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GENERALI

Arc. 2666: Auguste Charles Joseph de Flahaut de La Billarderie, conte de Flahaut de La Billarderie (Parigi, 21 aprile 1785 – Parigi, 2 settembre 1870). Nacque a Parigi, figlio di Talleyrand e di Adelaide Filleul, in seguito Madame de Souza-Botelho, moglie di Alexandre Sébastien de Flahaut de La Billarderie, conte di Flahaut de La Billarderie, decapitato ad Arras nel 1793, il quale lo riconobbe come proprio figlio. Sua madre lo portò con sé in esilio nel 1792 e rimasero all’estero fino al 1798. Entrò nell’esercito come volontario nel 1800 e ricevette la sua provvigione dopo la battaglia di Marengo. Divenne aiutante di campo di Murat e fu ferito nella battaglia di Landbach nel 1805. A Varsavia incontrò Anna Poniatowska, contessa Potocka, con la quale divenne rapidamente intimo. Dopo la battaglia di Friedland ricevette la Legion d’Onore e ritornò a Parigi nel 1807. Servi in Spagna nel 1808 e in seguito in Germania. Nel frattempo la contessa Potocka si era stabilita a Parigi, ma Charles de Flahaut aveva ormai incominciato una liaison con Hortense de Beauharnais, regina d’Olanda. La nascita del loro figlio fu registrata a Parigi il 21 ottobre 1811 come Charles Auguste Louis Joseph Demorny, in seguito conosciuto come duca di Morny. Flahaut combatté con distinzione nella campagna di Russia del 1812 e nel 1813 diventò generale di brigata, aiutante di campo dell’imperatore, e, dopo la battaglia di Lipsia, generale di divisione.Dopo l’abdicazione di Napoleone nel 1814 si sottomise al nuovo governo, ma fu iscritto nell’elenco dei pensionati nel mese di settembre. Fu assiduo nelle sue frequentazioni della regina Ortensia fino a che i Cento giorni non lo riportarono nuovamente nel servizio attivo. Una missione a Vienna per assicurare il ritorno di Maria Luisa risultò fallimentare. Era presente a Waterloo e successivamente cercò di porre Napoleone II sul trono. Fu salvato dall’esilio dall’influenza di Talleyrand, ma fu posto sotto sorveglianza della polizia. Scelse quindi di ritirarsi in Germania e poi in Gran Bretagna, dove sposò a Edimburgo il 20 giugno 1817 Margaret Mercer Elphinstone (1788-1867), figlia dell’ammiraglio George Elphinstone, 1° visconte Keith e, dopo la morte di quest’ultimo, 2ª baronessa Keith per proprio diritto. L’ambasciatore francese si oppose al matrimonio e Flahaut e rassegnò le dimissioni. Sua figlia maggiore Emily Jane sposò Henry Petty-FitzMaurice, 4º marchese di Lansdowne. Sua figlia minore Georgiana Gabrielle (m. 16 luglio 1907) sposò il 2 febbraio 1871 il marchese de Lavalette, che morì nel 1881. I Flahaut ritornarono in Francia nel 1827 e, nel 1830, re Luigi Filippo diede al conte il grado di Tenente Generale e lo fece pari di Francia. Rimase strettamente connesso con la politica di Talleyrand e fu, per un breve periodo nel 1831, ambasciatore a Berlino. Fu poi assegnato alla casa del duca d’Orléans e, nel 1841, fu inviato come ambasciatore a Vienna, dove rimase fino al 1848, quando fu congedato e si ritirò dall’esercito. Dopo il coup d’état del 1851, fu di nuovo impegnato attivamente e dal 1860 al 1862 fu ambasciatore alla corte di St James’s. Morì a Parigi il 2 settembre 1870. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.
Onorificenze
Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’onore
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Leopoldo
Commendatore dell’Ordine Militare di Sant’Enrico

Arc. 2666: Jean Ernest du Cos, visconte de La Hitte (Bessières, 5 settembre 1789 – Gragnague, 22 settembre 1878). Jean-Ernest du Cos de La Hitte proveniva da una nobile famiglia della Guascogna conosciuta fin dall’XI secolo. Aveva, prima della Rivoluzione francese, i titoli di conte e visconte di La Hitte e Montaut, primi baroni di Fezensac e Armagnac conferiti a diversi gentiluomini della camera del re, governatori locali e “illustri ufficiali”. Dopo buoni studi, entrò all’École Polytechnique (1807). Passato nel 1809 alla Scuola di Applicazione di Artiglieria e Ingegneria di Metz come allievo Sottotenente. Il 1 ottobre 1810 lasciò la scuola, ammesso come Sottotenente nell’8° Reggimento Artiglieria a piedi. Condusse con distinzione le ultime campagne dell’Impero in Spagna. Lì “il suo coraggio” gli valse successivamente il grado di primo Tenente e di secondo Capitano nello stato maggiore d’artiglieria. Alternativamente Aiutante di Campo dei generali Boucher e Berge, fu con quest’ultimo che rientrò in Francia quando il territorio nazionale minacciato costrinse Napoleone a richiamare intorno a sé tutto il suo corpo d’élite. Ducos fu poi promosso al grado di primo Capitano del 3° Reggimento Artiglieria. Il Generale Berge era tra coloro che pensavano di dover aderire alla restaurazione dei Borboni. Il Capitano La Hitte seguì allora l’impulso del suo generale ma, al suo ritorno dall’isola d’Elba, il giovane ufficiale fu congedato il (1 aprile 1815). Il 26 luglio dello stesso anno fu reintegrato nel suo grado e continuò le sue funzioni di Aiutante di Campo del suo ex generale. Fece allora parte dell'”esercito di Francia e Belgio”, agli ordini del duca di Angoulême. Il 12 luglio 1815 ricevette la Croce di Ufficiale della Legion d’Onore e, un mese dopo, divenne comandante di battaglione nello stato maggiore d’artiglieria. Il comandante La Hitte, per i servizi resi, “merita l’attenzione dei principi della famiglia reale, che desiderano affezionarsi sempre più a questo eminente soldato”. Il 20 settembre 1815 fu nominato Capitano dell’artiglieria a cavallo della Guardia Reale. Il 9 aprile 1819 allora capo squadriglia di questo corpo d’élite, grado che gli conferì il grado di Tenente Colonnello. Nell’aprile 1823 prestò servizio nella campagna di Spagna come Tenente Colonnello nello stato maggiore di artiglieria del 1°, 2° e 3° corpo dell’esercito dei Pirenei e si distinse in diversi scontri. Aiutante di campo del “Delfino” (Luigi di Francia (1775-1844, duca di Angoulême), promosso Colonnello nel corpo d’artiglieria, il 6 luglio 1823, fu il de La Hitte a comandare l’artiglieria al quartier generale del Trocadéro, il 31 agosto 1823, contribuendo così potentemente alla resa di questo importante luogo. “Presto la Grecia chiamerà l’Europa a una generosa crociata”. Il colonnello de La Hitte chiese l’onore di arruolarsi nell’esercito e, il 24 luglio 1828, prese parte alla spedizione Morea come comandante in capo dell’artiglieria. “La sua abile direzione, il suo intrepido coraggio che ha contribuito ai nostri trionfi, il grado di maresciallo di campo è il compenso dei suoi gloriosi sforzi, 22 febbraio 1828. » Tornato in Francia, il duca di Angoulême lo assegnò alla sua casa militare, come Aiutante di Campo. Ducos entrò poi a far parte del comitato di artiglieria di cui divenne uno dei membri più influenti. Il colpo del ventaglio di Hussein Dey, dey di Algeri dette l’opportunità alla Francia di organizzare la spedizione di Algeri (1830) in cui il Generale de La Hitte prende il comando dell’artiglieria agli ordini del Tenente Generale de Bourmont. I rapporti di quest’ultimo attestano che “è grazie all’abilità con cui il generale La Hitte dirige le nostre batterie che il successo della giornata del 19 giugno (Battaglia di Staouëli) suggella il destino del Dey di Algeri” dal successivo luglio, il giorno dopo la breccia di Fort l’Empereur. La Rivoluzione di luglio del 1830 interruppe temporaneamente la sua carriera perché la monarchia di luglio era sospettosa e diffidente nei confronti di M. de La Hitte. Il 27 gennaio 1831 fu licenziato e il 23 maggio 1832 fu ammesso alla riserva di stato maggiore. Il 26 marzo 1838, il re Luigi Filippo I di Francia riparava a questa ingiustizia richiamandolo in servizio attivo e il 28 marzo nominandolo comandante della scuola di artiglieria di Besançon. Il 29 ottobre 1839 tornò in Algeria per assumere l’incarico di comandante superiore dell’artiglieria nonostante la recentissima morte della moglie. Dopo essersi distinto nelle battaglie di Mouzaïa e Médéah, citato più volte per la sua eccellente condotta nei rapporti del maresciallo Valée, il governo di luglio lo ricompensò con il grado di Tenente Generale. De La Hitte tornò in Francia all’inizio di novembre 1840 e si dedicò a un lavoro più tranquillo in cui mostrò un’elevata capacità amministrativa. Fu così chiamato a diverse ispezioni, tra cui gli importanti risultati legati alla sua illustre formazione, che gli valsero, il 27 aprile 1846, la croce di Grande Ufficiale della Legion d’Onore. Presidente del comitato di artiglieria e direttore del deposito centrale di quest’arma nel 1846, era responsabile del monitoraggio degli armamenti della costa continentale della Repubblica e dell’isola di Coye. Costretto al ritiro da un decreto del governo provvisorio (1848), il Generale de La Hitte, di cui erano ben noti i sentimenti antirepubblicani, si unì subito al partito di Luigi Napoleone Bonaparte. Il 13 novembre 1849 Bonaparte, presidente della Repubblica francese, incaricò il Tenente Generale de La Hitte di andare a rappresentare la Francia a Berlino; tuttavia, non avendo il sig. de Rayneval accettato il ministero degli Affari esteri che gli era stato offerto il 31 ottobre, de La Hitte prese posto agli affari esteri e fu nel Consiglio dei ministri il 17 novembre, prima di tornare al suo incarico. Fu sotto la sua amministrazione che il Papa, allora profugo a Gaeta, tornò a Roma, e quando l’Inghilterra volle costringere la Grecia a sottomettersi alle sue ingiuste pretese, M. de La Hitte non esitò a richiamare da Londra l’ambasciatore. Questo colpo di forza dovette impressionare il gabinetto britannico, perché poco dopo gli fu data soddisfazione e il trattato di Londra sostituì quello di Atene. Dimessosi da ministro degli affari esteri “per non incorrere nella responsabilità della destituzione del Generale Changarnier che il capo del governo aveva irrevocabilmente deciso”, il signor de La Hitte fu sostituito, il 9 gennaio 1851, da Drouin di Lhuys. Il Generale de La Hitte fece un primo infruttuoso tentativo parlamentare a Parigi, durante le elezioni suppletive del 10 marzo 1850, per entrare nell’Assemblea legislativa, ma fu più felice, il 3 novembre dello stesso anno, e divenne rappresentante del Nord, sostituendo Il Wallon, che si era dimesso. Mantenne il suo seggio solo per un breve periodo: il Generale de La Hitte aveva accettato la vita parlamentare solo in conseguenza della sua posizione di ministro e per devozione agli affari pubblici. Nel maggio 1851 rassegnò le dimissioni da rappresentante e fu nominato, il giorno stesso delle dimissioni, Ispettore Generale del 1° distretto d’artiglieria; un mese dopo divenne anche Ispettore Generale dell’École Polytechnique. La Hitte aderì al colpo di stato del 2 dicembre 1851, fece parte della Commissione consultiva e con decreto imperiale del 26 gennaio 1852 venne chiamato al Senato. Fu anche membro del suo 1° Consiglio Generale del 25 aprile dello stesso anno. Gran Croce della Legion d’Onore dal 10 agosto 1853, sedette per tutta la durata del Secondo Impero tra i fedeli sostenitori del governo di Napoleone III e tornò alla sua vita privata il 4 settembre 1870. Nel 1858 svolse un ruolo di primo piano nell’adozione degli obici rigati per l’esercito francese, promuovendo allo stato maggiore le idee del Tenente Colonnello Treuille de Beaulieu. I nuovi cannoni, costituenti quello che d’ora in poi fu chiamato Sistema Lahitte, entrarono in servizio durante la campagna d’Italia (1859). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C. – Paris.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore
Ufficiale della Legion d’onore
Commendatore della Legion d’onore
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaglia di Sant’Elena
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carlo III
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

Arc. 915: Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte, detto Gerolamo (Jérôme) oppure Plon Plon, (Trieste, 9 settembre 1822 – Roma, 17 marzo 1891). Napoleone Giuseppe Carlo era figlio di Girolamo Bonaparte (1784 – 1860), fratello minore di Napoleone Bonaparte, e della principessa Caterina di Württemberg (1783 – 1835). Il Principe Napoleone, o Plon-Plon, come veniva chiamato dai famigliari, fu ufficiale dell’esercito del Württemberg dal 1837 al 1840. Nel 1848 fu un membro dell’Assemblea costituente in Francia. Durante l’impero del cugino Luigi Napoleone (Napoleone III) divenne generale di divisione nell’esercito francese e prese parte, in tale funzione, alla guerra di Crimea. Siccome questa guerra andava per le lunghe, il principe Napoleone lasciò le truppe. L’opinione pubblica francese perciò lo accusò di vigliaccheria, ma il generale François Certain de Canrobert lo difese, giustificando il suo abbandono con la «insalubrità e scomodità della vita negli acquartieramenti». Durante la seconda guerra di indipendenza italiana del 1859 comandò il V Corpo. Nel biennio 1864 / 1865 fu membro del Consiglio Segreto. Nel 1876 fu eletto alla Camera dei Deputati francese. Dopo la morte di Napoleone Eugenio Luigi, figlio di Napoleone III, nella guerra degli Zulu (1879), divenne il capo riconosciuto della famiglia Bonaparte.Il 16 gennaio 1883 il principe Napoleone fu arrestato a Parigi per aver sponsorizzato un plebiscito a favore del suo diritto al trono e nel 1886, a causa della sua potenziale pretesa al trono imperiale, fu bandito dal territorio francese. Morì nel 1891 ed il suo corpo venne inumato presso la basilica di Superga, a Torino. Napoleone Giuseppe Carlo sposò il 30 gennaio 1859 Maria Clotilde di Savoia (Torino, 2 marzo 1843 – Moncalieri, 25 giugno 1911), figlia del re di Sardegna (e poi d’Italia) Vittorio Emanuele II.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaglia d’oro al valor militare «Per il valore dimostrato nella Battaglia di Magenta»
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini 12 settembre 1856

Arc. 410: Charles-Marie-Augustin de Goyon in tenuta di gala da Generale di Divisione (Nantes, 13 settembre 1803 – Parigi, 17 maggio 1870). Charles Marie Augustin era il figlio di Michel Augustin, Visconte de Goyon, prefetto napoleonico poi gentiluomo di camera del re Carlo X, e di Pauline Antoinette Hippolyte de La Roche-Aymon, contessa de Goyon, che era stata Dama di compagnia (1815-1825) di Sua altezza reale Maria Teresa Carlotta di Borbone-Francia; la nonna materna, la marchesa de La Roche-Aymon (cameriera di casa Beauvilliers), fu Dama di compagnia della regina Maria Antonietta; entrambe avevano condiviso la sfortuna di quella infelice regina; arrestate con lei nel Palazzo delle Tuileries, condotte alla Prigione dell’Abbazia, poi in altre prigioni. Entrato nella scuola speciale di Saint-Cyr nel 1819, ne uscì nel 1821 come sottotenente nel 17º Reggimento dei Cacciatori a Cavallo, fece la campagna di Spagna (1823) e fu distaccato come ufficiale d’ordinanza del Tenente Generale marchese de la Roche Aymon (suo zio materno), comandante della 10ª Divisione del 4º Corpo d’Armata in Catalogna, e fu decorato con la croce di cavaliere dell’Ordine di Carlo III di Spagna. Nel 1825 fu promosso tenente nel 1º reggimento dei corazzieri della regina e il 4 luglio 1830, capitano nello stesso reggimento. Nel mese di agosto dello stesso anno, per senso di lealtà nei confronti dell’antico regime, lasciò il servizio attivo e si fece mettere in congedo senza trattamento. Nel 1832, ritenendo di aver sufficientemente soddisfatto il suo debito di riconoscenza, il conte Goyon riprese la carriera che amava, in qualità di capitano nel 4º Ussari. Il 16 novembre 1836 a Parigi, sposò Henrietta Oriane de Montesquiou-Fezensac. Nel 1838, fu nominato addetto d’ambasciata al seguito dell’ambasciatore in Spagna, Raymond de Montesquiou, II duca di Fezensac, suo patrigno. Ci restò solo pochi mesi e, al ritorno in Francia, ebbe l’onore di un incarico piuttosto importante da parte di Sua maestà la regina Cristina, che a testimonianza della sua soddisfazione, lo nominò commendatore dell’Ordine di Isabella la Cattolica. Venti anni dopo, a Roma, in riconoscimento dei suoi servizi nella Città Santa, su ordine di Sua Maestà Isabella II di Spagna, fu insignito della Gran Croce dello stesso ordine. Alla fine dello stesso anno 1838 rientrò in servizio nel 1° Ussari e il 15 gennaio 1839 conseguì il grado di maggiore, il 28 del mese di aprile 1841 fu nominato Cavalierato della Legion d’onore, nel 1843 passò al 12° dragoni come tenente colonnello, e nel 1845 ebbe il comando del 2º reggimento dell’arma. Poco dopo la rivoluzione del febbraio 1848, essendo stato chiamato a Parigi con il suo reggimento, il colonnello Goyon poté rendere un importante servizio quando, il 15 maggio, l’Assemblea nazionale fu invasa da un'”orda di faziosi”. Grazie all’energia e la determinazione da lui dimostrata in questa grave circostanza, riuscì a ristabilire l’ordine minacciato. Durante la sanguinosa repressione dei giorni del mese di giugno, il 2º dragoni fu onnipresente: all’Assemblea Nazionale, la Bastiglia, il Faubourg Saint-Antoine, la barriera del Trono. ” Il 2º dragoni ha ricevuto in questa occasione ricompense ben meritate; e il suo comandante, già cavaliere della Legion d’Onore dal 28 del mese di aprile 1841, fu nominato Ufficiale dello stesso ordine da un decreto speciale del 28 luglio 1848, concernente i suoi servizi.” Nel 1850, il 9 gennaio, Goyon rifiutò il grado di generale di brigata reclamato per lui dall’opinione pubblica e che gli era stato conferito dal Principe-presidente. Chiese, come favore personale, di rimanere al comando del 2° dragoni a cui si sentiva particolarmente legato, almeno fino a quando il reggimento fosse rimasto a Parigi. Il 19 aprile, alla vigilia del trasferimento del suo reggimento a Lione, Goyon fu comunque promosso generale ed il 24, fu nominato comandante in capo della Scuola di Cavalleria di Saumur. Egli la migliorò e gettò le basi per i progressi realizzati dai suoi successori. È nell’esercizio di questo comando che fu nominato commendatore dell’Ordine del Cristo (Portogallo) come riconoscimento della cura che aveva profuso nell’addestramento militare dato ai giovani ufficiali portoghesi che gli erano stati affidati. Il 12 febbraio 1852, il conte de Goyon ebbe l’onore di entrare a far parte degli aiutanti di campo dell’imperatore. Fu costretto, a causa di questa nuova posizione, ad abbandonare in maggio il suo comando della Scuola di Cavalleria, tanto più che il 19 aprile dello stesso anno fu nominato commissario straordinario del governo per i prigionieri politici. Il 5 ottobre 1856, sostituì il generale di Montréal, messo a riposo per limite di età, al comando della divisione impegnata nella occupazione di Roma (1856 – 28 maggio 1862). De Goyon interpretò tale missione come una costante manifestazione di rispetto e di devozione della Francia nei confronti del Sommo Pontefice, ottenendone la immediata e completa fiducia. Per questo motivo il 10 giugno 1857 ottenne la Gran Croce dell’Ordine di Pio IX. Sotto il suo comando furono realizzate le nuove fortificazioni di Civitavecchia. L’imperatore, preso atto del beneplacito del senato, lo elevò con decreto del 25 maggio alla dignità di senatore. Il 28 maggio entrò per sorteggio a far parte del primo ufficio, e ne fu immediatamente nominato presidente, carica che egli accettò di buon grado anche perché era una implicita approvazione del suo operato a Roma. Il Senato fece di più nominandolo uno dei suoi vice-segretari. Nel senato, il conte de Goyon si si schierò con i bonapartisti cattolici. Nel mese di ottobre 1861 il generale Goyon fu richiamato a Parigi, dove l’Imperatore, per rendere meno gravoso il suo impegno, il 6 novembre lo promosse comandante in capo della forza di occupazione assegnandogli un altro generale di divisione. Tornato a Roma, dove ebbe i complimenti del Papa per la promozione, riprese le sue funzioni che continuarono forse con minore difficoltà, dal momento che tutto ciò che poteva essere fatto sotto il profilo militare era già stato realizzato ed ora si trattava solo di conservare i risultati raggiunti. Giunse l’anno 1862 e, con esso, la crisi iniziata il 3 marzo con l’insediamento del governo Rattazzi e destinata a durare diversi mesi. Chiamato a comandare, il 2 marzo 1867, il 6º Corpo d’armata di stanza a Tolosa, l’anno successivo, novembre 1868, fu posto in congedo per raggiunti limiti di età, nonostante lui avesse rivendicato il diritto di restare in servizio attivo per aver rivestito a Roma il ruolo di comandante in capo. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’onore
Médaille militaire
Cavaliere dell’Ordine di Carlo III (Regno di Spagna)
Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Gran Croce dell’Ordine di Sant’Anna
Commendatore dell’Ordine di Leopoldo
Cavaliere di Gran Croce dell’Insigne e reale ordine di San Gennaro (Regno delle Due Sicilie) 1860.
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carlo III
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica
Commendatore dell’Ordine del Cristo (Portogallo)
Cavaliere d’onore e devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta

Arc. 2171: Charles-Marie-Augustin de Goyon in gran tenuta da Generale di Divisione (Nantes, 13 settembre 1803 – Parigi, 17 maggio 1870). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2656: Charles-Marie-Augustin de Goyon in gran tenuta da Generale di Divisione (Nantes, 13 settembre 1803 – Parigi, 17 maggio 1870). Fotografia CDV. Fotografo: J. Deplanque – Paris.

Arc. 1792: Charles-Marie-Augustin de Goyon in gran tenuta da Generale di Divisione (Nantes, 13 settembre 1803 – Parigi, 17 maggio 1870). Fotografia CDV. Fotografo: Pierson – Paris.

Arc. 1821: Charles-Marie-Augustin de Goyon in montura ordinaria da Generale di Divisione (Nantes, 13 settembre 1803 – Parigi, 17 maggio 1870). Fotografia CDV. Fotografo: E. Desmaisons – Paris.

Arc. 2671: Charles-Marie-Augustin de Goyon in montura ordinaria da Generale di Divisione (Nantes, 13 settembre 1803 – Parigi, 17 maggio 1870). Fotografia CDV. Fotografo: Pesme – Paris.

Arc. 2084: Gustave Olivier Lannes de Montebello (Parigi, 4 dicembre 1804 – Pennedepie, 29 agosto 1875). Figlio del celebre generale napoleonico Jean Lannes, Gustave Olivier crebbe col mito della figura del padre che morì quando lui aveva appena cinque anni e decise pertanto di seguirne le orme. Entrò come volontario nel corpo di cavalleria dell’esercito francese al tempo della Restaurazione, prendendo parte alla Spedizione di Algeri del 1830, ove si distinse in una serie di piccoli combattimenti, ottenendo il grado di capitano degli spahis. Nello stesso anno, dopo essere tornato in patria, prestò servizio durante l’insurrezione in Polonia contro la Russia, facendo nuovamente ritorno in Francia per poi essere promosso nel 1840 a capo squadrone e nominato Colonnello del 7º reggimento cavalleggeri nel 1847. Luigi Napoleone Bonaparte decise di prenderlo come suo aiutante di campo durante la sua presidenza nella Seconda repubblica francese e lo mantenne in tale carica anche dopo il colpo di stato del 2 dicembre 1851 che fece assurgere il Bonaparte al ruolo di imperatore. Fu lo stesso Napoleone III a volerlo promosso Generale di Brigata il 22 dicembre 1851. Qualche tempo dopo, sua moglie venne nominata dama d’onore dell’imperatrice. Nominato Generale di Divisione (28 dicembre 1855), nel 1861 venne incaricato di una missione a Roma presso papa Pio IX. Nel 1862 venne nominato comandante del corpo d’occupazione in Italia.Nel 1863, il corpo d’occupazione venne ridotto ad una sola divisione di tre brigate e un reggimento di cavalleria (il 4° ussari). Richiamato in patria, dal 1865 il generale di Montebello comandò la divisione di cavalleria della Guardia Imperiale e nel 1864 venne nominato Cavaliere di Gran Croce del prestigioso ordine della Legion d’onore. Il 6 gennaio 1867 venne nominato senatore e dal 1869 entrò nella riserva dell’esercito. Morì nel castello di Blosseville dove si era ritirato, nel 1870. Il generale Lannes sposò il 18 gennaio 1847 a Parigi, Adrienne (Nantes 30 ottobre 1826 – Parigi 8 giugno 1870), dama d’onore dell’imperatrice Eugenia, figlia di Alban de Villeneuve-Bargemont (1784-1850), prefetto, deputato per Var e per il Nord. Fotografia CDV. Fotografo: L. Cremière & C.ie – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce della Legion d’Onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Commentatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 983: Gustave Olivier Lannes de Montebello (Parigi, 4 dicembre 1804 – Pennedepie, 29 agosto 1875). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1684: Émile Mellinet in grande tenuta da Generale di Divisione (Nantes, 1º giugno 1798 – Nantes, 20 gennaio 1894). Figlio del generale Anne François Mellinet, generale dell’armata francese e poi di quella belga dopo l’indipendenza del paese, e di sua moglie Rosalie Malassis, la coppia ebbe due figli per poi divorziare nel 1803. Inseguendo le orme paterne, Émile scelse ancora giovanissimo di intraprendere la carriera militare. Il 2 ottobre 1813, divenne membro della guardia nazionale nel dipartimento della Loira inferiore. Venne posto sotto la guida del generale Brouard come sottotenente dell’88º reggimento di fanteria di linea, dal 25 febbraio 1814, col quale assistette alla battaglia di Parigi dove venne ferito il 30 marzo di quello stesso anno. Il 4 settembre, venne posto in riserva a seguito dell’80º reggimento di fanteria, divenuto poi il 96° dal 25 aprile 1815. Assistette all’assedio di Metz dove ricevette un colpo di lancia che lo ferì ad una guancia il 14 luglio 1815, lasciandogli una vistosa cicatrice sul volto che lo contraddistinguerà per il resto della sua vita. Licenziato, dal 6 settembre 1815 Émile rimase inattivo. Passò alla legione dipartimentale dell’Orne dall’11 marzo 1816 dove rimase sino all’11 dicembre 1820. Richiamato in attività nel 5º reggimento di fanteria leggera dal 22 gennaio 1823, prese parte alla spedizione di Spagna; all’assedio di Saint-Sébastien, venne colpito da un proiettile alla guancia sinistra il 26 aprile 1823, motivo per cui venne decorato con l’Ordine di Carlo III. Venne promosso tenente il 6 giugno 1823. Il 6 febbraio 1828, venne annesso al 5º reggimento di fanteria della Garde Royale. L’11 agosto 1830 ottenne il brevetto di capitano e venne affiliato al 4º reggimento di fanteria leggera dal 16 dicembre di quello stesso anno. Promosso chef de bataillon del 35º reggimento di fanteria di linea dal 27 agosto 1839, dal 30 settembre 1840 comandò il 5º battaglione di cacciatori a piedi. Nel 1841, lasciò la sua unità per l’Algeria, sbarcando a Mostaganem il 22 giugno di quello stesso anno. Rapidamente seppe farsi notare dal generale Bugeaud che di sua mano scrisse un rapporto lodevole sul suo conto, dicendo: “Questo ufficiale superiore, pieno d’istruzione e di onore, sarà ben posto alla testa di un reggimento”. Venne nuovamente citato in occasione dei combattimento del 30 e 31 agosto, del 4 e 5 settembre contro i Flittas ed i Beni-Ouragh sulle montagne dell’Ouarsenis. Nel giugno del 1842, il generale d’Arbouville, comandante della divisione d’Orano, lo citò nuovamente in un suo rapporto per atti lodevoli. Venne nuovamente citato il 13 luglio 1842 per il coraggio dimostrato nella spedizione a Chélif, come pure nella presa di Blida. Il comandante Mellinet compiva all’epoca 28 anni di servizio con 3 campagne, 3 ferite sul campo e 7 citazioni, venendo promosso tenente colonnello del 41º reggimento di fanteria di linea, dal 16 ottobre 1842. Destinato al 32º reggimento di fanteria di linea, lo raggiunse il 13 giugno 1844. Ebbe modo di distinguersi nella spedizione a Mascara e nella battaglia di Tili-Ouanek. Promosso al grado di colonnello del 1º reggimento straniero dal 15 marzo 1846, ottenne il suo comando in un periodo in cui l’Algeria si trovava in piena insurrezione. Il reggimento venne organizzato quindi sotto il suo comando in tre battaglioni: il primo a Orano, Mostaganem e Mascara, il secondo a Orano, Le Sig, Mostaganem, Ténès e Khamis, il terzo a Oran, Sidi Bel-Abbès, Mostaganem e Khamis. Nel febbraio del 1846, il 1º reggimento della legione straniera terminò la costruzione della strada che univa Tenira a Sidi Bel-Abbès, la quale avrebbe permesso di compiere agevolmente le manovre necessarie a controllare l’intera area militarmente. Il 7 aprile 1847, su questa stessa strada Mellinet condusse un grande convoglio per le operazioni militari a sud di Oran. Dopo l’affare di Moghar el-Foukani, il 27 aprile e quello di Aïn Sefra del 1º maggio, il generale Cavaignac si complimentò coi legionari e propose Mellinet per la croce da ufficiale della Legion d’onore, decorazione che questi ricevette a Tlemcen, davanti alle sue truppe. Il 1º gennaio 1848, il duca d’Aumale, governatore dell’Algeria, eresse il circondario di Sidi Bel-Abbès a suddivisione territoriale e ne concesse il comando militare al colonnello Mellinet. La situazione però appariva ormai riappacificata dal momento che l’emiro Abd el-Kader si era rimesso nelle mani del principe, grazie anche all’influenza del generale Pélissier. Il 17 dicembre successivo, presso Oran ed in presenza del 1º battaglione, il colonnello Mellinet ricevette dal generale Pélissier la nuova bandiera destinata al suo reggimento, delineata nel 1848. Nell’aprile del 1849, Mellinet diresse una colonna per la costituzione di un accampamento a El Aricha, non mancando di intervenire a pacificare la parte meridionale della provincia di Oran dove gli animi della popolazione venivano infiammati dalle predicazioni di Sidi cheik ben-Talieb. Nel 1850, Mellinet venne impiegato nella repressione dei gruppi di briganti marocchini nella suddivisione territoriale di Tlemcen tra il febbraio ed il settembre di quello stesso anno. Per decreto presidenziale del 2 dicembre 1850, il colonnello Mellinet venne proclamato generale di brigata e rimpiazzato in Algeria dal tenente colonnello Lesueur de Givry del 7º reggimento di fanteria di linea, il quale venne poi sostituito dal colonnello Bazaine, del 55°. Mellinet venne nominato comandante della 2ª brigata di fanteria di Lione e posto sotto gli ordini del generale de Castellane, il 15 febbraio 1851 oltre ad ottenere il comando della 2ª brigata di fanteria a Lione dal 23 novembre 1851. Il 31 maggio 1854, comandò la 1ª brigata di fanteria della Garde Imperiale, con la quale combatté nella Guerra di Crimea. Promosso generale di divisione il 22 giugno 1855, venne ferito nell’Assedio di Sebastopoli l’8 settembre di quello stesso anno. Comandante della divisione di fanteria della Garde Imperiale, rientrò dalla Crimea il 22 dicembre 1856 e venne nominato ispettore generale del 1° arrondissement di fanteria per il 1856. Nel corso della battaglia di Magenta ebbe un ruolo fondamentale nelle operazioni di attraversamento del fiume Ticino nel corso della battaglia di Magenta del 1859, combattendo alacremente negli episodi di Ponte Nuovo, Ponte Vecchio e Boffalora, durante la seconda guerra d’indipendenza italiana, distinguendosi alla testa dei suoi uomini e vedendosi uccidere sotto la sella ben due cavalli nel corso delle operazioni. Il 2 giugno 1863, venne posto ufficialmente in riserva e venne nominato membro del consiglio nazionale dell’Ordine della Legion d’onore dal 5 luglio di quello stesso anno, nonché comandante superiore della Garde Nationale del dipartimento della Senna dal 23 ottobre 1863. Il 15 marzo 1865, Napoleone III lo nominò senatore. A Nantes, rimpiazzò il generale Bernard Pierre Magnan come gran maestro del Grand’Oriente di Francia, rimanendo in carica dal 1865 al 1870. Il 15 settembre 1869, diede le dimissioni dal suo comando alla Garde Nationale della Senna, ma riprese il suo servizio attivo nel 1870 con lo scoppio della guerra franco-prussiana. Venne posto al comando dei depositi della Garde Imperiale a Parigi dal 17 agosto 1870 e venne nominato membro del comitato per le fortificazioni della capitale dal 20 agosto di quello stesso anno. Amico personale dell’imperatrice Eugénie, fu lei a permettergli di lasciare Parigi indisturbato quando la repubblica venne proclamata il 4 settembre 1871 dopo la sconfitta dell’esercito francese. Posto a riserva dall’8 febbraio 1871, con decreto del 1 settembre 1878 venne definitivamente pensionato dall’esercito francese. Durante gli anni del pensionamento, divenne una delle figure più popolari nella vita pubblica della città di Nantes: favorì lo sviluppo delle arti e delle lettere, in particolare al teatro di Compiègne; appassionato di musica, contribuì all’organizzazione della musica reggimentale e compose anche qualche pezzo per banda; eminente bibliofilo, donò al Ministero della Guerra francese la sua collezione di opere bibliografiche militari ed alla biblioteca municipale di Nantes un prezioso fondo di autografi. Morì il 20 gennaio 1894 alla straordinaria età di 95 anni. Venne sepolto al fianco di sua moglie (1801-1882) nel cimetière Miséricorde di Nantes. All’epoca della sua morte era uno degli ultimi sopravvissuti delle guerre napoleoniche, ed in particolare fu l’ultimo ufficiale noto ad essere morto di quell’epoca. Fotografia CDV. Fotografo:L. Cremière – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’onore
Ufficiale dell’Ordine delle Palme Accademiche
Medaglia di Sant’Elena
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaille coloniale con barretta “Algerie” Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia (Regno di Sardegna)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone di Zähringen
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito di San Michele (Regno di Baviera)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona di Quercia (Granducato di Lussemburgo)
Cavaliere di Grande Stella dell’Ordine del Leone e del Sole (Impero persiano)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine della Corona Ferrea (Impero austriaco)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Aleksandr Nevskij (Impero di Russia)
Commendatore dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno (Stato Pontificio)
Cavaliere dell’Ordine di Carlo III (Regno di Spagna)
Medaglia d’Argento al Valor Militare (Regno di Sardegna)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 1730: Émile Mellinet in grande tenuta da Generale di Divisione (Nantes, 1º giugno 1798 – Nantes, 20 gennaio 1894). Fotografia CDV. Fotografo: Alophe – Paris.

Arc. 1420: Charles Denis Sauter Bourbaki in gran montura da Generale di Divisione (Pau, 22 aprile 1816 – Bayonne, 22 settembre 1897). Figlio del colonnello greco Constantin Denis Bourbaki (1787–1827), morto nell’ambito della guerra d’indipendenza greca, decise giovanissimo di intraprendere la carriera militare. Ammesso alla École Spéciale Militaire de Saint-Cyr, nel 1836 raggiunse gli Zuavi, poi promosso Tenente della Legione Straniera ed aiutante di campo del re Luigi Filippo. Il suo primo combattimento avvenne in Africa: Capitano degli Zuavi nel 1842, Tenente Colonnello del 1º Reggimento Zuavi nel 1850, Colonnello degli Zuavi nel 1851, Generale di Brigata nel 1854. Comandò una parte delle truppe algerine in Crimea, distinguendosi nelle battaglie di Alma, Inkerman e Sebastopoli. Divenuto Generale di Divisione nel 1857, e comandante a Lione nel 1859, partecipò alle battaglie di Magenta e Solferino (Seconda guerra di indipendenza) a capo della 3ª Divisione del III Corpo d’armata francese, venendo comandato per un certo tempo nel corpo di occupazione a Cremona. Una volta in Francia ottenne il comando delle divisioni di Besançon, Grenoble e Metz. Nel 1862 il suo nome fu ventilato quale candidato al trono vacante di Grecia. Dal dicembre 1865 a capo della 1ª Divisione della Guardia imperiale, il 7 luglio del 1869 venne nominato aiutante di campo dell’imperatore Napoleone III. Il 27 luglio 1870 l’imperatore gli affidò il comando della Guardia Imperiale. Nel corso della guerra franco-prussiana nell’autunno del 1870 operò nell’Armata del Reno e giocò un grande ruolo nell’assedio di Metz. Lasciò la città con un salvacondotto, per obbedire ad un supposto ordine di convocazione da parte di Napoleone III, già esule ad Hastings in Inghilterra, dopo la disastrosa battaglia di Sedan. Riguadagnata rapidamente la Francia, offrì i suoi servizi al nuovo ministro della guerra, Léon Gambetta, e ricevette il comando dell’Armata del Nord. Destituito il 10 novembre, fu trasferito all’Armata della Loira. Obiettivo strategico dell’azione di entrambe le armate era liberare Parigi dall’assedio al quale era stata sottoposta dai prussiani e dai loro alleati, sin dal 19 settembre, 17 giorni dopo la capitolazione di Napoleone III a Sedan. Nel frattempo veniva concepito un ambizioso piano per liberare Parigi prendendo a tergo le truppe nemiche, attraverso un vasto movimento strategico da Bourges all’Alsazia passando per Belfort. Tale improba azione era affidata all’Armata dell’Est, il cui comando venne affidato al Bourbaki. All’iniziativa doveva partecipare Giuseppe Garibaldi, con i suoi corpi di volontari che agivano nella regione di Digione (battaglia di Digione). L’esercito che il governo provvisorio della neonata Repubblica francese aveva messo a disposizione del Bourbaki era mal equipaggiato e peggio addestrato. Ma seppe cogliere una prima vittoria il 9 gennaio (battaglia di Villersexel), procedendo poi a tentare di soccorrere la guarnigione di Belfort, al comando del Pierre Philippe Denfert-Rochereau, assediata sin dal 3 novembre. Il 16 gennaio Bourbaki comanda l’assalto alle posizioni tedesche intorno a Belfort. L’assalto costringe il nemico a rinserrarsi verso le mura della città, quando il generale ordina di recuperare le posizioni iniziali. Il 17 gennaio viene respinto un contrattacco portato da un reggimento del Baden. Il 18 Bourbaki ordina la ritirata, senza nemmeno aver impiegato per intero le forze a propria disposizione. Nel momento sommo della propria carriera militare (cosiddetta battaglia di Lisaine) il Bourbaki peccò, secondo gli storici militari francesi, di un eccesso di prudenza e di un eccesso di stima dell’avversario che gli sarebbero costati la campagna. La guarnigione di Belfort non avrebbe comunque capitolato sino alla firma dell’armistizio generale, il 18 febbraio. La ritirata di Bourbaki verso Besançon veniva interrotta dai tedeschi del Manteuffel che muoveva in direzione di Besançon, e sospinta verso la Svizzera. Dei 150 000 componenti iniziali dell’armata, gli 84 000 ancora in armi, in rotta ed affamati, raggiungono la frontiera in località Verrière-de-Joux il 31 gennaio. Il Consiglio federale elvetico decide una mobilitazione parziale dei riservisti di Vaud, Neuchâtel e Ginevra a copertura del Giura, al comando del generale Hans Herzog. Già il 28 gennaio i francesi avanzarono richiesta di internamento in Svizzera. Il 1º febbraio Herzog sottoscrisse la convenzione a Verrière-de-Joux. Armi, munizioni e materiali sarebbero stati abbandonati alla frontiera. Tra il 1º ed il 3 febbraio 1871 87 000 uomini e 12 000 cavalli passarono la frontiera e vennero internati in tutti i cantoni della Confederazione, salvo il Ticino. La scena dell’internamento è immortalata in un celebre panorama opera di Genevois Edouard Castres, conservato a Lucerna. Gli internati sarebbero stati rimpatriati fra il 13 ed il 22 marzo successivo. Il passaggio dell’Armata dell’Est è ricordato in Svizzera come la prima grande azione umanitaria organizzata dalla Croce Rossa, ed una significativa testimonianza della politica di neutralità del Paese. In ogni caso, la Confederazione ottenne dalla Francia un rimborso pari a 12,1 milioni di franchi. Bourbaki medesimo il 26 gennaio delegò le proprie funzioni al generale Justin Clinchant, e tentò il suicidio con un colpo di pistola non andato a segno. Venne trasferito in Svizzera ove poté riprendersi. Nel luglio 1871 Bourbaki venne nominato di nuovo governatore militare della piazza di Lione, sino al 1879. Nel 1881 venne costretto al ritiro nella riserva. Nel 1885 si candidò senza successo al Senato. Paradossale il destino della memoria del generale in Francia: i matematici francesi nel 1935 costituirono l’Associazione Bourbaki, mentre i militari utilizzano a tutt’oggi l’espressione «armata alla Bourbaki» per indicare un gruppo disorganizzato di armati, con uniformi eterogenee e privo di rigore militare. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaille Coloniale con baretta “Algerie” Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Croce d’oro dell’Ordine del Salvatore (Regno di Grecia)
Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (3 battaglie)

Arc. 1733: Louis René Paul de Ladmirault in gran tenuta da Generale di Divisione (Montmorillon, 17 febbraio 1808 – Sillars, 1º febbraio 1898). Ladmirault nacque il 17 febbraio 1808 a Montmorillon da un’antica famiglia appartenente alla piccola nobiltà di Poitou. Suo padre aveva abbandonato la Francia allo scoppio della Rivoluzione francese. Ladmirault frequentò la prestigiosa École spéciale militaire de Saint-Cyr dal 1826 (nella medesima classe del futuro maresciallo di Francia, François Certain Canrobert). Al suo diploma nel 1829, ottenne il grado di sottotenente del 63º reggimento di fanteria di linea. Nel 1831 venne promosso tenente del 67º reggimento di fanteria per poi essere inviato in Algeria dove rimase per i successivi 22 anni della sua carriera. Venne promosso all’incarico di adjudant-major nel 1834, divenendo quindi capitano del corpo degli zuavi nel 1837, ed infine maggiore nel 1840. Nel medesimo anno venne trasferito al 2º battaglione di fanteria leggera e posto in carico della regione di Cherchell. Nominato tenente colonnello nel 1842, venne promosso al pieno rango di colonnello degli zuavi nel 1844 e poi a quello di Generale di Brigata nel giugno del 1848, posto al comando della provincia di Médéa. Nel 1852 venne richiamato in Francia e promosso Generale di Divisione il 14 gennaio 1853. Prese parte alla seconda guerra d’indipendenza italiana al comando della 2ª divisione del 1º corpo d’armata comandato dal maresciallo Achille Baraguey d’Hilliers, prendendo parte alla battaglia di Magenta e soprattutto alla battaglia di Solferino dove venne ferito per ben due volte. Nel 1863 venne creato comandante della 2ª divisone della guardia imperiale francese, nel 1865 divenne vice-governatore dell’Algeria francese e quindi venne nominato senatore nel 1866. Dopo un periodo come comandante del campo militare di Châlons, assunse il comando del II corpo d’armata a Lille nel 1867. Nel corso della guerra franco-prussiana venne posto al comando del IV corpo d’armata (l’Armata del Reno) prendendo parte alle battaglie di Mars-la-Tour e Saint-Privat; durante quest’ultimo scontro respinse l’attacco tedesco a Amanvillers. Dopo la capitolazione dell’esercito francese, ad ogni modo, divenne prigioniero di guerra dei tedeschi. Venne liberato per prendere parte all’assalto contro la Comune di Parigi, durante il quale guidò l’assalto alla Porta di Saint-Ouen ed a Montmartre. Dopo la soppressione della Comune, venne nominato governatore militare di Parigi, incarico che mantenne sino al 1878. Succedette contemporaneamente a maresciallo Mac-Mahon come comandante dell’Armata di Versailles quando quest’ultimo divenne presidente di Francia. Senza successo tentò anch’egli la scalata alla presidenza nel 1879. Si ritirò a vita privata e morì novantenne a Sillars il 1 febbraio 1898. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaille coloniale con barretta “Algerie” Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)

Arc. 853: Louis René Paul de Ladmirault in gran tenuta da Generale di Divisione (Montmorillon, 17 febbraio 1808 – Sillars, 1º febbraio 1898). Fotografia CDV. Fotografo: Le Jeune – Paris.

Arc. 2166: Charles Guillaume Marie Appollinaire Antoine Cousin Montauban, conte di Palikao in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 24 giugno 1796 – Versailles, 8 gennaio 1878). Entrato nel luglio 1814 nella Compagnia delle Guardie del Corpo Monsieur, nel dicembre del 1815 è nominato Sottotenente nel 3° Corazzieri e frequenta la Scuola di Saumur e poi, nel 1820, la Scuola di Stato Maggiore. Nominato Tenente nei Cacciatori dell’Orne nel 1822, partecipa alla guerra di Spagna come Aiutante di Campo del Generale Toussaint. Nel 1827 passa al 1° Reggimento dei Granatieri a Cavallo della Guardia Reale. Servì in Algeria dal 1831 al 1857 e ottenuta una rapida promozione, fu nominato generale di divisione Comandante la Divisione di Orano nel 1855. Dal 1857 al 1860 svolse vari incarichi in Francia, prima di essere inviato in Cina nel 1860 al comando delle truppe francesi nella campagna congiunta anglo-francese avente l’obbiettivo di costringere i cinesi a rispettare il trattato di Tientsin del 1858. In questa veste sconfisse una grossa forza cinese a Pa-li-ch’iao (in francese Palikao), presso Pechino, il 21 settembre ed entrò nella capitale cinese il 12 ottobre. Il suo nome fu coinvolto tra quello dei responsabili del saccheggio e dell’incendio dei palazzi d’estate al di fuori di Pechino, fatti che suscitarono grossa indignazione in tutto il mondo, messi in atto dalle sue stesse truppe. Egli tuttavia conservò ampia fama in patria e ottenne la nomina a senatore in dicembre e il titolo di Conte di Palikao nel 1862, conferitogli da Napoleone III. Dopo lo scoppio della guerra franco-tedesca il 19 luglio del 1870, Palikao fu designato primo ministro dalla reggente imperatrice Eugenia il 9 agosto 1870, a seguito delle dimissioni di Émile Ollivier, giunte all’indomani dell’insuccesso francese presso Woerth. Il suo governo, che durò meno di un mese, fu testimone della caduta del Secondo Impero. Palikao fece pesare il proprio ruolo politico sulle personalità militari nel corso del conflitto: con la sua influenza poté costringere il maresciallo di Francia Patrice de Mac-Mahon, al comando dell’Armata di Châlons, ad operare un rischioso ricongiungimento con l’altra armata in cui era diviso l’esercito francese, quella di François Achille Bazaine, costretta all’interno di Metz dall’accerchiamento prussiano. Il primo ministro spiegò a Mac-Mahon che la sua strategia fu dettata dal timore dello scoppio della rivoluzione a Parigi. Essa si sarebbe potuta verificare qualora l’armata francese avesse realizzato un arretramento su Parigi e avesse abbandonato Bazaine al proprio destino. La decisione del capo dell’esecutivo imperiale avrà effetti nefasti sull’esito della guerra e provocherà il successivo attanagliamento delle forze di Mac-Mahon. Montauban sarà spodestato dalla rivoluzione repubblicana del 4 settembre, seguita alla definitiva sconfitta a Sedan delle forze francesi, che condusse alla creazione della terza repubblica francese. In fuga verso il Belgio, si ritirò a vita privata. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire
Médaille commémorative de la expedition de Chine Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano (Santa Sede)

Arc. 955: Charles Guillaume Marie Appollinaire Antoine Cousin Montauban, conte di Palikao in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 24 giugno 1796 – Versailles, 8 gennaio 1878). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1312: Charles Guillaume Marie Appollinaire Antoine Cousin Montauban, conte di Palikao in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 24 giugno 1796 – Versailles, 8 gennaio 1878). Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.

