimento Fanteria dell’Esercito dell’Emilia dove il 1° settembre 1859 venne promosso Capitano. L’anno successivo si unì  alla spedizione Medici e raggiunse l’Esercito Meridionale di Garibaldi. Il 21 luglio, alla battaglia di Milazzo fu ferito e ottenne la Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’8 ottobre dello stesso anno venne promosso Maggiore. Passato con lo stesso grado nell’esercito regolare il 16 aprile 1862 entrò nel 62° Reggimento Fanteria della Brigata Sicilia. Partecipò alla campagna del 1866 e guadagnò una seconda Medaglia d’Argento a Primolano. Nel 1870 venne promosso Tenente Colonnello e assegnato all’8° Reggimento Fanteria della Brigata Cuneo. Il 24 ottobre 1877 ottenne il grado di Colonnello e gli venne affidato il comando del 1° Reggimento Fanteria della Brigata Re. Il 4 novembre 1882 ebbe il Comando Superiore dei distretti della Divisione Militare di Ancona. Il 13 aprile 1884 venne messo in posizione Ausiliaria e il 12 gennaio 1893 venne promosso Maggior Generale della Riserva. Fotografia CDV. Fotografo: A. Galassi – Modena. Fotografia dedicata a G. Garibaldi e autografata.

Onorificenze

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia d’argento al valor militare
   Milazzo 21 luglio 1860
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia d’argento al valor militare
   Primolano 1866
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Arc. 2631: Cervetto Stefano Maria in gran montura da Sottotenente del 51° Reggimento Fanteria Brigata Alpi (Genova 7 maggio 1839 – 12 dicembre 1887). Figlio di Domenico e Carlotta Segala si arruolò volontario nei Carabinieri Genovesi dei Cacciatori delle Alpi il 17 aprile 1859. Nominato Caporale il 10 giugno, il 15 agosto venne promosso Sergente. Partecipò alla campagna del 1859 guadagnando la medaglia francese e fu congedato il 27 settembre 1859. Nel 1860 si unisce ai Mille e si imbarca a Quarto, sbarca a Marsala l’11 maggio e entra a far parte dei Carabinieri Genovesi con il grado di Sergente il 28 giugno 1860. Il 21 settembre 1860 venne promosso Luogotenente e, per essersi distinto nei combattimenti di Palermo e di Milazzo il 28 – 29 e 30 maggio e il 20 luglio, ottiene la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il 26 gennaio 1862 passò al Regio Esercito Italiano con il grado di Sottotenente e destinato al deposito di Ivrea. Il 19 ottobre 1862 venne trasferito al 51° Reggimento Fanteria e con questo partecipò alla campagna del 1866. Il 19 dicembre 1872 ottenne il grado di Tenente e il 1° dicembre 1881 venne promosso Capitano nel 42° Reggimento Fanteria Brigata Modena. Il 30 maggio 1884 venne posto in posizione Ausiliaria. Fotografia CDV. Fotografo: G.B. Sciutto & C. – Genova.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
    Palermo 28 – 29 – 30 maggio 1860 Milazzo 20 luglio 1860
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d’Italia - nastrino per uniforme ordinaria  Grand’Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
  
Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 - nastrino per uniforme ordinaria   Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
  
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
  
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Arc. 2510: Esercito Meridionale: Torchiana Pompeo in montura di servizio di piazza feriale da Tenente del Genio (Cremona 3 settembre 1823 – Cremona 2 settembre 1883). Figlio di Massimiliano fu ingegnere e architetto, partecipò alla campagna del 1849 combattendo alla difesa di Bologna contro gli austriaci. Si arruolò nei Cacciatori del Corpo Volontari Italiano il 15 marzo 1859 guadagnando la medaglia francese della Campagna d’Italia; fu congedato il 6 settembre 1859. L’11 maggio 1860 sbarcò con i Mille a Marsala e il 16 giugno venne promosso Luogotenente del Genio garibaldino. Durante la campagna si distinse in più occasioni meritandosi la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il 6 aprile 1860 fu confermato Luogotenente del Genio del Corpo Volontari Italiani e il 27 marzo 1862 entrò con lo stesso grado nel Regio Esercito Italiano. Il 30 giugno 1862 venne promosso Luogotenente di 1^ Classe e il 28 agosto del 1870, su sua domanda, fu dimesso. Il 30 dicembre 1870 fu Tenente del Genio nella Milizia Provinciale nel 44° Distretto Militare. Il 22 giugno 1874 fu confermato Tenente nel 2° Reggimento del Genio e il 13 dicembre dello stesso anno fu collocato nella Riserva con il grado di Capitano. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
    1860
Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 - nastrino per uniforme ordinaria   Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
  
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
  
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Arc. 2705: Intendenza Esercito Meridionale: Commissario in montura festiva. Fotografia formato 7,4 x 10,6. Fotografo: J. H. Gairoard – Napoli.

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Arc. 3155: Compagnia di sussidio al Servizio Sanitario del Corpo Volontari Italiani: Cellini Bernardo in uniforme da Sottotenente della Compagnia di sussidio al Servizio Sanitario (poi Treno) del Corpo Volontari Italiani. Da notare la granata al berretto e le profilature chiare alla giubba probabilmente azzurre. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Vianelli – Venezia. Autografata come Sottotenente del Treno d’Ambulanza in Tirolo. Campagna del 1866. 

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Arc. 2980: Esercito Meridionale: Gastaldi Giuseppe Giovan Battista (Porto Maurizio 24 maggio 1833 – 1907). Figlio di Domenico nacque a Porto Maurizio, oggi Imperia, il 24 maggio 1833. Nel 1860 era un giovane capitano marittimo con già alle spalle viaggi in tutto il mondo. A Lima ricordò di aver incontrato, ancora giovanissimo, Garibaldi allora già famoso e di avergli chiesto inutilmente di seguirlo nel suo viaggio verso le Filippine. Partecipò alla spedizione dei Mille e fece parte dell’equipaggio scelto per governare il Piemonte. Durante la navigazione si lanciò in mare con i marinai Romolo Mori e Luigi Andreotti per salvare un garibaldino che si era volontariamente gettato in mare. Giunti a Santo Stefano, fu elogiato dal generale Garibaldi nell’ordine del giorno. A Marsala fu tra coloro che organizzarono il rapido sbarco, prima che giungessero le navi napoletane. Fece tutta la campagna. A luglio fu anche organizzatore e comandante del trasporto di nuovi volontari da Genova sui vapori Sidney Hall e Provence. Ebbe le medaglie commemorative e la pensione dei Mille. Dopo l’impresa riprese a viaggiare in tutto il mondo. Infine si ritirò nella città natale in una villetta in via Crosa, impegnandosi in singolari studi agronomici. Scrisse delle memorie, inedite, caratterizzate da una scrittura essenziale e scarna, fuori dalle convenzioni e di valore documentale. Morì nel 1907. “…eseguiti gli ordini, mi portai con le barche sulla spiaggia di Quarto, ove trovai altri volontari e la barcaccia nella quale salii onde aspettare il Generale Garibaldi; circa alle quattro del mattino giunsero i due piroscafi Piemonte e Lombardo…“. Fotografia CDV. Fotografo: F. Balbi – Genova. 

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Arc. 2123: Cacciatori del Montefeltro: Gommi Flamini conte Enrico in montura di via da comandante dei Cacciatori del Montefeltro. All’arrivo delle truppe piemontesi nelle Marche ( campagna del 1860 ) si formarono spontaneamente dei gruppi di patrioti volontari che vennero inquadrati nei Cacciatori del Montefeltro. A capo di una colonna il Gommi Flamini partecipò alla liberazione di Urbino scacciando reparti pontifici e tenendo la città fino all’arrivo delle truppe del Generale Cialdini. Famoso per la sua particolare tenuta e per il suo cappello alla scozzese il Gommi Flamini si rivelò comandante audace e coraggioso. Fotografia CDV. Fotografo: sconosciuto. 1860.

ARMATA DEI VOSGI 1871

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Arc. 3290: Armata dei Vosgi: Perla Luigi in montura di via da Maggiore dell’Armata dei Vosgi. Figlio di Francesco e Gaetana Parenti nacque a Bergamo il 20 settembre 1839. Nel 1860 partì alla volta di Genova e si imbarcò con i Mille di Garibaldi a Quarto il 5 maggio 1860. Sbarcato a Marsala l’11 maggio 1860 partecipò alla battaglia di Calatafimi dove venne ferito al braccio sinistro. Promosso a Sergente nell’8^ Compagnia il 13 giugno 1860 partecipò a tutta la campagna e il 23 ottobre 1860 venne promosso Sottotenente. Il 16 aprile 1862 venne arruolato nell’esercito regolare come Sottotenente nel 61° Reggimento Fanteria.  Partito al seguito di Garibaldi nel 1870 per la Francia, venne arruolato con il grado di Maggiore nell’Armata dei Vosgi posta al comando del Generale. Il 21 gennaio 1871 cadde durante la battaglia di Digione. Fotografia CDV. Fotografo: L. Chamussy – Chambery. Al fondo “Maggiore Perla morto a Dijon 21 gennaio 1871”. Guerra franco – prussiana 1870-71. 

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Arc. 3312: Armata dei Vosgi: Maggiore di Stato Maggiore in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: Scanagatti – Perpignan. Guerra franco – prussiana 1870-71.

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Arc. 3287: Armata dei Vosgi: Ferrero Gola Giuseppe in montura di via da Capitano medico (Racconigi, 18 marzo 1848 – Torino, 17 giugno 1900). Nacque a Racconigi, in provincia di Cuneo, il 18 marzo 1848 da Tommaso e da Delia Gola. Dopo aver compiuto gli studi classici presso il ginnasio locale, si iscrisse alla facoltà di medicina dell’università di Torino. Nel 1866 interruppe gli studi per arruolarsi volontario nell’esercito garibaldino nella 12^ Compagnia del 3° Battaglione del 5° Reggimento, e il 21 luglio di quell’anno, prese parte alla battaglia di Bezzecca. Dopo l’armistizio italo-austriaco del 12 agosto fece ritorno a Torino, dove riprese a frequentare l’università. Nel 1870 volle seguire ancora Garibaldi, accorso in aiuto della neoproclamata Repubblica francese; raggiunse la Francia per mare e partecipò alla campagna dei Vosgi. Qui prestò la sua opera come aiutante di L. Musini nell’ambulanza medica, di cui faceva parte anche la giornalista e scrittrice Jessie White Mario. Lievemente ferito sul fronte di guerra si trasferì a Parigi, dove insieme con altri garibaldini prese parte alla difesa della Comune (da questa esperienza ricavò il volume Episodi della Comune di Parigi, Lodi 1872). Per sfuggire alla repressione il Ferrero dovette lasciare la Francia e riuscì a riparare in Svizzera. dove ebbe modo di incontrare Giuseppe Mazzini, ospite della famiglia Nathan presso villa Tanzina a Lugano. Il Ferrero, che aveva già letto alcuni scritti della propaganda mazziniana, trasse da quell’incontro motivi ulteriori per rafforzare il proprio orientamento repubblicano. Il suo stato d’animo era allora non dissimile da quello di molti reduci dalla campagna di Francia, che ricambiavano la diffidenza e l’ostilità con le quali venivano considerati dal governo italiano. Rientrato a Torino, si dedicò ad un’intensa attività politica, impegnandosi tra il 1871 e il 1873 nella formazione di società operaie. Assiduo della casa di Maria Ferraris, punto di ritrovo degli esponenti mazziniani delle società di mutuo soccorso, iniziò a collaborare a Il Proletario italiano e a La Plebe. Uscito a Torino nel luglio 1871 e diretto da C. Terzaghi, Il Proletario italiano si proclamava intenazionalista e appoggiava apertamente gli ideali della Comune, condannati invece da Mazzini. Collaborò a questo giornale soltanto fino all’agosto 1871, allorché esso venne accentuando le critiche ai principi sociali di Mazzini. Era quello un momento di incertezza per i repubblicani torinesi, che senza rinnegare la loro fedeltà a Mazzini erano tuttavia inclini ad accogliere le tesi degli internazionalisti. Anche il Ferrero si distaccò allora dall’ortodossia mazziniana e insieme con G. Beghelli, C. Laplace e L. Dell’Isola avvertì l’esigenza di occuparsi più attivamente della questione sociale costituendo a tale scopo la Lega repubblicana. Sorta nell’agosto 1871, la Lega si proponeva appunto di “far uscire il partito repubblicano dall’inerzia e farlo intervenire nella elaborazione di quelle dottrine che dovevano distruggere i vizi fondamentali delle società moderne” impegnandosi nell’azione più che nella discussione”. Le scelte dei giovani repubblicani come il F. subivano sempre più l’influenza di Garibaldi anche in rapporto alla questione dell’adesione all’Internazionale. Il 24 settembre repubblicani e internazionalisti diedero vita insieme alla Federazione operaia, che si richiamava al principî dell’Internazionale. Fu quello il momento di maggiore tensione, ai limiti della rottura, tra il F. e Mazzini. Dopo che questi, il 17 novembre, aveva indirizzato al F. un’accorata lettera, in cui paventava i rischi di un’adesione all’Internazionale, l'”eresia” dei repubblicani torinesi cominciò a rientrare. Già nel novembre 1871, acuitosi lo scontro all’interno della Federazione tra intemazionalisti e repubblicani, il F. tornò a farsi paladino del mazzinianesimo e, all’inizio del 1872, diede vita al giornale La Democrazia, organo ufficiale della Federazione operaia di chiaro indirizzo mazziniano. Partecipò quindi, in rappresentanza della Federazione, al primo congresso regionale delle società operaie piemontesi, svoltosi a Torino dal 5 al 10 maggio 1872, che respinse la proposta di adesione all’Internazionale. Il 26 luglio il venne arrestato quale istigatore dello sciopero generale; processato in ottobre, venne condannato a un mese di reclusione. Da allora la vita del Ferrero subi una svolta. Nel marzo 1873 sposò Greca De Benedetti e si trasferì a Roma, dove alla fine dell’anno conseguì la laurea in medicina. Trasferitosi a Viterbo esercitò la professione medica e partecipò alla vita politica locale. Fu segretario del comizio agrario viterbese, consigliere comunale e dal 1876 consigliere provinciale e membro della giunta provinciale amministrativa. Abbandonata la milizia repubblicana, venne progressivamente condividendo le posizioni moderate e accettò la monarchia. Nel 1883 fu nominato ufficiale della Corona d’Italia. Nel 1884, durante l’epidemia colerica, ricevette dal prefetto l’incarico di visitare le persone colpite e di vigilare sulla salute pubblica nel Viterbese, ottenendo per questo riconoscimenti e onorificenze. Nel 1885 venne insignito della commenda della Corona d’Italia e nel 1889 della croce dei Ss. Maurizio e Lazzaro. Nel 1891 il F. tornò a Racconigi, dove fu consigliere comunale, assessore, prosindaco e infine, nel 1893, sindaco. Fotografia CDV. Fotografo: R. Cavalier – Chalon sur Saône. Guerra franco – prussiana 1870-71.

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Arc. 3287: Armata dei Vosgi: Tenente in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: Jaunasse – Chateau Gontier. Guerra franco – prussiana 1870-71. 

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Arc. 3288: Armata dei Vosgi: Tenente in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: Daunay – Rochefort sur Mer. Guerra franco – prussiana 1870-71. 

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Arc. 3317: Armata dei Vosgi: G. Grossi in montura di via da Tenente di Stato Maggiore. Fotografia CDV. Fotografo: G.B. Sciutto – Genova. Datata Genova, 17 marzo 1873. Guerra franco-prussiana 1870-71. 

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Arc. 3288: Armata dei Vosgi: De Paoli Cesare in montura di via da Sottotenente. Figlio di Francesco nacque a Pozzoleone (Vi) il 24 gennaio 1830. Partecipò all’impresa dei Mille e prese parte alla guerra franco – prussiana del 1870-71 nell’Armata dei Vosgi. Fotografia CDV. Fotografo: Bayer. Guerra franco – prussiana 1870-71.

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Arc. 2125: Armata dei Vosgi: Sottotenente in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: Cottet – Paris. Guerra Franco – Prussiana 1870 – 71.

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Arc. 3291: Armata dei Vosgi: Tenente in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: Sereni – Macon. Guerra franco – prussiana 1870-71.

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Arc. 2986: Armata dei Vosgi: Ufficiale in montura di via con spencer. Fotografia CDV. Fotografo: P. Burgeois – Chalon sur Saône. Guerra franco-prussiana 1870/71.

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Arc. 3295: Armata dei Vosgi: Cerutti Ruggiero in montura di via da Tenente di Cavalleria. Figlio di Luigi e Madalena Beghetti nacque a Milano il 19 gennaio 1835. Partecipò alla campagna del 1866 nel Corpo Volontari Italiani nelle Guide di Garibaldi. Prese parte alla battaglia di Bezzecca e nel 1871 si arruolò come volontario al servizio della Francia durante la guerra franco-prussiana e come gli altri volontari italiani venne inquadrato nell’Armata dei Vosgi. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 3291: Armata dei Vosgi: Sottotenente di Artiglieria Martinotti in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: T. Schahl – Dijon. Guerra franco – prussiana 1870-71. 

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Arc. 2403: Reparto Liceali Volontari: Sottotenente in piccola montura. Questo reparto era aggregato alla Guardia Nazionale Valtellinese e combatté principalmente in questa valle al comando dei propri insegnanti. Fotografia CDV. Fotografo: Farina – Bolo – Vicenza. Campagna del 1866.

LEGIONE UNGHERESE

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Arc. 2399: Legione Ungherese: Colonnello Jhasz Daniel comandante la 1^ Brigata della Legione Ungherese. Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Torino. 1870 ca.

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Arc. 2925: Legione Ungherese: Ufficiale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Guidi e Comp. – Firenze.

UFFICIALI CORPI VARI 1859 – 1871

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Arc. 1241: Ministero della Guerra: Mariscotti Cav. Giovanni Battista Capitano addetto al Ministero della Guerra in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 4 ottobre 1863.

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Arc. 837: Veterani: Maggiore dei Veterani in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: E. Andreotti & C. – Firenze.

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Arc. 2117: Veterani: Capitano dei Veterani in gran montura, l’uniforme è quella del 1848. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 861: Invalidi: Maggiore degli Invalidi in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: G. B. Ganzini – Milano.

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Arc. 2808: Invalidi: Tenente degli Invalidi in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Barzotelli – Asti.

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Arc. 3101: Invalidi: Sottotenente degli Invalidi in gran montura. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Schemboche – Torino – Firenze.

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Arc. 2699: Moschettieri della Reclusione: Bongiorni Tommaso in gran montura da Tenente Colonnello comandante il corpo dei Moschettieri della Reclusione Militare (Parma 1816 – Parma 1892). Ufficiale del Ducato di Parma fino al 1859, passò nel Regio Esercito con il grado di Maggiore di Fanteria Relatore della Reclusione Militare. Il 12 marzo 1862 venne nominato Tenente Colonnello e il 4 settembre 1862 ebbe il comando del Corpo dei Moschettieri della Reclusione Militare. Il 28 novembre 1867 è Colonnello e nel 1874 passa al Ministero della Guerra come Direttore dell’Ufficio Amministrazione del Personale Militare Vari. Il 26 ottobre 1875 è nominato Colonnello graduato Maggior Generale in riserva poi il 28 febbraio 1878 è Maggior Generale effettivo. Fotografia formato gabinetto 10,8 x 16,3. Fotografo: G. Rossi – Genova.

CORPO DELLE GUARDIE DOGANALI 1862 – 1871

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Arc. 171: Guardie Doganali: Brigadiere in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 169: Guardie Doganali: Brigadiere in montura festiva. Fotografia CDV. Fotografo: C. Fabretti – Ancona. 1865 ca.

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Arc. 170: Guardie Doganali: Brigadieri e militi in montura festiva e in piccola montura. Fotografia formato 16,3 x 12,5. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 170: Guardie Doganali: Milite in montura festiva. Fotografia formato 16,3 x 12,5. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 172: Guardie Doganali: Milite in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: T. Panico & C.o – Ancona. 1865 ca.

Arc. 3436: Guardie Doganali: Milite in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto

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Arc. 172: Guardie Doganali: Milite in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Cesarico – Milano. 1865 ca.

CASA REALE SVEDESE

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Arc. 66: Carlo XV/IV, nome completo Carl Ludvig Eugén Bernadotte (Stoccolma, 3 maggio 1826 – Malmö, 18 settembre 1872). Nacque a Stoccolma e fu subito creato duca di Scania. Il Principe ereditario fu brevemente viceré di Norvegia nel 1856 e nel 1857. Diventò reggente il 25 settembre 1857 e re alla morte del padre, l’8 luglio 1859. Come figlio di Giuseppina di Leuchtenberg, era discendente di re Gustavo I di Svezia e di una sorella di re Carlo X di Svezia, la cui discendenza ritornò sul trono dopo averlo perso, nel 1818, dopo la morte di re Carlo XIII di Svezia. Come principe ereditario, i suoi modi bruschi e non convenzionali indussero molti a preoccuparsi della sua futura ascesa al trono, anche se poi Carlo si dimostrò uno dei più popolari re scandinavi e uno dei re più fedeli alla costituzione. Il suo regno divenne famoso per le sue riforme: la legge comunale (1862), la legge ecclesiastica (1863) e la legge sul crimine (1864) furono approvate proprio per volere del re, il cui motto era: «Land skall med lag byggas» (con la legge si costruirà lo Stato). Carlo era un convinto difensore della causa scandinava e della politica di solidarietà tra i tre regni settentrionali; la sua forte amicizia con re Federico VII di Danimarca, lo indusse a promettere alla Danimarca il suo sostegno alla vigilia della guerra del 1864, che, per certi aspetti, era ingiustificabile. Comunque, a causa della mancanza di preparazione dell’esercito svedese e delle difficoltà della situazione, Carlo fu obbligato a dichiararsi poi neutrale. Il re morì a Malmö il 18 settembre 1872. Come suo padre e suo nonno, fu massone e Gran Maestro della Massoneria svedese. Carlo XV era un apprezzato pittore, e le sue poesie rivelano la sua perizia nello scrivere. Gli successe al trono di Norvegia e Svezia il fratello Oscar II. Poche settimane prima della morte di Carlo XV/IV, la figlia Louise diede alla luce il suo secondo figlio, il giovane principe di Danimarca fu battezzato con il nome del nonno, Carlo, e nel 1905 questo nipote, il principe Carlo di Danimarca, salì al trono di Norvegia, diventando così successore del nonno, da parte della madre, nel Paese e assunse il nome regnate di Haakon VII. L’attuale sovrano, re Harald V di Norvegia, è pro-pro-pronipote di Carlo, anche da parte di madre. Nessun re di Svezia successivo a Carlo XV è suo diretto discendente. I suoi discendenti, comunque, sono, o sono stati, sui troni di Danimarca, Lussemburgo, Grecia, Belgio e Norvegia. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Bruxelles. 1860 ca.

Onorificenze

Onorificenze svedesi

Sovrano, Gran Maestro, Cavaliere e Commendatore del Reale Ordine dei Serafini - nastrino per uniforme ordinaria    Sovrano, Gran Maestro, Cavaliere e Commendatore del Reale Ordine dei Serafini
   8 luglio 1859; già Cavaliere e Commendatore dalla nascita
Sovrano, Gran Maestro e Commendatore di Gran Croce del Reale Ordine della Stella Polare - nastrino per uniforme ordinaria    Sovrano, Gran Maestro e Commendatore di Gran Croce del Reale Ordine della Stella Polare
   8 luglio 1859; già Commendatore di Gran Croce dalla nascita
Sovrano, Signore e Maestro, Commendatore di Gran Croce del Reale Ordine della Spada - nastrino per uniforme ordinaria     Sovrano, Signore e Maestro, Commendatore di Gran Croce del Reale Ordine della Spada
    8 luglio 1859; già Commendatore di Gran Croce dalla nascita
Sovrano, Signore e Maestro, Commendatore di Gran Croce del Reale Ordine di Vasa - nastrino per uniforme ordinaria    Sovrano, Signore e Maestro, Commendatore di Gran Croce del Reale Ordine di Vasa
   8 luglio 1859; già Commendatore di Gran Croce dalla nascita
Sovrano, Gran Maestro e Cavaliere del Reale Ordine di Carlo XIII - nastrino per uniforme ordinaria    Sovrano, Gran Maestro e Cavaliere del Reale Ordine di Carlo XIII
   8 luglio 1859; già Cavaliere dalla nascita
Gran Maestro dell'Ordine dei Framassoni Svedesi (Svenska Frimurare Orden SFMO) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine dei Framassoni Svedesi (Svenska Frimurare Orden SFMO)
   8 luglio 1859

Onorificenze norvegesi

Gran Maestro dell'Ordine Reale Norvegese di Sant'Olav - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine Reale Norvegese di Sant’Olav
   8 luglio 1859; già Cavaliere di Gran Croce dalla nascita

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine famigliare di Alberto l'Orso (Ducato di Anhalt) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine famigliare di Alberto l’Orso (Ducato di Anhalt)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria (Impero austro-ungarico)
Cavaliere del Reale Ordine di Sant'Uberto (Regno di Baviera) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere del Reale Ordine di Sant’Uberto (Regno di Baviera)
Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Danimarca)
   1846
Gran Commendatore dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Commendatore dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)
   10 giugno 1860
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Salvatore (Regno di Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Salvatore (Regno di Grecia)
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine Guelfo (GCH, Regno di Hannover) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine Guelfo (GCH, Regno di Hannover)
Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno d’Italia)
   1861
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d’Italia)
   1861
Cavaliere dell'Ordine del Leone d'Oro della Casa di Nassau (Ducato di Nassau) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Leone d’Oro della Casa di Nassau (Ducato di Nassau)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Leone d'Oro della Casa di Nassau (Paesi Bassi) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone d’Oro della Casa di Nassau (Paesi Bassi)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona di Quercia (Paesi Bassi) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona di Quercia (Paesi Bassi)
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine militare del Cristo (Regno di Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine militare del Cristo (Regno di Portogallo)
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine militare di Aviz (Regno di Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine militare di Aviz (Regno di Portogallo)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine militare di San Giacomo della Spada (Regno di Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di San Giacomo della Spada (Regno di Portogallo)
Cavaliere dell'Ordine supremo dell'Aquila Nera (Regno di Prussia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine supremo dell’Aquila Nera (Regno di Prussia)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Aquila Rossa (Regno di Prussia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Regno di Prussia)
Cavaliere dell'Ordine Imperiale di Sant'Andrea apostolo "il primo chiamato" (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria     Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Andrea apostolo “il primo chiamato” (Impero russo)
Cavaliere dell'Ordine Imperiale di Sant'Alexander Nevsky (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Alexander Nevsky (Impero russo)
Cavaliere dell'Ordine Imperiale dell'Aquila Bianca (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Imperiale dell’Aquila Bianca (Impero russo)
Cavaliere di I Classe dell'Ordine Imperiale di Sant'Anna (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I Classe dell’Ordine Imperiale di Sant’Anna (Impero russo)
Cavaliere di I Classe dell'Ordine Imperiale di San Stanislao (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I Classe dell’Ordine Imperiale di San Stanislao (Impero russo)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dinastico ducale della Casata Ernestina di Sassonia (Ducato di Sassonia-Coburgo e Gotha) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dinastico ducale della Casata Ernestina di Sassonia
Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (Spagna)

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Arc. 1435: Carlo XV/IV, nome completo Carl Ludvig Eugén Bernadotte (Stoccolma, 3 maggio 1826 – Malmö, 18 settembre 1872). Fotografia CDV. Fotografo: L. Cremière & C.ie – Paris.

GRANATIERI UFFICIALI 1859 – 1871

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Arc. 2491: Granatieri di Sardegna: Blanchetti Nobile Felice Lanfranco in gran montura da Colonnello comandante il 4° Reggimento Granatieri di Lombardia (Courgnè 1819 – Torino 1907). Sottotenente di fanteria nel 1838, partecipò da capitano alle campagne del 1848-49 e del 1855-56, meritandosi una medaglia di bronzo al valor militare nella battaglia di Novara e si distinse da maggiore nelle campagne del 1859 e del 1860-61ottenendo due medaglie d’argento nei fatti d’arme di Madonna della Scoperta e di Perugia, dove rimase ferito, e la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia nella presa di Mola. Comandò da Tenente Colonnello il 12° Reggimento Fanteria e promosso colonnello ebbe il comando del 4° Reggimento Granatieri di Lombardia, che guidò mirabilmente durante la campagna del 1866, meritandosi una seconda medaglia di bronzo al valor militare a Custoza. Col grado di Maggior Generale fu comandante della Brigata Cagliari e della 2^ e 3^ brigata di fanteria. Collocato a riposo, (1874) raggiunse nel 1893 il grado di Tenente Generale. Fotografia CDV. Fotografo: E. Maza – Milano. 1866 ca.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al valor militare
   Madonna della Scoperta 1859
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al valor militare
   Perugia 1860
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al valor militare
   Custoza 1866
Medaglia di bronzo al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia di bronzo al Valor Militare
   Novara 1848
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
   Mola 1860

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Arc. 3017: Granatieri di Sardegna: Gabet Marco- Pietro-Ippolito in gran montura da Colonnello Comandante del 3° Reggimento Granatieri (Chambery 14 agosto 1814 – 18..). Soldato del 2° Reggimento Fanteria Brigata Savoia il 25 giugno 1833, venne promosso Sottotenente nel 1° Reggimento il 2 giugno 1837. Tenente il 20 settembre 1845, ottenne il grado di Capitano il 30 settembre 1848. Promosso Maggiore nell’11° Reggimento Fanteria il 5 marzo 1859, venne trasferito nel 1° Fanteria il 12 giugno 1859. il 17 marzo 1861 ottenne il grado di Tenente Colonnello e il comando del 3° Reggimento della Brigata Granatieri di Lombardia. Il 13 marzo 1862 venne promosso Colonnello e il 12 luglio 1866 andò in ritiro per anzianità. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al valor militare

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Arc. 2271: Granatieri di Sardegna: Biandrà dei conti di Reaglie nobile Vittorio in gran montura da Tenente Colonnello del 4° Reggimento Granatieri (Torino 1828 – Montegrino 1913). Entrato all’Accademia Militare di Torino il 21 ottobre 1843, uscì il 28 marzo 1848 Sottotenente dei Granatieri Guardie e il 30 novembre dello stesso anno venne nominato Tenente partecipando alla campagna del 1848-49. Il 16 novembre 1856 fu promosso Capitano nel 9° Reggimento Fanteria e nella campagna del 1859 ottenne la Medaglia d’Argento Militare nel fatto d’arme di Palestro. Maggiore il 17 marzo 1861 venne nominato Comandante in 2^ del Collegio Militare di Milano e poi a Parma. Nel 1864 passò come Direttore Studi alla Scuola di Fanteria e Cavalleria di Modena e il 20 luglio 1866 venne promosso Tenente Colonnello. Nel 1867 passò al 1° Reggimento Fanteria, nel 1868 al 4° Reggimento Granatieri e nel 1870 al comando del 54° Reggimento Fanteria. Il 1° giugno 1871 fu promosso Colonnello e il 20 giugno 1878 Colonnello Brigadiere Comandante l’8^ Brigata Fanteria. Il 13 ottobre 1881 fu Comandante Superiore dei Distretti della Divisione di Genova e il 1° dicembre dello stesso anno venne promosso Maggior Generale Comandante Superiore dei Distretti della Divisione di Torino. Nel 1889 venne messo in Posizione Ausiliaria e il 12 marzo 1895 venne promosso Tenente Generale nella Riserva. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Sorgato – Bologna – Venezia. 

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al Valor Militare
   Palestro 1859
Medaglia piemontese della Guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia piemontese della Guerra di Crimea
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (4 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza

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Arc. 856: Granatieri di Sardegna: Tenente Colonnello in montura festiva con cappotto. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Naples – Florence – Livourne.

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Arc. 1108: Granatieri di Sardegna: Maggiore in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli.

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Arc. 948: Granatieri di Sardegna: Gianotti conte Cesare in gran montura da Capitano Ufficiale d’Ordinanza (Torino 19 dicembre 1836 – ). Entrato all’Accademia Militare di Torino il 22 ottobre 1849, uscì il 9 agosto 1855 Sottotenente dei Granatieri di Sardegna. Durante la campagna del  1859 ebbe alla Madonna della Scoperta la Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’8 luglio 1860 venne promosso Capitano e Ufficiale d’Ordinanza e guadagnò la seconda Medaglia d’Argento. Nella campagna del 1866 ottenne la Croce dell’Ordine Militare di Savoia a Custoza “per l’intrepidezza e l’intelligenza con cui portò gli ordini del comandante di Divisione”. Maggiore il 22 novembre 1871, Tenente Colonnello il 13 luglio 1878 passò alla Riserva e fu nominato Gran Mastro delle cerimonie presso S.M. il Re. Fotografia CDV. Fotografo: L. Haase & Comp. Berlino.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al valor militare
   Madonna della Scoperta 1859
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al valor militare
   1860
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
   Custoza 1860

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Arc. 3105: Granatieri di Sardegna: Ripa di Meana Tancredi in gran montura da Capitano. Sottotenente nel 1° Reggimento Granatieri il 12 settembre 1848, prese parte alla spedizione di Crimea. Partecipò alla campagna contro l’Austria del 1859 e il 14 settembre 1860 cadde alla presa di Perugia. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: G. Ambrosetti – Torino.

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Arc. 2910: Granatieri di Sardegna: Aymonino Carlo in gran montura da Capitano dei Granatieri Ufficiale d’Ordinanza del Re (Torino 1841 – Torino 1914). Sottotenente dei Granatieri nel 1859, partecipò come Tenente alla Campagna di Ancona e Bassa Italia (1860-61) guadagnandosi una medaglia d’argento al valor militare nel combattimento del Macerone. Il 31 marzo 1864 viene promosso Capitano e passa nello Stato Maggiore prendendo parte alle campagne del 1866 e 1870, meritandosi una seconda medaglia d’argento nel fatto d’arme di Civita Castellana. Promosso Maggiore nel 10° Reggimento Bersaglieri, passò nel 1877 nel Corpo di Stato Maggiore e dal 1880 al 1883, col grado di Tenente Colonnello, fu Ufficiale d’Ordinanza (10/06/1861 – 23/01/1878) e Aiutante di Campo di S.M. Colonnello nel 1883, fu comandante del 1° Reggimento Bersaglieri e del 49° Reggimento Fanteria e da Maggior Generale (1891) ebbe il comando della Brigata Ancona. Promosso Tenente Generale (1896) comandò la Divisione Militare di Perugia e più tardi (1898) la Divisione Militare di Firenze, sino a che, nel 1900, fu collocato in posizione di servizio ausiliario. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 1860 ca.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
  Macerone 1860
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
  Civita Castellana 1870

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Arc. 785: Granatieri di Sardegna: Capitano in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Sorgato – Bologna – Venezia. 1860/1871.

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Arc. 622: Granatieri di Sardegna: Capitano in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: A. Hautman & C. – Firenze. 1860/1871.

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Arc. 2708: Granatieri di Sardegna: Rasini di Mortigliengo Calisto Angelo in gran montura da Tenente dei Granatieri ( Savigliano 1840 – Treviso 1911 ). Sottotenente dei Granatieri nel 1858, partecipò alla guerra del 1859 e meritò la medaglia d’argento al valor militare a San Martino. Passato nello Stato Maggiore prese parte alla campagna dell’Umbria e delle Marche, dove ottenne, a Perugia, una seconda medaglia d’argento e a quella della bassa Italia dove ebbe a Mola di Gaeta la menzione onorevole. Nella guerra del 1866 fu decorato a Custoza della Croce da Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Dopo essere stato Ufficiale d’Ordinanza del Re Vittorio Emanuele II, fu promosso nel 1881 colonnello comandante del 36° Reggimento. Maggior Generale nel 1889, comandò la Brigata Napoli e l’anno seguente fu Aiutante di Campo di Re Umberto I; nel 1894 passò al comando della Brigata Reggio. Tenente Generale comandante la Divisione Militare di Bari nel 1895, passò nel 1896 a comandare quella di Alessandria. Andato in P. A. nel 1899, venne trasferito nella riserva nel 1902. Fotografia CDV montata su cartoncino. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
San Martino 1859
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
Perugia 1860
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
 Custoza 1866

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Arc. 884: Granatieri di Sardegna: Aymonino Carlo in gran montura da Tenente dei Granatieri Ufficiale d’Ordinanza del Re (Torino 1841 – Torino 1914). Sottotenente dei Granatieri nel 1859, partecipò come Tenente alla Campagna di Ancona e Bassa Italia (1860-61) guadagnandosi una medaglia d’argento al valor militare nel combattimento del Macerone. Il 31 marzo 1864 viene promosso Capitano e passa nello Stato Maggiore prendendo parte alle campagne del 1866 e 1870, meritandosi una seconda medaglia d’argento nel fatto d’arme di Civita Castellana. Promosso Maggiore nel 10° Reggimento Bersaglieri, passò nel 1877 nel Corpo di Stato Maggiore e dal 1880 al 1883, col grado di Tenente Colonnello, fu Ufficiale d’Ordinanza (10/06/1861 – 23/01/1878) e Aiutante di Campo di S.M. Colonnello nel 1883, fu comandante del 1° Reggimento Bersaglieri e del 49° Reggimento Fanteria e da Maggior Generale (1891) ebbe il comando della Brigata Ancona. Promosso Tenente Generale (1896) comandò la Divisione Militare di Perugia e più tardi (1898) la Divisione Militare di Firenze, sino a che, nel 1900, fu collocato in posizione di servizio ausiliario. Fotografia CDV. Fotografo: G. Sommer – Napoli. 1860 ca.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
  Macerone 1860
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
  Civita Castellana 1870

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Arc. 1493: Granatieri di Sardegna: Gianotti conte Cesare in gran montura da Tenente dei Granatieri Applicato di Stato Maggiore (Torino 19 dicembre 1836 – ). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1007: Granatieri di Sardegna: Sottotenente in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: G. Manzoni – Milano. 1860/1871.

img564

Arc. 656: Granatieri di Sardegna: Sottotenente in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860/1871.

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Arc. 2233: Granatieri di Sardegna: Compiani Gaspare in montura festiva da Maggiore del 1° Reggimento granatieri di Sardegna (Valenza, 19 novembre 1829 – Palermo, 20 agosto 1867). Entrato all’Accademia Militare il 3 gennaio 1846, uscì il 5 settembre 1848 Sottotenente nel 14° Reggimento Fanteria. Tenente nel 16° Reggimento Fanteria il 4 novembre 1855, venne promosso Capitano nel 4° Reggimento Granatieri di Sardegna il 15 ottobre 1859. Prese parte alla campagna contro l’Austria e nel 1860 ottenne la medaglia d’Argento al Valor Militare alla Rocca di Spoleto. Maggiore nel 1° Reggimento Granatieri di Sardegna il 6 maggio 1866, partecipò alla campagna di quell’anno ottenendo il 24 giugno a Monte Torre la seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. Promosso Tenente Colonnello nel 1° Reggimento Granatieri, morì di colera a Palermo il 20 agosto 1867. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
  Rocca di Spoleto 1860
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
  Monte Torre 24 giugno 1866

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Arc. 1981: Granatieri: Cotti Giuseppe in montura festiva da Capitano del 5° Reggimento Granatieri di Napoli ( Grazzano Monferrato 1838 – Custoza 1866 ). Uscito dall’Accademia Militare di Torino nel 1858 col grado di Sottotenente di Fanteria, l’anno seguente si distingueva a Palestro, guadagnando una medaglia d’argento al valor militare. Nella campagna delle Marche ed Umbria (1860) meritava una menzione onorevole. Promosso Capitano nel 1861, diveniva Ufficiale d’Ordinanza di S.A.R. Amedeo di Savoia che allora era Maggior Generale comandante la Brigata Granatieri di Lombardia; cadde nella battaglia di Custoza fu decorato di medaglia d’oro al valor militare ” per il valore e sangue freddo dimostrato in tutta la giornata. Rimasto sul campo di battaglia, anche dopo la ferita di S.A.R. il principe Amedeo, offriva spontaneamente i suoi servigi al comandante la 9^ Divisione, ed eseguite varie missioni importanti affrontando seri pericoli, rimaneva vittima del suo valore, ucciso da un colpo di mitraglia”. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Firenze. Al retro ” Capitano Cotti Giuseppe, Firenze 1863 – 5° Reg. Granatieri. Morto gloriosamente sul campo di battaglia di Custoza nella giornata del 24 di giugno 1866″.

Onorificenze

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’oro al valor militare
  Custoza 24 giugno 1866
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
  Palestro 1859

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Arc. 657: Granatieri: Capitano del 5° Reggimento Brigata Granatieri di Napoli in montura festiva. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860/1871.

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Arc. 978: Granatieri di Sardegna: Centurione marchese Ademarro in montura festiva da Tenente Ufficiale d’Ordinanza Onorario del Re del 1° Reggimento Granatieri mod. 06 marzo 1856 – 02 aprile 1871 (Genova 1840 – Aquino 2 settembre 1875). Sottotenente del 1° Reggimento Granatieri l’11 marzo 1860, venne promosso Tenente il 23 marzo 1862 e Capitano il 25 febbraio 1872. Dal 17 giugno 1866 al 2 settembre 1875 fu Ufficiale d’Ordinanza Onorario del Re. Fotografia CDV. Fotografo: G. Isola – Parma.

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Arc. 786: Granatieri di Sardegna: Tenente del 1° Reggimento in montura festiva. Fotografia CDV. Fotografo: R. Peli – Udine. Datata 28/11/1868.

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Arc. 715: Granatieri di Sardegna: Sottotenente in montura festiva. Fotografia CDV. Fotografo: A. Ciabò – Ancona. 1860/1871.

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Arc. 623: Granatieri di Sardegna: Sottotenente in montura festiva. Fotografia CDV. Fotografo: A. Premi – Mantova. 1860/1871.

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Arc. 2280: Granatieri di Sardegna: Ufficiali del 2° Reggimento in montura festiva e in montura di via. Fotografia formato 9,5 x 13,7. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1096: Granatieri di Sardegna: Capitano in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860/1871.

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Arc. 656: Granatieri di Sardegna: Sottotenente in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Marzocchini – Livorno. 1860/1871.

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Arc. 424: Granatieri di Sardegna: Sottotenente del 5° Reggimento Granatieri di Napoli in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 1860/1871.

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Arc. 1095: Granatieri di Sardegna: Tenente in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1865 ca.

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Arc. 233: Granatieri di Sardegna: Tenente del 2° Reggimento in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: G. Isola – Parma. 1860/1871.

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Arc. 2707: Granatieri: Sottotenente del 5° Reggimento Granatieri di Napoli in montura festiva con cappotto. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bajocchi & C. – Napoli.

CORPO REALE DI STATO MAGGIORE 1859 – 1871

 

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Arc. 1879: Gerbaix De Sonnaz d’Habères conte Giuseppe in gran montura da Colonnello di Stato Maggiore mod. 01/06/1864 – 05/08/1871 (Cuneo, 30 settembre 1828 – Roma, 8 aprile 1905). Sottotenente di Cavalleria nel 1846, partecipò alle campagne del 1848 e 1849 e nel 1854 passò nel Corpo di Stato Maggiore. Prese parte alla guerra di Crimea e poi a quella del 1859 quale capo di Stato Maggiore generale dell’armata durante la campagna del 1860 – 61, si meritò la croce da Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia all’attacco e presa di Mola di Gaeta e la promozione per merito di guerra a Tenente Colonnello nella campagna dell’Umbria e delle Marche. Colonnello capo di Stato maggiore del IV Corpo d’Armata nel 1861, divenne nel 1862 Aiutante di Campo del Principe Umberto. Per la guerra del 1866 fu Capo di Stato Maggiore della 16^ Divisione e a Custoza si meritò la medaglia d’argento al valor militare e la promozione a Maggior Generale. Dal 1874 al 1882 fu Aiutante di Campo del principe e poi Re Umberto I. Tenente Generale nel 1875, ebbe nel 1882 il comando della Divisione di Palermo. Comandante il IV Corpo d’Armata nel 1883, andò in P.A. per età nel 1896 e nel 1899 passò nella riserva. Nel 1904 gli fu conferito il Collare dell’Annunziata e nel 1884 era stato nominato Senatore. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano. 1861 ca.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata
   1884
Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
  Mola di Gaeta 1860
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valor militare
  «Per aver contribuito significativamente a salvare la vita al Principe ereditario Umberto, formando un quadrato, mercé cui si poté sostenere l’urto della cavalleria nemica» 1866.
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (5 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (5 barrette)
   
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia
   

Onorificenze straniere

Grand'Ufficiale dell'Ordine dell'Aquila Rossa (Impero tedesco) - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Impero tedesco)
   
Grand'Ufficiale dell'Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia) - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia)
   
Commendatore dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   
Commendatore dell'Ordine Reale Norvegese di Sant'Olav (Norvegia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine Reale Norvegese di Sant’Olav (Norvegia)
   
Commendatore dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)
   
Commendatore dell'Ordine del Leone di Zähringen (Baden) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine del Leone di Zähringen (Baden)
   
Commendatore dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Portogallo)
   
Cavaliere di IV classe dell'Ordine di Sant'Anna (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di IV classe dell’Ordine di Sant’Anna (Impero russo)
   
Cavaliere di V classe dell'Ordine di San Stanislao (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di V classe dell’Ordine di San Stanislao (Impero russo)
   
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)
   
Medaglia turca di Crimea (Impero Ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia turca di Crimea (Impero Ottomano)
   
Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d'Indipendenza italiana (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d’Indipendenza italiana (Francia)

Arc. 2930: Corpo Reale di Stato Maggiore: Lombardini Camillo in montura festiva da Colonnello di Stato Maggiore mod. 12 marzo 1860 – 1° giugno 1864 (Parma 10 marzo 1821 – Brescia 25 luglio 1883). Figlio di Antonio e di Corinna Drugman fu educato nel collegio di Neustadt. Fu volontario nella Fanteria delle Reali Truppe Parmensi nel 1841 e il 29 gennaio 1843 venne nominato Sottotenente nel 2° Battaglione di Fanteria. Nel 1845 fece parte dell’Ispezione di Artiglieria e Genio del Comitato Truppe e il 13 febbraio 1847 venne nominato I° Tenente Capo Sezione del Genio. Nella guerra del 1848 contro l’Austria entrò nel I° Battaglione Fanteria del Governo Provvisorio di Parma e meritò a Santa Lucia la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il I° gennaio 1849 entrò nell’Esercito Sardo come Tenente del Genio, partecipò alla campagna di quell’anno e nel 1850 passò come Tenente nello Stato Maggiore. L’11 agosto 1851 venne promosso Capitano e nel 1855 – 56 partecipò alla guerra di Crimea. Nel 1859, durante la guerra contro l’Austria, fu Capo di Stato Maggiore della Brigata Aosta e a Confienza ottenne la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Il 24 giugno dello stesso anno alla battaglia di San Martino venne promosso  Maggiore per meriti di guerra. Il 15 ottobre 1860 fu promosso Tenente Colonnello e venne destinato come Capo di Stato Maggiore al 3° Dipartimento Militare di Parma. Il 2 marzo 1862 ottenne il grado di Colonnello e fu Capo di Stato Maggiore del 2° Dipartimento Militare di Milano e nel 1866, durante la campagna, fu Capo di Stato Maggiore del I° Corpo d’Armata. A Custoza, nello stesso anno, fu insignito della Croce di Ufficiale dell’ordine Militare di Savoia e il 20 agosto fu nominato Maggior Generale Comandante la Brigata Savona. Nel 1867 passò al comando della Brigata Aosta e nel 1871 al comando della 1^ Brigata di Fanteria della Divisione di Bologna. Fu Aiutante di Campo Effettivo del Re dal 1° febbraio 1872 al 17 maggio 1877 poi Onorario e, dopo la Morte di Re Vittorio Emanuele II lo fu anche di Re Umberto I. Il 17 maggio 1877 venne promosso Tenente Generale Comandante la divisione di Brescia dove morì improvvisamente nel 1883. Fotografia CDV. Fotografo: G. Calvi – Parma.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
     Confienza – 1859
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
     Custoza – 1866 
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare
     Santa Lucia 1848
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     1860
Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     1864
Gran Croce decorato con Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Grande Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (5 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette)
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine della Legion d'onore - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Legion d’onore
      1859
Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d'Indipendenza italiana (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d’Indipendenza italiana (Francia)
     1859
Cavaliere di V classe dell'Ordine di San Stanislao (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di San Stanislao (Impero russo)
     1873
Cavaliere di Grande Stella dell'Ordine del Leone e del Sole (Impero persiano) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Leone e del Sole (Impero persiano)
     1875
Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
      1872
Cavaliere dell'Ordine di Carlo III (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine di Carlo III (Regno di Spagna)
     1873
Gran Maestro dell'Ordine Reale di Hohenzollern - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Reale di Hohenzollern
     1873
Gran maestro dell'Ordine imperiale austriaco di Francesco Giuseppe - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine imperiale austriaco di Francesco Giuseppe
     1874

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Arc. 1927: Corpo Reale di Stato Maggiore: Morra di Lavriano e della Montà conte Roberto in montura festiva da Colonnello dello Stato Maggiore mod. 01/06/1864 – 05/08/1871 (Torino, 24 dicembre 1830 – Roma, 20 marzo 1917). Sottotenente di cavalleria nel 1848, passò nel 1849 in artiglieria e poi nel corpo di Stato Maggiore. Partecipò alle campagne del 1848-49, 1859 e 1866, meritando a Custoza la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Raggiunse il grado di Colonnello nel 1868 e di Maggior Generale nel 1877; comandò la 18^ Brigata di Fanteria e poi fu Aiutante di Campo Generale Re. Tenente Generale nel 1883, meritò nell’epidemia del 1885 in Sicilia, la Medaglia d’Argento dei Benemeriti della salute pubblica. Comandò successivamente la Divisione militare di Padova, Milano e Roma e poi Corpo d’Armata di Napoli. Alla fine del 1893 fu destinato a governare, come Regio Commissario straordinario, la Sicilia posta in stato di assedio ed in premio del suo operato ebbe la Croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia. Anche se operò una repressione a tratti brutale e indiscriminata, e si distinse per la durezza con cui in breve stroncò il movimento di protesta. Comandante il VI Corpo d’Armata dal 1894 e l’VIII dal 1895, andò in P.A. e nel 1901 passò nella riserva. Deputato, rappresentò alla Camera il collegio di Carmagnola nella 12ma legislatura, e nel 1890 ebbe la nomina a Senatore. Dal 1898, e per più anni, fu ambasciatore italiano in Russia. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1868 ca.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi   Maurizio e Lazzaro
    8 giugno 1893
Grande Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
    10 giugno 1890
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
    9 agosto 1894
Medaglia d'argento al valore militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valore militare
    «Per il valore dimostrato nella battaglia di Custoza»
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (4 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza    (4 barrette)
   
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia
   

Onorificenze straniere

Gran Commendatore dell’Ordine del Salvatore (Regno di Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Commendatore dell’Ordine del Salvatore (Regno di Grecia)
  — 9 gennaio 1868
Commendatore del Reale Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore del Reale Ordine di Carlo III (Spagna)
  — 26 marzo 1871
Commendatore dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)
  — ottobre 1865
Commendatore dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)
  — 5 settembre 1863
Commendatore dell'Ordine del Cristo (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine del Cristo (Portogallo)
  — 24 ottobre 1863
Commendatore dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Portogallo)
  — 21 agosto 1865
Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   
Cavaliere dell'Ordine della Torre e della Spada (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine della Torre e della Spada (Portogallo)
  — 2 agosto 1863
Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 (Francia)
 

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Arc. 2970: Corpo Reale di Stato Maggiore: Ceva di Nucetto marchese Federico in gran montura da Colonnello di Stato Maggiore mod. 12 marzo 1860 – 1° giugno 1864 (Chambery 17 settembre 1824 – Genova 1909). Entrato all’Accademia Militare di Torino il 18 luglio 1837, uscì il 20 settembre 1845 Luogotenente del Corpo di Stato Maggiore. Nella campagna del 1848 ebbe a Sommacampagna una Menzione Onorevole, poi, Capitano il 14 ottobre 1848, ottenne a Novara la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Fu Maggiore nel 1859. Tenente Colonnello il 14 giugno 1860, Colonnello il 14 aprile 1861, fu Direttore dell’Ufficio Tecnico e poi di quello Topografico di Napoli. Il 26 ottobre 1868 venne promosso Maggior Generale nello Stato Maggiore delle Piazze e comandante della fortezza e della provincia di Verona. Il 22 dicembre 1872 fu collocato a riposo. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino.

Onorificenze

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valor militare
    Novara 1849
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Menzione Onorevole 
    Sommacampagna 1848      

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Arc. 2067: Corpo Reale di Stato Maggiore: Driquet nobile Edoardo in gran montura da Tenente colonnello di Stato Maggiore mod. 01/06/1864 – 05/08/1871 (Buda, 6 novembre 1824 – Firenze, 28 ottobre 1916). Edoardo Driquet è uno di quei patrioti ungheresi che sceglie l’Italia come patria d’elezione. Nel 1838 è Cadetto in Austria e nel 1845 è Sottotenente in un reparto di Fanteria ungherese. Nel 1848 si arruola volontario nel 1° Reggimento Fanteria del Governo Provvisorio Lombardo e nel 1845 entra nel 5° Reggimento Fanteria dell’esercito Sardo. Nel 1853 è nominato Capitano di Stato Maggiore e nella guerra del 1859 fa parte del Quartier Generale. Durante la guerra, alla Battaglia di San Martino (24 giugno 1859) ottiene l’Ordine Militare di Savoia. Il 13 marzo 1860 viene promosso Maggiore e il 14 aprile 1861 è Tenente Colonnello e viene nominato Direttore di Istruzione pratica a Orbetello. Il 24 settembre 1862 è Capo di Stato Maggiore della Divisione Messina e nell’ottobre dello stesso anno è Direttore dei Lavori Topografici in Sicilia. Il 12 marzo 1863 viene promosso Colonnello e I Capo del neonato Ufficio Informazioni, primo embrione dell’intelligence italiana. Nel 1866 è inviato al seguito del Generale Giuseppe Govone a Berlino per negoziare con Bismark e von Moltke l’alleanza italo-prussiana che porta alla terza guerra d’indipendenza. All’indomani della sconfitta nella battaglia di Custoza vengono riversate sull’Ufficio Ie accuse di inefficienza che ne causano il subitaneo scioglimento. Durante la guerra è Capo di Stato Maggiore e il 31 agosto dello stesso anno è Segretario Generale del Ministero della Guerra fino al 25 novembre 1869 quando viene promosso Colonnello Brigadiere Comandante la Brigata Forlì. Il 21 agosto del 1870 è Maggior Generale e passa al comando della 1^ Brigata di Fanteria della Divisione di Firenze e l’anno successivo prende il comando della 2^ Brigata Fanteria della Divisione di Palermo. Nel 1875 è Comandante in 2^ del Corpo Reale di Stato Maggiore e il 17 maggio 1877 è promosso Tenente Generale Comandante la Divisione di Palermo e poi quelle di Brescia e Verona. Nel 1887 è al comando dell’8° Corpo d’Armata di Firenze e nel marzo 1891 Driquet è nominato dal presidente del Consiglio di Rudinì membro della commissione d’inchiesta sulle brutalità commesse nella colonia d’Eritrea dal tenente dei carabinieri Livraghi e dall’ufficiale di polizia Cagnassi. Il 6 gennaio 1895 è posto in P.A.  e poi nel 1899 viene messo nella Riserva e nel 1896 viene eletto Senatore del Regno.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia
     Battaglia di San Martino, 24 giugno 1859
Medaglia Mauriziana - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia Mauriziana
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
   
Medaglia commemorativa delle Campagne d'Africa - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle Campagne d’Africa
   
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di II classe dell'Ordine dell'Aquila Rossa (Impero tedesco) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di II classe dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Impero tedesco)
   
Commendatore dell'Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia) - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia)
   
Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d'Indipendenza italiana (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d’Indipendenza italiana (Francia)
   

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Arc. 1943: Corpo Reale di Stato Maggiore: De Bassecourt marchese Vincenzo in gran montura da Tenente Colonnello mod. 06/03/1856 – 01/06/1864 ( Madrid 5 aprile 1822 – 1896). Uscito dalla Scuola di Marina di Genova Sottotenente del Genio Navale nel 1841, passò poi nell’ Artglieria nel 1844. Prese parte alle campagne del 1848-49 e il 4 maggio 1853 venne promosso Capitano. Partecipò alla campagna del 1859 e nel maggio 1860 ottenne il grado di Maggiore e nella campagna del 1860, alla presa di Perugia, si meritò la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Il 12 settembre dello stesso anno passò, con il grado di Tenente Colonnello al Corpo Reale di Stato Maggiore. Nel 1863 – 1864 fu inviato negli Stati Uniti come osservatore durante la Guerra di Secessione americana e il 31 dicembre del 1863 ottenne il grado di Colonnello. Nel 1864 fu nominato Capo di Stato Maggiore del 7° Dipartimento e nel 1865 passò in aspettativa. Nella campagna del 1866 venne assegnato come Capo di Stato Maggiore alla Divisione di Milano. Nel 1869 passò al 3° Corpo dell’Esercito e nel 1870 fu al Comando dello Stato Maggiore. Nel 1871 ottenne il grado di Colonnello Brigadiere Comandante la 4^ Brigata di Fanteria della Divisione di Verona e il 29 settembre 1872 venne promosso Maggior Generale. Nel 1875 è comandante della 39^ Brigata di Fanteria e nel 1879 è comandante del presidio di Venezia. Il 26 ottobre 1881 è collocato nella Riserva con il grado di Tenente Generale. Fotografia CDV. Fotografo: Sole et Arte – Torino.

Onorificenze

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valor militare
    Perugia – 1860

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Arc. 3172: Corpo Reale di Stato Maggiore: Caccialupi Gaetano in montura festiva da Tenente Colonnello di Stato Maggiore mod. 01 giugno 1864 – 05 agosto 1871 (Pavia 1825 – Milano 1899). Volontario delle 5 Giornate di Milano nel 1848, entrò come Sottotenente di Fanteria nell’esercito sardo. Tenente nel 5° Reggimento Fanteria il 21 agosto 1853, prese parte alla spedizione di Crimea nel 1855-56 in qualità di ufficiale dello Stato Maggiore della 5^ Brigata. Nella Campagna del 1859 meritò la Medaglia d’Argento al Valor Militare a Palestro e una seconda medaglia gli venne conferita a Castelfidardo il 18 settembre 1860. Promosso Maggiore nello Stato Maggiore il 1° giugno 1861, ottenne il grado di Tenente Colonnello il 20 agosto 1866 e la nomina a Sotto Capo di Stato Maggiore presso il Comando Truppe della Media Italia. Nel 1870 fu Capo di Stato Maggiore della Divisione di Torino e l’8 novembre 1871 venne promosso Colonnello Comandante il 55° Reggimento Fanteria. Nel 1875 fu Capo di Stato Maggiore presso il Comando Generale a Firenze e il 27 maggio 1877 venne promosso Maggior Generale al comando della 32^ e poi della 29^ Brigata Fanteria. Fu poi Capo di Stato Maggiore in 2^ del Corpo di Stato Maggiore e il 3 luglio 1884 fu promosso Tenente Generale Comandante la Divisione Piacenza e poi quella di Cuneo. In Posizione Ausiliaria nel 1891 fu Aiutante di Campo Onorario del Re ( di Vittorio Emanuele II e di Umberto I) dal 1875 al 1899. Fotografia CDV. Fotografo: Anriot – Bologna.

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi   Maurizio e Lazzaro
    
Grande Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
    
Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia
     
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valor militare
    Palestro – 1859
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valor militare
    Castelfidardo – 18 settembre 1860
Medaglia piemontese della guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia piemontese della guerra di Crimea
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (5 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (5 barrette)
   

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Arc. 2487: Corpo Reale di Stato Maggiore: Rizzardi Ercole in montura festiva da Tenente Colonnello di Stato Maggiore mod. 01/06/1864 – 05/08/1871 (Milano 18 luglio 1822 – Milano 16 febbraio 1895). Entrato all’accademia Militare di Torino il 25 aprile 1835, uscì il 25 agosto 1841 Sottotenente nel Reggimento Piemonte Reale Cavalleria. Nella campagna del 1849 fu, alla Sforzesca, decorato della medaglia d’argento al valor militare. Il 5 giugno 1853 fu promosso Capitano e nel 1859 fu decorato della Croce dell’Ordine Militare di Savoia e della Legion d’Onore a Solferino al comando dello Squadrone Guide di nuova formazione; l’anno dopo passò nello Stato Maggiore ed ebbe la nomina a Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia per la campagna dell’Umbria e Marche, una seconda medaglia d’argento e una menzione onorevole in quella della Bassa Italia. Tenente Colonnello Capo di Stato Maggiore della 1^ Divisione  il 14 aprile 1861, diventò Colonnello  il 20 novembre 1868 e comandò i Lancieri di Firenze e poi i Lancieri di Novara. Promosso Maggior Generale il 14 agosto 1870 comandò una Brigata di Cavalleria a Verona e nel 1879 fu trasferito alla riserva. Nel 1881 fu promosso Tenente Generale. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze.

Onorificenze

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valor militare
    Sorzesca 1849
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valor militare
    Campagna della Bassa Italia 1860
Medaglia di bronzo al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria     Menzione Onorevole
      Campagna della Bassa Italia 1860
Cavaliere dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine militare d’Italia
    Solferino 1859
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
    Campagna delle Umbria e Marche 1860
Cavaliere dell'Ordine della Legion d'onore - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine della Legion d’onore
    Solferino 1859

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Arc. 3268: Corpo Reale di Stato Maggiore: De Sauget Guglielmo in montura festiva da Tenente Colonnello di Stato Maggiore 12 marzo 1860 – 1° giugno 1864 con spada all’orientale dello Stato Maggiore del Regno delle Due Sicilie (Monteleone di Calabria, 1° aprile 1820 – Napoli 17 maggio1897). Tenente Colonnello nello Stato Maggiore nell’esercito del Regno delle Due Sicilie, fu Capo di Stato Maggiore della 1^ Divisione come Attendente del Generale Marra il 28 luglio 1860. Passato con l’Esercito Meridionale (Garibaldi), fu Sotto Direttore del Ministero della Guerra il 7 settembre 1860. Promosso Colonnello il 22 ottobre 1860, fu Direttore del Dipartimento di Guerra il 22 novembre 1860. Trasferito al Regio Esercito Italiano con il grado di Tenente Colonnello il 24 gennaio 1861, venne promosso Colonnello nello Stato Maggiore il 12 settembre 1861 e venne destinato al comando del Collegio Militare della Nunziatella di Napoli. Colonnello Brigadiere nel 1865 fu al comando della Brigata Cuneo per poi essere posto al comando della Brigata mista 8° e 71° Reggimento Fanteria durante la campagna del 1866. Maggior Generale il 20 agosto 1866 fu al comando della Brigata Savona e nel 1871 ottenne il comando della Brigata di Fanteria della Divisione Perugia. Nel 1875 venne trasferito al comando della 32^ Brigata Fanteria e ottenne il grado di Tenente Generale e il comando della Divisione Salerno il 17 maggio 1877. Nel 1884 fu al comando del 7° Corpo d’Armata di Ancona e nel 1887 del 6° Corpo d’Armata di Bologna. In Posizione Ausiliaria il 14 settembre 1888, venne collocato nella Riserva il 16 aprile 1892. Fu Senatore del Regno dal 1886. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
 
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
 
Medaglia mauriziana al merito di 10 lustri di carriera militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia mauriziana al merito di 10 lustri di carriera militare
 
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (4 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette)
 
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
 
Onorificenze straniere
 
Cavaliere dell'Ordine del Merito sotto il titolo di San Lodovico (Ducato di Lucca) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine del Merito sotto il titolo di San Lodovico (Ducato di Lucca

Arc. 1779: Ettore Bertolè-Viale in montura festiva da Tenente Colonnello di Stato Maggiore mod. 01/06/1864 – 05/08/1871 (Genova, 25 novembre 1829 – Torino, 13 novembre 1892). Nato in una famiglia di tradizioni militari (il padre ed alcuni dei suoi fratelli intrapresero questa stessa carriera), frequentò l’accademia militare di Torino terminando il proprio corso nel 1844. Nominato Sottotenente a diciotto anni, l’anno successivo divenne Luogotenente venendo inscritto nel 16º Reggimento di Fanteria col quale prese parte alla Prima guerra d’indipendenza. Dopo la fine della guerra, riprese i propri studi e divenne ufficiale di Stato Maggiore per poi aderire alla Guerra di Crimea ove partecipò col grado di Capitano al comando della 2ª Brigata provvisoria dello Stato Maggiore.  Prese parte quindi il 16 agosto 1855 alla Battaglia della Cernaia durante la guerra di Crimea. Nel 1859 prese parte alla Seconda guerra d’indipendenza col grado di Capitano di Stato Maggiore, combattendo sotto il generale Manfredo Fanti che lo mantenne in grande stima e considerazione. Prese parte quindi alla battaglia di Palestro ed a quella di Magenta, ove acquisì la prima Medaglia d’Argento al Valor Militare e la croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Dopo l’Armistizio di Villafranca, divenne segretario del Generale Fanti seguendolo nelle campagne in Emilia e Toscana. Nel 1860 quando il Generale Fanti divenne ministro della guerra, comandante la spedizione nelle Marche ed in Umbria, nonché capo di Stato maggiore del Re nell’impresa del Mezzogiorno, Ettore Bertolè Viale venne promosso Tenente Colonnello e Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia. Il 13 giugno 1861, prescelto quale segretario generale del ministro della guerra, divenne Colonnello. Nel 1866, col prospettarsi della Terza guerra d’indipendenza venne nominato Maggiore Generale, carica che mantenne sino al 1874 quando divenne comandante di Stato Maggiore e poi di Corpo d’Armata nel 1881 ottenendo la nomina di Aiutante di Campo di Sua Maestà e poi quello di Tenente Generale. Nel 1867, nel frattempo, era divenuto Ministro della Guerra del Regno, rimanendo in carica sino al 1869. Nel 1881, inoltre, scese anche in politica divenendo membro della camera dei deputati ove rimase nel collegio di Crescentino per cinque legislature (X-XIV). Nel 1887 egli stesso divenne ministro della guerra del Regno d’Italia. Ammalatosi, nel 1891 si ritirò dai propri incarichi politici e morì a Torino il 13 novembre 1892 all’età di sessantatré anni. Fotografia CDV. Fotografo: F.M. Chiapella – Napoli.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
   
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’argento al valor militare
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (4 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette)
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Imperiale di Francesco Giuseppe (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di Francesco Giuseppe (Impero austro-ungarico)
   
Gran Croce dell'Ordine Militare di San Benedetto d'Avis (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine Militare di San Benedetto d’Avis (Portogallo)
   
Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
   
Cavaliere di I Classe dell'Ordine dell'Aquila Rossa (Germania) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I Classe dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Germania)
   
Gran Croce dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
   
Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Bianca (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Bianca (Impero di Russia)
   
Cavaliere di Grande Stella dell'Ordine del Leone e del Sole (Impero persiano) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Grande Stella dell’Ordine del Leone e del Sole (Impero persiano)
   
Cavaliere Gran Commendatore dell'Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere Gran Commendatore dell’Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia)
   
Cavaliere dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

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Arc. 2929: Corpo Reale di Stato Maggiore: Alessandri Giovanni in gran montura da Tenente Colonnello di Stato Maggiore del Corpo Volontari Italiani o del Regio Esercito mod. 06 marzo 1856 – 1° giugno 1864 ( Venezia 1827 – Mondovì 31 maggio 1913). Sottotenente del 16° Reggimento Fanteria dell’Esercito Imperiale Austriaco nel 1847, passò all’Esercito della Repubblica di Venezia come Aiutante di campo del Generale Solera nel 1848. Nel 1849 passò come Capitano nella Legione Euganea dove venne nominato Maggiore e il 1° ottobre 1860 ottenne il grado di Tenente Colonnello Capo di Stato Maggiore della 2^ Brigata della 15^ Divisione dell’Esercito Meridionale e poi del Corpo Volontari Italiani, partecipò alla campagna dell’Italia Meridionale e ottenendo la Croce dI Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Il 27 marzo 1862 passò al regio Esercito italiano con il grado di Tenente Colonnello Capo di Stato Maggiore della Divisione di Catanzaro. Nel 1865 fu Capo di Stato Maggiore della Divisione di Cagliari e nel 1867 passò a comandare lo Stato Maggiore della Divisione di Savona. Il 29 aprile 1868 fu promosso Colonnello nello Stato Maggiore delle Piazze Comandante Provinciale poi del 39° Distretto Savona. Il 15 ottobre 1871 passò a comandare il 34° Distretto di Venezia e nel 1872 fu posto in disposizione. Nel 1880 venne posto al comando del 50° Distretto di Avellino e il 1° dicembre 1881 fu posto in Posizione Ausiliaria. Il 21 aprile 1887 venne promosso Maggior Generale della Riserva. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine militare d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine militare d’Italia
    Italia Meridionale – 1860

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Arc. 2233: Corpo Reale di Stato Maggiore: Mazzoleni Giovanni in gran montura da Maggiore di Stato Maggiore mod. 01/06/1864 – 05/08/1871. Sottotenente dei Bersaglieri il 14 marzo 1849 è promosso Capitano il 12 luglio 1859. Diventa Maggiore il 25 ottobre 1863 e poi Capo di Stato Maggiore della Divisione di Alessandria. Il 15 luglio 1877 è promosso Colonnello e nominato comandante della Scuola di Fanteria. Nell’aprile del 1882 è comandante del Distretto della Divisione di Genova e il 13 aprile 1884 viene messo in P.A. Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Torino. 1863 ca.

Arc. 3357: Corpo Reale di Stato Maggiore: Cristiano Lobbia in gran montura da Maggiore di Stato Maggiore (Asiago, 30 gennaio 1826 – Venezia, 2 aprile 1876).  Durante la sua carriera militare raggiunse i gradi di Colonnello del Regio Esercito, comandante dei Cacciatori delle Alpi, alto ufficiale durante la spedizione dei Mille, Generale del Genio, sottocapo di Stato Maggiore poi Capo di Stato Maggiore, Vicecomandante del corpo dei Bersaglieri e Ministro della Guerra. Grazie ai suoi servigi e alla sua lealtà verso l’Italia ottenne, oltre al pubblico elogio di Garibaldi, le croci di Savoia, della Corona d’Italia, dei Ss. Maurizio e Lazzaro e la medaglia d’argento al valore militare. In seguito, anche i titoli di Colonnello e Generale della Repubblica Francese dopo aver combattuto al fianco di Napoleone III contro la Prussia nella Guerra Franco-Prussiana. Nacque ad Asiago (città un tempo parte della Reggenza dei Sette Comuni) da Maddalena Bonomo e Giovanni Domenico; la sua famiglia era benestante e probabilmente risiedeva nella Casa Lobbia che sorgeva nei pressi del Duomo cittadino. Dotato di spiccata intelligenza, venne avviato agli studi di matematica e nel 1846 si iscrisse all’Università degli Studi di Padova, ma due anni dopo abbandonò gli studi per unirsi ai moti insurrezionali del 1848 contro l’Impero Austriaco che a quel tempo governava il Veneto, costituendo e comandando un corpo di 800 volontari da lui chiamato “Legione Cimbrica”, detta anche “dei Crociati” per via della divisa che indossavano, composta da una camicia azzurra con una grande croce rossa sul petto. La Legione Cimbrica si distinse per valore nel contenere l’avanzata delle truppe austriache, assai superiori di numero e meglio armate ed addestrate e parecchi dei volontari superstiti presero successivamente parte alla seconda guerra di indipendenza e alla Spedizione dei Mille. Ripresi gli studi e conseguita la laurea in Matematica, gli venne affidata la direzione dei lavori della nuova strada denominata Costo di Asiago, che portò a termine superando con il suo ingegno le difficoltà tecniche emerse nel corso dei lavori. Ma nel petto dello stimato professionista batte un cuore di patriota, e quando alcuni anni dopo inizia la seconda guerra di indipendenza, Cristiano Lobbia non ha esitazioni a mettersi in contatto con Garibaldi, a cui era già noto il valore del comandante legionario, che gli conferì il grado di colonnello ed il comando di un battaglione dei Cacciatori delle Alpi, alla guida del quale si distinse nuovamente per il suo valore impegnando con successo gli austriaci nel 1859 in quelle valli che, a ricordo della vittoria, portano tuttora il nome di “Lobbia Alta”, “Lobbia Media” e “Lobbia Bassa”. L’anno seguente il Lobbia parteciperà all’impresa dei Mille, anche qui distinguendosi per le sue qualità, in particolare durante la cattura della piazzaforte borbonica di Messina che gli valse la promozione sul campo a Capo di Stato Maggiore. Nel 1867 Cristiano Lobbia, una volta conclusa la sua carriera militare come vice comandante del corpo dei Bersaglieri, viene eletto deputato al Parlamento del Regno d’Italia nel collegio di Thiene tra i rappresentanti di sinistra del partito liberale. Egli si fece notare e stimare quasi immediatamente per la sua statura morale e per lo spirito battagliero che lo animava. La sua battaglia parlamentare più famosa è quella relativa allo “scandalo del Monopolio dei Tabacchi”, che scaturì dai fondati sospetti che l’approvazione parlamentare della concessione da parte del Regno ad un gruppo di imprese private del monopolio della coltivazione del tabacco e della manifattura dei prodotti da fumo fosse stata “pilotata” per mezzo di finanziamenti illeciti da parte di noti banchieri interessati nell’affare ad un nutrito numero di deputati (si parla di circa 60). Ciò diede origine nel maggio del 1869 ad una virulenta campagna di stampa, che spinse il Parlamento di Firenze, allora capitale del Regno, a nominare un’apposita commissione di inchiesta. Nel corso del dibattito parlamentare, quando sembrava ormai che la proposta di nominare la commissione stesse per essere respinta, Lobbia dichiarò in aula di essere in possesso di prove e testimonianze decisive riguardanti le tangenti pagate al deputato Giuseppe Civinini, anche lui ex garibaldino, il cui voto era stato tra quelli determinanti per l’approvazione del monopolio, mostrando agli esterrefatti deputati una busta il cui contenuto – egli disse – avrebbe provato senza ombra di dubbio le responsabilità di corrotti e corruttori. A seguito di questo clamoroso episodio la Camera votò l’istituzione della Commissione di inchiesta, alla cui presidenza venne nominato l’on. Giuseppe Pisanelli. La commissione si insediò il 1º giugno 1869, e convocò come primi testimoni Francesco Crispi e lo stesso Lobbia per il successivo 16 giugno, ma la notte precedente, mentre si recava a casa del deputato Antonio Martinati, Lobbia rimase vittima di un’aggressione da parte di uno sconosciuto in via dell’Amorino, che dapprima gli sferrò un colpo di bastone in testa e poi lo ferì con tre coltellate al petto. Grande fu l’indignazione che questo attentato suscitò nell’opinione pubblica, che vedeva nel Lobbia un paladino in lotta contro il malaffare e la corruzione dilagante. La stampa indipendente criticò l’accaduto e vi furono manifestazioni e tumulti in diverse città italiane, ed in modo particolare a Milano dove si contarono diversi feriti negli scontri con le forze dell’ordine, che operarono sequestri di giornali, scioglimenti di riunioni e numerosi arresti. Garibaldi stesso espresse la sua solidarietà a Lobbia con una sua lettera, in cui definiva “tempi borgiani” l’atmosfera in cui era maturato il delitto. Ancor più sorprendente dell’attentato a Lobbia fu il fatto che il 17 giugno il Governo, tramite un Regio Decreto, dichiarava chiusa d’autorità la sessione parlamentare, impedendo di fatto la continuazione dei lavori della Commissione parlamentare di inchiesta e la testimonianza di Lobbia. La stampa di sinistra criticò aspramente il Governo, accusandolo di voler sfuggire alle sue responsabilità, ma la stampa di parte governativa cominciò ad insinuare che l’agguato a Lobbia fosse stato simulato dallo stesso deputato per nascondere l’assoluta mancanza di prove a carico di Civinini e degli altri personaggi da lui accusati, sfruttando la circostanza che a soccorrerlo fosse stato il suo alleato Martinati, e che non vi fossero altri testimoni del fatto, dal momento che un altro uomo che aveva assistito all’episodio era morto durante l’estate in circostanze misteriose, ed il cadavere di un’altra persona, che alcuni indizi indicavano come il sospetto aggressore, venne ripescato nell’Arno. La vicenda ebbe un ovvio strascico giudiziario, ed il procedimento penale dapprima iniziato contro ignoti per l’aggressione al Lobbia, si trasformò ben presto in una trappola per il deputato veneto, grazie soprattutto all’azione del Regio Procuratore di Firenze che, per compiacenza verso il governo, accusò il Lobbia di aver messo in scena l’attentato, ottenendo il 17 novembre la condanna dello stesso e del Martinati per “simulazione di reato”. La sentenza provocò nuovo scalpore nell’opinione pubblica, ed il Lobbia, presentatosi in Parlamento indossando provocatoriamente la stessa bombetta che portava la sera in cui fu aggredito, e che presentava un incavo nel mezzo dovuto al colpo di bastone ricevuto, vide accrescersi ulteriormente la sua popolarità al punto che un intraprendente cappellaio fiorentino si mise a fabbricare e a vendere cappelli “alla Lobbia” dando così origine al famoso copricapo. Lobbia e Martinati fecero ricorso in appello, ma la condanna venne confermata. Nel frattempo era scoppiata la guerra franco-prussiana e Lobbia, avendo saputo che Garibaldi stava raccogliendo volontari per combattere i Prussiani a fianco della III Repubblica Francese, non esitò a rinunciare al mandato parlamentare per tornare nuovamente a combattere con l’Armata dei Vosgi, stavolta con il grado di generale, e partecipare valorosamente alla battaglia di Digione. Terminata la campagna bellica, Cristiano Lobbia tornò alla sua attività di ingegnere civile e nel 1872 ottenne finalmente soddisfazione dalla Suprema Corte di Cassazione, che annullò la precedente sentenza di condanna e decise un nuovo processo d’appello, celebrato presso la Corte di Appello di Lucca che si concluse nel 1875 con una sentenza di assoluzione per insufficienza di prove. Fu questa una ben magra consolazione per Lobbia, il quale, provato dalle traversie e dalle amarezze subite, si spense a Venezia pochi mesi dopo all’età di 50 anni, senza poter assistere alla nascita del suo terzo figlio, Cristiano. Nella città lagunare gli vennero tributati solenni funerali, con larga partecipazione di autorità e di pubblico come riconoscimento per i suoi sacrifici e la sua dirittura morale. Oggi è sepolto nel cimitero di Asiago tra le tombe dei cittadini illustri dell’Altopiano. Fotografia CDV. Fotografo: Laisné & Cie. – Palermo. 

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Arc. 58: Corpo Reale di Stato Maggiore: Sanvitale conte Ugo in gran montura da Maggiore di Stato Maggiore mod. 01/06/1864 – 05/08/1871 (Parma 1817 – 189 ). Tenente nel I° Spahis (Francia) nel 1856, viene promosso Capitano nel 1859 e il 25 ottobre 1863 è nominato Capitano di Stato Maggiore nel Regio Esercito. Il 9 novembre dello stesso anno è già Maggiore e passa nell’Ufficio Superiore di Torino e nel 1864 è addetto nella Divisione di Modena. Nel 1865 è nella Divisione Militare di Torino e nel 1867 passa alla Divisione di Firenze. Nel 1870 è Capo di Stato Maggiore della 3^ Divisione e poco dopo passa alla Divisione di Perugia. Il 12 marzo 1871 è promosso Tenente Colonnello di Fanteria nel I° Distretto di Alessandria e nell’ottobre dello stesso anno è comandante del 52° Distretto di Macerata. Nel dicembre del 1874 passa nella riserva e nel dicembre del 1893 è promosso Colonnello. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1864 ca.

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Arc. 2698: Corpo Reale di Stato Maggiore: Centurione principe Giuseppe in gran montura da Maggiore di Stato Maggiore mod. 01/06/1864 – 05/08/1871. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Firenze – Napoli – Livorno. 1860 ca.

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Arc. 2069: Corpo Reale di Stato Maggiore: Chiarle Vittorio in gran montura da Maggiore di Stato Maggiore (Torino, 1828 – 1904). Sottotenente di Fanteria nel 1848, partecipò alle campagne di quell’anno e del successivo, e a Novara rimase ferito. Combattè anche in Crimea, nella campagna del 1859 – 60 e nel 1866 col grado di Maggiore di Stato Maggiore. Comandò da Colonnello (1872) il 64° Reggimento Fanteria della Brigata Cagliari. Maggior Generale nel 1877, tenne il comando della Brigata Bologna e nel 1885 andò in posizione ausiliaria. Nel 1895 fu promosso Tenente Generale nella riserva. Fotografia CDV. Fotografo: F. Sidoli – Piacenza.

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Arc. Corpo Reale di Stato Maggiore: Maggiore in montura festiva con spencer e stivali. Fotografia CDV. Fotografo: G. Isola – Parma.

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Arc. 3246: Corpo Reale di Stato Maggiore: Maggiore in montura festiva con spencer e stivali. Fotografia CDV. Fotografo: R. Ferretti – Ferrara. 

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Arc. 2796: Corpo Reale di Stato Maggiore: Perrone di San Martino conte Angelo in gran montura da Capitano di Stato Maggiore con cappotto Ufficiale d’Ordinanza Effettivo dei Reali Principi Umberto e Amedeo (stesso distintivo di quello del Re) mod. 15 agosto 1860 – 24 novembre 1861 (Torino 14 dicembre 1829 – Torino 16 marzo 1891). Allievo dell’Accademia Militare di Torino il 6 ottobre 1844 ne uscì il 3 settembre 1848 Sottotenente nei Granatieri Guardie. Tenente il 20 luglio 1855, fu dapprima applicato e poi, nel 1860, Capitano effettivo del Corpo di Stato Maggiore e nella campagna del 1859 ebbe a San Martino la Medaglia d’Argento al Valor Militare. Maggiore il 3 aprile 1862, partecipò alla campagna del 1866 e “per l’intelligenza e l’attività spiegate durante la giornata del 24 giugno in faccia al nemico, e pei lodevoli servizi resi durante la campagna” ebbe la seconda Medaglia al Valor Militare. Nel 1868 ottenne l’aspettativa e nel 1870 andò in ritiro. Fu Ufficiale d’Ordinanza Effettivo dei Reali Principi Umberto e Amedeo dal 1860 al 18 settembre 1862 e Ufficiale d’Ordinanza Onorario del Re dall’11 giugno 1863 al 1870.

Onorificenze

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valor militare
    San Martino 24 giugno 1859
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valor militare
    Custoza 24 giugno 1866

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Arc. 407: Corpo Reale di Stato Maggiore: Ferreri Cesare in montura festiva da Maggiore di Stato Maggiore mod. 12 marzo 1860 – 1° giugno 1864 Ufficiale d’Ordinanza del Re (Mondovì, 9 maggio 1829 – Torino, 1909). Entrato all’Accademia Militare di Torino il 2 gennaio 1845, uscì il 28 marzo 1848 Sottotenente nell’11° Reggimento Fanteria. Tenente il 23 dicembre 1848, partecipò alla campagna del 1848-49. Promosso Capitano il 26 luglio 1855, fu trasferito allo Stato Maggiore. Il 23 maggio 1859, durante la campagna contro l’Austria, in seguito a ferita d’arma da fuoco riportata nei combattimenti sulla Sesia, dovette subire l’amputazione del piede destro. Ottenne per il contegno tenuto durante i combattimenti la Medaglia D’Argento al Valor Militare. Promosso Maggiore fu Comandante in 2^ del Collegio Militare di Milano per poi essere promosso Tenente Colonnello e Comandante della Scuola il 14 aprile 1861. Promosso Colonnello il 12 marzo 1863 passò al comando del Collegio Militare di Napoli il 1° settembre 1869. Maggior Generale il 9 dicembre 1871 venne posto al comando della Scuola Militare di Modena fino al suo passaggio in Posizione Ausiliaria nel 1880. Venne promosso Tenente Generale nella Riserva il 22 ottobre 1885. Fu Ufficiale d’Ordinanza Onorario del Re dal 1860 al 12 marzo 1863. Fotografia CDV. Fotografo: E. Maza – Milano.

Onorificenze

Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’argento al valor militare
    Sesia 1859

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PATRIOTI E UOMINI POLITICI (1859-1920)

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Arc. 389: Mosaico del primo Parlamento del Regno d’Italia: Camera dei Deputati. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1861 ca.

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Arc. 1937: Mosaico del primo Parlamento del Regno d’Italia: Senato del Regno. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1861 ca.

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Arc. 2744: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, presidente del Consiglio dei ministri dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861. Nello stesso 1861, con la proclamazione del Regno d’Italia, divenne il primo presidente del Consiglio dei ministri del nuovo Stato e morì ricoprendo tale carica. Fu protagonista del Risorgimento come sostenitore delle idee liberali, del progresso civile ed economico, dell’anticlericalismo, dei movimenti nazionali e dell’espansionismo del Regno di Sardegna ai danni dell’Austria e degli stati italiani preunitari. In economia promosse il libero scambio, i grandi investimenti industriali (soprattutto in campo ferroviario) e la cooperazione fra pubblico e privato. In politica sostenne la promulgazione e la difesa dello Statuto Albertino. Capo della cosiddetta Destra storica, siglò un accordo (Connubio) con la Sinistra con la quale realizzò diverse riforme. Contrastò apertamente le idee repubblicane di Giuseppe Mazzini e spesso si trovò in urto con Giuseppe Garibaldi, della cui azione temeva il potenziale rivoluzionario. In politica estera coltivò con abilità l’alleanza con la Francia grazie alla quale, con la seconda guerra di indipendenza, ottenne l’espansione territoriale del Regno di Sardegna in Lombardia. Benché non avesse un disegno preordinato di unità nazionale, riuscì a gestire gli eventi politici (sommosse nel Granducato di Toscana, nei ducati di Modena e Parma e nel Regno delle Due Sicilie) che assieme all’impresa dei Mille portarono alla formazione del Regno d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Parigi. 1859 ca.

Onorificenze

Cavour ottenne numerose onorificenze, anche straniere. Queste quelle di cui si è a conoscenza da fonti attendibili:

Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata
    — 29 aprile 1856
Cavaliere di gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
    — 26 marzo 1853
Cavaliere dell'Ordine civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine civile di Savoia
   
Cavaliere dell'Ordine imperiale di Sant'Alessandr Nevskij (Russia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine imperiale di Sant’Alessandr Nevskij (Russia)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine della Legion d’onore (Francia)
   
Cavaliere dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
   
Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero Ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e Hannover) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e     Hannover)
   
Cavaliere di grande stella dell'Ordine del leone e del sole (Persia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di grande stella dell’Ordine del leone e del sole (Persia)

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Arc. 627: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: H. Hering – Londra.

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Arc. 538: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1529: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1210: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Parigi.

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Arc. 1211: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Parigi.

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Arc. 1211: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 751: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 751: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV da incisione. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1041: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 914: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2723: Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di Cavour, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – Torino, 6 giugno 1861). Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino.

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Arc. 1673: Il Congresso di Parigi si riunì nella capitale francese dal 25 febbraio al 16 aprile 1856 al fine di ristabilire la pace dopo la guerra di Crimea, combattuta vittoriosamente da Turchia, Francia, Regno Unito e Regno di Sardegna contro la Russia. Il congresso stabilì l’autonomia di Moldavia e Valacchia che, liberate dal protettorato russo, rimanevano formalmente nell’Impero ottomano, al quale veniva anche assicurata l’integrità territoriale. Dispose la smilitarizzazione del Mar Nero e la cessione da parte della Russia della zona della foce del Danubio (Bessarabia meridionale) a favore della Moldavia. Determinò il declino della potenza russa in Europa e l’ascesa della Francia a prima potenza del continente. Il Primo ministro del Regno di Sardegna Cavour ottenne che per la prima volta in una sede internazionale si ponesse la questione italiana. I risultati del Congresso costituirono il Trattato di Parigi. In piedi da sinistra: Camillo Benso conte di Cavour (Regno di Sardegna), Ministro Villamarina (Regno di Sardegna), conte di Hatzfeldt (Austria-Ungheria), F. Bénedetti (Impero francese – redattore del protocollo), Mehemmed Djemil Bey ( Impero turco), barone De Brunnow (Prussia), barone De Manteuffel (Prussia), conte De Buol (Austria-Ungheria). Seduti da sinistra: barone de Hubner (Prussia), Aali Pacha (Impero turco), conte De Clarendon (Gran Bretagna), conte Colonna Walewski (Impero francese), conte Orloff (Impero russo), barone De Bourqueney (Impero francese), Lord Cowley (Gran Bretagna). Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Parigi. 1856 ca.