Arc. 2662: Alphonse Henri d’Hautpoul in gran montura da Generale di Divisione (Versailles
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore 27 dicembre 1814
Ufficiale della Legion d’onore aprile 1821
Commendatore della Legion d’onore 21 agosto 1823
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 14 aprile 1844
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore 11 dicembre 1851
Cavaliere dell’Ordine di San Ferdinando (Regno di Spagna) 1823
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carlo III (Regno di Spagna) 18 ottobre 1830
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia) 23 febbraio 1847
Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio) 12 febbraio 1850
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro 1850

Arc. 3435: Edmond-Charles de Martimprey in grande uniforme da Generale di Divisione (Meaux, 16 giugno 1808 – Parigi, 24 febbraio 1883). Suo padre era Augustin Dominique de Martimprey (1780–1869), mentre sua madre fu Angélique Françoise Royer de Maulny (c. 1790–1865). Suo fratello minore, Auguste de Martimprey, divenne Generale di Fanteria e morì per le ferite riportate nella battaglia di Magenta nel 1859. Edmond de Martimprey studiò all’École spéciale militaire de Saint-Cyr dalla quale uscì diplmato nel 1828, prendendo servizio come Sottotenente dal 3 gennaio 1829. Nel 1830 venne assegnato all’11º Reggimento di Fanteria a Soissons, venendo quindi destinato alla sessione topografica dove realizzò delle mappe dell’area dello Champagne. De Martimprey venne promosso Tenente il 20 giugno 1832 ed il 3 novembre 1835 entrò in servizio in Algeria, giungendo a Mers El Kébir. Seguì le campagne d’Africa e raggiunse il grado di Tenente Colonnello. In Africa fu capo dello staff dei generali La Morcière e Cavaignac. Durante la rivolta delle giornate di giugno del 1848, de Martimprey combatté per le strade di Parigi. Promosso Colonnello il 10 luglio 1848, il 18 ottobre di quello stesso anno, a Parigi, si sposò con Louise Thérèse Mesnard de Chousy (1823–89). La coppia ebbe per figli Louis (1849–92), Albert (1851–1931) e Charles Auguste (1852–1935). In quello stesso periodo iniziò a supportare attivamente la politica del principe Luigi Napoleone Bonaparte. De Martimprey divenne capo dello staff generale alle dipendenze del Maresciallo Randon nell’armata d’Algeria. Nel 1852 de Martimprey venne nominato Generale di Brigata e nel 1855 ottenne il grado di Generale di Divisione. Nel corso della guerra di Crimea venne nominato Maggior Generale dell’armata dell’Est. Con questo ruolo prestò servizio sotto i Marescialli Saint-Arnaud, Canrobert e Pélissier. Ottenne il comando della divisione di Orano, in Algeria. Fu quindi Generale aggiunto al maresciallo Vaillant, entrando ufficialmente nell’armata d’Italia nel 1859. De Martimprey venne nominato al comando delle truppe di terra e di mare francesi in Algeria e quindi fu vice-governatore della colonia. Il 30 dicembre 1863 ottenne la gran croce dell’Ordine della Legion d’Onore. Alla morte del Maresciallo Pélissier divenne governatore provvisorio. Portò avanti una forte campagna militare in Algeria, reprimendo violentemente l’insurrezione araba locale. Venne creato senatore per decreto imperiale del 1 settembre 1864. Il 27 aprile 1870 divenne governatore dell’Hotel des Ivalides di Parigi. Nel 1871 de Martimprey divenne membro del consiglio per la capitolazione di Strasburgo e Metz. Il 21 maggio 1874 si vide confermare il titolo di conte ereditario con decreto del presidente MacMahon. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi

Arc. 2170: Filiberto Mollard in montura di gala da Generale di Divisione (Albens, 13 maggio 1801 – Chambéry, 23 giugno 1873). Era figlio di Jean Mollard-François e Marie-Anne Michaud, sorella del futuro barone Pierre Michaud. Nacquero otto figli. I due più anziani morirono durante le campagne napoleoniche. I due più giovani, Jean-François e Philibert, fecero carriera nell’esercito. Hubert Heyriès quindi commise un errore nel presentare il barone Michaud come il patrigno del generale Filiberto Mollard. Suo fratello, il generale Jean-François Mollard, nato 17 agosto 1795 ad Albens, morì il 21 novembre 1864 a Torino, fece la scelta dopo il 1860 di rimanere in Italia. Soprannominato “chiaro di luna” diventò generale della brigata di Savoia nel 1849 e si ritirò nel 1852. Guardia del Corpo a 17 anni, divenne poco dopo ufficiale di fanteria e partecipò alla campagna del 1848 divenendo Maggiore per merito di guerra per il fatto d’armi di Villafranca, Tenente Colonnello pure per merito di guerra a Valeggio e meritando la medaglia d’Argento al Valor Militare a Goito. Colonnello Comandante il 17° Reggimento Fanteria nel novembre 1848, al combattimento della Sforzesca (1849) ebbe una seconda Medaglia d’Argento. Prese parte alla guerra di Crimea al comando della 5^ Brigata provvisoria e si meritò la menzione onorevole. Maggior Generale nel 1855, comandò la Brigata Piemonte. Nella campagna del 1859 comandò la 3^ Divisione ed a San Martino fu decorato della Croce di Grand Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia e fu promosso Tenente Generale per merito di guerra. Nel 1860, con l’annessione della Savoia alla Francia, seguì le sorti del suo paese natio e divenne Aiutante di Campo di Napoleone III. Nel 1866 fu ammesso al senato imperiale e fu inoltre un membro del Consiglio dipartimentale della Savoia. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
Onorificenze
Onorificenze italiane
Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Commedatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia 16 gennaio 1860
Commendatore dell’Ordine militare di Savoia 18 giugno 1856
Medaglia d’argento al valor militare Goito – 1848
Medaglia d’argento al valor militare Sforzesca – 1848
Menzione Onorevole Crimea – 1855 Onorificenze straniere
Commendatore della Legion d’onore 4 giugno 1856
Grand’Ufficiale della Legion d’onore 12 gennaio 1860
Médaille commémorative de la campagne d’Italie (1859)
Medaglia britannica di Crimea

Arc. 2084: Joseph Édouard de La Motte-Rouge in gran montura da Generale di Divisione (Pléneuf-Val-André, 3 febbraio 1804 – Hénansal, 29 gennaio 1883). Joseph Édouard de La Motte-Rouge nacque a Pléneuf-Val-André, nel dipartimento francese della Côtes-du-Nord, il 3 febbraio 1804, da Joseph Marie de La Motte-Rouge, signore di La Motte-Rouge, e di sua moglie Agathe Julie de La Motte de La Guyomarais. Intrapresa la carriera militare, si formò presso la scuola militare di Saint-Cyr dal 1819 al 1821. Fu destinato come luogotenente inferiore del 22º Battaglione di fanteria di linea nella spedizione di Spagna del 1823, ove rimase ferito. Successivamente partecipò ai combattimenti di A Coruña e di San Sebastián, e fece parte delle forze d’occupazione a Madrid fino al 1825. Nel 1830 prese parte alla rivoluzione belga, combattendo agli ordini del maresciallo Étienne Maurice Gérard e partecipando ai combattimenti contro il Regno d’Olanda che terminarono con la presa di Anversa del dicembre del 1832, venendo promosso capitano. Il 12 aprile 1840 sposò Clémentine Marie Pocquet de Livonnière. Successivamente venne nominato Generale di Brigata poco tempo il dopo il colpo di Stato in Francia del 1851 che portò al potere Luigi Napoleone. Ferito a Varna durante la guerra di Crimea del 1853-1856, prese parte alla battaglia dell’Alma, distinguendosi poi nella battaglia di Inkerman. Promosso Generale di Divisione nel giugno 1855, ottenne il comando della 2ª Divisione dell’Armata d’Oriente, distinguendosi ancora nella battaglia di Traktir. Fu comandante della 15ª Divisione militare a Nantes, della 1ª Divisione del 2º Corpo d’armata comandato dal generale Patrice de Mac Mahon, col quale combatté la seconda guerra d’indipendenza italiana del 1859. La sua divisione partecipò alla battaglia di Turbigo ed alla battaglia di Magenta, combattute rispettivamente il 3 e il 4 giugno 1859. Lo stesso corpo militare ebbe un ruolo fondamentale nella battaglia di Solferino e San Martino del 24 giugno 1859.Joseph Edouard svolse anche attività politica divenendo candidato alle elezioni della circoscrizione della Côtes-du-Nord del 1869. Prese parte quindi alla battaglia di Sedan del 1870 ottenendo il comando della 15ª Divisione militare e poi dell’Armée de la Loire. Ottenuto il governatorato di Orléans il 6 ottobre 1870, fu costretto a lasciare la città pochi giorni dopo il suo insediamento, l’11 ottobre, a seguito della sconfitta contro i prussiani, venendo immediatamente destituito e rimpiazzato dal generale Louis d’Aurelle de Paladines. Morì nel suo castello de la Motte a Hénansal, il 29 gennaio 1883. Due anni dopo la sua morte, la città di Nantes gli intitolò il ponte “Général-de-la-Motte-Rouge”. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Médaille commémorative de la expedition in Mexique Onorificenze straniere
Cavaliere di I classe dell’Ordine di San Stanislao (Impero russo)
Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
Cavaliere di II classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
Cavaliere Commendatore dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 2172: Joseph Vinoy in gran montura da Generale di Divisione (Saint-Étienne-de-Saint-Geoirs, 10 agosto 1803 – Parigi, 27 aprile 1880). Nato da famiglia della piccola borghesia, il padre Pierre era un conciatore di pellame e sindaco del piccolo comune di Saint-Étienne-de-Saint-Geoirs che in gioventù era stato fervente rivoluzionario. Rimasto vedovo nel 1793, si risposò l’anno seguente con Marguerite Isérable, dalla quale ebbe i figli Joseph e Emile. Probabilmente per assicurargli un’istruzione altrimenti non accessibile alle famiglie di modesta condizione, come era uso all’epoca, Joseph fu avviato alla vita ecclesiastica, ma prima di prendere i voti comprese che il sacerdozio non era fatto per lui e decise di abbandonare il seminario. Nel 1823 si arruolò nella Guardia Reale iniziando la carriera militare da semplice soldato. Come sergente del 14º reggimento di fanteria prese parte alla campagna d’Algeria del 1830 e si distinse nella presa di Algeri, ottenendo la nomina a sottotenente. Rimase di stanza in Africa per 25 anni, al comando di reparti coloniali. Il 3 dicembre 1850 si sposò con Amélie Lourmand, trentaquattrenne figlia di un commerciante di Nantes, dalla quale ebbe l’unico figlio Georges, morto all’età di sette mesi. Convinto bonapartista, nel 1851 appoggiò il colpo di Stato di Napoleone III, contribuendo a soffocare la flebile rivolta repubblicana nei comuni della Vaucluse. Nel 1852, promosso colonnello, fu incaricato di costituire il 2º reggimento Zuavi, del quale ebbe il comando fino al 1853, quando venne nominato Generale di Brigata e inviato con il corpo di spedizione francese nella guerra di Crimea. Si distinse particolarmente nella battaglia di Malachov e nell’assedio di Sebastopoli, ricevendo il grado di Generale di Divisione, il 22 settembre 1855. Data la sua esperienza e l’enorme prestigio goduto tra la truppa, per la sua costante presenza tra le linee durante i combattimenti, nel 1859 fu chiamato da Adolphe Niel nel IV corpo dell’armata francese che determinò le sorti della seconda guerra d’indipendenza. Al comando della 2ª divisione, che condusse personalmente da Lione ad Alessandria per il Colle del Moncenisio, Vinoy partecipò alla battaglia di Magenta e alla battaglia di Solferino e San Martino, difendendo strenuamente la posizione di Casa Nuova e Quagliara durante i feroci combattimenti della battaglia di Medole. Tornato in Patria, nel 1865 fu posto a riposo per raggiunti limiti d’età e nominato senatore, ma fu richiamato in servizio attivo nel 1870, dopo le prime disastrose fasi della guerra franco-prussiana, e posto al comando del XIII corpo d’armata. La partenza per il fronte fu immediatamente seguita dalla disfatta di Sedan e Vinoy indirizzò immediatamente le truppe alla difesa della capitale, dirigendo i combattimenti nella zona Sud durante l’assedio di Parigi. Il 6 aprile 1871 fu nominato Gran Cancelliere dell’Ordine della Legion d’Onore, mantenendo la carica fino al 28 febbraio 1880. Poco prima di morire promosse una sottoscrizione per il restauro dell’hôtel de Salm, cui elargì un importante contributo finanziario. Nel 1923 venne denominato Vinoy, in suo onore, un comune canadese del Québec, dal 1996 accorpato al comune di Chénéville. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Commendatore della Legion d’onore 4 giugno 1856
Grand’Ufficiale della Legion d’onore 12 gennaio 1860
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaglia francese commemorativa della Seconda Guerra d’Indipendenza italiana Onorificenze straniere
Cavaliere di II classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Commedatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

Arc. 2672: Joseph Vinoy in gran montura da Generale di Divisione (Saint-Étienne-de-Saint-Geoirs, 10 agosto 1803 – Parigi, 27 aprile 1880). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 411: Joseph Vinoy in gran montura da Generale di Divisione (Saint-Étienne-de-Saint-Geoirs, 10 agosto 1803 – Parigi, 27 aprile 1880). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 2175: Louis Henri François de Luzy-Pelissac in gran tenuta da Generale di Divisione (Miribel (Drôme), 13 agosto 1797 – Roybon, 28 maggio 1869). Entrato nell’esercito durante la Restaurazione, fu colonnello nel 1844 e generale di brigata nel 1848. Servendo in Algeria, fu generale di divisione nel 1854. Fu nominato grande ufficiale della Legion d’Onore il giorno dopo la battaglia di Solferino. Marchese nel 1860 con decreto. Consigliere generale del cantone di Romans-sur-Isère, è stato deputato della Drôme dal 1863 al 1869, in maggioranza a sostegno del Secondo Impero. Nominato senatore il 6 maggio, è morto poche settimane dopo. Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.
Onorificenze
Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 1859
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 1859

Arc. 2991: Édouard Jean Étienne Deligny in gran montura da Generale di Divisione (Ballan – Ballan 24 febbraioTenente il 27 dicembre 1840, Capitano il 19 ottobre 1844, ottenne il permesso di passare con il suo grado al Battaglione di Fanteria Indigena ad Orano l’8 maggio 1848; promosso comandante di Battaglione pochi mesi dopo, non lasciò la colonia fino al maggio 1859. Ricevette la Croce d’Ufficiale della Legion d’Onore il 28 luglio 1849 e le spalline di Tenente Colonnello nella 75° Reggimento di Linea il 10 maggio 1852. Colonnello il 30 dicembre 1852, nel 1854 effettuò la spedizione a Sebaou, in cui fu colpito alla testa il 20 giugno, tra il villaggio di Taourirt e Djemma-si-Saïd. Stava eseguendo la ritirata, dopo essersi fatto padrone di tutti i villaggi dell’Ath Menguelet, quando i Kabyles accorsero da tutte le parti, salirono il crinale con tanto ardore quanto agilità, man mano che le truppe francesi crescevano. Approfittando dei minimi ostacoli che il terreno offriva loro, diresse un fuoco feroce contro i bassi scaglioni francesi. Fu in uno di questi scontri che il Colonnello Deligny, al culmine della mischia, fu ferito gravemente alla testa. Stava per cadere prigioniero dei Cabili quando, con uno sforzo supremo, i soldati che erano con lui riuscirono a strapparlo dalle loro mani. Divenne Generale di Brigata il 31 luglio 1855. Citato nell’ordine del giorno dell’esercito del 13 agosto e nel rapporto sulla lotta contro i Cabili del Djurdjura, fu nominato, il 29 luglio, comandante in riconoscimento della sua buona condotta. Fu messo a disposizione del Governatore dell’Algeria, che lo incaricò della riorganizzazione del circolo Tizi-Ouzou. Nel settembre 1856, il Generale Deligny contribuì alla sottomissione della Confederazione di Guetchoulas, Il villaggio di Djemma, addossato alle ultime propaggini del Djurdjura, circondato sugli altri due lati da profondi burroni: è qui che i Cabili avevano deciso di difendersi. Per impadronirsene, diresse un attacco regolare contro il nemico. Quattro battaglioni al comando del Generale Deligny si avvicinarono all’altura su due colonne, ma se ne impadronirono solo dopo un aspro combattimento che costò un numero considerevole di morti e feriti. Nel 1857, Deligny partecipò alla spedizione nella Grande Cabilia, sotto il Maresciallo Randon. L’11 luglio, in combattimento sulla scoscesa cresta di Illiten, in marcia verso il nemico alla testa della sua brigata, fu gravemente ferito da un proiettile nella parte superiore del torace. Guarito dalla ferita, fu chiamato in Francia nel 1859, dopo 19 anni trascorsi ininterrottamente in Africa. Otto mesi dopo, il 1° ottobre, tornò in Algeria. Prese parte alla spedizione nel Marocco del 1859. Generale di Divisione nel 1860, Grande Ufficiale della Legion d’onore il 30 dicembre 1862, Gran Croce il 7 giugno 1865 e comandante della provincia di Orano, di cui fu governatore per 10 anni. Fu chiamato a comandare il campo di Chalons nel 1869, dopo essersi distinto a Isly e in Italia. Fece la campagna di Germania nel 1870, combatté sotto Metz e fu fatto prigioniero a Munster. In seguito fu chiamato in tutta fretta da M. Thiers a Versailles, il quale gli offrì il comando delle truppe per marciare su Parigi dove era scoppiata la Comune. Ma rispose con orgoglio a M. Thiers che non avrebbe mai accettato un lavoro del genere e che avrebbe potuto cercare nel suo entourage soldati più ambiziosi che capaci, che non avrebbero chiesto di meglio per trovare un rapido avanzamento in questa occasione. Ebbe poi il comando del 4° corpo d’armata che fondò a Le Mans nel 1873, poi fu nominato ispettore generale nel 1879. Messo in riserva il 13 dicembre 1880, il generale Deligny si ritirò il 12 dicembre 1881. Morì nella sua proprietà a La Goupillière nel 1902 a Ballan, dove si era ritirato nella terra di famiglia al momento del pensionamento. Fu per breve tempo deputato dell’Indre-et-Loire nel 1871. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.
Onorificenze
Ufficiale della Legion d’onore 28 luglio 1849
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 30 dicembre 1862
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore 7 giugno 1865

Arc. 1582: Louis Jean-Baptiste d’Aurelle de Paladines in grande uniforme da Generale di Divisione (Le Malzieu-Ville, 9 gennaio 1804 – Versailles, 17 dicembre 1877). Louis Jean-Baptiste d’Aurelle de Paladines nacque a Le Malzieu-Ville, Lozère, e venne educato al Prytanée national militaire e alla prestigiosa Accademia Militare di St Cyr, da cui uscì nel 1824 senza però aver ottenuto alcun grado a causa della sua insubordinazione. Nominato Tenente nel 1830 e Capitano nel 1834, prestò servizio in Algeria tra il 1841 ed il 1848, divenendo Tenente Colonnello e venendo nominato ufficiale della Legion d’Onore; prese parte alla campagna per la repressione della Repubblica romana del 1849 e in quella occasione ottenne il grado di Colonnello. Appoggiò il colpo di Stato del 2 dicembre 1851 di Luigi Bonaparte e come ricompensa fu nominato Generale di Brigata. Durante la Guerra di Crimea del 1853-56 fu promosso Generale di Divisione e Commendatore della Legion d’Onore. Nella campagna dell’esercito francese in Lombardia, nel 1859, Aurelle de Paladine prese il comando della 9ª Divisione a Marsiglia, incaricata dei rifornimenti, e nel 1868 ottenne il rango di Grand’Ufficiale e di gran croce della Legion d’Onore. Messo in riserva nel 1869, venne richiamato al comando della piazza di Marsiglia allo scoppio della Guerra franco-prussiana del 1870. Dopo la prima presa di Orléans da parte dei tedeschi, nell’ottobre del 1870 venne posto dal governo di Difesa nazionale al comando dell’armata della Loira, in sostituzione del generale Joseph-Édouard de La Motterouge. Nell’addestramento delle truppe a Salbris si distinse per certi suoi comportamenti crudeli, facendo giustiziare numerosi soldati allo scopo di «rinforzare la disciplina». Ricevuto l’ordine di liberare Orléans, dopo aver tergiversato per due settimane, con forze tre volte superiori attaccò i prussiani a Coulmiers e, pur subendo più perdite rispetto a quelle dei nemici, li costrinse a evacuare Orleans. Tuttavia non approfittò del successo e subì il contrattacco delle truppe prussiane: dopo le sconfitte rimediate a Beaune-la-Rolande e a Orleans, dovette ritirarsi costringendo anche la delegazione governativa a rifugiarsi, il 9 dicembre 1870, da Tours a Bordeaux. Accusato d’incapacità, fu sostituito dal generale Alfred Chanzy e si ritirò a vita privata a Belley. Fu richiamato nel gennaio del 1871 per essere messo a capo della Guardia nazionale di Parigi durante l’assedio della Capitale francese. L’8 febbraio 1871 venne eletto all’Assemblea Nazionale, in rappresentanza dei dipartimenti di Allier e Gironde, e partecipò con altri quattordici ufficiali ai negoziati di pace tra la Francia e la Germania. Il 18 marzo dello stesso anno, a seguito della sollevazione comunarda, fu costretto a fuggire da Parigi e si rifugiò a Versailles. Gli fu allora concesso il comando della legione di stanza a Bordeaux, ma si ritirò definitivamente dal servizio militare nel 1872, pubblicando La Première armée de la Loire per difendersi dalle accuse di incapacità rivoltegli da Charles de Freycinet nel libro La guerre en province pendant le siège de Paris. Nominato senatore a vita nel 1875, appoggiò il partito monarchico. Morì a Versailles nel 1877. Fotografia CDV. Fotografo: Langerock – Paris.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (3 battaglie)

Arc. 1359: Jean Louis Marie Ladislas Walsin Esterhazy in gran montura da Generale di Divisione ( Nîmes, 12 luglio 1804 – Lyon, 12 dicembre 1871). Figlio di Jean Marie Auguste, propietario e di Marie Cartier, fu allievo alla Scuola Speciale Militare di Saint Cyr il 24 agosto 1820. Caporale il 7 ottobre 1821, Furiere il 10 novembre 1821, Sergente l’11 febbraio 1822, Sergente Maggiore il 25 giugno 1822, venne promosso Sottotenente nel 45° Reggimento Fanteria di Linea il 1° ottobre 1822. Servì in Spagna nel 1823 e fu promosso Tenente il 30 agosto 1826. In Martinica dal 1° ottobre 1826 al 2 luglio 1832, fu Capitano il 28 febbraio 1832 e sposò il 15 maggio 1834 Sarah Anne Lee. Ufficiale d’Ordinanza del Re il 3 luglio 1838, fu cavaliere della Legion d’Onore il 24 agosto 1838. Comandante di Battaglione al 17° Reggimento Fanteria di Linea il 28 luglio 1840, passò al 13° Reggimento Fanteria Leggera il 5 febbraio 1841. Servì in Africa dal 1841 al 1843, venne citato nel rapporto del Governatore Generale dell’Algeria il 5 giugno 1841 come particolarmente distinto durante la spedizione dal 18 al 3 giugno. Venne citato anche per il combattimento di Achet – Bredda il 1° giugno e venne ferito da arma da fuoco al fianco sinistro davanti a Mascara l’8 agosto 1841. Promosso Tenente Colonnello al 56° Reggimento Fanteria di Linea il 15 maggio 184, passò al 9° Reggimento Fanteria Leggera il 2 febbraio 1843. Ufficiale della Legion d’Onore il 14 aprile 1844, ottenne il grado di Colonnello comandante il 74° Reggimento Fanteria di Linea il 26 ottobre 1845. In missione a Tunisi il 4 luglio 1847 incaricato dell’organizzazione e l’istruzione delle truppe del Bey servendolo fino al 12 marzo 1852. Decorato delle 2^ Classe del Nicham Ifiktar di Tunisi il 15 febbraio 1849, ricevette anche la Spada d’Onore da parte del Bey nel 1849. L’8 dicembre 1849 venne anche decorato dell’Ordine Emir Liwa di Tunisi e il 2 dicembre 1850 venne promosso Generale di Brigata e il 12 dello stesso mese ottenne il comando della subdivisione della 20^ Divisione. Gran Croce dell’Ordine di Nicham Ifiktar il 29 giugno 1852, gli venne affidato il comando di una Brigata della 1^ Divisione di Fanteria dell’Armata di Parigi il 19 agosto 1852. Commendatore della Legion d’Onore il 10 agosto 1853, fu comandante della 1^ Brigata della 2^ Divisione del 2° Corpo d’Armata del Campo del Nord il 22 novembre 1854. Passò poi al comando della 1^ Brigata della 3^ Divisione di Fanteria del 1° Corpo d’Armata del Nord il 1° marzo 1855 e il 15 settembre dello stesso anno venne incaricato del comando della 1^ Brigata della 3^ Divisione di Fanteria dell’Armata dell’Est. Promosso Generale di Divisione il 18 marzo 1856, fu Ispettore Generale per il 1856 del 25° Dipartimento di Fanteria (Africa) il 28 giugno 1856. Fu Ispettore Generale per il 1857 del 26° Dipartimento di Fanteria il 30 maggio 1857. Servì ancora in Africa dal 22 agosto al 9 novembre 1857 per poi passare al comando della 3^ Divisione di Fanteria dell’Armata di Lione il 22 maggio 1858. Ispettore Generale per il 1858 dell’11° Dipartimento di Fanteria il 29 maggio 1858, e tornato in Africa fu al comando della Divisione di Orano il 23 febbraio 1859 dove rimase fino al 9 febbraio 1860. Grand Ufficiale della Legion d’Onore l’8 dicembre 1859, fu Comandante Superiore ad interim delle forze di terra e di mare ad Algeri il 12 dicembre 1859. Ispettore Generale del 10° Dipartimento di Fanteria il 12 maggio 1860, passò al comando della 3^ Divisione di Fanteria al Campo di Chalon il 25 maggio 1860. Comandante della 3^ Divisione di Fanteria del 4° Corpo d’Armata il 2 ottobre 1860, fu Ispettore Generale del 19° Dipartimento di Fanteria l’11 maggio 1861. Ispettore Generale del 16° Dipartimento di Fanteria il 28 maggio 1862, passò al 12° Dipartimento con lo stesso incarico il 13 maggio 1863. Membro del Comitato di Fanteria il 31 dicembre 1863, fu Ispettore Generale del 20° Dipartimento di Fanteria il 16 aprile 1864 e del 15° Dipartimento di Fanteria il 25 aprile 1865. Comandante della 2^ Divisione di Fanteria del 4° Corpo d’Armata il 9 dicembre 1865, fu Ispettore Generale del 13° Dipartimento di Fanteria il 2 maggio 1866 e del 17° il 25 maggio 1867. Ammesso alla sezione di riserva il 13 luglio 1869, offrì i suoi servizi al ministro domandando un comando attivo il 25 luglio 1870 ottenendo il comando della provincia di Orano. Governatore Generale dell’Algeria ad interim il 26 ottobre 1870, fu costretto a rassegnare le dimissioni dal suo comando dalla popolazione. Rientrato in France il 29 ottobre 1870 venne sostituito provvisoriamente dal Generale Lichtlin. Venne reintegrato nella Riserva il 31 ottobre 1870. Fotografia CDV. Fotografo: L. Bert.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore
Ufficiale della Legion d’onore
Commendatore della Legion d’onore
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia)

Arc. 2456: Jacques Camou in gran montura da Generale di Divisione (Sarrance, 1º maggio 1792 – Sarrance, 8 febbraio 1868). Nato a Sarrance nel dipartimento francese dei Pirenei Atlantici, Camou iniziò la propria carriera militare il 6 settembre 1808 come sergente del 1º battaglione cacciatori di montagna (corrispettivo francese degli alpini italiani). Sotto Napoleone I egli servì nelle guerre d’Italia, partendo con l’armata di Spagna nel 1811, e tornando in Italia nel 1813, ricevendo tre ferite nella schermaglia di Saint-Hermangors in Illiria, presso la fonte del Tagliamento. Nel 1815 passò nell’armata delle alpi. La sua carriera militare venne interrotta nel 1815 al crollo del regime napoleonico, ma nel 1817, prestò nuovamente servizio come luogotenente. Egli partecipò nel 1823 alla Guerra Civile Spagnola del 1820-1823, con un corpo di spedizione spagnolo. Nel 1830 venne inviato in Algeria, dove raggiunse il grado di brigadiere generale nel 1848. Qui si distinse particolarmente nell’assedio di Zaatcha, città e oasi della provincia di Costantina, che venne definitivamente conquistata dai francesi il 26 novembre 1849 dopo lunghi combattimenti. Quattro anni più tardi, venne promosso al rango di maggiore generale e divenne il comandante della divisione militare di stanza ad Algeri. Successivamente Camou prese il comando della 2ª Divisione di fanteria della Guardia Imperiale e partecipò alla Guerra di Crimea, distinguendosi in episodi come l’Assedio di Sebastopoli del 1854 e nella Battaglia della Cernaia nel 1855, oltre a partecipare poi nel corso della Seconda guerra d’indipendenza italiana alle operazioni della gloriosa Battaglia di Magenta, in Italia, che fu uno dei cardini del raggiungimento dell’unità del paese, nel 1859. Nel 1857 ottenne la Gran Croce della Legion d’onore e il 30 dicembre 1863, venne nominato Senatore. Morì nella nativa Sarrance nel 1868, all’età di 75 anni. Fotografia CDV. Fotografo: G. Prevot – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’onore
Medaglia di Sant’Elena
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
Cavaliere comandante dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 2659: Jacques Camou in gran montura da Generale di Divisione (Sarrance, 1º maggio 1792 – Sarrance, 8 febbraio 1868). Fotografia CDV. Fotografo: L. Cremière & E. Hanfstaengl – Paris.

Arc. 2452: Paul Victor Jamin in gran montura da Generale di Divisione ( Montmédy 3 marzo 1807 – 1868). Figlio del Generale Jean-Baptiste, sposò il 24 maggio 1834 Stéphanie Antoinette Eugénie Maurin. Allievo a Saint Cyr (1823-1825), Sottotenente del 3 ° Reggimento di Fanteria leggera all’uscita dalla scuola militare speciale, Tenente nel 1831, era un ufficiale d’ordinanza di suo padre nominato al comando di una divisione della esercito del nord durante la campagna belga. Capitano nel 1833, entrò nella casa del re e divenne l’ufficiale d’ordinanza di Luigi Filippo. Capo di battaglione nel 1840 fu assegnato alla persona del duca di Aumale con il quale prestò servizio in Algeria dal 1840 al 1848. In questa veste partecipò alla cattura di Abdel-Kader (16 maggio 1843), fu ferito nello scontro di Mésounech (15 marzo 1844), che seguì l’occupazione di Biskra, e assistette alla battaglia di Isly (14 agosto 1844). Colonnello dal 19 agosto 1847, fu prima Aiutante di Campo del duca di Aumale, poi governatore generale d’Algeria, quando scoppiò la rivoluzione del 1848. Jamin prese il comando dell’8 ° Reggimento di linea e partecipò alle operazioni di pacificazione in Algeria. Generale di brigata il 31 gennaio 1852, comandò le Divisioni militari di Meuse, Allier e, nel 1854, quelle di Loiret, Yonne ed Eure-et-Loir. Messo a capo della 1^ Brigata della 2^ ID dell’Esercito del Nord (23 marzo 1855), fece parte di questa unità del corpo di riserva dell’Esercito dell’Est durante la Guerra di Crimea ottobre 1855 – luglio 1856 e al suo ritorno comandò le Divisioni militari di Allier, Loiret e Marne. Sotto gli ordini del generale de Montauban, prese parte alla spedizione in Cina (1860-1861), fu promosso a Maggiore Generale il 14 agosto 1860 e si distinse a capo di una brigata durante l’avanzata delle truppe a Pechino. Il 2 maggio, comandò la 4^ divisione militare a Châlons, divenne membro del comitato consultivo della fanteria il 9 marzo 1864 e partecipò a missioni di ispezione generale per la fanteria fino alla sua morte nel 1868. Il 1° agosto 1846 era succeduto al comando della fanteria a suo padre, nominato pari di Francia come deputato della Mosa al 3 ° collegio di Montmédy. Rieletto nel settembre 1847, perse il suo mandato durante la rivoluzione del 1848. Era stato un grande ufficiale della Legion d’Onore dal 27 dicembre 1861. Cavaliere dell’Ordine di Leopoldo del Belgio. Comandante del Regio Ordine di Francesco I delle Due Sicilie. Cavaliere Straordinario dell’Ordine Reale di Carlo III di Spagna. Comandante del Micham-Iftikar di Tunisi. Cavaliere di 3a classe dell’Ordine Reale e Militare di Saint-Ferdinand di Spagna. Ricevette la medaglia cinese. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Grand’Ufficiale della Legion d’onore
Médaille commémorative de la expedition de Chine
Cavaliere dell’Ordine di Carlo III (Regno di Spagna)
Commendatore dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Ferdinando (Regno di Spagna)
Gran maestro del Reale ordine di Francesco I

Arc. 2671: Paul Victor Jamin in gran montura da Generale di Divisione ( Montmédy 3 marzo 1807 – 1868). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3364: Luois Claude Grand in gran montura da Generale di Divisione (Paris, 24 marzo 1797 – Passy, 31 marzo 1868). Figlio del negoziante François e di Marie Elisabeth de Bruley venne destinato all’Ecole Polytechnique. Assistette alla battaglia del 30 marzo 1814 che precedette l’occupazione della capitale dei prussiani. Guardia (grado di Sottotenente) de Monsieur il 16 luglio 1815, venne promosso Brigadiere (grado di Tenente) il 18 febbraio 1815. Servì nell’armata reale nel 1815 e accompagnò il Re a Gand. Cavaliere della Legion d’Onore il 18 ottobre 1815, fu Maresciallo d’Alloggio (grado di Capitano) il 10 giugno 1816. Brevettato Capitano il 18 febbraio 1819, fu Maresciallo d’Alloggio di 1^ Classe il 28 luglio 1819 e Maresciallo d’Alloggio Capo il 28 maggio 1823. Servì in Spagna nel 1823 e nel 1824 e fu Cavaliere di 2^ Classe dell’Ordine di San Ferdinando di Spagna il 18 novembre 1823. Maresciallo d’Alloggio Tesoriere il 1° settembre 1824, passò nella Guardia del Corpo del Re nella Compagnia di Rivière il 16 settembre 1824. Comandante di Squadrone il 23 maggio 1825, fu Maresciallo d’Alloggio di 1^ Classe nella Compagnia di Noailles il 1° giugno 1826. Comandante di Squadrone nel 6° Reggimento Dragoni il 17 novembre 1826, ottenne il grado di Tenente Colonnello nel 6° Reggimento Lancieri il 25 aprile 1832. Passato al 6° Reggimento Dragoni il 27 aprile 1832, venne ferito da un colpo d’arma da fuoco dagli insorti di Parigi alla parte inferiore del braccio sinistro, caricando alla testa di 150 cavalieri, una barricata. Ufficiale della Legion d’Onore il 16 giugno 1832, fu Colonnello del 4° Reggimento Dragoni il 29 settembre 1837. Servì in Africa nel 1845 e 1846 nella provincia di Tlemcen e sulla frontiera del Marocco. Maresciallo di Campo (Generale di Brigata) il 3 novembre 1846, fu Ispettore Generale nel 1847 per il 5° Arrondisment di Gendarmeria l’11 giugno 1847. Comandante il dipartimento dei Vosgi il 3 dicembre 1847, fu comandante del Dipartimento della Haute-Saône il 3 marzo 1848. Comandante il Dipartimento della Somme il 1° aprile 1848, passò al comando della 3^ sotto Divisione della 1^ Divisione il 4 maggio 1848. Ispettore Generale nel 1848 del 3° Arrondisment di Gendarmeria il 5 giugno 1848, ottenne la Commenda della Legion d’Onore il 10 dicembre 1849. Designato Ispettore dei due battaglioni del 24° Reggimento Fanteria Leggera il 9 giugno 1851, servì in Francia nel 1851. Generale di Divisione il 22 dicembre 1851, fu Ispettore generale per il 1852 dell’11° Arrondisment di Cavalleria il 21 maggio 1852 e membro del comitato di Cavalleria il 30 settembre 1852. Comandante della 3^ Divisione Militare di Lille il 31 dicembre 1852, passò al comando della Divisione di Cavalleria del 2° Corpo d’Armata al campo del nordil 31 maggio 1854. Gand Ufficiale dell’Ordine di Leopoldo del Belgio il 9 agosto 1854, fu Ispettore generale del 5° Arrondisment di Cavalleria il 10 agosto 1854 e Ispettore generale per dal 1855 al 1857 del 4° Arrondisment di Cavalleria il 13 giugno 1855. Presidente del Comitato Consultivo della Cavalleria il 22 marzo 1856, fu membro della commissione mista dei lavori pubblici l’11 marzo 1857. Grand Ufficiale della Legion d’Onore l’8 agosto 1858, fu comandante della 3^ Divisione dell’Armata di Parigi a Verdun il 5 maggio 1859 e Presidente del Comitato Consultivo di Cavalleria il 18 settembre 1859. Ispettore generale per il 1860 del 7° Arrondisment di Cavalleria l’8 maggio 1860 e Ispettore generale per il 1861 del 12° Arrondisment di Cavalleria l’11 maggio 1861. Nella Riserva dal 25 marzo 1862 conservò fino al 15 aprile 1862 le sue funzioni di membro della Commissione del Lavoro individuale. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.

Arc. 3437: Joseph Auguste Jean Marie Pourcet, marchese d’Arnéguy in grande uniforme sa Generale di Divisione (Toulouse, – Toulouse, . Entrò all’Accademia Militare di Saint-Cyr nel 1832, si diplomò primo della sua classe in cavalleria e poi passò alla Scuola di Stato Maggiore. Nominato Sottotenente il 1° ottobre 1832 e Tenente il 1° gennaio 1838, fu inviato in Algeria e divenne Aiutante di Campo del Generale Changarnier. Fu promosso Capitano il 26 aprile 1841, capo squadrone nello stato maggiore l’8 agosto 1848, Tenente Colonnello il 15 aprile 1852 e Colonnello il 26 marzo 1855. Prese parte alla guerra di Crimea, fu nominato Capo di Stato Maggiore delle forze di occupazione a Roma nel 1858, fu promosso Generale di Brigata il 26 marzo 1859 e partecipò alla campagna d’Italia dove si distinse a Solferino. Dopo la guerra, fu nominato Capo di Stato Maggiore del 6° Corpo d’Armata a Tolosa, allora comandato dal Maresciallo Niel. Promosso Generale di divisione nel 1869, ricevette il comando della divisione di Algeri, dove rimase fino alla rottura con la Prussia, e non fu richiamato in Francia fino all’ottobre 1870 per sovrintendere all’organizzazione del 16° Corpo d’Armata. Avendo disapprovato il proclama rivolto da Gambetta all’esercito dopo la capitolazione di Metz, fu congedato e sostituito da Chanzy. Con il 25° Corpo d’Armata, posto sotto il suo comando, sparò gli ultimi colpi della campagna vicino a Blois, dove si distinse il 28 gennaio 1871 liberando il sobborgo di Vienne al fianco del Generale Bertrand de Chabron. Quell’anno, comandò la 12^ Divisione militare (Tolosa) e, nell’ottobre 1873, fu procuratore generale nel processo Bazaine. Degne di nota furono anche la sua arringa finale e la sua tagliente replica al Maître Lachaud, l’avvocato dell’imputato. Il 3 febbraio 1874, fu nominato comandante della 36ª Divisione di Fanteria (Bayonne), incaricata di monitorare il confine spagnolo, pesantemente occupato dai carlisti. Nel 1876 accettò di candidarsi al Senato “per motivi costituzionali”, fu eletto senatore dell’Alta Garonna il 30 gennaio con 339 voti (su 669 elettori), prese posto nel gruppo costituzionale, sostenne spesso le politiche della destra e votò per lo scioglimento della Camera richiesto dal ministero Broglie il 23 giugno 1877. Nel novembre 1877 fu relatore del disegno di legge sulla riorganizzazione dello Stato Maggiore e non superò il rinnovo triennale del 5 gennaio 1879. Fu messo in pensione il 2 aprile dell’anno successivo. Cavaliere della Legion d’Onore dal 17 settembre 1841, Ufficiale dal 27 agosto 1845, Commendatore dal 10 novembre 1856, Grande Ufficiale dal 6 marzo 1867, Gran Croce dal 18 marzo 1878, fu creato dal re di Spagna, Alfonso XII, marchese d’Améguy, il 19 aprile 1876. Morì il 12 giugno 1886 nel suo castello di Fondeyre e fu sepolto nel cimitero di Terre-Cabade a Tolosa. Fotografia CDV. Fotografo: E. Appert – Paris.

Arc. 1426: Pierre Louis Charles Achille de Failly (Rozoy-sur-Serre, 21 gennaio 1810 – Compiègne, 15 novembre 1892). Uscito diciottenne dalla scuola militare di Saint-Cyr, ebbe il suo battesimo del fuoco a Parigi, nel massacro della rue Transnonain, il 15 aprile 1834, guadagnandosi una reputazione di crudeltà. A 41 anni era colonnello e dopo la campagna di Crimea, divenne Aiutante di Campo di Napoleone III e Generale di Divisione, col qual grado fece la campagna del 1859 in Italia e fu alle battaglie di Magenta e di Solferino. Nel 1867, messo a capo del corpo di spedizione che operò in difesa del papa contro i volontari garibaldini, decise col peso delle armi francesi il combattimento di Mentana e acquistò in Italia triste notorietà per una frase, forse non esattamente interpretata, del suo rapporto ove era detto: “nos fusils chassepots(nuovi fucili a retrocarica francesi usati per la prima volta in combattimento) ont fait merveilles”. Nominato senatore nel 1868, fu nella guerra franco-germanica del 1870-71 alla testa del 5° corpo dell’Armata del Reno, e si attribuì a sua imperizia il non essere intervenuto il 6 agosto né alla battaglia di Woerth né a quella di Spickeren. Nelle giornate di Beaumont e di Sedan la sua condotta non fu esente da critiche. Caduto prigioniero, pubblicò al suo ritorno un opuscolo, Campagne de 1870. Operations et marches du 5me corps, Parigi e Bruxelles 1871), che non valse a distruggere del tutto le censure mossegli. Da allora si ritrasse a vita privata. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Grand officier della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Federico (Regno di Württemberg)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
Cavaliere di II classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
Medaglia d’argento al valor militare (Regno di Sardegna)
Croce di Mentana (Stato Pontificio)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 2660: Adolphe Antoine Richenpanse (Colmar, 12 aprile 1800 – Avermes, 3 settembre 1862). Adolphe Antoine Richenpanse nacque a Colmar, in Alsazia il 12 aprile 1800, figlio del generale napoleonico e barone dell’Impero Antoine Richepanse e della sua seconda moglie, Marie Joséphine Charlotte Antoinette de Damas. Intrapresa giovanissima la carriera militare, dopo gli studi a Saint-Cyr venne destinato all’Algeria assieme al fratello maggiore Eugène Charles François. Prese parte all’assedio di Costantina del 1836 dove suo fratello però rimase ucciso. Dopo la morte di suo fratello venne riconosciuto al titolo di barone Richepanse (9 settembre 1837). Il 27 aprile 1845 venne promosso Colonnello comandante del 1º Reggimento di Cacciatori d’Africa. Il 26 maggio 1859 venne nominato Generale di Divisione, grado con cui prese parte alla seconda guerra d’indipendenza italiana dove ebbe modo di distinguersi alla battaglia di Magenta prima ed in quella di Solferino poi. Grand’ufficiale della Legion d’onore, si sposò il 12 novembre 1841 con Constance du Broc de Segange, dalla quale però non ebbe eredi. Morì al Castello di Segange presso Avermes, il 3 settembre 1862.
Onorificenze
Grand’ufficiale dell’Ordine della Legion d’onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859

Arc. 2992: Yvelin de Beville barone Luois Gaspard Gustave Adolphe in gran montura da Generale di Divisione Aiutante di Campo dell’Imperatore ( Rouen 24 maggio 1806 – Vignory à Cernoux 05 gennaio 1885). Allievo del Politecnico nel 1823, divenne Sottotenente alla Scuola di Applicazione di Metz il 1° ottobre 1825. Il 31 gennaio 1828 venne trasferito nel 1° Reggimento Genio e il 1° ottobre 1829 venne promosso Tenente. Capitano l’11 maggio 1832 fu nominato comandante di Battaglione il 14 gennaio 1844. Il 19 dicembre 1849 ottenne il grado di Tenente Colonnello e il 29 dicembre dello stesso anno la nomina a Ufficiale d’Ordinanza del Presidente Luigi Napoleone Bonaparte. Il 19 dicembre 1851 venne promosso Colonnello e Aiutante di Campo dell’Imperatore Capo del gabinetto Topografico dal 2 dicembre 1852 al 4 settembre 1870. Il 2 dicembre 1852 fu prefetto di Palazzo e il 16 maggio 1855 ottenne il grado di Generale di Brigata. Nella spedizione di Crimea fu comandante del Genio del Corpo d’Armata di Riserva e nel 1859 fece parte dell’Armata d’Italia nella campagna contro l’Austria. Il 12 agosto 1861 fu promosso Generale di Divisione e il 1° ottobre 1861 fu Ispettore del Genio, Membro del Comitato delle Fortificazioni e Membro del Consiglio Generale Seine-et-Marne. il 5 settembre 1870 fu collocato a Disposizione, nella Riserva il 25 maggio 1871 e in ritiro il 24 febbraio 1879. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Ufficiale della Legion d’onore
Grand’Ufficiale della Legion d’onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)
Commedatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

Arc. 2085: Charles Auguste Frossard in gran montura da Generale di Brigata (Versailles – Châteauvillain ). Entrò nell’esercito dall’École polytechnique nel 1827, assegnato al corpo del Genio. Prese parte all’assedio di Roma nel 1849 e a quello di Sebastopoli nel 1855, dopo il quale fu promosso a generale di brigata. Quattro anni dopo, come generale di divisione e capo del Genio nella Seconda guerra di indipendenza italiana, attrasse l’attenzione di Napoleone III, che lo pose a capo della propria guardia e lo nominò precettore militare del principe. Durante la campagna combatté nella battaglia di Magenta e a quella di Solferino dove meritò l’elevazione al rango di Grand Ufficiale della Legion d’Onore. Fu una delle principali autorità militari che nel periodo 1866-1870 si dedicarono ad analizzare e a preparare l’inevitabile guerra con la Germania imperiale, e allo scoppio della Guerra franco-prussiana gli fu offerta dal sovrano la scelta fra il comando di un corpo d’armata e il posto di comandante del Genio al quartier generale. Scelse il comando del II Corpo d’armata. Il 6 agosto 1870 tenne le posizioni nel corso della battaglia di Spicheren sino a che l’arrivo dei rinforzi tedeschi e viceversa il ritardo delle altre forze francesi lo costrinsero alla ritirata. Prese poi parte alle battaglie svoltesi nei pressi di Metz, e fu coinvolto col proprio corpo d’armata nella resa dell’armata di Bazaine. Diede alle stampe nel 1872 un Rapport sur les operations du 2 corps.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire Onorificenze straniere
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di San Stanislao (Impero russo) 13 gennaio1857
Medaglia d’Argento al Valor Militare (Regno di Sardegna) 10 giugno 1857
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia (Regno di Sardegna)
Cavaliere Commendatore dell’Ordine del Bagno (Regno Unito) 26 aprile 1856
Grand’Ufficiale dell’Ordine di Leopold
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Anna II Classe
- chevalier de 2e classe de l’ordre de Pie IX ()

Arc. 2167: Simon-François Prosper Allouveau de Montréal in gran montura da Generale di Divisione, (Château de la Bachellerie hâteau de la Vialle, La Croisille-sur-Briance
Onorificenze
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore

Arc. 2667: Simon-François Prosper Allouveau de Montréal in gran montura da Generale di Divisione, (Château de la Bachellerie château de la Vialle, La Croisille-sur-Briance

Arc. 2456: Louis Alfred Le François in grande montura da Generale di Brigata (La Fère, 23 novembre 1808 – Paris, 5 dicembre 1876). Figlio di un Colonnello di Artiglieria fu destinato dalla sua infanzia alla vita militare. Entrato alla Scuola Politecnica nel 1828, fu Capitano nel 1837. Addetto militare all’ambasciata di Francia a Costantinopoli nel 1848 fu inviato dal Generale Aupick in Serbia e poi in Bulgaria tanto da fare di lui uno dei massimi esperti dei Balcani. Questa missione del tutto speciale e di fiducia da lui abilmente condotta e messa in luce dal suo generale gli valse il grado di comandante di squadrone e da parte del sultano la decorazione dell’Ordine di Nicham Iftikar. La conoscenza che aveva acquisito dei paesi danubiani lo designò naturalmente a fare parte dell’Armata d’Oriente. Nel marzo 1854 venne promosso Tenente Colonnello e incaricato di organizzare e comandare il parco d’Artiglieria della spedizione. In questo importante incarico dimostrò le sue notevoli qualità di amministratore e di comandante. Ricevette in terra di Crimea la Croce di Ufficiale della Legion d’Onore e gli spallini da Colonnello e le insegne di Cavaliere Compagno dell’Ordine del Bagno. Rientrato in Francia assunse il comando del Reggimento Pontieri che lasciò solo per il comando del Reggimento della Guardia in partenza per la campagna d’Italia. Come in Crimea anche in questa campagna dimostrò le sue doti venendo premiato con la croce di Commendatore della Legion d’Onore e la promozione a Generale di Brigata nel 1861. Nel 1864 fu, a Metz, comandante della Scuola d’Applicazione di Artiglieria e Genio e anche qui le sue alte qualità si manifestarono nel modo più completo. Il 21 aprile 1866 passò all’Intendenza Militare in qualità di Intendente Generale Ispettore. Nel 1869 fu chiamato alla presidenza del Comitato d’Amministrazione. Durante la guerra franco-prussiana fu incaricato di ispezionare i convogli diretti verso le armate impegnate in combattimento e venne chiamato a Châlon e a Vernon per organizzare il Treno degli Equipaggi. Il 5 novembre 1872 l’Intendente Generale Le François, fu nominato dal Presidente della Repubblica membro del Consiglio Superiore della Guerra e l’anno successivo Grande Ufficiale della Legion d’Onore. Fotografia CDV. Fotografo: Carette – Lille.
Onorificenze
Ufficiale della Legion d’onore 1854
Commendatore della Legion d’onore 1859
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 1873
Cavaliere Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito) 1854
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia) 1848

Arc. 2168: Yusuff (Giuseppe Vantini) in gran montura da Generale di Divisione ( Isola d’Elba 18.. – 1866). Rapito dai corsari barbareschi e condotto a Tunisi, divenne il segretario del Bey, partecipando ancora giovanissimo ad alcune spedizioni militari. Costretto a fuggire, si mise al servizio della Francia e partecipò alla spedizione di Algeri, durante la quale divenne Capitano dei Cacciatori Algerini. Dopo aver ricevuto alcuni incarichi delicati e pericolosi, verso la fine del 1831 batté i Cabili, spingendosi fino a Miliana. Con un piccolo numero di soldati si impadronì di Bona e la tenne fino all’arrivo dei rinforzi, respingendo frattanto molti attacchi degli indigeni. Fu nominato Bey di Costantina, ma l’esercito francese che lo accompagnava fu respinto nel novembre del 1835 ed egli dovette abbandonare il grado. Propose un piano per la pacificazione dell’Algeria, cui si ispirò poi il Generale Bugeaud, del quale lo Yusuff fu uno dei principali collaboratori. Combattè con successo contro Abd el Kader e nel 1842 venne promosso Colonnello Comandante gli Spahis d’Algeria. Partecipò alla presa della smalah di Abd el Kader e alla battaglia di Isly. L’anno seguente fu nominato ispettore generale della cavalleria. Partecipò alla guerra di Crimea come comandante di una Divisione Turca. Tornato in Algeria, ebbe il grado di Generale di Divisione. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 2168: Yusuff (Giuseppe Vantini) in piccola montura da Generale di Divisione ( Isola d’Elba 18.. – 1866). Fotografia CDV. Fotografo: Moulin – Paris.