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Arc. 1658: Massimo Taparelli marchese d’Azeglio (Torino, 24 ottobre 1798 – Torino, 15 gennaio 1866). Quartogenito del marchese Cesare Taparelli d’Azeglio; dopo una brillante giovinezza, dedita soprattutto allo studio della pittura (182030 a Roma), frequentò nel 1831 a Milano il cenacolo del Manzoni, del quale sposò la figlia Giulia. Di questi anni sono i suoi romanzi (Ettore Fieramosca o La disfida di Barletta, 1833, Niccolò de’ Lapi ovvero I Palleschi e i Piagnoni, 1841; La Lega Lombarda, incompiuto, scritto nel 1845 e pubblicato postumo nel 1871). Sviluppatasi negli anni 184344, attraverso colloqui col cugino Cesare Balbo, la passione politica, accettò nel 1845 di fare per il movimento liberale un viaggio per le Romagne, le Marche e la Toscana e al ritorno scrisse Gli ultimi casi di Romagna (1846), pagine ostili alle sètte ma ancor più al malgoverno papale, e auspicanti apertamente una cospirazione pubblica. Espulso dal governo toscano per tale opuscolo, d’A. all’avvento di Pio IX vide possibile la realizzazione del proprio programma liberale moderato e legalitario (nel 1847espose il suo pensiero nella Proposta di un programma per l’opinione nazionale italiana), puntando decisamente prima su Pio IX e poi su Carlo Alberto. Scoppiata la guerra, fu aiutante di campo del gen. Durando e fu ferito al monte Berico (10 giugno 1848). In acre polemica con democratici e repubblicani da lui incolpati del fallimento della guerra del 184849, declinò l’invito di formare il ministero piemontese: solo il 7 maggio 1849s’inchinò davanti all’ordine preciso del re. Chiusa la vertenza austriaca (a tal fine fu costretto a sciogliere la Camera), d’Azeglio seppe mantenere, nonostante le pressioni austriache, il sistema costituzionale e riformò radicalmente (1850) i rapporti fra Stato e Chiesa con le leggi Siccardi. Dimessosi il 22 ottobre 1852 per le difficoltà suscitategli dal “connubio” Cavour-Rattazzi, ebbe in seguito incarichi politici di minore importanza (nel novembre 1855 accompagnò il re a Londra e a Parigi, dove ritornò da solo prima della guerra; nel 1859 fu nominato commissario straordinario nelle Romagne, nel gennaio 1860 governatore di Milano), mentre i suoi scritti agivano vitalmente sull’opinione pubblica (articoli antiaustriaci sul Morning Chronicle, 1859, De la politique et du droit chrétien au point de vue de la question italienne, 1860); in questi anni, dimenticando ogni precedente dissidio, aiutò il Cavour in momenti delicati (intervento in Crimea, guerra del 1859), ma successivamente il suo moralismo conservatore e paternalistico gli impedì di cogliere il significato degli avvenimenti che si compirono nel 1860 e negli anni seguenti, così si oppose all’unificazione del nord al sud della penisola, giudicandola immatura, e si scagliò, nell’opuscolo Questioni urgenti (1861), contro la prospettiva di portare la capitale a Roma, vedendo in essa un motivo esclusivamente retorico. Solitario e incompreso, d’A. allora scrisse per gl’Italiani, “ancora da fare”, I miei ricordi (incompiuti, si fermano al 1846, pubblicati postumi nel 1867). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 1865 ca.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
    — 12 giugno 1856
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
   
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al Valor Militare
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
   
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’onore (Francia)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Salvatore (Regno di Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Salvatore (Regno di Grecia)
   
Gran Croce dell'Ordine del Cristo (Regno del Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine del Cristo (Regno del Portogallo)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Regno del Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Regno del Portogallo)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Leone dei Paesi Bassi (Paesi Bassi) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone dei Paesi Bassi (Paesi Bassi)
   
Gran Croce dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
   

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Arc. 2121: Massimo Taparelli marchese d’Azeglio (Torino, 24 ottobre 1798 – Torino, 15 gennaio 1866). Fotografia CDV. Fotografo: A. Giroux & C. – Parigi. 1865 ca.

Arc. 385: Massimo Taparelli marchese d’Azeglio (Torino, 24 ottobre 1798 – Torino, 15 gennaio 1866). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 

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Arc. 1936: Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 – Frosinone, 5 giugno 1873). Esponente di spicco e successivamente capo dell’ala democratica (Sinistra storica) del Parlamento Subalpino e, successivamente, italiano, ricoprì numerosi incarichi ministeriali tra il 1848 e il 1849 nel Governo Casati, nel Governo Gioberti e nel Governo Chiodo. Passato all’opposizione, nel 1852 strinse un patto politico (Connubio) con l’ala moderata della Destra storica, guidata da Cavour, che permise a questi di divenire primo ministro, e a Rattazzi di assumere lo scranno prima di Presidente della Camera dei deputati, e poi la carica di ministro della Giustizia e dell’Interno. Dopo la rottura con Cavour, Rattazzi si accostò sempre più a Vittorio Emanuele II, divenendo un suo uomo di fiducia, e contrapponendosi in tal modo alla politica del conte. Scomparso Cavour e salito al potere Bettino Ricasoli, nel 1862 Rattazzi riuscì a sostituirlo e a divenire Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, ma la sua esperienza governativa si concluse brevemente dopo la Giornata d’Aspromonte, la quale, mal gestita, portò alle sue dimissioni. Ritornato al governo nel 1867, sempre succedendo a Ricasoli, Rattazzi cadde nuovamente dopo una breve permanenza al governo del Paese sempre per non aver saputo gestire la Questione romana, i cui esiti disastrosi porteranno alla Battaglia di Mentana. Questa disfatta segnerà le sue ennesime dimissioni e il ritiro definitivo dalla scena politica. Fotografia CDV – Carta salata. Fotografo: Sconosciuto. Databile verso la metà degli anni ’50. Il 3 febbraio 1863 Urbano Rattazzi sposò a Torino Maria Wyse Bonaparte (1833-1902), vedova del conte Frederic Joseph de Solms. Maria era figlia di Thomas Wyse, diplomatico di origine irlandese , e di Letizia Cristina Bonaparte, figlia di Luciano, fratello dell’imperatore francese Napoleone. Dalla coppia nacque una figlia, Isabella Roma, nata il 21 gennaio 1871, che dopo la morte del padre due anni dopo, seguì la madre in Francia e in Spagna. L’eredità politica di Rattazzi sarebbe stata raccolta dal nipote omonimo, Urbano Rattazzi iuniore, figlio di suo fratello Giacomo, che sarebbe divenuto molto vicino a Casa Savoia durante il regno di Umberto I, fino al punto di venire nominato Ministro della Real Casa, a testimoniare i buoni rapporti tra la monarchia e la famiglia Rattazzi. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1859 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
    1867
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
    1867

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Arc. 1217: Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 – Frosinone, 5 giugno 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino. 1860 ca.

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Arc. 539: Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 – Frosinone, 5 giugno 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Detken – Napoli. 1860 ca.

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Arc. 2414: Urbano Rattazzi e la moglie Maria Wyse Bonaparte (1833 – 1902) il 3 febbraio 1863 a Torino, giorno del loro matrimonio. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1863.

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Arc. 1434: Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 – Frosinone, 5 giugno 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868 ca.

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Arc. 392: Urbano Rattazzi (Alessandria, 30 giugno 1808 – Frosinone, 5 giugno 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868 ca.

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Arc. 539: Barone Bettino Ricasoli ( Firenze, 9 marzo 1809 – Castello di Brolio, 23 ottobre 1880). Membro dell’Accademia dei georgofili (1834), nutrì fin da giovane interessi scientifici e dal 1838 si dedicò al miglioramento delle tecniche agricole nei suoi possedimenti di Brolio. Legato agli ambienti del liberalismo moderato toscano, nel febbr. 1846 fu tra i firmatari di un memoriale indirizzato al granduca Leopoldo II per esortarlo alle riforme; l’anno successivo fondò a Firenze, insieme a V. Salvagnoli e R. Lambruschini, il giornale La Patria. Avversario di F. D. Guerrazzi, dopo i moti del 184849 fu favorevole al ritorno del granduca ma, deluso dal ricorso di quest’ultimo all’esercito austriaco, si ritirò dalla vita politica, dedicandosi all’amministrazione delle sue terre. Nel 1859, dopo la fuga del granduca, Ricasoli accettò la carica di ministro dell’Interno nel governo creato dal commissario straordinario C. Boncompagni e fondò il quotidiano La Nazione. Dopo l’armistizio di Villafranca e il ritiro di Boncompagni, assunse il potere e portò a compimento l’annessione della Toscana al regno di Vittorio Emanuele II. Capo della maggioranza parlamentare del nuovo regno d’Italia, alla morte di Cavour divenne presidente del Consiglio (1861), ricoprendo anche la carica di ministro degli Esteri e, dopo le dimissioni di Minghetti, quella di ministro degli Interni. Alla guida del governo si impegnò a combattere il brigantaggio e cercò di risolvere pacificamente la questione romana, a suo giudizio strettamente legata a un rinnovamento spirituale della Chiesa. A questo scopo riprese le trattative con la Francia, proponendo al governo di Parigi di farsi mediatore di una conciliazione tra l’Italia e il papato. Inviso al re, favorevole ad affrontare prima la questione del Veneto, e attaccato dai conservatori più estremi per la sua tolleranza verso le associazioni democratiche, nel marzo 1862 si dimise. Ritornato al potere nel giugno 1866, a guerra già dichiarata all’Austria, lottò senza successo per avere il Trentino e per eliminare l’umiliante clausola della cessione del Veneto all’Italia tramite la Francia. Nel 1867 riprese la sua politica di pacificazione con il papato e promosse un progetto di legge sulla libertà della Chiesa e la liquidazione dell’asse ecclesiastico, basato sul principio della separazione tra Chiesa e Stato. Criticato sia dai laici sia dai clericali, si dimise nell’aprile del 1867. Rimasto fedele al suo programma, nel 1871 appoggiò in parlamento l’approvazione della legge delle guarentigie. Fotografia CDV. Fotografo: A. Meylan – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
  — 1860
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 1860
Cavaliere dell'Ordine di San Giuseppe - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine di San Giuseppe
   

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Arc. 1050: Barone Bettino Ricasoli ( Firenze, 9 marzo 1809 – Castello di Brolio, 23 ottobre 1880). Fotografia CDV. Fotografo: G. Borgiotti – Firenze. 1860 ca.

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Arc. 1935: Marco Minghetti (Bologna, 8 novembre 1818 – Roma, 10 dicembre 1886). Dal 1832 soggiornò con la madre a Parigi; tornato a Bologna e datosi agli studi scientifici e letterari, intervenne nel 1839 al primo congresso degli scienziati a Pisa e, attraverso frequenti viaggi in Italia e all’estero, allargò i propri orizzonti culturali. Nel giugno 1846 fu tra quanti chiesero al conclave riunito a Roma, da cui sarebbe uscito papa Pio IX, riforme amministrative e politiche. Nel 1847 fece parte, a Roma della Consulta di stato; fu ministro dei Lavori pubblici nel primo ministero aperto alla partecipazione dei laici (10 marzo 1848), che si dimise dopo il ritiro dalla guerra del contingente pontificio (allocuzione del 29aprile). Eletto deputato (18 maggio), si dimise dopo l’uccisione di Pellegrino Rossi e si recò in Piemonte. Ritornato a Bologna dopo la disfatta di Novara, si occupò unicamente di studi letterari ed economici. Conobbe Cavour nel 1852 e per lui compilò nel 1856 un memoriale sullo stato dell’Italia centrale. Chiamato da Cavour a Torino, fu segretario generale al ministero degli Esteri (1859) e, dopo la sollevazione dell’Emilia e della Toscana, alla “direzione degli affari d’Italia”. Dimessosi dopo Villafranca, fu successivamente deputato, ministro dell’Interno (31 dicembre 18601º settembre 1861), delle Finanze (8 dicembre 186228 settembre 1864) e presidente del Consiglio (24 marzo 186328 settembre 1864), carica cui dovette rinunciare per le reazioni negative suscitate dalla convenzione di settembre del 1864. Ministro dell’Agricoltura nel 1869, inviato straordinario e ministro plenipotenziario a Vienna (agosto 1870), il 10 luglio 1873 ritornò alla presidenza del Consiglio e tenne il portafoglio delle Finanze, nelle quali introdusse abili riforme, e raggiunse il pareggio del bilancio. Battuto alla Camera (marzo 1876), dovette dimettersi e cedere il potere alla Sinistra; da allora fu il capo dell’opposizione parlamentare. Intelligenza prontissima e spirito largamente europeo, Minghetti ebbe un pensiero politico originale, non sempre riconducibile alle posizioni ideologiche della Destra: fu un decentralista convinto e un lucido interprete della politica religiosa di Cavour. Fu socio nazionale dei Lincei dal 1875. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1865 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

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Arc. 749: Marco Minghetti (Bologna, 8 novembre 1818 – Roma, 10 dicembre 1886). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 2414: Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 4 settembre 1809 – Saint-Cassin, 25 maggio 1896). Figlio dell’avvocato Ottavio Antonio Menabrea e di Margherita Pillet, Luigi Federico Menabrea nacque il 4 settembre 1809 a Chambéry, in Savoia, all’epoca sotto la dominazione napoleonica. Nel 1817, durante il clima della Restaurazione seguito al ritorno della dinastia sabauda sul trono sardo, Luigi Federico iniziò la sua educazione nel collegio dei Gesuiti locale, sotto la guida dell’abate Rendu, futuro vescovo di Annecy, e del dotto Raymond. Appassionato di materie scientifiche, nell’ottobre del 1828 si trasferì a Torino, dove nel si laureò in ingegneria idraulica il 30 giugno 1832, e in architettura civile il 17 gennaio 1833. Divenuto ingegnere e nominato il 26 marzo 1833 motu proprio da re Carlo Alberto di Savoia luogotenente nello stato maggiore del Genio militare, sostituì Cavour nei lavori di fortificazione del forte di Bard, mentre nel 1835 divenne professore di meccanica e costruzioni presso l’Accademia militare. Nonostante i suoi gravosi impegni militari e politici, Menabrea continuò a condurre per tutta la vita una notevole attività scientifica. Allo scoppio della prima guerra d’indipendenza italiana fu inviato nei ducati del centro-Italia a Parma, Piacenza, Modena e Reggio Emilia.  Nominato commissario regio presso le truppe pontificie del generale Giovanni Durando, riuscì a mobilitare dalle terre emiliane un contingente costituito da 2200 regolari e 1000 volontari. Il 22 aprile 1859, alla vigilia della seconda guerra d’indipendenza italiana, venne promosso al grado di maggiore generale. Comandante superiore del genio, dal 20 al 30 aprile 1859 progettò e coordinò i lavori di fortificazione lungo la Dora Baltea al fine di impedire l’avanzata delle truppe austriache verso Torino e favorire, nel contempo, il congiungimento dell’esercito francese con quello sardo. Successivamente partecipò come Tenente generale del Corpo del Genio alla campagna di Lombardia (1859) e all’assedio della fortezza di Gaeta (1860). Il 3 ottobre 1860 ricevette l’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia. Partecipò anche alla terza guerra di indipendenza in veste di comandante supremo del genio contribuendo alla fortificazione della linea sul Mincio. Consegnò poi al re l’antica Corona Ferrea Lombarda insieme con i risultati del plebiscito delle popolazioni venete. Intimo oramai di Vittorio Emanuele II, il 2 gennaio 1867 ebbe la nomina di primo aiutante di campo del re, ruolo che contribuì a renderlo partecipe della politica personale condotta dal sovrano. Nel 1848 venne eletto deputato, carica che mantenne per sei legislature, fino al 1860, quando (il 29 febbraio) venne nominato senatore del Regno d’Italia, carica che durava a vita, e che quindi mantenne per ben 36 anni. Fu Ministro della Marina nel Governo Ricasoli I (1861-1862) e Ministro dei Lavori Pubblici in quelli Farini e Minghetti I (1862-1864).  Alla caduta del secondo ministero Ricasoli nel marzo del 1867, il re avrebbe voluto affidargli l’incarico di procedere alla formazione di un nuovo governo, ma l’improvvisa morte del figlio Ottavio, avvenuta il 5 aprile, indusse Menabrea a declinare il compito, e il governo fu costituito da Urbano Rattazzi. Dopo il disastro di Mentana e sotto la minaccia di uno scontro con la Francia, il 27 ottobre 1867, Vittorio Emanuele II, dopo il fallimento di Enrico Cialdini, chiese a Menabrea di formare un governo che rimase in carica fino al 14 dicembre 1869, a capo di tre gabinetti consecutivi. Fu in questa posizione che si trovò a contrastare i tentativi di Giuseppe Garibaldi di togliere Roma al Papato. Dopo una intensa attività politica, lasciati gli incarichi di governo, Menabrea, che nel 1875 aveva ricevuto il titolo ereditario di marchese di Valdora per i servigi resi nella Seconda Guerra d’Indipendenza, il 4 aprile 1876 venne nominato dal Governo Minghetti II ambasciatore a Londra, dove rimase sei anni, ricevendo stima e apprezzamento come militare e studioso. Successivamente, l’11 novembre 1882 fu nominato ambasciatore italiano a Parigi, città dove rimase per ben dieci anni, finché non ottenne il congedo per motivi d’età. Si ritirò dunque dalla vita pubblica solo nel 1892, quattro anni prima della morte, avvenuta il 25 maggio 1896 a Saint-Cassin, presso la natia Chambéry, ad 86 anni. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. Datata 1864.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
  — 4 novembre 1866
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 6 ottobre 1866
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
  — 22 aprile 1868
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
  — 12 giugno 1856
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
  — 16 gennaio 1860
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
  — 3 ottobre 1860
Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia
  — 1º aprile 1861
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
  — 31 gennaio 1857
Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Oro al Valor Militare
  «Per essersi distinto durante l’assedio e presa di Capua del 2 novembre 1860.»
— 1º giugno 1861
Medaglia d'Argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
   
Medaglia Mauriziana per merito militare di 10 lustri - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia Mauriziana per merito militare di 10 lustri
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (4 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette)
   
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia)
  — Stoccolma, 20 agosto 1873
Cavaliere dell'Ordine Imperiale di Sant'Alexander Nevsky (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Alexander Nevsky (Impero di Russia)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
  — Atene, 16 dicembre 1867
Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
  — Bruxelles, 26 novembre 1865
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)
  — 20 ottobre 1865
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria (Impero austro-ungarico)
  — 16 aprile 1875
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Imperiale di Leopoldo (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di Leopoldo (Impero austro-ungarico)
  — 1º gennaio 1867
Cavaliere di Gran Croce della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce della Legion d’Onore (Francia)
  — Parigi, 4 maggio 1892
Gran Croce dell'Ordine della Torre e della Spada (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine della Torre e della Spada (Portogallo)
  — Lisbona, 8 agosto 1867
Commendatore di I Classe dell'Ordine Civile di Sassonia (Regno di Sassonia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore di I Classe dell’Ordine Civile di Sassonia (Regno di Sassonia)
  — 25 aprile 1850
Cavaliere Gran Commendatore dell'Ordine Nichan Iftikar (Tunisia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere Gran Commendatore dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia)
  — 27 maggio 1867
Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
  — Firenze, 16 ottobre 1849
Commendatore dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
  — Madrid, 10 dicembre 1849
Commendatore dell'Ordine del Cristo (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine del Cristo (Portogallo)
  — Lisbona, 21 giugno 1850
Ufficiale dell'Ordine delle Palme Accademiche (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine delle Palme Accademiche (Francia)
   

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Arc. G2: Delegazione italiana a Vienna per il trattato di pace: da sinistra a destra: Capitano di Stato Maggiore Enea Bignami esperto di commercio e ferrovie, Raffaele Abro diplomatico Segretario di Legazione, Tenente Generale Federico Menabrea Ministro Plenipotenziario, Alessandro De Chambonneau Capitano del Genio suo Aiutante di Campo, Isacco Artom Diplomatico Ministro Residente (settembre – ottobre 1866). Fotografia formato 27,4 x 21,2. Fotografo: Angerer – Vienna. 

Bignami Enea in gran montura da Capitano di Stato Maggiore ( Bologna, 28 novembre 1819 – Firenze, 17 febbraio 1896): Nato da Paolo e Maddalena Marliani. Compiuti gli studi in Svizzera, si arruolò nella guardia civica bolognese, raggiungendo il grado di capitano. Il 19 marzo 1848 accorse a Milano e qui, arruolatosi volontario in cavalleria, fu assunto quale Ufficiale d’Ordinanza del Generale T. Lechi, comandante la nuova guardia nazionale. Assegnato ai primi di aprile al quartier generale di Carlo Alberto alle dipendenze del Generale Salasco, passò poi allo Stato Maggiore della IV Divisione, comandata da Ferdinando di Savoia, cui si strinse di fraterna amicizia. Sulla partecipazione del Bignami alle campagne del ’48 e del ’49, dove si meritò una menzione onorevole per i fatti d’arme di Sommacampagna (24 luglio 1848) e presso Milano (4 agosto 1848) e una medaglia d’argento, conferitagli a Novara il 23 marzo 1849, esiste, presso il Museo del Risorgimento di Bologna, una interessante documentazione consistente in centotrentuno lettere da lui scritte alla madre, un diario di guerra, numerosi schizzi, relazioni, appunti e disegni. Collocato in aspettativa al termine del conflitto, esaminò le cause della disfatta nel volumetto anonimo, ma posteriormente da lui stesso riconosciuto come suo, Campagnes d’Italie de 1848 – 49 par un Lieutenant d’Etat Major de l’Armée Piémontaise (Turin 1849), in cui espresse giudizi acuti e sereni sui protagonisti grandi e piccoli della guerra. Ritornato a Bologna, si dedicò all’attività finanziaria e, operando in società col Banco R. Rizzoli e quello dei Fratelli Cataldi, impiantò a Bologna una filanda meccanica per la lavorazione della canapa e del lino (giugno 1852); nel 1855 entrò a far parte del “consiglio di sorveglianza” della Società delle miniere zolfuree di Romagna. Durante i suoi frequenti viaggi all’estero, e particolarmente a Parigi, strinse rapporti con ambienti finanziari e politici e le sue lettere agli amici in Italia (E. Marliani, G. Malvezzi, M. Minghetti tra gli altri) rivelano una vasta informazione sui problemi politici internazionali del momento. Oggetto di particolare interesse fu per lui quello ferroviario, di cui divenne uno dei maggiori esperti italiani: sarà membro dell’amministrazione della ferrovia “Vittorio Emanuele” e poi delle Ferrovie dell’Alta Italia. Nel 1859, alla partenza degli Austriaci da Bologna, fu nominato, dalla giunta provvisoria di governo, membro della commissione consultiva di Finanze. Partecipò alla terza guerra d’indipendenza come capitano di Stato Maggiore della divisione di Bologna prima e di Firenze poi; dopo l’armistizio, quale esperto commerciale e ferroviario, accompagnò il plenipotenziario italiano generale L. F. Menabrea a Vienna per le trattative di pace. Nel corso della missione redasse una monografia sui rapporti economici tra Italia e Austria (poi pubblicata in estratto dal Bollettino Consolare del ministero degli Esteri del 1866), in cui offriva un acuto quadro comparativo delle due economie e propugnava il principio del libero scambio, sull’esempio di quanto già fatto con la Francia e con lo Zollverein tedesco. In questi anni i rapporti del Bignami con gli ambienti finanziari stranieri si intensificarono; in particolare, divenne rappresentante in Italia di A. Rothschild: in questa qualità e come consigliere di amministrazione delle Ferrovie dell’Alta Italia, partecipò nel 1876 alle trattative col governo italiano per la ratifica da parte del Parlamento della convenzione di Basilea stipulata da Minghetti con la Casa Rothschild, relativa alla questione del riscatto da parte dello Stato italiano della Società dell’Alta Italia. Egli mantenne principalmente i rapporti con C. Correnti. Per conto di Rothschild si interessò pure di premere sul governo perché venisse in soccorso al comune di Firenze cui Rothschild aveva fatto grossi prestiti.

Onorificenze

Medaglia d'Argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Menzione Onorevole
    Sommacampagna – 24 luglio 1848
Medaglia d'Argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al valor militare
    Milano – 4 agosto 1848
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (1 barretta) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (1 barretta)
   
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
   

Abro Raffaele (Trieste, 1836 – Losanna, 1° ottobre 1867): Nato di famiglia agiata a Trieste nel 1836, crebbe nell’ambiente patriottico che faceva capo al gruppo della “Favilla”. Nel 1860 si trasferì in Piemonte vivendo in stretto contatto con gli elementi dell’emigrazione giuliana a Torino (C. Ressmann, E. Solferini) e godendo della fiducia del Cavour (della cui segreteria particolare fece parte) e del Ricasoli, i quali lo vollero fra i capi del comitato centrale dell’emigrazione veneta in Piemonte. Per questa sua attività nel maggio del 1861 fu creato barone da Vittorio Emanuele II. Nel 1862 entrò nella carriera diplomatica come addetto alla Legazione italiana di Berlino. Confermato definitivamente nei ruoli diplomatici, nel 1866 fece parte della delegazione che, guidata dal Menabrea, trattò a Vienna la stipulazione della pace.

De Charbonneau Cav. Alessandro in gran montura da Capitano del Genio (Alessandria, 1° marzo 1839 – Roma, 7 febbraio 1872). Entrato all’Accademia Militare di Torino il 2 novembre 1852, uscì Sottotenente del Genio l’8 agosto 1852. Tenente nel 1859, Capitano il 25 marzo 1860 fu Maggiore il 28 novembre 1867. Fu Aiutante di Campo del Tenente Generale Federico Menabrea e in tale veste fece parte della Delegazione italiana a Vienna per i trattati di pace nel settembre – ottobre 1866. 

Artom Isacco(Asti, 31 dicembre 1829 – Roma, 24 gennaio 1900): Nato da una delle famiglie ebraiche più importanti della città di Asti, intraprese gli studi universitari a Pisa dove venne a contatto con l’ambiente risorgimentale. Nel 1848, prese parte alla guerra contro l’Austria, arruolandosi nel battaglione universitario e partecipando alla battaglia di Curtatone e Montanara. Dopo un periodo di malattia, riprese gli studi universitari presso la facoltà di giurisprudenza a Torino dove si laureò e conobbe Costantino Nigra diventando suo intimo amico. Tra il 1850 ed il 1859 collaborò alle testate giornalistiche dell’Opinione e del “Crepuscolo”. Dopo la sua assunzione presso il Ministero degli esteri, venne chiamato da Cavour, come uomo di fiducia presso la sua segreteria. Nel 1862 venne inviato a Parigi, nel 1866 fu Ministro Residente presso la Legazione di Vienna e nel 1867 fu a Copenaghen come segretario di Legazione. Rientrò in Italia nel 1870 ricoprendo fino al 1876 la carica di segretario generale del Ministero degli esteri. A seguito della caduta della destra storica e delle conseguenti dimissioni del ministro Emilio Visconti Venosta, si dimise volontariamente dalla carica. Fu nominato senatore il 15 maggio 1876 e fu considerato uno dei maggiori politici della Destra. Il suo discorso funebre, nell’aula del Senato, fu pronunciato dall’ex ministro Visconti Venosta.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (1 barretta) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (1 barretta)
   
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
   

Onorificenze straniere

Cavaliere della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere della Legion d’Onore
   

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Arc. 540: Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 4 settembre 1809 – Saint-Cassin, 25 maggio 1896). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1862 ca.

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Arc. 1935: Luigi Federico Menabrea (Chambéry, 4 settembre 1809 – Saint-Cassin, 25 maggio 1896). Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1864 ca.

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Arc. 1533: Agostino Petitti Bagliani conte di Roreto (Torino, 13 dicembre 1814 – Roma, 28 agosto 1890). Agostino Petitti Bagliani di Roreto apparteneva ad una nobile famiglia piemontese originaria di Cherasco. Il padre, conte Carlo Ilarione Petitti di Roreto (Torino, 1790 – 1850), valente economista e scrittore, da molti considerato il maggior ispiratore delle riforme carlo-albertine, rimasto vedovo della moglie Gabriella Genna dei conti di Cocconato lo iscrisse ancora in giovane età all’Accademia Reale militare di Torino dalla quale uscì nel 1833 con il grado di Tenente. Dopo un periodo trascorso a Torino alla Venaria Reale e poi al Comando del Corpo di artiglieria, nel 1848 partecipò alla prima guerra d’indipendenza meritando una Menzione Onorevole. Nel novembre dello stesso anno fu promosso Maggiore e con tale grado ricoprì l’incarico di capo di Stato Maggiore della 6ª Divisione agli ordini del Generale Alfonso La Marmora. Nel 1853 fu promosso Tenente Colonnello e nominato segretario generale del Ministero della guerra. Capo di Stato Maggiore nella guerra di Crimea (1855-1856), nel novembre del 1858 assunse il comando del Reggimento di artiglieria da campagna a Venaria reale che tenne fino al 26 aprile 1859. Nel 1859 prese parte, come Aiutante del Generale Alfonso La Marmora, alle operazioni della seconda guerra d’indipendenza ed accanto a lui visse le battaglie di Palestro, Magenta, battaglia di Solferino e San Martino ed in particolare della Madonna della Scoperta. Durante la guerra del 1859 fu promosso Maggior Generale e nel 1860 Tenente Generale, quand’era comandante della 3ª Divisione a Milano. Nello stesso anno si sposò con Maria Bellotti di Milano (1835 – 1890) dalla quale ebbe due figlie Teresa Maria (1861 – 1917) e Vittoria Emanuela (1862 – 1956). Deputato al Parlamento per il collegio di Cherasco dal 1849 al 1867, fu nominato Ministro della guerra nel primo governo di Urbano Rattazzi (1862) e nel secondo governo di Alfonso La Marmora (1864). La sua attività ministeriale fu caratterizzata da importanti interventi di riordino dell’esercito, compresa la fusione del corpo dei volontari garibaldini nelle truppe regolari, e dall’impulso dato all’istituzione di scuole per i militari ed ai relativi programmi di istruzione. Nel 1866 partecipò alla terza guerra d’indipendenza in qualità di Aiutante Generale dell’esercito e poi come comandante del IV Corpo d’Armata. Il 12 agosto 1866 firmò in nome dell’Italia l’armistizio di Cormons con l’omologo austriaco Maggior Generale barone Karl Möring. Terminata la guerra fu nominato comandante generale della Divisione militare di Alessandria e, nel 1870, della Divisione militare di Milano, conservando l’alto comando delle divisioni di Torino, Alessandria e Genova. Del 1870 è pure la sua nomina a senatore del Regno che giungeva quale meritato riconoscimento per i servizi resi alla costruzione dell’unità nazionale ed alla gestione dello Stato, e che si univa alle numerose altre onorificenze italiane e straniere. Nel 1873 ebbe il Comando generale di Milano che comprendeva le Divisioni di Milano e di Alessandria. Fu collocato a riposo nel 1877 dopo 44 anni di vita militare attiva. Morì a Roma il 28 agosto 1890. Fotografia CDV. Fotografo: L. Crette.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce decorato del Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato del Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Cavaliere di Gran Croce decorato del Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato del Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
     12 giugno 1856
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
   
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Aquila Rossa (Germania) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Germania)
   
Cavaliere dell'Ordine di Sant'Anna (Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Sant’Anna (Russia)
   
Commendatore dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   
Compagno dell'Ordine del Bagno (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria    Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila Viçosa
   
Medaglia inglese della Guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia inglese della Guerra di Crimea
   
Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d'Indipendenza italiana - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d’Indipendenza italiana
 

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Arc. 1936: Luigi Carlo Farini (Russi, 22 ottobre 1812 – Quarto, 1º agosto 1866). Dopo aver preso parte a Bologna al moto del 1831, si laureò in medicina ed esercitò per qualche anno la professione, finché fu costretto per le sue idee liberali, dopo il moto del 1843, a esulare in Toscana, poi a Parigi e infine a Lucca. Con l’avvento di Pio IX e l’amnistia del 1846, il Farini tornò in patria: giornalista di tendenze moderate, segretario generale al ministero dell’Interno durante il primo ministero costituzionale, inviato poi, allo scoppio della guerra del 1848, al campo di Carlo Alberto, deputato di Russi e di Ravenna, ebbe da P. Rossi affidata la direzione generale della sanità. Abbandonata Roma alla proclamazione della repubblica, si ritirò in Toscana, poi a Torino ove stampò la famosa Storia dello Stato romano dal 1815 al 1850 tradotta in inglese da W. Gladstone. Presa la cittadinanza piemontese, fu deputato dal 1849 al 1865 e assunse, per conto del Cavour, la direzione de Il Risorgimento. Ministro dell’Istruzione nel Gabinetto d’Azeglio, favorì il “connubio” Cavour-Rattazzi e, fedele interprete della politica di Cavour, ne affiancò l’opera con le sue lettere pubblicate sul Morning Post. Inviato nel 1859 quale commissario a Modena, che aveva proclamato la decadenza del duca, dopo l’armistizio di Villafranca si fece arditamente proclamare dittatore dell’Emilia e condusse in porto con grande abilità l’annessione al regno sabaudo. Divenuto ministro dell’Interno del governo Cavour (genn. 1860), preparò la legge sulle regioni ripresa poi dal Minghetti; quindi fu luogotenente del re a Napoli. Dopo la crisi del ministero Rattazzi, formò il governo e lo resse dal dicembre 1862 al marzo 1863, allorché, ammalato, fu costretto ad abbandonare la vita politica. Muore in miseria tre anni più tardi, dopo essere stato ricoverato nello “stabilimento di salute” (il manicomio) di Novalesa (TO). Venne inizialmente sepolto nel Cimitero monumentale di Torino; nel 1878 le spoglie vennero disseppellite e trasferite nel cimitero della sua cittadina natale, Russi. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1862 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
  — 1860
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 1860

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Arc. 1051: Luigi Carlo Farini (Russi, 22 ottobre 1812 – Quarto, 1º agosto 1866). Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. Foto scattata durante la luogotenenza a Napoli. 1860 ca.

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Arc. 70: Luigi Carlo Farini (Russi, 22 ottobre 1812 – Quarto, 1º agosto 1866). Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 1865 ca

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Arc. 1052: Francesco Crispi (Ribera, 4 ottobre 1818 – Napoli, 11 agosto 1901).  Recatosi a Napoli (1845) per esercitare l’avvocatura, ebbe contatti con elementi liberali e nel periodo anteriore al 1848 fece da tramite fra costoro e i patrioti della Sicilia. Scoppiata la rivoluzione a Palermo (12 gennaio 1848), fu membro del comitato di guerra e poi deputato alla Camera dei comuni, dove appartenne all’opposizione repubblicana che appoggiò anche nel suo giornale, L’Apostolato. Fallita la rivoluzione (1849), esulò in Piemonte, dedicandosi agli studi e al giornalismo, collaborando alla Concordia del Valerio e al Progresso del Correnti. Espulso dal Piemonte dopo i moti milanesi (1853), si recò a Malta, dove pure fondò un giornale (La Staffetta) e intraprese lavori storici (Dei diritti della corona d’Inghilterra sulla Chiesa di Malta, 1855), tenendosi in corrispondenza con Mazzini e con Rosolino Pilo. Espulso, andò a Londra, poi a Parigi, finché la reazione succeduta all’attentato Orsini (1858) non lo costrinse di nuovo ad andare ramingo per l’Europa. In questi anni, intanto, i suoi intensi contatti con gli esuli di parte democratica e con Mazzini lo spinsero ad abbandonare l’autonomismo siciliano e a schierarsi decisamente per la soluzione unitaria: e però nel 1859, mentre prendeva posizione con Mazzini contro la guerra regia, si recava in Sicilia a organizzarvi l’insurrezione (luglio-agosto), e l’anno successivo contribuiva in modo determinante a far decidere Garibaldi a compiere la spedizione di Sicilia. Di tale spedizione egli fu, in certo modo, il cervello politico, sia per la sua attività di amministratore, sia per la parte ch’egli ebbe nello sforzo di rinviare l’annessione finché non fossero liberate anche Roma e Venezia. Da ciò la guerra acerba che gli mosse il partito moderato, culminata in alcuni episodi clamorosi. Proclamata l’unità, il Crispi, eletto deputato (1861), sedette a sinistra: ma persuaso ormai che la monarchia fosse garanzia di unità e generatrice di forza spirituale per la nazione, vi aderì, staccandosi clamorosamente da Mazzini (marzo 1865). Alla caduta della destra (1876) assunse la presidenza della Camera; l’anno successivo un suo incontro con Bismarck a Gastein e a Berlino condusse a gravi impegni dell’Italia in senso antifrancese, senza correlativi vantaggi in altri settori. Ministro degli Interni dal 27 dicembre 1877, fu però costretto a dimettersi il 7 marzo 1878, di fronte all’accusa di bigamia sollevata contro di lui per avere sposato il 26 gennaio Lina Barbagallo, vivente ancora Rosalia Montmasson da lui sposata, non regolarmente, a Malta il 27 dicembre 1854. Tornò al ministero degli Interni il 4 aprile 1887 con Depretis, al quale succedette il 29 luglio seguente come presidente del Consiglio. Assertore di una politica “forte” all’interno e all’estero, fu strenuo sostenitore della Triplice Alleanza e deciso avversario della Francia, promotore dell’espansione coloniale (col trattato di Uccialli, 1889, sperò di sottoporre l’Etiopia al protettorato italiano), e di leggi fondamentali per l’amministrazione interna. Dimessosi il 31 genn. 1891, tornò al governo il 15 dic. 1893: fronteggiò con durezza i moti popolari che allora scoppiarono, affrontò le accuse che gli si mossero in relazione agli scandali della Banca romana, tentò accordi con la Francia per alleggerire l’eccessiva soggezione italiana alla Triplice Alleanza, ma, impegnatosi a fondo in Africa, fu travolto dal disastro di Adua (1º marzo 1896). Legati alla sua particolare personalità e alle sue incertezze furono i tentativi, entrambi falliti, di riavvicinamento alla S. Sede (1887 e 1894-95). Fotografia CDV. Fotografo: A. Meylan – Torino. Al retro “Francesco Crispi – Siciliano. Deputato al Parlamento Regionale. Avuto a Firenze il giorno 24 maggio 1862”.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
   
Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dei 1000 di Marsala
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Aquila Nera di Prussia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Aquila Nera di Prussia
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Santo Stefano d'Ungheria (Austria) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Santo Stefano d’Ungheria (Austria)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Torre e della spada (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Torre e della spada (Portogallo)
   
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   

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Arc. 3199: Francesco Crispi (Ribera, 4 ottobre 1818 – Napoli, 11 agosto 1901). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 1212: Nigra conte Giovanni (Torino, 16 maggio 1798 – Torino, 12 dicembre 1865). Contitolare della banca Nigra fratelli e figli, istituto privato torinese che affondava le radici nel commercio settecentesco delle sete, a 35 anni subentrò in qualità di presidente al padre, deceduto il 3 novembre 1833, ereditando il ruolo di banchiere delle corti pontificia e sarda. Nominato quello stesso anno decurione di Torino, entrò a far parte dell’amministrazione cittadina nei ranghi dei rappresentanti del ceto borghese, sedendo sullo scanno occupato dal padre nell’ultimo decennio. Dopo aver attraversato, nel consiglio generale, nella congregazione e nella ragioneria, le tappe prescritte dal regio biglietto 8 dicembre 1767 – tornato in vigore con la Restaurazione e sostanzialmente invariato fino allo Statuto – poté accedere al grado supremo dell’amministrazione e il 31 dicembre 1845 fu nominato sindaco di seconda classe. Forte del duplice prestigio di uomo di finanza esperto e di amministratore pubblico sagace, dopo la sconfitta di Novara fu chiamato a dare il primo assetto alle disastrate finanze subalpine nei governi presieduti da Gabriel de Launay e Massimo d’Azeglio. Ceduta la presidenza della banca e i lucrosi affari al fratello Felice, tenne il portafoglio delle Finanze dal 27 marzo 1849 al 19 aprile 1851. Insignito lo stesso 19 aprile 1851 del gran cordone dell’Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro, dopo le nomine a cavaliere e a commendatore, e deposta a dicembre nelle mani del banchiere Guglielmo Mestrezat la presidenza della Compagnia di Assicurazioni, Nigra partecipò ai lavori della Camera alta, anche in qualità di membro della commissione Finanze. Grazie alla piena fiducia di Vittorio Emanuele II, toccò l’apogeo della carriera succedendo al marchese Stanislao Cordero di Pamparato, esonerato nel 1853, nella carica di sovrintendente generale della lista civile e assumendo nel 1856 il titolo di ministro della Casa del Re, istituito con decreto 10 novembre dello stesso anno. Quanto affidamento facesse Vittorio Emanuele II su Nigra è rivelato da una lettera indirizzatagli il 30 aprile 1859: «Io parto domattina per la campagna con l’esercito. Nella mia assenza vi affido tutto ciò che ho di più caro e prezioso: i miei figli, la mia casa. So di lasciarli a un altro me stesso. Ecco il mio testamento; se sarò ucciso, voi l’aprirete e avrete cura che tutto ciò che vi si trova sia eseguito. Io procurerò di sbarrare la via di Torino: se non ci riesco e che il nemico avanzi, portate al sicuro la mia famiglia e ascoltate bene questo: vi sono al Museo delle Armi quattro bandiere austriache prese dalle nostre truppe nella campagna del 1848 e là deposte da mio padre. Questi sono i trofei della sua gloria. Abbandonate tutto, al bisogno, valori, gioie, archivi, collezioni, tutto ciò che contiene questo palazzo, ma mettete in salvo quelle bandiere. Che io le ritrovi intatte e salve, come i miei figli. Ecco tutto quello che vi chiedo, il resto è niente». La famiglia reale e l’onore del casato vennero deposti dunque nelle mani di Nigra, che non mancò al suo compito né in guerra né in pace, vivendo all’ombra del «Gran re» fino alla morte, che lo colse a Torino il 12 dicembre 1865. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 31 dicembre 1848
Gran Croce decorato di Gran cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce decorato di Gran cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 19 aprile 1851

Onorificenze straniere

Gran cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
   
Grande ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   
Gran Croce decorato di Gran cordone dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce decorato di Gran cordone dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   
Gran Croce decorato di Gran cordone dell'Ordine della Concezione di Villa Viciosa (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce decorato di Gran cordone dell’Ordine della Concezione di Villa Viciosa (Portogallo)
   
Cavaliere dell'Ordine imperiale dell'Aquila bianca di Russia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine imperiale dell’Aquila bianca di Russia
   
Decorato dell'Ordine del Medjèdiè (Impero ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria   Decorato dell’Ordine del Medjèdiè (Impero ottomano)
   
Decorato del Nicham-Iftikhar (Impero ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria   Decorato del Nicham-Iftikhar (Impero ottomano)
   
Gran Croce dell'Ordine di Danebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine di Danebrog (Danimarca)
   
Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine di Danebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine di Danebrog (Danimarca)
   
Gran Croce dell'Ordine della Stella polare (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine della Stella polare (Svezia)
   
Gran Croce dell'Ordine della Torre e della Spada (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine della Torre e della Spada (Portogallo)
   

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Arc. 122b: Nigra conte Giovanni (Torino, 16 maggio 1798 – Torino, 12 dicembre 1865). Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. 1860 ca.

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Arc. 2791: Nigra conte Giovanni (Torino, 16 maggio 1798 – Torino, 12 dicembre 1865). Fotografia CDV. Fotografo: E. Di Chanaz – Torino. Al retro ” Conte Giovanni Nigra di Torino. Ministro della Real Casa. 1863″.