Arc. 2453:Charles Gabriel Félicité Martin des Pallières (Courbevoie, ). Era il figlio di Jean Marie Ange, capitano e Caroline Roper Curzon. Entrò nella scuola militare di Saint-Cyr nel 1841. Prestò servizio in Marocco (1844), Senegal (Grand-Bassam 1851-1853), Crimea (Sebastopoli 1854-55). Sposò Marie-Hélène Morgantini a Livorno (Italia) nel giugno 1857. Prestò servizio in Cocincina (Saigon, 1858-60), in Cina (Zhoushan, 1860), ancora in Senegal (1863-1865), fu Generale di Brigata nel 1868 nella Fanteria di Marina e partecipò ai combattimenti di Sedan, Bazeilles e Orléans durante la guerra franco-prussiana del 1870. Venne Promosso Generale di Divisione e posto al comando della 1^ Divisione di Fanteria del 13° Corpo d’Armata. Durante il 1870 e il 1873, sul sito della vecchia (1790) cittadella di Saigon, chiamata Caserne Martin des Pallières, furono costruiti nuovi quartieri e caserme militari per la fanteria marina francese. Il sito ebbe un ruolo oscuro durante la seconda guerra mondiale, quando l’esercito giapponese invasore lo usò come campo di internamento. Questo vasto campo di concentramento conteneva circa 4.500 prigionieri francesi. Oggi, il primo livello dell’edificio è occupato dall’Università di scienze sociali e umanistiche del Vietnam, Dinh Tien Hoang Campus. Fu rappresentante della Gironda dal 1871 al 1876, fu membro del partito monarchico conservatore chiamato Union des Droites e fece una campagna per il ritorno di Napoleone III o di suo figlio Napoleone IV. Fu Questore dell’Assemblea Nazionale. Scrisse due libri. Nel primo, chiamato Riorganizzazione dell’esercito francese, propose una modifica completa dell’esercito, compresa una coscrizione generale della popolazione maschile per un minimo di un anno. Nel secondo libro, intitolato Orléans, pubblicato nel 1872, raccontò la storia della guerra franco-prussiana, compresi i suoi commenti su Gambetta. A lui è stata intitolata la caserma Martin-des-Pallières, situata a Cherbourg. Questo luogo era un’antica abbazia chiamata Notre-Dame du Vœu, che nel corso dei secoli ha cambiato la sua funzione: residenza del governatore della Normandia, ospedale navale, campo militare e infine caserma per la Fanteria di Marina di Cherbourg. Le caserme persero la loro importanza militare e furono vendute nel 1928. Durante la seconda guerra mondiale, gli edifici furono pesantemente danneggiati e bruciati dai tedeschi nel giugno 1944. Il comune acquisì il sito nel 1961 e iniziò il restauro delle parti più antiche degli edifici come monumento e sito storico. La nuovissima caserma Martin-des-Pallières si trova ora nel campo militare di Auvours nel comune di Champagné, a circa 12 km a est di Le Mans. È la base del 2° Reggimento Fanteria Marina. Fotografia CDV. Fotografo: Le Jeune – Paris.

Arc. 2169: Nicolas Charles Victor Oudinot in piccola montura da Generale di Divisione (Bar-le-Duc, 3 novembre 1791 – Bar-le-Duc, 7 luglio 1863). Nacque nel 1791 a Bar-le-Duc, cittadina del dipartimento della Mosa, in Lorena, figlio di Nicolas Charles, allora modesto ex-sergente dell’esercito reale. Appena un anno più tardi, nel 1792, con la generale cacciata degli ufficiali, in quanto in gran parte nobili o monarchici, Nicolas Charles ebbe la sua grande occasione: divenne tenente colonnello del terzo battaglione dei volontari del Meuse e difese con accanimento il piccolo forte di Bitsch, nei Vosgi. Da lì cominciò una travolgente carriera che lo fece maresciallo di Francia dopo Wagram, “Pari di Francia” con Luigi XVIII, comandante del corpo di spedizione francese in Spagna nel 1823 e, infine, nel 1847, governatore dell’Hôtel des Invalides. Nel 1805 Napoleone lo nominò suo primo paggio al Congresso di Erfurt. Mantenne l’incarico nel corso della campagna della quinta coalizione, quando seguì l’Imperatore nella campagna e questi gli affidò, per tre volte, l’incarico di tornare a Parigi per riferire le novità al (meramente rappresentativo) Senato dell’Impero. Venne poi nominato luogotenente del 5º Reggimento Ussari e aiutante di campo del maresciallo di Francia Masséna nel corso della campagna di Portogallo. Rientrato in Francia nel 1811 venne ammesso nel corpo della Guardia imperiale, che seguì alla terribile Campagna di Russia, e poi contro la sesta coalizione in Sassonia ed in Francia. Nel 1814, Napoleone, al momento di lasciare Fontainebleau per l’Isola d’Elba, concesse al maresciallo Nicolas Charles, per il di lui figlio, il brevetto di colonnello. Luigi XVIII confermò tale nomina il 27 aprile ed incaricò il giovane ufficiale della organizzazione del Reggimento Ussari del Re. Nel corso dei cento giorni, in linea con le scelte del padre, rifiutò ogni comando. La battaglia di Waterloo, il 18 giugno 1815, diede ragione ai due Oudinot e il giovane Victor, nel settembre 1815, ebbe incarico di formare, a Lilla, il Reggimento Ussari del Nord, che comandò sino al 1822. Quell’anno gli fu affidato il 1º Reggimento granatieri a cavallo della Guardia Reale. Nel 1824 venne nominato maresciallo di campo, ed assunse il comando di una brigata alle manovre Lunéville. A quel punto il nuovo re Carlo X lo incaricò di riorganizzare la scuola di cavalleria di Saumur, ove seppe farsi apprezzare anche da osservatori esteri. Scoppiata la rivoluzione di Luglio (27-29 luglio 1830) diede le proprie dimissioni da Saumur, citando la propria conservata fedeltà al deposto monarca. Nel 1835, suo fratello, colonnello del 2º Reggimento dei Cacciatori a cavallo d’Africa, fu ferito a morte mentre caricava i ribelli del Muley-Ismaël. Alcuni mesi più tardi, Oudinot stesso ricevette l’ordine di partire per Orano ove assunse il comando della 1ª Brigata del corpo di spedizione rivolto alla città di Mascara, agli ordini del maresciallo Clauzel. Nel corso della spedizione venne gravemente ferito, salvato da una coraggiosa azione del Mollière e rimpatriato in Francia per la convalescenza. In premio, il 31 dicembre 1835, fu promosso luogotenente-generale. Nel 1842 venne eletto deputato nel ristretto parlamento della Monarchia di Luglio, ove, curiosamente, sedette a sinistra. Ma si occupò soprattutto delle leggi concernenti l’esercito, l’Algeria o il codice penale militare. Caduta la Monarchia di Luglio, nel 1849 Oudinot venne incaricato dal nuovo presidente della Repubblica, Luigi Napoleone, di guidare una assai munita spedizione volta a sopprimere la neonata Repubblica Romana, guidata dal Mazzini. La spedizione partì da Marsiglia il 18 aprile 1849, sbarcò il 25 a Civitavecchia, occupando la città. Il 30 i 6000 soldati francesi si presentarono di fronte alle mura leonine ed incontrarono una imprevista resistenza da parte della Guardia Civica mobilizzata (Guardia Nazionale) al comando del capitano Ignazio Palazzi, appostata sui bastioni disegnati da Michelangelo e sugli avamposti esterni. Un’altra colonna francese nel frattempo operava una manovra diversiva sulla via Aurelia verso le mura gianicolensi presidiate dalla Legione italiana di Garibaldi. La prima colonna, si divise in due tronconi, il primo si diresse verso Porta Angelica, ma fu praticamente annientato dagli italiani, che uccisero anche il comandante; il secondo troncone si diresse verso Porta Cavalleggeri, dove all’altezza di Santa Marta fu respinto dalla Civica nonostante l’utilizzo di alcuni pezzi di artiglieria. Al termine della giornata, quando il 20º battaglione di linea francese era già in ritirata, fu travolto da un attacco alla baionetta dei garibaldini che dopo aver conquistato Villa Pamphili e Villa Corsini (in quell’occasione Giuseppe Garibaldi ebbe una ferita al fianco), erano scesi ad attaccare ed inseguire i francesi in fuga. Duecento fanti caddero prigionieri a Porta San Pancrazio. Giunse da Parigi come plenipotenziario il Lesseps che pattuì una tregua d’armi. Ciò consentì a Oudinot di mettere insieme 30.000 uomini ed un possente parco d’assedio. Il successivo 3 giugno Oudinot, mentendo sulle assicurazioni fatte di non attaccare prima del 4,comandò un secondo attacco, che permise di aprire una breccia solo il 29 ed indusse il governo della Repubblica Romana ad accettare la capitolazione la sera del 30, i cui termini vennero discussi nei due giorni successivi. Resta famigerato il suo bombardamento di Roma dal Gianicolo con bombe a scoppio ritardato, che uccisero soprattutto bambini, andati a vedere da vicino quei proiettili inesplosi. Oudinot entrò in città il giorno 3 luglio e, il 5, prese possesso di Castel Sant’Angelo. Dopodiché, rientrò in Francia, ove poté solo riprendere il proprio posto nella Assemblea Legislativa, per altro rappresentativa e priva di reale potere dopo il colpo di Stato del 2 dicembre 1851. Oudinot era divenuto assai popolare fra i conservatori francesi, ma detestabile ai democratici ed ai patrioti italiani. Ciò che impedì ogni suo coinvolgimento nella successiva campagna di Napoleone III alla seconda guerra di indipendenza. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Commendatore dell’Ordine di San Luigi
Cavaliere dell’Ordine de la Réunion
Cavaliere dell’Ordine della Corona Ferrea
Medaglia di Sant’Elena Onorificenze straniere
Cavaliere Gran Commendatore dell’Ordine di Nichan Iftikar (Impero Ottomano)
Medaglia commemorativa della restaurazione dell’autorità pontificia (Stato Pontificio)

Arc. 2297: Pierre Hippolyte Publius Renault in gran montura da Generale di Divisione (La Valletta Champigny Dopo la Scuola Militare di Saint-Cyr il 1° ottobre 1827, fu nominato il 1° ottobre 1828 Sottotenente del 6° Reggimento Fanteria di linea. Luogotenente il 20 giugno 1832, ottenne l’ingresso il 24 agosto 1833 nel 3° Battaglione di fanteria leggera africana ad Algeri. Combatté in Spagna e tornò come Capitano Aiutante della legione straniera francese il 3 agosto 1837. Partecipò alla spedizione di Djidjelli, Bougie, Médéah e alla conquista del Col de Mouzaïa. Era al comando del Battaglione d’élite ad Akbet-el-Kedda. Oltre alle due ferite subite in Spagna, fu colpito alla testa il 15 ottobre 1840, al Passage des Gouttes, nella provincia di Orano; un altro proiettile al ginocchio destro il 29 ottobre, nella battaglia degli ulivi; un terzo colpo ai reni nell’affare Oued-el-Hordjau il 9 luglio 1843. Nominato Generale di Brigata il 23 agosto 1846, messo a disposizione del governatore generale d’Algeria, non tornò in Francia fino al 10 aprile 1848. Il 14 luglio 1851 promosso Generale di Divisione tornò in Africa. Il 2 settembre 1857 e fino al 26 giugno 1858 vi servì come governatore. Richiamato in Francia nel 1859 per comandare una divisione nella campagna contro l’Austria, al suo ritorno l’Imperatore lo nominò senatore il 16 agosto 1859. Fu Grande Ufficiale della Legion d’Onore il 26 dicembre 1852 e Gran Croce nel 1859. Nel 1870, partecipò alla difesa di Parigi e fu ferito a una gamba il 30 novembre 1870 nella battaglia di Champigny. Il giorno seguente fu amputato il 2 dicembre e il 6 dicembre morì. Il suo funerale ebbe luogo il 9 dicembre nella cappella dell’Hôtel des Invalides ed è sepolto nel cimitero di Père-Lachaise. Fotografia CDV. Fotografo: Numa Blanc – Paris.
Onorificenze
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 26 dicembre 1852
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore 1859

Arc. 412: Adolphe Charles Emmanuel Le Flô in gran montura da Generale di Divisione (Lesneven, 2 novembre 1804 – Morlaix, 16 novembre 1887). Lasciò Saint-Cyr nel 1825. Dopo aver prestato servizio in Algeria (prendendo Costantino dove si distinse), divenne Colonnello nel 1844, nominato comandante del 32° Reggimento di Fanteria di linea, poi Generale di Brigata nel 1848 e fu nominato comandante della suddivisione Bône. Fu inviato in Russia come ministro plenipotenziario il 23 agosto dello stesso anno. Nell’aprile del 1848 fu eletto deputato del Finistère all’Assemblea Costituente. Fu rieletto nel maggio 1849 all’Assemblea legislativa, di cui divenne questore. Sedette nella maggioranza antirepubblicana fino alla rottura tra i monarchici parlamentari e l’Eliseo. Combattè la politica del principe-presidente Luigi Napoleone Bonaparte, che aveva precedentemente sostenuto. La sua qualità di feroce avversario del presidente gli valse l’esilio dopo il colpo di stato del 2 dicembre 1851. Imprigionato a Vincennes e Ham, fu poi espulso dalla Francia, si rifugiò in Belgio poi in Inghilterra e poi sull’isola di Jersey dove Victor Hugo e la sua famiglia arrivarono nell’agosto del 1852. Tra i due esiliati si strinse una solida amicizia e le due famiglie si frequentarono regolarmente. Esiliato da Napoleone III, conquistò l’amicizia dell’imperatore di Russia. Autorizzato a rientrare in Francia nel 1857, si tenne lontano dall’Impero e visse nel suo castello di Nec’hoat. All’inizio delle ostilità con la Prussia, chiese di essere reintegrato nell’esercito, cosa che gli rifiutò il ministro della Guerra. Ma dopo la caduta dell’Impero e la proclamazione della Terza Repubblica, e nonostante le sue famigerate convinzioni orléaniste, il governo della Difesa Nazionale lo nominò Ministro della Guerra. Reintegrato nell’esercito come Generale di Divisione, Le Flô fu incaricato di modernizzare l’esercito attivo e la Guardia Nazionale. Durante l’assedio della capitale, gli furono attribuiti diversi progetti offensivi rimasti senza effetto. Il 19 febbraio 1871 Thiers lo mantenne nella sua posizione di Ministro della Guerra nel governo, che assistette nella sua lotta contro la Comune. Si dimise nel giugno 1871, dopo l’assedio di Parigi da parte dei Versaillesi e la “settimana di sangue”. Fu rieletto deputato del Finistère dal 1871 al 1876. Fu nominato ambasciatore a San Pietroburgo dal 1871 al 1879 e utilizzò i suoi rapporti personali con lo zar Alessandro II per neutralizzare la politica aggressiva della Germania nel 1875. Ritiratosi nel 1879, fu sostituito a San Pietroburgo dal generale Alfred Chanzy. Morì nel suo castello di Nec’hoat il 16 novembre 1887. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.

Arc. 2298: François-Henri-Ernest baron de Chabaud-Latour in gran montura da Generale di Divisione ( Nîmes Paris . Figlio di Antoine Georges François de Chabaud-Latour e nipote di Henri Verdier de Lacoste, entrò nell’École Polytechnique nel 1820. Diplomato 7° all’École Polytechnique nel 1822, scelse l’arma del genio. Si laureò prima nella sua promozione presso la Scuola di Ingegneria di Metz. Capitano ingegnere all’età di ventidue anni, partecipò con gli ufficiali dell’esercito russo agli assedi delle roccaforti del Danubio nel 1829, poi fu chiamato a Parigi per servire nel ministero di Polignac. Nel 1830 si offrì volontario per la spedizione di Algeri e fu decorato in seguito al bombardamento di Fort-l’Empereur e all’occupazione di Blida. Divenne quindi un Ufficiale d’Ordinanza del Duca d’Orleans che accompagnò nella campagna belga e in particolare all’assedio di Anversa, poi nelle campagne algerine (1837, 1839, 1840) dove partecipò alle battaglie di Sig , Habra, Mascara, poi, nel 1839, alla spedizione Iron Gates che gli valse la Legion d’Onore e, nel 1840, alle battaglie di Médéa, El-Affroun, il col de Mouzaïa. Rimase aiutante di campo del duca d’Orleans fino alla morte del principe nel 1842. Favorevole alla monarchia di luglio, Chabaud-Latour fu eletto deputato del Gard il 4 novembre 1837. Alla Camera faceva costantemente parte della maggioranza del governo e si adoperò per sostenere la politica liberale-conservatrice di Guizot. Sarà successivamente rieletto nel 1839, 1842, 1845 e 1846. Nel 1840 fu posta la questione di dotare Parigi di fortificazioni. Responsabile del progetto preliminare, François de Chabaud-Latour raccomandò la costruzione di un recinto fortificato continuo delimitato da una cintura di fortezze avanzate destinate a prevenire la popolazione dai rigori di un assedio. Come deputato difese lui stesso il progetto alla Camera e ne ottenne l’adozione. In qualità di capo ingegnere a Belleville, fu allora incaricato per cinque anni dell’esecuzione dei lavori della parte orientale delle mura di Parigi. Promosso Tenente Colonnello nel 1842, poi Colonnello nel 1845, fu chiamato al comando del 3° Reggimento Ingegneri ad Arras nel 1846. Durante la rivoluzione francese del 1848, Chabaud-Latour fu uno degli ufficiali orleanisti disposti a resistere: il 24 febbraio 1848 si mise a disposizione della duchessa d’Orleans, e fu lui che, quando credendo di salvare la dinastia nominando la duchessa reggente, sollevarono il conte di Parigi tra le sue braccia e lo mostrarono al popolo. In seguito all’abdicazione del re, si dimise dall’esercito. Messo in disponibilità per alcune settimane, fu poi richiamato al dipartimento di ingegneria di Amiens, poi, dopo il colpo di stato del 2 dicembre 1851, fu completamente reintegrato e inviato a Grenoble. Nel 1852, assunse la carica di comandante ingegnere in Algeria, dove fu rapidamente nominato Generale di Brigata (1853). Vi rimase cinque anni, anni durante i quali prese parte alle spedizioni dei Babors nel 1853, la Beni-Iuya nel 1854, la Guetchoula nel 1855 e la Gran Kabylia nel 1857, campagne dopo le quali fu promosso a Generale di Divisione. (1858). Durante questo soggiorno in Algeria, dimostrò ancora una volta il suo talento di progettista costruendo la strada da Tizi-Ouzou a Souk El Arba in soli sedici giorni. Poi, in quattro mesi, costruì Fort-Napoléon al centro del territorio della tribù dei Beni Raten. Si occupò anche della costruzione di dighe idrauliche e fondò diversi villaggi. Nel 1858 fu richiamato a Parigi per partecipare al comitato delle fortificazioni, all’ispezione generale delle roccaforti, ai reggimenti di ingegneria e alla scuola politecnica, e al comitato consultivo per gli affari algerini. Durante la guerra italiana comandò il corpo degli ingegneri posto in osservazione sul confine orientale. Fu promosso a Grande Ufficiale della Legion d’Onore nel 1861, divenne Presidente del Comitato delle Fortificazioni nel 1864 e trasferito alla Riserva il 25 gennaio 1869. François de Chabaud-Latour fu richiamato all’attività nel 1870, per farsi carico degli ingegneri della difesa di Parigi. Riprese la presidenza del comitato delle fortificazioni e mise in stato di difesa il campo trincerato della capitale. Oggi sostituito dalla circonvallazione, il recinto, comunemente chiamato recinto di Thiers ma in gran parte dovuto a Chabaud-Latour, è lungo 35 chilometri e ha 94 bastioni e 17 porte. Nominato Gran Croce della Legion d’Onore nel 1871 in riconoscimento di queste opere faraoniche, Chabaud-Latour fu mantenuto in attività senza limiti di età. Eletto deputato conservatore del Gard l’8 febbraio 1871, siedette a destra con gli orleanisti e prese parte a tutti i progetti volti a rovesciare Thiers. Diventò vicepresidente dell’Assemblea nazionale e presiedette la commissione dell’esercito che stese la legge del 1872 ed fu relatore del progetto di legge relativo ai nuovi forti da costruire intorno a Parigi. Fu, dal 1872, ispettore generale del Politecnico e membro del consiglio superiore di guerra. Membro del comitato di difesa, fu anche coinvolto nell’organizzazione difensiva del nuovo confine orientale. Figura eminente dello Stato, fu nominato a giudicare, nel 1873, il maresciallo Bazaine, accusato di aver contribuito alla sconfitta francese durante la guerra franco-tedesca del 1870. Fu chiamato dal Maresciallo Mac Mahon alla carica di ministro degli interni il 20 luglio 1874 e mantenne questo portafoglio fino al 10 marzo 1875. Fu presidente del consiglio generale del Gard dal 1874 al 1878. Dopo un fallimento alle elezioni senatoriali del 30 gennaio 1876, fu nominato senatore a vita il 15 novembre 1877 e siedette con i conservatori nella camera alta. Morì a Parigi il 10 giugno 1885 in seguito a una caduta sulle scale della Compagnie des chemin de fer de l’Ouest di cui era amministratore. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore 27 dicembre 1830
Ufficiale della Legion d’onore 23 novembre 1839
Commendatore della Legion d’onore 29 luglio 1854
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 12 agosto 1861
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore 7 gennaio 1871
Cavaliere dell’Ordine di Leopoldo
Ufficiale dell’Ordine di Leopoldo
Commendatore dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia) 11 agosto 1856
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine imperiale dell’Aquila Bianca (Impero russo)

Arc. 2660: François-Henri-Ernest baron de Chabaud-Latour in piccola montura da Generale di Brigata(Nîmes – Paris ). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2172: Jean Henry Reyau in piccola montura da Generale di Divisione (Pau, 16 gennaio 1799 – Jurançon, 17 dicembre 1885). Figlio di Pierre e Marie-Anselme dufau de Lalonge, fu Guardia (grado di Tenente) nelle Guardie del Corpo del Re nella Compagnia di Wagram il 16 luglio 1814. Sottotenente nei Corazzieri d’Angoulême nel 3° Reggimento il 24 gennaio 1816, venne promosso Tenente il 9 febbraio 1822. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris. Capitano Aiutante Maggiore il 26 febbraio 1823, si sposò il 23 maggio 1823 Agnès de Raulecourt e fu Cavaliere della Legion d’Onore l’8 giugno 1825. Capitano d’istruzione il 3 dicembre 1826, venne messo in congedo illimitato il 6 settembre 1830. Capitano istruttore nel 9° Reggimento Corazzieri il 25 marzo 1831, fu comandante di Squadrone nel 10° Reggimento Corazzieri il 28 dicembre 1835. Passato al 7° Reggimento Corazzieri il 19 gennaio 1836, venne promosso Tenente Colonnello nel 2° Reggimento Lancieri il 23 settembre 1839 per poi passare al 6° Reggimento Ussari il 28 ottobre 1839. Messo in attività fuori quadro venne nominato comandante del deposito di rimonta di Caen il 22 novembre 1839 e il 29 gennaio 1843 ottenne il grado di Colonnello comandante del 1° Reggimento Corazzieri. Ufficiale della Legion d’Onore il 19 luglio 1846, fu comandante provvisorio del dipartimento d’Eure-et-Loire. Generale di Brigata il 10 luglio 1848, fu comandante della Brigata di Cavalleria a Luneville il 14 luglio 1848 e Commendatore della Legion d’Onore il 24 agosto 1850. Generale di Divisione nel 1851, conservò provvisoriamente il comando di 4 reggimenti di Cavalleria di guarnigione a Luneville il 28 dicembre 1851. Ispettore Generale della 6^ Circoscrizione di Cavalleria il 21 maggio 1852, fu comandante della Divisione attiva di Cavalleria di Luneville il 17 gennaio 1853 e Ispettore Generale della 5^ circoscrizione di Cavalleria il 27 maggio 1853. Il 27 gennaio 1854 scrisse al ministro della Guerra per ottenere un comando attivo in caso di guerra in Oriente. Comandante della Divisione di Cavalleria del 2° corpo d’Armata del campo del Nord il 31 maggio 1854, fu Ispettore Generale della 4^ circoscrizione di cavalleria il 10 agosto 1854. Ispettore generale della 5^ circoscrizione di cavalleria il 13 giugno 1855, fu membro del comitato consultivo della cavalleria il 5 gennaio 1856, fu Ispettore Generale della 13^ circoscrizione in Algeria il 16 giugno 1856, della 12^ circoscrizione il 6 giugno 1857 e dell’11^ il 1° giugno 1858. Comandante della Divisione di Cavalleria dell’Armata di Lione il 5 maggio 1859, fu Ispettore Generale della 6^ circoscrizione il 23 giugno 1859 e Grand Ufficiale della Legion d’Onore il 28 dicembre 1859. Comandante la Divisione di Cavalleria di Luneville il 17 marzo 1860, fu nuovamente membro del comitato consultivo della cavalleria il 2 ottobre 1860 e Ispettore Generale della 9^ circoscrizione l’11 maggio 1861. Presidente del comitato consultivo della cavalleria l’11 aprile 1862, fu Ispettore Generale della 13^ circoscrizione il 15 maggio 1862. Collocato nella Riserva il 17 gennaio 1864, sollecitò un comando attivo al ministro della Guerra il 15 luglio 1870 e reiterò la sua domanda con una nuova lettera il 14 agosto dello stesso anno. Il 17 agosto gli venne infine affidato il comando della Divisione di Cavalleria del 13° Corpo d’Armata e il 15 settembre passò al comando della Divisione di Cavalleria del 15° Corpo d’Armata. durante la guerra franco-prussiana ebbe alterne vicende e venne sollevato dal comando e collocato nella sezione di riserva il 12 ottobre 1870. Fu collocato definitivamente nella Riserva il 9 gennaio 1880. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore
Ufficiale della Legion d’onore
Commendatore della Legion d’onore
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore

Arc. 983: Grégoire Gaspard Félix Coffinières de Nordeck in gran montura da Generale di Divisione (Castelnaudary, 3 settembre 1811 – Parigi, 7 gennaio 1887). Figlio di Alexandre Coffinières e di Paule Adélaïde Marquier, Grégoire nacque a Castelnaudary. Nel 1829 entrò nell’ École polytechnique, periodo durante il quale venne inoltre chiamato a prendere parte alla rivoluzione di luglio. Uscì dalla scuola nel 1831 col grado di Sottotenente del genio militare francese. Successivamente seguì i corsi dell’ École d’application de l’Artillerie e du Génie a Metz, dopo i quali venne inviato in Algeria. Tornato in Francia nel 1837, vi rimase sino al 1844 quando prese parte alla spedizione in Marocco. Nominato direttore del genio ad Auch nel 1845, Coffinières tornò nel 1849 in Marocco. Partì poco dopo per l’Argentina dove tracciò la prima cartografia completa del bacino del Río de la Plata nel 1850; all’epoca aveva già raggiunto il grado di Tenente Colonnello. Con lo scoppio della Guerra di Crimea, prese parte all’Assedio di Sebastopoli e venne nominato in seguito Generale di Brigata. Grégoire Coffinières succedette nel 1860 al Generale Charles Eblé nel comando dell’ École polytechnique dove creò una cattedra di storia con Victor Duruy come primo titolare. Coffinières comandò la scuola sino al 1865. Nel 1865 venne promosso Generale di Divisione. Con lo scoppio della guerra franco-prussiana nel 1870, venne nominato comandante superiore della piazza di Metz. Durante questo periodo ad ogni modo la sua condotta fu controversa, venendo accusato di aver lasciato la piazza indifesa; egli rivoltò le proprie responsabilità sul Generale Bazaine, ma era lui il vero responsabile della piazza d’arme locale; quando Bazaine venne portato in giudizio per tradimento, il nome di Coffinières venne citato a sua volta nel processo. Coffinières era nel frattempo stato fatto prigioniero dai tedeschi ad Amburgo. Liberato dopo la fine della guerra, si pose in riserva dal 1876, pensionandosi nel 1881 e morendo a Parigi nel 1887. Fotografia CDV. Fotografo: C. Reutlinger – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Commendatore dell’Ordine della Legion d’onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Commendatore dell’Ordine militare di Savoia (Regno di Sardegna)
Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 3433: Antoine Joseph Edmond Cetty in tenuta di gala da Intendente Generale (Generale di Divisione) (Strasbourg, 27 marzo 1807 – Parigi, 5 luglio 1868). Figlio di Jean-François-Étienne-Antoine Cetty sposato a Fontainebleau con Mathilde Lemarchand (1822 – Fontainebleau, 6 aprile 1851). Cetty entrò alla Scuola Militare nel 1824 e si diplomò nel Corpo di Stato Maggiore. Aiutante di Campo del Generale Meyer de Schauensee, poi del Barone Lallemand, divenne Capitano nel 1833 e si arruolò nel Corpo di Quartiermastri nel 1836. Citato nei dispacci in Algeria nel 1848, fu inviato nell’Armata delle Alpi lo stesso anno, poi quartiermastro dell’8^ Divisione Militare a Lione. Divenne quartiermastro della Guardia Nazionale e nel 1859, durante la guerra d’Italia, rese importanti servizi che gli valsero il grado di Commendatore della Legion d’Onore da Napoleone III. Promosso Intendente Generale nel dicembre 1860, divenne presidente del comitato amministrativo permanente. Fotografia CDV. Fotografo: L. Cremière & C.ie – Paris.

Arc. 2659: Jules Henri Soumain in gran montura da Generale di Brigata (Parigi, 1826 – 1879). Nato a Parigi nel 1826, intraprese la carriera militare in giovane età e rapidamente salì di grado, servendo in numerose campagne importanti, tra cui la guerra di Crimea e la guerra franco-prussiana. Durante la guerra franco-prussiana del 1870-71, Soumain servì come comandante dell’esercito francese a est, conducendo la difesa contro l’invasione prussiana. Alla fine venne catturato dai prussiani e tenuto prigioniero di guerra fino alla fine del conflitto. Dopo la guerra, Soumain tornò in Francia e continuò a servire nell’esercito. Venne nominato comandante dell’esercito francese in Algeria, dove prestò servizio fino alla sua morte nel 1879. Fotografia CDV. Fotografo: P. Petit – Paris.

Arc. 2661: François Grenier in gran montura da Generale di Brigata (Besnçon 26 dicembre 1810 – 21 dicembre 1892). Il 9 gennaio 1833 è fatto Cavaliere della Legion d’Onore e il 1° maggio 1851 gli viene conferita la Croce di Ufficiale. Il 5 settembre 1854 fu promosso Colonnello e gli venne affidato il comando del 4° Reggimento di Fanteria Leggera. Nel gennaio 1855 il suo Reggimento divenne il 79° Fanteria Leggera e nello stesso anno venne inviato in Crimea. Il 13 dicembre 1856 gli venne conferita la Croce di Commendatore della Legion d’Onore e il 16 agosto 1860 venne promosso Generale di Brigata. Il 20 Aprile del 1870 fu fatto Grand Ufficiale della Legion d’Onore, il 31 luglio 1870 ottenne il grado di Generale di Divisione, partecipò alla guerra franco-prussiana e gli venne affidato il comando dell’Armata di Versailles. Il 3 agosto 1875 ricevette dalle mani del Generale Louis René Paul Ladmirault, Governatore di Parigi, la gran Croce della Legion d’Onore. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore 9 gennaio 1833
Ufficiale della Legion d’onore 1° maggio 1851
Commendatore della Legion d’onore 13 dicembre 1856
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 20 aprile 1870
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore 7 gennaio 1871
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito) 1855

Arc. 2176: Auguste Henri Lefèvre in gran montura da Generale di Brigata (1813 – 1882). Era un generale francese e ingegnere militare. Ha prestò servizio nell’esercito francese e ha partecipato a diverse campagne militari, tra cui la guerra di Crimea e la campagna d’Italia al comando della 1^ Brigata del 2° Corpo d’armata di Mc Mahon. Nel 1870 prese parte alla guerra franco-prussiana. Lefèvre è stato anche coinvolto nella costruzione di diverse fortificazioni, tra cui le fortificazioni di Anversa e le fortificazioni di Lione. In seguito venne nominato Ispettore generale delle fortificazioni e ricoprì questo ruolo fino alla sua pensione nel 1880. Fotografia CDV. Fotografo: A. La Fléche.
Onorificenze
Ufficiale della Legion d’onore
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore
Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 161: Jean Jaques Urich in gran montura da generale di Divisione ( 1802 – 1886). Ufficiale nel 1822 combattè in Algeria e divenne Generale di Brigata nel 1825. Partecipò alla guerra di Crimea, fu promosso Generale di Divisione nel 1855, combattè nel 1859 nella campagna d’Italia e nel 1867 passò nella riserva. Durante la guerra del 1870 riprese servizio e legò il suo nome alla difesa di Strasburgo. Fotografia CDV. Fotografo: Ch. Reutlinger – Paris. 1865 ca.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)
Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)

Arc. 2662: Armand-Octave-Marie visconte d’Allonville in piccola montura da Generale di Divisione (Hanovre – Versailles
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore
Ufficiale della Legion d’onore 1845
Commendatore della Legion d’onore
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 1855
Commendatore dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Gand Ufficiale dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)

Arc. 2966: Léon Valérien comte de Nouë in piccola montura regolamentare da Generale di Divisione 1847-71 (Dhuizel 18 maggio 1805 – Paris 19 maggio 1885). Allievo della Scuola di Saint Cyr nel 1821, uscì Sottotenente nell’8° Reggimento Fanteria di Linea nel 1823. Successivamente venne promosso Tenente nel 14° Reggimento Fanteria di Linea e il 27 dicembre 1836 fu Comandante di Battaglione al servizio della Spagna. Dimissionario nel 1838 rientrò nell’esercito francese come Capitano del 43° Reggimento Fanteria di Linea. Nel 1840 fu Comandante di Battaglione nel 7° Reggimento Fanteria Leggera e il 4 novembre 1844 venne promosso Tenente Colonnello nel 1° Reggimento Fanteria. Il 13 giugno 1848 fu promosso Colonnello Comandante il Reggimento Zuavi e il 15 giugno dello stesso anno venne trasferito al comando del 2° Reggimento. Il 10 giugno del 1852 ottenne il grado di Generale di Brigata comandante il dipartimento della Haute-Marna e il 7 marzo 1861 fu promosso Generale di Divisione Comandante la 17^ Divisione. Fu membro del Comitato di Fanteria e nel 1867 fu comandante delle truppe francesi a Roma. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore
Commendatore dell’Ordine di Isabella la Cattolica
Ufficiale dell’Ordine di San Ferdinando (Regno di Spagna)
Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

Arc. 1428: Barthélémy Louis Joseph Lebrun in piccola montura da Generale di Divisione (Landrecies, 22 ottobre 1809 – Parigi, 6 ottobre 1889). Entrato nella scuola militare speciale di Saint-Cyr nel 1829, la lasciò come sottotenente nel 1831. Promosso Luogotenente nel 1834, lasciando 1° nella promozione della scuola del personale, poi Capitano, prestò servizio nel 5° Reggimento dei Dragoni. Capo squadrone, durante gli eventi del 1848, era al fianco del generale Négrier quando quest’ultimo fu ferito. Partecipò poi all’assedio di Roma del 1849, Capo di Stato Maggiore della 2^ Divisione del corpo di spedizione nel Mediterraneo. Promosso Tenente Colonnello, fu assegnato alla divisione Costantino come Capo di Stato Maggiore nel 1852. Colonnello nel gennaio 1855, partecipò alla guerra di Crimea come capo di stato maggiore del 2°, poi della 1^ divisione del 2° Corpo. Capo di stato maggiore del generale Mac Mahon nel 1855 in Algeria, fu poi nominato allo stesso posto nella divisione di Parigi due anni dopo. Nominato Generale di Brigata nel 1858, prese parte alle battaglie di Turbigo, Magenta, poi Solferino. Capo di stato maggiore della Guardia Imperiale nel 1860, fu promosso a Generale di Divisione nel 1866, poi servì come Aiutante di Campo dell’Imperatore nel 1868. Nel 1870 era in missione diplomatica a Vienna prima di assumere la funzione di primo Aiutante Generale dell’esercito del Reno nel 1870. Comandò quindi il 12° Corpo d’Armata nel 1870 e prese parte alla sua testa alle battaglie di Beaumont, Mouzon, Bazeilles e infine Sedan. . Dapprima prigioniero nella penisola di Iges, volendo restare vicino ai suoi uomini, andò in prigionia in Germania. A Coblenza, poi Aix-la-Chapelle. Al termine della prigionia ha svolto diverse funzioni quali: membro della Commissione paritetica per i lavori pubblici, ispettore generale della scuola di candidatura del personale, membro del comitato di difesa e presidente della commissione di riorganizzazione del corpo di stato maggiore. Prese il comando del 3° Corpo d’Armata nel 1873, lasciò il comando del 3° Corpo d’Armata a Rouen nel 1879, all’età di 70 anni. Il Generale Lebrun è autore di numerosi documenti e libri e un’importante collezione si trova nel Dipartimento storico della difesa.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno (Santa Sede)
Cavaliere dell’Ordine Piano (Santa Sede)
Medaglia commemorativa della restaurazione dell’autorità pontificia (Santa Sede)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 2169: Jean Jacques Paul Félix Ressayre in piccola montura da Generale di Divisione (Castelsarrazin – . Volontario alla scuola di cavalleria nel 1827, fu promosso sottotenente nel 3° Reggimento Cacciatori africani il 09 febbraio 1835. Il 16 dicembre 1838, durante la spedizione Setif, fu colpito al braccio sinistro. Divenne poi l’alfiere del suo reggimento nel 1839. Promosso Luogotenente il 07 luglio 1840, venne citato per essersi particolarmente distinto il 20 maggio 1842 nella difesa del campo di El Arrouch dove, a capo dei gendarmi moreschi e di Spahis, iniziò tra i primi la carica e si ritrovò per un attimo compromesso e quasi solo in mezzo alle Kabyles. Fu promosso Capitano il 6 maggio 1842, e passò al 3° Reggimento dei cacciatori africani nel 1843, poi al 1° Spahis l’8 aprile 1845. Comandante di Squadrone il 10 settembre 1848, fu trasferito nel 4° reggimento cacciatori africani. Il 15 gennaio 1853 fu nominato Tenente Colonnello nel 6° Reggimento dei Dragoni. Il reggimento era destinato a partire per l’Oriente e si imbarcò a Marsiglia il 05 giugno 1854 per arrivare a Gallipoli il 06 gennaio 1854. Assegnato alla brigata del generale Cassaignoles, compì la campagna di Varna e si ammalò di colera. Il 17 novembre 1854, il 6° Dragoni sbarcò in Crimea. Il 19 gennaio 1855, venne promosso a Colonnello del 6° Dragoni. Durante l’assedio di Sebastopoli, il suo reggimento fu utilizzato per la ricognizione nella valle di Tchernaïa e, il 09 agosto 1855, fu inviato con la spedizione a Eupatoria. Il 29 settembre 1855, il reggimento fu impegnato nella battaglia di Kanghil, che oppose la brigata di cavalleria francese (6° reggimento Ussari, 6° Dragoni, 7° reggimento Dragoni) a 6 squadroni di Cosacchi supportati dall’artiglieria. Dopo una prima carica guidata dal 4° Ussari, “il colonnello Ressayre, su ordine del generale d’Allonville, mosse con energico vigore il suo reggimento, generale de Chapéron alla testa. Le squadriglie nemiche, che in alcuni punti ancora esitarono per abbandonare il terreno, girate subito le briglie e sparirono in tutte le direzioni. Per più di due ore i Dragoni furono impegnati all’inseguimento “. I russi persero in questo combattimento 110 morti e feriti, 169 prigionieri, 250 cavalli, 3 cannoni, 3 obici e 12 scatole di artiglieria, con la fucina di campagna. Per il suo comando quel giorno, Ressayre ricevette la Croce di Commendatore della Legion d’Onore. Fu promosso Generale di Brigata il 14 marzo 1863, comandò una brigata di cavalleria al campo di Chalons. Nel 1870 fu nominato comandante della 2^ Brigata della divisione di cavalleria del 13 ° Corpo d’Armata. Fu promosso Generale di Divisione il 10 aprile 1870, prese la testa della divisione di cavalleria del 16 ° Corpo d’Armata e l’11 settembre 1870 a Coulmiers, il suo cavallo fu ucciso sotto di lui e fu ferito da una scheggia. Nel marzo 1871 fu nominato comandante della 3^ Divisione di cavalleria dell’esercito di Versailles. Dopo la guerra, fu nominato giudice del tribunale incaricato di giudicare la condotta del maresciallo Bazaine durante la guerra. Lasciò il servizio attivo nel 1874, Grande Ufficiale della Legion d’Onore. Morì il 16 novembre 1879. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore 1859
Grand’Ufficiale della Legion d’onore 1874
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 2673: Philogène de Monfort (Reims, 5 aprile 1806 – Parigi, 19 marzo 1883). Allievo della scuola di Saint Cyr (1823-1825), fu nominato Sottotenente il 1° ottobre 1825 nel 64° Reggimento di Fanteria. Nel giugno 1827 passò e si arruolò nell’esercito di cavalleria, nel 10° Reggimento dei Dragoni. Completò poi la sua formazione a Saumur nel 1830. Nominato Luogotenente il 25 gennaio 1831, poi Capitano il 29 settembre 1837. Il 27 aprile 1846 fu nominato maggiore nel 12° Reggimento dei Dragoni e lì fu nominato Cavaliere della Legion d’Onore il 30 aprile 1849. Nominato Tenente Colonnello il 3 gennaio 1851 nel 4° Reggimento Ussari, e promosso Ufficiale della Legion d’Onore il 2 gennaio 1852. Nominato Colonnello l’8 ottobre 1853, comandò il 4° Reggimento Cacciatori che guidò in Algeria dal 1855 al 1858, poi durante la campagna d’Italia a Magenta e a Solferino. Fu promosso Commendatore della Legion d’Onore il 25 giugno 1859 e Ufficiale dell’Ordine di Savoia. Dopo la campagna d’Italia, de Montfort fu nominato Generale di Brigata il 2 agosto 1860 e comandò poi varie brigate di cavalleria. Commendatore dell’Ordine di Sant’Olaf (Norvegia), fu inserito nella sezione di riserva nel 1868, per ricoprire la carica di Governatore del Palazzo del Lussemburgo. Allo scoppio della guerra del 1870, de Montfort fu richiamato in servizio attivo e prese il comando del settore Villette sulle mura di Parigi durante l’assedio. Minacciato dall’insubordinazione di diversi battaglioni della Guardia Nazionale posti ai suoi ordini, fu dimissionato dal Generale Trochu. Morì a Parigi il 19 marzo 1883.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore 30 aprile 1849
Ufficiale della Legion d’onore 2 gennaio 1852
Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore 25 giugno 1859
Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia 25 giugno 1859

Arc. 2669: Sylvain-François Jules Merle de la Brugière, comte de Laveaucoupet in piccola montura da Generale di Divisione (Saint-Sulpice-le-Dunois, 28 aprile 1806 – Parigi, 18 maggio 1892). Figlio di Sylvie de la Celle e di suo marito, François Merle de la Brugière, émigré e soldato dell’ Armée des émigrés guidata da il principe Luigi Giuseppe di Borbone-Condé. François fu capitano durante la restaurazione borbonica. Nel 1814, Jules venne ammesso alla scuola militare La Flèche e poi all’ École spéciale militaire de Saint-Cyr nel 1824, dove ricevette una spada d’onore per mano di re Carlo X per essere stato uno dei migliori studenti del suo corso. Col grado di sottotenente venne destinato al 34º Reggimento di Fanteria di linea, prendendo parte alla conquista francese dell’Algeria e, su consiglio di suo padre, fece pubblico giuramento di aderenza alla nuova costituzione del 1830. Tornò in Algeria nel 1836 come aiutante di campo del generale Trézel, col quale prese parte alla spedizione di Costantina del 1836. Per la sua condotta nella campagna militare e per aver salvato il generale Trézel dopo che questi era stato ferito da un colpo di moschetto, ottenne la Legion d’onore. Per aver respinto la rivolta popolare del 15 settembre 1841 a Clermont-Ferrand, furono in molti a richiedere la sua promozione, ma questa gli venne rifiutata da Luigi Filippo di Francia per l’appartenenza della sua famiglia al movimento ultra-realista. Candidato deputato nel 1848, non venne eletto, ma nel 1851 venne promosso colonnello. Nella seconda guerra d’indipendenza italiana fu capo di stato maggiore della divisione del generale De La Motte-Rouge del 2º corpo d’armata agli ordini di Mac-Mahon. Venne ferito nel corso della battaglia di Turbigo e poi alla battaglia di Magenta. Promosso generale il 28 febbraio 1868, ricevette il comando della 3ª divisione del 2º corpo d’armata nel 1870. Il 2 agosto 1870 con Bataille combatté la battaglia di Saarbrücken. Combatté poi nella battaglia di Spicheren il 6 agosto e poi si ritirò verso Metz, dove si arrese il 28 ottobre, divenendo prigioniero dei tedeschi. Quando tornò in Francia venne richiamato dall’Assemblea Nazionale nel 1871. Combatté le sue ultime battaglie nella repressione della Comune di Parigi il 28 maggio 1871 a Montmartre. Venne chiamato a testimoniare al processo al generale Bazaine. Morì a Parigi 18 maggio 1892.
Onorificenze
Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859

Arc. 1649: Henry Jules Bataille in tenuta di gala da Generale di Brigata (Bourg d’Oisan 11 settembre 1816 – Parigi 8 gennaio 1882). Figlio del capitano Jean Pierre Bataille e Sophie Antoinette Garnier. Jean Pierre Bataille si arruolò nel 1791 nel primo battaglione dell’Isère, successivamente inglobato nell’Esercito delle Alpi. Giovane caporale, a Rivoli, fa 116 prigionieri con tre compagni e riceve una sciabola d’onore per la sua prodezza. Dal 1800 al 1815 partecipò a tutte le campagne dall’Egitto a Waterloo. Morì nel 1823. Durante un tour nel Delfinato del ministro della Guerra, il marchese de Clermont-Tonnerre, la madre di Henri Jules Bataille gli chiese che suo figlio fosse adottato come allievo del re presso il Reale Collegio Militare di La Flèche e fu accettato . Entrato a Saint-Cyr il 16 novembre 1834, lo lasciò nell’ottobre 1836 come sottotenente nel 22° Reggimento di Fanteria di linea. Il 30 gennaio 1839 fu imbarcato con il suo reggimento per l’Algeria dove rimase, per la prima volta, fino al 10 settembre 1831. Tenente il 25 maggio 1840, capitano il 12 marzo 1843, passò il 9 febbraio 1847, come Aiutante Maggiore nel 2° Reggimento della Legione Straniera. Nel 1849 era al quartier generale di Zaatcha e nel 1850 prese parte alla campagna di Kabylie, ed in particolare il 24 giugno tra i Beni Habibi, ricevette il 12 dicembre la croce di cavaliere della Legion d’Onore. Fece un secondo soggiorno di quattro anni, fino al settembre 1857, durante il quale meritò la croce da ufficiale, che gli fu assegnata il 12 giugno 1856. Colonnello del 45° Reggimento di Fanteria di linea il 7 febbraio 1854, continuò rimanere in Algeria, in campagna e spesso in spedizioni. Il 12 agosto 1857 fu nominato Generale di Brigata e inviato, nell’aprile 1859, al 3° Corpo d’armata italiano. Prese parte alla battaglia di Magenta e il 16 agosto 1866 fu promosso al grado di Maggiore Generale. Nel 1870, si trovò nelle grandi battaglie di agosto, ebbe uccisi due cavalli sotto di lui a Gravelotte. Ferito da un proiettile allo stomaco durante la battaglia di Rezonville, fu trasportato a Metz dove fu fatto prigioniero. Tornato in Francia, dopo la sua prigionia in Germania, fu nominato nel luglio 1871 comandante del 2° Corpo d’Armata di Versailles. Nel 1873 fu nominato capo del 5° Corpo d’Armata con sede a Orléans. Nel 1879, la sinistra della Camera con Gambetta propose a Mac-Mahon un decreto relativo alla loro funzione i generali Bourbaki, Bataille, du Barail e Ducros, che il maresciallo rifiutò. Il decreto fu firmato l’11 febbraio da Jules Grévy. Consigliere generale del cantone di Bourg-d’Oisans, per due anni, si è dimise perché non poteva sostenere la vita politica.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore
Ufficiale della Legion d’onore
Commendatore della Legion d’onore
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore

Arc. 1791: Henry Jules Bataille in tenuta di gala da Generale di Brigata (Bourg d’Oisan 11 settembre 1816 – Parigi 8 gennaio 1882). Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 846: Laurent Jules Favas in tenuta di gala da Generale di Brigata (Vienne, 6 dicembre 1802 – 20 febbraio 1870). Favas iniziò la sua carriera militare come semplice gendarme nella 17^ Legione di Gendarmeria nel 1821 e fu nominato brigadiere nel 1824. Il 23 maggio 1827 entrò a far parte della compagnia di guardie del corpo di Croy, con il grado di Sottotenente. Fu licenziato nell’agosto 1830. Riprese il servizio nel maggio 1832 come ufficiale del 1° Reggimento di cacciatori africani e iniziò una presenza in Algeria dal 1832 al 1847. Fu promosso Tenente nel 2° Reggimento di cacciatori africani. Ottenne i gradi di Capitano il 25 luglio 1833. Il 26 giugno 1835 fu citato nell’ordine della divisione di Orano per avere in combattimento a Muley Ismael, rimosso nella mischia e sotto il fuoco nemico, il corpo del colonnello Oudinot ucciso nel combattimento ed ebbe un cavallo ucciso sotto di lui. Ricevette la Croce della Legion d’Onore nel gennaio 1836. Nel novembre 1841 fu citato per l’ottima condotta nel combattimento di Mascara, poi ancora nel maggio 1843, durante la battaglia di Sidi Bached, con 60 cavalieri, attaccò la cavalleria nemica e salvò uno squadrone circondato. Le sue truppe resistettero per tre ore contro 1.600 nemici. Il 25 luglio 1843 fu promosso capo dello squadrone di Oran del corpo di cavalleria nativo, che divenne il 2 ° reggimento Spahis nel 1845. Si distinse ancora in un’incursione il 2 luglio 1844, poi durante la battaglia di Isly il 14 agosto 1844. Fu nominato Ufficiale della Legion d’Onore il 18 settembre 1844. Nel 1845 fu nuovamente menzionato due volte in Algeria, a maggio, poi a ottobre per la battaglia di Tilouanet. Tenente Colonnello del 2° Reggimento Cacciatori il 22 aprile 1847, venne trasferito nel 4° Reggimento Corazzieri nell’aprile 1847. Divenne Colonnello nel luglio 1850 e Commendatore della Legion d’Onore nel dicembre 1852. Favas fu finalmente promosso a Generale di Brigata nel dicembre 1858 e prese il comando di varie brigate di cavalleria prima di ritirarsi nel 1864, Grande Ufficiale della Legion d’Onore. Nel 1870 fu brevemente richiamato al comando della suddivisione Seine et Marne, ma lasciò il comando in agosto per motivi di salute. Morì il 20 febbraio 1870. Fotografia CDV. Fotografo: Durand – Lyon.

Arc. 152: Louis Eugène Cavaignac (Parigi, 15 ottobre 1802 – Castello di Ourne, 28 ottobre 1857) in gran tenuta da Generale di Divisione. Dopo una rapida carriera militare che lo vide generale nel 1844, divenne governatore della provincia di Orano e nel marzo 1848 governatore dell’Algeria. Richiamato a Parigi fu nominato ministro della Guerra; investito dei pieni poteri durante l’insurrezione operaia del giugno 1848, annientò la sommossa con terribile spietatezza. Il 28 giugno abbandonò i poteri dittatoriali. Venne battuto alle elezioni presidenziali dal principe Luigi Napoleone Bonaparte (1848). Arrestato il 2 dicembre 1851, fu rimesso in libertà un mese più tardi; eletto deputato al Corpo Legislativo (1852 e 1857), avendo rifiutato di prestare giuramento fu considerato dimissionario. Era padre dell’uomo politico e ministro Jacques Marie Eugène Godefroy Cavaignac e nonno dello storico Eugène Cavaignac. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore
Medaglia di Sant’Elena Onorificenze straniere
Commendatore dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Croce d’oro dell’Ordine del Salvatore (Regno di Grecia)

Arc. 2298: Joseph Jean-Nicolas Bernelle in gran montura da Generale di Brigata (Versailles – Parigi . Figlio del Generale Pierre-Antoine Bernelle e Marguerite Desnoyers, il 15 maggio 1801 entrò nel collegio militare di Saint-Cyr. Lo lasciò con il grado di Sottotenente il 10 settembre 1803 e nel 1805 prese parte alla campagna d’Italia. Fu ferito da un colpo di pistola alla presa di Vicenza il 18 Vendémiaire dell’anno XIV (10 ottobre 1805). Partecipò alle due campagne di Dalmazia (1806-1807 e 1809) e il 22 ottobre 1806 fu promosso al grado di Tenente nella semi-brigata di fanteria di linea, che divenne il 97°, quindi il 60° reggimento di fanteria di linea. Fu promosso al grado di Capitano il 26 marzo 1811 nel 2° Reggimento penale mediterraneo, che il 20 settembre 1812 divenne il 133° Reggimento di Fanteria di Linea. Aiutante di campo della Comando generale durante la campagna di Sassonia, Bernelle fu promosso comandante di battaglione il 20 luglio 1813 nel 18° Reggimento di Fanteria Leggera. Fu nominato Cavaliere nell’Ordine Imperiale della Legion d’Onore il 16 agosto, poi Ufficiale il 28 novembre dello stesso anno. Durante la prima restaurazione, il 3 novembre 1814, fu nominato Cavaliere dell’Ordine Reale e Militare di Saint-Louis. Prese parte alla campagna di Francia come Maggiore della Guardia Imperiale durante i Cento giorni. Il 1 giugno 1815 fu assegnato al personale del generale Drouot. Waterloo lo vede unirsi alla folla “a metà paga”. Il 21 aprile 1817 sposò Tharzile Bazin e il 1° luglio 1818 riprese il servizio con il personale della 27^ Legione del Finistère, poi la 4^ Legione dell’Ardèche, prima di entrare a far parte del 20° Reggimento di Fanteria di Linea. Nel 1824 fu posto in trattamento di riforma. Nel 1826 riuscì a riprendere il servizio e fu promosso Tenente Colonnello nel 10° Reggimento di Fanteria Leggera il 3 giugno 1831. In seguito iniziò le sue campagne in Africa. Nell’agosto 1832 fu distaccato al comando della Legione Straniera, poi distaccato alla 1^ Brigata il 5 febbraio 1833. Promosso al grado di Colonnello il 9 aprile 1833, tornò alla Legione. Fu citato lì il 18 maggio 1833, durante un’operazione a Mitidja contro gli Hadjoutes. Tre mesi dopo il suo arrivo, il 1° e il 5° battaglione furono citati come esempio dello spirito e del vigore che dimostrarono nella costruzione del fortino al guado di Arrach, della Chaussée di Sidi Amsa e della costruzione dei campi di Kouba e Oufferia. Nel settembre 1833 organizzò la difesa di Goéla. A seguito di un infortunio causato dal suo cavallo, lasciò il comando di tre battaglioni della Legione, di stanza al campo di Douera, al comandante Conrad. A causa del Trattato della Quadrupla Alleanza del 22 aprile 1834, la Legione fu ceduta alla Spagna l’11 giugno 1835. Riunita in sei battaglioni, 123 ufficiali e 4.021 sottufficiali e sottufficiali si imbarcarono su navi raggruppate nel Porto di Algeri. Il 16 agosto, non appena le navi entrarono nelle acque spagnole, il colonnello Bernelle fu promosso comandante della Legion d’Onore e nominato Feldmaresciallo con il titolo spagnolo. La Legione sbarcò a Tarragona il 17 agosto 1835, con il titolo di divisione ausiliaria francese. Avendo pianificato da tempo una revisione della Legione, Bernelle la sta organizzò su nuove basi. Unì questo corpo che gli era stato affidato mescolando uomini di diverse nazionalità. Si distinse nella battaglia di Arlabán, Tirapegui, Zubiri e Inigo. Un buon combattente, ma un cattivo amministratore, polemico, stanco e malato, chiese il suo ritiro. Rientrato nell’ambito dell’esercito francese con il grado di Colonnello, il 3 novembre fu messo a disposizione del governatore generale dei possedimenti francesi in Nord Africa. Il 4 dicembre comandò le truppe di stanza a Bône e venne nominato al comando superiore di Costantino nell’ottobre 1837 quando fu nominato Maresciallo di Campo l’11 novembre. Nominato comandante del dipartimento dell’Hérault, tornò in Francia nel 1839. Nel 1846 comandò il dipartimento di Loiret e il 6 ottobre 1847 entrò a far parte della sezione di riserva e quando questa sezione fu sciolta, fu messo in pensione il 30 maggio 1848, per un totale di 44 anni di servizio. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Grand’Ufficiale della Legion d’onore
Medaglia di Sant’Elena
Cavaliere di 3^ Classe dell’Ordine di San Ferdinando (Regno di Spagna)
Cavaliere di 4^ Classe dell’Ordine di San Ferdinando (Regno di Spagna)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Luigi

Arc. 2911: Henri-Pierre Castelnau, in gran montura da Generale di Brigata (Prades, – Paris, 1° novembre 1890). Henri-Pierre Jean Abdon Castelnau si unì all’École Polytechnique il 1 novembre 1834; nel 1836 fu assegnato come Sottotenente al 14° Reggimento di Fanteria leggera, poi il 1° gennaio 1837 alla Scuola di applicazione del personale di Parigi. Fu nominato Tenente il 23 gennaio 1839. Dopo essersi arruolato nel 6° Reggimento Dragoni, prese parte al conflitto in Algeria dove venne citato due volte nella Divisione Oran. Ritornato in Francia, fu assegnato al 7° Reggimento Dragoni a Mont de Marsan, dove viveva la sua famiglia. Fu promosso Capitano il 2 dicembre 1842; Il generale Hecquet lo prse come aiutante di campo. Quattro anni dopo fu distaccato presso il quartier generale del campo di Compiègne e ricevette la Legion d’Onore dal re Luigi Filippo il 23 settembre 1843. La sua carriera proseguì nell’Esercito delle Alpi come Aiutante di Campo del Generale Thierry, allora nello Stato Maggiore del Corpo di spedizione del Mediterraneo; divenne capo squadrone e partecipò alla campagna di Roma dall’aprile 1849 al maggio 1850. Fu distaccato dal Generale Nicolas Oudinot presso Papa Pio IX come Segretario Generale del Pontificio Ministero delle Armi, nel momento in cui il Papa, cacciato da Garibaldi, dovette lasciare i suoi Stati per rifugiarsi a Gaeta presso il Re di Napoli; Castelnau fu responsabile dell’amministrazione militare fino all’entrata in carica della Commissione governativa statale. Papa Pio IX ne conservò ancora la stima e gli conferì il titolo di Conte. Nel 1853 fu promosso Tenente Colonnello e nominato ufficiale della Legion d’Onore. Dal 1 giugno 1853 al 15 gennaio 1856 fu Aiutante di Campo del Maresciallo Magnan, ministro della Guerra; promosso Colonnello il 22 marzo 1856, fu nominato Capo di Stato Maggiore del ministro il 31 luglio 1858. Aiutò il Maresciallo Vaillant, nominato Maggior Generale dell’Esercito d’Italia, quando Napoleone III partecipò all’unificazione della penisola a beneficio del re Vittorio Emanuele di Piemonte. Castelnau venne elevato alla dignità di Commendatore della Legione d’Onore. Fu in questa occasione che Napoleone III lo notò e lo nominò suo Aiutante di Campo; accompagna l’imperatore in tutte le revisioni, la presa delle armi e le circostanze ufficiali nonché la vita di corte. Nel 1861 Castelnau fu eletto consigliere generale delle Landes (cantone di Tartas Ouest). Il 3 settembre 1863 fu nominato Generale di Brigata e assunse il comando della 1^ Divisione presso il Ministero della Guerra, ma mantenne anche le sue funzioni di Aiutante di Campo dell’imperatore. L’8 settembre 1863 Napoleone III lo convocò a Compiègne e gli diede istruzioni scritte per una missione speciale in Messico nell’ottobre 1863 con il delicato compito di assicurare l’esecuzione delle sue istruzioni per l’evacuazione del paese. Doveva costringere il maresciallo Bazaine, che voleva prolungare la campagna, a tornare in Francia. Primo Aiutante di Campo di Napoleone III, accompagnò l’imperatore fino alla sconfitta di Sedan; dopo la capitolazione dell’esercito, lo accompagnò da Sedan a Cassel passando per il Belgio, e rimase con lui durante tutta la sua prigionia al castello di Wilhelmshöhe, dal 5 settembre 1870 al 19 marzo 18715. Fu in particolare responsabile di rappresentare l’Imperatore presso il Generale de Wimpffen, durante i negoziati prima della firma della capitolazione di Sedan. Rilasciato a Ostenda (Belgio) nel 1871, cessò ogni attività militare. Nel dicembre 1871 fu nominato, su iniziativa di Thiers, presidente della commissione incaricata di preparare l’istituzione della Scuola Superiore di Guerra; continuò per diversi anni a presiederne le sorti come ispettore generale. Il 5 febbraio 1878 gli venne conferita la Gran Croce della Legion d’Onore. Presiedette la commissione per il riordino dei servizi sanitari nelle campagne. Fu consigliere generale di Landes. Fotografia CDV. Fotografo: Vaillat – Paris.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore
Ufficiale della Legion d’onore
Commendatore della Legion d’onore

Arc. 2452: Joachim Ambert in gran tenuta da Generale di Brigata. Con il suo nome completo Joachim Marie Jean-Jacques Alexandre Jules Ambert, noto come barone generale Ambert ( castello di Lagrezette 8 febbraio 1804 – Parigi 31 marzo 1890) fu un generale francese e scrittore militare e figlio del generale della Repubblica Jean-Jacques Ambert. Si diplomò all’École Militaire nel 1824, prestò servizio per sei anni nella fanteria leggera e poi passò alla cavalleria. Fece nove campagne, in Spagna (1825-1826), in Belgio e in Algeria. Fu successivamente promosso tenente il 21 dicembre 1830, capitano il 28 febbraio 1837. Si dimise nel giugno 1839 da capitano della Legione Straniera. Distaccato allo stato maggiore, fu messo a disposizione del Governatore Generale d’Algeria nel 1841. Prese poi servizio nel 9 ° Reggimento Ussari e si distinse nel 1841 durante la spedizione Mascara, dove rimase ferito. Fu nominato capo squadrone il 19 gennaio 1843, Tenente Colonnello il 22 aprile 1847, Colonnello comandante il 2 ° reggimento Dragoni il 16 aprile 1850, Generale di Brigata il 12 agosto 1857, nominato Ispettore Generale nel 1860 e ammesso nella riserva nel 1867. Nel settembre 1870 fu richiamato in attività e incaricato del comando del 5 ° settore ma fu presto licenziato dal governo della Difesa Nazionale a seguito di manifestazioni ostili provocate contro di lui per i suoi sentimenti politici. Aveva fatto parte, nel 1848, dell’Assemblea Costituente, in rappresentanza del Lot, che lo aveva eletto e che lo aveva inviato, nel 1849, all’Assemblea Legislativa. Sotto il Secondo Impero divenne Consigliere di Stato in servizio ordinario (5 maggio 1866) e Ispettore Generale della Gendarmeria (1860). Fu promosso Commendatore della Legion d’Onore il 14 marzo 1860. Era il suocero di Edgar Demange (1841-1925) che difese in particolare il capitano Dreyfus. Fu soprattutto come giornalista e scrittore che il generale Ambert si fece conoscere al pubblico. Durante le frequenti vacanze viaggiò in Europa e in America, trascorse molto tempo in Guadalupa oltre che a New Orleans, dove scrisse sul quotidiano l’Abeille. Aveva sposato Julie Hopkins, originaria della Louisiana. In Francia ha pubblicato numerosi articoli storici al National, al Courrier français, al Siècle, al Messager, allo Spectateur Militaire. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore
Cavaliere di III Classe dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia)
Commendatore dell’Ordine imperiale della Corona ferrea
Cavaliere dell’Ordine spagnolo di Carlo III (Spagna)
Cavaliere del Reale Ordine dei Serafini (Svezia)
Cavaliere dell’Ordine di Leopoldo (Regno del Belgio)
Cavaliere dell’Ordine della Corona Wendica

Arc. 2667: Arc. 2452: Joachim Ambert in gran tenuta da Generale di Brigata. Con il suo nome completo Joachim Marie Jean-Jacques Alexandre Jules Ambert, noto come barone generale Ambert ( castello di Lagrezette 8 febbraio 1804 – Parigi 31 marzo 1890). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3362: François Daniel Auguste Corréard in grande uniforme da Generale di Brigata (Veynes, 18 aprile 1809 – Grenoble, 18 dicembre 1894). Arruolato volontario il 3 maggio 1827, fu soldato del 28° Reggimento di Fanteria di Linea il 19 maggio 1827. Caporale il 20 maggio 1828, fu Caporale Furiere il 27 maggio dello stesso anno. Sergente Furiere il 20 marzo 1829, fu Sergente Maggiore il 1° ottobre 1829. In Africa dal 1830 al 1831, fu Sottotenente il 12 ottobre 1830. Tenente il 14 maggio 1834, ottenne il grado di Capitano il 16 novembre 1840. Traferito al Reggimento Zuavi il 4 gennaio 1842, tornò in Africa dal 9 marzo 1842 al 20 aprile 1848. Ferito al braccio sinistro il 19 settembre 1842, fu vittima di una frattura all’omero del braccio sinistro il 9 marzo 1843 durante una razzia a Berdj-Carroub e il suo cavallo fu abbattuto sopra di lui. Cavaliere della Legion d’Onore il 6 agosto 1843. Durante l’operazione di Onaz al Din, venne di nuovo ferito da un colpo di arma da fuoco al braccio sinistro e da un altro colpo al di sopra dell’ombellico. Nonostante le ferite rimase al comando delle due compagnie ai suoi ordini riuscendo a tenere un importante posizione davanti a un nemico di molto superiore. Molto indebolito dalla copiosa perdita di sangue venne salvato da morte certa dallo zuavo Guichard. Questo fatto d’arme lo vide citato dal Maresciallo Governatore dell’Algeria il 18 maggio 1844. Ufficiale della Legion d’Onore il 30 giugno 1844 fu comandante di Battaglione al 56° Reggimento di Fanteria di Linea il 26 giugno 1845. Trasferito al 51° Reggimento Fanteria di Linea il 20 dicembre 1848 ritornò in Africa dal 26 gennaio 1849 al 15 novembre 1850. Il 21 maggio 1850 prese il comando della colonna di spedzione della Kabylie in rimpiazzo del Colonnello Lourmel durante il combattimento contro Beni-Ymela. Tenente Colonnello al 22° Reggimento Fanteria Leggera il 5 dicembre 1850, ottenne il grado di Colonnello comandante del 13° Reggimento Fanteria Leggera il 17 febbraio 1852. Servì a Roma dal 15 agosto al 3 novembre 1852 e si sposò a Mably con Marie Wilhelmine Ernestine Anglès. Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno il 18 aprile 1853, fu comandante dell’88° Reggimento Fanteria di Linea il 1° gennaio 1855. Commendatore della Legion d’Onore il 14 marzo 1857, venne promosso Generale di Brigata il 12 marzo 1858. Comandante della sotto Divisione dell’Alta Garonne il 28 giugno 1858, servì nella campagna d’Italia nel 1859 e 1860. Comandante di una Brigata di Fanteria dell’Armata delle Alpi il 30 aprile 1859, divenuta 2^ Brigata della 1^ Divisione di Fanteria del 5° Corpo dell’Armata d’Italia. Decorato della Medaglia d’Italia il 30 novembre 1859, fu comandante della 5^ sotto Divisione Militare delle Alpi Marittime a Nizza il 25 maggio 1860. Commendatore dell’Ordine di San Maurizio e Lazzaro il 27 dicembre 1861, fu Grand Ufficiale della Corona di Baviera il 19 luglio 1862. Comandante la 3^ Divisione di Fanteria al 1° campo di Châlonsil 23 marzo 1869, fu Ispettore Generale per il 1869 del 14° dipartimento di Fanteria il 26 maggio 1869. Allo Scoppio della guerra franco – prussiana fu Comandante un gruppo della Guardia Nazionale Mobile a Parigi, riva sinistra della Senna, Palazzo del Luxemburg il 7 settembre 1870. Comandante la 1^ Divisione del Corpo d’Armata della riva sinistra il 5 dicembre 1870 divenuta 1^ Divisione del 3° Corpo d’Armata di Parigi il 26 gennaio 1871. In disponibilità per soppressione d’impiego il 16 febbraio 1871, venne richiamato in qualità di comandante la Divisione attiva di Fanteria in formazione a Auxerre il 28 marzo 1871. Comandante la 20^ Divisione Militare a Clermont-Ferrand il 17 maggio 1871. Ispettore Generale nel 1872del 28° dipartimento di Fanteria a Lione il 18 ottobre 1873, venne ammesso alla sezione di Riserva il 20 aprile 1874. Venne pensionato l’8 febbraio 1879. Fotografia CDV. Fotografo: Ferret – Nice.

Arc. 2083: François Louis Alfred Durrieu in gran tenuta da Generale di Brigata (Hambourg 18 gennaio 1812 – Parigi 27 settembre 1877). Nipote del Generale Antoine Simon Durrieu ed erede del titolo di barone nel 1862. Studente della Scuola Militare speciale di Saint-Cyr, poi della Scuola del personale nel 1836, divenne Capitano nel 1840 e fu assegnato al lavoro topografico in Algeria. Comandante di Squadrone negli Spahis nel 1845, Tenente Colonnello nel 1° Cacciatori nel maggio 1849, Colonnello nel 2° Spahis nel luglio 1851, divenne Generale di Brigata il 29 agosto 1854. Ricevette il comando della Divisione di Mascara e, promosso Generale di Divisione l’11 dicembre 1859. Dal 19 novembre 1861 fino alla soppressione dell’incarico il 24 novembre 1870 fu vicegovernatore dell’Algeria. Dal 27 luglio 1870 al 24 ottobre 1870 fu Governatore dell’Algeria.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica

Arc. 2658: François Louis Alfred Durrieu in gran montura da Generale di Divisione (Hambourg – Paris . Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 2685: Justin Clinchant in gran montura da Generale di Brigata (Thiaucourt, 24 dicembre 1820 – Parigi, 20 marzo 1881). Entrò nell’esercito a Saint-Cyr-l’École nel 1841. Dal 1847 al 1852 è stato impiegato nelle campagne algerine; nel 1854 partecipò alla guerra di Crimea. All’assalto di Malakoff (8 settembre 1855) si distinse particolarmente al comando di un battaglione. Durante la campagna del 1859 fu promosso al grado di tenente colonnello nella battaglia di Solferino, e come colonnello prestò servizio nell’intervento francese in Messico. Fu nominato generale di brigata nel 1866. Guidò una brigata dell’Armata del Reno nel 1870, durante la guerra franco-prussiana. Le sue truppe furono tra quelle che combatterono nell’assedio di Metz, dove fu fatto prigioniero, ma ben presto riuscì a fuggire. Il governo di Difesa Nazionale lo nominò generale di divisione e fu messo a capo del XX Corpo dell’Armata dell’Est. Fu sottoposto di Charles Denis Bourbaki e quando questi tentò di suicidarsi, Clinchant gli subentrò al comando (23 gennaio 1871) su disposizione dello stesso Bourbaki. Da solo guidò l’ultima armata dell’esercito repubblicano francese (84.000 uomini) oltre il confine svizzero a Pontarlier. Nel 1871, Clinchant comandò il quinto corpo contro i ribelli comunardi. Fu governatore militare di Parigi nel 1881. Morì nello stesso anno. Fotografia CDV. Fotografo: Berthaud – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere della Legion d’onore 1854
Ufficiale della Legion d’onore 1855
Commendatore della Legion d’onore 1864
Grand’Ufficiale della Legion d’onore 1875
Médaille commémorative de la expedition in Mexique
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Leopoldo 1878
Medaglia d’Argento al Valor Militare (Regno di Sardegna)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)
Cavaliere dell’Ordine austriaco imperiale di Leopoldo
Cavaliere del Reale Ordine dei Serafini (Svezia)

Arc. 1821: Justin Clinchant in gran montura da Generale di Brigata (Thiaucourt, 24 dicembre 1820 – Parigi, 20 marzo 1881). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2668: Charles François Christine Chalon in gran montura da Generale di Brigata (Besançon 2 novembre 1804 – 1872). Studente alla Scuola Superiore Militare nel 1822. Nominato sottotenente nel 1824, poi luogotenente nel 1830. In Africa dal 1835 al 1839. Citato il 2 dicembre 1836 durante l’affare Chair, al ritorno dalla spedizione di Tlemcen. “Ha comandato la seconda compagnia. Di corsa, con gli schermagliatori, mette in fuga un gran numero di nemici e infligge loro notevoli perdite con il suo fuoco ben diretto (un capo nemico ucciso). La cavalleria ausiliaria araba, rapidamente ricondotta, trovò protezione riformandosi dietro la sua compagnia ”. Capitano nel 1837, fu Cavaliere della Legion d’Onore nel 1841. Nominato comandante di battaglione nel 10° Reggimento Fanteria nel 1844. Poi tenente colonnello nel 1° Reggimento della Legione Straniera nel 1850. In Africa dal 1850 al 1852, comanda il circolo di Bougie. Colonnello dell’8° Reggimento Fanteria nel 1852, fu nominato Brigadiere nel 1857. Comanda la suddivisione della Loira, poi nel 1859 la 1^ brigata dell’esercito di Parigi. Nel 1860 comanda la 2^ brigata della 2^ Divisione del campo di Chalons e poi prese il comando della sottodivisione Ile et Vilaine. Commendatore della Legion d’ Onore nel 1860, entrò nella Riserva nel 1866. Fu comandante della sottodivisione del Finistère dal 19 luglio 1870 al 1871. Morì nel 1872. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore 1841
Commendatore della Legion d’onore 1860

Arc. 2672: Charles François Christine Chalon in gran montura da Generale di Brigata (Besançon 2 novembre 1804 – 1872). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2453: Nöel Raoult in gran montura da Generale di Brigata ( Meaux 26 dicembre 1810 – Froeschwiller 6 agosto 1870). Nato a Meaux il 26/12/1810, figlio di un fornaio, frequentò la Scuola di Saint Cyr e la scuola del personale. Prestò servizio in Algeria nello staff del generale Pelissier e si distinse in Crimea dove fu ferito due volte il 6 giugno e l’8 settembre 1855. Di ritorno dalla Crimea come Commendatore della Legion d’Onore, unico tenente colonnello ad avere questa distinzione, fu nominato Capo di Stato Maggiore della Guardia Imperiale, posizione che ricoprì quando fu fotografato da Le Gray. Fu nominato Generale di Brigata dopo la campagna d’Italia e Generale di Divisione nel 1867. Nel 1870, comandò una divisione dell’esercito di Mac Mahon. Questi ultimi momenti durante la battaglia di Froeschwiller del 6 agosto 1870 furono raccontati dal maresciallo Mac Mahon. “Poco dopo, il generale Raoult ha evacuato le posizioni che occupava di fronte a Froeschwiller. Diverse volte, stretto troppo da vicino, ha eseguito ritorni offensivi che hanno respinto gli aggressori. Non ha evacuato Froeschwiller finché non ha stava per essere colpito. Di persona era rimasto con i suoi ultimi schermagliatori. Fu lì che ricevette un proiettile che lo ferì mortalmente. Cadde; i soldati si precipitarono in avanti e volevano soccorrerlo, ma aveva ancora abbastanza forza per dare loro ordini formali di lasciarlo lì. Lo sollevarono, ma poi, prendendo la sua spada, minacciò di colpirli con essa, se si fossero rifiutati di obbedirgli. Si ritirarono. Fu preso dal nemico e portato in ambulanza dove è morto pochi giorni dopo”. È sepolto nel cimitero di Meaux. Fotografia CDV. Fotografo: Franck – Paris.
Onorificenze
Commendatore della Legion d’onore 1855

Arc. 2296: Etienne Hugues Rose in gran montura da Generale di Brigata ( Tolone 25 settembre 1812 – Tolone 2 agosto 1899). Allievo di Saint Cyr (1830-1832) dove si diplomò in fanteria. Servì per la prima volta con il 62° Reggimento di Fanteria come Sottotenente (1/10/1832) e andò a combattere in Algeria tra il 1836 e il 1841. Luogotenente nel 1837, fu citato per la sua buona condotta nella battaglia del wadi Lalleg, il 31 dicembre 1839. Fu nominato Capitano nel 1840. Dopo aver lasciato l’Africa, Rose si unì al battaglione di fanti nativi di Costantina nel giugno 1842. Fu Cavaliere della Legion d’Onore nel dicembre 1843. Comandante di battaglione il 30 giugno 1849, fu assegnato al 1 ° Reggimento della Legione Straniera, quindi al 29 ° Reggimento di Fanteria 4 mesi dopo. Fu nominato Ufficiale della Legion d’Onore nell’agosto 1850. Prese il comando del battaglione dei fucilieri indigeni della provincia di Algeri il 25 settembre 1851 e venne citato il 12 febbraio 1852 durante la cattura di El-Arouath (Laghouat) per aver comandato con vigore il battaglione schermagliatori. Tenente Colonnello il 30 dicembre 1852 con il 2° Reggimento della Legione Straniera, poi il 14° Reggimento di Fanteria Leggera nel 1853 e presterà servizio a Roma tra il 1853 e il 1855. Il 21 marzo 1855 fu nominato Colonnello del 1 ° reggimento di fanteria algerino e combatté in Crimea tra l’aprile e il settembre 1855. Comandò un reggimento durante l’assedio di Sebastopoli e si distinse il 7 giugno 1855 durante la cattura del mammellone verde. “I razzi di segnalazione attraversano l’aria e subito le truppe si precipitano dalle trincee; sotto i fuochi convergenti del ridotto del gran redan e le batterie a sinistra della torre Malakov, attraversano i parapetti e balzano verso il nemico . Il generale de Wimpfenn è alla loro testa e, guidati dal colonnello Rose, gli schermagliatori algerini si precipitano in avanti con irresistibile entusiasmo. In un batter d’occhio il terreno è disseminato di cadaveri, ma nulla può fermarli e in mezzo con un uragano di vinaccioli invadono la collina come una marea viva sospinta da un potere irresistibile. Mentre alcuni degli schermagliatori penetrano nel Green Mamelon, altri si precipitano con il colonnello Rose su una batteria annessa alla ridotta. Vi si avvicinano risolutamente e nonostante la terribile resistenza dei russi che combattono disperatamente, nonostante il tiro che abbatte i primi ranghi a distanza ravvicinata, vi arrivano vittoriosi. Animati dal successo, ascoltando solo l’ardore che trascinandoli con sé, alcuni partirono all’inseguimento dei russi fino al fossato della batteria di Malakoff; attraversano questo fosso e vogliono arrampicarsi sulle feritoie, ma all’improvviso un incendio rotolante li decima e in un attimo ricopre il suolo di morti e feriti. Improvvisamente compaiono enormi riserve nemiche, riempiono i bastioni che vomitano fuoco e ferro e, dopo eroici sforzi, i nostri valorosi soldati sono tuttavia costretti a ripiegare davanti a forze considerevoli che marciano dritte al nostro attacco dal centro. Molti di loro furono feriti e rimasero sotto il potere dei russi.” Prese quindi parte alle battaglie di Tratkir, Malakoff e alla cattura di Kinburn. Dopo la guerra di Crimea, si distinse in Kabylia nel 1857 con la sua brigata, conquistando diversi villaggi contro i Beni Raten. Promosso Generale di Brigata il 2 aprile 1858, prese parte alla campagna d’Italia presso il comando, poi come comandante a Milano. Reso Commendatore della Legion d’Onore, prese la testa di una brigata di fanteria della Guardia Imperiale. Fu inviato in Algeria nel 1864 per guidare una colonna contro la Flitta. Tornato in Francia, riprese il comando nella Guardia e poi fu nominato Generale di Divisione nel marzo 1869. Durante la guerra del 1870, fu nominato al comando di una divisione del Corpo d’Armata del Generale Ladmirault, ma a causa dei rumatismi dovette lasciare rapidamente il suo comando attivo e ottenne un comando territoriale a Marsiglia . Terminò la sua carriera come Grande Ufficiale della Legion d’Onore il 25 luglio 1864. Si ritirò nel 1872 e morì il 2 agosto 1899. Fotografia CDV. Fotografo: Disdèri – Paris.
Onorificenze
Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore 1859
Grand’Ufficiale della Legion d’onore 1864
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 1952: Pierre Louis Alphonse Courby de Cognord in gran montura da Generale di Brigata (Thiers, 26 agosto 1799 – Odos, 4 dicembre 1862). Entrò in servizio il 1 marzo 1815 come moschettiere del re. Prestò servizio come Sottotenente e Luogotenente nei Draghi del Calvados, negli Ussari della Mosella e nella Guardia Reale. Nel 1823-24 fece una campagna in Spagna e il 4 luglio 1830 fu promosso Capitano. L’anno successivo partecipò alla spedizione belga. Passò poi al 15° Dragoni e al 5° Ussari. Nel 1833 fu nominato Cavaliere della Légion d’Honneur, una decorazione aggiunta a quella dell’Ordine di San Ferdinando di Spagna ricevuto nel 1824. Nel 1840 arrivò in Africa; partecipò a varie operazioni e fu colpito a una gamba il 15 giugno 1840 mentre attraversava il Col de Ténia. Fu promosso a capo squadrone nel 1° Reggimento Chasseurs d’Afrique. Nel gennaio 1841 fu trasferito al 2° Ussari a Vesoul. Nel 1844, il comandante Courby de Cognord partì per l’Africa con elementi del 2° ussari. Dette prova di coraggio in diverse occasioni e fu citato nell’ordine del giorno dell’esercito per la sua buona condotta nella battaglia di Isly. Nonostante due successive proposte per il grado di Tenente Colonnello, nel 1845 non sembrava essere nominato al grado più alto. Aveva allora 46 anni e non aveva ottenuto una promozione commisurata ai suoi brillanti servizi. Nel 1845, il 23 settembre, avvenne un’eroica impresa d’armi di cui si glorificano tutti i battaglioni di cacciatori a piedi, ma di cui una parte andò anche al 2° Ussari, reggimento di Chamborant, il cui 2° squadrone era presente in questo glorioso combattimento e dove fu quasi annientato. Nello scontro cadde il Tenente Colonnello de Montagnac e Il Maggiore Courby de Cognord fu colpito con tre colpi e due colpi yatagan; venne fatto prigioniero e portato via a cavallo da un capo arabo. Courby de Cognord fu fatto prigioniero in Marocco e riscattato dopo numerose negoziazioni nel 1846 con altri 11 prigionieri, di cui quattro del 2° ussari. Il comandante Courby de Cognord fu citato nell’ ordine dell’Armata d’Africa con la seguente motivazione: “Comandante dello squadrone del 2° Ussari che faceva parte della colonna del Tenente Colonnello de Montagnac, distrutto da Abd-el-Kader a Sidi- Brahim il 23 settembre 1845, il Tenente Colonnello de Montagnac, in agonia gli affidò il comando dei resti del 2° ussari e dell’8° battaglione di cacciatori. Compì prodigi di valore e prolungò, contro diverse migliaia di arabi, una lotta eroica che terminò solo quando, stremato da numerose ferite, cadde privo di sensi sotto il potere del nemico, fatto prigioniero con ciò che restava dei suoi valorosi fratelli d’arme, soffrì crudelmente per un anno e due mesi e fu rilasciato solo il 27 novembre, 1846.” Per premiare il loro coraggio, il comandante Courby de Cognord è stato nominato Ufficiale della Legion d’Onore e promosso Tenente Colonnello. Nell’agosto del 1846, il 2° Reggimento Ussari ottenne questa citazione: “Dal suo arrivo in Africa, il 2° Ussari ha preso parte a numerose e brillanti imprese d’armi. Ha meritato di essere citato gloriosamente, anche nei disastri che il suo coraggio non poteva evitare. Fu grazie al buon spirito del corpo, all’energia dei suoi capi e alla devozione degli ussari che riuscì a collocarsi in prima fila nell’Armata d’Africa”. Il Tenente Colonnello Courby de Cognord fu poi nominato Colonnello del 6° reggimento ussari. Nel dicembre 1851 guidò il suo reggimento durante la repressione dei movimenti popolari contro il colpo di stato di Luigi Napoleone. Ad Auch, quattro plotoni del suo reggimento si confrontarono con una massa di quasi 4.000 civili, armati di pistole sciabole e falci. Per liberarsi, Cognord devette comandare la carica e si lanciò per primo in mezzo agli insorti seguito dai suoi 90 cavalieri. Attraversò due volte questa massa tumultuosa e disperse i rivoltosi. Nella carica fu leggermente ferito da un colpo e il suo cavallo fu gravemente ferito. Nominato Generale di Brigata comandò tre volte a Tarbes nel 1852 la 4^ Brigata della 13^ Divisione, poi la suddivisione militare nel 1856 e nel 1859. Nel marzo 1861, lasciò la suddivisione di Tarbes per quella di Alençon, Il 26 agosto 1861, il generale Courby de Cognord si ritirò nel castello d’Odos dove morì un anno e mezzo dopo, il 4 dicembre 1862 all’età di 63 anni, Commendatore della Legion d’Onore. Gli onori militari gli furono resi dal Generale Béchon de Caussade e dalle truppe della Guarnigione. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2167: Alexandre Lefort in gran montura da Generale di Brigata (1814-1889). Prestò servizio nella guerra di Crimea e nella guerra franco-prussiana del 1870-71. Nato a Parigi, entrò in servizio militare in giovane età e salì di grado fino a diventare Generale. Durante la guerra di Crimea, Lefort fu Capo di Stato Maggiore del maresciallo Patrice de MacMahon, che comandava le truppe francesi. In seguito prestò servizio come comandante di divisione durante la guerra franco-prussiana e fu decorato per il suo servizio. Dopo la guerra, Lefort ricoprì vari ruoli militari e politici, tra cui quello di membro dell’Assemblea nazionale e di governatore generale dell’Algeria. Morì nel 1889 all’età di 75 anni. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 3274: Charles Micheler in piccola montura da Generale di Brigata (Paris, 17 novembre 1810 – Grenoble, 23 aprile 1888). Figlio di Charles, Capitano della Guardia imperiale, futuro colonnello e di Joséphine, Florence, Barbe Pelletier, fu Allievo alla Ecole spéciale militaire de Saint Cyr il 15 gennaio 1829. Caporale il 25 agosto 1830, fu Sottotenente nel 64° Reggimento Fanteria di Linea il 1° ottobre 1830. Tenente il 18 dicembre 1832, ottenne il grado di Capitano il 6 dicembre 1840. Servì in Africa dall’11 settembre 1841 al 23 maggio 1847; citato nel rapporto del governatore generale dell’Algeria per essersi particolarmente distinto nei combattimenti di Cheliff e di Algeri dal 14 maggio al 13 giugno 1842, fu Cavaliere della Legion d’Onore il 2 ottobre 1842. Sposato a Phalsbourg il 2 ottobre 1842 con Jaques, Marie, Caroline Thiery, venne citato nel rapporto del Colonnello de Saint-Arnaud del 9 aprile 1846 per essersi distinto contro gli arabi di l’Ourensenis nel combattimento del 4 aprile 1846. Comandante di battaglione al 25° Reggimento Fanteria di Linea il 22 aprile 1847, tornò a servire in Francia nella Guardia nel dicembre 1851. Tenente Colonnello nel 22° Reggimento Fanteria Leggera il 17 febbraio 1852, servì ancora in Africa dal 10 marzo 1852 al 13 novembre 1853. Colonnello del 34° Reggimento Fanteria di Linea il 26 dicembre 1853, fu Ufficiale della Legion d’Onore il 28 dicembre 1855. Comandante di una Brigata di Fanteria a Lione il 17 agosto 1859, servì in Italia nel 1859. Partì da Lione per Roma con la sua Brigata che divenne la 2^ Brigata della 2^ Divisione di Fanteria a Roma il 3 ottobre 1860. Rimase a Roma dal 4 ottobre 1860 al 13 dicembre 1866 e fu Commendatore della Legion d’Onore il 12 marzo 1862. Comandante della sotto Divisione di Cher il 13 dicembre 1866, passò al comando della sotto Divisione di Isère e dell’Hautes-Alpes il 16 agosto 1867. Comandante della 2^ Brigata 3^ Divisione di Fanteria al Campo di Châlons dal 1° giugno al 31 agosto 1870, fu comandante della 2^ Brigata (24° e 40° Reggimento Fanteria) della 3^ Divisione ( Laveaucoupet) del 2° Corpo (Bazaine) dell’Armata del Reno il 16 luglio 1870. Servì contro la Germania dal 19 luglio al 28 ottobre 1870. Fu a Sarrebrük il 2 agosto, partecipò al combattimento di Spicheren il 6 agosto e rimase all’interno del blocco di Metz. Prigioniero di guerra dopo la caduta della città il 29 ottobre 1870, venne internato a Magdeburgo e poi a Stoccarda. Rientrato dalla prigionia e messo in disponibilità il 12 marzo 1871, venne promosso Generale di Divisione disponibile dal 20 aprile 1871. Comandante della 3^ Divisione di Fanteria del 5° Corpo dell’Armata di Versailles il 16 luglio 1871, venne trasferito alla 22^ Divisione Militare di Grenoble il 31 agosto 1871. Comandante della 29^ Divisione di Fanteria del 15° Corpo d’Armata a Aix-en-Provence il 18 ottobre 1873, venne inviato a comandare la 17^ Divisione Militare a Bastia. Fu comandante della 33^ Divisione di Fanteria del 17° Corpo d’Armata a Montauban il 13 dicembre 1873 e Ispettore Generale nel 1874 e 1875 del 33° Dipartimento di Fanteria il 16 giugno 1874. Ammesso alla Riserva il 17 novembre 1875, fu Grand Ufficiale della Legion d’Onore nel 1875 e mantenne le sue funzioni di Ispettore Generale fino al 15 dicembre 1875. Venne posto in ritiro il 10 aprile 1883. Fotografia CDV. Fotografo: D’Alessandri – Roma.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore 2 ottobre 1842
Ufficiale della Legion d’onore 28 dicembre 1855
Commendatore della Legion d’onore 12 marzo 1862
Grand’Ufficiale della Legion d’onore 1875

Arc. 2661: Frédéric Legrand in piccola montura da Generale di Brigata (Versailles, – Rezonville, agosto
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore 1843
Ufficiale della Legion d’onore 1852
Commendatore della Legion d’onore 1857
Grand’Ufficiale della Legion d’onore 1865
Cavaliere dell’Ordine spagnolo di Carlo III (Spagna) 1854

Arc. 2176: Joseph-Florent-Ernest Guyot de Lespart in piccola tenuta da Generale di Brigata (Laurière – Sedan
Onorificenze
Commendatore della Legion d’onore 1855

Arc. 2175: Louis De L’Abadie d’Aydreyn in montura ordinaria da generale di Brigata Comandante L’École Militaire Speciale de Saint Cyr (Roquefort, 4 marzo 1809 – 1895). Fu Allievo all’École Speciale Militaire de Saint Cyr dal 1827 al 1829, fu Tenente Colonnello nel 24° Reggimento Fanteria leggera a Wissenbourg nel 1851, venne promosso Generale di Brigata comandante della subdivisione della Rhone e della piazza di Lione il 18 marzo 1856. Nel 1860 fu nominato comandante dell’École Speciale Militaire de Saint Cyr e il 12 agosto 1866 venne promosso Generale di Divisione comandante la 2^ Divisione Fanteria del V Corpo d’Armata del Reno a Lione con la quale partecipò alla guerra franco-prussiana. Nel 1871 fu comandante della 19^ Divisione Territoriale. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.
Onorificenze
Grande’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’onore

Arc. 2812: Adrien Alexandre Adolphe de Carrey de Bellemare in piccola montura da genarale di Brigata (Paris, 14 dicembre 1824 – 13 settembre 1905). Entrò nella Scuola Speciale di Saint Cyr nel 1841. Nel 1843 fu nominato Sottotenente e partì per l’Africa dove prese parte alla campagna dal 1843 al 1848 durante la quale fu ferito da un proiettile in 1845. Nominato Luogotenente nel 1848, tornò in Francia e partecipò alla repressione dei giorni di giugno . Nel 1854 fu nominato Capitano e nello stesso anno partecipò alla campagna baltica ( Battaglia di Bomarsund ) poi nel 1856 alla Guerra di Crimea e nel 1858 fu nominato Cavaliere della Legion d’Onore . Nominato capo squadriglia nel 1859, prese parte alle campagne in Italia e Messico nel 1862-1863 nel 1863-1863 . Divenne Ufficiale della Legion d’Onore nel 1862. Tornò in Francia nel 1863 con il grado di Tenente Colonnello e prese il comando del 78° Reggimento di Fanteria come Colonnello nel 1868. Durante la guerra franco-prussiana del 1870 , si distinse nella battaglia di Froeschwiller , riuscì a fuggire dall’accerchiamento di Sedan e si recò a Parigi dove venne nominato Generale di Brigata e comandò diversi battaglioni di Mobile . Alla fine della prima battaglia di Le Bourget , il 28 ottobre 1870 , inviò questo rapporto: “Il villaggio di Le Bourget non faceva parte del sistema generale della nostra difesa, la sua occupazione era di importanza molto secondaria, e il rumore che attribuiscono gravità agli episodi appena descritti sono privi di fondamento. “ L’, fu nuovamente promosso e comandò, il 21 dicembre 1870 , la seconda battaglia di Le Bourget . Repubblicano, il suo comando verrà ritirato dal presidente MacMahon dopo aver pubblicato una lettera in cui dichiarava di rifiutarsi di servire una monarchia. Ritornò alle funzioni e al comando, come Generale di Brigata delle 55^ – 69^ e 8^ Brigata. Con i repubblicani al potere, fu promosso, nel 1879, il Generale di Divisione e Commendatore della Legione d’Onore e prese il comando della 29^ Divisione di Fanteria . Dal 1883 al 1888 assunse successivamente il comando del 13° – 5° e 9° Corpo d’Armata e passò alla Riserva nel 1889. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: E. Carjat & C. – Paris.
Onorificenze
Ufficiale della Legion d’onore 1862
Commendatore della Legion d’onore 1879
Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia 25 giugno 1859
Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Médaille commémorative de la expedition in Mexique
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 1583: Claude-Martin Lecomte (Thionville, 1835 al 1837, fu promosso Colonnello il 13 agosto 1865, fu secondo in comando, nel 1869, della Prytanée de la Flèche. Generale di Brigata nel 1870, fece parte dell’Armata del Nord, comandata da Faidherbe, e prese parte alle battaglie di Amiens, Saint-Quentin e Pont-Noyelles. Ritornato a Parigi dopo la capitolazione, dove sostituì l’ammiraglio Fleuriot de Langle al comando del sesto settore, fu posto temporaneamente a capo di una brigata del nuovo esercito di Parigi, poi nominato direttore della l’école de la Flèche. Come Generale di Brigata partecipò all’assedio di Parigi durante la guerra franco-prussiana del 1870. Dopo la capitolazione della capitale fu nominato comandante del 2° settore. Stava per partire per le province quando scoppiò l’insurrezione del 18 marzo 1871. Fu circondato da una folla che si opponeva alla partenza dei cannoni, su cui diede l’ordine di sparare. I suoi soldati fuggirono, fraternizzarono con gli abitanti che lo fecero prigioniero e lo condussero al Château-Rouge. Alla fine del pomeriggio, venne portato con il generale Clément-Thomas in un giardino in rue des Rosiers dove furono fucilati. Gli ufficiali che erano stati fatti prigionieri con loro furono stati rilasciati la sera stessa. Secondo Histoire de la Commune de 1871 di Lissagaray (1871), quando il Generale Lecomte fu arrestato dalle sue truppe, il Comitato di vigilanza di Montmartre, in particolare Ferré, Jaclard e Bergeret, emise un ordine al comandante della Guardia nazionale incaricato della sorveglianza del generale a Château-Rouge per garantire la sua protezione in vista del suo giudizio. L’ordine arrivò subito dopo il trasferimento di Lecomte.Il generale venne così fucilato nonostante gli sforzi dello stesso sindaco del 18° arrondissement Clemenceau.