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Arc. 572: Manfredo Fanti (Verona, 23 febbraio 1806 – Firenze, 5 aprile 1865). Figlio di Antonio e di Silea Ferrari Corbolani, crebbe come suddito del Ducato di Modena. Nel 1825 fu ammesso nel Corpo dei pionieri dell’esercito del Duca e, dopo cinque anni di studi, conseguì la laurea in ingegneria e fu promosso ufficiale del Genio. Nel 1831 aderì al Governo insurrezionale di Modena, che aveva assunto il potere dopo la cattura di Ciro Menotti e la fuga del Duca. Combatté in Romagna con le truppe di Carlo Zucchi, segnalandosi nel combattimento di Rimini il 25 marzo. Dopo la capitolazione di Ancona, condannato all’impiccagione, si rifugiò in Francia, dove regnava Luigi Filippo, ottenendo di essere arruolato nel corpo del Genio. Nel 1834 prese parte al tentativo rivoluzionario di Mazzini. Nel 1835 passò in Spagna, ove restò tredici anni, per arruolarsi volontario nell’Esercito della reggente Maria Cristina, nella guerra contro i carlisti. Fu tenente nel 5º Battaglione di Catalogna, poi capitano quindi maggiore, sempre per merito di guerra. Nel 1839 entrò nell’esercito regolare spagnolo e nel 1847 venne promosso colonnello di cavalleria assumendo le funzioni di capo di Stato Maggiore del comando generale di Madrid. Tornato in Italia nel 1848 allo scoppio della prima guerra di indipendenza offrì invano i propri servigi al Re di Sardegna ed al Governo Provvisorio della Lombardia. Solo nel luglio 1848, quest’ultimo gli affidò l’incaricò di apprestare a difesa la città di Vicenza, con il grado di maggior generale. Dopo l’abbandono del Veneto, partecipò alle abortite operazioni in difesa di Brescia, Milano ed Alessandria. Nel novembre del 1848 assunse il comando della 2ª Brigata della «Divisione Lombarda», formata da volontari lombardi, con il grado di generale di brigata. Nel 1849 fu ammesso al Congresso consultivo permanente di guerra e fu nominato deputato per il collegio di Nizza Monferrato. Partecipò alla campagna del 1849 e, dopo la disfatta alla battaglia di Novara del 23 marzo, successe al suo superiore, il generale Gerolamo Ramorino, ritenuto responsabile della disfatta e fucilato per ignavia. Nell’aprile 1849 impedì alla sua divisione, malgrado la volontà dei soldati, di intervenire a difesa dei genovesi insorti contro il Re, contro i quali era in atto la violenta repressione comandata da Alfonso La Marmora. Fanti venne tuttavia sospettato di tradimento e comunque di disaccordo col comportamento di La Marmora e di altri ufficiali. Fu quindi processato con l’accusa di corresponsabilità con il Ramorino nei precedenti fatti di Novara, per cui fu assolto, ma fu comunque allontanato dall’esercito. Fanti (che divenne suddito sardo nel 1850) solo nel 1855 poté ottenere un nuovo comando e partecipò alla spedizione piemontese alla guerra di Crimea, alla guida della seconda brigata provvisoria. Nel corso della seconda guerra di indipendenza, con il grado di luogotenente generale, comandò la 2ª Divisione, segnalandosi specialmente nei combattimenti a Magenta, Palestro e a San Martino. Venne insignito della croce di cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Dopo l’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859); Fanti venne incaricato della riorganizzazione delle nuove divisioni formate dalle Lega dell’Italia Centrale (comprendente Granducato di Toscana, Ducato di Parma, Ducato di Modena e Legazione delle Romagne) e, nel giro di pochi mesi, seppe trasformarle in un funzionante corpo di 45.000 uomini, provenienti da diverse parti della penisola. Fanti seppe dare un contributo decisivo per impedire il tentativo di restaurazione, espletato nell’autunno-inverno dello stesso anno da Francesco Giuseppe I d’Asburgo, di concerto con Francesco II delle Due Sicilie, a sostegno delle rivendicazioni di Pio IX, del Granduca di Toscana e dei Duchi di Modena e Parma per la restaurazione dei loro Stati. Dopo aver sventato il piano di restaurazione, consolidò il possesso del territorio dando avvio alla nuova Scuola Militare di Fanteria di Modena, ospitata nel palazzo del deposto duca. Fanti seppe anche fermare Garibaldi che, reduce dai trionfi dei Cacciatori delle Alpi, si era portato in Romagna ed intendeva procedere verso Umbria e Marche senza l’assenso di Napoleone III. Sulla base di tali ottime credenziali, nel gennaio 1860 Cavour incaricò Fanti del Ministero della Guerra e della Marina. Suo primo e fondamentale incarico fu l’incorporazione dell’esercito della Lega dell’Italia Centrale nell’Esercito Sardo. Il 29 febbraio 1860 fu nominato dal Re senatore. Il 5 maggio prese l’avvio la spedizione dei mille; Fanti fu nominato a capo del Corpo d’esercito destinato ad operare nell’Italia centrale: ebbe una parte rilevante nella liberazione delle Marche e dell’Umbria (battaglia di Castelfidardo e conquista di Perugia). Fu decorato della gran croce dell’Ordine Militare di Savoia. Divenne, quindi, generale d’armata e capo di stato maggiore generale dell’esercito nell’Italia meridionale: sconfisse i borbonici alla battaglia di Mola e fu decorato di medaglia d’oro al valore con regio decreto 1º giugno 1861 per la riuscita organizzazione dell’assedio di Gaeta, terminato con la resa di Gaeta il 13 febbraio 1861. Il 4 maggio 1861 a Torino Fanti, in qualità di Ministro della Guerra, poté quindi decretare che l’esercito, prima denominato Armata Sarda, avrebbe preso il nome di Regio Esercito italiano. La sua opposizione alla facile ammissione nel Regio Esercito dei circa 5.000 ufficiali dell’Esercito Meridionale di Garibaldi, con la conservazione del grado, lo rese fortemente impopolare. Alla morte del Cavour, il 7 giugno 1861 si dimise dal ministero, per assumere il comando del VII Corpo d’armata. Venne tuttavia presto colpito da una grave malattia, che lo costrinse dapprima a ritirarsi a vita privata nel 1863, e poi lo portò alla morte, a Firenze, il 5 aprile 1865. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1862 ca.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — Torino, 4 ottobre 1860
Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia
  — Torino, 4 ottobre 1860
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
  — 16 gennaio 1860
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
  — 12 giugno 1856
Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Oro al Valor Militare
  «Per essersi distinto all’attacco e presa di Mola di Gaeta, 4 novembre 1860.»
— 1º giugno 1861
Medaglia piemontese della Guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia piemontese della Guerra di Crimea
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (4 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (4 barrette)
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine di San Ferdinando di Spagna (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine di San Ferdinando di Spagna (Regno di Spagna)
  — Madrid, 15 luglio 1837
Commendatore dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di Isabella la Cattolica (Regno di Spagna)
  — Madrid, maggio 1848
Cavaliere di I classe dell'Ordine di Medjidié (Impero ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
  — Istanbul, 6 gennaio 1860
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
  — Parigi, 12 gennaio 1860
Ufficiale dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
   
Medaglia inglese della Guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia inglese della Guerra di Crimea
   
Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d'Indipendenza italiana - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d’Indipendenza italiana
   

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Arc. 1875: Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892). Studente di medicina a Parma, per aver partecipato ai moti del 1831 fu costretto all’esilio in Francia. Nel 1833 combatté con le forze liberali e costituzionali prima in Portogallo e poi in Spagna nella guerra per la successione al trono dove si schierò a sostegno della reggente Maria Cristina. Si distinse in numerosi episodi di valore e nel 1847 raggiunse il grado di colonnello nell’esercito spagnolo. Inviato poi in Francia per adempiere a un incarico militare, fu raggiunto all’inizio del 1848 dalla notizia dei primi moti in Italia. Dimessosi dall’esercito spagnolo, rientrò in Italia e si unì alle truppe pontificie che erano entrate nel Veneto. Ferito gravemente nella difesa di Vicenza (giugno), dopo la convalescenza chiese di essere arruolato nell’esercito sardo e combatté, alla ripresa del conflitto, al comando di un reggimento composto in gran parte di rifugiati parmensi e modenesi. Durante la guerra di Crimea fu comandante di una delle cinque brigate piemontesi destinate alle operazioni, ma le sue truppe non furono coinvolte nei combattimenti. Promosso generale (1855) e aiutante di campo del re, nel 1859 coadiuvò Garibaldi nell’organizzare i volontari del corpo dei Cacciatori delle Alpi. Allo scoppio della guerra guidò la spedizione nelle Marche, occupò Pesaro e fu al comando delle truppe che sconfissero l’esercito pontificio a Castelfidardo (settembre 1860). A Gaeta comandò l’assedio della fortezza dove si erano rifugiati i Borbone che capitolò il 12 febbraio 1861; un mese più tardi anche la guarnigione della cittadella di Messina si arrendeva alle truppe di Cialdini, ultima fortezza del Regno delle Due Sicilie ad essere conquistata. I grandi successi militari conseguiti, l’amicizia del re (che lo nominò duca di Gaeta), la stima di Cavour e l’elezione alla camera nel 1860 e 1861 determinarono la rapida ascesa della carriera di Cialdini: comandante del VI corpo d’armata nel luglio 1861, alla fine dello stesso anno fu nominato luogotenente del re a Napoli. In questa veste diresse la repressione del brigantaggio ricorrendo a misure di durissima rappresaglia che tolsero alle bande il sostegno della popolazione. Nominato commissario straordinario in Sicilia nel 1862, diede l’ordine di affrontare e fermare Garibaldi all’Aspromonte (29 agosto). Nel corso della guerra del 1866 i contrasti tra lui e il presidente del Consiglio La Marmora, capo di stato maggiore, impedirono un accordo sul piano delle operazioni militari, determinando un mancato coordinamento delle truppe: mentre La Marmora comandava l’offensiva attraverso il Mincio, Cialdini assumeva il comando delle forze armate schierate sul basso Po. Dopo la sconfitta di La Marmora a Custoza (26 giugno 1866), Cialdini si ritirava e sospendeva il passaggio del Po; investito del comando delle operazioni, guidò l’avanzata dell’esercito fino a Udine, ma i contrasti con La Marmora non si attutirono e alimentarono astiose polemiche anche dopo la conclusione delle operazioni. Nominato senatore nel 1864, fu designato da Vittorio Emanuele II ambasciatore straordinario a Madrid nel 1870. Ambasciatore a Parigi dal 1876, si ritirò dalla vita diplomatica nel 1881. Fotografia CDV. Fotografo: J. Clarck. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
     1867
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     1867
Balì di Gran Croce Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Balì di Gran Croce Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta
   
Cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia
     19 novembre 1860
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
     16 gennaio 1860
Commendatore dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine militare di Savoia
     12 giugno 1856
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’Argento al Valor Militare
   

Crimea1855.png    Medaglia commemorativa della guerra di Crimea

Medaille commemorative de la Campagne d'Italie 1859 ribbon.svg    Medaglia francese commemorativa della campagna 1859

Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
   
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia
   
Commendatore dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   

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Arc. 1050: Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892). Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Firenze. 1862 ca.

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Arc. 1051: Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892). Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

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Arc. 573: Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 1308: Enrico Cialdini (Castelvetro di Modena, 8 agosto 1811 – Livorno, 8 settembre 1892). Fotografia CDV. Fotografo:Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 1052: Salvatore Raimondo Gianluigi Pes, marchese di Villamarina e barone dell’Isola Piana (Cagliari, 11 agosto 1808 – Torino, 14 maggio 1877). Era figlio del marchese Emanuele, che era stato ministro della guerra di Carlo Alberto, e luogotenente della Sardegna. Laureatosi in legge all’università di Torino nel 1828, entrò due anni dopo in diplomazia, come volontario al Ministero degli affari esteri, e quando (1832) il padre fu nominato ministro della Guerra, egli vestì la divisa militare in qualità di ufficiale di cavalleria. Gradito a Carlo Alberto, ebbe in seguito varie missioni diplomatiche all’estero. Nominato nel 1847 consigliere di legazione, l’anno dopo fu inviato in Toscana come incaricato d’affari, e in quei difficili momenti invano sconsigliò Leopoldo II dal raggiungere il papa a Gaeta. Nel 1852 ebbe la nomina a ministro plenipotenziario a Parigi, dove l’opera sua fu assai apprezzata dal conte di Cavour, e il suo atteggiamento come rappresentante del Piemonte, non appena ebbe notizia dei preliminari di Villafranca, fu degno di grande lode. Alla fine del 1859 fu destinato a Napoli in qualità d’ inviato straordinario e di ministro plenipotenziario presso la corte borbonica, e in quella difficile missione seppe destreggiarsi con abilità, specialmente quando avvenne la spedizione dei Mille, e quando persuase il conte di Cavour che non poteva impedirsi la dittatura a Napoli di Garibaldi, di cui fu amico leale e schietto. Richiamato da Napoli, nel 1862 fu destinato come prefetto a Milano, dove rimase sei anni.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 2 ottobre 1849
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 28 aprile 1853
Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
  — 9 novembre 1860

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e Hannover) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale Guelfo (Gran Bretagna e  Hannover)
   
Cavaliere di Grande Stella dell’Ordine del Leone e del Sole (Persia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Grande Stella dell’Ordine del Leone e del Sole (Persia)
   

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Arc. 578: Visconti Venosta marchese Emilio(Milano, 22 gennaio 1829 – Roma, 28 novembre 1914). Figlio di Francesco (1797-1846) e Paola Borgazzi (m. 1864), e fratello maggiore del patriota Giovanni Visconti Venosta, Emilio studiò al Liceo classico Giuseppe Parini a Milano e successivamente frequentò la facoltà di giurisprudenza a Pavia, poi intraprese la politica prima con i repubblicani e poi con i cavouriani. Sposò Maria Luisa Alfieri di Sostegno, parente sia di Vittorio Alfieri sia di Cavour. Discepolo di Mazzini, prese parte a tutte le cospirazioni anti-austriache fino alla sollevazione di Milano il 6 febbraio 1853, quando, per divergenze d’idee con Mazzini, quest’ultimo si separò dalla “cospirazione ufficiale” con una lettera indirizzata allo stesso. Continuò comunque la sua propaganda anti-austriaca, rese un buon servizio alla causa nazionale; infastidito dalla polizia austriaca, fu quindi obbligato nel 1859 a rifugiarsi a Torino e, durante la guerra con l’Austria di quell’anno, fu nominato da Cavour commissario del Re nelle forze garibaldine. Eletto deputato nel 1860, accompagnò Farini in missioni diplomatiche a Modena e Napoli e fu quindi inviato a Londra e Parigi per ragguagliare i governi inglese e francese sulla situazione italiana. Come riconoscimento per la diplomazia usata in questa occasione, Cavour gli conferì un incarico stabile al Ministero degli Esteri. In seguito Visconti Venosta fu nominato Segretario generale del Ministero dal conte Pasolini. Alla morte di questi, divenne ministro degli Esteri il 24 marzo 1863 nel governo Minghetti; ebbe l’importante ruolo di non far restare l’Italia isolata politicamente (specialmente dopo la presa di Roma avvenuta 7 anni dopo la sua nomina), divenne famoso per la celebre frase “indipendenti sempre isolati mai”. Nella veste di ministro e nel 1864 sottoscrisse la “convenzione di settembre” con la Francia sulla “questione romana”. Terminata la funzione di ministro con la caduta di Minghetti nell’autunno nel 1864, nel marzo 1866 fu inviato dal nuovo capo del governo La Marmora a Costantinopoli come “ministro del re”, ma venne quasi immediatamente richiamato e nominato di nuovo ministro degli esteri da Ricasoli. Assunto l’incarico all’indomani della battaglia di Custoza, riuscì ad evitare che parte del debito dell’impero austriaco venisse trasferito all’Italia in aggiunta al debito veneziano. La fine del governo Ricasoli nel febbraio 1867 lo privò per un po’ del suo incarico, ma ridivenne ministro degli esteri nel dicembre 1869 entrando nel governo Lanza-Sella; mantenne il dicastero anche nel successivo governo Minghetti, fino alla fine del governo della Destra, nel 1876. Durante questo lungo periodo, fu chiamato a condurre i delicati negoziati connessi con la guerra franco-prussiana, l’occupazione di Roma e la conseguente fine del potere temporale del papa, la legge delle Guarentigie e le visite di Vittorio Emanuele II a Vienna e Berlino. In occasione del suo matrimonio con la figlia del marchese Alfieri di Sostegno, nipote di Cavour, il re gli attribuì il titolo di marchese. Per un certo periodo rimase in Parlamento, all’opposizione, e il 7 giugno 1886 fu nominato senatore. Risale allo stesso anno la sua nomina a presidente dell’Accademia di Brera, carica che ricoprì per ben due mandati, fino al 1897. Successivamente ne acquisì il titolo di presidente onorario. Nel 1894, dopo sedici anni di assenza dalla politica attiva, fu scelto come l’arbitro italiano nella disputa del mare di Bering; nel 1896 accettò un’altra volta il dicastero degli esteri nel governo Di Rudinì in un momento in cui i rovesci nella guerra di Abissinia e la pubblicazione di notizie di fonte abissina avevano reso la posizione italiana estremamente difficile. La sua prima preoccupazione fu migliorare le relazioni tra Italia e Francia, contrattando con Parigi un accordo riguardo Tunisi. Durante i negoziati sulla questione di Creta e la guerra greco-turca del 1897 assicurò all’Italia un ruolo significativo in ambito europeo e appoggiò Lord Salisbury nel risparmiare alla Grecia la perdita della Tessaglia. Si ritirò nuovamente a vita privata nel maggio 1898, dimettendosi per questioni di politica interna, ritornando però in carica nel maggio 1899, sempre come ministro degli esteri, nel secondo governo Pelloux, e vi rimase anche nel successivo governo Saracco, fino alla caduta di questo nel febbraio 1901. Durante questo periodo dedicò la sua attenzione soprattutto al problema della Cina e al mantenimento dell’equilibrio nel Mar Mediterraneo e nell’Adriatico. In tal senso concluse un patto con la Francia per cui si lasciava tacitamente mano libera agli italiani a Tripoli, mentre l’Italia non avrebbe interferito nella politica francese in Marocco; riguardo all’Adriatico, raggiunse un accordo con l’Austria garantendo lo status quo in Albania. Prudenza e sagacia, insieme a un’ineguagliabile esperienza in politica estera, gli consentirono di assicurare all’Italia la massima influenza possibile nelle questioni internazionali, guadagnandosi la stima unanime delle diplomazie e governi europei. Come riconoscimento per i suoi meriti di servizio, fu nominato Cavaliere dell’Annunziata da Vittorio Emanuele III di Savoia in occasione della nascita della principessa Iolanda Margherita di Savoia, il 1º giugno 1901. Nel febbraio 1906 fu il delegato italiano nella conferenza di Algeciras. Lo scopo della conferenza era mediare tra Francia e Germania, nella prima crisi marocchina, e assicurare il rimborso di un ingente prestito concesso al Sultano nel 1904. Ad Algeciras Visconti Venosta rese evidenti le contraddizioni della politica degli austro-tedeschi nei confronti dell’Italia, non potendo costoro sostenere che la Triplice Alleanza non avesse efficacia nelle questioni mediterranee e contemporaneamente richiedere all’Italia di appoggiare il tentativo di penetrazione tedesca in Marocco. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
     2 giugno 1901
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     2 giugno 1901
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
     2 giugno 1901

Onorificenze straniere

Gran cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)
   
Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Rossa (Impero di Germania) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Impero di Germania)
   
Gran Dignitario dell'Ordine della Rosa (Impero del Brasile) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Dignitario dell’Ordine della Rosa (Impero del Brasile)
   
Cavaliere di V classe dell'Ordine di Medjidié (Impero Ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di V classe dell’Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)

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Arc. 2987: Ferdinando Arborio Gattinara di Breme (Milano, 30 aprile 1807 – Firenze, 21 gennaio 1869). Appartenente alla nobile famiglia degli Arborio Gattinara e figlio del marchese Filippo, sposò la nobile Luisa Dal Pozzo della Cisterna da cui ebbe un figlio, Alfonso, senatore del Regno d’Italia. Nel 1827 come dono di nozze alla principessa, fece costruire una splendida Villa affacciata sulla cornice piemontese del Lago Maggiore, dimora che divenne così la sua residenza lacustre. La Villa è tutt’ora di proprietà dei Marchesi dal Pozzo d’Annone: charme e romanticismo sono le caratteristiche di una tra le ville più antiche del lago, che conserva tutto il sapore dell’epoca Vittoriana. Conte di Sartirana e Marchese di Breme dalla nascita, il Re gli concesse il titolo di Duca di Sartirana il 26 maggio 1867. Giovane, studiò scienze naturali, diventando così un eccellente entomologo. Il 18 dicembre 1849 venne nominato senatore del Regno di Sardegna. Abitò nel Castello di Sartirana nel circondario di Mortara, poi nella Villa La Tesoriera a Torino e infine con l’Unità d’Italia a Roma. Gran maestro delle cerimonie di corte a Torino, divenne Prefetto di palazzo e introduttore degli ambasciatori. Fu membro del Consiglio della Direzione generale dei Teatri del Regno; socio onorario del Museo industriale italiano di Torino; socio dell’Accademia delle scienze di Torino (dal 12 dicembre 1841), socio dell’Accademia d’agricoltura di Torino, membro onorario della Società di agricoltura, industria e commercio di Torino, Vicepresidente dal 1851 al 1852 e Presidente dell’Accademia d’agricoltura di Torino dal 1858 al 1862; Socio onorario, Direttore generale e Presidente dell’Accademia albertina di Torino; Presidente della Società promotrice delle belle arti di Torino; Ministro di Stato. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     12 marzo 1850
Grande ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Grande ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     25 marzo 1858
Gran Croce decorato di gran cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce decorato di gran cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
     30 dicembre 1861
Gran Croce decorato di gran cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce decorato di gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
     22 aprile 1868

Onorificenze straniere

Commendatore dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine della Legion d’onore (Francia)
   
Grande ufficiale dell'Ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Grande ufficiale dell’Ordine della Legion d’onore (Francia)
   
Gran Croce dell'Ordine di Cristo (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine di Cristo (Portogallo)
   
Gran Croce dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Portogallo)
   
Cavaliere di I classe dell'Ordine di San Stanislao (Impero russo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I classe dell’Ordine di San Stanislao (Impero russo)
   
Gran cordone dell'Ordine di Sant'Olav (Svezia e Norvegia) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran cordone dell’Ordine di Sant’Olav (Svezia e Norvegia)
   
Grand'Ufficiale dell'Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia) - nastrino per uniforme ordinaria    Grand’Ufficiale dell’Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia)
 
 

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Arc. 540: Della Rovere marchese Alessandro Filippo (Casale Monferrato, 26 ottobre 1815 – Torino, 17 novembre 1864). Ufficiale di carriera, prese parte alla prima guerra d’indipendenza, alla guerra di Crimea, e alla seconda guerra d’indipendenza. Nominato Tenente generale dell’esercito del Regno di Sardegna nel 1859, fu Intendente Generale dell’Armata Sarda nel 1860, e con il grado di Maggior generale nel Regio esercito. Nell’aprile 1861 fu nominato Luogotenente generale del re nelle province siciliane, fino al settembre dello stesso anno, quando fu nominato ministro della guerra. Nell’isola considerò la questione siciliana principalmente come problema di polizia, da risolvere come questione di pubblica sicurezza. Fu infatti uno dei primi Ministri del neonato Regno d’Italia reggendo il Ministero della Guerra in tre governi: Ricasoli I, Farini e Minghetti I (1861-1864). Morì due mesi dopo aver lasciato il ministero. Nel novembre 1861 era stato nominato dal re senatore del Regno. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia
  — 1º giugno 1861
Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
  — 12 giugno 1856
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al Valor Militare
   
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
   

Onorificenze straniere

Commendatore dell'ordine della Legion d'onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’ordine della Legion d’onore (Francia)
   
Compagno dell'Ordine del Bagno (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria   Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
   
Medaglia inglese della Guerra di Crimea - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia inglese della Guerra di Crimea
   
Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 - nastrino per uniforme ordinaria   Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859

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Arc. 3178: Lorenzo Annibale Costantino Nigra (Villa Castelnuovo, 11 giugno 1828 – Rapallo, 1º luglio 1907). Compì i primi studi a Bairo e in seguito ad Ivrea dove concluse il secondo ciclo scolastico. Nel 1845, grazie ad una borsa di studio, poté iscriversi alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Torino, nonostante il grande interesse per la poesia e la letteratura. Nel corso degli studi universitari non nascose (1848) il sostegno al conflitto bellico del Piemonte con la potenza imperiale austriaca, tanto che decise di arruolarsi nel corpo dei bersaglieri studenti, come volontario. Partecipò alle battaglie di Peschiera del Garda, Santa Lucia e Rivoli, dove fu ferito ad un braccio. Già l’anno seguente rientrò a combattere, assistendo alla sconfitta di Novara. Ripresi gli studi dopo la parentesi bellica, riuscì a laurearsi in legge nell’università torinese. Prestò servizio dal 1851 al Ministero degli Esteri venendo nominato segretario del primo ministro Massimo D’Azeglio e in seguito di Camillo Cavour, che accompagnò al Congresso di Parigi del 1856 come Capo di Gabinetto. Due anni dopo, nel 1858, fu inviato in missione segreta a Parigi per concretizzare l’ipotesi di alleanza decisa a Plombières tra Napoleone III e Cavour e progettare la guerra tra il Regno di Sardegna e l’Impero austriaco. Svolse un ruolo determinante nella politica estera italiana per il completamento del processo di unificazione dell’Italia dopo la morte di Cavour avvenuta nel 1861. Divenne in seguito ambasciatore italiano a Parigi (1860), San Pietroburgo (1876), Londra (1882) ed infine a Vienna (1885). Durante il suo mandato a Parigi contribuì ai negoziati che portarono, grazie al consenso di Napoleone III, alla conclusione dell’Alleanza italo-prussiana del 1866. Nel 1870, ambasciatore a Parigi, dopo la sconfitta di Napoleone III a Sedan, l’imperatore stesso venne fatto prigioniero. Egli rimase l’unico amico dell’imperatrice Eugenia de Montijo, nominata reggente. Poiché il popolo era insorto proclamando la Repubblica, Nigra l’aiutò a fuggire ed a mettersi in salvo.Nel 1887 rifiutò la carica di Ministro degli Esteri, offertagli dal re Umberto I di Savoia. Fu nominato conte nel 1882 e nel 1890 senatore del Regno d’Italia. Verrà inoltre insignito dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata. Nigra collaborò con accademie italiane e francesi, oltre che con riviste filologiche italiane, francesi e tedesche. Nigra svolse incarichi di estrema delicatezza per il presidente del consiglio Cavour: il suo Resoconto dell’amministrazione delle province napolitane, redatto nel 1861 appena proclamata l’Unità d’Italia, fu in seguito giudicato un “mirabile coraggioso scritto (…) che vale tant’oro” da Giustino Fortunato. Molto tempo dopo la morte del Conte, Nigra fu protagonista di un caso piuttosto discusso, probabilmente di ossequio alla memoria del suo mentore: nel 1894 si rese autore della distruzione di un pacco di lettere, scritte di pugno da Cavour all’amante Bianca Ronzani, che il senatore aveva rinvenuto presso un collezionista viennese, disposto a cederle per la somma di mille lire e la nomina a cavaliere della corona d’Italia.Avuto il preventivo assenso alla concessione dell’onorificenza da parte di Umberto I, Nigra concluse la transazione e, alla presenza di testimoni, bruciò le 24 lettere che componevano l’epistolario cavouriano. Il contenuto delle missive, ritenuto piccante e disdicevole, fu la motivazione ufficiale per quell’atto distruttivo del patrimonio storico, che avrebbe potuto chiarire gli ultimi mesi di vita del grande statista italiano.Il Re Vittorio Emanuele vedeva nel Nigra il fidato amico e collaboratore di Cavour, a lui sempre ostile, e solo dopo la morte di Vittorio Emanuele II, il successore Umberto I riconoscerà i meriti dell’opera svolta dal Nigra a favore del Regno, concedendogli motu proprio il titolo comitale, trasmissibile anche ai discendenti, e poi ancora insignendolo del Collare dell’Annunziata, massimo titolo d’ordine sabaudo che lo riconosceva Cugino del Re e infine nominandolo senatore del Regno. Al termine della carriera diplomatica, Nigra si ritirò a Venezia acquistando uno splendido palazzo sul Canal Grande; ne comprò poi un altro a Roma, presso Trinità dei Monti. A fianco di Costantino in quest’ultimo periodo apparirà la figura di una nobile veneziana, la contessa Elisabetta Francesca Albrizzi. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Parigi. 1865 ca.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
  — 1892
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 1892
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
  — 1892

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine Imperiale di Sant'Aleksandr Nevskij (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Aleksandr Nevskij (Impero di Russia)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Cristo (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Cristo (Portogallo)
   
Cavaliere di Grande Stella dell'Ordine del Leone e del Sole (Impero persiano) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Grande Stella dell’Ordine del Leone e del Sole (Impero persiano)
   
Cavaliere di I Classe dell'Ordine della Corona Ferrea (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di I Classe dell’Ordine della Corona Ferrea (Impero austro-ungarico)
   
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   
Commendatore dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)
   
Cavaliere di IV classe dell'Ordine dell'Aquila Rossa (Germania) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di IV classe dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Germania)
   
Cavaliere di II classe dell'Ordine del Dannebrog (Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di II classe dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)

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Arc. 1673: Lorenzo Annibale Costantino Nigra (Villa Castelnuovo, 11 giugno 1828 – Rapallo, 1º luglio 1907). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Parigi. 1865 ca.

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Arc. 2416: Giovanni Lanza (Casale Monferrato, 15 febbraio 1810 – Roma, 9 marzo 1882). Di famiglia modesta, si laureò in medicina (1832) e chirurgia (1833) a Torino. Le difficoltà di accesso alla carriera accademica lo portarono a maturare un interesse scientifico per gli studi agronomici: divenne così uno dei principali animatori dell’Associazione agraria, un’organizzazione nata a Torino nel 1842 che agì come palestra di educazione politica. L’intensa attività pubblicistica sulle pagine della «Gazzetta» dell’Associazione e sul «Messaggiere torinese» lo portò a occuparsi di statistica, credito agrario, piccola proprietà contadina, rete viaria, beneficienza. Diventato uno dei maggiori esponenti del gruppo liberale piemontese, nel 1848 andò volontario in Lombardia per combattere gli austriaci e nel maggio fu eletto deputato al Parlamento subalpino schierandosi inizialmente con la Sinistra. Contrario alla ripresa delle ostilità con l’Austria, perché non voleva che ciò avvenisse senza il concorso degli altri Stati italiani, dopo la sconfitta di Novara si dichiarò per la resistenza a oltranza e votò contro la pace di Milano, che definì «un patto disonorevole per la nazione». La sua carriera parlamentare, destinata a durare ininterrottamente per quattordici legislature, conobbe una svolta con l’avvicinamento a Cavour, con il quale iniziò a collaborare durante la preparazione della guerra di Crimea. Chiamato al ministero dell’Istruzione (1855), poi alle Finanze all’uscita di Rattazzi dal governo (1858), nel 1860 fu eletto presidente della Camera. Accentuatosi intanto il suo spostamento verso la Destra, della quale divenne uno dei capi più autorevoli, dal settembre 1864 Lanza fu ministro dell’Interno nel secondo gabinetto La Marmora e si pronunciò per il trasferimento della capitale a Roma. Si dimise nell’agosto 1865 perché contrario alla tassa sul macinato proposta dal ministro delle Finanze Sella. Nuovamente presidente della Camera (1867-68 e 1869), fu nominato presidente del Consiglio nel dicembre 1869. Il suo governo, in cui entrarono tra gli altri Sella alle Finanze e Visconti Venosta agli Esteri, si pronunciò per la neutralità durante il conflitto franco-prussiano e proseguì nella riduzione delle spese in un regime di stretta economia. Nel settembre 1870, dopo la proclamazione della repubblica in Francia e superati alcuni tentennamenti dello stesso Lanza, fu decisa l’occupazione di Roma, seguita l’anno successivo dal trasferimento della capitale da Firenze a Roma. I rapporti tra l’Italia e la Santa Sede furono regolati dalla legge delle guarentigie, approvata nel maggio 1871 sempre durante il suo dicastero: un provvedimento che, per quanto respinto da Pio IX, divenne un punto di riferimento costante della politica estera italiana. Criticati sia a destra sia a sinistra, i progetti di decentramento amministrativo studiati da Lanza per correggere gli aspetti più negativi dell’ordinamento centralistico rimasero sulla carta. Nel giugno 1873 si dimise dopo il voto contrario della Camera ad alcuni provvedimenti finanziari proposti da Sella. Emarginato dalla politica nazionale, si impegnò nel governo locale con iniziative a tutela della salute pubblica. Dal 1878 fu presidente dell’Associazione costituzionale di Torino. Nel 1870 aveva ricevuto il collare dell’Annunziata, la massima onorificenza sabauda. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1865 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
  — 1870
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 1870
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
  — 1870

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Arc. 2208: Quintino Sella (Sella di Mosso, 7 luglio 1827 – Biella, 14 marzo 1884). Laureatosi in ingegneria a Torino (1847), professore di geometria applicata alle arti nell’Istituto tecnico di Torino (1852), poi di matematica in quella università, nel 1860 entrò nella vita politica come deputato della destra del collegio di Cossato (Biella). Più volte ministro delle Finanze (1862; 186465; 186973), si pose come obiettivo il pareggio del bilancio statale, imponendo a questo scopo una rigida politica di economie e non esitando a ricorrere a provvedimenti impopolari, come l’imposta sul macinato. Anticlericale, contrario all’intervento a fianco della Francia contro la Prussia (1870), dopo la sconfitta di Napoleone III fu tra i più accesi sostenitori della presa di Roma e fu poi tra gli ispiratori della legge delle Guarentigie. La sua attività, rivolta al perfezionamento dell’unità politica, economica e morale del Regno, fu versatile e molteplice. Sollecitò l’istruzione professionale; ideò le casse di risparmio postali; propugnò lo sviluppo delle miniere sarde e costruì la carta mineraria della regione; patrocinò il riscatto delle ferrovie dell’Italia settentrionale (convenzione di Basilea del 1875). Non meno vasta e multiforme fu la sua attività scientifica. Restaurò l’Accademia dei Lincei (della quale fu socio nazionale dal 1872 e presidente dal 1874) allargandone gli interessi con l’istituzione della classe di scienze morali, storiche e filologiche e procurandole una sede storica a palazzo Corsini. Notevoli i suoi apporti nel campo della mineralogia, ove contribuì validamente allo sviluppo della cristallografia morfologica, chimica e descrittiva, studiò numerose specie minerali, delle quali talune nuove, e valorizzò i giacimenti minerari sardi incrementandone così lo sviluppo. Fondò la Società geologica italiana e, con B. Gastaldi e altri, il Club alpino italiano (1863). A lui furono dedicati il minerale sellaite e il M. Sella nell’Isola Grande della Terra del Fuoco. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1865 ca.

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Arc. 1929: Quintino Sella (Sella di Mosso, 7 luglio 1827 – Biella, 14 marzo 1884). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1865 ca.

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Arc. 3124: Lorenzo Valerio (Torino, 23 novembre 1810 – Messina, 26 agosto 1865). Filantropo laico, fu il secondo di cinque fratelli fra cui Gioacchino e Cesare, anch’essi deputati. Organizzatore di cultura e uomo politico liberale, fondò e diresse il periodico “Letture popolari” (1836), che tanta influenza ebbe nel diffondere le idee liberali e democratiche presso i giovani della piccola e media borghesia piemontese, l’Associazione Agraria (dove si impose a Camillo Benso conte di Cavour) e la Società degli Asili infantili di Torino. Nel 1842 promosse ad Agliè la nascita di uno dei primi asili infantili e di un convitto per le donne del setificio. In seguito fondò e diresse l’influente quotidiano politico La Concordia e poi il quotidiano Il Diritto. Fu, in contrasto spesso durissimo col Cavour, il capo dell’opposizione nel Parlamento subalpino per molte legislature, assertore di un sanguigno liberalismo democratico o “di sinistra” che, durissimo contro i clericali, i privilegi della Chiesa, l’Austria e gli altri stati assolutistici che tenevano l’Italia sotto il loro controllo e impedivano l’Unità della nazione, metteva però insieme libertà e giustizia sociale. Era favorevole, infatti, alle imposte progressive su redditi e rendite; diversamente dal Cavour, che però da parte sua per finanziare gli investimenti statali e le riforme aveva alzato le tasse proprio alla ricca borghesia delle professioni che lo votava e alla aristocrazia da cui proveniva. Eppure, Valerio e la sinistra appoggiarono stranamente l’incostante e troppo moderato re Carlo Alberto, curiosamente più vicino a lui che al Cavour. Perciò, sia Giuseppe Mazzini, sia il Cavour, per opposti motivi lo criticavano, in quanto si illudeva di «…circondare la monarchia di istituzioni repubblicane», o addirittura di «…fare la rivoluzione con un re», come diceva Mazzini. A sua volta, giudicò sempre severamente Mazzini e i suoi continui e inconcludenti tentativi insurrezionali che mandavano allo sbaraglio tanti giovani e rafforzavano la reazione degli stati assolutistici, preferendogli di gran lunga Giuseppe Garibaldi. E infatti il Valerio fu il parlamentare di riferimento per il generale nizzardo. In seguito, quando Cavour fu ministro nel governo liberal-conservatore di Massimo d’Azeglio, e poi Presidente del Consiglio dei ministri con un programma di centro aperto alla sinistra moderata, Valerio lo appoggiò spesso, pur conservando l’intransigenza morale e lo spirito critico per i quali era conosciuto e apprezzato. Avversario implacabile, ma anche amico di Cavour, col quale si unì nel famoso “Connubio” tra lo schieramento di centro moderato e quello sinistro o liberal-democratico del Parlamento Cisalpino che dette lo slancio risolutivo all’Unità d’Italia e alla fondazione del nuovo Stato unitario, Valerio ebbe con Cavour un fitto scambio di lettere. In una di queste Cavour tiene a sottolineare la differenza politica col Valerio firmandosi con amichevole ironia «Suo devotissimo avversario, C. Cavour» (31 dicembre 1859). In un’altra lettera (10 marzo 1859) Cavour prende le distanze dalle opinioni del combattivo e impulsivo Valerio a proposito di rivoluzioni: «Non si deve respingere l’elemento insurrezionale, o, se meglio le piace, rivoluzionario, ma non si può somministrare in dosi troppo forti, sia a ragione dell’Europa, sia del proprio Paese, che non ha stomaco fatto per digerirlo, se non moderatamente». Fu eletto deputato fin dalla VIII legislatura del Regno d’Italia (la prima dopo l’Unità d’Italia). Nominato da re Vittorio Emanuele II governatore della provincia di Como, fu poi governatore straordinario delle Marche subito dopo l’Unità d’Italia, durante tale periodo stimolò la nascita di vari istituti educativi, come l’Istituto di Belle Arti delle Marche e l’Asilo d’Infanzia (che sarà intitolato a lui) in Urbino. Infine divenne senatore del Regno e prefetto di Messina, città nella quale morì colpito da malattia. Nella sua casa torinese, dove si teneva un affollato salotto di intellettuali e patrioti liberali, era stato fatto conoscere per la prima volta e musicato da Michele Novaro l’Inno di Mameli, i cui versi erano stati scritti nel 1847 dal giovane patriota Goffredo Mameli. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

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Arc. 1055: Conte Giuseppe Francesco Leonardo Apollinare Pasolini Dall’Onda (Ravenna, 7 febbraio 1815 – Ravenna, 4 dicembre 1876). Nato a Ravenna l’8 febbraio 1815, figlio del conte Pier Desiderio Pasolini dall’Onda e della contessa Amalia Santacroce. Giuseppe nacque alla fine del periodo napoleonico, ma già suo nonno Giuseppe (1733-1814) aveva coinvolto la famiglia nell’impresa di Bonaparte, anche grazie all’appoggio del cognato Antonio Codronchi, vescovo di Imola gradito a Napoleone. Il padre, all’epoca della sua nascita, era podestà di Ravenna. La madre, Amalia, morì quando Giuseppe aveva tre anni ed egli si formò quindi in prevalenza grazie al padre che risentì sempre di una certa nostalgia per il clima bonapartista. Costretto ad abbandonare il collegio dei gesuiti di Reggio Emilia per motivi di salute, nel 1829, rientrò a Ravenna. Proseguì studi più orientati all’agronomia sotto la guida del barone svizzero Elie Victor Benjamin Crud (Losanna, 1772 – Ginevra, 1845). Contemporaneamente coltivò le aspirazioni politiche del padre sostenendo il suo impegno militante durante i moti del 1830-31. Intraprese un grand tour in Italia, toccando la Toscana, Roma e Napoli, dove ebbe modo, tra il 1834 ed il 1835, di formarsi con l’esperto mineralogico Leopoldo Pilla e con lo zoologo Arcangelo Scacchi. A Firenze conobbe il marchese Gino Capponi ed il conte Luigi Guglielmo Cambray-Digny, di cui divenne amico. Dall’aprile del 1836 andò prima a Parigi, dove prese parte ad alcune sedute della camera dei deputati, ed in particolare a quella che discusse il caso del fallito attentato di Louis Alibaud contro re Luigi Filippo. Passò poi a Londra e in Belgio dove visitò la piana di Waterloo dove Napoleone era stato sconfitto. In Svizzera fu a Berna e Ginevra, scalando diverse cime e ghiacciai alpini, facendo poi tappa a Torino (dove conobbe e divenne amico di Alfonso La Marmora, allora giovane ufficiale d’artiglieria) e Mantova. Rientrato in patria, uno dei suoi primi incarichi pubblici fu quello di rendere omaggio per conto del comune di Ravenna al cardinale Luigi Amat di San Filippo e Sorso che nel novembre del 1837 era stato nominato dal pontefice nuovo legato per quella provincia. Il coinvolgimento di Giuseppe Pasolini in politica sembrava ormai segnato e la sua posizione fu ulteriormente consolidata quando il 22 ottobre 1843 sposò Antonietta Bassi, nipote di Gabrio Casati, dalla quale ebbe quattro figli. Dopo un breve viaggio a Parigi, la coppia si stabilì a Imola, nella villa dei Codronchi, stringendo rapporti di amicizia con l’allora vescovo della città, Giovanni Maria Mastai Ferretti. Quando il Mastai Ferretti divenne papa Pio IX, si ricordò dell’amico ravennate e lo convocò a Roma nominandolo, dall’agosto del 1847, dapprima membro della Consulta di Stato in rappresentanza della città di Ravenna e poi, dal febbraio del 1848, lo nominò nel gruppo di ministri laici che per la prima volta in quell’anno di rivoluzioni costituì un governo pontificio. Gli fu affidato il ministero del commercio, dell’agricoltura, dell’industria e delle belle arti. Su sua raccomandazione, entrò nel governo anche l’amico Marco Minghetti, ma entrambi si dimisero nel 1848 quando il papa ritirò il proprio appoggio militare ai rivoluzionari. Minghetti riparò in Piemonte presso Carlo Alberto di Savoia ma Pasolini rimase a Roma, consigliato dall’amico Diomede Pantaleoni, e fu vicepresidente dell’Alto Consiglio. Ebbe modo di dirigere la politica locale favorendo l’ascesa di Pellegrino Rossi, noto giurista ed ex ambasciatore in Francia dal passato murattiano. Quando Rossi fu assassinato il 15 novembre 1848, Pasolini si rifiutò di sostituirlo per frizioni con Pio IX che non era intenzionato a riprendere la guerra a favore dei rivoluzionari ma anzi si rifugiò a Gaeta. Per fedeltà al pontefice, ad ogni modo, lasciò Roma alla proclamazione della Repubblica Romana nel 1849 e riparò in Toscana dove, a Pisa, fu raggiunto dal suocero Paolo Bassi. Decise a quel punto di stabilirsi a Firenze dove acquistò la villa di Fonte all’Erta e la relativa tenuta. Ripresi i contatti col Minghetti, Giuseppe Pasolini rimase a Firenze sino al 1855 quando Pio IX decise di convocarlo nuovamente a Roma nel tentativo di vincere le diffidenze che avevano portato il conte ravennate ad allontanarsi dal governo della città. Alla fine del 1857, venne nominato gonfaloniere di Ravenna, ma nel contempo iniziò ad avvicinarsi sempre più alla figura di Camillo Benso, conte di Cavour, che a suo tempo aveva conosciuto a Torino tramite il La Marmora e a lasciarsi tentare dalla soluzione prevista dai Savoia per l’Italia. Nel 1859, dunque, appoggiò la seconda guerra d’indipendenza, ma rifiutò categoricamente la dittatura di Parma e Piacenza offertagli per un periodo limitato dall’amico Luigi Carlo Farini. Rivolse il suo impegno a favorire il commercio di cui a suo tempo era stato ministro, contribuendo all’abolizione delle dogane interne agli stati col processo di unificazione e propugnò la costruzione di una ferrovia che collegasse le Romagne e la Toscana al Piemonte. Nel marzo 1860, Vittorio Emanuele II lo nominò senatore e nell’autunno di quello stesso anno venne nominato governatore provvisorio della città di Milano, sostituendo Massimo d’Azeglio. Nel 1862 e nel 1863 venne nominato prefetto a Torino e nel 1866 fu primo commissario regio a Venezia. Gli venne proposto di formare un nuovo governo come primo ministro alla caduta di Urbano Rattazzi, ma preferì rimanere in disparte, aderendo invece al governo Farini come ministro degli esteri dal dicembre del 1862 al marzo del 1863. Durante questo delicato periodo, si preoccupò di stabilire dei trattati commerciali con la Francia di Napoleone III e con l’Inghilterra di John Russell, I conte di Russell, suoi amici personali. In senato si dichiarò favorevole allo spostamento della capitale da Torino a Firenze, ma dopo tale atto decise di ritirarsi dalla vita pubblica. Negli ultimi anni, dopo la morte prima del figlio Enea nel 1869 e poi della moglie nel 1873, si dedicò ampiamente allo studio delle sacre scritture. Dopo aver trascorso l’autunno del 1874 a Varese dove il figlio Pier Desiderio aveva sposato Maria Ponti, figlia della dinastia di ricchi industriali, tornò a Ravenna dove nel 1876 si sposò anche la figlia Angelica col conte Giuseppe Rasponi dalle Teste. Su pressioni del nuovo sovrano Umberto I e del cugino Giovanni Codronchi, segretario generale del ministero dell’Interno, Pasolini accettò la presidenza del senato del Regno d’Italia, rimanendo in carica dal 6 marzo 1876 sino all’ascesa della Sinistra storica. Andò un’ultima volta a Londra nell’estate del 1876 e nell’autunno a Sanremo per registrare l’atto di morte della principessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, ex duchessa d’Aosta ed ex regina di Spagna, prendendo poi parte alle sue esequie presso la Basilica di Superga a Torino. Al ritorno da questo viaggio, morì a Ravenna il 4 dicembre 1876. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone   dell’Ordine        dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Grand’Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia

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Arc. 1326: Conte Giuseppe Francesco Leonardo Apollinare Pasolini Dall’Onda (Ravenna, 7 febbraio 1815 – Ravenna, 4 dicembre 1876). Fotografia CDV. Fotografo: E. Maza – Milano. 