Arc. 1315: Louis-Jules Trochu (Le Palais, 12 marzo 1815 – Tours, 7 ottobre 1896). Louis-Jules Trochu nacque a Le Palais (Belle Île) il 12 marzo 1815, mentre Napoleone Bonaparte si apprestava a marciare trionfalmente su Parigi per la seconda volta. Suo zio Benjamin Clemançon, fu una figura fondamentale nella sua vita e lo avviò alla carriera militare avendo egli stesso servito nelle armate napoleoniche. Trochu venne educato all’École spéciale militaire de Saint-Cyr, ove uscì nel 1837 per poi essere promosso Tenente nel 1840 e Capitano nel 1843. Egli prestò servizio col grado di Capitano in Algeria al comando del maresciallo Thomas Robert Bugeaud de la Piconnerie il quale, in riconoscimento del valore dimostrato nelle battaglie di Sidi Yussuf e Isly, lo nominò suo aiutante di campo personale conferendogli importanti commissioni. Promosso Maggiore nel 1845, Trochu venne nominato Colonnello dal 1853 e prese quindi parte alla Guerra di Crimea dapprima come aiutante di campo del Maresciallo Jacques Leroy de Saint Arnaud e poi come Generale di Brigata. In questo stesso periodo egli ricevette la commenda della Legion d’Onore e venne nominato poi Generale di Divisione a seguito del suo ferimento durante l’Assedio di Sebastopoli. Durante la campagna in Italia del 1859, ottenne il comando della 2ª Divisione e si guadagnò il titolo di Grand’Ufficiale della Legion d’Onore dopo aver combattuto valorosamente a Magenta e a Solferino alla testa dei propri uomini. Nel 1866 Trochu divenne ispettore d’esercito in preparazione della riorganizzazione degli schemi militari dell’impero e pubblicò anonimamente quello stesso anno il volume L’Armée française en 1867, lavoro ispirato da sentimento orleanisti che raggiunse le dieci riedizioni nel giro di pochi mesi e giunse a venti nel 1870. La fama acquisita gli aprì le porte della corte imperiale ed egli ricoprì un ruolo sempre più rilevante nei preparativi alla guerra franco-prussiana. Dopo i primi disastri del 1870, egli venne nominato dall’imperatore in persona primo comandante delle truppe del campo di Châlons e poco dopo, il 17 agosto, divenne governatore di Parigi e comandante in capo di tutte le forze destinate alla difesa della capitale, forze che includevano 120.000 soldati regolari, 80.000 mobili e 330.000 membri della guardia nazionale. Trochu lavorò alacremente per la difesa di Parigi e anche durante l’assedio di Parigi diede prova di essere un maestro delle tecniche di difesa passiva. Allo scoppio della rivoluzione il 4 settembre di quell’anno, divenne presidente del Governo Nazionale della Difesa, sebbene una manifestazione popolare il 31 ottobre di quell’anno si scagliò contro la sua presenza al governo, essendo egli sentito come una rappresentanza di quell’imperatore che durante la battaglia di Sedan qualche tempo prima era stato catturato e dichiarato decaduto. Il suo piano per difendere la città venne però alla fine vanificato ed egli dovette dimettersi dalla carica di governatore di Parigi il 22 gennaio 1871, consegnando la carica al generale Joseph Vinoy, mantenendo la presidenza del governo sino all’armistizio firmato nel febbraio di quell’anno. Dopo la disastrosa battaglia di Buzenval, infatti, la popolazione stessa richiese la rimozione di Trochu dal governo, ritenuto responsabile del fallimento di una parte cruciale della guerra franco-prussiana. Venne eletto all’Assemblea Nazionale in otto dipartimenti, ma decise di rappresentare Morbihan. Nell’ottobre del 1871 venne eletto anche presidente del consiglio generale per Morbihan. Nel luglio del 1872 si ritirò dalla vita politica e nel 1873 anche dall’esercito. Trochu morì a Tours nella notte tra il 6 e il 7 ottobre 1896. I funerali, tenutisi il 10 ottobre successivo nella chiesa di Saint Pierre des Corps, vennero celebrati dall’arcivescovo di Tours, René François Renou. Secondo la sua volontà, venne sepolto in una tomba spartana nel cimitero de la Salle. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Grande’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaille coloniale con barretta “Algerie” Onorificenze straniere
Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d’Italia)
Grand’Ufficiale dell’Ordine militare di Savoia (Regno d’Italia)
Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno (Santa Sede)
Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Cavaliere dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (4 barrette)

Arc. 151: Generale Louis-Jules Trochu (Le Palais, 12 marzo 1815 – Tours, 7 ottobre 1896) in gran tenuta da Generale di Brigata. Fotografia CDV. Fotografo: Torquay – Parigi. Datata 28 settembre 1871.

Arc. 423: Generale Louis-Jules Trochu (Le Palais, 12 marzo 1815 – Tours, 7 ottobre 1896) in gran tenuta da Generale di Brigata. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1810: Félix-Charles Douay (Paris 14 agosto 1816 – Ebenda 4. maggio 1879). All’età di 16 anni, Felix-Charles Douay si unì alla Fanteria di Marina francese come soldato semplice nel 1832 e fu promosso Tenente sei anni dopo. Nel 1849 prese parte alla spedizione a Roma, nel 1853 nella campagna di Algeria e nel 1854 alla guerra di Crimea. Nel 1855 Douay fu promosso Colonnello e come tale prese parte alla campagna d’Italia agli ordini del Maresciallo Adolphe Niel. Combatté nella battaglia di Magenta (4 giugno 1859), fu gravemente ferito durante la battaglia di Solferino il 24 giugno 1859 e venne promosso Generale di Brigata. All’inizio dell’intervento francese in Messico, Douay si recò in questo paese con truppe di rinforzo nel 1862, fu nominato Generale di Divisione nel gennaio 1863 e sconfisse il Generale messicano Uraga. Dopo il suo ritorno in Francia nel marzo 1867, divenne Aiutante dell’Imperatore Napoleone III e comandante della 1^ Divisione di Fanteria a Parigi. Allo scoppio della guerra franco-prussiana nel luglio 1870, Douay ricevette il comando del 7° Corpo d’Armata che si riunì a Belfort. Poiché non era ancora pienamente operativo, solo una delle sue divisioni poté prendere parte alla battaglia di Wörth (6 agosto 1870). Dopo la sconfitta francese in quel luogo, Douay e il resto delle sue truppe furono chiamati a Châlons-sur-Marne, dove si unì a Mac-Mahon e si trasferì a Metz sotto il suo comando. Combatté il 31 agosto a Mouzon e il 1 settembre a Floing e Illy contro il 5° e l’11° Corpo prussiano e fu catturato dai tedeschi quando Sedan si arrese il 2 settembre 1870. Dopo il trattato di pace, Douay ricevette il comando delle truppe formate a Auxerre, con le quali occupò Boulogne nei combattimenti contro la Comune di Parigi il 6 maggio 1871 e dopo una serie di battaglie fu il primo a penetrare nella capitale il 22 maggio. Grazie alla sua guida determinata e alla sua prudenza, il 26 maggio 1871 il Louvre, incendiato dai comunardi, fu salvato dalla distruzione totale e il giorno successivo il quartiere di Belleville. Pochi giorni dopo la sottomissione della città, Douay e il suo Corpo d’Armata furono inviati a Lione e gli fu affidato il comando della Divisione Territoriale del Rodano. Dopo la riorganizzazione dell’esercito francese nel 1873, gli fu affidato il comando del 6° Corpo d’Armata a Châlons-sur- Marne, divenne membro della Commissione di Difesa e nel 1879 uno degli ispettori generali di nuova nomina. Morì a Parigi il 4 maggio 1879 all’età di 62 anni. Suo fratello maggiore, Charles Abel Douay (1809 – 1870), cadde come comandante della 2^ Divisione del corpo di Mac-Mahon il 4 agosto 1870 vicino a Weissenburg.

Arc. 2674: François Charles Octave Martenot de Cordoue in piccola montura da Generale di Brigata (Mézières, Nominato Sottotenente del 58° Reggimento di linea, si unì al suo reggimento in Belgio nell’autunno del 1832 e prese parte all’assedio di Anversa dal 17 novembre al 1° gennaio 1833. Gli uomini del 58° linea erano stabilmente in prima linea a scavare trincee sotto il fuoco nemico. Si trasferì quindi al 3 ° Reggimento di Fanteria leggera nel 1834 e vi fu nominato Tenente nel 1838. Si distinse durante la conquista dell’Algeria dal 1839 al 1847 nella provincia di Algeri. Prese parte a un gran numero di spedizioni, tra cui la ricognizione di Teniet-ben-Aicha presso l’Isser, che comandò e si distinse nella battaglia di Isly. Ottenne i gradi di capitano nel 1842 e la Legione d’Onore nel 1846. Entrato nell’Esercito delle Alpi nel 1849, fu nominato comandante di battaglione del 23° Reggimento Fanteria leggera a cavallo il 17 ottobre 1851. Partecipò alla guerra di Crimea dal 1854 al 1855 nell’esercito dell’est. Prese parte alla battaglia di Inkerman l’8 novembre 1854. Fu confermato ufficiale della Legion d’Onore il 28 dicembre 1854 per Atti di guerra. Durante l’assedio di Sebastopoli, partecipò alle battaglie notturne del 22 gennaio, 11 e 13 aprile. Ottenne le spalline di Tenente Colonnello il 14 marzo 1855. Durante l’assalto del 15 aprile, che verrà chiamato “notte degli imbuti”, il recentissimo Tenente Colonnello Martenot de Cordoue guidò l’ala sinistra dell’attacco contro la batteria dei russi. Durante l’assalto della notte tra il 1° e il 2 maggio 1855, fu ucciso al suo fianco il Colonnello e Vienot Charles-Octave Martenot de Cordoue prese quindi il comando del 1° Reggimento Stranieri e guidò l’assalto che vedrà uccisi 14 dei 18 ufficiali del reggimento. Per questa brillante azione sarà citato nell’ordine generale dell’esercito n. 20610. Il 22 e 23 maggio guidò le sue compagnie d’élite a prendere e riprendere nuove trincee contro dodici battaglioni russi. Dopo la caduta di Sebastopoli, viene citato con onore nel rapporto del Generale Pélissier sulla battaglia di Malakoff. La battaglia di Malakoff e la presa di Sebastopoli saranno aggiunte alla bandiera del 1° reggimento straniero. Fu promosso al grado di Colonnello del 1° straniero con decreto imperiale del 22 settembre 1855. Fu nominato Cavaliere dell’Ordine del Bagno nel 1856 per mano stessa della Regina Vittoria d’Inghilterra. Tornato in Francia, prese il comando del 97° Reggimento di Fanteria di linea nell’aprile 1856. Nel 1858 sposò Gabrielle de Faultrier che gli diede tre figli. Per l’ottima condotta durante la campagna d’Italia, il 7 agosto 1859 fu promosso Commendatore della Legion d’Onore e Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro d’Italia. Seguì un periodo di presidio, durante il quale sarà destinato ad attività caritative (fondi per figli di soldati), attività militari e attività nei tribunali militari. Nel dicembre 1861 fece parte della 2^ Brigata (Generale Gault) dell’Armata di Parigi comandata dal Generale Vinoy. Fu promosso Generale di Brigata il 12 agosto 1864 al campo di Châlons. A settembre venne nominato comandante della suddivisione dei Vosgi nella 5^ Divisione militare. Fu durante questo comando che accoglierà il 19 luglio 1865 l’imperatore Napoleone III quando venne ai Bagni di Plombières. In serata, l’Imperatore invitò a cena il prefetto e il Generale Martenot di Cordoba, riservando loro i posti d’onore. Rimase al comando di questa divisione fino all’aprile 1867. In quel periodo prese il comando della 2^ Brigata della divisione di fanteria attiva e anche della suddivisione dell’Alto Reno dove morì in servizio. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore
Ufficiale della Legion d’onore
Commendatore della Legion d’onore
Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Medaglia d’Argento al Valor Militare (Regno di Sardegna)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 3408: Hippolyte Albert Cambriels in gran montura da Generale di Divisione (Lagrasse, – Alénya, Entrato all’École Spéciale Militaire nel 1834, Albert Cambriels fu nominato Sottotenente nel 4° Reggimento di Fanteria nel 1836, poi Tenente 15 febbraio 1842. Promosso Capitano il 20 ottobre 1847 nel 5° Battaglione di Cacciatori a Piedi (Fanteria Leggera), partecipò all’Assedio di Zaatcha in Algeria nel 1849. Tornò in Francia come Aiutante di Campo del Principe Presidente. Divenne comandante di battaglione nel 1853, prestando servizio nel 19° Reggimento di Fanteria, prima di comandare il 20° Battaglione di Cacciatori a Piedi e poi, nel 1854, il Battaglione di Cacciatori a Piedi della Guardia Imperiale. Partecipò alla Guerra di Crimea dall’aprile 1855 e combatté nell’Assedio di Sebastopoli. Nominato Tenente Colonnello l’11 agosto 1855 nel 61° Reggimento di Fanteria, divenne Colonnello il 14 marzo 1859 nell’84° Reggimento di Fanteria. Partecipò alla campagna d’Italia del 1859 come membro della divisione di Forey del 1° Corpo d’Armata. Nella battaglia di Montebello del 20 maggio, il suo reggimento affrontò un esercito dieci volte più numeroso e resistette fino alla vittoria di quel giorno. Albert Cambriels fu poi nominato Commendatore della Legion d’Onore. Promosso Generale di Brigata il 13 agosto del 1863, comandò i dipartimenti della Loira Inferiore e poi dei Pirenei Orientali. Fu messo in servizio per motivi di salute nel 1870. Allo scoppio della guerra contro la Prussia, Albert Cambriels assunse il comando della divisione della 1ª Brigata di Grandchamp del 12° Corpo d’Armata il 17 agosto. Promosso Maggiore Generale il 25 agosto 1870, fu ferito il 1° settembre a Sedan da una scheggia che gli trapassò la parte superiore del cranio. Dopo la convalescenza, assunse il comando di Belfort e combatté sui Vosgi. Fatto prigioniero d’onore dall’Impero tedesco durante la guerra franco-prussiana del 1870, il Generale Cambriels fuggì e ricevette un nuovo comando dal Governo di Difesa Nazionale. Dopo la guerra, indignato per questi spergiuri, Otto von Bismarck redasse una circolare in cui condannava le autorità francesi per aver permesso a uomini che avevano mancato alla parola data di tornare a prestare servizio nelle forze armate. Questa circolare ebbe risonanza nelle cancellerie europee, così come all’interno dello stesso corpo ufficiali francese. I generali Cambriels e Barral (nella stessa situazione) furono convocati davanti all’Assemblea Nazionale per spiegare la loro condotta. La loro veemente difesa fu accompagnata, per Barral, da un articolo pubblicato su Le Soir, e per Cambriels da un messaggio che chiese al Ministero degli Affari Esteri di diffondere all’estero. Indignato per questa pubblica dimostrazione di forza in cui i due generali si erano impegnati senza l’autorizzazione dei loro superiori, il Ministro della Guerra, Ernest Courtot de Cissey – egli stesso ex prigioniero di guerra – li accusò di anteporre il loro onore personale all’autorità dell’esercito. In una lettera datata 7 novembre 1871, il generale de Cissey rimproverò il generale Cambriels: “È particolarmente importante in questo momento che gli ufficiali generali diano l’esempio della massima moderazione e non mettano così spesso a repentaglio la propria vita personale, come fate voi”. Messo in servizio inattivo per motivi di salute, non tornò in servizio fino al 1872, come ispettore, e fu promosso al grado di Grande Ufficiale della Legion d’Onore il 20 novembre. Ricevette il comando della 27ª Divisione di Fanteria nell’ottobre 1873. Nel maggio 1875 fu nominato comandante del 10º Corpo d’Armata, poi nel febbraio 1879 del 13º Corpo d’Armata. Fu insignito della Gran Croce della Legion d’Onore il 24 luglio 1880 e trasferito alla riserva nel 1881. Morì il 21 dicembre 1891 nel Castello di Boaça ad Alénya (Pirenei Orientali). È sepolto nel cimitero di Père-Lachaise (58ª divisione). Fotografia CDV. fotografo: Disderi – Paris.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore
Ufficiale della Legion d’onore
Commendatore della Legion d’onore
Grand’Ufficiale della Legion d’onore
Medaglia d’Argento al Valor Militare (Regno di Sardegna)
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Cavaliere dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)

Arc. 1581: Antoine Eugène Alfred Chanzy (Nouart, 18 marzo 1823 – Châlons-sur-Marne, 4 gennaio 1883). Nato nelle Ardenne, era figlio di un ufficiale di cavalleria e venne educato alla École Navale di Brest ma assegnato al corpo d’artiglieria; successivamente frequentò l’École Spéciale Militaire de Saint Cyr dove venne assegnato al corpo degli zuavi, nel 1843. In conseguenza del suo ottimo comportamento in Algeria venne promosso Tenente nel 1848 e Capitano nel 1851 ed in seguito promosso comandante di Battaglione nel 1856 servendo nella Seconda guerra di indipendenza italiana a Magenta e Solferino. Servendo come Tenente Colonnello nella campagna in Siria del 1860-61, venne promosso Colonnello comandando il 45º Reggimento a Roma nel 1864. Dopo aver fatto ritorno in Algeria in qualità di Generale di Brigata, partecipò alla soppressione delle rivolte arabe comandando alcune divisioni a Bel Abbes e Tlemçen nel 1868. Sebbene avesse guadagnato gli onori sul campo non godeva di ottima reputazione nei gabinetti di guerra perché sospettato di aver collaborato come fonte per la stampa, e allo scoppio della guerra franco-prussiana gli venne rifiutato il comando di una brigata. Dopo la rivoluzione, tuttavia, il governo di salvezza nazionale lo richiamò dall’Algeria e lo promosse Generale di Divisione dandogli il comando del XVI Corpo d’armata dell’Armata della Loira. L’Esercito della Loira ottenne il più importante successo militare francese dell’intero conflitto presso Coulmiers e successivamente a Patay, ed in entrambe le occasioni le truppe del generale Chanzy ebbero un ruolo fondamentale. Dopo la seconda battaglia di Orléans e la separazione delle due ali dell’esercito francese Chanzy venne posto al comando dell’ala occidentale ed il suo avversario militare, il granduca di Mecklenburgo Federico Carlo di Prussia manifestò grandi apprezzamenti sulla personalità e sull’abilità militare della sua controparte. Durante la faticosa e sfibrante ritirata francese dopo Le Mans, il generale Chanzy incoraggiò i suoi uomini dando per primo l’esempio di costanza e forza morale, guidandoli fino a Laval. Mentre Leon Gambetta poteva essere considerato l’anima dello sfibrato esercito francese, il generale Chanzy potrebbe essere considerato il suo braccio destro della resistenza francese all’invasore. Insignito dell’onorificenza della Legion d’onore venne eletto deputato all’Assemblea Nazionale Francese. Allo scoppio della Comune di Parigi, Chanzy si trovava a Parigi e cadde nelle mani degli insorti ai quali fu costretto a dare la sua parola d’onore che non avrebbe mai guidato delle truppe contro di loro ed il governo venne costretto a pagare un riscatto di 40.000 franchi per la sua liberazione. Nel 1872 divenne membro del comitato di difesa nazionale e comandante del VII Corpo d’armata e nel 1873 venne promosso governatore d’Algeria dove rimase sei anni. Nel 1875 venne eletto senatore a vita e nel 1878 ricevette la Gran Croce della Legion d’Onore. Morì mentre era comandante del VI Corpo d’armata stanziato ai confini con la Germania presso Châlons-sur-Marne, pochi giorni dopo la morte di Leon Gambetta e per lui vennero celebrati i funerali di Stato. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Grand’ Croix della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Magno (Stato Pontificio)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Stato Pontificio)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidiyye (Impero ottomano)
Cavaliere Gran Commendatore dell’Ordine di Nichan Iftikar (Tunisia)

Arc. 1873: Louis Faidherbe (Lilla, 3 giugno 1818 – Parigi, 29 settembre 1889). Dopo essersi diplomato all’École polytechnique, Faidherbe entrò nel genio militare nel 1840, e tre anni dopo fu inviato in Algeria dove rimase fino al 1846. Un anno dopo fu inviato a Guadalupa, dove il suo carattere e i non nascosti sentimenti repubblicani gli misero contro i coloni e gli ufficiali superiori, tanto che nel 1849 fu rimandato in Algeria. Qui, dopo aver ottenuto il suo primo comando indipendente, ricevette elogi e la nomina a cavaliere della Legion d’Onore dopo un periodo di servizio a Kabylie. Il 1852 segnò il trasferimento in Senegal in qualità di direttore del genio. Due anni dopo arrivò la promozione a maggiore e la nomina a governatore della colonia. Si mostrò subito preoccupato per la crescente potenza del leader islamico ʿUmar Tal, che minacciava i confini, pertanto passò all’offensiva: una serie di campagne vittoriose (alcune delle quali condotte senza l’approvazione del governo a Parigi) gli permise di sconfiggere le tribù moresche del nord e di spingere ‘Umar Tal oltre il fiume Senegal, assicurandosi inoltre il controllo di parte dell’attuale Gambia. Grazie a tutto ciò, nel 1861 il Senegal era il centro dell’Africa Occidentale Francese. Faidherbe guardò con rispetto e ammirazione la popolazione africana e la sua tradizione. Contrario ad ogni forma di schiavismo, cercò di migliorare le tribù locali senza distruggerle per dare alla Francia autentici cittadini. Il suo scopo finale era quello di fare del Senegal il centro dell’Impero coloniale francese in grado di spodestare il Raj Britannico dai commerci; fondò Dakar, incoraggiò lo sviluppo delle fattorie e pose le basi di un avamposto diventato oggi Kaolack. Dopo un altro periodo passato in Algeria, Faidherbe ritornò a governare il Senegal nel 1863. Propose al governo centrale di autorizzare spedizioni militari ad est del fiume Niger fino a Timbuctù e oltre, ma non arrivò mai l’approvazione a causa dei costi elevati dell’impresa. Il governatore lasciò il Senegal nel 1865 per far ritorno in Algeria. Dato l’andamento sfavorevole della guerra franco-prussiana, fu richiamato in patria e gli venne affidato il comando dell’esercito “del Nord” nel dicembre 1870. Faidherbe capì che ormai la situazione era disperata, ma servì comunque la neonata terza Repubblica francese combattendo la battaglia dell’Hallue, di Saint-Quentin e di Bapaume. A guerra finita, nel 1871, i dipartimenti francesi Passo di Calais, Somme e Nord lo elessero all’Assemblée nationale, ma egli si dimise quasi subito a causa del modus operandi antirepubblicano applicato dalla stessa. Nel 1876 fu sconfitto alle elezioni senatorie ma riuscì a divenire senatore per il distretto del Nord nel 1879 (un anno dopo arrivò la nomina a Grand’Ufficiale della Legion d’onore), carica che mantenne sino al 1888. Le fatiche passate in Algeria e nel Senegal, dove tra l’altro mantenne alcuni affari continuando ad esercitare una certa influenza, unite a quelle della campagna contro la Prussia (perse la vista da un occhio) lo accompagnarono sino alla morte, avvenuta il 29 settembre 1889 a Parigi. Fotografia CDV. Fotografo: A. Le Blondel – Lille.
Onorificenze
Grand’Ufficiale della Legion d’onore 1875

Arc. 2663: Auguste-Alexandre Ducrot in piccola montura da Generale di Divisione (Nevers, 24 febbraio 1817 – Versailles, 16 agosto 1882). Servì con distinzione in Algeria, nella campagna italiana del 1859 e come comandante di divisione e poi di corpo d’armata (il I corpo) nella guerra franco-prussiana. Durante la battaglia di Sedan il 1º settembre 1870 passò per poche ore al comando supremo dell’esercito francese; quando il Maresciallo di Francia Patrice de Mac-Mahon venne ferito durante la mattinata. Prima della battaglia, osservando la sistemazione delle artigliere nemiche che circondava completamente le posizioni francesi, Ducrot, molto pessimista, aveva affermato di fronte al proprio stato maggiore: Siamo in un vaso da notte e vi saremo coperti di merda. Convinto del sicuro annientamento delle truppe, si adoperò per iniziare le operazioni di ripiegamento dell’esercito verso nord. L’arrivo del generale Emmanuel Félix de Wimpffen, che presentò una lettera del capo del governo Cousin Montauban che lo autorizzava a subentrare al comando, cambiò completamente la situazione; il nuovo comandante in capo, abbandonò la prudente strategia di Ducrot e decise di rimanere a Sedan e combattere. Wimpffen annullò quindi l’ordine di ritirata del generale Ducrot e organizzò un fallimentare contrattacco. Dopo la disastorsa sconfitta a Sedan e la cattura dell’Imperatore Napoleone III, Ducrot rifiutò di firmare gli articoli di capitolazione e fu costretto ad una breve cattività dai prussiani. Riuscito a fuggire, partecipò all’Assedio di Parigi. Comandò l’attacco francese più importante contro gli assedianti prussiani il 28 novembre 1870. L’attacco dovette concludersi il 3 dicembre con la ritirata attraverso la Marna dei francesi e la perdita di 12.000 soldati. Ducrot, con l’approssimarsi della fine dell’assedio, fu tra coloro che esortarono il governo francese ad accettare la resa. Durante la repressione della rivolta comunarda comandò assieme a Mac-Mahon le truppe francesi con l’incarico di riconquistare la capitale francese.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Gran Ufficiale della Legion d’onore Onorificenze straniere
Commendatore dell’Ordine di Isabella la Cattolica
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona Ferrea
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859

Arc. 1581: Auguste-Alexandre Ducrot in piccola montura da Generale di Divisione (Nevers, 24 febbraio 1817 – Versailles, 16 agosto 1882). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2655: Generale Jacques Léonard Clément Thomas (Libourne, 31 dicembre 1809 – Parigi, 18 marzo 1871). Sottufficiale repubblicano, fu arrestato nel 1835 ma riuscì a fuggire dalla prigione e a rifugiarsi in Inghilterra. Rientrò in Francia con l’amnistia del 1837. Alla caduta della monarchia nel 1848, fu eletto deputato all’Assemblea costituente, promosso colonnello e posto a capo della Guardia nazionale della Senna, reprimendo duramente, in giugno, la rivolta degli operai parigini. Non rieletto nel 1849 all’Assemblea Nazionale, si oppose al colpo di Stato di Luigi Bonaparte e si esiliò in Belgio e poi in Lussemburgo. Quando cadde il Secondo Impero, si trovava in Svizzera, da dove tornò a Parigi. Promosso generale e comandante della Guardia nazionale subito dopo la sollevazione del 31 ottobre, durante l’assedio di Parigi, il 20 gennaio 1871, partecipò alla disastrosa sortita di Buzenval. Il 14 febbraio diede le dimissioni. Durante l’insurrezione del 18 marzo che diede origine alla Comune, fu arrestato dalle guardie nazionali mentre, in abiti civili, controllava le barricate erette a Montmartre. Accusato di spionaggio, venne fucilato quello stesso giorno nella sede del Comitato di vigilanza di Montmartre. È sepolto nel cimitero del Père Lachaise. Fotografia CDV. Fotografo: P. Petit – Paris.

Arc. 2663: Generale Jacques Léonard Clément Thomas (Libourne, 31 dicembre 1809 – Parigi, 18 marzo 1871). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 203: Generale Jacques Léonard Clément Thomas (Libourne, 31 dicembre 1809 – Parigi, 18 marzo 1871). Fotografia CDV. Fotografo: P. Petit – Paris.

Arc. 3301: Napoléon-François-Paul-Thomas La Cécilia (Tours, 13 settembre 1835 – Ramleh (Egitto), 25 novembre 1878). Napoleone era figlio di un carbonaro italiano, Giovanni La Cecilia, e di una madre corsa. Dopo gli studi al collegio di Ajaccio, si trasferì a Parigi nel 1855, dove collaborò alla Revue Philosophique de Renouvier, di cui fu discepolo. Nel 1856 divenne professore di matematica all’Università di Jena. Nel 1860 aderì al Risorgimento al fianco di Giuseppe Garibaldi e partecipò alla Spedizione dei Mille con il grado di Capitano del Genio, prima di assumere le funzioni di Capo di Stato Maggiore del Generale Allezzana. Tuttavia abbandonò queste funzioni nel 1861 per preservare la nazionalità francese. Di base a Napoli, fu professore di sanscrito al collegio asiatico dal 1861 al 1869. Quando questa struttura fu restituita ai gesuiti, il professore si rifiutò di tornare in Francia. A fianco dell’opposizione repubblicana alla fine del Secondo Impero, si arruolò nell’Esercito della Loira dopo il 4 settembre 1870, con la sconfitta di Sedan e la proclamazione della Repubblica, partecipò alla difesa di Châteaudun e alle battaglie di Coulmiers e Anversa e d’Alençon e divenne, verso la fine della guerra, Colonnello del corpo dei franchi-tiratori di Lipowski. Dopo la rivolta del 18 marzo 1871, divenne Capo di Stato Maggiore del Generale Émile Eudes. Sposò Marie La Cécilia, un’insegnante. Il 24 aprile, nominato generale, prese il comando dell’esercito della Comune che operava tra la riva sinistra della Senna e la Bièvre. Durante la settimana di sangue, combattè sulle barricate. Dopo la sconfitta della Comune, riuscì a rifugiarsi a Londra, dove collaborò a giornali socialisti, insegnò francese alla Royal Naval School di New Cross e divenne membro della Philological Society. Ammalato, partì per l’Egitto nel 1875, alla ricerca di un clima più favorevole, ma vi morì di tubercolosi nel 1878. Fotografia CDV. Fotografo: E. Carjat & C.ie.

Arc. 3333: Louis Martial Laporterie in piccola montura da Generale di Brigata (Gouesnout, 29 novembre 1811 – Toulon, 2 maggio 1883). Figlio di Jerome Louis Capitano Aiutante Maggiore di Fanteria (1774 – 1833) e di Elisabeth Renée Jaquette de Fustel (1789 – 1853), entrò in Marina nel 1827. Aspirante il 16 aprile 1832, venne promosso Sottotenente di Vascello il 22 gennaio 1836 presso il porto di Brest. Al comando della 73^ Compagnia sul vascello da 80 cannoni “Scipion” nel Mediterraneo il 1° gennaio 1841, venne promosso Tenente di Vascello il 17 ottobre 1844. Cavaliere della Legion d’Onore nel 1845, ottenne il comando della 77^ Compagnia sul vascello da 120 cannoni “Océan” in disponibilità nella rada di Tolone. Capitano di Fregata il 27 novembre 1859, ottenne la croce di Ufficiale della Legion d’Onore il 31 dicembre 1863. Il 3 agosto 1867 ottenne il grado di Capitano di Vascello e il 1° gennaio 1869 venne destinato al porto di Rochefort. Durante la guerra franco – prussiana del 1870 venne nominato Generale di Brigata e il 28 aprile 1871 fu Commendatore della Legion d’Onore. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore 1845
Ufficiale della Legion d’onore 31 dicembre 1863
Commendatore della Legion d’onore 28 aprile 1871
MARESCIALLI DI FRANCIA

Arc. 1500: Girolamo Bonaparte in tenuta di gala da Generale di Divisione (Ajaccio, 15 novembre 1784 – Villegénis, 24 giugno 1860). Era figlio del generale Carlo Maria Bonaparte e di Maria Letizia Ramolino, ed ultimo fratello di Napoleone Bonaparte. Uscito dal collegio di Jully, ove compì i suoi studi, entrò nel gennaio del 1800 in Marina e l’anno successivo ottenne il grado di guardiamarina. Suo cognato, il generale Victor Emanuel Leclerc, lo condusse con sé a Santo Domingo, ove si recava per sedare la rivolta di Toussaint Louverture. Tornato in Francia con importanti messaggi per Napoleone Bonaparte, ripartì per la Martinica al comando della nave L’Épervier e con la ripresa delle ostilità contro l’Inghilterra, ricevette l’ordine di incrociare di fronte alla rada di Saint-Pierre e dell’isola di Tobago. Costretto dopo alcuni mesi dalla marina britannica a rinunciare a questa sorveglianza, si recò a New York, ove sposò la figlia minorenne di William Patterson, un commerciante di Baltimora, Elisabetta Patterson, incontrando, così come era stato per il fratello Luciano, la totale disapprovazione di Napoleone. Il matrimonio fu poi annullato in Francia nel 1805 nonostante fosse già nato a Londra il figlio Girolamo Napoleone. Rientrato fortunosamente in Francia nel 1805, fu incaricato dal fratello imperatore di andare ad Algeri a recuperare 250 genovesi prigionieri del Bey Hussein che li tratteneva come schiavi: il successo di questa missione gli valse il titolo di capitano di vascello. Dal comando di un vascello, Le Vétéran, passò a quello di una squadra di otto vascelli che condusse nel 1806 alla Martinica. Una tempesta di vento disperse la squadra e lui ne approfittò per abbandonare la squadra e tornarsene con Le Vétéran in Francia, senza avvisare il comandante ammiraglio Willaumez. Inseguito dagli inglesi riuscì, grazie anche all’abilità del suo pilota Jean Marie Furic, a riparare a Concarneau (Bretagna). In Francia fu nominato quello stesso anno contrammiraglio, principe di Francia, con una rendita di un milione, fu decorato della Grand’Aquila della Legion d’Onore e ritrovò il suo posto nell’ambito della famiglia Bonaparte. Ad agosto del 1807 sposò Caterina di Württemberg, figlia del re Federico I del Württemberg e subito dopo il fratello imperatore lo fece re di Vestfalia, mandandolo a risiedere nel castello di Wilhelmshöhe a Kassel, in Germania. Il regno, vassallo dell’Impero francese, ebbe un ruolo fondamentale nel supporto e nel sostentamento finanziario delle truppe francesi durante le guerre napoleoniche sul fronte orientale, in particolar modo durante la campagna di Russia. Giovane, spensierato e frivolo, mancava spesso di prudenza e moderazione, condusse una vita di divertimenti e si circondò di amanti. Napoleone gli affiancò due ministri, Beugnot e Reinhart, perché si occupassero dell’amministrazione, ma per loro fu molto difficile controllare il giovane scapestrato. A novembre dello stesso anno Girolamo diede al novello regno un regime costituzionale sul modello francese, ma la sua amministrazione lasciò parecchio a desiderare per l’eccesso di spese e di tasse. Nell’agosto 1807 lasciò la marina per assumere il comando delle truppe bavaresi e del Württemberg con le quali occupò la Slesia sottraendola al re di Prussia, il che gli varrà, tre mesi dopo la pace di Tilsit, il grado di generale di divisione. Nel 1812, lasciato il governo della Vestfalia agli amministratori, seguì Napoleone nella Campagna di Russia con il comando di uno dei dodici corpi d’armata di cui era costituita la Grande Armée (24 giugno 1812). Qui non si distinse certo per bravura, tanto che nemmeno un mese dopo, rimproverato severamente dal fratello per il mancato intervento contro le truppe del generale russo Bagration, si adontò e si dimise tornandosene in Vestfalia. Durante i Cento giorni ricevette dal fratello il comando di una divisione nel II Corpo d’armata del generale Reille, ma non diede neppure in questa occasione una buona prova di sé: nell’ambito della battaglia di Waterloo attaccò insistentemente il nemico ad Hougoumont (un obiettivo di scarsa importanza), provocando gravi perdite nella sua divisione e costringendo il suo comandante a distogliere forze preziose in altro settore per toglierlo dai guai. Dopo i disastri del 1812 e 1813 dovette abbandonare il regno di Vestfalia, ma la moglie Caterina non lo lasciò e lo accompagnò a Parigi. Nel marzo 1814 si dovettero separare, lei rientrò nel Württemberg e lui accompagnò l’imperatrice Maria Luisa d’Asburgo-Lorena a Blois. Dopo l’abdicazione di Napoleone tornò alla corte del Württemberg. Nel 1815 si trovava con la moglie a Trieste quando la notizia del ritorno del fratello dall’esilio dell’isola d’Elba lo riportò a Parigi. La caduta definitiva del fratello imperatore costrinse Girolamo ad allontanarsi dalla Francia ed a rientrare alla corte del suocero. Qui gli fu dato il castello di Ellwangen con l’obbligo di risiedervi con la moglie. Nel giugno 1816, poco prima di morire, il suocero lo creò principe di Montfort. Il mese successivo si trasferì a Vienna con la famiglia per incontrare la sorella Carolina, vedova di Gioacchino Murat. Da allora risiedé alternativamente a Vienna ed a Trieste dove acquistò la villa del barone Cassis. Tuttavia il ministro Metternich non tollerò la presenza di un Bonaparte in una città marittima dell’impero austriaco. Il 26 marzo 1823 Girolamo fu costretto abbandonare Trieste e, dopo aver ottenuto il permesso dalle autorità pontificie, proseguì il suo esilio a Roma dove lo attendeva sua madre, Maria Letizia Ramolino, ed altri membri della famiglia imperiale. Nella città eterna acquistò dal fratello Luciano Bonaparte Palazzo Nunes. Dal 1829 al 1831 Girolamo si stabilì con la famiglia a Porto San Giorgio, non appena furono terminati i lavori della villa Caterina in stile neoclassico su progetto dell’architetto Ireneo Aleandri. I lavori furono seguiti anche dal Colonnello Pier Damiano Armandi, amministratore dei beni del principe. Girolamo fu costretto, tuttavia, a lasciare la residenza marittima, su ordine delle autorità pontificie, dopo i falliti moti del 1831 nel fermano ed il ripristino dello Stato Pontificio. Deceduta la moglie Caterina nel 1835, nel 1840 sposò in segreto una nobildonna italiana, Giustina Pecori-Suárez (1811–1903), vedova del marchese Luigi Bartolini-Baldelli, con il solo rito religioso, a Firenze. Solo nel 1853 il matrimonio venne reso pubblico e celebrato a Parigi con cerimonia civile. Girolamo Bonaparte rientrò in Francia dopo gli avvenimenti del febbraio 1848, vivendo a Parigi una vita ritirata, in un appartamento situato al numero 3 della rue d’Alger. La popolarità politica crescente di suo nipote, il principe Luigi Napoleone e futuro Napoleone III di Francia, lo costringeva infatti a mantenersi in disparte per non ostacolare le attività politiche del parente. Questo atteggiamento cessò con la nomina di Luigi alla presidenza, ottenuta con sei milioni di voti. A questo punto Girolamo venne nominato il 23 dicembre 1848 governatore generale dell’Hôtel des Invalides e Maresciallo di Francia il 1º gennaio 1850. Divenne successivamente presidente del Senato nel 1851 e fu reintegrato, dopo il ristabilimento dell’Impero, del titolo e degli onori di Principe imperiale nel 1852. Le sue spoglie riposano nella cattedrale di Saint Louis des Invalides. La tomba è situata accanto al grande sarcofago di Napoleone, insieme a quella quella del fratello più grande Giuseppe Bonaparte, dei generali Duroc e Bertrand e del nipote, il Re di Roma. Fotografia CDV. Fotografo: Braun & C.ie – Paris.
Onorificenze
Gran Maestro dell’Ordine della Corona di Vestfalia 25 dicembre 1809
Decorato con il gran collare dell’Ordine della Legion d’Onore
Grand Aigle dell’Ordine della Legion d’Onore
Gran Dignitario dell’Ordine della Corona Ferrea
Medaglia di Sant’Elena Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea Almanacco Imperiale del 1810
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona Fiorata Almanacco Imperiale del 1810
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe Almanacco Imperiale del 1810
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Fedeltà
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini 3 novembre 1810

Arc. 2166: Armand Jacques Achille Leroy de Saint-Arnaud (Parigi, 20 agosto 1798 – Mar Nero, 29 settembre 1854). Nel 1814, collegiale del lycée Napoléon, lavorò alle fortificazioni di Parigi e dopo la caduta di Napoleone si arruolò nella guardia nazionale a cavallo di Parigi. Si guadagnò allora il soprannome di Achille e adottò il patronimico de Saint-Arnaud. Tentò di entrare nelle guardie del corpo del re, compagnia Gramont, ma fu respinto. Entrò dunque in un reggimento di fanteria, ma dovette dare le dimissioni dopo aver sfidato a duello il proprio comandante. Si arruolò quindi nel 1821 in un reggimento di volontari in partenza per la Grecia per combattere contro i turchi. Ritornato in Francia condusse un’esistenza irregolare prima di essere reintegrato nell’esercito nel 1827 col grado di sottotenente. Fu allora assegnato al 49º Reggimento di fanteria di stanza a Vannes. Destinato partire per la Martinica, diede nuovamente le dimissioni e ricominciò la propria vita avventurosa. Si guadagnò da vivere come insegnante di lingue, di musica e di scherma, e recitò col nome d’arte di Florival. Dovette attendere il 1831 per lanciare definitivamente la propria carriera, quando incontrò il generale Bugeaud. Nominato tenente il 9 dicembre 1831, divenne ufficiale d’ordinanza di Bugeaud e prese parte alla repressione della rivolta vandeana del 1832 ; fu in seguito incaricato di scortare la duchessa di Berry da Blaye a Palermo. La sua carriera militare cominciò realmente quando, per via di debiti e scandali privati dovette riparare in Algeria come capitano della legione straniera; ebbe modo di distinguersi all’assedio di Costantina e ricevette la croce della Legion d’onore. Nel 1840, quando fu autorizzato da un’ordinanza reale ad assumere il nome di Leroy de Saint-Arnaud, il generale Schramm lo definì «ufficiale ardito e militare valoroso; si distinse più volte, degno di avanzamento». Nel 1841, nominato chef de bataillon, ebbe il comando del 1º Reggimento Zuavi, e nel 1842 divenne tenente colonnello del 53º Reggimento di fanteria leggera. Nel 1848 Saint Arnaud, Maggior Generale, ebbe il comando di una brigata durante i moti rivoluzionari, a Parigi. Al ritorno in Africa, dovuto forse al fatto che Luigi Napoleone lo considerava potenzialmente un capo militare al servizio di un eventuale colpo di Stato, nel corso di una spedizione in Cabilia Saint Arnaud diede prova di sé come comandante in capo e in forza di ciò fu richiamato in patria come Generale di Divisione (luglio 1851). Succedette al maresciallo Magnan come ministro della guerra e sovrintese alle operazioni militari del colpo di Stato del 2 dicembre 1851 che portò allo scioglimento dell’Assemblea Nazionale e alla salita al trono di Luigi Napoleone come Napoleone III. «Quel generale aveva lo stato di servizio di uno sciacallo», ebbe a dire Victor Hugo. Un anno dopo divenne Maresciallo di Francia e senatore, restando a capo del ministero della guerra fino al 1854, quando fu posto al comando, nonostante la salute malferma, delle forze francesi impegnate nella guerra di Crimea al fianco del collega britannico Lord Raglan. Condusse brillantemente la battaglia dell’Alma (20 settembre 1854), ma minato da lungo tempo da una pericardite, contrasse il colera, e il 26 settembre mise il comando nelle mani di Canrobert; morì a bordo della nave Berthollet diretta a Costantinopoli. Il suo corpo, riportato in Francia, fu tumulato all’Hôtel des Invalides. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’onore
Medaglia inglese della Guerra di Crimea
Médaille militaire
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)
Cavaliere di Gran Croce del Reale e Militare Ordine di San Giorgio della Riunione (Regno delle Due Sicilie)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Magno (Stato Pontificio)
Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Regno del Belgio)

Arc. 2085: Pierre François Joseph Bosquet (Mont-de-Marsan, 8 novembre 1810 – Pau, 5 febbraio 1861). Entrato all’École polytechnique nel 1829, fece parte del gruppo di allievi che partecipò all’insurrezione contro Carlo X nel 1830. Dal 1831 al 1833, fu sottotenente alla scuola d’applicazione d’artiglieria a Metz, dopodiché servì presso il 10º Reggimento d’artiglieria. Un anno dopo fu inviato in Algeria dove si distinse per le proprie qualità morali. Promosso capitano nel 1839, passò al 4º Reggimento d’artiglieria distinguendosi a Sidi-Lakhdar e ad Oued Mellah. Nel 1841 passò alla fanteria, e fu promosso tenente colonnello nel 1845, quindi colonnello, al comando di un reggimento di fanteria di linea, nel 1847. A partire dal 1848, comandò successivamente i distretti di Orano, Mostaganem e Sétif, partecipando alla repressione di una insurrezione in Cabilia, dove fu ferito seriamente ad una spalla, azione che gli valse la promozione sul campo al grado di generale di brigata. A quell’epoca, con sei citazioni all’ordine del giorno dell’esercito, era uno dei generali più brillanti dell’esercito coloniale francese in Africa. Nel 1853 tornò in Francia, dopo 19 anni d’assenza, col grado di generale di divisione. Bosquet fu uno dei primi scelti per partecipare alla guerra di Crimea, e con la battaglia dell’Alma la sua 2ª Divisione diede inizio all’offensiva francese. Mentre le truppe franco-britanniche stringevano d’assedio Sebastopoli, le due divisioni del corpo d’armata da cui dipendeva Bosquet erano incaricate della loro protezione. Il suo intervento nella battaglia di Inkerman (5 novembre 1854) assicurò la vittoria alleata. Promosso il 10 gennaio 1855 generale di corpo d’armata, prese posizione con le proprie truppe all’ala destra degli assedianti, davanti al Mamelon e alla torre di Malakoff. Condusse egli stesso le truppe alla conquista del Mamelon (7 giugno), e nel corso del grande assalto dell’8 settembre rimase alla testa delle sue truppe. Fu gravemente ferito nel corso della battaglia di Malakoff. All’età di 45 anni Bosquet era uno dei capi militari più in vista d’Europa, divenne senatore e maresciallo di Francia, mentre la sua salute declinava rapidamente. Nel 1858 ebbe il comando della piazza di Tolosa, ma si spense pochi anni più tardi dopo lunga malattia. Fu decorato con l’Ordine del Bagno, con la Gran Croce della Legion d’onore, e con l’Ordine della Medjidieh di 1ª classe. Il maresciallo Bosquet lasciò il proprio nome alla caserma di Mont-de-Marsan, in uso dal 1875 al 1998 al 6º Reggimento paracadutisti della fanteria di marina. Nel 1864 il boulevard de l’Alma a Parigi fu chiamato avenue Bosquet in suo onore. Si ricorda una sua frase divenuta celebre, e riferita alla carica dei Seicento durante la battaglia di Balaclava: «C’est magnifique, mais ce n’est pas la guerre: c’est de la folie» («È magnifico, ma non è la guerra: è una pazzia»). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce della Legion d’Onore
Médaille militaire Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 922: Jean Baptiste Philibert Vaillant in gran montura da Generale di Divisione (Digione, 6 dicembre 1790 – Parigi, 4 giugno 1872). Studiò all’École polytechnique nel 1807 per poi passare alla scuola del genio di Metz, dalla quale uscì nel 1809, entrando a far parte dell’esercito francese. Prestò servizio nella Campagna di Russia partecipando alla presa di Danzica nel 1811, incontrando personalmente Napoleone nel 1812 e venendo fatto prigioniero nel 1813, nel corso della battaglia di Kulm assieme a Dominique-Joseph René Vandamme ed a François Nicolas Benoît Haxo che saranno poi valenti generali come lui. Liberato alla sigla della pace, durante i Cento giorni combatté a Ligny, a Waterloo ed a Parigi ove venne ferito. Promosso al rango di capo di battaglione, comandò quindi una formazione nella campagna d’Algeria del 1830 ove venne nuovamente ferito. Promosso al grado di Tenente Colonnello, servì sotto Gérard nella spedizione del Belgio del 1831 per poi tornare nuovamente in Algeria. Vaillant comandò le fortificazioni di Algeri dal 1837 al 1838, quando, richiamato in patria, divenne direttore dell’École polytechnique. Promosso Tenente Generale nel 1845, fu incaricato di costruire le fortificazioni attorno a Parigi sotto il comando di Dode de la Brunerie. Nel 1849 gli fu affidato il comando del Genio del corpo di spedizione francese a Roma per liberare la città dai rivoluzionari della Repubblica Romana e restaurare l’autorità pontificia. Al termine di questa missione ottenne la Gran Croce della Legion d’Onore. Nominato Maresciallo di Francia nel 1851, Vaillant servì come ministro della guerra dal 1854 al 1859, entrando all’Accademia delle scienze nel 1853 e venendo nominato senatore e Gran Maresciallo di Palazzo da parte di Napoleone III. Tra il 1856 ed il 1860, ottenne per tre volte l’incarico di ministro dell’istruzione pubblica e del culto (1º luglio – 13 agosto 1856; 15 agosto 1857 – 28 agosto 1860; 30 settembre – 10 ottobre 1860). Nel 1859 prese parte alla Seconda guerra di indipendenza italiana e fu presente alla Battaglia di Magenta, siglando l’8 luglio di quello stesso anno la sospensione delle armi che precedette il ben più famoso Armistizio di Villafranca. Nel 1860 divenne ministro responsabile della casa imperiale e nel 1864 fu nominato Gran Cancelliere della Legion d’onore. Dal 1863 al 1870 venne nominato ministro dei Beni Culturali nonché membro del Consiglio Privato dell’imperatore. Dal 1858 al 1870 presiedette il Consiglio generale della Côte-d’Or, suo dipartimento natale. Dopo la caduta del Secondo Impero nel settembre 1870, Vaillant fu mandato in esilio, ma l’anno successivo gli fu concesso di tornare. Morì a Parigi nel 1872. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore 12 luglio 1849
Ufficiale dell’Ordine delle Palme Accademiche
Médaille militaire
Medaglia di Sant’Elena
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno di Sardegna)
Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Nera (Regno di Prussia)
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea (Impero di Russia)
Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Bianca (Impero di Russia)
Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Aleksandr Nevskij in brillanti (Impero di Russia)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine di San Stanislao (Impero di Russia)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Sant’Anna (Impero di Russia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare di San Benedetto d’Avis (Portogallo)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Savoia (Regno di Sardegna)
Cavaliere di Gran Croce del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (Regno delle Due Sicilie)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Casata Ernestina di Sassonia (Sassonia-Coburgo- Gotha)
Commendatore di Gran Croce dell’Ordine della Spada (Svezia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di Leopoldo (Impero austro-ungarico)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone di Zähringen (Baden)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano (Stato Pontificio)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria (Impero austro- ungarico)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Dannebrog (Danimarca)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone dei Paesi Bassi (Paesi Bassi)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine di Osmanie (Impero ottomano)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Regno di Prussia)
Medaglia d’oro al valor militare (Regno di Sardegna) «Per essersi distinto in tutta la campagna del 1859»
– 25 febbraio 1860
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 857: Jean Baptiste Philibert Vaillant in gran montura da Generale di Divisione (Digione, 6 dicembre 1790 – Parigi, 4 giugno 1872). Fotografia CDV. Fotografo: L. Pierson – Paris.