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Arc. 1597: Solaro della Margarita conte Clemente (Mondovì, 21 novembre 1792 – Torino, 12 novembre 1869). Dal 1803 al 1806 studiò a Siena nel collegio De Tolomei, gestito dai padri Scolopi famoso in tutta Italia. Lì conobbe quelli che diventeranno gli esponenti maggiori della corrente cattolico-conservatrice e che gli saranno utili negli anni della maturità. Egli ebbe modo di studiare latino, francese e italiano, ma fece pochi progressi in questo campo, soffrendo sovente il distacco da casa. Quando Napoleone costrinse con un editto tutti i piemontesi a tornare in patria, per lui come per altri 34 piemontesi fu una vera festa. Continuò gli studi a Torino sotto la guida dell’abate Ricordi e nell’autunno del 1809 fu in grado di entrare all’università. Nel 1812, il 4 luglio, si laureò sotto la guida dei migliori professori di allora. In quegli anni, in opposizione alla dominazione francese, alla politica religiosa dell’Impero napoleonico, alla prigionia del Papa, alle continue guerre, dispiegò un’azione politica che lo portò a fondare nel 1812 la Società Italiana. Nel 1814 il Re torna a Torino, per lui scrive un opuscolo a stampa: Il giorno della liberazione, nel quale si trovano già gli orientamenti del suo pensiero. Con la restaurazione del 1815 i nobili tornano agli impieghi nella pubblica amministrazione, Solaro della Margarita entra in diplomazia con l’appoggio dell’Amicizia Cattolica. A 24 anni, nel 1816, entra definitivamente in diplomazia come segretario della legazione sarda a Napoli, dove era ministro della Real Corte Piemontese, il marchese Raimondo De Quesada di San Saturnino. Il 15 settembre ha inizio il suo viaggio verso Napoli, Firenze e Roma, città che lo esaltano e lo segneranno per sempre. Alla corte di Napoli si trova bene, ci sono molti piemontesi e riprende i suoi studi. Tocca a lui redigere per conto del suo ministro il Rapporto sullo stato politico del regno delle due Sicilie e considerazioni su ciò che avvenne nei primi otto mesi che seguirono la caduta del sistema costituzionale introdotto dalla rivoluzione del luglio 1820. In tale rapporto stigmatizzava l’operato del governo, la corruzione del clero, la mancanza di istruzione pubblica, e l’assenza di tutela dei cittadini da parte dello stato. Nel 1826 fu nominato incaricato d’affari alla corte di Madrid dove si distinse nella sua intransigenza nel far rispettare i diritti di successione della Casa Savoia al trono di Spagna. Tale atteggiamento lo portò a intromettersi nella vicende della Prima guerra carlista, in merito alla quale convinse il re Carlo Alberto a parteggiare per il reazionario Don Carlos contro la legittima sovrana Maria Cristina. La sua posizione divenne pertanto insostenibile a Madrid, così dovette chiedere di essere sostituito dall’incaricato d’affari Valentino di San Martino. All’inizio del 1835, in riconoscimento della sua fedeltà ai principi autoritari e antiliberali del re, fu nominato ministro plenipotenziario alla corte di Vienna, la più importante d’Europa, e nello stesso anno il 21 marzo fu nominato Ministro degli Esteri del Piemonte. Cattolico fervente, devoto al Papa e ai Gesuiti, amico dell’Austria e fermamente legato ai principi dell’autocrazia, si oppose a ogni tentativo d’innovazione politica e di conseguenza fu contestato dai liberali. Quando nel 1847 scoppiò la prima agitazione popolare in favore di riforme costituzionali, il Re si sentì obbligato a rinunciare ai suoi servizi, nonostante questi avesse condotto gli affari pubblici con abilità e prudenza evitando qualunque intromissione di Vienna negli affari interni del Piemonte. Nel 1853 fu eletto deputato per San Quirico, ma continuò a guardare al suo mandato come se fosse derivato dall’autorità del re e non dalla volontà popolare. Come leader della Destra cattolica del parlamento si oppose radicalmente alla politica di Cavour, che alla fine avrebbe portato all’unità d’Italia. Al momento della proclamazione del Regno d’Italia si ritirò dalla vita pubblica, ma non rinunciò a manifestare il suo pensiero. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Gregorio Magno - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Magno
   
Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica
   
Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo
   
Cavaliere dell'Ordine supremo del Cristo - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine supremo del Cristo
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
   
Commendatore dell'Ordine della Stella Polare (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Stella Polare (Svezia)
   
Senatore Gran Croce S.A.I. Ordine costantiniano di San Giorgio (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria   Senatore Gran Croce S.A.I. Ordine costantiniano di San Giorgio (Parma)
  «Concessione 1842»

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Arc. 806: Carlo Bon Compagni di Mombello (Torino, 25 luglio 1804 – Torino, 14 dicembre 1880). Seguendo le orme del padre, avvocato generale del Re presso il Senato di Savoia, si iscrive nel 1820 alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Torino e, conseguita la laurea (1824), entra in magistratura (1826). Dopo essere stato avvocato dei poveri a Chambéry (1829-1831), è trasferito al tribunale di Aosta (1831-1832) e poi a quello di Pallanza. Nel 1834 è nominato sostituto dell’avvocato generale a Torino, carica che ricopre fino al 1843, quando è nominato giudice del Senato di Torino, la suprema corte per le province piemontesi. Sin dagli anni giovanili si interessa alle questioni religiose ed al problema del Rapporto Stato-Chiesa, propugnando, da cattolico, la distinzione tra l’autorità politica e quella religiosa. Amico di esponenti del liberalismo subalpino come Pier Dionigi Pinelli e Cesare Balbo, negli anni trenta svolge un’intensa attività pubblicistica su diversi periodici, impegnandosi in particolare sulle questioni dell’educazione popolare e infantile. Con il sostegno di autorevoli esponenti dell’aristocrazia piemontese, nel 1839 promuove inoltre la costituzione della Società per la fondazione degli asili d’infanzia, di cui diviene presidente. Parallelamente alla sua riflessione pedagogica, Bon-Compagni affronta anche tematiche costituzionalistiche, segnalandosi per l’importante saggio ” Della monarchia rappresentativa”(1848), che costituisce uno dei testi cardine del liberalismo politico piemontese. Nel 1847-1848 inizia la sua carriera politico-amministrativa. Alla fine del 1847 è nominato segretario generale del Ministero della pubblica istruzione. Al formarsi del primo Gabinetto costituzionale del Balbo, il 13 marzo 1848, gli è affidato il Ministero della pubblica istruzione. Eletto deputato nel collegio di Crescentino nelle prime elezioni del Regno di Sardegna (27 aprile 1848), ottiene nuovamente il portafoglio dell’istruzione nel Governo Alfieri di Sostegno e nel Governo Perrone (29 agosto-16 dicembre 1848). In veste di ministro, promuove il riordinamento dell’amministrazione della pubblica istruzione (legge 4 ottobre 1848, n. 818, nota come “legge Bon- Compagni”) e la legge istitutiva dei convitti nazionali di educazione, che costituiscono l’ossatura del nuovo sistema scolastico piemontese. La legge prevede un controllo governativo delle scuole di ogni ordine e grado, sia statali sia libere, attraverso il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, cui competono gli ordinamento degli studi, i piani didattici, l’approvazione dei programmi dei corsi e dei libri e dei trattati adottati. La legge elimina anche il nulla osta vescovile per la nomina dei professori. Dopo la sconfitta di Novara, il Bon-Compagni è inviato a Milano con il generale Giuseppe Dabormida come plenipotenziario per le trattative che portarono alla pace con l’Austria del 6 agosto 1849. Dopo una breve pausa e la nomina a consigliere di Stato (15 febbraio 1852), Bon-Compagni torna alla politica attiva nel secondo Gabinetto d’Azeglio, dal 21 maggio al 4 novembre 1852, come Ministro di grazia e giustizia (e Ministro ad interim dell’istruzione). Presenta al Parlamento il progetto di legge per l’istituzione del matrimonio civile, che è respinto dal Senato. Dopo essere stato sconfitto da Urbano Rattazzi nell’elezione a Presidente della Camera del maggio 1852, è confermato guardasigilli anche nel Gabinetto Cavour, dal 4 novembre 1852 al 27 ottobre 1853. È eletto Presidente della Camera il 16 novembre 1853, rimanendo in carica fino alla fine del 1856. Alla fine del 1856 è nominato da Cavour ministro plenipotenziario piemontese presso le corti di Toscana, Modena e Parma e all’inizio del 1857 si stabilisce a Firenze. Nella sua azione diplomatica, cerca di promuovere un’evoluzione costituzionale del Granducato e contrasta i tentativi della Santa Sede di ottenere, dopo il concordato del 1851, nuove concessioni in campo ecclesiastico. Al momento della rivoluzione toscana del 27 aprile 1859 e della fuga del Granduca, si adopera per garantire l’incolumità dei Lorena e l’ordinata instaurazione di un governo costituzionale. Vittorio Emanuele II, dopo aver assunto il protettorato della Toscana, conferisce al Bon-Compagni la carica di regio commissario straordinario. Fortemente impegnato per realizzare l’annessione della Toscana al Regno di Sardegna, il 3 dicembre 1859 assume la nuova carica di Governatore generale delle province collegate dell’Italia centrale, ma, alla vigilia del plebiscito del 20 marzo 1860, si dimette. Rientrato a Torino, è eletto alla Camera con un programma moderato, favorevole a un rapido processo di unificazione legislativa, amministrativa e finanziaria che completi l’unificazione politica. Nella sua attività parlamentare si impegna soprattutto sulle tematiche del rapporto tra Stato e Chiesa e della “questione romana”, su cui interviene anche con alcuni saggi. Ostile al Rattazzi, il Bon-Compagni appare legato soprattutto alla destra liberale di Marco Minghetti, con il quale condivide l’aspirazione a raccogliere l’eredità cavouriana. Chiamato nell’ottobre del 1870 a far parte della Commissione incaricata di formulare il progetto di legge sulle guarentigie pontificie, cerca di imprimere alla legge un’ispirazione conciliativa, rispettosa della sovranità spirituale del pontefice. Dottore aggregato della facoltà di filosofia dal 1866 e professore di diritto costituzionale all’università di Torino dal 1874, nello stesso anno è nominato senatore. Svolge un’attività politica ancora piuttosto intensa fino alla morte, avvenuta a Torino il 14 dicembre 1880. Fotografia CDV. Fotografo: A. Meylan – Torino. 

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
   
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia

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Arc. 2177: Gioacchino Napoleone Pepoli (Bologna, 10 ottobre 1825 – Bologna, 26 marzo 1881). Figlio del marchese Guido Taddeo Pepoli e della principessa Letizia Murat, figlia di Gioacchino Murat e quindi nipote di Napoleone Bonaparte. Nel 1844 sposò la principessa Federica di Hohenzollern-Sigmaringen, figlia di Carlo di Hohenzollern-Sigmaringen e cugina di Federico Guglielmo IV di Prussia. La sposa era sua cugina, in quanto figlia della principessa Maria Antonietta Murat. Attivo nelle rivolte del 1848, fu comandante della Guarda Civica di Bologna e contrastò l’occupazione austriaca della città. In esilio in Toscana dal 1849 al 1852, successivamente partecipò all’insurrezione nella Legazione delle Romagne del 1859 che portò all’annessione della regione al Regno d’Italia. Dal 1860 fu Commissario Generale dell’Umbria nella fase dell’annessione di tale regione nel neonato regno d’Italia. In particolare Pepoli ebbe un ruolo importante per l’area di Terni in quanto si impegnò per l’edificazione della “Fabbrica d’Armi” nel 1875 e per la creazione nella città umbra dell’attuale Istituto Tecnico Industriale. Fu poi parlamentare dalla VII alla X legislatura, ricoprendo gli incarichi di ministro dell’agricoltura, dell’industria e del commercio nel Governo Rattazzi I (1862) e ministro plenipotenziario a Pietroburgo (1863). Dal 1866 al 1868 fu sindaco di Bologna. Il 12 marzo 1868 venne nominato Senatore del Regno. Il suo archivio personale è oggi conservato all’Archivio di Stato di Bologna. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Rosa (Impero del Brasile) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Rosa (Impero del Brasile)
   
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Stella nera (Regno del Dahomey) - nastrino per uniforme ordinaria    Grand’Ufficiale dell’Ordine della Stella nera (Regno del Dahomey)
   
Cavaliere dell'Ordine della Legion d'Onore (Impero di Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore (Impero di Francia)

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Arc. 711: Raffaele Busacca dei Gallidoro (Palermo, 10 gennaio 1810 – Roma, 21 gennaio 1893). Siciliano, emigrò a Firenze fino dal 1840 dove dimorò poi stabilmente. Uomo di lettere, nei suoi scritti si occupò soprattutto di studi di economia politica. L’apprezzamento per questa sua produzione lo fece scegliere a ministro delle finanze nel 1859 durante il Governo provvisorio della Toscana esercitato da Bettino Ricasoli. Compiuta l’annessione della Toscana al Piemonte, nel 1889 Busacca fu eletto senatore al Parlamento nazionale nelle fila della maggioranza, partito a cui restò sempre fedele. Si distinse per impegno ed autorevolezza nelle questioni finanziarie o economiche. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
 

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Arc. 2939: Michelangelo Caetani, XIII duca di Sermoneta (Roma, 20 marzo 1804 – Roma, 12 dicembre 1882). Nacque a Roma nel 1804 da Enrico e Teresa de’ Rossi, divenendo membro della prestigiosa famiglia dei Caetani. Dapprima principe di Teano, ricevette il titolo di duca di Sermoneta alla morte del padre nel 1850. Come consuetudine i suoi studi si svolsero tramite insegnanti privati, anche se la spiccata curiosità lo portò ad appassionarsi negli studi degli artisti Bertel Thorvaldsen, Pietro Tenerani e Tommaso Minardi. Con questi studi affinò il suo gusto artistico, realizzando tra gli altri una serie di gioielli, imitazione dei reperti etruschi rinvenuti all’epoca, in collaborazione con l’orafo Fortunato Pio Castellani e i suoi due figli, Augusto e Alessandro; alcuni di essi sono esposti presso il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma. Nel corso degli anni successivi ampliò i suoi interessi e impegni culturali, diventando appassionato di letteratura (Dante in primis), storia e archeologia. Nel 1833 fu nominato comandante del corpo dei vigili del fuoco, carica che ricoprì per i successivi trent’anni. Oltre a questo incarico Caetani si occupò, oltre che di nutrire i propri interessi culturali, della ricostruzione del dissestato patrimonio familiare gravato, oltre che da una pessima amministrazione finanziaria, da diverse ipoteche. Con un’oculata e attenta gestione delle finanze riuscì nel suo intento. Il suo salotto letterario, particolarmente noto in Europa e America settentrionale, fu frequentato da diversi ospiti illustri, tra cui: François-René de Chateaubriand, Stendhal, Henry Wadsworth Longfellow, Franz Liszt, Honoré de Balzac, Ernest Renan, Hippolyte Taine, Federico Ozanam, André-Marie Ampère, Ferdinand Gregorovius. Intrattenne anche un rapporto epistolare con Carlo Troya e Michele Amari, con i quali condivideva un comune interesse storico e letterario. Con l’ascesa al soglio pontificio di Pio IX Caetani, come molti altri nobili romani laici, andò a ricoprire un’importante carica amministrativa, diventando nel febbraio 1848 Ministro della polizia nel governo del cardinal segretario di Stato Giuseppe Bofondi. Durante questo mandato si occupò attivamente dell’emancipazione ebraica. La sua attività politica si concluse rapidamente per sua stessa scelta. Fu particolare stimatore di Pellegrino Rossi, da lui considerato il modello politico ideale e avversò particolarmente la Repubblica Romana del 1849. Pur non aderendo ad alcun partito, rimase in contatto con il Comitato nazionale romano, confermando il suo orientamento verso un liberalismo moderato. Dopo la presa di Roma fu considerato come il più adeguato per guidare la temporanea giunta di governo della città, ricevendo successivamente il compito di riferire a Vittorio Emanuele II i risultati del plebiscito con cui i romani sancirono l’annessione della città al Regno d’Italia. Nel dicembre 1870 fu eletto nel collegio Roma V alla Camera dei deputati, rimanendo in carica per l’intera XI legislatura. Fu nominato cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata e iniziato alla Massoneria nella loggia Universo. Sposò Calixta Rzewuska, il cui padre era Wenceslas Seweryn Rzewuski, noto orientalista polacco; dalla moglie ebbe i figli Onorato, Ministro degli affari esteri del Regno d’Italia, ed Ersilia, archeologa e prima donna ad essere stata ammessa all’Accademia Nazionale dei Lincei. Rimasto vedovo, sposò nel 1854 Margareth Knight e poi, alla morte di questa, Harriet Ellis, figlia di lord Howard, nel 1875. Fotografia CDV. Fotografo: Ferrando – Roma.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata

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Arc. 1929: Giuseppe La Farina (Messina, 20 luglio 1815 – Torino, 5 settembre 1863). Repubblicano, prese parte ai moti siciliani del 1837. Costretto all’esilio, si trasferì in Toscana, dove si dedicò agli studi storici. Tornato a Messina l’anno successivo grazie all’amnistia, non resistette a lungo alle persecuzioni della polizia e nei primi mesi del 1841 si trasferì di nuovo a Firenze. Nel 1847, quando il governo granducale concesse maggiore libertà di stampa, fondò il giornale «L’Alba», di orientamento democratico-sociale. All’inizio del 1848, allo scoppio della rivoluzione, fece ritorno in Sicilia. Nominato vicepresidente di un comitato di guerra a Messina e colonnello della Guardia nazionale, fu poi eletto deputato alla Camera dei comuni e fece parte della missione incaricata di offrire la corona di Sicilia al duca di Genova. Tornato a Palermo, gli fu affidato il ministero dell’Istruzione. Caduta Messina, assunse il dicastero della Guerra e della Marina, con il compito di organizzare la resistenza all’esercito borbonico e combatté egli stesso al comando di una legione universitaria. Riconosciuta ormai inutile ogni ulteriore resistenza, in aprile fuggì esule a Parigi. Tornato in Italia, a Torino, fondò la «Rivista contemporanea» e pubblicò l’opuscolo Murat e l’unità italiana, nel quale si dichiarava fortemente contrario a una candidatura di Luciano Murat al trono di Napoli. Di idee repubblicane e amico di Mazzini, se ne staccò progressivamente per diventare un sempre più convinto sostenitore del governo piemontese e della monarchia. Nel 1856 fondò la Società nazionale italiana per appoggiare presso l’opinione pubblica la politica di Cavour, di cui divenne capo di gabinetto. Superata la crisi determinata dalle dimissioni di Cavour dopo Villafranca, nel 1860 riorganizzò la Società nazionale, scioltasi l’anno precedente, e, nel contempo, si impegnò per sostenere la spedizione di Garibaldi in Sicilia, prima adoperandosi presso il governo piemontese e poi, a spedizione avvenuta, facilitando l’invio di uomini, armi e denaro. Recatosi egli stesso in Sicilia con l’incarico di affrettare con ogni mezzo l’unione dell’isola al Piemonte, fu espulso da Garibaldi, deciso a conservare la sua autonomia fino al compimento dell’impresa. Tuttavia fu di nuovo in Sicilia alla fine dell’anno, ma la violenta ostilità dei gruppi autonomisti e repubblicani lo costrinse dopo pochi mesi a lasciare nuovamente l’isola. Nel 1860 venne nominato consigliere di Stato e, nello stesso anno, fu eletto deputato, inizialmente nello schieramento filogovernativo e poi all’opposizione dopo la morte di Cavour. Partecipò ai lavori della Camera dei deputati interessandosi soprattutto alla questione della separazione tra potere civile e potere religioso. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1860 ca.

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Arc. 2120: Federico Bellazzi (Milano, 26 giugno 1825 – Firenze, 11 gennaio 1868). Dopo gli studi in seminario, intraprese gli studi di giurisprudenza all’università di Pavia. Prese parte ai moti di Milano del 1848, e assunse poi l’incarico di segretario generale del governo provvisorio. In quel periodo fu redattore di due giornali di ispirazione moderata. Continuò gli studi interrotti, frequentando l’università di Torino; trasferitosi in seguito a Genova, si avvicinò alla corrente politica democratica. Prese parte alla seconda guerra d’indipendenza, e fu collaboratore di Garibaldi. Si trovò spesso in contrasto con gli ideali mazziniani, e in parte anche con Garibaldi riguardo alla spedizione verso Roma. Fu eletto deputato la prima volta nel 1863, confermando il mandato nella IX e X legislatura. Il suo impegno parlamentare fu a favore di una riforma del sistema carcerario; scrisse due libri sul tema delle condizioni di detenzione, pubblicati a Firenze nel 1866 e 1867. Nominato prefetto di Belluno, dopo un mese, alla caduta del governo Rattazzi, il nuovo ministro dell’Interni ne chiese le dimissioni: dopo il suo rifiuto, nel novembre del 1867 fu destituito. Il momento di crisi, anche economica, lo spinse dopo due mesi al suicidio. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2768: Giuseppe Pisanelli (Tricase, 23 settembre 1812 – Napoli, 5 aprile 1879). Studiò giurisprudenza a Napoli e vi esercitò poi l’avvocatura, acquistando notevole fama. Liberale, fu eletto deputato nel 1848 al Parlamento napoletano; dopo la reazione borbonica, perseguitato per i suoi sentimenti politici, fuggì a Civitavecchia e poi a Genova insieme con Pasquale Stanislao Mancini e altri patrioti, ma fu condannato in contumacia alla pena di morte e alla confisca dei beni. Recatosi a Londra e poi a Parigi, conobbe Guglielmo Pepe e Vincenzo Gioberti. Nel 1852 si stabilì a Torino dove, in collaborazione con Mancini e Antonio Scialoja, si dedicò alla pubblicazione di un Commentario del codice di procedura civile per gli stati sardi  (8 voll., 1855-63). Tornato a Napoli nel luglio 1860, fu nominato da Garibaldi ministro di Grazia e giustizia, ma rimase in carica appena ventidue giorni. Eletto deputato per il collegio di Taranto, dopo i fatti di Aspromonte e la caduta del ministero Rattazzi fu ministro di Grazia e giustizia nel ministero Farini e successivamente in quello Minghetti fino alle dimissioni di questi nel settembre 1864. Al nome di Pisanelli è strettamente legato il Codice civile emanato nell’aprile del 1865 dal suo successore al ministero di Grazia e giustizia Giuseppe Vacca, un codice che rappresenta il superamento della frammentazione giuridica preunitaria e il punto di arrivo del processo costituente che cementò l’unità del paese. Nominato consigliere di Stato, continuò a partecipare ai lavori della Camera schierato con la Destra. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1865 ca.

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Arc. 2769: Michele Benedetto Gaetano Amari (Palermo, 7 luglio 1806 – Firenze, 16 luglio 1889). Patriota, storico e arabista, fratello di Emerico, tramite il padre, Ferdinando, venne fin da giovane a contatto con l’ambiente dei democratici palermitani di cui condivise inizialmente le aspirazioni separatiste. Nel 1820, per contribuire al mantenimento della famiglia, iniziò la carriera di impiegato ministeriale, ma dopo la pubblicazione della sua opera La Guerra del vespro (cui la censura impose il generico titolo Un periodo delle istorie siciliane del secolo XIII), sgradita al governo di Napoli, fu costretto ad andare in esilio in Francia (1842). A Parigi frequentò l’ambiente degli esuli italiani; conobbe tra gli altri Mazzini e cominciò a maturare un’impostazione politica del problema siciliano inserita in un quadro di generale rivolgimento della penisola. Dopo l’insurrezione di Palermo del 1848 e la costituzione di un governo provvisorio, rientrò in patria e fu nominato ministro delle Finanze. Il ritorno dei Borboni, tuttavia, lo costrinse di nuovo a rifugiarsi a Parigi dove intensificò i rapporti con Mazzini, collaborando alla sua attività propagandistica. Rientrò in Italia nel 1860, dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala e, pur restando fautore di un sistema di largo decentramento, appoggiò la linea cavouriana e fu tra sostenitori dell’annessione immediata al Piemonte. Nel 1861 fu nominato senatore e dal 1862 al 1864 fu ministro della Pubblica istruzione. Successivamente ricoprì altri incarichi di rilievo: fu membro del Consiglio superiore della pubblica istruzione, del Consiglio superiore degli archivi, dell’Istituto storico italiano e di varie altre commissioni. Dal 1860 al 1873 insegnò Lingua e cultura araba all’Istituto di studi superiori di Firenze. A lui si deve l’organizzazione degli studi orientali in Italia ai quali diede un rilevante contributo con gli scritti sulla Sicilia musulmana. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 13 febbraio 1862
Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 14 marzo 1864
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
  — 24 giugno 1860
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
  — 22 aprile 1868
Gran cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
  — 1879

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine Pour le Mérite (classe di pace) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Pour le Mérite (classe di pace)
                    — 1884
 

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Arc. 2115: Sebastiano Tecchio (Vicenza, 3 gennaio 1807 – Venezia, 24 gennaio 1886). Sebastiano apparteneva ad una famiglia della nobiltà rurale veneta; era figlio del conte Valerio Tecchio (1765-1823) e di Amalia Pisani (1790-1867), trisnipote del doge di Venezia Alvise Pisani. A 22 anni si laureò in giurisprudenza presso l’Università di Padova ed esercitò la professione di avvocato ad Asiago, Montagnana e Vicenza; nel 1833 entrò come Cavaliere di giustizia nel Sovrano Militare Ordine di Malta. Durante l’insurrezione di Vicenza nel 1848 abbandonò l’esercizio della professione e si dedicò interamente alla lotta politica. Fece parte della Giunta Straordinaria – il governo provvisorio che affiancava il Consiglio comunale – sostituita qualche giorno dopo dal Comitato Provvisorio Dipartimentale alle dipendenze della Repubblica di San Marco. Dopo la battaglia di Sorio egli, già contrario all’adesione a Venezia, guidò il partito filo sabaudo verso l’unione con il Regno di Sardegna, orientamento che venne deciso con il plebiscito di Vicenza del 16 maggio. Il 5 giugno fece parte della delegazione veneta che si recò presso il quartier generale di Carlo Alberto, portando i registri dei plebisciti, per concludere questa unione. Il 10 giugno però gli austriaci riconquistarono Vicenza e il Tecchio fu proscritto dal governo austriaco e rimase in esilio fino al 1866 in Piemonte, dove divenne deputato della Sinistra nel Parlamento piemontese. Fu anche Ministro dei lavori pubblici dal 1848 al 1849. Subito dopo la costituzione del Regno d’Italia divenne Presidente della Camera dei deputati nell’VIII legislatura – dal 22 marzo 1862 al 21 maggio 1863 – e fu nello stesso tempo Presidente del Comitato dell’emigrazione. Nel 1866, dopo l’annessione del Veneto al termine della terza guerra d’indipendenza italiana, egli poté ritornare nella sua città; alle elezioni del 1876 fu eletto come rappresentante della Sinistra nel collegio di Thiene, poi designato Presidente del Senato del Regno d’Italia per tutta la XIII legislatura (1876 – 1880). Nel II Governo Rattazzi fu Ministro di Grazia e Giustizia e affari di Culto. Fotografia  CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
  — 1878
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 1878
Balì di Gran Croce di Onore e di Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria   Balì di Gran Croce di Onore e di Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta
  — 1853

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Arc. 2115: Sebastiano Tecchio (Vicenza, 3 gennaio 1807 – Venezia, 24 gennaio 1886).  Fotografia CDV. Fotografo: Muller. 1860 ca.

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Arc. 1085: Sebastiano Tecchio (Vicenza, 3 gennaio 1807 – Venezia, 24 gennaio 1886).  Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1860 ca.

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Arc. 2064:  Marchese Gino Capponi (Firenze, 13 settembre 1792 – Firenze, 3 febbraio 1876). Ultimo esponente di uno dei rami dell’antica ed illustre famiglia fiorentina dei Capponi, fu un moderato riformatore dello stato toscano, attraverso la carica di senatore. Si interessò anche di economia, statistica e agricoltura. Allievo dell’abate Giovanni Battista Zannoni, fino dalla gioventù ebbe a cuore le materie umanistiche. Nel 1819 a Londra, ebbe l’idea, conversando con Ugo Foscolo, di un giornale letterario. Così fondò, nel 1821, assieme a Giampietro Viesseux, l’Antologia e più tardi si adoperò per l’istituzione de l’Archivio storico italiano (1842). Fu amico di Giacomo Leopardi (che gli indirizzò la celebre Palinodia ricompresa nei Canti), di Pietro Giordani, di Pietro Colletta, di Guglielmo Pepe, Giovanni Battista Niccolini, del filosofo Silvestro Centofanti, di Raffaello Lambruschini e dei migliori intellettuali del suo tempo. Fu anche un cattolico aperto a nuove esperienze di riforma. Come pedagogista, affermò la libera educazione del giovane, che non andava oppresso con i precetti, ma secondo i suggerimenti di una grande e nobile idea unificatrice. L’educazione del cuore doveva guidare quella dell’intelletto, con l’intuito e con gli esempi. L’educazione, per il Capponi, era un’arte e non una scienza. Gino Capponi viaggiò molto in Italia e in Europa e fu membro del Senato toscano dal 1848. Collaborò e promosse le principali iniziative liberali dei moderati. Fu presidente del Consiglio dal 17 agosto al 12 settembre dello stesso anno. Costretto a ritirarsi a vita privata dall’opposizione e dalla restaurazione dei Lorena, coltivò ancora di più i suoi studi storici, nonostante in vecchiaia divenisse cieco. Nel 1859 fu fautore dell’annessione della Toscana al Piemonte e venne nominato senatore dal 1860, partecipando attivamente alla vita parlamentare fino al 1864. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
  — 1864
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
   
Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 1864
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana

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Arc. 2206: Marchese Gino Capponi (Firenze, 13 settembre 1792 – Firenze, 3 febbraio 1876). Fotografia formato gabinetto 10,6 x 16,9. Fotografo: Schemboche – Torino. 1870 ca.

 

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Arc. 3331: Pellion di Persano conte Carlo (Vercelli, 11 marzo 1806 – Torino, 28 luglio 1883). Nel 1821 era già guardiamarina. Nel 1825 partecipò alla campagna di guerra contro la reggenza di Tripoli di Barberia, distinguendosi in un’azione compiuta da alcune barche penetrate arditamente nel porto, che assalirono e bruciarono unità tripoline alla fonda. Sottotenente di vascello nel 1826, tenente di vascello nel 1831, capitano di corvetta nel 1841, di fregata nel 1848, di vascello nel 1849, ebbe per principali imbarchi le R.N. Zeffiro, Nereide, Des Geneys, Eridano e S. Michele. Al comando del brigantino Daino, il 10 giugno 1848 bombardò i forti di Caorle e di Santa Margherita. Promosso contrammiraglio nel 1859, l’anno dopo ebbe il comando della squadra sarda, alzando l’insegna sulla Maria Adelaide. Inviato nelle acque del Tirreno per sorvegliare la spedizione di Garibaldi, a Napoli ebbe dal dittatore il supremo comando del naviglio ex-borbonico, ma dovette per ordine del governo correre ad Ancona per appoggiare l’espugnazione di quella piazza eseguita dal Cialdini, e per alcuni giorni bombardò le opere difensive. Posto il blocco alla costa il 23 settembre e sospeso il 24 il bombardamento, nelle notti successive fu tentato il forzamento della piazza con imbarcazioni armate. Ripreso l’attacco generale, il 28 il presidio si arrese. Promosso viceammiraglio e nominato grande ufficiale dell’ordine militare di Savoia, il P. ritornò nel Tirreno, protesse le operazioni militari del Garigliano e si pose all’assedio di Gaeta, che il 15 febbraio 1861 si arrese. Nel marzo seguente si recò a Messina con la squadra per la capitolazione di quella piazza. Deputato nella 7ª ed 8ª legislatura per il collegio della Spezia, fu ministro della Marina nel ministero Rattazzi, finché questo non si dimise in seguito ai casi di Aspromonte. Nel maggio 1866, nominato ammiraglio comandante in capo della squadra navale con insegna sul Re d’Italia, il 22 giugno lasciò Taranto per Ancona, dove rimase alcuni giorni senza agire affatto o facendo crociere infruttuose. Ubbidendo infine a ordini imperiosi del governo, il 16 luglio il P. lasciò Ancona e il 18 iniziò il bombardamento di Lissa per procedere alla sua occupazione. L’attacco recò forti danni alle opere difensive, ma il mattino del 20, essendo stato segnalato l’arrivo della flotta austriaca, il P. si preparò al combattimento. È noto l’esito infelice di quella battaglia, che tirò addosso al Persano una tempesta di accuse. Soltanto alla fine di gennaio 1867 il Senato, costituito in Alta Corte di giustizia (il Persano era stato fatto senatore nel 1865), lo condannò alla perdita del grado, della pensione e delle decorazioni. Morì completamente dimenticato. Fotografia CDV. Fotografo: A. Duroni – Milano. 

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce decorato del Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato del Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Grande ufficiale dell'Ordine militare di Savoia (revocata) - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia (revocata)
  — 3 ottobre 1860
Medaglia d'Argento al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia d’Argento al Valor Militare
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila Viçosa (Portogallo)
 
Commendatore dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
 
Cavaliere di IV Classe dell'Ordine di Sant'Anna (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di IV Classe dell’Ordine di Sant’Anna (Impero di Russia)
 
Medaille Commémorative de la Campagne d'Italie de 1859 (Impero francese) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 (Impero francese)
 

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Arc. 1076: Pellion di Persano conte Carlo (Vercelli, 11 marzo 1806 – Torino, 28 luglio 1883). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

 
 
 
 

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Arc. 1085: Terenzio Mamiani della Rovere (Pesaro, 19 settembre 1799 – Roma, 21 maggio 1885). Cugino di Giacomo Leopardi, entrò in contatto a Firenze nel 1827 con i circoli degli intellettuali vicini al Gabinetto Vieusseux, e sviluppò poi la propria esperienza politica partecipando ai moti del 1831 prima a Bologna, poi ad Ancona. Fu Ministro dell’Interno nel Governo provvisorio delle Province Unite Italiane (febbraio-aprile 1831). Nel 1847 con Domenico Buffa fondò a Genova il giornale La Lega Italiana, sostituito tre mesi dopo da Il Pensiero Italiano. Nel 1848 con Vincenzo Gioberti diede vita a Torino alla Società nazionale per la confederazione italianaRicoprì incarichi pubblici nello Stato Pontificio: Ministro degli Interni e Presidente del Consiglio. Nominato il 4 maggio 1848, il 21 giugno si aprì una crisi, con le milizie austriache che erano penetrate nel territorio pontificio. Mamiani chiese al pontefice di poter varare (con il voto del parlamento) misure eccezionali, ma il papa non glielo consentì. Mamiani si dimise, rimanendo in carica per gestire gli affari correnti fino al 2 agosto; Ministro degli Esteri (novembre-dicembre 1848) Deputato all’Assemblea costituente, eletta il 21 gennaio 1849. Alla proclamazione della Repubblica abbandonò il seggio dell’Assemblea Costituente. Dimessosi, si ritirò a vita privata. Con la restaurazione del papato però fu condannato all’esilio. Si stabilì a Genova e ottenne la cittadinanza dello Stato sabaudo. Eletto deputato nella III legislatura del Parlamento subalpino, venne riconfermato nelle tre legislature successive. Fu ministro dell’Istruzione nel terzo governo Cavour (gennaio 1860 – marzo 1861). Successivamente fu Senatore del Regno d’Italia (dal 1864) e vicepresidente del Senato. Nel 1827 fu professore di eloquenza nell’Accademia militare di Torino e dal 1857 insegnò Filosofia della storia all’Università di Torino e poi a Roma. La sua posizione, sostanzialmente moderata, ispirò una contestuale visione storico-filosofica che – alla vigilia dell’Unità d’Italia – si rifletté nella sua opera di Ministro della Pubblica Istruzione nell’ultimo governo del Regno di Sardegna presieduto da Cavour e nel primo del nuovo Regno d’Italia. Nel 1860 Mamiani approvò i nuovi programmi scolastici, che includevano l’insegnamento della religione cattolica tra le materie fondamentali. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere dell'Ordine civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine civile di Savoia
   
Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell'Ordine del Salvatore (Grecia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di gran croce decorato di gran cordone dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
   
Grande ufficiale dell'Ordine imperiale di Nostra Signora di Guadalupe (Messico) - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine imperiale di Nostra Signora di Guadalupe (Messico)

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Arc. 3125: Giovanni Visconti Venosta, conosciuto anche come Gino Visconti Venosta (Milano, 4 settembre 1831 – Milano, 1º ottobre 1906). Giovanni proveniva da una nobile famiglia di origine valtellinese residente a Grosio. Nel 1795, Nicola Visconti Venosta (1752-1828), il nonno, si trasferì a Tirano, e il figlio Francesco (1797-1846) si spostò a sua volta nel 1823 a Milano, dove sposò Paola Borgazzi (m. 1864) e nacquero Emilio, Giovanni ed Enrico (1834-1881). Il primogenito Nicola era morto dopo pochi anni di vita. Vivevano a Milano, ma passavano tutte le estati in Valtellina nelle case di Grosio e Tirano. Nell’estate del 1846, dopo una gita a Poschiavo, il padre Francesco morì improvvisamente all’età di 48 anni. Egli affidò la direzione degli studi letterari dei suoi figli a Cesare Correnti, pubblicista e uomo politico. I due fratelli frequentavano l’Istituto Boselli di Milano, ma la scuola politica dei due giovani era la casa di Correnti. Fu proprio lì che Giovanni venne a contatto con i libri di Berchet e Mazzini che lesse avidamente infiammandosi d’amor patrio per l’Italia e d’avversione per il dominio straniero e divenendo, insieme al fratello, un forte sostenitore di Mazzini. Il 4 settembre 1847 Carlo Bartolomeo Romilli, nuovo arcivescovo ambrosiano, fece il solenne ingresso in città. Il fatto che la carica fosse ricoperta da un italiano – dopo che per ventotto anni era stata dell’austriaco Gaisruck – suscitò gli entusiasmi della popolazione, già infiammata dalle parole del nuovo papa Pio IX, il quale si era espresso a favore dell’Unità d’Italia. Le autorità austriache tentarono di contenere i festeggiamenti, e la sera dopo ci fu un violento scontro che causò un morto e alcuni feriti. Il 5 settembre Giovanni era a Tirano, dove si recava subito dopo la fine della scuola. Pochi giorni dopo ricevette la visita di Cesare Correnti e del medico Romolo Griffini, i quali misero i Venosta al corrente degli eventi e pianificarono con loro altre azioni. Fu così che Giovanni, ancora adolescente, li seguì per i casolari dello Stelvio, dove il gruppo informava i contadini della situazione, e si divertì a scrivere su qualche muro Viva l’Italia, Viva Pio IX. Nel 1848 si arrivò alle Cinque giornate di Milano. Giovanni era troppo giovane per parteciparvi attivamente, come invece fece il fratello Emilio. Visse però in prima persona i sentimenti delle Cinque giornate, come la gioia di veder sventolare il tricolore sulla guglia del Duomo. In quel periodo, molti dovettero però abbandonare le proprie abitazioni perché occupate dagli Austriaci. I Visconti Venosta erano fra quelli: furono ospitati dalla signora Garnier che gestiva un collegio femminile. Gli Austriaci se ne andarono e a Milano venne formato un governo provvisorio, nel quale era occupato anche Correnti. Dopo le vittorie di Goito e la resa di Peschiera arrivarono le brutte notizie: la defezione del re di Napoli, il ritiro delle truppe papaline e la caduta di Vicenza. La vittoria stava per sfuggire. L’imminente ritorno degli Austriaci costrinse le famiglie dei notabili milanesi a cercare rifugio in Svizzera, così la famiglia di Giovanni, escluso Emilio perché arruolato a Bergamo con i Garibaldini, si trasferì a Bellinzona. In quel clima di sconfitta che nasceva tra gli esuli, si diffondeva largamente l’idea di Mazzini e l’azione di Garibaldi. Giovanni si recava spesso a Lugano in visita al fratello, lì conobbe e vide parecchie volte Mazzini in persona. Nell’ottobre del 1848, Giovanni tornò con la famiglia a Milano, una Milano zeppa di soldati croati. Quando si recò nella casa di Tirano, trovò la stessa situazione. Durante l’inverno tornò a Milano, iniziava un decennio di resistenza contro gli Austriaci. Dopo uno scoraggiamento generale, ci furono uomini valenti che guidavano gli animi dei giovani universitari, fra i quali Giovanni (iscritto all’Università di Pavia). Nel 1850 Emilio lo introdusse per la prima volta in via Bigli, nuova sede del celebre salotto di Clara Maffei. Giovanni avviò una frequentazione pressoché quotidiana, imitando il fratello, della casa di Clara, cui fu legato da una duratura amicizia. Fu nel salotto Maffei, sempre più orientato in senso monarchico e sempre più convinto dell’aiuto fondamentale che il Piemonte poteva dare alla causa risorgimentale, che nelle menti dei due giovani si offuscarono le idee di Mazzini lasciando prevalere quelle di Cavour. Oltre al salotto Maffei, dove aveva potuto conoscere anche Alessandro Manzoni, Giovanni frequentava la casa di Carmelita Fé Manara (vedova di Luciano), Dandolo e Carcano dove organizzava delle ricreazioni consistenti in declamazioni di parodie e rappresentazioni comiche di marionette. Le sue parodie erano troppo evidenti quindi le rappresentazioni furono vietate e a Giovanni fu tolto il passaporto. La più famosa parodia che egli scrisse è La partenza del Crociato, scritta a Tirano nel 1856. Servì a diffondere le nuove idee dei liberali l’istituzione di corpi di pompieri volontari in Valtellina attuata da Giovanni Visconti Venosta (che si prestava istruttore) e dall’amico, sindaco di Tirano, Giovanni Salis nel 1854. In quel decennio fece inoltre molti viaggi con il fratello: visitò tutta l’Italia e perfino Parigi. Nei salotti milanesi incontrò Laura D’Adda (allora sposata Scaccabarozzi), che, rimasta vedova anni più tardi, sposò. Dopo il funerale di Emilio Dandolo, nel 1859, i due Visconti-Venosta furono sospettati e costretti a rifugiarsi in Piemonte. Tuttavia, le modalità delle due fughe furono alquanto diverse. Se Emilio riuscì a partire in tempo, avvertito da Rosa Bargnani, Giovanni andò incontro a peripezie d’ogni tipo. Prima di lasciare la città meneghina aveva, infatti, deciso di aspettare tre bresciani cui consegnare dei contrassegni necessari per emigrare. Nella notte la polizia fece irruzione in casa sua: Giovanni fuggì da una porta laterale e corse a chiedere aiuto. Pensò di rivolgersi a Costantino Garavaglia, ma era appena stato arrestato. A casa Carcano non ebbe miglior fortuna. Fatta svegliare allora Clara Maffei, che contattò immediatamente Carlo Tenca, Visconti Venosta si avvide di essere senza soldi. A pochi metri di distanza si trovava la casa di Laura d’Adda Salvaterra Scaccabarozzi; fu lei a fornirgli il denaro necessario, mentre Tenca lo accompagnò fuori dalla città. La parte più avventurosa nell’evasione dai territori austriaci fu sicuramente quella finale. Giunto al Ticino, il fuggitivo si imbatté casualmente in un amico patriota che conosceva il Commissario della dogana. Siccome in quei giorni si parlava di prolungare la ferrovia a cavalli di Tornavento, i due ebbero l’idea di spacciare il Nostro per l’ingegnere incaricato di dirigere i lavori. Dopo aver promesso al Commissario una raccomandazione per il figlio, Giovanni ottenne il permesso di andare a fare una ricognizione sulla riva opposta del fiume, e fu così libero. Ora che i fratelli erano a Torino, Giovanni ricominciò a frequentare casa Correnti, il quale era esule già da tempo. Ebbe l’onore di parlare con Giuseppe Garibaldi e con Cavour che lo nominò membro di una commissione consultiva per la Lombardia, alla quale Giovanni faceva anche da segretario. Qualche mese dopo la fuga in Piemonte, Giovanni tornò in Valtellina dove lo aspettava l’incarico di Commissario regio durante l’insurrezione popolare locale. Egli si fece notare per la sua abilità diplomatica nel contrapporre pacificamente le idee di Cavour a quelle di Garibaldi. Dopo l’armistizio di Villafranca, Giovanni lasciò l’incarico valtellinese e si recò a Milano, questa volta una Milano in festa: specialmente il 16 febbraio 1860, giorno in cui il re Vittorio Emanuele II, seguito da Camillo Cavour, entrò solennemente nella città. Con l’Unità d’Italia termina la vita del cospiratore e inizia quella del conservatore. Giovanni, da quel momento in poi, si comporta esclusivamente da abile diplomatico. Nel 1865 viene eletto per una legislatura al Parlamento, come deputato del primo collegio di Milano, ciò nonostante preferisce lasciare la carriera politica al fratello. Ad ogni modo, non stette con le mani in mano, lo dimostra un sommario elenco delle sue cariche: Presidente dell’Associazione costituzionale, Socio fondatore della Società storica lombarda, Commissario per i monumenti di Sondrio, Presidente del Museo del Risorgimento, Presidente del Consiglio di amministrazione del Collegio Reale delle fanciulle, Presidente dell’Associazione generale degli operai, Consigliere d’amministrazione della società per lo sviluppo delle imprese elettriche, Consigliere della Società anonima d’assicurazioni contro gli infortuni, Vicepresidente della Società telefonica dell’Alta Italia, Consigliere dell’amministrazione della Società Mediterranea, Presidente della Commissione di soccorso per l’emigrazione veneta, Presidente della Società degli autori ed editori, cofondatore del quotidiano La perseveranza, Sovrintendente scolastico a Milano, assessore e consigliere del Comune di Milano, assessore dell’Amministrazione provinciale della Provincia di Sondrio. Nel 1890 venne nominato consigliere delegato dell’Anonima Grandine, azienda di assicurazioni fondata da Pio Pontremoli. La moglie Laura D’Adda non gli diede figli, ma tanto amore. Si spense nel 1904, quando Giovanni stava ripubblicando Ricordi di Gioventù, alla cui stesura la moglie aveva collaborato. Due anni dopo, il 1º ottobre 1906, Giovanni Visconti Venosta morì a Milano dopo una breve malattia, all’età di 75 anni. I funerali si svolsero in San Fedele, con larga partecipazione del popolo, ma venne sepolto a Grosio, nella tomba di famiglia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 2415: Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno, 12 agosto 1804 – Cecina, 23 settembre 1873). Si laureò in giurisprudenza a Pisa nel 1824, ma appena un anno più tardi esordì nella carriera letteraria con le Stanze alla memoria di Lord Byron (1825), un’esaltazione del poeta inglese conosciuto a Pisa poco tempo prima, la cui influenza sulla sua produzione fu sempre molto forte. Nel 1827 uscirono, sempre a Livorno, i quattro volumi di una delle sue opere maggiori, La battaglia di Benevento, un romanzo storico in cui già si rivelavano le qualità che restarono pressoché costanti nello scrittore: un vivacissimo e sfrenato patriottismo; la ricercatezza linguistica; uno stile convulso, baroccheggiante, pur con venature classicistiche; una predilezione per le tinte cupe e macabre che lo avvicinarono al romanzo nero inglese. Acceso democratico, fondò nel 1829 il giornale «Indicatore livornese» e si impegnò nei moti risorgimentali, subendo a più riprese arresti e condanne: durante i mesi di prigionia a Portoferraio scrisse le Note autobiografiche (pubblicate postume, 1899) e portò quasi a termine l’Assedio di Firenze, uno dei suoi romanzi storici di maggiore successo. A questo periodo della sua vita risale anche La serpicina, una riuscita satira della giustizia umana e della vita forense che fu pubblicata tra gli Scritti (1847). Nel 1848-49 fu tra i protagonisti della rivoluzione in Toscana: nel febbraio 1849, fuggito Leopoldo II, costituì un governo provvisorio con Giuseppe Montanelli e Giuseppe Mazzoni e il mese successivo fu eletto capo del potere esecutivo, esercitando di fatto una dittatura personale. Al ritorno del granduca fu processato e condannato a 15 anni di prigionia e, durante la sua detenzione nel carcere delle Murate a Firenze, scrisse Apologia della vita politica di F.D.G. scritta da lui medesimo (1851), una lunga autodifesa fortemente polemica verso i moderati e il sistema giudiziario toscano. La pena gli fu successivamente commutata nell’esilio in Corsica, da dove fuggì nel 1859 per raggiungere Genova. Qui soggiornò fino al 1862. Fu eletto nel 1860 deputato nel primo Parlamento nazionale, dove sedette per circa dieci anni, sempre schierato tra i banchi dell’opposizione contro le forze moderate. Nell’ultimo periodo della sua vita, mentre si distaccava dal dibattito politico, Guerrazzi mantenne intensa la sua produzione letteraria con il romanzo Il buco nel muro (1862), la sua opera artisticamente più notevole, L’assedio di Roma (1863-65) e Il secolo che muore (pubblicato postumo per intero nel 1885), continuazione poco riuscita del romanzo del 1862. Tra i suoi romanzi storici, per i quali divenne popolare tra i contemporanei, si ricordano anche Veronica Cybo e Isabella Orsini, entrambi compresi nella citata raccolta degli Scritti, Beatrice Cenci (1853) e Pasquale Paoli (1860), dedicato a Garibaldi. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 2121: Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno, 12 agosto 1804 – Cecina, 23 settembre 1873). Fotografia CDV. Fotografo: V. Fondi – Pistoia. 1865 ca.

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Arc. 1930: Luigi Settembrini (Napoli, 17 aprile 1813 – Napoli, 4 novembre 1876). Intrapresi inizialmente gli studi giuridici, si dedicò in seguito, come allievo di Basilio Puoti, agli studi letterari e nel 1835 conseguì la cattedra di eloquenza nel liceo di Catanzaro. Entrato in contatto con gli ambienti mazziniani aderì alla setta dei Figliuoli della Giovine Italia, fondata da Benedetto Musolino, e nel 1839 fu arrestato per cospirazione. Liberato nel 1841, visse dividendosi tra l’insegnamento privato e l’impegno politico. Nel 1847 pubblicò, anonimo, l’opuscolo antiborbonico Protesta del popolo delle Due Sicilie, ma i sospetti della polizia caddero in breve tempo su di lui e per evitare un nuovo arresto riparò a Malta. Tornò a Napoli nel 1848, dopo la concessione della Costituzione, e fu per breve tempo capo dipartimento nel ministero dell’Istruzione. Dimessosi, fondò con Silvio Spaventa, Cesare Braico, Filippo Agresti e altri, la società segreta Unità italiana, della quale fu nominato presidente. Nel 1849, dopo la restaurazione borbonica, venne nuovamente imprigionato e nel 1851 fu condannato a morte. Commutatagli la pena nell’ergastolo, trascorse otto anni nel carcere di Santo Stefano per poi essere destinato, nel 1859, con altri patrioti, alla deportazione negli Stati Uniti. Grazie all’aiuto del figlio, ufficiale della marina mercantile inglese, riuscì a raggiungere l’Irlanda, dove rimase fino al 1860. Tornato in Italia si stabilì prima a Torino poi a Firenze, dove pubblicò due manifesti nei quali esortava il Mezzogiorno a unirsi alla restante Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II. Sempre nel 1860 ebbe la cattedra di Letteratura latina e greca nell’università di Bologna, alla quale peraltro rinunziò non appena l’ingresso di Garibaldi a Napoli gli consentì di tornare nella sua città natale, dove assunse la carica di ispettore generale della Luogotenenza. Nel 1862 iniziò a insegnare Letteratura italiana all’università di Napoli. Nel frattempo fondava l’Associazione unitaria costituzionale, di cui fu a lungo presidente, collaborando con assiduità al giornale da questa pubblicato «L’Italia», diretto dal 1863 al 1865 da De Sanctis. Negli anni seguenti venne sempre più allontanandosi dalla politica nonostante continuasse a condurre un’appassionata battaglia a favore delle tradizioni locali del Mezzogiorno, che vedeva travolte dalle scelte accentratrici della classe dirigente. Nel 1873 fu nominato senatore. Frutto del suo insegnamento furono le Lezioni di letteratura italiana (3 volumi, 1866-72), animate da un forte impegno civile, nelle quali Settembrini ripercorre attraverso i secoli il cammino della produzione letteraria italiana al fine di stimolare i contemporanei ad acquistare coscienza del loro passato e a farsi attori consapevoli e responsabili del proprio destino. Il suo nome resta soprattutto legato alle Ricordanze della mia vita, un itinerario autobiografico pubblicato postumo nel 1879 con la prefazione di De Sanctis. Nell’opera, destinata anch’essa a esaltare l’impegno patriottico e civile, Settembrini auspica un risveglio della cultura napoletana e presenta il movimento risorgimentale come l’unica forza in grado di abbattere il potere oscurantista della Chiesa e dei Borbone. Fotografia CDV. Fotografo: Vegliante – Napoli. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
 

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Arc. 2493: Rinaldo Ruschi (Pisa, 7 febbraio 1817 – Pisa, 3 febbraio 1891). Si laureò in Matematica presso l’Università di Pisa. Fin da giovane svolse una notevole attività pubblica, in ambito militare, sociale e politico. Nel 1847 fece parte della Guardia civica pisana, con il grado di capitano comandante di compagnia; partecipò con il battaglione universitario toscano alla campagna militare in Lombardia; catturato dagli Austriaci, fu in seguito liberato. La posizione assunta durante la fase finale dei moti del 1848 fu ambigua. Quando il 12 aprile 1849, qualche settimane dopo la sconfitta di Novara, Francesco Domenico Guerrazzi perse il potere in Toscana e il Municipio di Firenze (moderato) prese gradualmente il controllo delle città, inclusa Pisa, Ruschi dichiarò assieme a Rodolfo Castinelli e al senatore Centofanti di operare per conto della giunta di Firenze. Negli ultimi anni del Granducato di Toscana, ebbe diversi incarichi: fu sovrintendente del Conservatorio dei poveri orfani (1848-63), succedendo nell’incarico al padre Giovan Battista, e diresse le attività all’Ospizio di Menicità e alla Cassa di Risparmio. Fu membro del Consiglio di Prefettura di Pisa e fece parte, come segretario, della commissione per la riforma della Amministrazione dei fiumi e dei Fossi della Provincia di Pisa (1859-60). Nelle fasi di passaggio del Granducato al Regno d’Italia, la sua attività politica assunse una dimensione nazionale: membro della Consulta di Stato del Granducato di Toscana istituita nel maggio 1859 dal Governo provvisorio, venne eletto deputato dell’Assemblea dei rappresentanti toscani nell’agosto 1859 da uno dei collegi di Pisa. Fece quindi parte della deputazione toscana che si recò a Torino nel settembre di quello stesso anno, per coordinare la procedura di unione col Regno di Sardegna. In seguito all’Unità fu eletto deputato nel 1860, 1861 e 1865; anche come membro del Parlamento nazionale, si occupò di promuovere le opere pubbliche legate alla sua terra d’origine: tra quelle di maggior rilievo, la regimentazione delle acque della provincia pisana, e in particolare del Padule di Bientina. Alle elezioni del 1867 fu sostituito da Luigi Sanminiatelli, candidato proposto dalle consorterie della nuova capitale. L’anno successivo (il 12 marzo 1868) il re Vittorio Emanuele II lo nominò Senatore del Regno, e un mese dopo cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, istituito quell’anno. In qualità di senatore partecipò agli accesi dibattiti per l’abolizione della pena di morte (1875). L’impegno nella attività del parlamento nazionale non lo allontanò dalla vita politica locale: fu commissario tecnico del progetto del Nuovo teatro notturno, consigliere provinciale (1865-1869) e consigliere comunale a Pisa (1865-1869) e a Calci (1874-1881). Dall’agosto 1868 fino al 1877 ebbe la carica di presidente della Accademia di belle arti di Pisa. Ruschi fu socio di numerose accademie e istituzioni culturali e scientifiche, sia locali che di rilievo nazionale, fra le quali si possono citare la Società aretina di scienze, lettere e arti (socio corrispondente, 1844), l’Accademia dei Georgofili e l’Accademia valdarnese del Poggio di Montevarchi (1856). Molto presente nell’élite politico-letteraria del Granducato, collaborò con Giuseppe Montanelli alla diffusione della stampa clandestina in Toscana, ma i due si allontanarono in seguito l’atteggiamento assunto dal Ruschi durante i moti del 1848. Fu inoltre amico di Gino Capponi e di Giuseppe Giusti. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza
   
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia

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Arc. 752: Angelo Brofferio (Castelnuovo Calcea, 6 dicembre 1802 – Minusio, 25 maggio 1866). Studente di giurisprudenza a Torino, tentò il teatro con successo: la sua tragedia Eudossia fu rappresentata al Teatro Carignano nel maggio 1825 e discreta fortuna ebbe tutta la sua produzione giovanile. Entrato in contatto con l’ambiente letterario milanese, romano e napoletano, Brofferio si dedicò sempre più intensamente al teatro e alla poesia pur avendo iniziato a esercitare l’avvocatura a Torino. Coinvolto nella congiura massonica dei Cavalieri della libertà, venne arrestato nell’aprile 1831 e scarcerato dopo alcuni mesi di detenzione. Nel 1835 iniziò la collaborazione al «Messaggiere del commercio» (poi, dal 1837, «Messaggiere torinese»), alternando a scritti polemici composizioni drammatiche. Molto fortunata fu la sua raccolta delle Canzoni piemontesi, uscita a Lugano nel 1839. Facilmente orecchiabili, scritte in un dialetto ricco e vivace, le canzoni esprimevano le sue convinzioni democratiche di chiara derivazione letteraria (Alfieri e Foscolo), con nuove venature sociali e un originale spirito polemico. Fautore tra i primi di una costituzione in Piemonte, fu eletto al Parlamento nell’aprile 1848 e rimase deputato fino alla morte con due brevi interruzioni nel 1853 e nel 1860. Abilissimo oratore, esponente di spicco della sinistra costituzionale piemontese, dopo l’armistizio Salasco sostenne la necessità di riprendere la guerra conto l’Austria. Avversario di Cavour, ne contrastò la politica economica e le alleanze internazionali: fu decisamente contrario alla guerra di Crimea e all’alleanza con la Francia. Nelle consultazioni del 1857, che videro il successo dei clericali, suscitò grande entusiasmo la sua rielezione nel collegio più aristocratico di Torino. Sempre all’opposizione, si batté per l’abolizione di tutti i privilegi, contro la pena di morte, la censura e per la libertà di stampa. Fu contrario allo spostamento della capitale a Firenze per paura che venisse accantonato il trasferimento a Roma. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

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Arc. 1053: Angelo Brofferio (Castelnuovo Calcea, 6 dicembre 1802 – Minusio, 25 maggio 1866). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 2493: Luigi Guglielmo conte di Cambray-Digny (Firenze, 8 aprile 1820 – San Piero a Sieve, 11 dicembre 1906). Esponente della nobiltà liberale fiorentina, ne condivise nel 1848 la crescente resistenza dapprima alla formazione del governo Guerrazzi-Montanelli, e poi, dopo la fuga del granduca, alla dittatura di Guerrazzi. Nel 1849, fu tra i fautori della restaurazione granducale in Toscana. Negli anni seguenti si dedicò soprattutto agli studi e alla pratica agraria, fondando a S. Piero a Sieve un opificio per la costruzione di strumenti e macchine agricole. Tornato alla politica attiva nel 1859, fu inizialmente contrario a una dichiarazione di annessione immediata al Piemonte, ma fu poi conquistato alle direttive di Cavour. Nel 1860 fu nominato senatore nel Parlamento subalpino e fu uno dei principali esponenti della Destra toscana, ispirandone dal 1866 anche un giornale, la «Gazzetta d’Italia». Sindaco di Firenze dal 1865 al 1867, fu poi ministro ad interim dell’Agricoltura, industria e commercio dal 27 ottobre al 28 novembre 1867 e ministro delle Finanze dal 27 ottobre 1867 al 14 dicembre 1869. Durante il biennio in cui rimase in carica condusse una politica di drastica riduzione del disavanzo statale: promosse leggi sulla riscossione delle imposte dirette, sulla contabilità e l’amministrazione dello Stato; rese esecutiva la tassa di macinazione dei cereali; creò la Regia cointeressata del monopolio dei tabacchi e istituì le Intendenze provinciali di finanza. Vicepresidente del Senato negli anni 1871-72, fu tra i sostenitori del ministero Minghetti (1873-1876). Dal 1872 al 1878 fu presidente della Banca nazionale toscana e in tale veste condusse le trattative tra governo e rappresentanti delle banche perché giungesse in porto la legge sulla circolazione bancaria del 1874. Liberista, antisocialista, fu un convinto sostenitore di Crispi, e appoggiò la repressione dei Fasci siciliani. Nel 1898 fu tra quanti invocarono lo stato d’assedio in Toscana e lo scioglimento delle organizzazioni popolari e l’anno successivo appoggiò i disegni di legge reazionari proposti dal governo Pelloux. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine di S. Stefano (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine di S. Stefano (Granducato di Toscana)
   
Ufficiale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
  — 23 gennaio 1860
Commendatore dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
  — 20 aprile 1863
Grande ufficiale dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grande ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
  — 21 maggio 1865
Gran cordone dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Gran cordone dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro
  — 14 dicembre 1869
Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia
  — 31 dicembre 1868
Gran Croce dell'Ordine del Nicham Iftikar (Tunisia) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine del Nicham Iftikar (Tunisia)

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Arc. 2416: Isacco Artom (Asti, 31 dicembre 1829 – Roma, 24 gennaio 1900). Nato da una delle famiglie ebraiche più importanti della città di Asti, intraprese gli studi universitari a Pisa dove venne a contatto con l’ambiente risorgimentale. Nel 1848, prese parte alla guerra contro l’Austria, arruolandosi nel battaglione universitario e partecipando alla battaglia di Curtatone e Montanara. Dopo un periodo di malattia, riprese gli studi universitari presso la facoltà di giurisprudenza a Torino dove si laureò e conobbe Costantino Nigra diventando suo intimo amico. Tra il 1850 ed il 1859 collaborò alle testate giornalistiche dell’“Opinione” e del “Crepuscolo”. Dopo la sua assunzione presso il Ministero degli esteri, venne chiamato da Cavour, come uomo di fiducia presso la sua segreteria. Nel 1862 venne inviato a Parigi e nel 1867 a Copenaghen come segretario di Legazione. Rientrò in Italia nel 1870 ricoprendo fino al 1876 la carica di segretario generale del Ministero degli esteri. A seguito della caduta della destra storica e delle conseguenti dimissioni del ministro Emilio Visconti Venosta, si dimise volontariamente dalla carica. Fu nominato senatore il 15 maggio 1876 e fu considerato uno dei maggiori politici della Destra. Il suo discorso funebre, nell’aula del Senato, fu pronunciato dall’ex ministro Visconti Venosta.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (1 barretta) - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza (1 barretta)
   
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
   

Onorificenze straniere

Cavaliere della Legion d'Onore - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere della Legion d’Onore
   

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Arc. 2723: Luigi Passerini Orsini de’ Rilli (Firenze, 31 ottobre 1816 – Firenze, 13 gennaio 1877). Avviato agli studi classici, si dedicò in giovane età allo studio della storia e della genealogia. Grande storico ed erudito in diverse discipline umanistiche, vantava una discendenza antica, radicata nel XII secolo. Rivendicava, con fierezza, la sua profonda passione per l’araldica e le genealogie. Scherzosamente asseriva che questa sua innata passione, l’aveva ereditata dai suoi avi e la portava nel sangue. Svolse inoltre un ruolo attivo in politica partecipando alla guerra d’indipendenza del 1848 con un gruppo di 500 toscani. Del Quarantotto in Toscana ha lasciato un prezioso, quanto dettagliato diario degli avvenimenti che vanno da 18 marzo 1848 al 24 novembre 1849. Fin dal 1856 fu uno dei direttori dell’Archivio di Stato di Firenze. Per un breve periodo, nel 1861, fu eletto come parlamentare nell’ottava legislatura del Regno d’Italia, la prima dello stato unitario, rimanendo in carica per tre anni. A partire dal 1871, divenne anche prefetto della Biblioteca Nazionale di Firenze, dove su mandato del governo, come direttore, ricoprì l’incarico dal 1871 al 1874, quando per motivi di salute, fu costretto a dimettersi. Membro della Consulta araldica e della regia Deputazione di storia patria, collaborò con l’Archivio storico italiano e il Giornale storico degli archivi toscani. Lasciò, alla Biblioteca di Firenze, la sua ricca libreria privata, con i suoi manoscritti ed il suo archivio. Materiale composto da circa 7000 pezzi. Nella sua carriera di storico e genealogista dal 1839 collaborò alla redazione delle Famiglie celebri italiane di Pompeo Litta e fu anche continuatore dell’opera tra il 1852 e il 1873 con Federico Odorici e Federico Stefani.Studiò storia fiorentina medievale e fu autore di numerose genealogie delle famiglie fiorentine. Iniziò anche a scrivere un’edizione critica delle opere di Niccolò Machiavelli. Dopo una lunga malattia morì nella sua Firenze nel 1877. Fotografia CDV montata su cartoncino. fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  — 19 luglio 1871

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Arc. 3278: Giuseppe Natoli Gongora, barone di Scaliti (Messina, 9 giugno 1815 – Messina, 25 settembre 1867). Figlio di Giacomo Natoli Gongora di Scaliti, colonnello di cavalleria nel reggimento cacciatori Forìe di Messina del Reale Esercito delle Due Sicilie, e di Emanuela Cianciolo. Il nonno Bartolomeo fu senatore cittadino e proconsole di Messina. Fu barone di Scaliti, grande ufficiale dell’Ordine Mauriziano e gran cordone dell’Ordine al merito civile e militare di San Marino, sposò Maria Cardile, da cui nel 1846 ebbe il suo unico figlio, Giacomo. Rifiutò la carica di giudice per non dover lavorare alle dipendenze dello Stato borbonico. Avvocato, giurista e banchiere, massone (fu Gran maestro aggiunto della massoneria del Grande Oriente d’Italia) ed esponente del liberalismo siciliano, entrò nel circolo intellettuale e politico di Francesco De Luca. Partecipò alla Rivoluzione siciliana del 1848 e fu eletto deputato di Messina al neocostituito Parlamento siciliano insieme a Giuseppe La Farina. Dopo la capitolazione siciliana (15 maggio 1849), riparò a Torino. Nel 1853, fu tra i finanziatori della Banca Nazionale degli Stati Sardi. Finanziò inoltre i fratelli Orlando per la realizzazione degli omonimi cantieri navali in Liguria. In quegli anni furono frequenti i suoi incontri, a Parigi e Milano, con il compositore Giuseppe Verdi. Collaborò con Giacomo Macrì alla realizzazione di una rete di cospiratori nell’isola e sostenne attivamente la campagna di Garibaldi in Sicilia, entrando anche a far parte del suo governo dittatoriale il 27 giugno 1860 (dopo le dimissioni di Francesco Crispi) come segretario di stato per gli Affari Esteri e per il Commercio in sostituzione del barone Casimiro Pisani, fino al 10 luglio. Dopo il plebiscito rivestì la carica di governatore di Messina dal dicembre 1860 e il 18 febbraio 1861 fu eletto deputato nel nuovo Parlamento “italiano” che il 17 marzo proclamò la nascita del Regno d’Italia. Sia pure per pochi mesi fu chiamato a reggere il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio nell’ultimo governo Cavour) e il 31 agosto lasciò la Camera perché nominato senatore del Regno da Vittorio Emanuele II. Dopo la morte di Cavour (6 giugno 1861) assunse l’incarico di prefetto, prima a Brescia (giugno 1861- maggio 1862) e spostato, dopo disordini di piazza, per pochi giorni a Siena quando preferì tornare ai lavori parlamentari. Tornò al governo nel settembre 1864 come Ministro della Pubblica Istruzione nel primo Governo La Marmora (1864-1865) e per alcuni mesi ebbe anche l’interim dell’interno. Si spense a Messina  il 25 settembre 1867, vittima della epidemia di colera, dove era giunto per portare conforto ai propri concittadini. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 

Onorificenze

Grand'ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia

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Arc. 2731: Giuseppe Natoli Gongora, barone di Scaliti (Messina, 9 giugno 1815 – Messina, 25 settembre 1867). Fotografia CDV. Fotografo: C. Fratacci – Napoli. 1865 ca.

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Arc. 2209: Guarini conte Giovanni (Forlì, 6 luglio 1826 – Forlì, 7 novembre 1889). Il Guarini compì gli studi presso le scuole pie nel collegio Tolomei di Siena e nel 1845 sposò la nobile Maddalena Matteucci. Erede di una delle più facoltose famiglie di possidenti terrieri della Romagna, si occupò ben presto di questioni agrarie e più in generale di problemi connessi allo sviluppo economico e sociale della sua terra di origine. Socio ordinario dell’Accademia dei Georgofili e della Società d’orticoltura di Firenze, sperimentò egli stesso nei suoi possedimenti alcune innovazioni tecniche relative alle coltivazioni agricole e fece costruire nuovi modelli di case coloniche. Come presidente della Cassa dei risparmi orientò la politica dell’istituto verso operazioni di credito a medio e lungo termine per farne una sorta di “levatrice” dello sviluppo economico locale. Dal 1860, dopo esser stato gonfaloniere della città nel 1859, il Guarini fu eletto consigliere comunale e provinciale di Forlì e nel medesimo anno fu chiamato a far parte della Deputazione provinciale in qualità di deputato effettivo, cariche nelle quali venne confermato fino alla morte. Del Consiglio provinciale fu nominato segretario nel 1866 ed eletto vicepresidente dal 1870 al 1875 e presidente dal 1876 fino alla morte. Nel novembre 1870 il G. fu eletto deputato nel collegio di Forlì, dove al ballottaggio sconfisse nettamente il candidato della Sinistra O. Regnoli. Alla Camera il Guarini sedette a destra e si distinse soprattutto per una serie di interventi, concentrati fra il 1877 e il 1880, con i quali cercò di difendere gli interessi e le aspettative della sua regione di provenienza. Il 26 novembre 1884, su diretta segnalazione del Fortis, venne premiato con la nomina a senatore. Presidente nel 1883 della Commissione ordinatrice del concorso agrario regionale che si tenne a Forlì, nel 1888 fu tra i promotori della visita di Umberto I nella Romagna repubblicana e socialista. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia

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Arc. 3169: Giorgio Sonnino (Alessandria d’Egitto, 17 febbraio 1844 – Roma, 29 novembre 1921). fratello minore del più famoso fratello Sidney, si laureò in giurispondenza all’Università di Pisa.Fu senatore del Regno d’Italia nella XVI legislatura e ricoprì la carica di sindaco di San Miniato tra il 1876 e il 1882. Fu Reggente della Banca nazionale della sede di Firenze, Reggente della Banca toscana di credito di Firenze, Membro del Consiglio superiore del lavoro e Comitato permanente del lavoro (22 dicembre 1904-28 febbraio 1913. Dimissionario) e infine Socio della Società geografica italiana (12 maggio 1867). Fotografia CDV. Fotografo: G. Marzocchini – Livorno. 

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
   

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Arc. 1053: Liborio Romano (Patù, 27 ottobre 1793 – Patù, 17 luglio 1867). Figlio primogenito di una nobile e antica famiglia, studiò dapprima a Lecce e poi, giovanissimo, prese la laurea in giurisprudenza a Napoli e ottenne subito la cattedra di Diritto Civile e Commerciale all’Università partenopea. S’impegnò presto nella politica, frequentando ambienti carbonari e abbracciò quindi gli ideali del Risorgimento italiano, fu membro della Massoneria. Nel 1820 prese parte ai moti, per cui venne destituito dall’insegnamento, imprigionato per un breve tempo e poi inviato prima al confino e poi in esilio all’estero. Nel 1848 tornò a Napoli e partecipò agli avvenimenti che condussero alla concessione della costituzione da parte del re Ferdinando II di Borbone. Ma il 15 maggio 1848, dopo il sangue versato a Napoli nei moti liberali che avevano risentito di una certa improvvisazione, Romano fu nuovamente imprigionato. Egli chiese quindi al ministro di polizia la commutazione della pena della detenzione in quella dell’esilio. La sua richiesta venne accolta. Romano dovette perciò risiedere in Francia, a (Montpellier e poi a Parigi), dal 4 febbraio 1852 al 25 giugno 1854. Nonostante le sue idee, nel 1860, mentre con la spedizione dei Mille si apriva la fase finale del regno delle Due Sicilie, Liborio Romano venne nominato dal re Francesco II prefetto di Polizia. Il 14 luglio dello stesso anno il Romano divenne anche ministro dell’interno e direttore di polizia. In tale difficile fase, mentre l’Esercito meridionale cominciava a risalire la penisola, Romano iniziò a prendere contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe Garibaldi per favorire il passaggio del Mezzogiorno dai Borbone ai Savoia. Il contatto con Cavour avvenne tramite l’ambasciatore Sardo e l’ammiraglio Persano. Fu lo stesso Liborio Romano a spingere il re Francesco II di Borbone a lasciare Napoli alla volta di Gaeta senza opporre resistenza, per evitare sommosse e perdite di vite umane. Il giorno dopo, il 7 settembre 1860, andò a ricevere Giuseppe Garibaldi, che giungeva a Napoli quasi senza scorta, direttamente in treno, senza che vi fosse alcun tipo di contrasto e accolto da festeggiamenti di piazza. Francesco II, nel suo proclama emanato da Gaeta l’8 dicembre 1860, affermò: “I traditori pagati dal nemico sedevano accanto ai fedeli nel mio consiglio” e Liborio Romano, in quel periodo non solo era presente in quel consiglio, ma rivestiva pure incarichi importati. Romano ottenne da Garibaldi la conferma nel ruolo di ministro dell’Interno che tenne quindi fino al 24 settembre 1860, data in cui entrò a far parte del Consiglio di Luogotenenza, ove rimase fino al 12 marzo 1861. Nel gennaio 1861 si tennero le prime elezioni politiche per il costituendo Regno d’Italia, e Liborio Romano venne eletto deputato, vincendo in otto diverse circoscrizioni. In quegli anni presenta una serie di interpellanze e denunce. La sua esperienza parlamentare ebbe fine il 25 luglio 1865 e Romano si ritirò nella sua terra d’origine ove rimase fino alla morte, avvenuta il 17 luglio 1867 nella natia Patù, dove riposa, nella cappella di famiglia di fronte al Palazzo Romano. Fotografia CDV. Fotografo: J. H. Gairoard – Napoli. 1860 ca.

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Arc. 2769: Giovanni Prati (Campo Lomaso, 27 gennaio 1814 – Roma, 9 maggio 1884). Frequentò il Liceo Ginnasio di Trento, il quale fu intitolato alla sua persona il 6 marzo 1919. Successivamente intraprese gli studi di legge a Padova che, ben presto, abbandonò per dedicarsi alla poesia. Pubblicò a Padova la prima raccolta, Poesie, nel 1836. Decise di trasferirsi a Milano nel 1841; qui conobbe Alessandro Manzoni e pubblicò l’Edmenegarda, una novella sentimentale in endecasillabi sciolti che ebbe un grande successo di pubblico ma fu stroncata dalla critica. A Milano pubblicò nel 1843 i Canti lirici, canti per il popolo e ballate; nel 1844 dette alle stampe Memorie e lacrime e Nuovi canti. Dal 1845 al 1848 soggiornò a Padova, a Venezia e a Firenze. Nel 1848, recatosi a Torino, si mostrò sostenitore della Monarchia Sabauda. Negli anni che precedettero la prima guerra di indipendenza, fu sostenitore di Re Carlo Alberto di Savoia: per questo motivo, gli austriaci lo espulsero dal Regno Lombardo-Veneto(anche Milano e Venezia all’epoca appartenevano all’Impero),e il governo di Firenze del Granducato di Toscana gli rifiutò l’asilo politico. Furono questi i tempi più difficili e tormentati della sua vita perché professava i suoi ideali a favore della Monarchia Sabauda in una terra ostile e tra uomini decisamente avversi. Legato da ideali alla Monarchia Sabauda tornò a Torino, dove la sua fedeltà fu premiata con la nomina del Re Vittorio Emanuele II di Savoia a storiografo della Corona. Nel 1861 nel Governo Cavour (VIII legislatura del Regno d’Italia) venne eletto Deputato nel Parlamento Italiano con Torino divenuta Capitale del Regno d’Italia. A Torino presso il Caffè Fiorio in via Po, frequentato tra gli altri anche da Camillo Benso conte di Cavour, Massimo D’Azeglio, Urbano Rattazzi, Gabrio Casati, discuteva le sorti della neonata Italia. Nel 1865 seguì il Governo Unitario a Firenze divenuta Capitale, dove conobbe Mario Rapisardi, Niccolò Tommaseo, Atto Vannucci, Pietro Fanfani, Arnaldo Fusinato, Francesco Dall’Ongaro, Terenzio Mamiani e altri. Nel 1871 si trasferì a Roma divenuta Capitale d’Italia, nel 1876 divenne Senatore nel governo Depretis I XIII legislatura del Regno d’Italia nel 1878 divenne membro del Ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1878 il Ministro dell’Istruzione Francesco De Sanctis governo Cairoli I fondò a Roma l’Istituto Superiore di Magistero del quale Giovanni Prati divenne direttore. Durante questi anni la sua poesia aveva continuato a fluire con la pubblicazione del poema Armando (1868, una parte del quale era apparsa nel ’64), degli oltre 500 sonetti di Psiche (1876) e delle liriche raccolte in Iside (1878). Morì a Roma nel 1884. Nello stesso anno fu fondata a Bologna la Società Giovanni Prati, nata con l’obiettivo di difendere la lingua e le idee italiane nelle terre irredente di Trento, Trieste, Gorizia, Istria e Dalmazia. Fotografia CDV. Fotografo: Le Lieure – Torino. 1860 ca.

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Arc. 399: Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872). Ragazzino sveglio e vivace, già adolescente sente vivo e forte l’interesse per le tematiche politiche, soprattutto quelle concernenti l’Italia, vero e proprio destino annunciato. Nel 1820 è ammesso all’Università; avviato in un primo tempo agli studi di medicina, passa a quelli di legge. Poco dopo la laurea, entra a far parte della cosiddetta Carboneria, ossia una società segreta con finalità rivoluzionarie. Per dare un valore sempre più propulsivo alle sue idee, inizia una collaborazione con “L’indicatore genovese”, giornale che si professava letterario a mò di copertura, presto soppresso dal governo Piemontese il 20 dicembre. Detto fatto, si sposta e comincia a collaborare invece all'”Indicatore livornese”. Intanto, parallelamente all’attività pubblicistica, svolge una ben più concreta attività di persuasione fra la gente, viaggiando in Toscana e cercando aderenti alla Carboneria. Una violenta delusione è però pronta ad attenderlo. Il 21 ottobre, a Genova, è tradito e denunciato alla polizia quale carbonaro. Il 13 novembre è arrestato e chiuso in carcere nella fortezza di Savona. Non essendo emerse prove a suo carico gli fu offerto o di vivere al “confino” in qualche sperduto borgo del regno sotto la sorveglianza della polizia o di andare in esilio a Marsiglia: decide per la seconda soluzione: esce dal Regno Sardo il 10 febbraio 1831. L’animo è provato ma non certo abbattuto. L’attività di lotta prosegue. Si reca così a Ginevra, dove incontra alcuni esuli; passa a Lione e vi trova alcuni proscritti italiani; con essi parte per la Corsica, sperando di portare aiuto agli insorti dell’Italia centrale. Rientrato in Francia fonda a Marsiglia la Giovine Italia che si propone di costituire la Nazione “Una, Indipendente, Libera, Repubblicana”. Fa stampare una lettera aperta a Carlo Alberto, appena salito al trono per esortarlo a prendere l’iniziativa della riscossa italiana. Grazie allo spirito profondamente religioso e alla dedizione verso lo studio degli avvenimenti storici, egli aveva compreso come solo una stato di tipo repubblicano avrebbe potuto permettere il raggiungimento degli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità propri della Rivoluzione Francese. Per questo formulò il programma più radicale fra tutti quelli dibattuti nel corso del Risorgimento italiano e, fedele alle sue idee democratiche, avversò la formazione di uno stato monarchico. Nel 1832, a Marsiglia, inizia la pubblicazione della rivista “La Giovine Italia”, che ha come sottotitolo “Serie di scritti intorno alla condizione politica, morale e letteraria dell’Italia, tendenti alla sua rigenerazione”. L’iniziativa ha buon successo e ben presto L’associazione Giovine Italia si estende anche nell’ambito militare. Nel Regno Sardo sono condannati a morte vari affiliati. Per la sua attività rivoluzionaria, Mazzini è condannato a morte in contumacia il 26 ottobre dal Consiglio Divisionale di Guerra di Alessandria. Il 2 febbraio 1834 fallisce il tentativo di invasione della Savoia. Mazzini ripara nella Svizzera, si accorda con patrioti esuli di tutte le nazionalità oppresse; Favorisce la costituzione delle società, più o meno segrete, Giovine Polonia, Giovine Germania, che, collegate con la Giovine Italia formano la Giovine Europa, tendente a costituire le libere nazioni europee affratellate. Il Gran Consiglio di Berna espelle Mazzini che aveva anche promosso la Costituzione della Giovine Svizzera. Nell’ottobre, con i fratelli Ruffini, è a Grenchen. Seguono numerosi spostamenti. Il 28 maggio è arrestato a Soletta; poco dopo la Dieta Svizzera lo esilia in perpetuo dallo Stato. Si reca a Parigi, dove il 5 luglio è arrestato; è rilasciato a patto che parta per l’Inghilterra. Nel 1837 gennaio giunge a Londra. E’ in miseria: riceverà più tardi modesti compensi per la collaborazione a giornali e riviste inglesi. L’8 settembre 1847, da Londra, sottoscrive una lunga lettera a Pio IX indicandogli ciò che dovrebbe e potrebbe fare poi si reca a Parigi dove detta lo statuto dell’Associazione Nazionale Italiana. Il 7 aprile giunge a Milano liberata dagli austriaci. Fonda il quotidiano “L’Italia del popolo”, nel quale chiarisce le proprie idee sul modo di condurre la guerra. Nell’agosto lascia Milano per l’arrivo degli austriaci, raggiunge Garibaldi a Bergamo e lo segue in qualità di alfiere. L’8 agosto ripara in Svizzera, dove rimarrà fino al 5 gennaio 1849. Il 9 febbraio 1849 è proclamata la Repubblica Romana. Goffredo Mameli telegrafa a Mazzini: “Roma Repubblica, venite!”. Il 5 marzo entra in Roma “trepidante e quasi adorando”. Il 29 marzo è nominato triumviro. Il 30 giugno, di fronte all’impossibilità di resistere oltre in Roma, respinta la sua proposta di uscire con l’esercito e trasferire altrove la guerra, si dimette con gli altri triumviri perché dichiara di essere stato eletto a difendere, non ha sotterrare la Repubblica. Entrati i nemici, parte il 12 luglio per Marsiglia. Si reca quindi a Ginevra e successivamente a Losanna, dove è costretto a vivere nascostamente. Nel 1851 torna nel gennaio a Londra, dove si fermerà fino al 1868, salvo numerose visite di settimane o di pochi mesi nel continente. Fonda nella capitale inglese la società “Amici d’Italia” per estendere simpatie alla causa nazionale. Focolai di protesta e rivoluzione, intanto, si spandono dappertutto. E’ il 6 febbraio 1853 quando, ad esempio, a Milano è represso nel sangue un tentativo insurrezionale contro gli austriaci. Dopo alcuni anni ancora fuori dall’Italia, nel ’57 torna a Genova per preparare con Carlo Pisacane l’insurrezione che dovrebbe poi scoppiare nel capoluogo ligure. La polizia non riesce ad arrestare Mazzini che, per la seconda volta, sarà condannato a morte in contumacia (28 marzo 1858). Londra, ancora una volta accoglie l’esule in pericolo. Da lì scrive a Cavour per protestare contro alcune dichiarazioni pronunciate dallo statista e si oppone, sostenuto da numerosi altri repubblicani, alla guerra all’Austria in alleanza con Napoleone III. Escluso dall’amnistia concessa all’inizio della guerra, si reca clandestinamente a Firenze. La speranza è quella di poter raggiungere Garibaldi per l’impresa dei Mille cosa che si avvera solo nel 1861, grazie ad un’adunanza di mazziniani e garibaldini in soccorso a Garibaldi in difficoltà in Sicilia e Napoli. L’11 agosto parte per la Sicilia sperando in un movimento insurrezionale. A Palermo prima di scendere dalla nave, è dichiarato in arresto; il 14 agosto è portato al carcere del forte di Gaeta. Il 14 ottobre è liberato, in virtù dell’amnistia concessa ai condannati politici per la presa di Roma. Dopo brevi soste a Roma, Livorno, Genova, riprese la via dell’esilio. E’ a Lugano alla fine di ottobre; ritorna a Londra alla metà di dicembre. 1871 Il 9 febbraio esce a Roma il numero – programma del settimanale “La Roma del popolo”. Il 10 febbraio lascia Londra per Lugano. Nel novembre promuove il Patto di Fratellanza tra le società italiane operaie. 1872 Giunge in incognito a Pisa il 6 febbraio, ospite dei Nathan-Rosselli, dove muore il 10 marzo. Il 17 successivo si svolgono a Genova i funerali solenni, vi partecipano, secondo i calcoli della polizia, circa centomila persone. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 3276: Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872). Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 941: Arc. 399: Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 1012: Arc. 399: Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872). Fotografia CDV. Fotografo: Schreiber & Son – Philadelphia. 1860 ca.