Arc. 2170: Jacques Louis César Alexandre, conte di Randon in gran montura da Generale di Divisione (Grenoble, 25 marzo 1795 – Ginevra, 16 gennaio 1871). Nacque da una famiglia protestante originaria dell’Hérault, suoi zii erano il rivoluzionario Antoine Barnave e il generale dell’Impero Jean Gabriel Marchand. Educato in un liceo di Grenoble, visse in giovinezza momenti di libertà presso suo zio generale, a Saint-Ismier, dove amava praticare l’equitazione. Arruolato a sedici anni, raggiunse suo zio a Varsavia, e venne nominato sergente l’11 aprile 1812. Partecipò alla campagna di Russia; la sua condotta alla battaglia di Borodino, agli ordini del generale Marchand, gli valse le spalline di sottotenente. Visse le sofferenze della ritirata e partecipò alla campagna del 1813. Ferito due volte a Lützen, combatté nondimeno a Bautzen e quindi a Lipsia in qualità di aiutante di campo di suo zio. Nel 1814 seguì Marchand sulla frontiera delle Alpi per difendere la Savoia e il Delfinato. Nel 1815, all’epoca del ritorno in Francia di Napoleone, era capitano e aiutante di campo dello zio che comandava la 7ª Divisione di Grenoble. Il generale Marchand a quanto pare volle evitare ogni contatto fra le proprie truppe e quelle che tornavano dall’isola d’Elba, e si ritirò su Chambéry per sottrarre i suoi soldati alla magnetica presenza dell’Imperatore. Un battaglione del 5º Reggimento di fanteria di linea ed una compagnia di zappatori avevano l’ordine di distruggere il ponte di Ponthaut a qualche chilometro da La Mure. Randon fu inviato a Laffrey per accertarsi che le truppe incaricate di arrestare la marcia di Napoleone compissero il proprio dovere. Incitò invano il comandante del 5º fanteria ad aprire il fuoco, ma le truppe esitarono a portare a termine il loro compito, e l’Imperatore poté proseguire il suo cammino fra gli applausi e le acclamazioni. Al capitano Randon non restò che tornare dallo zio per fare rapporto sull’accaduto, mentre Marchand si ritirava sulla strada di Chambéry con 150 uomini fedeli ai Borbone. Dopo i Cento giorni ogni avanzamento di grado gli fu precluso, e dovette attendere la Monarchia di Luglio per riprendere la sua progressione nella gerarchia militare. Dopo il 1830 e nel periodo di sette anni, divenne successivamente chef d’escadron, tenente colonnello del 9º Reggimento Chasseurs, colonnello del 2º Reggimento Chasseurs d’Afrique e ufficiale della Legion d’onore. Servì in Algeria dal 1838 al 1847. Promosso ben presto al grado di Generale di Brigata, fu nominato Generale di Divisione il 22 aprile 1847, quindi commendatore della Legion d’onore, e comandante della 3ª Divisione. Occupò tale incarico sino a quando fu richiamato, nel settembre 1849, a sostituire, a Roma, il generale Rostolan in qualità di comandante del corpo di spedizione del Mediterraneo. Maresciallo di campo nel 1841, e Tenente Generale nel 1848, come direttore degli affari d’Algeria al ministero della guerra, divenne una prima volta, nel 1851, ministro della guerra, ma fu sostituito dal maresciallo Armand Jacques Leroy de Saint-Arnaud nel corso del colpo di Stato del 2 dicembre 1851. Tornò in Algeria, in qualità di governatore generale, l’11 dicembre, sino alla creazione del ministero d’Algeria e delle colonie, il 24 giugno 1858. La sua amministrazione fu segnata da importanti spedizioni militari. Fra le principali la spedizione del Babor che pose fine nel 1852 all’indipendenza della Cabilia orientale; nel 1854 le operazioni sul Sebaou, quindi la spedizione del 1857 che sottomise alla Francia tutte le tribù fra il Sebaou, Dellys e Bugia. Poi la conquista della Cabilia del Djurdjura, che gli valse poi il bastone da maresciallo. E, nel sud, la presa di Laghouat e di Touggourt, la sottomissione di Beni-M’zab e di Souf, che portarono i confini dell’Algeria sino in pieno deserto. Diede prova di buon amministratore istituendo le sottoprefetture, un collegio arabo, scuole di medicina; fece costruire dall’esercito seimila chilometri di strade, acquedotti, ponti, pozzi artesiani; aumentò lo sfruttamento delle miniere e delle foreste, rinnovò l’agricoltura, diede la concessione per impiantare una rete ferroviaria. Nel 1852 Randon ricevette il titolo di conte dello zio, il generale Marchand, morto senza discendenza. Fu anche nominato senatore e nel 1856 nominato maresciallo di Francia contemporaneamente a Bosquet e Canrobert. Rientrato in Francia, nel 1859 sostituì Vaillant al ministero della guerra. Fece sì che il giovane industriale Hector de Sastres diventasse il principale fornitore dell’esercito e contribuì quindi alla fortuna di tale famiglia. In conflitto con l’Imperatore riguardo l’aumento degli effettivi dell’esercito, fu egli stesso rimpiazzato da Niel. Lo stesso anno abiurò il protestantesimo e si convertì al cattolicesimo. Allo scoppio della guerra franco-prussiana, non permettendogli la salute di prestare servizio attivo, Randon accettò di ritornare al governatorato d’Algeria; ma dovette rassegnare le dimissioni prima ancora di insediarsi. Nel 1870 Randon era gravemente malato. Si sottopose ad un periodo di cure a Évian-les-Bains, ottenendo poi il permesso di proseguire le cure a Ginevra. Schiacciato dalle sofferenze per i disastri militari dell’esercito e per la caduta dell’Impero, si spense il 13 gennaio 1871. Una cerimonia funebre si tenne a Ginevra il 17 gennaio, e la salma arrivò a Saint-Ismier l’11 ottobre. I funerali si tennero l’indomani, con Mac-Mahon in rappresentanza del governo. Fotografia CDV. Fotografo: L. Cremière – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce della Legion d’Onore
Ufficiale della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaglia di Sant’Elena Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno di Sardegna) 1859
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna) 1859
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia) 23 luglio 1862

Arc. 2454: Jacques Louis César Alexandre, conte di Randon in gran montura da Generale di Divisione (Grenoble, 25 marzo 1795 – Ginevra, 16 gennaio 1871). Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.

Arc. 1267: Bernard Pierre Magnan (Parigi, 7 dicembre 1791 – Parigi, 29 maggio 1865) in gran tenuta da Maresciallo di Francia. Iniziò la carriera militare arruolandosi come soldato semplice nel 66º Reggimento fanteria il 29 dicembre 1809. Divenne rapidamente caporale ed ottenne i primi gradi nel medesimo reggimento; fu successivamente promosso sergente (1º gennaio 1810), sergente maggiore (7 ottobre dello stesso anno), sottotenente (20 giugno 1811), tenente (8 febbraio 1813), e capitano (6 settembre dello stesso anno). Combatté con distinzione nelle campagne del 1810, 1811, 1812 e 1813 in Spagna e Portogallo, in quelle del 1814 e 1815 in Francia ed in Belgio. Fu nominato cavaliere della Legion d’onore nel 1813. Passato ai tirailleurs della Guardia imperiale (1º Reggimento), il 13 gennaio 1814, fu nominato capitano aiutante maggiore al tempo della campagna dei sei giorni e fu ferito da un colpo di moschetto al basso ventre a Craonne, il 7 marzo 1814. A riposo al momento del ritorno di Luigi XVIII, ritornò al 4º Reggimento tirailleurs della Guardia per la campagna di Waterloo, dopodiché passò al 6º Reggimento di fanteria della Guardia reale; qui ricevette la nomina a capitano aiutante maggiore il 23 ottobre 1815, e chef de bataillon de la ligne il 6 settembre 1817. L’8 agosto 1820 passò come chef de bataillon al 34º Reggimento fanteria di linea, quindi come tenente colonnello al 60º Reggimento fanteria di linea il 20 novembre 1822; divenne colonnello del 49º il 21 settembre 1827, e maresciallo di campo il 31 dicembre 1835. Partecipò alla campagna di Catalogna nel 1823, fu all’ordine del giorno dell’esercito per la sua condotta ad Espuglas (9 luglio 1823) e venne decorato con l’Ordine reale e militare di San Luigi. Nel 1830 represse la prima insurrezione di Lione, ma venne temporaneamente messo a riposo per aver trattato con gli insorti. Messosi a disposizione dell’esercito belga come generale di brigata, servì per quel Paese dal 17 aprile 1832 al 30 giugno 1839. Ricevette la decorazione a commendatore della Legion d’onore nel 1833 ed occupò la funzione di comandante militare del dipartimento del Nord dal 1839 al 1845. Fu promosso al grado di generale di divisione il 20 ottobre 1845. Partecipò agli eventi del 1848 a Lione dove venne ferito nel corso delle operazioni. Nel 1849 fu elevato alla dignità di grand’ufficiale della Legion d’onore. A partire dal 14 luglio 1849 ebbe il comando della 4ª Divisione di Strasburgo. Fu deputato per il dipartimento della Senna nel 1849. Fu nominato comandante in capo dell’Armata di Parigi nel giugno 1851. Fu tra i principali organizzatori del colpo di Stato del 2 dicembre 1851; fu nominato Maresciallo dell’Impero da Napoleone III nel 1852. Nel 1862 lo stesso Napoleone III lo nominò Gran maestro del Grande Oriente di Francia per mettere da parte il principe Napoleone Luciano Carlo Murat, figlio di Gioacchino Murat. Ebbe l’iniziazione e ricevette i 33 gradi del Rito scozzese antico ed accettato in sole 48 ore. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore 23 giugno 1813
Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 20 marzo1820
Commendatore dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia) 15 novembre 1835
Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 23 giugno1849
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’onore 11 dicembre 1851
Cavaliere dell’Ordine Reale e Militare di San Luigi
Médaille militaire (Francia)
Medaglia di Sant’Elena Onorificenze estere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone di Zähringen
Commendatore dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Ferdinando
Commendatore dell’Ordine del Cristo
Gran Cordone dell’Ordine reale di Leopoldo
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Nichan Iftikar (Tunisia)

Arc. 1311: Bernard Pierre Magnan (Parigi, 7 dicembre 1791 – Parigi, 29 maggio 1865) in gran tenuta da Maresciallo di Francia. Fotografia CDV non montata. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2171: Bernard Pierre Magnan (Parigi, 7 dicembre 1791 – Parigi, 29 maggio 1865) in gran tenuta da Maresciallo di Francia. Fotografia CDV. fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 1681: Esprit Victor Elisabeth Boniface de Castellane in tenuta di gala da Maresciallo di Francia (Parigi, 21 marzo 1788 – Lione, 16 settembre 1862). Figlio di Boniface Louis André de Castellane, deputato agli Stati Generali del 1789, Pari di Francia dopo la Restaurazione; e di Adélaïde Louise Guyonne de Rohan-Chabot, entrò nell’esercito il 2 dicembre 1804, giorno dell’incoronazione di Napoleone, come soldato del 5º Reggimento di fanteria leggera. Salì rapidamente la gerarchia militare, diventando sottotenente dei Dragoni nel febbraio 1806. Partecipò alla spedizione contro Napoli (estate 1806), quindi si unì all’Armata dei Pirenei, come aiutante di campo del colonnello Mouton, nel 1808. Combatté a Rio Seco, e a Burgos; fu nominato tenente aiutante di campo il 29 gennaio 1808 e fu fra gli ufficiali di ordinanza di Napoleone durante il soggiorno dell’Imperatore in Spagna. Quando l’Imperatore lasciò la Spagna nel gennaio 1809, il suo Stato Maggiore lo seguì in Germania. Il tenente de Castellane assistette alle battaglie di Ebersberg, Eckmühl, Ratisbona, Essling, Wagram ed altre della campagna del 1809, e ovunque seppe distinguersi; a Wagram ricevette anche una decorazione. Fu quindi incaricato di importanti missioni: dopo una di queste a Bayreuth, Napoleone lo definì brave jeune homme, e lo fece cavaliere dell’Impero con una rendita di 2.000 franchi. Capitano il 18 febbraio 1810, de Castellane partecipò alla prima parte della campagna di Russia come aiutante di campo del conte di Lobau, fu nominato comandante di battaglione a Mosca il 3 ottobre 1812 e divenne aiutante di campo del conte di Narbonne. Prese parte alle battaglie di Vitebsk, Smolensk, Borodino, Krasnoi, della Beresina. A Borodino fu promosso chef d’escadron e, durante la ritirata, ebbe il comando dello squadrone destinato alla protezione personale dell’Imperatore. Nominato colonnello-maggiore del 1º Reggimento della Guardia, il 21 giugno 1813, de Castellane era, appena nove anni prima, un semplice soldato. Il giorno successivo sposò a Parigi Louise Cordélia Eucharis Greffulhe. Combatté a Dresda, a Magonza ed in Champagne. Nel 1814, divenne Colonnello, e dopo i Cento Giorni, divenne Colonnello del Reggimento Ussari del Basso Reno, sorto dalle ceneri del 5º Reggimento Ussari (27 settembre 1815). Nel 1822 prese il comando del Reggimento Ussari della Guardia Reale, divenne maréchal de camp (generale di brigata) nel 1824. Inviato in Spagna nel 1823, fu richiamato in patria per non aver voluto aderire alle rivendicazioni ultra realiste di Ferdinando VII. Nel 1825 tenne il comando di una brigata di cavalleria a Barcellona, per cui ebbe citazioni favorevoli, e nel 1825 comandò l’avanguardia della Divisione di Cadice, composta da quattro reggimenti ed una batteria di artiglieria. Nel 1829, fu incaricato di sovrintendere a sette reggimenti; dopo gli eventi del luglio 1830, fu ispettore di dieci reggimenti e depositi di fanteria e di cinque di cavalleria; nel settembre 1831 ebbe il comando militare del dipartimento dell’Alta Saona e di una brigata di cavalleria. Partecipò alla campagna del Belgio e all’assedio di Anversa (1832) alla testa della 1ª Brigata di fanteria della 2ª Divisione dell’Armata del Nord. Il 30 gennaio 1833 fu nominato tenente generale, e prese nello stesso anno il comando della divisione di stanza nei Pirenei Orientali; fu al comando della 21ª Divisione militare nell’ottobre 1835. Fu nominato Pari di Francia il 3 ottobre 1837, si imbarcò quindi per Algeri il dicembre successivo. In Algeria sostituì il generale Trézel a Bona e Costantina nel 1837 ma, sostanzialmente, svolse la funzione di ispettore generale. Fece domanda di riprendere il proprio vecchio ufficio dei Pirenei, e fu esaudito il 18 marzo 1838. Nel 1848 represse con energia la sollevazione di Rouen. Il 12 febbraio 1850, fu nominato comandante della 42ª Divisione militare (Bordeaux); ricevette inoltre il comando delle divisioni 44ª e 45ª (Nantes e Rennes). Il 26 gennaio 1852, divenne senatore di Lione e, il 2 dicembre 1852, maresciallo di Francia. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaglia di Sant’Elena Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
Collare dell’Ordine di Carlo III (Regno di Spagna)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Ferdinando (Regno di Spagna)

Arc. 1541: Esprit Victor Elisabeth Boniface de Castellane in gran tenuta di gala da Maresciallo di Francia (Parigi, 21 marzo 1788 – Lione, 16 settembre 1862). Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 1684: Esprit Victor Elisabeth Boniface de Castellane in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 21 marzo 1788 – Lione, 16 settembre 1862). Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 685: Aimable Jean Jacques Pélissier duca di Malakoff in gran tenuta da Generale di Divisione (Maromme, 6 novembre 1794 – Algeri, 22 maggio 1864). Nacque da una famiglia di artigiani benestanti, il padre essendo impiegato in una polveriera. Dopo aver frequentato la Prytanée national militaire di La Flèche e l’Scuola Speciale Militare di Saint-Cyr, entrò nell’esercito nel 1815 come Sottotenente in un reggimento di artiglieria. I brillanti risultati ottenuti agli esami del 1819 gli valsero l’assegnazione al comando. Servì come Aiutante di Campo nella campagna spagnola del 1823 e nella spedizione di Morea 1828 – 1829. Nel 1830 prese parte alla spedizione d’Algeria e al ritorno fu promosso al grado di chef d’escadron. Dopo alcuni anni di servizio allo Stato Maggiore di Parigi fu inviato nuovamente in Algeria come capo del comando della provincia di Orano col grado di Tenente Colonnello e ivi rimase fino alla guerra di Crimea, svolgendo un ruolo chiave in molte importanti operazioni. La durezza del suo comportamento nello sterminare un’intera tribù araba nelle caverne di Dahra (o Dahna), vicino a Mostaganem, dove la tribù aveva trovato rifugio (18 giugno 1845), suscitò una tale indignazione in Europa che il ministro della guerra, Maresciallo Soult, espresse pubblicamente la propria disapprovazione; ma il Maresciallo Bugeaud, governatore generale d’Algeria, non solo approvò ma elevò Péllissier al grado di Generale di Brigata, grado che tenne sino al 1850, quando fu promosso Generale di Divisione. Dopo le battaglie di ottobre e novembre 1854 davanti a Sebastopoli, Pélissier fu inviato in Crimea, dove il 16 maggio 1855 succedette al Maresciallo Canrobert come comandante in capo delle forze francesi impegnate nell’assedio della città. Il 12 dello stesso mese fu promosso Maresciallo di Francia. Il suo comando fu caratterizzato da un’ininterrotta pressione sul nemico e da un’inalterabile determinazione a condurre la campagna senza subire interferenze da parte del governo di Parigi. La sua perseveranza fu coronata dal successo nell’assalto alla torre di Malakoff, l’8 settembre, che pose fine all’assedio e diede la vittoria alle forze anglo-francesi. Massone, durante l’assedio di Sebastopoli partecipò alla fondazione della Loggia “Saint Jean de Crimée”. Al suo ritorno a Parigi fu nominato senatore, creato “Duca di Malakoff” (22 luglio 1856; l’unico altro titolo per campagne vittoriose assegnato da Napoleone III – sempre un titolo ducale – fu per la vittoria di Magenta nella campagna d’Italia, al generale Patrice de Mac-Mahon), e premiato con una rendita annuale di 100.000 franchi. Dal marzo 1858 al maggio 1859 fu ambasciatore a Londra, ma venne richiamato in patria per assumere il comando dell’armata di guardia al Reno. Nello stesso anno divenne gran cancelliere della Legion d’Onore. Nel 1860 fu nominato governatore generale dell’Algeria, dove morì nel 1864. Fotografia CDV. Fotografo: L. Pierson – Bruxelles.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce della Legion d’Onore
Cavaliere dell’Ordine di San Luigi
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaglia di Sant’Elena Onorificenze straniere
Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone e del Sole (Impero d’Iran)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia (Regno d’Italia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Cavaliere Gran Commendatore dell’Ordine di Nichan Iftikar (Impero Ottomano)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Ferdinando (Spagna)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 411: Aimable Jean Jacques Pélissier duca di Malakoff (Maromme, 6 novembre 1794 – Algeri, 22 maggio 1864). Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 1375: Marie Edmé Patrice Maurice Mac Mahon, duca di Magenta in tenuta di gala da Maresciallo di Francia (Sully, 13 luglio 1808 – Montcresson, 16 ottobre 1893). Nato al castello di Sully (presso Autun), nel département della Saona e Loira, Patrice de Mac Mahon era il sedicesimo dei diciassette figli di Maurice-François de Mac Mahon (1754-1831), conte di Mac Mahon e generale francese, e di sua moglie, Pélagie de Riquet de Caraman (1769-1819) la quale era inoltre discendente diretta di Pierre-Paul Riquet, ideatore e costruttore del Canal du Midi. In realtà la nobilitazione della sua famiglia era abbastanza recente: nel 1749 suo nonno Jean-Baptiste de Mac Mahon era stato nominato marchese di Mac Mahon e d’Eguilly (feudo quest’ultimo ricevuto in dote dalla moglie Charlotte Le Belin, dama d’Eguilly) da re Luigi XV. Per queste ascendenze, la politica vigente in famiglia era prevalentemente di corrente realista. I suoi antenati, però, erano originari dell’Irlanda dalla quale erano stati costretti ad emigrare dopo le Leggi penali irlandesi emanate sotto il governo di Guglielmo III d’Inghilterra contro i cattolici irlandesi; fu così che la famiglia Mac Mahon giunse in Francia dove si naturalizzò appunto nel 1749. Patrice de Mac Mahon entrò dal 1820 nel Petit Séminaire des Marbres di Autun, continuano poi i propri studi al Collegio “Louis-le-Grand“. Il 23 ottobre 1825 fece il proprio ingresso all’Accademia di St-Cyr, ove si diplomò il 1º ottobre 1827. Dal 1827 iniziò anche la sua carriera nell’esercito entrandone a far parte. Mac Mahon venne agganciato al 4º reggimento ussari e prestò servizio nell’esercito come aiutante di campo del generale Achard, partecipando alla campagna di Algeri nel 1830. Trasferito al 20º fanteria di linea, si distinse sia nella presa di Algeri per capacità e coraggio oltre che il 24 novembre 1830 quando sostenne un combattimento sul colle di Mouzaia, azione che gli valse la Legion d’Onore. Richiamato in Francia, portò nuovamente l’attenzione su di sé durante la spedizione ad Anversa del 1832 al termine della quale venne nominato capitano nel 1833. Fece ritorno nuovamente nei territori delle colonie francesi in Africa dove rimase dal 1834 al 1854. Durante questi anni, dapprima sotto il comando del generale Clauzel e poi di Damrémont, prese parte ad una serie di azioni belliche, venendo ferito pesantemente durante l’Assedio di Costantina del 1837, ove aveva condotto anche un’audace carica di cavalleria contro le pianure occupate dai beduini. Nel 1840 fece ritorno brevemente in Francia dove ottenne il rango di Chef d’escadron e dove rimase sino al 1841 quando decise, alla testa del 10º battaglione cacciatori a piedi, di tornare in Algeria dove nell’aprile di quell’anno prese parte alla battaglia del colle di Bab el-Thaza e nello scontro con le truppe di Abd el-Kader il 25 maggio di quello stesso anno. Il 31 dicembre 1842, venne promosso tenente colonnello del 2º reggimento della Legione Straniera e nel 1843 ne divenne comandante in sostituzione del titolare malato sino al 1845. Ebbe modo di distinguersi ancora una volta nei combattimento di Chaab el Gitta e di Aïn Kebira il 14 e il 17 ottobre 1844. Abbandonato il suo incarico presso la Legione Straniera, nel dicembre del 1845 venne promosso colonnello e ottenne il comando del 41º reggimento di fanteria di linea allora d’istanza a Maghnia, sempre in Algeria. All’inizio del 1848, venne nominato comandante della suddivisione di Tlemcen, e il 12 giugno di quello stesso anno venne nominato generale di brigata. Nel 1849, ottenne la commenda della Legion d’Onore. Venne promosso al grado di generale di divisione nel 1852, rimanendo in Algeria sino al 1855. Allo scoppio della guerra di Crimea, prese parte al conflitto come comandante della 1ª divisione di fanteria del 2º corpo d’armata d’oriente e da subito si distinse nella battaglia di Malachov presso Sebastopoli (8 settembre 1855), durante la quale sembra abbia esclamato la frase che gli viene sovente associata: J’y suis, j’y reste (“Qui sono, qui resto”). Dopo questi eventi gli venne offerto il posto di Capo delle armate francesi, ma egli declinò l’offerta preferendo fare ritorno in Algeria. Nel 1856 venne nominato Senatore dell’Impero di Francia, rifiutando però ancora una volta il titolo di comandante supremo delle armate francesi e preferendo invece su sua richiesta essere inviato nuovamente in Algeria ove si dedicò alla sconfitta della resistenza del popolo cabilo. Durante questo periodo ebbe inizio inoltre la sua attività politica votando contro una legge sulla sicurezza nazionale voluta dagli estremisti dopo il tentativo fallito di assassinio dell’Imperatore Napoleone III di Francia da parte del repubblicano “mazziniano” Felice Orsini. Egli combatté anche valorosamente nella seconda guerra d’indipendenza italiana come comandante del II Corpo dell’Armata d’Italia, vincendo gli austriaci di Ferencz Gyulai nella battaglia di Magenta del 4 giugno 1859 al comando del 2º corpo d’armata francese, scontro dopo il quale ottenne il titolo di Duca di Magenta e di Maresciallo di Francia, direttamente per mano di Napoleone III, sul campo di battaglia. Durante la battaglia a Magenta ebbe modo di mostrare ancora una volta la sua fede verso la Legion d’Onore che aveva servito e comandato in Algeria gridando a gran voce: “La Legione è qui. Siete nel sacco! (“Voici la Légion ! L’affaire est dans le sac!“). La vittoria delle armate francesi nello scontro di Magenta garantirono a Vittorio Emanuele II di Savoia e a Napoleone III l’ingresso e la presa di Milano l’8 giugno di quello stesso anno. Prese parte anche alle battaglie di Solferino e San Martino (24 giugno) e Melegnano in quello stesso anno, risultando ancora una volta vittorioso e rimanendo sul campo sino all’11 luglio quando, con la firma dell’Armistizio di Villafranca, le armate francesi abbandonarono l’Italia e venne decretata l’annessione della Lombardia al Piemonte. Terminata la guerra in Italia, Mac Mahon fece ritorno in Francia ed acclamato come eroe, con l’imperatore che ormai lo considerava suo uomo di fiducia. Proprio per questo nel 1861 venne inviato come rappresentante dell’Impero francese all’incoronazione di Guglielmo I di Prussia. Tornò successivamente in Algeria dove venne nominato governatore generale dal 1º settembre 1864, facendo ritorno in Francia solo con lo scoppio della guerra franco-prussiana, durante la quale guidò le armate alsaziane. Durante questi scontri, Mac Mahon comandò il I ed il V Corpo d’armata francese dell’armata del Reno del Sud. Il 4 agosto 1870 la 3ª Armata prussiana attaccò la sua linea presso la città di Wissembourg, giungendo alla battaglia di Wœrth. Il 1º settembre di quello stesso anno, i prussiani tentarono di assediare la città di Sedan, con una forza di 200.000 soldati prussiani al comando del feldmaresciallo Helmuth von Moltke. Gli sforzi dei francesi per contrastare gli attaccanti furono indecisi e lo stesso Mac Mahon venne ferito e il comando passato al generale de Wimpffen che annunciò la resa dei francesi, seguita a breve da quella di Napoleone III del 2 settembre, al termine della conclusione degli scontri che egli stava guidando personalmente a Sedan con altri 83.000 soldati. Quando la Comune di Parigi venne soppressa nel maggio del 1871, Mac Mahon si occupò delle armate di stanza a Versailles, uccidendo nel corso degli scontri circa 30.000 comunardi, catturandone altri 38.000, di cui 7.000 vennero deportati. Per le sue azioni in difesa della sicurezza della Francia e considerata la sua gloriosa carriera militare, nel maggio del 1873 venne eletto Presidente della Terza Repubblica francese, assumendo quale suo Primo Ministro il controverso repubblicano Jules Simon, rimpiazzato poi con l’orleanista duca di Broglie, prima di sciogliere l’Assemblea Nazionale il 16 maggio 1877, gesto che lasciò indubbiamente emergere la sua natura filo-monarchica; Mac Mahon era infatti intenzionato a reprimere i sentimenti repubblicani a favore del ritorno al trono degli Orléans. Malgrado tutto, l’intento non ebbe seguito, ma la posizione di Mac Mahon ne rimase pesantemente compromessa. Le forze progressiste della sinistra riportarono un notevole successo alle elezioni del 5 gennaio 1879 per il rinnovo del Senato e conseguentemente Mac Mahon si trovò privo della maggioranza parlamentare, sicché il 30 gennaio seguente il Presidente della Repubblica rassegnò le dimissioni. Ritiratosi dalla politica per la vita privata, trascorse gli ultimi quattordici anni della sua vita in una quasi totale solitudine, morendo al Castello di Sully (presso Montcresson, Loiret) nel 1893. Le esequie di stato solenni vennero celebrate nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi con la partecipazione di molti personaggi del mondo militare e politico internazionale. Venne sepolto coi massimi onori militari nella cripta dell’Hôtel des Invalides di Parigi. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Gran Maestro e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire 1857
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 1859
Medaille Coloniale con baretta “Algerie” 1893 Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno di Sardegna) 1859
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna) 1859
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro (Spagna) 1875
Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Nera (Impero di Germania)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia) 26 agosto 1861
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale della Cambogia
Medaglia inglese della Guerra di Crimea

Arc. 409: Marie Edmé Patrice Maurice Mac Mahon, duca di Magenta in tenuta di gala da Maresciallo di Francia (Sully, 13 luglio 1808 – Montcresson, 16 ottobre 1893). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2174: Marie Edmé Patrice Maurice Mac Mahon, duca di Magenta e maresciallo di Francia in gran tenuta da Generale di Divisione (Sully, 13 luglio 1808 – Montcresson, 16 ottobre 1893). Fotografia CDV. Fotografo: Lafayette – Paris.

Arc. 1375: Marie Edmé Patrice Maurice Mac Mahon, duca di Magenta e maresciallo di Francia in piccola tenuta da Generale di Divisione (Sully, 13 luglio 1808 – Montcresson, 16 ottobre 1893). Fotografia CDV. Fotografo: London Stereoscopic & Photography Co. – London.

Arc. 2454: Marie Edmé Patrice Maurice Mac Mahon, duca di Magenta e maresciallo di Francia in piccola tenuta da Generale di Divisione (Sully, 13 luglio 1808 – Montcresson, 16 ottobre 1893). Fotografia CDV. Fotografo: Delton – Neuilly.

Arc. 1945: François Marcellin Certain de Canrobert (Saint-Céré, 27 luglio 1809 – Parigi, 28 gennaio 1895). Figlio di Antoine Certain de Canrobert, cavaliere dell’Ordine di San Luigi, nacque a Saint-Céré, nel dipartimento del Lot, dove tuttora si trova la sua casa natale e un monumento ne onora la memoria in place de la République. Frequentò l’École Spéciale Militaire de Saint-Cyr, e ne uscì col grado di sottotenente di fanteria nel 1828; promosso tenente nel 1833, servì in Algeria dal 1835 al 1839. Fu promosso capitano nel 1837, nello stesso anno ricevette la Legion d’Onore per l’ardimento dimostrato nella seconda spedizione di Costantina, che permise la conquista della città. Nel 1839 fu impiegato per organizzare un battaglione della Legione straniera per le guerre carliste in Spagna. Nel 1841 servì nuovamente in Africa. Promosso tenente colonnello nel 1846 e colonnello del 3º Reggimento fanteria nel 1847, comandò la spedizione contro Ahmed Sghir nel 1848, e sconfisse gli Arabi al passo di Djerma. Trasferito agli Zuavi sconfisse i Cabili e nel 1849 diede prova di energia e coraggio portando rinforzi alla guarnigione assediata di Bou Sada, e al comando di una delle colonne di attacco a Zaatcha. In quest’ultima occasione fu promosso a generale di brigata. Guidò poi nel 1850 la spedizione contro Narah e distrusse il caposaldo arabo. Richiamato in Francia da Luigi Napoleone Bonaparte, ne divenne l’aiutante di campo; contribuì alla riuscita del colpo di Stato del 2 dicembre 1851 reprimendo duramente il tentativo controrivoluzionario dei repubblicani. Generale di divisione, partecipò alla guerra di Crimea; fu alla guida della 2ª Divisione alla battaglia dell’Alma, dove fu due volte ferito. Assunse il comando delle forze francesi alla morte del maresciallo Saint-Arnaud. Riportò la vittoria alla battaglia di Inkerman, dove ricevette una leggera ferita ed ebbe un cavallo ucciso sotto di sé mentre guidava una carica di Zuavi. Le sue divergenze con lord Raglan, generale dell’esercito britannico, e il disappunto per il prolungarsi dell’assedio di Sebastopoli, l’obbligarono a cedere il comando. Non tornò però in patria, preferendo concludere il conflitto alla testa della sua vecchia divisione, sino alla caduta di Sebastopoli. Dopo il ritorno in Francia fu inviato in missione diplomatica in Danimarca e Svezia, fu nominato maresciallo di Francia e senatore. Comandò il III Corpo d’armata in Lombardia nel 1859 (Seconda guerra di indipendenza), con cui si distinse alla battaglia di Magenta (4 giugno) e diede un importante contributo alla Battaglia di Medole, nell’ambito della grande battaglia di Solferino e San Martino (24 giugno). In quell’occasione, il comportamento tattico di Canrobert fu oggetto di velate critiche per quella che venne considerata un’indecisione del generale, ovvero l’aver tenuto fermo il III Corpo d’armata francese a presidio di Castel Goffredo, mentre la battaglia divampava a Medole e Solferino. In realtà, Canrobert stava attendendo l’arrivo della temibile Divisione Jellacic che gli esploratori francesi riferivano essere uscita dalla fortezza di Mantovae che era lecito pensare avrebbe cercato di attaccare alle spalle lo schieramento francese. Canrobert rimase tutta la mattinata in attesa, ma non aveva davvero colpe. Egli non poteva immaginare che il mancato giungere del nemico dipendesse dal semplice fatto che la divisione Jellinec era attestata a Marcaria, troppo lontana per udire il rombo dei cannoni e che il comando austriaco si era semplicemente dimenticato di avvertirla dell’iniziata battaglia. Le truppe di Carnobert permisero di strappare agli austriaci il paese di Cavriana; al fine di evitare l’accerchiamento, Francesco Giuseppe diede l’ordine di ritirata e rifugiò le sue truppe oltre le fortezze del Quadrilatero. Successivamente comandò il campo fortificato di Châlons-en-Champagne, il IV Corpo d’armata di stanza a Lione e l’Armata di Parigi. Nella guerra franco-prussiana comandò il VI Corpo d’armata, che vinse a Gravelotte, dove Canrobert comandò personalmente la posizione di St.Privat. Il VI Corpo d’armata fu tra quelli intrappolati a Metz che si dovettero arrendere con la fortezza, e Canrobert fu preso prigioniero con Bazaine. Dopo la guerra Canrobert fu tra i membri del Consiglio superiore della guerra, e attivo nella vita politica: sotto la Terza Repubblica, fu uno dei capi del partito bonapartista, eletto senatore per il Lot nel 1876 e per la Charente nel 1879 e di nuovo nel 1885. Morì a Parigi, dove fu onorato con funerali pubblici e sepolto nel cimitero militare dell’Hôtel des Invalides. Le sue memorie furono pubblicate nel 1898. Fu proprietario del castello Églantine a Jouy-en-Josas, nel quale è aperto il Museo della tela di Jouy. Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce della Legion d’onore
Médaille militaire
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaille coloniale con baretta “Algerie” Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno di Sardegna) 1859
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna) 1859
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia (Regno di Sardegna) 16 novembre 1857
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia) 17 novembre 1855
Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Danimarca)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea (Impero russo)

Arc. 2657: François Marcellin Certain de Canrobert (Saint-Céré, 27 luglio 1809 – Parigi, 28 gennaio 1895). Fotografia CDV. Fotografo: Nadar – Paris.

Arc. 1928: François Marcellin Certain de Canrobert (Saint-Céré, 27 luglio 1809 – Parigi, 28 gennaio 1895). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1267: François Marcellin Certain de Canrobert (Saint-Céré, 27 luglio 1809 – Parigi, 28 gennaio 1895). Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.

Arc. 1668: Auguste Michel Etienne, conte Regnaud de Saint-Jean d’Angély in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 30 luglio 1794 – Cannes, 1º febbraio 1870). Figlio di un personaggio illustre del 1° Impero (Consigliere di Stato e Accademico), ricevette l’educazione di base alla Prytanée national militaire, ed entrò nel 1811 all’École militaire de Saint-Germain-des-Prés, che abbandonò nel 1812 per unirsi, in qualità di Sottotenente, all’8º Reggimento Ussari in partenza per la Campagna di Russia. Si distinse in numerosi scontri, principalmente nella successiva guerra della sesta coalizione, e fu promosso Tenente (10 ottobre 1813) e successivamente (4 dicembre) membro della Legion d’onore. Essendo stato l’8º Reggimento Ussari quasi annientato nella battaglia di Lipsia, Regnaud fu assegnato, in qualità di aiutante di campo, al generale Corbineau, lui stesso aiutante di campo dell’Imperatore, e servendo allo Stato Maggiore imperiale partecipò al resto della guerra, durante la quale fu promosso al grado di Capitano, per via della sua condotta nei combattimenti sotto le mura di Reims. Col medesimo grado servì durante il primo anno della Restaurazione nel 1º Reggimento Ussari. Al suo ritorno dall’Isola d’Elba l’Imperatore volle presso di sé il giovane capitano come ufficiale d’ordinanza, e lo elevò al grado di chef d’escadron nel giorno della battaglia di Waterloo. Congedato con i propri commilitoni, Regnaud d’Angély lasciò l’esercito e la Francia per ricongiungersi al padre Michel, vittima della reazione. Tornò più tardi a Parigi, per sollecitare la cancellazione del nome del padre dalle liste di proscrizione, cosa che ottenne dopo sforzi notevoli, ma troppo tardi: il conte Michel Regnaud de Saint-Jean-d’Angely poté ritornare nella capitale solo poco prima di morire. Radiato dai quadri dell’esercito, il giovane conte condusse vita ritirata in campagna sino al 1825, quando partì per la Grecia che combatteva per l’indipendenza contro i turchi, guidati da Ibrahim Pacha. Regnauld fu incaricato, di concerto con il colonnello Fabvier, di organizzare un corpo di cavalleria secondo il sistema europeo; ne tenne il comando sino alla fine del 1826; rientrato in Francia, si unì volontario nel 1828, alla spedizione di Morea del generale Maison. Dalla Monarchia di Luglio, Regnaud ebbe il riconoscimento del grado, e nominato tenente colonnello del 1º Reggimento Chasseurs à cheval, poi 1º Reggimento Lancieri, corpo di che promosso colonnello nel 1832. Nel mese di maggio 1831 aveva già ricevuto la nomina a ufficiale della Legion d’Onore. In seguito Regnaud de Saint-Jean-d’Angely ricevette il grado di Generale di Brigata (1841) e quindi di Generale di Divisione (10 luglio 1848). Fu quindi rappresentate all’Assemblea legislativa, grand’ufficiale della Legion d’onore, e comandante del corpo di spedizione nel Mediterraneo nel 1849. Prese parte alla guerra di Crimea ma si distinse particolarmente nella campagna d’Italia del 1859, anche se il nome più famoso è quello di Mac Mahon. Alla battaglia di Magenta, per consentire un’audace manovra di Mac Mahon, Regnaud dovette tener testa per più di un giorno a forze ben superiori; Mac Mahon sopraggiunse con ritardo, in tempo per raccogliere il successo preparatogli da Regnaud. Per i suoi meriti a Magenta ricevette la nomina a Maresciallo di Francia. Nella battaglia di Solferino e San Martino fu al comando della Guardia imperiale di Napoleone III. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Grand’Ufficiale della Legion d’Onore
Medaglia di Sant’Elena
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata 1859
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro 1859
Medaglia inglese della Guerra di Crimea

Arc. 1541: Auguste Michel Etienne, conte Regnaud de Saint-Jean d’Angély in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 30 luglio 1794 – Cannes, 1º febbraio 1870). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 1730: Adolphe Niel in gran tenuta da Generale di Divisione (Muret, 4 ottobre 1802 – Parigi, 13 agosto 1869). Nato da una vecchia famiglia borghese assai conosciuta nell’Alta Garonna, si diplomò nel 1821 all’École polytechnique per poi frequentare la scuola del corpo del genio di Metz. Divenne tenente nel 3° Reggimento nel 1825, e capitano del 1° nel 1829. Prese parte alle operazioni contro la città algerina di Costantina, in cui comandava una parte delle truppe del genio; la sua condotta gli valse la promozione a comandante di battaglione nel 1837. Fu poi promosso tenente colonnello nel 1842 e colonnello nel 1846. Nel 1849 servì come capo di Stato Maggiore del generale Vaillant durante la spedizione comandata da Oudinot contro la Repubblica Romana. Fu quindi nominato generale di brigata e direttore dei servizi del genio al quartier generale. Nel 1851 Niel divenne membro del Comitato per le fortificazioni, nel 1852 entrò nel Consiglio di Stato e nel 1853 divenne generale di divisione. Nella prima parte della guerra di Crimea Niel fu impegnato sul mar Baltico, nella direzione del genio durante le operazioni contro la fortezza di Bomarsund. All’inizio del 1855 fu inviato in Crimea, dove succedette al generale Bizot a capo del corpo del genio. Per alcuni anni fu il più influente consigliere militare di Napoleone III, e nell’occasione fu investito dei poteri per guidare i generali in loco secondo i voleri dell’imperatore e del governo. Niel portò a termine il delicato incarico nel migliore dei modi, dirigendo le operazioni di assedio alla battaglia di Malakoff. Fu premiato con la Gran Croce della Legion d’Onore. Dal 1855 al 1859 lavorò al quartier generale e fu membro del Senato; nella guerra contro l’Austria comandò il IV Corpo d’armata e prese parte alla battaglia di Magenta e, nell’ambito della battaglia di Solferino e San Martino, diresse magistralmente la Battaglia di Medole, per la quale venne creato Maresciallo di Francia sul campo. Molti storici concordano nell’indicare Niel come il principale artefice della vittoria franco-sarda del 24 giugno 1859. Dopo aver servito anche per alcuni anni in un comando di guarnigione, divenne ministro della guerra succedendo a Jacques Louis Randon, e tenne tale incarico dal 1867 al 1869. In tale veste concepì ed avviò un ampio schema di riforma dell’esercito, basato sulla coscrizione generalizzata e la creazione di vaste riserve. A tal proposito sono da sottolineare le innovazioni introdotte dalla Commissione per gli studi ferroviari, presieduta da Niel, nel 1869 in materia di sbarchi ed imbarchi di truppe e materiali in piena via e nelle vicinanze del nemico. Gli studi in materia, per paradosso, verranno poi utilizzati dai tedesco-prussiani durante la guerra del 1870-1871 e non dai francesi. Non visse però abbastanza per vedere completata la sua opera di riorganizzazione: morì a Parigi un anno prima della guerra franco-prussiana, che avrebbe distrutto il vecchio esercito imperiale su cui la creatura di Niel si doveva innestare. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Grand’ Croix della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno di Sardegna) 1859
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna) 1859
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia) 3 settembre 1867
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Magno (Stato Pontificio)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria (Impero austro-ungarico)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Torre e della spada (Portogallo)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Federico (Regno di Wurttemberg)
Commendatore di Gran Croce dell’Ordine della Spada (Regno di Svezia)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Osmanie (Impero ottomano)
Commendatore del Reale e Militare Ordine di San Giorgio della Riunione (Regno delle Due Sicilie)
Cavaliere Commendatore dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Cavaliere di II classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)
Baltic Medal (Regno Unito)
Medaglia dell’assedio di Roma (Stato Pontificio)

Arc. 761: Adolphe Niel in gran tenuta da Generale di Divisione (Muret, 4 ottobre 1802 – Parigi, 13 agosto 1869). Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.