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Arc. 1436: Aurelio Saffi (Forlì, 13 ottobre 1819 – Forlì, 10 aprile 1890). Ebbe una formazione universitaria giuridica a Ferrara, ma iniziò l’attività politica nella sua città natale, mettendosi a disposizione per l’amministrazione delle istituzioni locali. Nel suo bagaglio culturale, oltre a Mazzini, figura anche l’abate Antonio Rosmini, filosofo e propugnatore dell’idea neoguelfa che prevedeva l’Italia organizzata come una federazione di Stati, governata dal Papa. Forlì allora era retta da un Cardinal legato, in quanto parte dello Stato Pontificio; Aurelio Saffi fu consigliere comunale e segretario della Provincia nel biennio 1844-1845. Si accostò presto alle posizioni mazziniane, tanto che nel turbolento anno 1849 partecipò alla principale operazione politica che coinvolse Mazzini: la nascita della Repubblica Romana. Nella capitale il potere fu abbandonato da Pio IX, fuggito a Gaeta dopo violente proteste popolari nel novembre 1848, e affidato ad un’Assemblea Costituente che, secondo Mazzini, avrebbe dovuto ricalcare le teorie politiche democratiche più avanzate, all’epoca rappresentate dagli Stati Uniti d’America. Alla vicenda romana, Saffi prese parte prima come deputato all’Assemblea Costituente (eletto a Forlì) e come ministro degli Interni, poi come componente del Triumvirato a capo del potere esecutivo, assieme a Carlo Armellini e allo stesso Mazzini. Tale esperienza politica fu di breve durata, poiché la nuova Repubblica cadde nel luglio 1849. Ritiratosi in esilio a Civezza, in Liguria, raggiunse successivamente Mazzini in Svizzera, per poi trasferirsi con lui di nuovo a Londra. Ritornò in patria solo nel 1852, per pianificare una serie di moti rivoluzionari che ebbero luogo a Milano l’anno successivo. Fallito il progetto e condannato in contumacia a vent’anni di carcere, riparò ancora in Inghilterra. A Londra Aurelio sposò, nel 1857, Giorgina Janet Craufurd, da allora nota come Giorgina Saffi (Firenze, 1827 – San Varano di Forlì, 1911) figlia dello scozzese Sir John Craufurd e della nobile Sophia Churchill, ardente mazziniana ed esponente del movimento femminista risorgimentale italiano. Nel 1860 fu a Napoli, per ricongiungersi nuovamente con Mazzini. Nel 1861 venne eletto deputato al parlamento del nuovo Regno d’Italia nel collegio di Acerenza. Dopo pochi anni, nel 1864, tornò a vivere a Londra dove rimase fino al 1867, quando si stabilì definitivamente nella villa della campagna di San Varano (una frazione di Forlì). Nell’agosto del 1874 fu arrestato a Rimini insieme con altri esponenti repubblicani con l’accusa di partecipazione ad un’insurrezione di stampo antimonarchico. Fu prosciolto nel dicembre dello stesso anno. Saffi, in realtà, è costantemente stato sostenitore di una concezione municipalista della vita politica. A Forlì promosse la fondazione del Circolo Giuseppe Mazzini, di cui fu anche il primo presidente. Il Circolo poi divenne un centro di iniziativa politica noto a livello nazionale. Nel 1877 si trasferì a Bologna, dove cominciò la carriera di docente di Diritto pubblico presso la locale Università. Nel frattempo si occupò della memoria storica dell’amico Mazzini, morto il 10 marzo 1872, curandone gli scritti e la loro pubblicazione. Morì nella sua casa a 70 anni. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 3315: Carlo Cattaneo sul letto di morte. Sulle spalle lo scialle posato su Giuseppe Mazzini alla sua morte (Milano, 15 giugno 1801 – Lugano, 6 febbraio 1869). Nato a Milano, figlio di Melchiorre, un orefice originario della Val Brembana, e di Maria Antonia Sangiorgio, il piccolo Carlo trascorse gran parte della sua infanzia dividendosi tra la vita cittadina milanese e lunghi e frequenti soggiorni a Casorate, dove era spesso ospite di parenti paterni. Fu proprio durante questi soggiorni che, approfittando della biblioteca del prozio Giacomo Antonio, un sacerdote di campagna, Cattaneo si appassionò alla lettura, soprattutto dei classici. Il suo amore per le lettere classiche lo indusse a intraprendere gli studi nei seminari di Lecco prima e Monza poi, che avrebbero dovuto portarlo alla carriera ecclesiastica, ma già all’età di diciassette anni abbandonò il seminario per continuare la sua formazione presso il Sant’Alessandro di Milano e in seguito al liceo di Porta Nuova, dove si diplomò nel 1820. La sua formazione culturale e intellettuale fu plasmata, durante gli studi superiori, da maestri quali Giambattista De Cristoforis e Giovanni Gherardini, i quali gli aprirono le porte del mondo intellettuale milanese. Grazie a queste nuove opportunità, oltre alla passione per gli studi classici, Cattaneo iniziò a nutrire interessi di carattere scientifico e storico. Sempre in questo periodo furono fondamentali per la sua formazione intellettuale le letture presso la Biblioteca di Brera e il contatto con il cugino paterno Gaetano Cattaneo, il quale, oltre ad essere direttore del Gabinetto numismatico, era anche un importante esponente del mondo intellettuale milanese di inizio secolo. Altro punto chiave per il percorso formativo degli interessi di Cattaneo furono la frequentazione assidua della Biblioteca Ambrosiana, grazie alla sua parentela materna con il prefetto Pietro Cighera, e della biblioteca personale dello zio paterno Antonio Cattaneo, farmacista e studioso di chimica. Nel dicembre del 1820 la Congregazione Municipale di Milano lo assunse come insegnante di grammatica latina e poi di scienze umane nel ginnasio comunale di Santa Marta, dove restò per ben quindici anni. In questo stesso periodo iniziò ad approfondire le sue frequentazioni con gli intellettuali milanesi, entrando a far parte della cerchia di Vincenzo Monti e di sua figlia Costanza; di questi stessi anni sono le sue amicizie con Stefano Franscini e Giuseppe Montani. Dopo aver iniziato a frequentare le lezioni di diritto tenute da Gian Domenico Romagnosi nella sua scuola privata, ne divenne presto amico e allievo. Nel 1824 si laureò in Giurisprudenza presso l’Università di Pavia con il massimo dei voti. Nel 1825 morì il padre ed il fratello maggiore Filippo, il primogenito, gli subentrò nel negozio di oreficeria. In questo stesso anno Cattaneo conobbe Ann (Anna) Pyne Woodcock, (Limerick 1793 – Lugano 1869) un’aristocratica anglo-irlandese con la quale allaccerà una profonda relazione e che sposerà solamente nel 1835. Convinto sostenitore di richieste di maggiore autonomia del Regno Lombardo-Veneto dalla corte di Vienna, Cattaneo pensava di puntare su una politica non violenta per avanzare tali richieste. Il motivo del suo rifiuto nei confronti della violenza si può comprendere da questa affermazione poco conosciuta del filosofo milanese (che al tempo stesso lascia trasparire cosa egli ne pensasse di un’annessione al Regno di Sardegna): “Siamo i più ricchi dell’Impero, non vedo perché dovremmo uscirne”. Infatti prima del 1848 auspicava la trasformazione dell’Impero austriaco in una federazione di stati, uno dei quali sarebbe stato il Lombardo-Veneto. In seguito poteva esser presa in considerazione la possibilità del passaggio del Lombardo-veneto ad una federazione di stati italiani. Nel 1848, a Milano, Cattaneo ottenne alcune concessioni dal vicegovernatore austriaco, subito annullate dal generale austriaco Josef Radetzky. Purtroppo l’evoluzione tragica delle Cinque giornate di Milano, degenerate in violenza, fece capire a Cattaneo che un dialogo tra borghesia, piccola nobiltà lombarda e la corte di Vienna sarebbe stato difficile, stessa impressione che curiosamente ebbe anche Radetzky, che nel periodo del suo governo nel Lombardo-Veneto puntò a cercare il favore nelle masse popolari. Cattaneo e i suoi amici parteciparono alle Cinque giornate di Milano senza compiere azioni violente. Cattaneo rifiutò l’intervento piemontese, perché considerava il Piemonte meno sviluppato della Lombardia e lontano dall’essere democratico. Cattaneo fu presidente del Consiglio di guerra di Milano, che governò insieme al Governo provvisorio fino alla caduta della città al ritorno degli austriaci. Dopo una serie di moti popolari, nel frattempo, il 9 febbraio 1849 venne proclamata la Repubblica Romana, guidata da un triumvirato costituito da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. In seguito alla conclusione dei moti del 1848-1849 il Cattaneo riparò con la moglie in Svizzera e si stabilì definitivamente a Castagnola, nei pressi di Lugano, nel villino di caccia dell’avvocato liberale radicale Pietro Peri. Qui ebbe modo di stringere maggiormente la sua amicizia con Stefano Franscini, potente politico ticinese, e di partecipare alla vita politica del Cantone e della città. Fu uno dei fondatori e il primo rettore del Liceo di Lugano, che volle fortemente per creare un’istruzione pubblica laica, libera dal giogo della Chiesa, al fine di formare quella classe borghese liberale e laica che era alla base dello sviluppo economico del resto della Svizzera. Fu amico di Luciano Manara. Nel 1860 andò a Napoli per incontrare Garibaldi, ma poi tornò in Svizzera, ormai coscio dell’impossibilità di formare una confederazione di repubbliche. Pur essendo più volte eletto deputato del Parlamento dell’Italia unificata, rifiutò sempre di recarsi all’assemblea legislativa pur di non giurare fedeltà ai Savoia. Morì senza alcun tipo di conforto religioso nella notte fra il 5 e il 6 febbraio 1869; gli onori funebri non furono «profanati col venale intervento di alcun sacerdote». Il suo corpo, dopo essere stato tumulato per pochi mesi nel cimitero svizzero di Castagnola (oggi facente parte di Lugano), venne trasferito al Cimitero Monumentale di Milano. Il 23 marzo 1884 venne traslato nell’ancora incompleto famedio e posto in un sarcofago marmoreo sormontato dallo stemma crociato della città, posto accanto a quello identico contenente le spoglie imbalsamate di Alessandro Manzoni. Fotografia CDV. Fotografo: C. Saski – Lugano. 

 

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Arc. 3331: Anna Marsich Bandiera (1786 – 1872). Apparteneva ad una nobile famiglia della Bosnia, di ceto boiardo che pur di non sottostare alle angherie dei Turchi ebbe a stabilirsi a Ragusa di Dalmazia: famiglia di ufficiali della Marina Militare ed “honor ac Libertas” era il motto araldico, trasferitasi poi tra Arbe e Venezia dove venne ascrittta all’antico patriziato veneziano. Sposo’ il 9 gennaio 1808 il tenete di fregata Francesco Bandiera che comandava “l’Incorruttibile” a Gravosa da cui nacquero, Attilio Bandiera (Venezia, 24 maggio 1810 – Rovito, 25 luglio 1844) e Emilio Bandiera (Venezia, 20 giugno 1819 – Rovito 25 luglio 1844) che furono giustiziati per fucilazione dalla giustizia borbonica il 25 luglio 1844 dopo un fallito tentativo di sollevare le popolazioni locali del regno delle Due Sicilie contro il governo di Ferdinando II in ottica di unificazione nazionale dell’Italia. Sconosciuta ai più e meramente accennata nei libri di storia, Anna Marsich Bandiera acquista un ruolo particolare nella storia risorgimentale italiana non solo per essere stata la madre dei Fratelli Bandiera fucilati nel Vallone di Rovito di Cosenza ma anche per capire, conoscere l’ambiente familiare e storico sociale dell’epoca. La vita tranquilla della nobildonna veneziana, ferma nei suoi ideali di fedelta’ all’Austria viene sconvolta dalla pazzia dei due figli che, esuli a Corfu’, perseguono ideali di unita’ e liberta’dallo straniero. Iniziera’ il viaggio nell’Italia risorgimentale che la portera’ sempre in incognito fino a Cosenza dove vedra’, ahimè, Attilio ed Emilio sulla via della fucilazione. Per tutta la sua vita cerchera’ di capire la ragione per la quale i propri figli si sono immolati finchè i complessi avvenimenti che plasmano la nuova Italia libera ed unita le daranno la consapevolezza che essi sono morti non da traditori ma da eroi. Fotografia CDV. Fotografo: A. Sorgato – Venezia. 

 

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Arc. 14: Emanuele Marliani noto anche col nome spagnolo di Manuel o con quello francese di Emmanuel (Cadice, 13 luglio 1795 – Firenze, 5 gennaio 1873). Il Marliani nacque a Cadice il 13 luglio 1795, figlio di Giuseppe Marliani (commerciante di origini veronesi) e di sua moglie, Françoise de Paule Cassens y Dufrenc, una donna spagnola di origine belga. Suo padre era fratello del senatore e giudice milanese Rocco Marliani, mentre suo nonno era stato esattore delle tasse e socio nelle imprese proto-industriali dei conti Greppi nella seconda metà del Settecento, motivo che portò ad una sua notevole fortuna. Dopo la morte del padre, la madre di Manuel si risposò nel 1798 con un francese, Louis Derville, e si stabilì con lui a vivere a Marsiglia. Poco si sa della sua infanzia e della sua adolescenza, ma di certo dal 1811 al 1821 visse a Milano nella casa dello zio Rocco, il quale nel 1814 riuscì a farlo assumere a 19 anni nelle poste di Milano, rimanendovi sino al 1821. Nel contempo divenne segretario del diplomatico spagnolo Eusebio Bardají Azara, ambasciatore spagnolo a Torino (e futuro ministro degli esteri spagnolo dal 1822 al 1836). Nel 1821, la nuova costituzione spagnola impose anche al Marliani di dimettersi dal suo incarico pena la perdita della cittadinanza di nascita, cosa che per l’appunto Manuel fece. Con lo scoppio dei moti rivoluzionari, nel 1820-1821 Manuel prese parte agli scontri tra rivoluzionari e governo austriaco, motivo per il quale venne processato nel 1822 in contumacia per alto tradimento. Malgrado ciò, l’inchiesta che ne scaturì non trovò prove di una sua partecipazione attiva agli scontri, quanto piuttosto l’accusa si spostò sull’aver svolto un ruolo di collegamento tra i rivoluzionari piemontesi e quelli lombardi. Scelta la via dell’esilio, dal 1822 al 1823 si portò in Spagna, passando poi a Gibilterra, a Londra ed infine in Francia nel 1835 quando decise di prendere residenza stabile a Marsiglia dove decise di aprire un’attività industriale sfruttando l’acquisto di diversi mulini a vapore presenti in zona. Il 14 ottobre 1830 sposò a Parigi la nobildonna Charlotte de Folleville, già vedova del barone Alexandre Laporte e figlia del deputato monarchico Louis de Folleville e di sua moglie, Charlotte Aupoix de Mervilly. Si dedicò nel contempo alla scrittura e al suo interesse per la storia e per la politica. Nel 1833, a Parigi, diede alle stampe La Spagna e le sue rivoluzioni, opera nella quale espresse la sua visione circa le rivoluzioni nell’Europa del primo Ottocento. Manuel Marliani tornò in Spagna nel 1835 dove il governo lo nominò console generale a Parigi dall’8 settembre 1836. Il motivo di tale nomina, eseguita improvvisamente e senza che il Marliani avesse un background di formazione diplomatica, deve in realtà la propria natura al successo di una missione segreta affidatagli in precedenza dal governo spagnolo da svolgersi in Francia. Nel 1837, venne inviato in missione speciale a Londra col compito di negoziare una serie di affari di natura delicata a livello finanziario per la corona spagnola. Come ricompensa per questo successo, nel 1837 ottenne la croce di cavaliere dell’ordine di Carlo III, la massima onorificenza spagnola. Ad ogni modo, il 25 settembre 1838, il governo francese (probabilmente su istigazione di Antal Rudolf Apponyi, ambasciatore austriaco a Parigi e legato al principe di Metternich) decise di non rinnovare al Marliani l’accreditamento e di conseguenza egli venne costretto ad abbandonare l’incarico diplomatico affidatogli. Il Marliani scelse comunque di rimanere a Parigi dove tenne uno splendido salotto paragonabile a quello dello zio, dove ospitò regolarmente i principali artisti, letterati e musicisti della sua epoca, tra cui anche più volte il cugino Marco Aurelio Marliani, celebre compositore. Sua moglie Charlotte era molto amica dello scrittore George Sand e del pittore Eugene Delacroix, nonché del musicista Frederic Chopin che proprio la moglie del Marliani assisterà nel portargli le cure adeguate durante la sua malattia a Parigi che lo porterà poi alla morte. Nuovamente legato alla corona spagnola, il Marliani svolgerà ancora attività diplomatica dopo il 1838. Nel 1839 venne inviato a Berlino prima ed a Vienna poi per perorare la causa della legittimità della successione di Isabella II al trono spagnolo, ma purtroppo la missione si tramuterà in un fallimento per opposizione dello stesso Metternich che si rifiuterà addirittura di ricevere il Marliani avendo saputo del suo coinvolgimento nei moti rivoluzionari del 1821. Nel marzo del 1839, venne inviato a Londra per negoziare un trattato commerciale tra Spagna e Regno Unito che venne poi sottoscritto nel 1840. Continuò parallelamente il suo interesse per la storia e nel 1840, in Spagna, diede alle stampe Historia politica de la España moderna. Tale opera ebbe un’importanza fondamentale nel mondo delle rivoluzioni nella storia che venne utilizzato come fonte per i loro scritti anche da Karl Marx e da Friedrich Engels per i loro articoli sul New York Daily Tribune nel 1854. Nel novembre del 1840, poi, il governo spagnolo del generale d’Espartero lo nominò nuovamente console a Parigi, ma venne costretto nuovamente a dimettersi il 4 ottobre 1841 a seguito di un nuovo rifiuto di accreditamento da parte del governo francese. Marliani decise quindi di intraprendere la carriera politica, candidandosi alle elezioni senatoriali spagnole nel 1841 e venendo eletto nel collegio elettorale delle Isole Baleari per gli anni 1841, 1842 e 1843. Con la fine della reggenza del generale Baldomero Espartero, ad ogni modo, dovette partire nuovamente dal suolo spagnolo e si stabilì a Londra dove risiedette sino al 1843 per poi fare ritorno in patria nel 1849. Nel 1851, il Marliani prese la decisione di trasferirsi a Bologna per motivi di salute. Nel gennaio del 1855 venne nominato direttore del collegio spagnolo di San Clemente, carica che ricoprì sino all’ottobre del 1857. Come suo cugino Marco Antonio, morto in città qualche anno prima combattendo contro gli austriaci, da un lato si integrò perfettamente nella vita politica italiana nel periodo di maggior fermento all’indomani della prima e nel periodo immediatamente precedente la seconda guerra d’indipendenza italiana, militando ancora una volta a favore dei rivoluzionari. Per questo motivo, il 28 agosto 1859 venne eletto deputato all’Assemblea Costituente dell’Emilia Romagna, nella quale appoggiò la proposta di annessione del territorio al regno di Sardegna. Venne quindi eletto per ben due volte alla carica di deputato al parlamento italiano nel collegio di Budrio (VII e VIII legislatura). Il 30 novembre 1862, venne infine nominato senatore del Regno d’Italia da re Vittorio Emanuele II. Avendo mantenuto buoni rapporti col governo britannico, venne sfruttato dal neonato stato italiano per perorare la causa del riconoscimento dell’unità italiana, venendo inviato per ben due volte a Londra nel 1860 in missioni ancora una volta segrete. Una terza volta giunse nella capitale inglese nel 1862 col fine di negoziare un trattato commerciale tra Regno Unito e Italia. Sposò nel contempo in seconde nozze Giulia Mathieu (di origine romano-savoiarda), di quarantadue anni più giovane di lui. Nel campo della politica italiana, il Marliani si batté fortemente per l’abolizione della pena di morte, appoggiando in pieno le tesi che già furono del Beccaria secondo le quali “errare è umano; una pena irreparabile rappresenta un giudizio infallibile, e l’uomo non lo è”. Nel settembre del 1868, con lo scoppio della rivoluzione in Spagna che portò alla caduta di Isabella II, appoggiò il nuovo governo che si costituì a partire dal 1869 e che promosse la sovranità nazionale (ovviamente nelle mani delle Cortes), il suffragio universale, la libertà di stampa, di riunione e di associazione, la libertà di professione religiosa e di istruzione (pur mantenendo la religione cattolica come religione di stato) e sostenne fortemente la candidatura di Amedeo di Savoia-Aosta al ruolo di nuovo sovrano, dalle mani del quale il Marliani ricevette successivamente la gran croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica. Manuel Marliani morì a Firenze il 5 gennaio 1873. Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Torino.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
 
Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria   Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)

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Arc. 1045: Daniele Manin (Venezia, 13 maggio 1804 – Parigi, 22 settembre 1857). Nacque Daniele Fonseca, terzogenito di Pietro Antonio Fonseca (1762-1829) (alcuni storici ritengono che il cognome della famiglia fosse Medina) e Anna Maria Bellotto. La famiglia del padre aveva origini ebraiche: il padre si convertì al cattolicesimo, assumendo il cognome del padrino di battesimo, un fratello del noto Ludovico Manin, ultimo doge della repubblica di Venezia. L’ex podestà di Venezia Pietro Orsi e alcuni storici affermano che a convertirsi fu il nonno e non il padre di Manin, e che il nome ebraico della famiglia fosse Medina e non Fonseca. Il suo primo insegnante fu il padre Pietro, un avvocato di idee repubblicane e democratiche. Il giovane Manin formò la sua cultura nella biblioteca paterna in campo Sant’Agostino, dove abitavano, leggendo in lingua originale i classici della letteratura e della filosofia del tempo sia italiani che europei, come John Locke, gli illuministi, con prevalenza del sensismo, Étienne Bonnot de Condillac, Jean-Jacques Rousseau, Claude-Adrien Helvétius, Giovan Pietro Vieusseux e l’Antologia o le Istituzioni di logica, metafisica ed etica del sensista italiano Francesco Soave. Manin era poliglotta e conosceva, oltre all’italiano, il francese, il tedesco e l’inglese, l’ebraico, il greco e il latino. Giovanissimo talento, pubblicò le sue prime opere già da adolescente, incluso un trattato giuridico sui testamenti (1819) e soprattutto un commentario dei frammenti greci del Libro di Enoch, nel quale Manin mostrò la sua abilità di analizzare le antiche fonti greche, latine ed ebraiche (1820). Si iscrisse a soli quattordici anni all’Università di Padova e ottenne la laurea in giurisprudenza nel luglio del 1821 a diciassette anni; successivamente si dedicò all’attività forense nella città natia. Nel 1824 sposò Teresa Perissinotti (1795-1849), appartenente ad una famiglia aristocratica veneziana con ampie proprietà terriere a Venezia, Mestre e “Terraferma”, e nel trevigiano. Sempre nel 1824 compì la traduzione delle Pandette di Giustiniano e nel 1847 scrisse un ampio trattato sulla Giurisprudenza veneta, che fu tradotto anche in lingua francese. Imprigionato nelle carceri austriache per la sua attività patriottica, fu liberato a furor di popolo il 17 marzo 1848 assieme all’altro patriota Niccolò Tommaseo. Alla successiva proclamazione della Repubblica di San Marco ne fu eletto Presidente e, durante l’assedio della città nel 1848-49, diede prova d’intelligenza, coraggio e fermezza. Contribuì a fondare la Società nazionale italiana. Costretto all’esilio dal ritorno degli austriaci, visse poi a Parigi dando lezioni di lingua italiana e conservando l’amore per la patria italiana. Gli anni di esilio furono però funestati prima dalla morte della moglie Teresa (uccisa dal colera a Marsiglia, appena giunti in Francia) e poi della figlia Emilia, malata di epilessia. Manin morì il 22 settembre 1857 a Parigi. Le ceneri di Daniele Manin tornarono a Venezia il 22 marzo 1868, circa due anni dopo la liberazione della città al termine della Terza guerra di indipendenza e vennero salutate con una festa funebre in piazza San Marco, preceduta da una processione funebre, lungo la Riva degli Schiavoni. Fu sepolto all’esterno della basilica di San Marco sul lato sinistro, perché secondo il diritto napoleonico era ormai proibita la sepoltura in chiesa. Fotografia CDV. Fotografo: Verry – Paris.

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Arc. 2569: Rosolino Pilo (Palermo, 15 luglio 1820 – San Martino delle Scale, 21 maggio 1860). Fu il promotore con Giuseppe La Masa della rivolta palermitana che provocò la Rivoluzione indipendentista siciliana del 1848 contro il regime borbonico. Quando i liberali si impadronirono della città, tenne il comando delle batterie e delle artiglierie palermitane, sino al momento in cui la città fu costretta a capitolare. Il 14 gennaio 1848 venne costituito il Comitato Generale della Rivoluzione, che venne diviso in quattro sotto comitati. Rosolino venne chiamato a far parte del secondo sotto comitato della guerra, presieduto dal Principe di Pantelleria. Il generale Giacomo Longo, direttore generale delle artiglierie al Ministero di Guerra e Marina, conferì a Pilo la nomina a Comandante delle artiglierie di Palermo il 28 marzo 1848. Pilo partecipò attivamente ai combattimenti: il 16 gennaio combatté presso il Monte Pietà e, poi, fuori Porta Maqueda. Il 4 febbraio le truppe rivoluzionarie conquistarono il forte di Castellammare; 24 giorni dopo continue lotte, l’esercito borbonico lasciò Palermo e alla sua liberazione seguì la gran parte dell’isola e si cominciò a discutere sul tipo di governo da mettere a capo. I nobili chiedevano un regno indipendente con la Costituzione del 1812, Pilo, invece, con Giacinto Carini votò una commissione che aveva il compito di esaminare il problema costituzionale e di proporre la forma di governo più adatta. In questo periodo, Pilo fu uno degli ispiratori del giornale “La Democrazia” e manifestò le sue idee repubblicane. Con la repressione e il fallimento dei moti nel maggio 1849, Rosolino Pilo partì esule verso Marsiglia, e poi per Genova. Qui, frequentò Giuseppe Mazzini, grazie all’amicizia con la Famiglia Orlando, riallacciò i contatti con gli altri esuli siciliani e conobbe e si innamorò di Rosetta Borlasca. Durante i moti falliti del 1853 a Milano, Rosolino Pilo era a Torino per coprire la fuga dei cospiratori che cercavano di espatriare. Qui conobbe Giuseppe Piolti, agente mazziniano del quale non condivideva i propositi di agitazione di piazza. Pilo era più propenso alla guerriglia e, nell’estate 1856, iniziò i contatti con Carlo Pisacane per aprire un fronte rivoltoso in Sicilia. Ai primi di dicembre dello stesso anno Rosolino Pilo salpò da Genova su un piroscafo inglese diretto a Malta con l’intento di unirsi alla rivolta capeggiata dal barone Francesco Bentivegna. Ma, arrivato a Malta, seppe del fallimento del tentativo e non poté far altro che ritornare a Genova. A Genova incontrò Carlo Pisacane aderendo con entusiasmo al suo progetto di guerriglia che sarebbe partito da Sapri per sollevare la Campania e giungere a Napoli. Un primo tentativo si ebbe il 6 giugno 1857, si imbarcò su un battello diretto verso l’isola di Montecristo con diversi guerriglieri e col carico delle armi utili alla spedizione, precedendo la partenza di Carlo Pisacane. L’intesa con Pisacane prevedeva il loro ricongiungimento sull’isola. Durante la traversata, però fu travolto da una tempesta che lo costrinse, per alleggerire lo scafo, a gettare fuoribordo l’armamento. Pilo dovette far ritorno a Genova per avvisare gli altri cospiratori e non compromettere l’intera missione. Il tentativo definitivo iniziò con la partenza di Pisacane e i suoi, il 25 giugno. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi e partì il giorno dopo a bordo di alcuni pescherecci, con l’accordo di unirsi a Pisacane successivamente. Ma, anche questa volta, per sfortuna o per inesperienza come navigatore, Pilo finì per sbagliare rotta e, non potendo più raggiungere Pisacane, tornò a Genova lasciandolo senza i rinforzi e le armi che erano a lui necessarie. A Genova, Pilo e Mazzini, non poterono altro che attendere fiduciosi notizie dal Sud Italia. Il governo piemontese, nel frattempo, attuò misure repressive nei confronti dei cospiratori e Mazzini dovette far ritorno a Londra, mentre Pilo riuscì a rifugiarsi a Malta. Alla notizia di insurrezioni popolari a Palermo e le prime voci di una spedizione di Giuseppe Garibaldi alla guida dei Mille, il 28 marzo 1860, Rosolino, insieme a Giovanni Corrao, si affrettò a tornare nella sua Sicilia dove sbarcò il 10 aprile a Messina incontrandosi qui con esponenti della borghesia locale ostile ai Borboni. Quindi iniziò una marcia verso Palermo, e giunto a Carini il 18 aprile arringò i patrioti locali, e quindi dopo la loro sconfitta in quello che passò alla storia come lo scontro di Carini. Quindi si ritirò il 20 aprile a Piana dei Greci, ed ivi organizzarono un gruppo di volontari di un migliaio di uomini. Dopo la battaglia di Calatafimi, ricevette una lettera di Garibaldi che lo invitava a svolgere azioni diversive contro le truppe borboniche. Così fece e con Giovanni Corrao impegnò le truppe borboniche a San Martino delle Scale, contemporaneamente alla colonna garibaldina che marciava su Palermo, avanzò dal lato opposto verso la città, ma, in uno scontro a fuoco, fu colpito da una pallottola alla nuca, cadde sei giorni prima della conclusione dell’Insurrezione di Palermo del maggio 1860, presso il Monte delle Neviere di San Martino delle Scale. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Bernieri – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia d’oro al valor militare
  «Morto sul campo combattendo con valore a San Martino di Monreale il 21 maggio 1860.»

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Arc. 2415: Carlo Pisacane, duca di San Giovanni (Napoli, 22 agosto 1818 – Sanza, 2 luglio 1857). Di nobile famiglia, avuta notizia dei moti di Milano partecipò alla prima guerra d’Indipendenza (1848). Nel marzo 1849 P. raggiunse Roma, dove era stata proclamata la Repubblica; nominato capo di Stato maggiore, durante la difesa della città ebbe dei contrasti con G. Garibaldi su questioni organizzative. Prese le distanze anche dalle idee di G. Mazzini, criticato in quanto fautore di un semplice mutamento nella forma del governo: non prospettando alcun miglioramento nelle condizioni di vita dei ceti popolari, tale cambiamento era ritenuto insufficiente a suscitare l’interesse delle masse alla rivoluzione nazionale. Pisacane affermò il primato della questione sociale su quella politica: scopi ultimi della rivoluzione dovevano essere l’abolizione della proprietà privata, dei mezzi di produzione e del principio di autorità; solo il socialismo, cioè una completa riforma dell’ordine sociale, avrebbe spinto il popolo alla battaglia. Pur rimanendo critico nei confronti delle idee di Mazzini, nel 1855 organizzò insieme a lui un’azione rivoluzionaria nel Mezzogiorno che, collegata all’attività cospirativa del comitato napoletano di G. Fanelli, scongiurasse la soluzione moderata e monarchica della questione italiana perseguita dal Piemonte. Un primo tentativo di raggiungere le coste del napoletano fallì (9 giugno 1857); il 25 giugno con una ventina di uomini fece rotta su Ponza. Liberati i prigionieri reclusi nel castello, con circa trecento di essi sbarcò a Sapri il 28 giugno. Non avendo trovato traccia della sperata insurrezione, cui avrebbe dovuto lavorare il comitato napoletano, Pisacane e i suoi cercarono invano di far sollevare le popolazioni di Torraca e Casalnuovo (30 giugno); circondati e decimati dai soldati borbonici nei pressi di Padula, si aprirono un varco verso Buonabitacolo, quindi verso Sanza, ove furono attaccati dai contadini. Ferito in combattimento, si uccise. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 1083: Orso Teobaldo Felice Orsini (Meldola, 10 dicembre 1819 – Parigi, 13 marzo 1858). Figlio di un ex ufficiale napoleonico, fece i suoi primi studi a Imola. Nel 1836, ritenuto colpevole dell’uccisione di un domestico dello zio, fu dapprima condannato a sei mesi di carcere e poi rimesso in libertà. Laureatosi in giurisprudenza a Bologna nel 1843, in quegli anni fu tra i protagonisti della cospirazione repubblicana cittadina e promotore delle attività delle sette segrete. Arrestato nel 1844 per aver redatto un piano rivoluzionario, fu condannato alla galera a vita ma fu liberato nel luglio 1846 grazie all’amnistia concessa da Pio IX. Recatosi in Toscana, partecipò alle agitazioni dei gruppi più radicali e pubblicò uno scritto anonimo, Alla gioventù italiana (1847), nel quale esortava all’azione e alla battaglia per la libertà le nuove generazioni. Nella guerra del 1848 partecipò volontario alla difesa di Venezia e fu eletto poi deputato alla Costituente romana. Inviato commissario a Terracina e Ancona, vi ristabilì l’ordine dopo il verificarsi di alcuni episodi di rivolta. Successivamente fu ad Ascoli Piceno dove represse il brigantaggio. Caduta la Repubblica romana, Orsini si recò a Nizza dove entrò in amicizia con l’intellettuale russo Aleksandr Herzen e si dedicò alla scrittura delle Memorie e documenti intorno al governo della Repubblica romana (1850). Nella prima metà degli anni Cinquanta, in accordo con Mazzini, con il quale aveva stretto forti legami politici, organizzò la fallita insurrezione del febbraio 1853 a Milano e i moti rivoluzionari di Sarzana (1853) e della Valtellina (1854), anch’essi risoltisi in un insuccesso. Incaricato da Mazzini di organizzare una nuova insurrezione a Milano, fu arrestato nel dicembre 1854 a Hermannstadt, in Ungheria. Prigioniero nel castello di Mantova, Orsini riuscì a entrare in contatto con alcuni amici di Zurigo che lo aiutarono in una fuga rocambolesca da una delle più inaccessibili e sicure prigioni austriache. Dopo una breve sosta a Genova e a Zurigo si stabilì in Inghilterra dove pubblicò una prima versione delle sue memorie, Memoirs and adventures(1857), che l’anno successivo furono tradotte in italiano con sostanziali modifiche e integrazioni (Memorie politiche). Distaccatosi progressivamente da Mazzini, del quale criticava ormai, per inadeguatezza, sia i metodi sia i programmi, Orsini, rimasto convinto repubblicano, individuava in Napoleone III, garante dell’assetto dispotico europeo, il responsabile delle condizioni italiane. L’attentato contro l’imperatore, organizzato con l’aiuto di Carlo Di Rudio, Antonio Gomez e Giovanni Andrea Pieri, ebbe luogo il 14 gennaio 1858 mentre il sovrano si recava all’Opéra di Parigi. Le bombe provocarono una strage (numerosi morti e moltissimi feriti), ma lasciarono illeso Napoleone III. Arrestato, dal carcere Orsini scrisse due lettere all’imperatore nelle quali, pentito, condannava il ricorso al terrorismo e lo esortava a impegnarsi per l’indipendenza dell’Italia, al fine di garantire la pace e la sicurezza in tutta Europa. Condannato a morte, Orsini fu ghigliottinato il 13 marzo a Parigi insieme a Pieri.

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Arc. 2938: Federico Campanella (Genova, 10 luglio 1804 – Firenze, 9 dicembre 1884). Federico Campanella nacque a Genova il 10 luglio 1804 da Sebastiano e da Benedetta Tassara. Si iscrisse all’Università di Genova l’11 febbraio 1822 dove per il suo acceso anticlericalismo ebbe sanzioni disciplinari e varie sospensioni. Comunque conseguì la laurea in Legge nell’estate del 1829. Amico di Giuseppe Mazzini, fu tra i fondatori, assieme ai fratelli Ruffini, del primo comitato genovese della Giovine Italia, e partecipò alla spedizione mazziniana in Savoia nel 1834. Fallito il tentativo insurrezionale, andò esule in Svizzera e poi riparò a Marsiglia presso Luigi Amedeo Melegari. Rientrato in Italia partecipò al moto milanese delle cinque giornate. Giunta la notizia dell’insurrezione di Milano, volontari genovesi formarono la Compagnia “Mazzini”; Campanella vi entrò e con essa partì per Milano dove giunse il 23 marzo 1848 dopo aver partecipato all’occupazione di Pavia. L’anno successivo fu tra i protagonisti dell’insurrezione di Genova come membro del governo provvisorio e capo di stato maggiore della Guardia Nazionale con il grado di colonnello. Repressa nel sangue dal generale La Marmora riuscì a scappare con una nave da guerra americana con Goffredo Mameli e Nino Bixio alla volta di Roma, dove come soldato semplice fu con Garibaldi alla difesa della Repubblica Romana. Al ritorno del Papa a Roma scappò ad Atene e poi a Parigi. Nel 1851 fu tra coloro che si opposero al colpo di Stato di Luigi Napoleone Bonaparte, ma alla salita al trono di quest’ultimo si rifugiò a Londra. Qui si rimise in contatto con Mazzini e si adoperò per organizzare il Partito d’Azione. Tornato in Italia al tempo della seconda guerra d’indipendenza, seguì Garibaldi nella spedizione dei Mille. Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, il 22 giugno 1862 fu eletto deputato al Parlamento dal Collegio di Corleto Perticara in Basilicata, ma la sua accesa fede repubblicana lo spinse a rassegnare le dimissioni da deputato nel 1863 perché la Camera aveva approvato la repressione in Sicilia. Continuò ad occuparsi di politica e fu tra i più instancabili organizzatori del partito repubblicano e del movimento massonico italiano. Nel 1868, dimessosi Garibaldi, il Grande Oriente di Palermo offrì la carica di Gran maestro a Mazzini, che rifiutò ma indicò Campanella, il quale venne eletto il 19 luglio per un triennio. In contrasto con il Grande Oriente d’Italia, filomonarchico, allora con sede a Firenze, propose di indire una costituente per riformare la Massoneria italiana, costituente che ebbe finalmente luogo nell’aprile del 1872 a Roma e che vide la riunificazione dei vari centri massonici della penisola. Campanella fu eletto Gran maestro onorario e lasciò la direzione della massoneria palermitana al nuovo Gran maestro del Grande Oriente d’Italia Giuseppe Mazzoni. Insignito del 33º grado, fu sovrano gran commendatore del Supremo Consiglio del Rito scozzese antico ed accettato di Palermo. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: F. Ponzetti – Genova. 

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Arc. 2062: Carlo Poerio (Napoli, 13 ottobre 1803 – Firenze, 27 aprile 1867). Fratello di Alessandro Poerio e anch’egli esule, col padre Giuseppe, dopo i moti costituzionali del 1820, in Toscana, in Francia, nel Regno Unito. Tornato a Napoli nel 1833, si dedicò all’avvocatura, acquistando grande fama. Liberale moderato e quindi avverso ai moti mazziniani, fu tuttavia arrestato nel 1837, 1844 e 1847, ma sempre per breve tempo. Ai primi del 1848 ebbe parte notevole nelle agitazioni che portarono alla concessione della Costituzione e fu membro del governo costituzionale di Napoli, come ministro dell’istruzione. Si dimise dopo i fatti del 15 maggio, quando le tensioni fra il sovrano e il parlamento diedero origine a una controrivoluzione popolare, che egli deprecò, conservando tuttavia fiducia nella possibilità di un regime liberale con Ferdinando II di Borbone. Restaurato nel 1849 il governo assoluto, fu condannato a 24 anni di carcere duro, ma ne scontò soltanto 10 presso la torre sita in Montesarchio, perché nel 1859 la pena gli venne commutata nella deportazione. La nave che lo trasportava in America con altri 67 prigionieri (tra cui Luigi Settembrini, Sigismondo Castromediano) fu dirottata in Irlanda (dal figlio di Settembrini), da dove poi riparò in Piemonte. Qui, circondato da grande autorità morale, prese parte attiva alla vita politica del nascente Regno d’Italia, sedendo anche alla Camera dei deputati nelle legislature dalla VII alla X. Re Vittorio Emanuele II lo nominò proprio luogotenente generale dell’Italia meridionale. Poerio rifiutò il ministero offertogli da Cavour e si ritirò, deluso dalla scena politica, concludendo la sua vita in povertà. Morì a Firenze, nell’abitazione di Ferdinando Lopez Fonseca, patriota lucano e combattente durante la prima guerra di indipendenza. Poerio è sepolto in una cappella del cimitero di Pomigliano d’Arco, riconosciuta dal 1930 dal re Vittorio Emanuele III monumento nazionale. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 2933: Antonio Genesio Maria Panizzi (Brescello, 16 settembre 1797 – Londra, 8 aprile 1879). Dopo aver frequentato le scuole secondarie a Reggio Emilia, nel 1814 Antonio Panizzi si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma conseguendo la laurea nel 1818. Nel 1815, nel periodo in cui Panizzi attendeva agli studi universitari, il Congresso di Vienna ripristinò il Ducato di Modena e Reggio sotto la dinastia Asburgo – Este nella persona del dispotico Francesco IV d’Este, mentre Parma venne affidata a Maria Luigia d’Austria, futura vedova di Napoleone. Dopo la laurea Panizzi aprì uno studio legale a Brescello dedicandosi nel contempo all’attività politica. Nel 1820 Francesco IV emise un decreto contro i carbonari. Sospettato di appartenere alla Carboneria, nel 1822 Antonio Panizzi lasciò clandestinamente il ducato estense per stabilirsi dapprima a Lugano e, l’anno successivo, a Londra. Qui entrò in contatto con Foscolo e, su consiglio del poeta, si trasferì a Liverpool dove divenne insegnante di italiano. Dal 1828 al 1837 fu professore di italiano all’University College di Londra. Durante questo periodo, nel 1831, iniziarono i suoi contatti con la biblioteca del British Museumdi cui nel 1856 divenne direttore generale (principal librarian). In pensione nel 1866, nel 1869 ottenne il titolo onorifico di Sir dalla regina Vittoria. Dopo l’adesione alle vendite carbonare e immediatamente dopo la fuga dal Ducato di Modena, nel 1823 Antonio Panizzi pubblicò clandestinamente a Lugano un violento atto d’accusa contro il regime estense, Dei processi e delle sentenze contra gli imputati di lesa maestà e di aderenza alle Sette proscritte negli Stati di Modena con la falsa indicazione di Madrid: per Roberto Torres, 1823. L’opera, che procurò a Panizzi una condanna a morte, fu in seguito ripudiata dall’autore ed è stata ripubblicata a cura di Giosuè Carducci col titolo Le prime vittime di Francesco 4. duca di Modena. In Inghilterra Panizzi, amico personale dei primi ministri inglesi Lord Palmerston e Lord Gladstone, divenne il rappresentante del Risorgimento italiano svolgendo un’opera importantissima nell’attirare alla causa italiana le simpatie dell’opinione pubblica e della classe dirigente inglese. Nel 1851 adottò Raffaele Settembrini, il figlio adolescente di Luigi Settembrini condannato all’ergastolo. Continuò nello stesso tempo l’attività cospirativa. Nel 1855, per esempio, acquistò una nave, The Isle of Thanet (L’Isola di Thanet), per liberare Luigi Settembrini, Carlo Poerio e gli altri prigionieri politici del Regno delle Due Sicilie relegati nell’ergastolo di Santo Stefano. L’audace impresa, che doveva essere guidata da Garibaldi, fallì per l’affondamento della nave. Sebbene avesse ottenuto la cittadinanza inglese dal 1832, per la sua opera a favore dell’Italia il 12 marzo 1868 fu nominato Senatore del Regno d’Italia. La fama di Antonio Panizzi è legata soprattutto all’attività svolta in qualità di direttore della biblioteca del British Museum. La British Museum Library era la biblioteca nazionale del Regno Unito. Durante la gestione di Panizzi divenne la più grande biblioteca nel mondo. Venne costruita la famosa Reading Room, la sala di lettura a base circolare, raddoppiò il numero di volumi posseduti dalla biblioteca, da 235 000 a 540 000, fece istituire il sistema di proprietà letteraria riservata per cui, per legge, gli editori britannici debbono consegnare alla biblioteca una copia di ogni libro stampato in Inghilterra, intraprese la creazione di un nuovo catalogo, basato sulle novantuno regole di Catalogazione da lui formulate nel 1841 e che sono alla base dell’ISBD del XXI secolo e dello standard di descrizione delle risorse in formato elettronico Dublin Core. Entrò inoltre nel dibattito culturale dell’epoca. Fu molto amico, ad esempio, di Prosper Mérimée, e di Francesco De Sanctis. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

Onorificenze straniere

Cavaliere Commendatore dell'Ordine del Bagno (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere Commendatore dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
   
Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   

Arc. 1927: Benedetto Musolino (Pizzo, 8 febbraio 1809 – Pizzo, 15 novembre 1885). Figlio di Domenico Musolino e Francesca Starace, crebbe e fu educato in una famiglia di idee liberali, nella quale il padre e lo zio erano stati costretti all’esilio per aver partecipato alla Repubblica Partenopea. Terminato il liceo, si trasferì a Napoli dove proseguì gli studi in diritto, manifestando anche inclinazione per la filosofia. Nella città partenopea ebbe modo di allacciare rapporti con Luigi Settembrini e con una schiera di intellettuali liberali, e per le sue idee subì un breve periodo di carcerazione. Trascinato dal carattere appassionato e romantico, partì quindi alla volta della Palestina e visitò anche le isole orientali del mar Mediterraneo, prima di fissare la propria dimora a Costantinopoli, ammesso alla corte del Visir di cui fu consigliere. Nel 1832, al ritorno nel Regno delle Due Sicilie, spinto dall’educazione liberale e dagli slanci passionali si dedicò all’organizzazione di un gruppo clandestino antiborbonico chiamato “I Figliuoli della Giovine Italia”; nonostante il nome che richiama Giuseppe Mazzini e il comune intento progressista e antitotalitario, le due figure si differenziarono nello spirito (la religiosità di Mazzini contrapposta all’ateismo di Musolino) e nell’organizzazione: “I Figliuoli della Giovine Italia” si configuravano infatti come una società clandestina con simboli e rituali tipici delle sette segrete. Nel 1839, tradito da informatori borbonici, Musolino fu catturato assieme a un gruppo di patrioti: il fratello Pasquale, Settembrini, Raffaele Anastasio e Saverio Bianchi. Dopo avere scontato più di tre anni di detenzione e poi confinato a Pizzo, assieme al nipote Giovanni Nicotera, a Felice Sacchi ed Eugenio De Riso esercitò clandestinamente nel paese un’attività segreta alla Polizia per porre le basi dei moti rivoluzionari, e nell’aprile del 1848 – anno in cui sulla scorta dei moti di Palermo Ferdinando II si vide costretto a promulgare la Costituzione – venne eletto deputato al Parlamento napoletano nella circoscrizione di Monteleone. Quando la Camera venne sciolta d’autorità, Musolino e altri parlamentari calabresi, al seguito di Giuseppe Ricciardi – e dopo che Cosenza era diventata sede del governo provvisorio –, organizzarono una resistenza armata collegata con i moti del Cilento e della Sicilia. Le forze regie ebbero però il sopravvento e soffocarono l’insurrezione nel sangue: devastarono il paese di Pizzo, fucilarono un fratello di Musolino e dettero fuoco al palazzo di famiglia; il padre venne assassinato e poco tempo dopo la madre, l’altro fratello e la cognata morirono di crepacuore. Insieme al nipote Giovanni, Musolino riparò prima a Corfù e poi a Roma. Qui partecipò ai moti della Repubblica Romana ma dopo la sua caduta fu costretto a fuggire, questa volta in Francia, inseguito dalla condanna a morte che gli era stata inflitta in contumacia dai tribunali borbonici. Nel Paese transalpino visse anni di stenti, non rinunziando da un lato alla militanza nelle file della democrazia radicale e dall’altro al ripensamento delle esperienze rivoluzionarie. Venne a maturazione la divergenza con le strategie mazziniane, che Musolino valutò inadeguate alle circostanze, giudizio confermato dal fallimento della Spedizione di Sapri naufragata nel 1857. Elaborò una forma di Stato basato sulla lotta alle disuguaglianze, su un’equa redistribuzione del reddito e sul superamento di regimi di prepotenze e privilegi. In seguito partecipò attivamente alla Spedizione dei Mille, unendosi in Sicilia all’esercito di Giuseppe Garibaldi. Con un drappello di soldati scelti tentò la conquista del forte di Reggio Calabria, ma il fallimento dell’operazione lo indusse a riparare sull’altopiano silano; continuò attivamente e con successo a farsi promotore dell’attività insurrezionale in Calabria, dando il proprio nome a una compagnia di volontari da lui organizzata. Il coronamento del suo attivismo fu la sua nomina, nel 1861, a membro del primo Parlamento italiano, carica che ricoprì per quasi vent’anni (successivamente passò al Senato) collocandosi fra le schiere della sinistra storica che faceva capo ad Agostino Depretis e a Francesco Crispi, e non facendo mancare il suo apporto costruttivo in favore delle fasce più povere della popolazione italiana, anche se il settore in cui maggiormente si impegnò fu quello della politica estera. Pizzo lo accolse nel 1883, quando stanco e ammalato cercò rifugio nel paese natale dove morì dopo due anni. Fotografia CDV. Fotografo: Muller. 1865 ca.