Arc. 2668: François Achille Bazaine in piccola montura da Generale di Divisione (Versailles, 13 febbraio 1811 – Madrid, 23 settembre 1888). Il padre abbandonò la famiglia poco prima della nascita di Bazaine, lasciandola senza sostegno economico. Dopo non aver superato l’esame di ammissione all’École polytechnique, Bazaine si arruolò nel 1831 come soldato semplice nel 37º Reggimento fanteria di linea, con la prospettiva di servire in Algeria, ricevendo sul campo la promozione a sottotenente nel 1833. Per aver dato prova di coraggio in azione fu decorato con la Legion d’Onore e promosso a tenente nel 1835. Servì in due campagne nelle file della Legione straniera prima in Algeria poi in Spagna contro i carlisti nel 1837-38, ritornando in Africa come capitano nel 1839. Il 4 giugno 1850 viene nominato colonnello del 55º Reggimento fanteria di linea, il 4 febbraio 1851 riceve il comando del 1º Reggimento della Legione straniera ed il mese successivo il comando del distretto di Sidi-bel-Abbès. Il 28 ottobre 1854 venne nominato Generale di Brigata e posto al comando di due reggimenti della Legione nell’Armata d’Oriente. Nella guerra di Crimea comandò una brigata, e mantenne la propria reputazione nelle trincee davanti a Sebastopoli. Alla cattura del lato sud della città (10 settembre 1855) ne fu nominato governatore militare, e il 22 settembre successivo fu nominato Generale di Divisione. Comandò le forze francesi nella spedizione di Kinburn. Fu investito dal comandante in capo britannico, Lord Gough, con l’Ordine del Bagno nel 1856, per il suo cospicuo contributo alla campagna alleata durante la guerra. Al ritorno in Francia occupa il posto di ispettore di fanteria, quindi di comandante, della 19ª Divisione a Bourges. In Lombardia l’8 giugno 1859 venne ferito mentre era al comando della 3ª Divisione del I Corpo d’armata di Baraguey d’Hilliers alla battaglia di Melegnano, ed ebbe una parte importante nella battaglia di Solferino e San Martino (24 giugno), dove la sua divisione, insieme alla divisione Forey ed a una parte della Guardia imperiale, sfondò al centro le linee austriache riuscendo finalmente a penetrare nel castello e nel cimitero della cittadina (posizioni chiave del nemico). Per il suo servizio nella campagna ricevette la gran croce della Legion d’Onore, di cui (1855) era già commendatore. Comandò con distinzione la 1ª Divisione sotto il generale Forey nella spedizione messicana del 1862, gli successe nel comando supremo nel 1863 e divenne Maresciallo e senatore di Francia nell’anno successivo. Proseguì la guerra con grande energia e successo, entrando in Messico nel 1863 e espellendo il presidente Benito Juárez. L’esperienza africana come soldato ed amministratore lo mise nelle migliori condizioni per affrontare i guerrilleros di Juárez, ma ebbe meno successo nelle relazioni con Massimiliano, con la cui corte il comando militare francese era in costante attrito. Qui, come più tardi in patria, la politica di Bazaine sembrò essere volta, almeno in parte, a ricercare un ruolo preminente a Palazzo; nello stesso esercito si pensava che aspirasse a giocare un ruolo da Bernadotte. Il suo matrimonio con una ricca signora messicana, la cui famiglia era sostenitrice di Juárez, complicò ulteriormente le sue relazioni con lo sfortunato imperatore, e quando al termine della Guerra civile americana gli Stati Uniti inviarono un forte esercito alla frontiera messicana, le forze francesi furono costrette a ritirarsi. Bazaine con molta competenza diresse la ritirata e l’imbarco a Veracruz (1867). Al suo ritorno a Parigi ricevette una fredda accoglienza dal sovrano; la pubblica opinione, tuttavia, era a suo favore, e fu ritenuto un capro espiatorio per gli errori di altri. Il 12 novembre 1867, ottenne il comando del III Corpo d’armata a Nancy, l’anno seguente il comando del campo di Châlons, e rimpiazzò Regnaud de Saint-Jean d’Angély alla testa della Guardia imperiale. Allo scoppio della Guerra franco-prussiana il Maresciallo Bazaine fu posto al comando del III Corpo d’armata dell’Armata del Reno. Prese parte alle prime battaglie, ma Napoleone III ben presto gli affidò il comando dell’intera armata. Quanto la sua inazione fu causa del disastro di Spicheren è materia di disputa. La cosa migliore che si può affermare riguardo alla sua condotta è che le tradizioni negative della guerra su piccola scala e la mania di conquistare “posizioni forti” tipiche dei generali francesi del 1870, erano in Bazaine enfatizzate dal suo personale disprezzo per Frossard, comandante del corpo d’armata dispiegato a Spicheren. Frossard stesso, il capo della scuola delle “posizioni forti” poteva solo maledire le proprie teorie per la paralisi del resto dell’armata che lo lasciò combattere a Spicheren senza alcun supporto. Bazaine effettivamente, quando ricevette la richiesta di aiuto, mosse in avanti parte del proprio corpo d’armata, ma solo per “conquistare posizioni forti”, non per dare un contributo sul campo di battaglia. Pochi giorni dopo ricevette il comando d’armata, e la sua condotta di essa fu parte centrale della tragedia francese del 1870. Trovò l’armata in ritirata, male equipaggiata e numericamente in grande svantaggio, e i comandi scoraggiati e non si fidavano l’uno dell’altro. Non c’era praticamente possibilità di successo. Il problema era quello di cavar fuori l’armata e il governo stesso da una situazione disastrosa, e la soluzione di Bazaine fu quella di riportare la sua armata a Metz. Sembra chiaramente appurato che le accuse di tradimento cui gli eventi successivi diedero foschi colori non avessero fondamento nei fatti. Né, poi, l’irresolutezza di Bazaine a lasciare la regione della Mosella, quando ancora c’era tempo di sganciarsi dal nemico in avanzata può essere considerata segno di speciale incompetenza. La risoluzione ad attestarsi nei dintorni di Metz fu basata sulla consapevolezza della lentezza di spostamento dell’esercito francese: allontanarsene troppo avrebbe significato essere costretti alla battaglia da forze superiori in posizione di svantaggio. Nelle sue “posizioni forti” vicino alla fortezza, invece, Bazaine sperava di infliggere pesanti perdite ai tedeschi che non si sarebbero esentati dall’attaccare, e nel complesso il risultato giustificò le sue attese. Il piano era credibile, ma l’esecuzione a tutti i livelli, dal Maresciallo stesso ai comandanti di battaglione, non fu all’altezza. I metodi di spostamento estremamente cauti, che l’esperienza algerina aveva dimostrato adatti a piccole colonne nel deserto, esposte a imboscate ed attacchi improvvisi, ridussero la mobilità della grande armata, che aveva condizioni di marcia favorevoli, a meno di dieci chilometri al giorno, contro i quasi trenta del nemico. Quando, prima di raggiungere la decisione finale di attestarsi a Metz, Bazaine tentò, con una decisione ambigua, di dare inizio ad una ritirata su Verdun, il lavoro dei comandi e l’organizzazione del movimento attraverso la Mosella furono così inefficaci che quando il comando tedesco, dai propri calcoli, riteneva Bazaine già nelle vicinanze di Verdun, i francesi avevano in realtà appena mosso le proprie artiglierie e i carriaggi attraverso la città di Metz. Persino sul campo di battaglia il Maresciallo proibì al suo staff di farsi vedere, e condusse il combattimento per mezzo dei suoi ufficiali d’ordinanza personali. L’elefantiaca armata, dopo aver attraversato Metz, si imbatté in un isolato corpo d’armata nemico, comandato dal brillante Constantin von Alvensleben, che subito ordinò l’attacco. Durante quasi tutta la giornata la vittoria fu a portata di mano di Bazaine. Due corpi d’armata tedeschi combatterono per tutto il giorno per sopravvivere, ma Bazaine non aveva fiducia nei suoi generali e nelle sue truppe, e si accontentò di infliggere severe perdite alle unità tedesche più aggressive. Due giorni dopo, mentre i francesi si erano nuovamente ritirati su Metz – impiegando sette ore per coprire meno di dieci chilometri – masse di tedeschi si materializzarono sulle vie di comunicazione col resto della Francia. Bazaine si aspettava tutto questo, e, presentendo che prima o poi i tedeschi lo avrebbero attaccato nella posizione da lui stesso scelta, non fece alcun tentativo per interferire con la loro concentrazione di truppe; la grande battaglia era già stata combattuta – pensava – e, avendo inflitto gravi perdite ai suoi assalitori, poteva ora attestarsi senza troppo temere sul campo trincerato di Metz. Ma, sebbene egli non avesse formulato alcuna richiesta di aiuto, la pubblica opinione, allarmata ed eccitata, premeva perché si inviasse in soccorso l’unica armata francese rimasta, l’Armata di Châlons comandata da Mac-Mahon. L’avventura finì a Sedan, e con Sedan crollò il Secondo Impero. Sino a questo punto Bazaine aveva servito il proprio Paese probabilmente nei limiti delle circostanze, e certamente con sufficienti capacità ed un certo grado di successo da giustificarne il ruolo. La sua esperienza, vasta com’era, non era bastata tuttavia a prepararlo al comando di una vasta armata in una situazione delicata. A partire dalla fallita spedizione messicana, inoltre, era caduto in uno stato di apatia morale e fisica, non avvertibile sul campo di battaglia a causa della sua reputazione di impassibilità, assolutamente ovvio invece per gli ufficiali dello Stato Maggiore. Tuttavia, nonostante questi difetti, non si può affermare che qualcuno dei subordinati di Bazaine avrebbe fatto meglio al suo posto, con la possibile eccezione di Ladmirault, uno dei comandanti di corpo d’armata più giovani. Bazaine, quindi, nel complesso giustificò la sua reputazione, anche quella per l’intrigo e la diplomazia sottobanco. Se in Messico aspirava ad un ruolo a corte, a Metz andò molto oltre: in quanto comandante dell’unica armata organizzata in quel momento in Francia, si vide come l’artefice dei destini della nazione. In questa veste diede il via ad una serie di intrighi diplomatici, in particolare con l’Imperatrice, alcuni dei quali mai completamente chiariti; i negoziati si svolgevano fra il mondo esterno ed il comandante assediato, i cui propositi rimangono in certa misura oscuri, ma pare accertato che propose col benestare tedesco di impiegare la propria armata per «salvare la Francia da se stessa», ossia utilizzarla per un colpo di Stato contro la Terza repubblica e restaurare l’Impero, formalmente decaduto dopo Sedan. Lo schema tuttavia crollò; Bazaine, si disse, rifiutò di continuare a combattere per un governo in cui non si riconosceva, e l’Armata del Reno (140.000 uomini) si arrese il 27 ottobre. Al momento della resa un’altra settimana di resistenza avrebbe consentito ai coscritti del governo di difesa nazionale di sfondare le deboli linee tedesche sulla Loira e di liberare Parigi. Ma l’armata del Principe Federico Carlo, lasciata libera di agire dalla resa di Metz, giunse in tempo per sventare quel tentativo ad Orléans. La responsabilità per il disastro fu addossata sulle spalle di Bazaine e, sebbene tornando dalla prigionia godesse di un breve periodo di immunità, nel 1873 fu sottoposto a giudizio da un tribunale militare. Fu dichiarato colpevole di accordi col nemico e resa di fronte ad esso prima di aver fatto quanto il dovere e l’onore prescrivevano, e condannato a morte previa degradazione. Ricevette la grazia del neo-eletto presidente della Repubblica generale Mac-Mahon: la pena fu commutata a vent’anni di reclusione e fu dispensato dall’umiliante cerimonia di degradazione. Venne incarcerato sull’Ile Sainte-Marguérite dove ricevette un trattamento più da esiliato che da prigioniero; fuggì in Italia nell’agosto 1874, e di qui a Londra, dove trovò dimora presso la famiglia di George Hayter. Infine prese residenza a Madrid, dove poté godere dei favori del governo di Alfonso XII e pubblicare Episodes de la guerre de 1870; il 17 aprile 1887 fu ferito al viso con una pugnalata da un viaggiatore di commercio francese, tale Louis Hillairaud. Morì il 23 settembre 1888. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Médaille commémorative de la expedition in Mexique Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia (Regno di Sardegna)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di Nostra Signora di Guadalupe (Messico)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale dell’Aquila Messicana (Messico)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone e del Sole (Impero persiano)
Gran Cordone dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Ferdinando (Spagna)
Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Cavaliere dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)
Medaglia d’argento al valor militare
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)

Arc. 1777: Élie Frédéric Forey in tenuta di gala da Generale di Divisione (Parigi, 10 gennaio 1804 – Parigi, 20 giugno 1872). Compì la sua formazione militare all’École Spéciale Militaire de Saint-Cyr e fu destinato con il grado di Tenente al 2º Reggimento di fanteria leggera nel 1824. Partecipò alla spedizione di Algeri nel 1830. Promosso Capitano nel 1835, ricevette il comando di un battaglione di chasseurs a pied (tiratori appiedati) nel 1839. Al tempo dei moti del 1848, che portarono alla Seconda Repubblica francese, Forey, nel frattempo diventato Colonnello, comandava un reggimento. Subito dopo gli fu affidato il comando di una brigata e nel 1852 fu promosso Generale di Divisione per aver sostenuto Napoleone III nel suo colpo di Stato. Durante la guerra di Crimea Forey comandò una divisione all’assedio di Sebastopoli. Durante la seconda guerra di indipendenza italiana del 1859 gli venne affidato il comando della 1ª divisione del I corpo d’armata e diresse le battaglie di Montebello e di Melegnano. Nel corso della conclusiva battaglia di Solferino e San Martino, la divisione di Forey fu impegnata pesantemente fin dalle prime ore del mattino e, a costo di perdite pesantissime, contribuì decisivamente alla conquista di Solferino. Pur ferito ad un’anca, proseguì nel guidare i continui e sanguinosi assalti al monte Pellegrino e al monte Alto. I mirati colpi dell’artiglieria austriaca verso lo stato maggiore divisionale, che avevano seminato la morte tra gli ufficiali e decapitato un subalterno di Forey, mentre riceveva ordini da lui, non lo convinsero ad abbandonare il cuore dei combattimenti. Poco amato a causa del suo carattere burbero e scarsamente conviviale, Forey riscuoteva il generale e profondo rispetto delle sue truppe per il coraggio che dimostrava in battaglia e per l’abitudine di presenziare personalmente nei settori di maggior pericolo, durante le fasi critiche dello scontro. Divenuto senatore alla fine della guerra, Forey fu nominato comandante generale del corpo di spedizione francese in Messico nel 1862. Sbarcò a Veracruz nel settembre 1862, investito dei pieni poteri civili e militari. Nel marzo dell’anno successivo le sue forze conquistarono Puebla dopo un lungo assedio e quindi Città del Messico. Per questo Forey ricevette il bastone di Maresciallo. Dopo aver insediato un triumvirato al governo del Paese per l’imperatore Massimiliano lasciò il comando delle forze di spedizione a Bazaine e ritornò in Francia dove ricevette il comando del II Corpo d’armata, che tenne sino al 1867, quando fu colto da emorragia cerebrale, e messo a riposo. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Médaille militaire
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Médaille commémorative de la expedition in Mexique Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia (Regno di Sardegna)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di Nostra Signora di Guadalupe (Messico)
Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere di V classe dell’Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea

Arc. 1794: Élie Frédéric Forey in tenuta di gala da Generale di Divisione (Parigi, 10 gennaio 1804 – Parigi, 20 giugno 1872). Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 988: Edmond Le Bœuf o Leboeuf in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 5 novembre 1809 – Argentan, 7 giugno 1888). Figlio di Jean-Claude Le Bœuf, maestro delle richieste al Consiglio di Stato e direttore della contabilità della Gran Cancelleria della Legion d’Onore, studiò all’École polytechnique poi all’École d’application di Artiglieria e Genio di Metz. Nominato Tenente nel 1833 e poi Capitano nel 1837, fu inviato in Algeria. Durante le spedizioni legate alla conquista dell’Algeria fu un ottimo ufficiale d’artiglieria. Decorato ed elevato al grado di comandante di battaglione (1846), tornò in Francia. Assegnato alla direzione della scuola politecnica, fu promosso Tenente Colonnello poi Colonnello del 14° Reggimento Artiglieria nel 1852. Nominato Generale di Brigata in Crimea, comandò l’artiglieria del 1° Corpo d’Armata all’assedio di Sebastopoli (1854-1855) , poi tornato a Parigi divenne Generale di Divisione nel 1857. Durante la campagna d’Italia del 1859 fu assegnato al Comando Generale dell’esercito come comandante dell’artiglieria agli ordini del Maresciallo Vaillant. Divenne poi aiutante di campo di Napoleone III, poi Presidente del Comitato di artiglieria dal 1864 al 1866. Da allora non uscì dalla ristretta cerchia dei generali che sedevano nelle varie commissioni di studio dell’esercito. Tra le misure discutibili di cui fu responsabile, possiamo citare la riduzione delle impostazioni per le distanze di scoppio dei proiettili di shrapnel, la principale munizione dell’artiglieria da campo. L’effetto sulla precisione delle batterie francesi durante la campagna del 1870 sarà particolarmente disastroso. Nel 1866, dopo la terza guerra d’indipendenza italiana, l’Austria dovette cedere il Veneto alla Francia, che lo cedette a sua volta all’Italia. Edmond Le Bœuf era delegato imperiale quando la provincia fu consegnata al re Vittorio Emanuele. All’inizio del 1869 prese il comando del VI corpo d’armata a Tolosa, che lasciò otto mesi dopo, diventando ministro della guerra dopo la morte del maresciallo Niel. Confermato nel suo incarico dal gabinetto di Émile Ollivier, raggiunse l’apice della sua carriera quando fu elevato alla dignità di Maresciallo ed entrò al Senato (marzo 1870). A differenza del suo predecessore, il Maresciallo Le Boeuf cercò costantemente di risparmiare Napoleone III ed evitare qualsiasi conflitto con un corpo legislativo riluttante ad aumentare le spese militari. Secondo Charles Thoumas, allora ai suoi ordini nell’ufficio di artiglieria, Edmond Le Bœuf non era convinto dell’imminenza di una guerra con la Prussia. Si limitò a sovrintendere all’evoluzione della forza lavoro nonché alla gestione delle attrezzature e delle munizioni. Purtroppo, prestò poca attenzione agli aspetti tecnici del trasporto in tempo di guerra, affidandosi troppo ai vari uffici del ministero. Annullò le misure di mobilitazione del suo predecessore e permise che la routine si ristabilisse nel ministero. Infine, non fece nulla per accelerare l’equipaggiamento e l’allestimento della Guardia Nazionale Mobile creata da Niel. Il 19 giugno 1870, pur mantenendo il suo portafoglio di guerra, fu nominato Comandante Generale dell’Armata del Reno, incarico dai contorni mal definiti sapendo che, secondo la costituzione, il capo dell’esercito era Napoleone III. Le sue dichiarazioni troppo ottimistiche sullo stato di preparazione dell’esercito impegnarono innegabilmente la sua responsabilità nella dichiarazione di guerra alla Prussia del 15 luglio 1870. Entrato in guerra, stretto tra un imperatore malato e apatico e i principali capi dell’esercito (Mac-Mahon, Frossard, Bazaine) non seppe imporre l’adozione di un piano di campagna sufficientemente elaborato. Dopo il caos della mobilitazione e le prime battute d’arresto contro i prussiani, Edmond Le Bœuf fu sollevato dall’incarico il 12 agosto 1870. Quando la guida dell’esercito fu affidata a Bazaine, gli fu affidato il comando del III corpo d’armata, in sostituzione del generale Decaen, ferito a morte a Borny. Durante i combattimenti intorno a Metz (16-18 agosto 1870) e nonostante il suo consueto coraggio, mostrò gli stessi limiti tattici della maggior parte dei generali francesi, congelati nelle certezze della campagna d’Italia del 1859. Rinchiuso a Metz con il resto dell’esercito, si oppose a Bazaine e a ogni idea di resa. Il 29 ottobre 1870 fu portato in Prussia come prigioniero di guerra. Rilasciato dopo l’armistizio del 28 gennaio 1871, fu convocato come testimone davanti a due commissioni d’inchiesta del governo della Terza Repubblica alla fine del 1871. Indicò Bazaine come l’unico responsabile della resa dell’Armata del Reno. Si ritirò quindi nel suo castello di Moncel a Bailleul vicino ad Argentan nell’Orne. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.
Onorificenze
Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Secondo Impero francese)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia (Regno d’Italia)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)
Compagno dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
Medaglia inglese della Guerra di Crimea
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859

Arc. 1946: Edmond Le Bœuf o Leboeuf in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 5 novembre 1809 – Argentan, 7 giugno 1888). Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
CASA IMPERIALE – CORTE

Arc. 408: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, regnante con il nome di Napoleone III in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873), figlio terzogenito del re d’Olanda Luigi Bonaparte (fratello di Napoleone Bonaparte) e di Hortense de Beauharnais, fu presidente della Repubblica francese dal 1848 al 1852 e Imperatore dei francesi dal 1852 al 1870. Detto anche Napoleone il piccolo (soprannome datogli da Victor Hugo), sposò la contessa di Teba María Eugenia de Guzmán Montijo, una Grande di Spagna, con cui ebbe Napoleone Eugenio Luigi, mentre altri cinque figli furono illegittimi e avuti da donne diverse. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Gran Maestro e Gran Aigle dell’Ordine della Legion d’Onore
Gran Maestro dell’Ordine dell’Unione (come pretendente)
Medaglia di Sant’Elena «Creatore dell’ordine»
Médaille militaire
Médaille commémorative de la expedition in Mexique
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859 Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno d’Italia) 1849
Cavaliere di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d’Italia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia
Medaglia d’Oro al Valor Militare
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito
Cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale della Cambogia
Cavaliere di Collare dell’Ordine Piano
Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Nera
Cavaliere di I classe dell’Ordine dell’Aquila Rossa
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare di Guglielmo (Paesi Bassi)
Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Casata Ernestina di Sassonia
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Luigi d’Assia (Granducato d’Assia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona Fiorata
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Torre e della Spada
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Nazionale della Croce del Sud
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Uberto
Gran Cordone dell’Ordine reale di Leopoldo
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini 10 ottobre 1855
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Fedeltà
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona del Württemberg
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone e del Sole
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di Sant’Alexander Nevsky
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Aquila Bianca
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Sant’Anna
Collare dell’Ordine Imperiale dell’Aquila Messicana
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Salvatore (Grecia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Spada
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Carlo
Cavaliere dell’Ordine di Nichan Iftikar
Cavaliere dell’Ordine del Leone d’Oro di Nassau
Cavaliere dell’Ordine del Falco Bianco
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di Nostra Signora di Guadalupe
Fascia dei Tre Ordini 1854

Arc. 2742: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 2173: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III in gran tenuta da Generale di Divisione (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 1295: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 408: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 1865 ca.

Arc. 1385: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.

Arc. 14: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1872 ca.

Arc. 666: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.

Arc. 2173: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, meglio noto con il nome di Napoleone III (Parigi, 20 aprile 1808 – Chislehurst, 9 gennaio 1873). Fotografia CDV. Fotografo: Le Jeune – Paris.

Arc. 1807: María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, nota come Eugenia de Montijo (Granada, 5 maggio 1826 – Madrid, 11 luglio 1920. Era figlia del conte Cipriano Guzmán y Porto Carrero, conte di Teba e di Montijo, duca di Peñaranda e di Maria Manuela Kirkpatrick, americana di origine scozzese. Quest’ultima, rimasta vedova, si stabilì in Francia con la figlia minore Eugenia, mentre la maggiore Maria aveva fin dal 1844 sposato il duca d’Alba. Il principe Luigi Napoleone che, dopo il colpo di stato del 2 dicembre 1851 aveva scambiato la presidenza della Repubblica francese col trono imperiale, s’invaghì della bellissima contessina di Montijo, introdotta dalla madre nell’alta società e abituata alla famigliarità con letterati quali lo Stendhal e il Mérimée. Un soggiorno delle Montijo a Compiègne maturò la decisione di Napoleone III, che il 22 gennaio 1853 annunciò ai presidenti del Senato, del Corpo legislativo e del Consiglio di stato il suo fidanzamento. Il matrimonio civile ebbe luogo nel palazzo delle Tuileries il 29 gennaio e l’indomani fu celebrato quello religioso nella cattedrale di Notre Dame. Nei primi tempi dell’impero Eugenia mostrava di dividere le simpatie del marito per l’Italia e per la casa di Savoia; ma quando queste vennero a trovarsi in crescente dissenso con la S. Sede, la devozione alquanto ristretta della giovane Spagnola la rese sempre meno propensa alla causa italiana. Se ne ebbero le prime prove allorché, nato il 16 marzo 1856 un figlio maschio all’imperatore, la madre desiderò che avesse a padrino di battesimo il papa Pio IX e se ne vide la ripercussione nel raffreddarsi dell’interessamento della sovrana per i plenipotenziari sardi al congresso di Parigi. Da allora in poi la benevolenza che l’imperatrice mantenne vivissima per taluni Italiani, quali il conte Francesco Arese e poi il Nigra, non impedì che essa si sforzasse di trattenere Napoleone III nella sua politica a vantaggio del Risorgimento italiano. Già durante la campagna del 1859 l’imperatrice aveva temuto che il consorte sfidasse pericolosamente l’impopolarità, imponendo al popolo riluttante l’onere della guerra per interessi non suoi. Essa scriveva però in uno sfogo confidente all’Arese che lavorava più che poteva “à devenir italienne”. Sforzo e risultato che parvero effimeri, se pure si realizzarono; perché l’irritazione degli Italiani contro l’armistizio di Villafranca fu dall’imperatrice scambiata per ingratitudine e la soddisfazione ch’essa provò per l’annessione di Nizza e della Savoia fu ben presto cancellata dalla sua trepidanza per il potere temporale dei papi, che vedeva minacciato dalle insurrezioni e dalle annessioni dell’Italia centrale. L’atteggiamento che il conte di Cavour dovette assumere nel 1861 contro il giovane re Francesco II di Napoli per assicurare l’unità italiana provocò altre riluttanze dell’imperatrice ad accettare i fatti compiuti. Soltanto dopo la morte del conte di Cavour e l’insuccesso delle trattative da lui avviate con la S. Sede per la rinuncia del potere temporale, l’imperatrice parve acconciarsi all’esistenza dell’alleanza franco-italiana, purché sulla piattaforma di rassegnata attesa che il Drouyn de Lhuys credeva di essersi garantita con la Convenzione di settembre. Alle schiette preoccupazioni ispiratele dalla sua concezione religiosa, che fecero dell’imperatrice la grande paladina del mantenimento delle truppe francesi a Roma, si venivano aggiungendo, man mano che la salute di Napoleone III declinava, pericolose velleità della sovrana d’ingerirsi nella politica generale, certo con ansietà di sposa e di madre, ma obbedendo spesso a influenze imponderabili e irresponsabili. Nella crisi politica che seguì alla campagna vittoriosa della Prussia, l’imperatrice Eugenia fu chiamata dal marito a partecipare al famoso consiglio del 5 luglio 1866, in cui fu decisa la rinuncia alla mediazione armata proposta dal Drouyn de Lhuys. Da quella epoca in poi l’ingerenza della sovrana, sospinta dalle ansie materne, si fece sempre più costante e visibile in tutta l’attività politica del regime, sì da provocare le lagnanze del più antico dei collaboratori dell’imperatrice, il duca di Persigny. L’imperatrice Eugenia diede prova di un’accorata pietà ricevendo la sventurata imperatrice Carlotta del Messico, ma nulla poté fare per evitare la catastrofe di Querétaro. Accompagnò Napoleone III nel viaggio a Salisburgo che si volle configurare come una manifestazione di simpatia nel lutto della casa d’Asburgo. Spinta verosimilmente dal desiderio di assicurare la trasmissione del trono al figlio, l’imperatrice profittò dell’ascendente sempre maggiore che aveva saputo acquistare sul marito per farsi designare reggente. La suscettibilità nei riguardi del figlio provocò in lei risentimenti pericolosi verso le critiche degli oppositori e le manifestazioni come quella del figlio del repubblicano Cavaignac, che rifiutò di ricevere dalle mani del principe imperiale un premio scolastico. Dominata da queste preoccupazioni intervenne spesso nei consigli della Corona e forzò la mano a Napoleone III, trattenendolo dal concludere nel 1869 l’alleanza con l’Austria e l’Italia, che avrebbe dovuto avere per prezzo l’evacuazione di Roma da parte delle truppe francesi. Scoppiata la gravissima crisi del luglio 1870, l’imperatrice, accecata dal timore che l’arrendevolezza verso la Germania minacciasse il prestigio della dinastia, contribuì a far abbandonare il progetto di congresso vagheggiato il 14 luglio da Napoleone III. Investita da questo della reggenza, subì le più pericolose illusioni del potere e ostinatasi a non rinunciarvi appoggiò tutti i piani che potessero escludere il ritorno dell’imperatore a Parigi. Si arbitrò a far convocare il Corpo legislativo dopo i primi disastri militari dell’agosto, ed ebbe grande influenza nella sostituzione del ministero presieduto dal conte di Palikao a quello dell’Ollivier. Solo il 4 settembre si rifiutò di affrontare le terribili incognite di una guerra civile e cessò da ogni resistenza mostrandosi disposta a cedere il potere al Corpo legislativo. La prevalenza dei repubblicani in quella giornata costrinse l’imperatrice ad abbandonare clandestinamente il castello delle Tuileries con l’aiuto degl’inviati dell’Austria e dell’Italia, principe di Metternich e conte Nigra. Riparò in casa di un dentista americano, il dottor Evans, che la condusse nella sua carrozza a Deauville sulla costa normanna, donde un gentiluomo inglese, sir John Burgoyne, la trasportò sul suo yacht in Inghilterra durante una furiosa tempesta. Quivi la disgraziata sovrana poté ricongiungersi col giovane principe imperiale, che attraverso il Belgio si era pure riparato in territorio britannico. Soprattutto dopo la morte di Napoleone III avvenuta nel 1873 a Chislehurst, l’imperatrice si consacrò con appassionato fervore all’educazione del figlio, ma ebbe lo strazio di vederlo cadere nel 1879 vittima degli Zulù durante una spedizione coloniale britannica alla quale egli aveva ottenuto di partecipare. Visse abbastanza a lungo per poter organizzare, novantenne, nella sua residenza inglese di Farnborough, un ospedale per i feriti della guerra mondiale. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.
Onorificenze
Dama di Gran Croce dell’Ordine dell’Impero Britannico (Regno Unito) Farnborough, marzo 1919
Rosa d’Oro (Santa Sede) 1856
Dama di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di San Carlo (Messico)
Dama dell’Ordine della Croce Stellata (Austria)
Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa (Spagna)

Arc. 985: María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, nota come Eugenia de Montijo (Granada, 5 maggio 1826 – Madrid, 11 luglio 1920), diciannovesima contessa di Teba e decima contessa di Montijo, fu imperatrice consorte dei Francesi dal 1853 al 1870. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.

Arc. 1926: María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, nota come Eugenia de Montijo (Granada, 5 maggio 1826 – Madrid, 11 luglio 1920), diciannovesima contessa di Teba e decima contessa di Montijo, fu imperatrice consorte dei Francesi dal 1853 al 1870. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.

Arc. 543: María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, nota come Eugenia de Montijo (Granada, 5 maggio 1826 – Madrid, 11 luglio 1920), diciannovesima contessa di Teba e decima contessa di Montijo, fu imperatrice consorte dei Francesi dal 1853 al 1870. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.

Arc. 33: María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, nota come Eugenia de Montijo (Granada, 5 maggio 1826 – Madrid, 11 luglio 1920), diciannovesima contessa di Teba e decima contessa di Montijo, fu imperatrice consorte dei Francesi dal 1853 al 1870. Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky -Parigi. 1870 ca.

Arc. 1643: María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, nota come Eugenia de Montijo (Granada, 5 maggio 1826 – Madrid, 11 luglio 1920), diciannovesima contessa di Teba e decima contessa di Montijo, fu imperatrice consorte dei Francesi dal 1853 al 1870. Fotografia CDV. Fotografo: E. & H.T. Anthony – New York.

Arc. 1316: María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, nota come Eugenia de Montijo (Granada, 5 maggio 1826 – Madrid, 11 luglio 1920), diciannovesima contessa di Teba e decima contessa di Montijo, fu imperatrice consorte dei Francesi dal 1853 al 1870. Fotografia CDV. Fotografo: Thiebault – Paris.

Arc. 1426: María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, nota come Eugenia de Montijo (Granada, 5 maggio 1826 – Madrid, 11 luglio 1920), diciannovesima contessa di Teba e decima contessa di Montijo, fu imperatrice consorte dei Francesi dal 1853 al 1870. Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.

Arc. 902: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte e la moglie María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 1391: María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, nota come Eugenia de Montijo e il figlio Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte. Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.

Arc. 1829: María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick, nota come Eugenia de Montijo e il figlio Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1310: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, la moglie María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick e il figlio Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte. Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.

Arc. 1644: Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, la moglie María Eugenia Ignacia Augustina de Palafox y Portocarrero de Guzmán y Kirkpatrick e il figlio Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2174: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte, (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). La sua nascita, avvenuta negli anni migliori del Secondo Impero, sembrò garantire l’avvenire della dinastia bonapartista in Francia. Dopo la proclamazione della Terza Repubblica francese, il 4 settembre 1870, Napoleone Eugenio Luigi si rifugiò in Belgio. Un mese più tardi sbarcò ad Hastings nel Regno Unito per raggiungervi la madre, l’imperatrice Eugenia. Qui chiese ed ottenne di essere ammesso al British Military College. Al termine dei corsi fu trasferito in artiglieria, l’arma del suo famoso prozio. Alla morte del padre, il 9 gennaio 1873, i bonapartisti lo proclamarono Napoleone IV. Nel corso degli anni ’70 si discusse di un suo possibile matrimonio con la principessa Beatrice, ultima nata della Regina Vittoria. Con lo scoppio della guerra degli zulu nel 1879, il principe imperiale, raggiunto il grado di sottotenente, insisté presso le autorità militari del Regno Unito affinché lo inviassero in Africa per partecipare al conflitto, cosa che avvenne. Arrivato nella terra degli Zulu, fu posto agli ordini di Lord Chelmsford ma non poté prendere parte alle operazioni poiché quest’ultimo dispose che non fosse impegnato in combattimenti, temendo ripercussioni politiche nel caso avesse patito gravi ferite o addirittura fosse deceduto in battaglia. Il 1º giugno di quell’anno egli, il sottotenente Carey ed una scorta di sette cavalleggeri usciti in perlustrazione, si fermarono per una pausa di riposo in un accampamento abbandonato dagli Zulu presso il fiume Tyotyosi. Proprio quando tutti gli uomini erano ormai montati a cavallo per ripartire, tranne il principe che si era attardato, furono oggetto di un improvviso attacco da parte di una quarantina di Zulu che si erano avvicinati nell’erba alta fino a pochi passi dal gruppo. Tutti gli uomini a cavallo si diedero immediatamente alla fuga, benché due britannici e una guida fossero uccisi. Se i rimanenti riuscirono a fuggire, il principe, che aveva maldestramente tentato di balzare a cavallo riuscendo però soltanto a strappare una delle cinghie della sella, dopo una brevissima fuga a piedi venne raggiunto e ucciso dai guerrieri Zulu in un canalone poco distante. Seguirono molte polemiche sul comportamento del sottotenente Carey, accusato di aver abbandonato il principe per codardia, a prescindere dal fatto che fosse stato effettivamente possibile, in quel frangente, salvargli la vita. La sua morte fece un grande scalpore in Europa poiché egli era l’ultima speranza di una successione dinastica dei Bonaparte al trono imperiale di Francia. Più tardi i capi Zulu sostennero che, se avessero saputo chi era, non lo avrebbero ucciso. Per cercare di placare l’ira dei bonapartisti, venne accreditata la leggenda che il principe fosse morto eroicamente. La sua salma, benché ormai decomposta, diversi mesi dopo fu riportata nel Regno Unito e sepolta a Chislehurst. Successivamente essa fu trasferita nel mausoleo fatto costruire dalla madre come cripta imperiale presso l’abbazia di San Michele a Farnborough nello Hampshire, accanto al padre. Come suo erede il principe imperiale aveva nominato Napoleone Vittorio Bonaparte, trascurando il genealogicamente precedente padre di Vittorio, il detestato Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte, che entrò per questo in lite con il figlio. Nel 1998 fu assegnato ad un asteroide il nome di Piccolo Principe, in ricordo di Napoleone Eugenio Luigi, poiché esso orbita intorno ad all’asteroide 45 Eugenia, che prese il nome da sua madre. Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.
Onorificenze
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia) 14 giugno 1856

Arc. 1500: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte, (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1362: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte, (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia formato 19 x 14,4. Fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 2650: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte in piccola montura da Granatiere della Guardia Imperiale (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 3144: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte in piccola montura da Granatiere della Guardia Imperiale (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia CDV. Fotografo: L. Cremiére & C. – Paris.

Arc. 1643: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte in gran montura da Tamburino dei Granatieri della Guardia Imperiale (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.

Arc. 903: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte in tenuta da caccia, (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia CDV. Fotografo: C. Hideux – Compiègne.

Arc. 2650: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte in gran montura da Granatiere della Guardia Imperiale (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.

Arc. 3278: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte in gran montura da Granatiere della Guardia Imperiale (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 1580: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte, (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1609: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte in uniforme da Sottotenente di Fanteria dell’esercito imperiale inglese (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Cavilla & Bruzon – Gibraltar.

Arc. 859: Napoleone Eugenio Luigi Giovanni Giuseppe Bonaparte in uniforme da Sottotenente di Fanteria dell’esercito imperiale inglese (Parigi, 16 marzo 1856 – Natal, 1º giugno 1879). Fotografia formato gabinetto. Fotografo: A. Bassano – London.

904: Girolamo Bonaparte(Ajaccio, 15 novembre 1784 – Villegénis, 24 giugno 1860). Era figlio del generale Carlo Maria Bonaparte e di Maria Letizia Ramolino, ultimo fratello di Napoleone Bonaparte. Uscito dal collegio di Jully, ove compì i suoi studi, entrò nel gennaio del 1800 in Marina e l’anno successivo ottenne il grado di Guardiamarina. Suo cognato, il generale Victor Emanuel Leclerc, lo condusse con sé a Santo Domingo, ove si recava per sedare la rivolta di Toussaint Louverture. Tornato in Francia con importanti messaggi per Napoleone Bonaparte, ripartì per la Martinica al comando della nave L’Épervier e con la ripresa delle ostilità contro l’Inghilterra, ricevette l’ordine di incrociare di fronte alla rada di Saint-Pierre e dell’isola di Tobago. Costretto dopo alcuni mesi dalla marina britannica a rinunciare a questa sorveglianza, si recò a New York, ove sposò la figlia minorenne di William Patterson, un commerciante di Baltimora, Elisabetta Patterson, incontrando, così come era stato per il fratello Luciano, la totale disapprovazione di Napoleone. Il matrimonio fu poi annullato in Francia nel 1805 nonostante fosse già nato a Londra il figlio Girolamo Napoleone. Rientrato fortunosamente in Francia nel 1805 (rischiò più volte in mare di essere catturato dalla marina inglese), fu incaricato dal fratello imperatore di andare ad Algeri a recuperare 250 genovesi prigionieri del Bey Hussein che li tratteneva come schiavi: il successo di questa missione gli valse il titolo di Capitano di Vascello. Dal comando di un vascello, Le Vétéran, passò a quello di una squadra di otto vascelli che condusse nel 1806 alla Martinica. Una tempesta di vento disperse la squadra e lui ne approfittò per abbandonare la squadra e tornarsene con Le Vétéran in Francia, senza avvisare il comandante Ammiraglio Willaumez. Inseguito dagli inglesi riuscì, grazie anche all’abilità del suo pilota Jean Marie Furic, a riparare a Concarneau (Bretagna). In Francia fu nominato quello stesso anno Contrammiraglio, principe di Francia, con una rendita di un milione, fu decorato della Grand’Aquila della Legion d’Onore e ritrovò il suo posto nell’ambito della famiglia Bonaparte. Ad agosto del 1807 sposò Caterina di Württemberg, figlia del re Federico I del Württemberg e subito dopo il fratello imperatore lo fece re di Vestfalia, mandandolo a risiedere nel castello di Wilhelmshöhe a Kassel, in Germania. Il regno, vassallo dell’Impero francese, ebbe un ruolo fondamentale nel supporto e nel sostentamento finanziario delle truppe francesi durante le guerre napoleoniche sul fronte orientale, in particolar modo durante la campagna di Russia. Giovane, spensierato e frivolo, mancava spesso di prudenza e moderazione, condusse una vita di divertimenti e si circondò di amanti. Napoleone gli affiancò due ministri, Beugnot e Reinhart, perché si occupassero dell’amministrazione, ma per loro fu molto difficile controllare il giovane scapestrato. A novembre dello stesso anno Girolamo diede al novello regno un regime costituzionale sul modello francese, ma la sua amministrazione lasciò parecchio a desiderare per l’eccesso di spese e di tasse. Nell’agosto 1807 lasciò la marina per assumere il comando delle truppe bavaresi e del Württemberg con le quali occupò la Slesia sottraendola al re di Prussia, il che gli varrà, tre mesi dopo la pace di Tilsit, il grado di Generale di Divisione. Nel 1812, lasciato il governo della Vestfalia agli amministratori, seguì Napoleone nella Campagna di Russia con il comando di uno dei dodici corpi d’armata di cui era costituita la Grande Armée (24 giugno 1812). Qui non si distinse certo per bravura, tanto che nemmeno un mese dopo, rimproverato severamente dal fratello per il mancato intervento contro le truppe del generale russo Bagration, si adontò e si dimise tornandosene in Vestfalia. Durante i Cento giorni ricevette dal fratello il comando di una divisione nel II Corpo d’armata del generale Reille, ma non diede neppure in questa occasione una buona prova di sé: nell’ambito della battaglia di Waterloo attaccò insistentemente il nemico ad Hougoumont (un obiettivo di scarsa importanza), provocando gravi perdite nella sua divisione e costringendo il suo comandante a distogliere forze preziose in altro settore per toglierlo dai guai.Dopo i disastri del 1812 e 1813 dovette abbandonare il regno di Vestfalia, ma la moglie Caterina non lo lasciò e lo accompagnò a Parigi. Nel marzo 1814 si dovettero separare, lei rientrò nel Württemberg e lui accompagnò l’imperatrice Maria Luisa d’Asburgo-Lorena a Blois. Dopo l’abdicazione di Napoleone tornò alla corte del Württemberg. Nel 1815 si trovava con la moglie a Trieste quando la notizia del ritorno del fratello dall’esilio dell’isola d’Elba lo riportò a Parigi. La caduta definitiva del fratello imperatore costrinse Girolamo ad allontanarsi dalla Francia ed a rientrare alla corte del suocero. Qui gli fu dato il castello di Ellwangen con l’obbligo di risiedervi con la moglie. Nel giugno 1816, poco prima di morire, il suocero lo creò principe di Montfort. Il mese successivo si trasferì a Vienna con la famiglia per incontrare la sorella Carolina, vedova di Gioacchino Murat. Da allora risiedé alternativamente a Vienna ed a Trieste dove acquistò la villa del barone Cassis (poi Necker). Tuttavia il ministro Metternich non tollerò la presenza di un Bonaparte in una città marittima dell’impero austriaco. Il 26 marzo 1823 Girolamo fu costretto abbandonare Trieste e, dopo aver ottenuto il permesso dalle autorità pontificie, proseguì il suo esilio a Roma dove lo attendeva sua madre, Maria Letizia Ramolino, ed altri membri della famiglia imperiale. Nella città eterna acquistò dal fratello Luciano Bonaparte Palazzo Nunes. Dal 1825 il principe di Montfort iniziò a frequentare Porto San Giorgio e Fermo nelle Marche ospite della nobile famiglia Trevisani e dei conti Maggiori. Girolamo Bonaparte dimorò dal 1827 anche presso il palazzo Nannerini a Fermo (oggi Palazzo Monsignani – Sassatelli, sede della Prefettura) dove, a partire dal 1810, era vissuto il Viceré del Regno Italico Eugenio, figliastro di Napoleone. Dal 1829 al 1831 Girolamo si stabilì con la famiglia a Porto San Giorgio, non appena furono terminati i lavori della villa Caterina (alias Villa Bonaparte) in stile neoclassico su progetto dell’architetto Ireneo Aleandri. I lavori furono seguiti anche dal Colonnello Pier Damiano Armandi, amministratore dei beni del principe. Girolamo fu costretto, tuttavia, a lasciare la residenza marittima, su ordine delle autorità pontificie, dopo i falliti moti del 1831 nel fermano ed il ripristino dello Stato Pontificio. La villa fu acquisita dalla Reverenda Camera Apostolica. Deceduta la moglie Caterina nel 1835, nel 1840 sposò in segreto una nobildonna italiana, Giustina Pecori-Suárez (1811–1903), vedova del marchese Luigi Bartolini-Baldelli, con il solo rito religioso, a Firenze. Solo nel 1853 il matrimonio venne reso pubblico e celebrato a Parigi con cerimonia civile. Girolamo Bonaparte rientrò in Francia dopo gli avvenimenti del febbraio 1848, vivendo a Parigi una vita ritirata, in un appartamento situato al numero 3 della rue d’Alger. La popolarità politica crescente di suo nipote, il principe Luigi Napoleone e futuro Napoleone III di Francia, lo costringeva infatti a mantenersi in disparte per non ostacolare le attività politiche del parente. Questo atteggiamento cessò con la nomina di Luigi alla presidenza, ottenuta con sei milioni di voti. A questo punto Girolamo venne nominato il 23 dicembre 1848 governatore generale dell’Hôtel des Invalides e Maresciallo di Francia il 1º gennaio 1850. Divenne successivamente presidente del Senato nel 1851 e fu reintegrato, dopo il ristabilimento dell’Impero, del titolo e degli onori di Principe imperiale nel 1852. Le sue spoglie riposano nella cattedrale di Saint Louis des Invalides. La tomba è situata accanto al grande sarcofago di Napoleone, insieme a quella del fratello più grande Giuseppe Bonaparte, dei generali Duroc e Bertrand e del nipote, il Re di Roma. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.
Onorificenze
Gran Maestro dell’Ordine della Corona di Vestfalia 25 dicembre 1809
Decorato con il gran collare dell’Ordine della Legion d’Onore (benemerenza non statuaria)
Grand Aigle dell’Ordine della Legion d’Onore
Gran Dignitario dell’Ordine della Corona Ferrea
Medaglia di Sant’Elena Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea Almanacco Imperiale del 1810
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona Fiorata Almanacco Imperiale del 1810
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe Almanacco Imperiale del 1810
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Fedeltà
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini 3 novembre 1810

Arc. 105: Girolamo Bonaparte (Ajaccio, 15 novembre 1784 – Villegénis, 24 giugno 1860) fu re di Vestfalia (1807 – 1813), principe di Montfort (1816 – 1860) e Maresciallo di Francia dal 1850. Era figlio del generale Carlo Maria Bonaparte e di Maria Letizia Ramolino, ed ultimo fratello di Napoleone Bonaparte. Fotografia formato gabinetto 11 x 16,5. Fotografo: Montabone – Torino.