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine militare di Savoia
   
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d'Indipendenza (3 barrette) - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre       d’Indipendenza (3 barrette)
   
Medaglia a ricordo dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia a ricordo dell’Unità d’Italia

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Arc. 2571: Gustavo Modena (Venezia, 13 gennaio 1803 – Torino, 20 febbraio 1861). Conosciuto per la sua recitazione assolutamente naturale, era figlio d’arte. Nacque infatti da Giacomo Modena, di Mori, di professione sarto, e da Maria Luisa Lancetti, attrice. Iniziò a recitare sotto la guida del padre. Laureatosi in giurisprudenza a Bologna nel 1821, preferì rinunciare alla carriera forense privilegiando l’attività di attore teatrale. Maestro di Tommaso Salvini ed Ernesto Rossi, debuttò in teatro nel 1824 recitando il ruolo di David nella tragedia Saul di Vittorio Alfieri. Rimase fortemente scosso dai tumulti del 1821 e in uno scontro con la polizia rimase gravemente ferito. Radicato nella sua fede patriottica, partecipò ai moti risorgimentali del 1831 e aderì alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. In conseguenza del suo impegno politico al pari di Mazzini fu costretto, con la moglie ginevrina Giulia Calame, a riparare in esilio, dapprima in Svizzera e Belgio (Bruges), quindi in Inghilterra dove si trovò a svolgere i più svariati mestieri. A Londra ebbe modo comunque di suscitare ammirazione per l’abilità declamatoria dei versi della Divina CommediaNel 1839, fatto ritorno nel Regno Lombardo-Veneto, costituì una propria compagnia con cui iniziò una tournée di sette anni in diversi stati della futura Italia ai quali gli era consentito di accedere. Terminata la tournée si dedicò prettamente alla politica limitando l’attività teatrale. Dopo le sconfitte del 18481849, si ritirò in Piemonte. Visse anche in LiguriaGustavo Modena fece parte della Massoneria, ed in suo onore fu intitolata un’importante loggia della capitale, nell’obbedienza di Piazza del Gesù. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

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Arc. 2571: Carlo Zucchi (Reggio nell’Emilia, 10 marzo 1777 – Reggio nell’Emilia, 19 dicembre 1863). Soldato di Napoleone (che per i suoi meriti gli conferì il titolo di barone dell’Impero) dal 1796, veterano della invasione degli Stati Pontifici, di Corfù, di Novi Ligure (terribile battaglia che, a suo dire, «costò ventisette mila vite») e la traversata del San Bernardo, del Tirolo, di Dalmazia, del Sacile e del Piave, del Tarvisio, di Raab, di Presburgo, di nuovo del Tirolo, di Wiener Neustadt, di Lützen e Bautzen e Lipsia. Capitano aiutante maggiore nel 1800, capo battaglione nel 1805, tenente colonnello nel 1807, legion d’onore e poi generale di brigata nel 1809, governatore militare a Verona, Cremona, Padova, Ispettore Generale di tutta la fanteria del Regno nel 1811 e 1812, governatore della fortezza di Mantova e comandante l’ala destra dell’esercito del Beauharnais alla battaglia del Mincio, la grande battaglia con la quale l’esercito italiano negò agli Imperiali del feldmaresciallo Bellegarde la Lombardia. Il 3 febbraio 1831 il duca di Modena, Francesco IV, fece arrestare il patriota Ciro Menotti; a Modena scoppiava l’insurrezione, mentre a Reggio Emilia si organizzava un corpo di truppe al comando del generale Carlo Zucchi, che assumeva la guida del governo provvisorio il 7 marzo. Gli 800 volontari del generale Zucchi (tra i quali si distinse Manfredo Fanti) impegnarono duramente gli austriaci: memorabile fu la battaglia delle Celle combattimento di retroguardia a Rimini (25 marzo). Essi ripiegarono poi indisturbati, insieme ai circa 6.000 uomini mobilitati nei territori ribelli, sulla fortezza di Ancona, ove la rivoluzione si spense alcuni giorni più tardi. Ad Ancona, infatti, il 28 marzo Zucchi fu costretto ad imbarcarsi per la Francia, insieme ad un centinaio di altri rivoluzionari, tentando di mettersi in salvo; ma il brigantino Isotta sul quale viaggiava venne catturato dall’allora capitano di vascello della marina austriaca Francesco Bandiera, padre dei due famosi fratelli Attilio ed Emilio, e tutti i rivoluzionari furono arrestati. Il 4 giugno 1832 una commissione militare austriaca condannò Zucchi alla pena di morte, poi commutata in venti anni di carcere duro in fortezza a seguito dell’intervento della corte francese. I fatti del 1848 lo trovano ancora prigioniero nella fortezza di Palmanova, della quale assume il comando e dalla quale respinge l’assedio imperiale con circa 1.440 combattenti tra regolari e volontari.  Nell’ottobre-novembre 1848 fu l’ultimo ministro delle Armi di Pio IX da sovrano costituzionale. Trascorse gli ultimi anni di vita nella sua città natale, impegnato a scrivere le sue memorie. Massone, fu membro attivo della Loggia “Reale Augusta” di Milano, del Grande Oriente di Francia, poi passata nel 1806 al Grande Oriente d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Ufficiale della Legion d'onore - nastrino per uniforme ordinaria   Ufficiale della Legion d’onore
   
Cavaliere dell'Ordine della Corona Ferrea - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine della Corona Ferrea
   
Medaglia di Sant'Elena - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia di Sant’Elena
   

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Arc. 2116: Aleardo Aleardi, nato Gaetano Maria Aleardi (Verona, 14 novembre 1812 – Verona, 17 luglio 1878). Dopo aver studiato legge all’Università di Padova insieme con gli amici Giovanni Prati e Arnaldo Fusinato, ritornò a Verona, interessandosi di poesia e di critica d’arte. Il primo successo è raggiunto nel 1846 con le due Lettere a Maria, in versi sciolti, nel quale il poeta si rivolge a un’amica proponendole un amore platonico: è un’occasione per manifestare la sua fede nell’immortalità dell’anima ed effondere i suoi affetti sentimentali nello spirito di un romanticismo di maniera. Assiduo frequentatore del salotto della contessa Anna Serego Gozzadini Alighieri, ne corteggiò la figlia Nina, dedicandole numerose composizioni poetiche. Ai moti risorgimentali del 1848, fu inviato a Parigi da Manin a chiedervi aiuti per la ricostituita Repubblica Veneta. Fu arrestato nel 1852 e rinchiuso per qualche mese nella fortezza di Mantova: ne seguì un periodo di depressione e, nel 1855, l’idillio Raffaello e la Fornarina, dove la leziosità del componimento è tale da raggiungere il cattivo gusto. L’Aleardi diede il meglio di sé rielaborando alcuni canti e pubblicando nel 1856 sia Il Monte Circello, che comprende un componimento famoso sulla vicenda di Corradino di Svevia, a lungo presente nelle antologie scolastiche, che Le antiche città marinare e commerciali, e nel 1857 le Prime storie, con immagini ispirate a vicende bibliche. La pubblicazione dei Canti patrii fu invece rinviata a causa dell’arresto, avvenuto nel giugno del 1859, e della detenzione nel castello di Josephstadt, in Boemia, in conseguenza della guerra austro-franco-piemontese. Liberato alla fine della guerra, fu deputato del Regno di Sardegna nel 1860. Si stabilì a Brescia, pubblicando gli ultimi versi, tutti d’ispirazione politica: I sette soldati del 1861, il Canto politico del 1862 e I fuochi sull’Appennino del 1864, anno in cui si trasferisce a Firenze per tenervi all’Istituto d’Arte la cattedra di estetica. Già deputato, fu nominato senatore nel 1873: onorato e ricercato nei salotti, come poeta era ormai un sopravvissuto e morì improvvisamente a Verona nel 1878. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Onorificenze

Grand'Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
   
Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

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Arc. 2116: Tullio Dandolo (Varese, 2 settembre 1801 – Urbino, 16 aprile 1870). Dandolo nacque a Varese il 2 settembre 1801 da Mariana Grossi e dallo scienziato e patriota Vincenzo Dandolo (1758-1819). Questi, nel 1797, era esponente della Municipalità provvisoria di Venezia, ma dopo il trattato di Campoformio, con il quale si sancì la fine della Repubblica, dovette esulare in Francia. Venne in seguito nominato da Napoleone senatore del Regno italico e conte. Dal 1806 al 1809 fu anche governatore civile della Dalmazia. Il piccolo Tullio passò quindi un’infanzia assai agitata; fu cresciuto da una “cameriera disattenta” e poi sballottato per vari collegi. A 19 anni si laureò all’Università di Pavia in diritto civile e canonico. Dopo la morte del padre nel 1819, passò alcuni anni (dal 1821 al ’23) girando per l’Europa e conducendo una vita mondana. In questo periodo venne a contatto con illustri personalità culturali politiche dell’epoca. Venne sospettato dal governo austriaco di aver partecipato alle congiure degli anni precedenti, e per questo fatto rientrare in modo coatto in Italia (senza tuttavia essere perseguitato). In Italia, dopo essersi dedicato ampiamente a studi letterari e storici, sposò Giulietta, sorella di Gaetano Bargnani; uno dei futuri cospiratori mazziniani. Dalla moglie ebbe due figli, Enrico ed Emilio. Nel 1835 rimase vedovo e affidò ad un amico di famiglia i figli, pur intervenendo continuamente nella loro formazione. Nel 1844 si sposò in seconde nozze con la contessa Ermellina Maselli, da cui ebbe altri due figli, Maria (1848-1871) e Enrico II (1850-1904). I primi due, Enrico ed Emilio presero parte alle Cinque giornate e ad altre operazioni belliche e lo stesso Tullio fu nel ’48 uno dei principali autori della rivoluzione e capo della rivolta varesina di marzo (scoppiata in concomitanza con quella di Milano), ma nel ’49 a Roma, durante la difesa della repubblica di Mazzini, Enrico morì ed Emilio rimase gravemente ferito. Questo evento toccò molto Tullio che tuttavia, pur dovendosi prendere cure molto onerose del superstite, avrebbe continuato comunque i suoi studi letterari. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 2209: Ferdinando Bartolommei (Firenze, 10 marzo 1821 – Firenze, 15 giugno 1869). Nel biennio 1847-1848 fu tra i politici toscani più attivi, sperando che il granduca Leopoldo II di Lorena concedesse la libertà di stampa e di azione, cosa che invece non avvenne. Entrò in collisione con Francesco Domenico Guerrazzi e la sua “dittatura” durante il periodo di breve indipendenza che seguì la fuga del Granduca. Scongiurato un rientro appoggiato dall’esercito austriaco, Leopoldo tornò a Firenze e il Bartolommei partì in esilio volontario nel luglio del 1850. Si dedicò allora a preparare la “rivoluzione” senza spargimento di sangue, tessendo dal suo palazzo fiorentino in via Lambertesca (dove oggi lo ricorda una lapide) tutta una serie di relazioni clandestine con Camillo Cavour, Giuseppe La Farina e altri, che lo misero più volte in pericolo. Alla fine le sue iniziative vennero coronate dal successo che portò all’uscita di scena del Granduca da Firenze, il 27 aprile 1859. Lo stesso anno venne nominato sindaco di Firenze, fino al 1863. Nel frattempo la Toscana si era unita su consultazione popolare al Regno d’Italia e nel 1862 il Bartolommei era stato nominato senatore. Fotografia CDV montata su cartoncino. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

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Arc. 3147: Francesco Maria Serra ( Uta, 22 luglio 1804 – Cagliari, 27 agosto 1884). E’ ricordato ancora oggi per una fulgida carriera politica che lo vide deputato del Regno di Sardegna e senatore del Regno d’Italia. Nato in una famiglia aristocratica, il Conte Serra si laureò in giurisprudenza presso l’Università di Cagliari e sposò ancor giovane Efisia Notter, anch’essa nobile, dalla quale ebbe quattro figli: Michele, sostituto procuratore generale, Marianna, Giacomo che intraprese la carriera militare e Ignazio che divenne consigliere della Corte d’appello. Serra stesso ricoprì varie cariche: fu avvocato fiscale, Presidente della Corte d’appello di Cagliari, Primo presidente onorario della Corte di cassazione e Presidente del Consiglio divisionale del capoluogo sardo dal 1849 al 1857. Dal 1848 al 1861 fu deputato del Regno di Sardegna nelle legislature I, III, IV, V, VII e VIII nelle file della Destra; il 31 agosto 1861 fu nominato senatore del Regno d’Italia, istituzione di cui fu anche Vicepresidente dal 6 novembre 1873 al 21 febbraio 1876. Nel corso della sua vita ricevette varie onorificenze: Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia e Medaglia mauriziana al merito militare di dieci lustri. Si spense a Cagliari il 27 agosto 1884. Fotografia CDV. Fotografo: Conjugi Mazzocca – Torino. 

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Arc. 2770: Tommaso Gherardi del Testa (Terricciola, 30 agosto 1818 – Pistoia, 12 ottobre 1881). Nobile di nascita, figlio di un cavaliere e ufficiale napoleonico, compì gli studi presso l’Università di Pisa e successivamente conseguì l’avvocatura a Firenze, esercitando la professione di avvocato penalista. Quando era ancora studente, cominciò a scrivere racconti e commedie, sospinto per l’ammirazione per Walter Scott e Carlo Goldoni. Esordì nel 1844 con Una folle ambizione riscuotendo un buon successo di pubblico e di critica. Nel 1848 partecipò alla prima guerra d’indipendenza combattendo nella Battaglia di Curtatone e Montanara, dove cadde prigioniero degli Austriaci. Una volta rientrato in patria, non gradì la restaurazione dei Lorena, al punto da isolarsi spesso nel suo castello di Terricciola. Svolse l’attività di giornalista parallelamente a quella letteraria, collaborando con La Settimana illustrata, La Vedetta e La Speranza. Scrisse romanzi, poesie, ma soprattutto commedie, che gli diedero la fama. Il suo esordio risalì al 1844 con Una folle ambizione e la sua carriera si concluse con La carità pelosa del 1879. Ricevette quattro volte il premio governativo con i lavori Le due sorelle (1854), L’egoista e l’uomo di cuore (1860), Il vero blasone (1863), La vita nuova (1873). Nel 1856 ottenne la medaglia d’oro come miglior autore drammatico nello Stato Pontificio con il lavoro intitolato Il padiglione delle mortelle. Si mise in evidenza anche per alcuni lavori per la maschera di Stenterello. Si può considerare come uno dei commediografi del suo tempo più amati dal pubblico, e si caratterizzò per l’ironia con la quale riprese e riaggiornò alcuni elementi tradizionali del teatro del Settecento, legandoli a tematiche sociali a lui contemporanee. Fotografia CDV. Fotografo: A. Batelli – Firenze. 1860 ca.

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Arc. 2937: Guglielmo Oberdan, nato Wilhelm Oberdank (Trieste, 1º febbraio 1858 – Trieste, 20 dicembre 1882).  Era figlio illegittimo della domestica slovena Josepha Maria Oberdank, nata a Gorizia da una famiglia originaria di Sambasso (oggi Šempas in Slovenia), e di Valentino Falcier, fornaio di Noventa di Piave, che si era poi arruolato nell’Imperial regio Esercito austro-ungarico. Non fu riconosciuto dal padre naturale e venne registrato all’anagrafe come Wilhelm Oberdank (Oberdan è un’italianizzazione che adottò successivamente). A quattro anni dalla sua nascita la madre si risposò con Francesco Ferencich, capofacchino del porto di Trieste, dal quale ebbe altri quattro figli. Il patrigno instaurò con il giovane Oberdan dei buoni rapporti e tentò di legittimarlo iscrivendolo con il proprio cognome al censimento del 1865 e alle scuole elementari. Nonostante le umili condizioni della famiglia, Oberdan riuscì a continuare gli studi presso la civica scuola reale superiore di Trieste. Il suo comportamento gli costò la bocciatura già in prima classe, ma in seguito studiò con maggiore diligenza e nel 1877 conseguì ottimamente la maturità tecnica. In questi anni iniziò a leggere molto e fu influenzato specialmente da Giuseppe Mazzini e Francesco Domenico Guerrazzi. Nel frattempo, pur giovanissimo e di modeste origini, prese a frequentare vari salotti letterari e politici di Trieste ed entrò in contatto con personalità quali Adolfo Liebman, Vitale Laudi, Gregorio Draghicchio, Riccardo Zampieri e Domenico Giovanni Battista Delfino. Nel 1877, grazie ad una borsa di studio elargita dal comune di Trieste, poté iscriversi al Politecnico di Vienna; trovò alloggio a poco prezzo nella casa di una vedova presso Luisengasse su Wieden. Ben presto divenne una figura di guida tra gli studenti italiani, e durante una festa organizzata da alcuni studenti polacchi, dichiarò la Polonia “quale sorella dell’Italia nella sfortuna”. Nel marzo dell’anno seguente, però, avendo l’Austria proclamato la mobilitazione per occupare militarmente la Bosnia ed Erzegovina come deciso nel Congresso di Berlino, ricevette la chiamata alle armi e dovette interrompere gli studi. Fu assegnato al 22º reggimento di fanteria “Freiherr von Weber”. Contrario all’occupazione dei territori bosniaci sanciti dal Congresso di Berlino, decise di disertare. Venne aiutato nella fuga dall’irredentista socialista Carlo Ucekar e la notte tra il 16 e il 17 luglio 1878 abbandonò Vienna per trasferirsi a Roma, dove frequentò i movimenti degli ex garibaldini e quelli irredentisti; poté anche iscriversi all’università per completare gli studi in ingegneria. L’ultimo anno fu però costretto ad interromperli poiché, a causa di alcune sue opinioni, il sussidio assegnatogli dallo stato italiano gli venne revocato. Da lì in poi dovette iniziare a darsi da fare per vivere, disegnando per alcuni studi d’ingegneria e traducendo dal tedesco all’italiano per alcuni giornali. Nella sua piccola stanza a Trastevere aveva appesi due ritratti: quello di Gesù e quello di Giuseppe Garibaldi. Mentre leggeva opere del filosofo inglese John Stuart Mill, s’impegnava sempre più all’interno dei movimenti attivisti.Nel luglio 1879 Oberdan ricevette a Roma un bacio sulla fronte dall’uomo che più ammirava, Giuseppe Garibaldi. Alla morte di Garibaldi, avvenuta nel 1882, Oberdan marciò dietro al carro funebre con la bandiera di Trieste al collo per dimostrare il suo lutto. Nel luglio 1882 Oberdan incontrò Matteo Renato Imbriani, leader del movimento irredentista e cofondatore dell’associazione “Italia irredenta”. Qui Oberdan prese la decisione che Trieste potesse essere separata dal dominio austriaco-ungarico solo grazie al suo stesso martirio. Lo scoraggiamento degli esuli che avevano riposto in Garibaldi le loro speranze spinse Oberdan a organizzare un attentato, assieme ad altri irredentisti (tra cui l’istriano Donato Ragosa, con cui si era sempre mantenuto in contatto), contro l’imperatore Francesco Giuseppe in visita a Trieste in occasione dei 500 anni di dedizione della città all’Austria, la “fidelissima”, titolo assegnatole dalla monarchia asburgica per essersi astenuta dalle rivoluzioni del 1848. Oberdan cercò di trasportare da Roma a Trieste due bombe all’Orsini; giunse assieme a Ragosa nella località di Ronchi di Monfalcone (oggi “dei Legionari”), ma venne arrestato, dopo che aveva sparato malamente a un gendarme trentino, in seguito alla segnalazione di un messo comunale che notò il suo ingresso clandestino in territorio austriaco nei pressi di Versa. Durante il primo interrogatorio si dichiarò come Rossi ma, in seguito, davanti al giudice distrettuale Dandini, confessò il suo intento di voler attraversare il confine per recarsi con le due bombe a Trieste. Non essendo lui contento dell’arresto, in quanto voleva essere immolato, si autoaccusò. Il 20 ottobre 1882, davanti all’imperial-regio tribunale della guarnigione di Trieste, Oberdan venne condannato a morte per impiccagione dalla giustizia austriaca per alto tradimento, diserzione in tempo di pace, resistenza violenta all’arresto e cospirazione, avendo confessato le intenzioni di attentare alla vita dell’imperatore Francesco Giuseppe. Vi furono appelli alla grazia da tutto il mondo intellettuale dell’epoca, tra cui lo scrittore francese Victor Hugo e anche la madre del giovane chiese clemenza. Nonostante ciò, il 4 novembre la condanna venne confermata e solo all’alba del 20 dicembre venne impiccato nel cortile interno della caserma grande di Trieste. La caserma dove avvenne l’esecuzione, divenuta poi piazza Oberdan Mentre il boia viennese Heinrich Willenbacher, gli metteva il cappio al collo, secondo un rapporto ufficiale Oberdan esclamò: “Viva l’Italia, viva Trieste libera, fuori lo straniero!”. Immediatamente dopo la sua morte Oberdan fu elevato al rango di martire. In conseguenza di ciò aumentarono le adesioni al movimento irredentista e la lotta contro la supremazia austriaca raggiunse il suo picco. Giosuè Carducci scrisse un aspro articolo intitolato semplicemente XXI decembre, nel giornale Don Chichotte di Bologna il 22 dicembre 1882, contro l’imperatore austriaco, definendolo «imperatore degli impiccati» e concludendo: «Riprendemmo Roma dal Papa, riprenderemo Trieste dall’Imperatore». Dopo la sua morte sorsero in Italia e in Austria quarantanove Associazioni Oberdan, le quali diffusero l’ideale irredentista: queste formazioni ebbero scarso appoggio nel Regno, soprattutto dal governo di Francesco Crispi che guardava più alle imprese coloniali che a quelle irredentiste. La prima commemorazione pubblica di Oberdan avvenne il 20 dicembre 1918 nel cortile della caserma che sarà ribattezzata Caserma Oberdan; quando questa verrà demolita si conserveranno la cella e l’anticella dove fu rinchiuso, che verranno successivamente incorporate nei portici della Casa del Combattente, attualmente sede del Museo del Risorgimento. Guglielmo Oberdan fece parte della Massoneria. Durante la prima guerra mondiale, la propaganda nazionalista italiana fece tesoro della storia di Oberdan al fine di svegliare il consenso nazionale nella popolazione italiana. Oberdan verrà sepolto nel cimitero Sant’Anna a Trieste, ma non è più possibile identificare i suoi resti poiché sono andati perduti. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 3299: Cesare Taruffi (Bologna, 27 marzo 1821 – Bologna, 8 luglio 1902). Nacque il 27 marzo 1821 in Bologna e quivi attese agli studii fino alla Laurea dottorale che conseguì nel giugno 1842 in Chirurgia e, due anni dopo, in Medicina. Ammesso alla libera pratica (conforme all’uso dei tempi) e divenuto assistente del Rizzoli nell’Ospedale del Ricovero, il Taruffi dapprima coltivò con predilezione la chirurgia, come risulta dai lavori che egli pubblicò in quel periodo della sua vita. Scoppiati i moti del 1848, il Taruffi entrò, col grado di Chirurgo maggiore, a far parte della Legione bolognese che partecipò alla difesa di Venezia nello stesso anno ed a quella di Roma nell’anno successivo. Tornato a Bologna attese all’esercizio della sua professione, stringendo amicizia con uomini politici e con scienziati eminenti, e pubblicando altri lavori i quali attestano della sua buona cultura e del suo giusto indirizzo scientifico. I meriti dimostrati in queste pubblicazioni gli valsero, nel 1859, la nomina a Professore di Anatomia patologica nell’Università di Bologna, ufficio che egli tenne fino al 1894. Dedicatosi esclusivamente allo studio ed all’insegnamento, il Taruffi mostrò un’attività sempre crescente, come appare dalle sue numerose memorie scientifiche, dagli articoli inseriti in giornali o dizionarii, dal compendio delle sue lezioni e, soprattutto, dalla sua opera capitale: La Storia della Teratologia. Troppo lungo sarebbe riferire qui il solo titolo delle sue pubblicazioni (*): basti il dire che esse sono per la maggior parte di argomento teratologico e si distinguono per le stesse doti che emergono nella Storia della Teratologia. È questa l’opera a cui Cesare Taruffi rivolse la maggior parte della sua attività, per cui sostenne sacrifizii non lievi e non pochi, ed a cui egli deve principalmente la sua meritata fama. Compresa in otto grossi volumi (stampati dal 1881 al 1894) l’opera abbraccia quasi tutta la Teratologia; allorché il Taruffi si persuase che l’età non gli avrebbe consentito di terminare l’impresa assunta, depose presso la Biblioteca universitaria di Bologna il materiale per la parte rimasta incompiuta. La Storia della Teratologia del Taruffi può gareggiare colle migliori del genere per 1’ampiezza della trattazione, per la ricchezza del materiale raccolto, per 1’erudizione vasta e profonda; onde essa ebbe meritati encomii dai giudici più competenti e valse al suo autore una larga e lusinghiera fama. Nei trentacinque anni nei quali occupò la cattedra di Anatomia patologica il Taruffi attese indefessamente ad arricchire il Museo, che egli aveva fondato, di numerosi preparati, molti dei quali importantissimi; egli poi coronò degnamente la sua lunga vita di scienziato e di insegnante lasciando quasi tutte le sue sostanze alla Società medica di Bologna e la sua copiosa raccolta di libri e di giornali scientifici alla Biblioteca universitaria di Bologna. Il Taruffi fece parte per più di cinquant’anni della Società medica di Bologna e ne fu varie volte Presidente; era pure, da ultimo, Presidente dell’Accademia delle Scienze a cui apparteneva da molti anni; inoltre egli era ascritto a varie società e accademie scientifiche nazionali. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 1308: Jacques Alexandre Bixio (Chiavari, 20 novembre 1808 – Parigi, 16 dicembre 1865). Uomo politico e pubblicista scientifico, fratello di Nino; dopo la laurea in medicina si stabilì in Francia, partecipò attivamente alla rivoluzione del 1830 e del 1848 e in genere alla vita politica francese. Fu deputato del Parlamento francese e, per breve tempo, ministro dell’agricoltura e del Commercio. Fondò con J.-A. Barral il Journal d’agriculture pratique (1837). Grazie a lui il fratello Nino conobbe, a Parigi, Giuseppe Mazzini che lo spinse ad aderire alla Giovine Italia. Il suo nome è legato, con quello del Barral, a due avventurose ascensioni aerostatiche a carattere scientifico (29 giugno e 27 luglio 1850). Dopo il colpo di stato del 2 dicembre 1851 si ritirò a vita privata. Fotografia CDV. Fotografo: A. Sorgato – Venezia.

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Arc. 1864: Maurizio Bixio e la moglie (1826-1906). Figlio di Alexandre e nipote di Nino, nel 1859, uscito dalla Scuola militare d’Ivrea col grado di luogotenente, fu ufficiale d’ordinanza del Re, e poi addetto allo Stato maggiore del La Marmora a Napoli nel 1860. Ritornò in Francia alla morte del padre, nel 1863 e fu Sindaco di Parigi dal 1871 al 1877. Fotografia CDV. Fotografo: Bayard & Bertall – Paris.

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Arc. 2207: Luigi Kossuth, all’anagrafe come Lajos Kossuth (Monok, 19 settembre 1802 – Torino, 20 marzo 1894). Fu a capo dell’ala democratico-radicale dei nazionalisti ungheresi che attuò l’indipendenza dell’Ungheria dall’Impero austriaco durante i moti del 1848 e che durò fino all’agosto del 1849, quando la giovane repubblica ungherese fu invasa da 250.000 russi. Fu condannato (1837) a quattro anni per la pubblicazione, vietata dal governo, di resoconti parlamentari; amnistiato nel 1840, fondò l’anno seguente il giornale Pesti Hirlap che ebbe notevole successo ma vita breve. Eletto deputato (1847), quando (1848) scoppiò la rivoluzione si recò, a capo di una delegazione, a Vienna a chiedere ampie riforme; concessa all’Ungheria la costituzione, fu ministro delle Finanze nel gabinetto Batthyány. Le leggi (1848) per l’annessione della Transilvania e della Croazia e per l’introduzione dell’ungherese come lingua ufficiale gli sollevarono contro Croati e Romeni: su questo giocò la politica di Vienna, che, dopo Custoza, dichiarò sciolto il parlamento e nominò luogotenente il bano di Croazia J. Jelačić. Con l’abdicazione dell’imperatore Ferdinando I a favore di Francesco Giuseppe, non riconosciuto dai Magiari, avvenne la rottura completa con Vienna; mentre Budapest veniva occupata da A. Windisch-Graetz e Jelačić, da Debrecen Kossuth fece proclamare dall’Assemblea (1849) l’indipendenza dell’Ungheria e la decadenza degli Asburgo, difendendo il proprio paese con l’aiuto di legioni polacche e di volontarî italiani; ma lo zar Nicola I, nel timore di vedere estesa l’insurrezione alla Polonia, si decise all’intervento armato, che stroncò la rivoluzione. K. si rifugiò in Turchia, dove fu internato. Liberato (1851), si recò a Londra, poi in America, in Francia, in Italia. Capo dell’emigrazione politica magiara, K. cercò con la propaganda e l’attività di agenti (G. Klapka, L. Teleki, ecc.) di collegare la questione magiara a quella dell’indipendenza e unità italiane (oltre che polacche), appoggiandosi alla Francia di Napoleone III, contro l’Austria; così (1859) promosse una legione ungherese che, dall’Italia, doveva dirigersi verso l’Ungheria; continuò ad avere contatti con Garibaldi per progetti di sbarchi sulla costa dalmata; dal suo ambiente uscì un progetto di confederazione danubiano-balcanica (1862) mirante a convogliare contro l’Austria tutti i popoli gravitanti intorno al Danubio. Poi si stabilì a Torino e qui fu attivo nel preparare progetti di sbarchi e relative insurrezioni – dalla Dalmazia, alla Croazia, all’Ungheria – d’accordo con la diplomazia italiana, col croato I. I. Tkalac e, infine, con Bismarck. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 644: Enrico Alberto d’Albertis ( al centro) e ufficiali dello yacht Violante (Voltri, 23 marzo 1846 – Genova, 3 marzo 1932). Nacque a Voltri nel 1846, ultimo dei tre figli di Violantina Giusti e di Filippo proprietario di manifatture tessili, e dopo aver frequentato il collegio di Moncalieri (Torino) si iscrisse a quello della Marina di Genova, dal quale sortì nel 1866 come guardiamarina. Nello stesso anno partecipava alla battaglia di Lissa; in seguito s’imbarcò sulle corazzate Ancona e Formidabile. Nel 1870 decise di lasciare per sempre, raggiunto il grado di guardiamarina di prima classe, la marina militare, per entrare a far parte della marina mercantile. L’anno seguente, al comando dell’Emilia, condusse il primo convoglio italiano attraverso il canale di Suez. Spinto dalla propria indole avventurosa, cedette le proprie quote dell’azienda di famiglia e dal 1874 fino al 1880 d’Albertis si dedicò quasi ininterrottamente alla navigazione da diporto percorrendo in lungo e in largo il Mar Mediterraneo a bordo dello yacht Violante. Nel 1879, Augusto Vittorio Vecchi, meglio noto come Jack la Bolina, il conte Ponza di San Martino, il marchese Doria, il marchese Imperiale e pochi altri fondò il Regio Yacht Club Italiano. Il guidone del “Violante”, una stella bianca in campo azzurro, è stato per anni l’emblema del Club. In questo periodo ebbe luogo anche il primo dei suoi tre viaggi intorno al mondo. Dal 1882 si dedicò a crociere più impegnative, per le quali utilizzò un’imbarcazione più grande, il Corsaro, che lo portò fino a El Salvador. Per la traversata usò copie, da lui stesso ricostruite, degli strumenti di navigazione in uso nel XV secolo: vale a dire il quadrante, l’astrolabio nautico, la balestriglia. Dopo il successo dell’impresa, che gli valse la nomina a capitano di corvetta della riserva, tra il 1895 ed il 1896 fece il suo secondo viaggio intorno al mondo. Negli anni successivi visitò l’Italia e altre zone dell’Europa. Viaggia in Tripolitania, Algeria e Tunisia, e poi in Eritrea (1902), in Somalia (Benadir) (1905) e svariate volte anche in Egitto e Sudan. Fu in questo periodo che conobbe l’egittologo Schiapparelli e partecipò a scavi a Luxor, nella Valle delle Regine. Nel 1906 visitò l’Africa orientale, Harrar, Uganda e il lago Vittoria mentre nel 1908 effettuò il periplo dell’Africa, arrivando fino a Johannesburg. Due anni dopo, nel 1910, compiva il suo terzo ed ultimo viaggio attorno al mondo. Allo scoppio del primo conflitto mondiale collaborò volontariamente al servizio di pattugliamento del mar Tirreno, ottenendo la croce di guerra. La residenza ufficiale del Capitano era sempre stata a Genova, nel Castello di Montegalletto, ma in effetti ci abitava ben poco. Quando non era in viaggio, o in Egitto a motivo di ritemprarsi dai reumatismi e dall’artrite, si rifugiava più volentieri nel suo eremo di Capo Noli: costruzione di legno a picco sul mare in stile coloniale simile ad una cabina di una nave; o andava nella torre del Campese, sull’isola del Giglio. Fu amico di importanti personaggi del mondo scientifico e politico: Giacomo Doria, Arturo Issel, Leonardo Fea, Odoardo Beccari, Paolo Thaon di Revel, Umberto Cagni, Luigi Salvatore d’Asburgo-Lorena. Durante tutta la sua vita, d’Albertis ha coltivato la passione per le meridiane. Ne costruì 103, di cui undici nel solo castello genovese di Montegalletto. Moltissime si trovano disseminate in paesi di montagna, ove trascorreva molto tempo, perché anche l’alpinismo era una sua grande passione. Ne realizzò cinque in Puglia, di cui l’unica superstite è quella di Brindisi, realizzata nel 1917, posta sul muro a sud dell’edificio che ospita la Capitaneria di porto, il cui motto cita “SALVE A CHI ARRIVA SALVE A CHI RIPARTE FERREI CETACEI AQUILE DI GUERRA L’ORA VI DO CON VECCHIA SCIENZA ED ARTE”. Altre sono in Egitto, in Libia, in Albania. La prima risale al 1875, l’ultima da lui costruita nel 1928, quando era ormai un ultraottantenne. È scomparso a Montegalletto nel 1932, lasciando in dono al comune il suo maniero e tutte le collezioni ivi contenute; con il desiderio che fosse fatto un Museo, desiderio che si è realizzato con la ristrutturazione del castello come Museo delle Culture del Mondo. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: E. Sbonacina – Genova. 

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Arc. 2399: Legione Ungherese: Colonnello Jhasz Daniel comandante la 1^ Brigata della Legione Ungherese. Fotografia CDV. Fotografo: H. Le Lieure – Torino. 1870 ca.

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Arc. 2925: Legione Ungherese: Ufficiale in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Guidi e Comp. – Firenze.

CORPI VARI 1859 – 1871

COMPAGNIA GUARDIE REALI DEL PALAZZO

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Arc. 1951: Compagnie Guardie Reali del Palazzo: Brigadiere in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

CORPO DEL TRENO D’ ARMATA


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Arc. 165: Corpo del Treno d’ Armata: Sergente in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Società Fotografica Italiana – Torino. 1855/1871.

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Arc. 2003: Corpo del Treno d’ Armata: Musicante in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1855/1871.

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Arc. 2832: Corpo del Treno d’Armata: Sergente in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: G. La Barbera – Napoli – Palermo. 1855/1871.

CORPO D’ AMMINISTRAZIONE

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Arc. 946: Corpo d’ Amministrazione: Sergente in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: S. Bugliarelli – Palermo. Al retro “Sergent Maysara. Palerme le 15 Mai 1864”.

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Arc. 166: Corpo d’ Amministrazione: Milite in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: C. Antonietti – Parma. 1860/1871.

MOSCHETTIERI DELLA RECLUSIONE MILITARE

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Arc. 165: Compagnia Moschettieri della Reclusione Militare: Milite in piccola montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Falardi – Bari. 1860/1871.

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Arc. 223: Compagnia Moschettieri della Reclusione Militare: Milite in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: C. Montani – Borgo San Donnino. 1860/1871.

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Arc. 768: Compagnia Moschettieri della Reclusione Militare: Milite in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Fotografia Commerciale – Firenze. Al retro “Soldato Micheri Francesco di Monforte provincia di Messina attendente del Signor Capitano Speltini Aiutante Maggiore in 1^ – Firenze”. 1860/1871.

TIRO A SEGNO NAZIONALE

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Arc. 868: Tiro a Segno Nazionale: Milite in montura di via mobilitato per la campagna del 1866. Fotografia CDV. Fotografo: G. Rossi – Milano. 1866.

GUARDIE DI PUBBLICA SICUREZZA

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Arc. 168: Guardie di Pubblica Sicurezza: Brigadiere in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

GUARDIE DAZIARIE

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Arc. 173: Guardie Daziarie: Milite in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Rubini e Pulieri – Firenze. Al retro ” Salvetti Tiziano all’amico Zelotti Celeste in attestato di riconoscenza non solo ma bensì come patriota – Guardia Daziaria in Firenze”.

POSTA MILITARE

Arc. 3372: Posta Militare: Milite in montura ordinaria. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

LOCANDIERE

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Arc. 213: Locandiere: Locandiera di Cavalleria in montura festiva. Fotografia CDV. Fotografo: Scemboche – Torino. 1865 ca.

GRUPPI CAVALLERIA 1859 – 1871

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Arc. G2: Reggimento Giude: Sottufficiali e soldati del Reggimento Guide in varie monture. Fotografia 24 x 29. Fotografo: G. Perretto – Treviso. 3a Guerra d’ Indipendenza. 1866.

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Arc. 120: Reggimento Guide: Fanfara del Reggimento in gran montura mod. 22/12/1865 – 29/05/1872. Fotografia 12,5 x 15,8. Fotografo: Sconosciuto. Al retro ” Ricordo del centinaia della Vergine Immacolata fatta in Gugnasco addi 2 Maggio 1870.

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Arc. G1: Cavalleria: Sottufficiali dei Cavalleggeri, Lancieri, Dragoni e Guide in gran montura. Corso Normale di Cavalleria. Fotografia 22 x 27,8. Fotografo: Sconosciuto. 1869/70.

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Arc. G1: Cavalleria: Sottufficiali dei Cavalleggeri, Lancieri, Dragoni e Ussari di Piacenza in gran montura. Corso Normale di Cavalleria. Fotografia 22 x 27,8. Fotografo: Sconosciuto. 1869/70.

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Arc. G: Cavalleria: Sottufficiali della Cavalleria di Linea e del Reggimento Guide in piccola montura. Nel gruppo anche Sottufficiali di Fanteria e del Genio in piccola montura. Fotografia 26,5 x 23. Fotografo: Sconosciuto. 1860/1871.

Arc. 1717: Cavalleria: Ufficiali e militi del Reggimento Cavalleggeri di Saluzzo in montura festiva. Sulla destra seduto il comandante del Reggimento Pallavicini marchese Giovanni Battista. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1862.

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