Arc. 915: Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte detto Gerolamo (Jérôme) oppure Plon Plon in gran tenuta da Generale di Divisione (Trieste, 9 settembre 1822 – Roma, 17 marzo 1891). Napoleone Giuseppe Carlo era figlio di Girolamo Bonaparte (1784 – 1860), fratello minore di Napoleone Bonaparte, e della principessa Caterina di Württemberg (1783 – 1835). Il Principe Napoleone, o Plon-Plon, come veniva chiamato dai famigliari, fu ufficiale dell’esercito del Württemberg dal 1837 al 1840. Nel 1848 fu un membro dell’Assemblea costituente in Francia. Durante l’impero del cugino Luigi Napoleone (Napoleone III) divenne generale di divisione nell’esercito francese e prese parte, in tale funzione, alla guerra di Crimea. Siccome questa guerra andava per le lunghe, il principe Napoleone lasciò le truppe. L’opinione pubblica francese perciò lo accusò di vigliaccheria, ma il generale François Certain de Canrobert lo difese, giustificando il suo abbandono con la «insalubrità e scomodità della vita negli acquartieramenti». Durante la seconda guerra di indipendenza italiana del 1859 comandò il V Corpo. Nel biennio 1864 / 1865 fu membro del Consiglio Segreto. Nel 1876 fu eletto alla Camera dei Deputati francese. Dopo la morte di Napoleone Eugenio Luigi, figlio di Napoleone III, nella guerra degli Zulu (1879), divenne il capo riconosciuto della famiglia Bonaparte. Il 16 gennaio 1883 il principe Napoleone fu arrestato a Parigi per aver sponsorizzato un plebiscito a favore del suo diritto al trono e nel 1886, a causa della sua potenziale pretesa al trono imperiale, fu bandito dal territorio francese. Morì nel 1891 ed il suo corpo venne inumato presso la basilica di Superga, a Torino. Napoleone Giuseppe Carlo sposò il 30 gennaio 1859 Maria Clotilde di Savoia (Torino, 2 marzo 1843 – Moncalieri, 25 giugno 1911), figlia del re di Sardegna (e poi d’Italia) Vittorio Emanuele II. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Medaille Commémorative de la Campagne d’Italie de 1859
Medaglia d’oro al valor militare «Per il valore dimostrato nella Battaglia di Magenta»
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini 12 settembre 1856

Arc. 115: Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte detto Gerolamo (Jérôme) oppure Plon Plon in gran tenuta da Generale di Divisione (Trieste, 9 settembre 1822 – Roma, 17 marzo 1891). Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino. 1865 ca.

Arc. 3144: Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte detto Gerolamo (Jérôme) oppure Plon Plon (Trieste, 9 settembre 1822 – Roma, 17 marzo 1891). Fotografia CDV. Fotografo: E. Anthony – New York.

Arc. 685: Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte detto Gerolamo (Jérôme) oppure Plon Plon (Trieste, 9 settembre 1822 – Roma, 17 marzo 1891). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.

Arc. 74: Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte detto Gerolamo (Jérôme) oppure Plon Plon (Trieste, 9 settembre 1822 – Roma, 17 marzo 1891). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Parigi. 1865 ca.

Arc. 905: Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte detto Gerolamo (Jérôme) oppure Plon Plon (Trieste, 9 settembre 1822 – Roma, 17 marzo 1891). Fotografia CDV. Fotografo: sconosciuto.

Arc. 1489: Napoleone Giuseppe Carlo Bonaparte detto Gerolamo (Jérôme) oppure Plon Plon (Trieste, 9 settembre 1822 – Roma, 17 marzo 1891). Fotografia CDV. Fotografo: C. D. Fredericks – New York.

Arc. 413: Mathilde Létizia Wilhelmine Bonaparte (Trieste, 20 maggio 1820 – Parigi, 2 gennaio 1904). Figlia di Girolamo Bonaparte, ex re di Vestfalia, e della sua seconda moglie, Caterina di Württemberg, la principessa Matilde fu allevata a Roma e Firenze dove i suoi genitori erano in esilio. Nel 1835 fu fidanzata con suo cugino Luigi Napoleone Bonaparte, il futuro Napoleone III. Aveva allora 15 anni. Il padre, rimasto vedovo da poco, fu privato di gran parte delle sue risorse che provenivano essenzialmente dal suocero, Guglielmo I, re del Württemberg. In vista del matrimonio, Jérôme Bonaparte acquistò a credito, per la giovane coppia, il castello di Gottlieben, vicino ad Arenenberg dove soggiornano Hortense de Beauharnais e suo figlio. Tuttavia, il fidanzamento fallì in parte perché il re Guglielmo I disapprovava l’unione (a causa del passato carbonaro di Luigi Napoleone) ma anche a causa di obiezioni finanziarie, sollevate da Luigi Bonaparte, padre di Luigi Napoleone. Sposò il 1° novembre 1840 a Firenze il conte Anatole Demidoff, intitolato Principe di San Donato poco prima delle nozze con il Granduca Leopoldo II di Toscana (titolo non riconosciuto in Russia). Questo matrimonio senza eredi fu stato un fallimento. Il principe Demidoff, favolosamente ricco ma violento, si rifiutò di lasciare la sua amante, Valentine de Sainte-Aldegonde. Mathilde fuggì a Parigi portando con sé i gioielli che avrebbero dovuto costituire la sua dote, ma che Jérôme Bonaparte, ancora a corto di soldi, aveva venduto a Demidoff prima del matrimonio. Nonostante ciò, Demidoff fu condannato dal tribunale di San Pietroburgo a pagare alla principessa Mathilde una pensione di 200.000 franchi all’anno e non recuperò mai i gioielli. I coniugi furono autorizzati a separarsi nel 1847 per decisione personale dell’imperatore di Russia Nicola I. Mathilde si era già stabilita a Parigi nel 1846, alla fine del regno di Luigi Filippo, con il suo amante conte Emilien de Nieuwerkerke, che aveva conosciuto qualche anno prima a San Donato. Due anni dopo, suo cugino Luigi Napoleone fu eletto Presidente della Repubblica (divenne poi Imperatore). Trovò al suo fianco un ruolo da protagonista. Dal 1848 al 1852, Mathilde servì come padrona di casa all’Eliseo, con il presidente che era ufficialmente single (sebbene in una relazione dal 1846 con Harriet Howard, una donna inglese divorziata). È la prima ad occupare questo ruolo all’Eliseo, essendo suo cugino il primo Presidente della Repubblica. Possiamo dire oggi che Mathilde Bonaparte fu la prima donna ad aver disegnato il ruolo di first lady in Francia (termine che compare molto più tardi con Marguerite Lebrun). Lucida sul mondo, si rese conto di quanto fosse fortunata e si chiese come sarebbe stata la sua vita se suo zio non fosse diventato Napoleone I. Disse spesso: “Senza Napoleone I, venderei arance per le strade di Ajaccio. » Sotto il Secondo Impero e la Terza Repubblica, tenne un popolare salotto letterario a Parigi. Convinta bonapartista, ciò non le impedì di ricevere scrittori di ogni colore politico (Paul Bourget, i fratelli Goncourt, Gustave Flaubert, Tourgueniev, tra gli altri). Nemica del galateo, “accoglieva tutti i suoi visitatori, secondo Abel Hermant, con un atteggiamento senza cerimonie che era l’estrema raffinatezza della condiscendenza e della cortesia. » Nel 1868, Théophile Gautier, con il quale mantenne rapporti amichevoli, divenne il suo bibliotecario. In seguito pubblicò le lettere da lui indirizzate con la collaborazione del nipote conte Giuseppe Primoli. Il fatto di tenere un salotto gli procurava, come si usava allora, le piccole frasi sibilline del dandy. Boni de Castellane, allora giovanissimo, si permise di criticare un suo ritratto, dicendo: “Il suo ritratto, di Benjamin-Constant, le dava l’aspetto di un usciere di teatro a cui mancavano solo il cappello e i fiocchi blu o rosa”. Criticò anche la sua villa di rue de Berri, con questo personalissimo commento: “La sua casa di rue de Berri, tappezzata e arredata alla maniera napoleonica, era orribile”. La principessa Mathilde si sforzò di mantenere stretti legami con la corte russa. Dopo la morte del primo marito e la caduta dell’Impero nel 1870, andò in esilio per un anno in Belgio per poi tornare in Francia. Nel 1879 l’Almanacco di Gotha riportava che aveva sposato segretamente il suo ultimo amante, il poeta Claudio Popelin (1825-1892), cosa che si affrettò a negare. Marcel Proust in gioventù frequentava il salotto della principessa Mathilde nella sua villa privata al 20 di rue de Berri. A quel tempo, c’erano solo pochi ex bonapartisti, ma anche Charles Haas (modello di Charles Swann), Paul Bourget (uno dei modelli di Bergotte), Georges de Porto-Riche, il dottor Samuel Pozzi, il conte Primoli, il conte Benedetti (ex ambasciatore, uno dei modelli di M. de Norpois), Louis Ganderax, o lo Strauss. Il seguente aneddoto basta a descrivere il suo carattere forte: unica di casa Bonaparte rimasta in terra francese dopo il voto sulla seconda legge sull’esilio (giugno 1886), fu invitata, dieci anni dopo, alla cerimonia di ricevimento della coppia imperiale russa alla cappella degli Invalides da Félix Faure, allora ministro. La settuagenaria principessa, un quarto di secolo dopo la caduta dell’impero, restituì il bristol al ministro con queste parole: “Questa carta non mi serve, ho la chiave”, e facendo sapere che sarebbe servita a recarsi liberamente nel luogo cui spettava per eredità il diritto di accesso o che si astenesse del tutto dal presentarsi alla cerimonia. Infine, l’ammiraglio Duperré gli fece uno speciale invito alla cappella dove, la mattina del 7 ottobre 1896, lo attendeva solo il suo inginocchiatoio.”. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 536: Alexandre Florian Joseph Colonna Walewski, conte (principe dal 1866) (Walewice, 4 maggio 1810 – Strasburgo, 27 ottobre 1868). Figlio naturale di Napoleone Bonaparte e di Maria Walewska, prese parte all’insurrezione polacca del 1830. Naturalizzato francese, combatté in Algeria come ufficiale della Legione straniera francese e successivamente iniziò la carriera diplomatica. Si dedicò in ugual misura alla letteratura e al giornalismo, pubblicando “Una parola sulla questione d’Africa” nel 1837 e “L’alleanza inglese” nel 1838. Fondò il giornale Le Messager. Fu ambasciatore a Firenze nel 1849, a Napoli nel 1850, a Madrid nel 1851 e a Londra nel 1851. Fu ministro degli affari esteri dal 7 maggio 1855 al 4 gennaio 1860. Oppositore di Napoleone III sulla questione italiana, diede le dimissioni ma ottenne il ministero di Stato e la direzione dell’Académie des beaux-arts. Fu eletto deputato nelle Landes. Presiedette il corpo legislativo dal 1865 al 1867 e venne creato principe dal cugino imperatore nel 1866. Morì all’età di 58 anni per un ictus mentre si trovava a Strasburgo; fu poi seppellito a Parigi nel cimitero del Père-Lachaise.
Onorificenze
Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Nera (Prussia)
Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia) 20 dicembre 1855
Senatore di Gran Croce del Sacro Imperiale Angelico Ordine Costantiniano di San Giorgio (Ducato di Parma)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Virtuti Militari (Polonia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata 1859

Arc. 1385: Alexandre Florian Joseph Colonna Walewski, conte (principe dal 1866) (Walewice, 4 maggio 1810 – Strasburgo, 27 ottobre 1868). Figlio naturale di Napoleone Bonaparte e di Maria Walewska, prese parte all’insurrezione polacca del 1830. Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris.

Arc. 2654: Jerome Napoleon Bonaparte II in uniforme da Tenente dell’8° Reggimento Cacciatori d’Africa (Baltimora 5 novembre 1830 – Prides Crossing 3 settembre 1893). Era nato a Baltimora, nel Maryland, il 5 novembre 1830. Era il figlio maggiore del franco-americano Jérôme Napoléon Bonaparte (1805–1870) e sua moglie, Susan May Williams (1812–1881). Suo fratello minore era Charles Joseph Bonaparte, che prestò servizio come Procuratore Generale degli Stati Uniti e Segretario della Marina sotto Theodore Roosevelt. I suoi nonni paterni erano Jérôme Bonaparte, che regnò come re di Westfalia dal 1807 al 1813, e la sua prima moglie, l’erede americana Elizabeth Patterson Bonaparte. Tramite suo nonno, era pronipote dell’imperatore Napoleone, morto nel 1821. I suoi nonni materni erano Sarah (nata Copeland) Morton Williams e Benjamin Williams, che aiutarono a fondare la Baltimore and Ohio Railroad, la prima compagnia ferroviaria negli Stati Uniti. Bonaparte entrò nell’Accademia militare degli Stati Uniti a West Point nel 1848 e si diplomò 11° nella classe del 1852. Dopo la laurea, fu Sottotenente e prestò servizio in Texas con il reggimento dei fucilieri a cavallo. Bonaparte si dimise dall’esercito degli Stati Uniti nell’agosto del 1854 per prestare servizio nell’esercito del suo primo cugino l’imperatore Napoleone III. Poche settimane dopo, fu nominato luogotenente dei dragoni nell’esercito francese. Combatté nella guerra di Crimea, in Algeria, nella campagna italiana e nella guerra franco-prussiana, arrivando al grado di tenente colonnello. Per i suoi servizi, ricevette la decorazione dell’Ordine Medjidie da Abdulmejid I, Sultano di Turchia, la Medaglia di Crimea dalla regina d’Inghilterra, e fu nominato Cavaliere della Legion d’onore. Dopo l’assedio di Parigi, Bonaparte lasciò l’esercito francese e tornò a casa negli Stati Uniti. Al suo ritorno negli Stati Uniti, sposò Caroline Le Roy Appleton Edgar (1840-1911), figlia di Samuel e Julia Appleton e vedova di Newbold Edgar. Caroline era anche la nipote dello statista americano Daniel Webster. Se la sua famiglia non fosse stata esclusa, sarebbe stato il primo nella successione di Bonaparte dal 1873, e ci sarebbe riuscito nel 1879. Bonaparte morì il 3 settembre 1893 a Prides Crossing, Massachusetts. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Grand’Ufficiale della Legion d’onore
Medaglia inglese della Guerra di Crimea (Regno Unito)
Cavaliere di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)

Arc. 1327: Jérôme Napoléon “Bo” Bonaparte (Camberwell, 5 luglio 1805 – Baltimora, 17 giugno 1870). Bonaparte è nacque nel 1805 a Camberwell Grove, Camberwell Londra, ma visse negli Stati Uniti con la sua ricca madre americana, Elizabeth. Il matrimonio di sua madre era stato annullato per ordine dello zio di Jérôme, Napoleone I. L’annullamento causò la revoca del suo diritto di portare il nome Bonaparte, anche se la sentenza fu successivamente revocata da suo cugino, Napoleone III. Si ipotizza che il potenziale titolo di Jérôme sia un motivo per cui l’11 ° Congresso degli Stati Uniti nel 1810 propose l’emendamento sui titoli di nobiltà alla Costituzione degli Stati Uniti che privava un americano della cittadinanza se avesse accettato un titolo di nobiltà da una nazione straniera. L’emendamento non fu mai stato approvato e all’epoca mancava l’approvazione di due sole legislature statali. Si laureò al Mount St. Mary’s College (ora Mount St. Mary’s University) nel 1817 e in seguito conseguì una laurea in giurisprudenza ad Harvard, ma non finì per esercitare la professione di avvocato. Fu un membro fondatore del Maryland Club, di cui fu il primo presidente. Nel novembre 1829 Jérôme Napoleon sposò Susan May Williams, un’erede di Baltimora, ed è da loro che discese la linea americana della famiglia Bonaparte. Ebbero due figli: Girolamo Napoleone Bonaparte II (1830–1893), che prestò servizio come ufficiale negli eserciti sia degli Stati Uniti che della Francia, e Carlo Giuseppe Bonaparte (1851–1921), che divenne procuratore generale e segretario degli Stati Uniti della Marina, e creò anche il Bureau of Investigation, che fu poi ribattezzato Federal Bureau of Investigation. Jérôme Napoleon si rifiutò di aspettare un matrimonio combinato con una principessa europea, optando invece per la fortuna di 200.000 dollari che Susan aveva portato al matrimonio. Nel tentativo di eguagliare la dote dell’erede della ferrovia, il nonno materno dello sposo, William Patterson, uno degli uomini più ricchi del Maryland, regalò alla coppia Montrose Mansion come regalo di nozze. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3227: Luigi Luciano Bonaparte (Thorngrove, 4 gennaio 1813 – Fano, 3 novembre 1891). Era figlio di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone I Bonaparte, e della di lui seconda moglie Alexandrine de Bleschamp. Nacque durante il periodo di “cattività” inglese del padre. Dopo il primo anno di vita di Luigi Luciano, la famiglia si ritrasferì in Italia, a Canino (provincia di Viterbo). Egli crebbe quindi in Italia. Studiò ad Urbino presso il collegio dei gesuiti e quindi si dedicò allo studio della mineralogia e della chimica. Nel 1832 sposò la figlia di uno scultore fiorentino, Maria Cecchi (1812 – 1891), ma il matrimonio non fu felice ed i due si lasciarono nel 1850. Egli partecipò alla prima ‘Riunione degli Scienziati Italiani’ a Pisa e la sua prima opera, tutta su temi scientifici, fu pubblicata in Italia. Il suo primo lavoro sui linguaggi d’Europa, il Specimen lexici comparativi, fu anch’esso pubblicato in Italia, a Firenze nel 1847. Questo cambiamento di interessi non è naturale ma Luigi Luciano Bonaparte non fu certo l’unico studente che, alla sua età e dopo aver seguito una determinata disciplina scolastica, si interessò ai problemi delle lingue moderne. In effetti, lo studio delle lingue moderne, a differenza di quello delle antiche, era molto poco diffuso nelle università degli studi nella metà del XIX secolo. Dopo la caduta di Luigi Filippo nel 1848, Luigi Luciano percorse una breve carriera nella Seconda Repubblica francese. Eletto rappresentante della Corsica nella Assemblea Costituente, vide annullata la sua elezione, ma nel 1849 fu eletto membro della Assemblea Legislativa per il dipartimento della Senna. Dopo la proclamazione del Secondo Impero francese, fu nominato senatore. Il cugino Napoleone III lo autorizzò ad usare il titolo di principe e quello di Altezza. La sua attività nella cosa pubblica fu tuttavia molto limitata. Luigi Luciano si trasferì a Londra all’inizio degli anni ’50, stabilendosi al 6-8 di Norfolk Terrace, che divenne la sua residenza principale per il resto della sua vita. Stabilitosi a Londra, vi pose radici sociali e professionali. Egli contava fra i suoi amici persino William Ewart Gladstone e frequentò pure la regina regnante Vittoria, con la quale pranzò presso il Castello di Windsor in parecchie occasioni. Tuttavia la maggior parte delle persone frequentate da Luigi Luciano condividevano il suo interesse per le lingue. Egli fu membro di numerose società culturali, compresa la Società Filologica, contribuendo anche alle loro pubblicazioni. Fu eletto membro dell’Athenaeum Club di Londra nel 1866. Egli mantenne corrispondenza e collaborò con il fonologo Alexander John Ellis e con il lessicografo James Murray, editore dell’Oxford English Dictionary. Egli mantenne inoltre contatti continui con molti traduttori della Bibbia, i lavori di molti dei quali furono stampati a sue spese. Ricevette nel 1854 la laurea honoris causa dall’Università di Oxford e nel 1883 gli fu riconosciuta una pensione per i suoi studi sui dialetti inglesi. Nel 1891, subito dopo la morte della sua prima moglie Maria Anna Cecchi (†17 marzo), sposò la convivente Marie Clémence Richard, vedova Grandmontagne, dalla quale trentacinque anni prima aveva avuto un figlio, Luigi Clodoveo. Tuttavia, meno di cinque mesi dopo, Luigi Luciano moriva in Italia, a Fano. La sua salma fu traslata in Inghilterra ed inumata nel Cimitero Cattolico di St. Mary’s a Kensal Green, nel nord-ovest di Londra. Fotografia CDV. Fotografo: J. Gurney & Son – New York.

Arc. 2654: Joseph Lucien Charles Napoléon Bonaparte, 3° Prince of Canino e Musignano (Philadelphia, 12 February 1824 – Roma, 2 September 1865). Nacque a Filadelfia come figlio di Charles Lucien Bonaparte e di sua moglie (e cugina), Zénaïde Bonaparte. Alla morte di suo nonno Joseph Bonaparte nel 1844, Joseph Lucien ereditò la tenuta a Point Breeze a Bordentown, nel New Jersey. Joseph Lucien non mantenne le proprietà e mise invece Point Breeze all’asta nel 1847. Fu acquistato dall’uomo d’affari Thomas Richards, che era uno dei fondatori della Jackson Glass Works a Batsto, nel New Jersey. Joseph Lucien succedette a suo padre come 3° Principe di Canino e Musignano alla sua morte il 29 luglio 1857. Dopo la morte di Joseph Lucien all’età di 41 anni a Roma, suo fratello Lucien gli succedette come 4° Principe di Canino e Musignano. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 3285: Lucien-Louis-Joseph-Napoléon Bonaparte, italianizzato in Luciano Luigi Giuseppe Napoleone Bonaparte, principe di Canino e di Musignano (Roma, 15 novembre 1828 – Roma, 19 novembre 1895). Lucien-Louis-Joseph-Napoléon Bonaparte nacque il 15 novembre 1828, nella città di Roma, allora facente parte dello Stato Pontificio. Era figlio di Carlo Luciano Bonaparte e della di lui cugina principessa Zénaïde Laetitia Julie Bonaparte. Sua madre era figlia di Giuseppe Bonaparte, ex Re di Napoli e di Spagna, e fratello maggiore di Napoleone Bonaparte. Venne battezzato dal suo prozio, il cardinale Joseph Fesch. Il suo padrino fu suo cugino Louis-Napoléon Bonaparte, futuro imperatore Napoleone III. Fin da piccolo mostrò di essere una persona buona e gentile, e soprattutto sviluppò una forte vocazione spirituale. Per ciò, dopo aver compiuto gli studi primari, cominciò gli studi ecclesiastici di teologia nel marzo 1854. Decidendo la via del sacerdozio, rinunziò al suo titolo di principe di Canino e Musignano. Venne ordinato presbitero il 13 dicembre 1857 a Roma, da Papa Pio IX. Gli venne affidato l’incarico di vicario parrocchiale della Basilica di Santa Maria in Via Lata a Roma. Pur risiedendo a Roma, era comune che andasse in visita a Parigi, dove Napoleone III trasferì la sua famiglia. Pur essendo umile e profondamente religioso, volle affrontare la vita con carità e senza cercare onori ed alti uffici, ma la sua nobile origine gli fu di ostacolo: Napoleone III lo nominò elemosiniere della corte imperiale, e Papa Pio IX ciambellano segreto. Come cugino dell’imperatore non poté rifiutarsi di accettare tale dignità. Nel 1867, le truppe francesi salvarono (per l’ultima volta) l’esistenza dello Stato Pontificio contro gli attacchi della Monarchia Sabauda. Napoleone III, in cambio dell’aiuto prestato, chiese la nomina cardinalizia dell’arcivescovo di Parigi Georges Darboy, ma il Papa Pio IX era contrario a causa delle sue opinioni sul dogma dell’infallibilità papale. Per sbloccare la situazione, il Papa decise di concedere la berretta all’umile parroco Bonaparte, che non era nemmeno insignito della dignità episcopale, appena quarantenne. Venne creato cardinale nel concistoro del 13 marzo 1868 da Papa Pio IX, ricevendo la berretta rossa ed il titolo presbiterale di Santa Pudenziana il 16 marzo 1868. Partecipò al Concilio Vaticano I, che si svolse dal 1869 al 1870. Venne nominato camerlengo del Sacro Collegio dei Cardinali il 28 gennaio 1876, e mantenne la carica fino al 12 marzo 1877. Partecipò anche al conclave del 1878 che elesse al soglio pontificio Papa Leone XIII. Decise di optare per il titolo presbiterale di San Lorenzo in Lucina il 19 settembre 1879. Il cardinale morì il 19 novembre 1895 alle 12:20, per una sincope, a Roma, all’età di 67 anni. La sua salma venne esposta nella sua chiesa titolare, dove si svolse anche il suo funerale, e sepolta nella tomba della famiglia Primoli nel Cimitero di Campo Verano a Roma donde, qualche anno dopo, fu traslata nella Basilica di Santa Pudenziana, suo primo titolo cardinalizio. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.

Arc. 2653: Charlotte Honorine Joséphine Pauline Bonaparte (4 marzo 1832 – 10 settembre 1901). Era la quinta dei dodici figli di Zénaïde Laetitia Julie Bonaparte, principessa di Canino e Musignano, figlia maggiore di Joseph Bonaparte e Julie Clary. Il marito di Zénaïde, Charles Lucien Bonaparte, era figlio di Lucien Bonaparte e quindi suo cugino di primo grado. Carlotta sposò Pietro Primoli, conte di Foglia (1820-1883). Suo figlio Giuseppe Primoli fu un collezionista d’arte italiano, bibliofilo e pioniere della fotografia a Roma. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 2289: Pietro Primoli conte di Foglia con il figlio Giuseppe (1820 – 1883). Nel 1816 Luigi Primoli, che possedeva beni in Sabina, ottenne il titolo di Conte di Foglia da S.S. Pio VII. La famiglia è iscritta nell’Elenco Ufficiale Nobiliare Italiano del 1933, col titolo di Conte di Foglia. Suo figlio Pietro Primoli (1820-1883), sposa il 4 ottobre 1848 Carlotta Bonaparte (1832-1901), dalla quale ebbe 2 figli Giuseppe e Luigi. La discendenza di Carlotta dai Bonaparte era duplice: infatti suo padre Carlo Luciano, principe di Canino, era figlio di Luciano, mentre sua madre, Zenaide Bonaparte, era figlia di Giuseppe Re di Napoli e poi di Spagna. Dopo la nascita del figlio Giuseppe Primoli, la famiglia, che risiedeva a Roma presso il Palazzo Primoli, sede attuale della Fondazione Giuseppe Primoli, di legittima proprietà sin dagli anni 1820 – 1828, si trasferì dal 1853 fino al 1870 a Parigi. Giuseppe Primoli, invece, tornò più volte a Roma, finché non stabilì definitivamente la sua residenza presso il Palazzo romano familiare. Suo figlio Giuseppe Primoli fu un collezionista d’arte italiano, bibliofilo e pioniere della fotografia a Roma. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 3417: Antoine Bonaparte (Frascati, Nacque a Frascati, in Italia, dove suo padre aveva acquistato la Villa Tuscolana, il 30 ottobre 1816. Inizialmente visse in Italia, poi, dopo un soggiorno negli Stati Uniti (1832), si stabilì nello Stato Pontificio, dove si dedicò alla viticoltura. Fu infine espulso per il suo coinvolgimento nei movimenti liberali e fece ritorno in Francia. Il 15 ottobre 1849 fu eletto deputato per il dipartimento dell’Yonne grazie a una coalizione di conservatori contro due candidati repubblicani. Sedette a destra e votò con la maggioranza monarchica. Appoggiò le azioni del cugino, Luigi Napoleone Bonaparte, ma non fu coinvolto nelle politiche perseguite sotto il Secondo Impero e, inoltre, non fu mai accettato a corte. Morì a Firenze il 27 marzo 1877. Il 9 luglio 1839 sposò Carolina Maria Anna Cardinali (1823-1879), figlia di un avvocato lucchese; non ebbero figli. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.

Arc. 2653: Julie Charlotte Pauline Bonaparte marchesa di Roccagiovine (Roma, 1830 – Roma, 1900). Diede vita a un proprio circolo letterario, dapprima a Parigi, e poi a Roma e a Mandela, nei pressi della Città Eterna; qui ospitò, nella stagione estiva, i suoi amici intellettuali ed artisti europei, oltre agli artisti che si spostavano per l’Italia per il loro Grand Tour, in particolare i direttori e gli ospiti della Accademie de France a Roma. Dopo la sua morte il suo diario, che aveva così meticolosamente arricchito di tante notizie e preziosi dettagli, divenne di evidente interesse storico. Molti fatti importanti e molte persone famose vi erano raccontati, e la Marchesa Giulia lasciò note e descrizioni spiccate dal suo particolare punto di vista su politici, artisti e intellettuali del suo tempo, sia di Roma che di Parigi (visse alla corte dell’Imperatore Napoleone III, suo cugino). La sua istruzione, la sua educazione, il suo essere al contempo la figlia e la nipote di importanti intellettuali anglofili di Casa Bonaparte (fratelli e nipoti di Napoleone), influenzò le sue attività e la sua vita. Suo padre, Carlo Luciano, fu uno scienziato internazionalmente riconosciuto, con molte pubblicazioni al suo attivo (anche negli Stati Uniti), ed è tuttora di grande notorietà accademica per i suoi studi comparativi di zoologia e botanica. Cresciuto in Italia, qui si erse a politico liberale in favore della Repubblica Romana, malgrado la posizione ufficiale francese (il Papa era alleato del Re di Francia); dopo la sconfitta dell’Esercito Repubblicano, riparò per qualche tempo in Inghilterra sinché non gli fu consentito di rimpatriare in Francia, ove fu nominato Direttore del prestigioso Jardin des Plantes (giardino botanico) di Parigi. Presto fu nominato anche membro straniero della Real Accademia Svedese delle Scienze. Carlo Luciano era figlio di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, anche lui un politico e un uomo di lettere, che pubblicò lavori sull’arte Etrusca e dell’Antica Roma; rifiutò di divorziare da sua moglie Alexandrine de Bleshamps quando Napoleone glielo chiese al fine di organizzare un matrimonio combinato a fini diplomatici. Mentre provava a eclissarsi negli Stati Uniti, fu catturato dagli Inglesi e condotto in Gran Bretagna, ove da allora in poi condusse una attiva vita letteraria e pian piano si riconobbe anglofilo. La madre di Giulia, Zénaïde, Principessa di Francia, Canino e Musignano, era la primogenita di Giuseppe Bonaparte e Julie Clary. Giuseppe fu Re di Napoli e in seguito anche di Spagna, e fece costruire uno dei più belli e importanti giardini paesaggistici degli Stati Uniti, a Point Breeze, vicino a Philadelphia. Anche Giuseppe, infatti, partì per gli Stati Uniti dopo la cattura di Napoleone da parte degli Inglesi, ma volle vivervi una sua vita indipendente, lontano dalla politica del Vecchio Continente. A Roma, ove si trovava anche suo fratello Luciano, Cardinale presbitero di Santa Pudenziana e di San Lorenzo in Lucina, Julie, ormai già quasi del tutto Giulia, sposò il Marchese romano Alessandro Gaetano Carlo del Gallo di Roccagiovine, la sede del cui titolo era a Mandela. Le terre di Mandela e le sue campagne erano considerate una delle nuove vedute ideali per la pittura del 18° secolo, e tali le consacrò il pittore tedesco Jacob Phillip Hackert (1737-1808) nelle sue dieci vedute dell’agro intorno alla villa di Orazio, campagne che Corot, Goethe e Lord Byron vennero a vedere, ritrarre o descrivere in versi e altri scritti. Giulia e suo marito Alessandro cintarono con querce, cipressi e ippocastani le vedute ideali amate da Hackert, trasformandole in parchi naturalmente paesaggistici di stile inglese, secondo la moda lanciata da Capability Brown. Costruirono anche un bosco romantico con sentieri e spazi aperti, nonché il suo speciale microclima per il diletto estivo. Tutto ciò è ancora oggi disponibile al godimento dei visitatori. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 2652: Letizia Cristina Bonaparte Wyse (1804 – 1871). Nipote di Napoleone Bonaparte, cugina di Napoleone III, seconda di nove figli di Luciano e Alexandrine Bleschamp, è stata una delle più irrequiete discendenti dei principi di Canino. Nacque a Milano nel 1804, tuttavia questa principessa ebbe dei legami sia con Viterbo che con la Tuscia, infatti, trascorse la sua giovinezza a Canino e nelle proprietà dei Bonaparte tra Vulci e Musignano; a 17 anni si sposò con un gentiluomo irlandese, che in seguito divenne ambasciatore britannico ad Atene, tale sir Thomas Wyse di 13 anni più grande di lei, in questa occasione suo padre, il principe Luciano, le diede in dote dei gioielli di famiglia e la palazzina conosciuta come il Casino di Viterbo, appena fuori Porta Fiorentina, dove oggi c’è l’Hotel Nibbio. Qui gli sposi vi abitarono per circa 4 anni, nel 1822 a Roma nacque il primo figlio Napoleone Alfredo, detto “Nappo”, nel 1825 si trasferirono in Irlanda a Waterford, il marito si dedicò alla vita politica ed alla carriera diplomatica tanto che, in seguito, divenne ambasciatore britannico ad Atene. La coppia nel 1826 ebbe un secondo figlio William Carlo. Il matrimonio terminò nel 1828, i due vissero separati ma non divorziarono Letizia lasciò i figli al marito per andare a vivere a Londra, ed ebbe tre figli da altri uomini. Dal capitano dell’armata britannica Studholme John Hodgdson ebbe nel 1831 una figlia detta “Studholmina” la chiamò Maria Letizia, portò i cognomi della madre e del marito di lei, ed ereditò l’avvenenza, bellezza e leggerezza morale. Questa ragazza si sposò e restò vedova per tre volte diventando contessa de Solms, contessa Rattazzi, e marchesa De Rute. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2652: Letizia Cristina Bonaparte Wyse (1804 – 1871). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2450: Lucien Napoléon Bonaparte-Wyse ( Parigi, 13 gennaio 1844 – Tolone, 15 giugno 1909). Lucien Napoléon Bonaparte-Wyse si unì alla marina e all’Accademia navale. Il 1 agosto 1862 fu nominato Guardiamarina di 2^ classe e di 1^ classe nel 1864, e come Tenente al servizio della Francia, ufficiale di marina a bordo della nave Amphion, con base a Tolone, nel luglio 1870. Divenne membro della Società Geografica nel 1866. Durante la riunione del 22 gennaio 1869, presentò alla Società Geografica i risultati di un viaggio che fece tra Valparaiso e Buenos Aires attraverso le Ande. Dopo la guerra franco-tedesca del 1870, si stabilì a Tunisi dove iniziò ad allevare cavalli purosangue, senza rinunciare alla sua carriera in marina. Nel 1874 inviò alla Società Geografica un rapporto sul suo viaggio in Tunisia. Nel giugno 1876, suo cognato, il generale Stefano Türr e Antoine (o Arnaud) de Gorgonza, un commerciante francese, ottennero una prima concessione per la costruzione di un canale nella provincia di Panama dal governo degli Stati Uniti della Colombia. Per trovare fondi per finanziare una spedizione di ricerca sull’istmo di Darien, il 19 agosto 1876 fu creata la “Società civile internazionale del canale interoceanico dell’istmo di Darien”. Presieduto dal generale Étienne Türr, contava tra i suoi membri Ferdinand de Lesseps. Questa società inviò una Commissione Scientifica per l’Esplorazione dell’Istmo composta da un gruppo di ingegneri guidati da Lucien-Napoléon Bonaparte-Wyse per esplorare le varie possibili rotte per la futura perforazione del Canale di Panama tra il 1876 e il 1879. Effettuò due viaggi a Panama con Armand Reclus per studiare la fattibilità del progetto del canale interoceanico. Studiò sette progetti che ha descrisse nelle sue lettere alla Società Geografica. Incaricato dalla “Società Civile Internazionale del Canale Interoceanico”, firmò il 23 marzo 1878 con il Presidente Aquileo Parra il contratto di concessione del canale, contratto valido per 99 anni denominato “Concessione Wyse” adottato con Legge 28 del 18 maggio 1878. Questa concessione autorizzò l’azienda a scavare e goderne. Lesseps acquistò un opzione di 10 milioni di franchi su questo contratto. Dopo la riunione di un Congresso Internazionale di studi per la perforazione del canale interoceanico nel maggio 18798 per convalidare il progetto del canale interoceanico di Panama e la creazione della “Compagnia Universale del canale interoceanico di Panama” nel 1880, questa acquistò il 5 luglio i diritti della concessione Wyse alla Società Civile Internazionale del Canale Interoceanico. Lo scandalo di Panama fu causato dallo scioglimento della Compagnia Universale il 2 febbraio 1889, pronunciato dal tribunale civile della Senna, che nominò liquidatore Joseph Brunet. L’ultima assemblea generale degli azionisti della Universal Company si svolse il 26 gennaio. Il 12 ottobre Joseph Brunet istituì una commissione per esaminare la ripresa dei lavori di perforazione per il Canale di Panama. Nel febbraio 1890, la Colombia accettò di estendere la concessione del canale. Lucien Bonaparte-Wyse organizzò una missione nel 1890-1891 e disegnò una pianta del Canale di Panama con 6 chiuse. Lucien Napoléon Bonaparte-Wyse scrisse le sue memorie per dimostrare agli investitori che il progetto era realizzabile. Gli Stati Uniti ottennero la concessione dal trattato Hay-Bunau-Varilla nel 1903 dopo la rivolta della popolazione di Panama contro la Colombia e completarono la realizzazione del canale. Wyse morì a Cap Brun a Tolone il 15 giugno 1909 all’età di 65 anni. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc 2651: Cristina Bonaparte principessa di Canino (1842 – 1907). Moglie di Napoleone Carlo Bonaparte, terzo figlio di Carlo Lucien Bonaparte, 2° Principe di Canino. Nata Maria Cristina Ruspoli nel 1842, era figlia di Giovanni Nepomucene Ruspoli, 5° Principe di Cerveteri. Ha sposato Napoleone Carlo Bonaparte a Roma il 25 novembre 1859. Il loro matrimonio ha prodotto tre figlie. Suo marito alla fine successe ai suoi fratelli maggiori e divenne il 5° Principe di Canino e Musignano nel 1895. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 1863: Pierre Napoleon Bonaparte (Roma, 11 ottobre 1815 – Parigi, 9 agosto 1881). Pierre nacque poco dopo che al padre era stato conferito da papa Pio VII il titolo di principe romano di Canino. Ragazzo di difficile controllo, poco equilibrato ed attaccabrighe, fece studi mediocri presso i gesuiti di Urbino. Egli fu fortemente scosso dalla morte del fratello Paolo Maria (1808-1827), ufficiale della marina britannica, e da quello della sorella Giovanna, marchesa Honorati, (1807-1829). Partecipò nel 1831, insieme ai cugini Luigi Bonaparte II (1804-1831) e Luigi Napoleone (1808-1873) all’insurrezione della Romagna. Catturato dai gendarmi pontifici, evase e cercò di unirsi ai suoi amici rivoluzionari toscani ma nel gennaio del 1832 dovette fuggire negli Stati Uniti, ove trovò alloggio presso lo zio Giuseppe Bonaparte (1768-1844) a Point-Breeze. Si recò quindi in Colombia a combattere sotto il comando del generale Santander, ma, ammalatosi, ritornò in Italia, venne arrestato e rinchiuso a Castel Sant’Angelo. Liberato, fu nuovamente arrestato come sospetto carbonaro (Canino, 3 maggio 1836): opponendosi all’arresto, uccise il capo dei gendarmi e venne a sua volta ferito. Condannato alla pena capitale, papa Gregorio XVI mutò la pena nell’espulsione ed negli tornò negli Stati Uniti, ove ritrovò il cugino Luigi Napoleone con il quale si azzuffò in una strada di New York, uccidendo un passante. Espulso dagli Stati Uniti, tornò in Europa e si trasferì a Corfù, da dove fu costretto a fuggire dopo uno scambio di fucilate con alcuni albanesi. Dal 1838 al 1848 visse con la sua amante, Rose Hesnard, alla Ferme de Mohimont, a Daverdisse, nelle Ardenne del Belgio, senza dare particolare segno di sé. Nel 1848 rientrò precipitosamente in Francia, poi in Corsica, ove fu eletto deputato all’Assemblea Costituente della Seconda Repubblica. Tuttavia, poco interessato alla politica, e costretto ad allontanarsi da Parigi a causa di un violento alterco con il deputato Gastier, chiese l’arruolamento nell’esercito come comandante di battaglione, sostenendo di aver già combattuto con quel grado in Colombia. Fu quindi arruolato nella Legione Straniera e combatté valorosamente in Algeria, partecipando all’assedio di Zaatcha finché, cinque giorni dopo, decise, senza autorizzazione dei superiori, di lasciare il corpo militare e rientrare a Parigi. Non subì per questo provvedimenti, grazie al fatto di essere cugino del principe-presidente (Napoleone III), salvo che la destituzione dal grado (19 dicembre 1849). Tuttavia non riuscì ad ottenere dal cugino imperatore la posizione di console da lui richiesta. Nel 1853 il cugino Napoleone III conferì a Pierre il titolo nobiliare di Principe. Nel 1852 morì l’amante Rose Hesnard e Pierre conobbe subito dopo la figlia di un operaio di fonderia parigino, Eléonore-Justine Ruffin (1831-1905), che egli soprannominò Nina, e con la quale andò a vivere in Corsica alla Grotta Niella, vicino a Calvi. Qui la coppia incontrò un vecchio precettore di Pierre, l’abate Casanova, che accettò di benedirne l’unione, senza effetti civili. Là Nina diede alla luce un figlio e, dopo un trasloco a Calenzana, persuase Pierre a ritornare nel continente ove Nina partorì una figlia, nell’antica abbazia belga di Orval, dopo di che tutta la famiglia si trasferì a Parigi. Il 2 ottobre 1867 il sindaco belga di Lacuisine, nella villa des Epioux, sposò civilmente la coppia ma la pratica fu talmente mal condotta che il cugino Napoleone III si rifiutò di far riconoscere il matrimonio in Francia, vietando inoltre a Pierre l’uso del suo secondo nome, Napoleone. Il 10 gennaio 1870 Pierre uccise a revolverate un giornalista, redattore del quotidiano La Marseillese, Victor Noir (pseudonimo di Yvan Salmon), recatosi a casa di Pierre con un collega, che aveva scambiato per l’inviato di Henri Rochefort, un nobile da lui sfidato a duello. Mentre Pierre era in carcere alla Conciergerie, gli amici del defunto inscenarono manifestazioni anti-bonapartiste che ebbero il loro culmine durante i funerali dell’ucciso, svoltisi il 12 gennaio a Neuilly. Presenziarono allora 100.000 persone con il Rochefort in testa. Si ebbe un tentativo di marcia su Parigi da parte di esponenti del movimento operaio e le autorità, con l’avallo di Napoleone III, disposero uno sbarramento militare contro tale eventualità. Il 21 marzo 1870 si riunì l’Alta Corte di Giustizia, unico tribunale abilitato a giudicare un membro della famiglia dell’Imperatore. A Pierre fu riconosciuta la legittima difesa, ma fu comunque condannato a corrispondere una pensione ai genitori dell’ucciso ed a pagare le spese processuali. Napoleone III scrisse al cugino invitandolo a lasciare la Francia, ma Pierre non se ne diede per inteso. Con la caduta del II impero e l’esilio di Napoleone III (1870), a Pierre venne meno la potente protezione; la sua casa di Parigi fu incendiata dai comunardi ed egli, con la famiglia, fece ritorno in Belgio nella casa di Epioux. Il 14 novembre 1871 fu celebrato presso il consolato francese di Bruxelles, questa volta con formalità ineccepibili, il matrimonio fra Pierre e la convivente Eléonore-Justine Ruffin, così come fu sistemata la situazione giuridica dei figli. Dopo di che la moglie Eléonore si trasferì a Londra ove aprì un negozio di alta moda, ma dopo non molto rientrò a Parigi per occuparsi definitivamente dell’educazione dei figli, fino al momento trascurata. Pierre, sofferente di diabete e d’idropisia, si trovò un’altra amante, certa Adele Dideriche, dalla quale ebbe nel 1873 un figlio, deceduto poi in tenera età. Seguendo l’esempio dei genitori, si mise a scrivere versi dilettanteschi ma la sua situazione economica era ormai divenuta precaria, costringendolo a sollecitare la generosità dei nipoti e, nel 1877, chiese di poter rientrare in Francia. Accontentato, si stabilì a Versailles ove morì. La sua salma fu inumata al Cimetière des Gonards, Liberi Muratori del Grande Oriente-Loggia Bonaparte di Parigi. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2450: Principessa Cristina Bonaparte. Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.

Arc. 2649: Luciano Carlo Giuseppe Napoleone Murat, prince Français, principe di Napoli, II principe di Pontecorvo, III principe Murat (Milano, 16 maggio 1803 – Parigi, 10 aprile 1878). Era il secondogenito maschio di Gioacchino Murat (1767 – 1815) e di Carolina Bonaparte (1782 – 1839), sorella di Napoleone Bonaparte. Crebbe a Napoli ove il padre era re, posto in trono dal cognato Napoleone Bonaparte (1808) in sostituzione di Giuseppe, fratello maggiore dell’imperatore, posto sul trono spagnolo. Dopo la perdita del trono (e della vita) da parte del padre, seguì la madre Carolina a Trieste e Venezia e nel 1824 s’imbarcò per gli Stati Uniti d’America per raggiungervi lo zio Giuseppe ed il fratello Achille, ma la nave su cui viaggiava fece naufragio ed egli fu condotto prigioniero in Spagna. Liberato, raggiunse gli Stati Uniti ove, il 18 agosto 1831, sposò a Trewton (New Jersey) Caroline Georgina Fraser (Charleston, 1810 – Parigi, 1879). A causa di alcuni fallimenti negli affari si ridusse ad una situazione economica precaria, avendo come unica risorsa una scuola per giovani signorine tenuta dalla moglie. Tornò due volte in Francia, nel 1839 e nel 1844, per poi stabilirvisi definitivamente nel 1848, allorché venne eletto deputato dell’Assemblea Costituente per il dipartimento francese di Lot e l’anno successivo deputato all’Assemblea Legislativa e membro del Comitato per gli Affari Esteri. Il 3 ottobre 1849 fu nominato Ministro plenipotenziario a Torino, carica che ricoprì per un anno. Fu quindi scelto come colonnello della Guardia Nazionale per la Banlieue di Parigi. Diventato senatore a seguito del colpo di Stato del 2 dicembre 1851, condotto dal cugino e Presidente eletto Luigi Napoleone, ottenne dal medesimo, diventato nel frattempo imperatore, il titolo di Principe nel 1853. Massone, insignito del 33º grado del Rito scozzese antico ed accettato, l’indomani del colpo di Stato del 1851, i dignitari del Grande Oriente di Francia Berville e Desanlis, per salvare l’Obbedienza, proposero a Napoleone Luciano di diventarne Gran Maestro, carica che egli accettò e che tenne dal 1852 al 1861. Fece votare la Costituzione del 1854 che dava al Gran Maestro ampi poteri e creò la Società civile per l’edificazione del Tempio della Massoneria francese. Nel 1859 il principe Murat entrò in disaccordo con la maggioranza dei membri del Grande Oriente a proposito dell’Unità d’Italia e del potere temporale del Papa. A seguito di alcuni incidenti e su richiesta di Napoleone III, si dimise dalla carica di Gran Maestro il 29 luglio 1861 e gli successe il maresciallo Magnan. Il base agli Accordi di Plombières, discussi da suo cugino Napoleone III e Camillo Benso, conte di Cavour, era stata balenata l’idea di affidargli,in caso di vittoria, la Corona del Regno delle Due Sicilie. Tuttavia i convulsi eventi che seguirono la Seconda Guerra d’Indipendenza e i termini dell’armistizio di Villafranca sancirono il naufragio del progetto dell’Imperatore dei francesi di sostituire l’influenza d’Oltralpe a quella austriaca sulla penisola italiana. Fotografia CDV. Fotografo: Frank – Paris.

Arc. 2651: Caroline Georgina Fraser (1810-1879). Fu moglie di Luciano Carlo Giuseppe Napoleone Murat, prince Français, principe di Napoli, II principe di Pontecorvo, III principe Murat (Milano, 16 maggio 1803 – Parigi, 10 aprile 1878). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Arc. 2177: Joachim Joseph Napoléon Murat IV principe Murat e III principe di Pontecorvo (Bordentown, 21 giugno 1834 – Château de Chambly, 23 ottobre 1901). Joachim Joseph era il figlio maggiore del principe Lucien Murat (1803-1878) e Caroline Fraser (1810-1879). Nel 1847 ereditò il titolo di cortesia di Principe di Pontecorvo quando suo padre divenne III Principe Murat, alla morte dello zio Achille Murat (1801-1847). Dopo la rivoluzione del 1848, si arruolò, all’età di 18 anni, nell’esercito francese nel 3° reggimento di cacciatori africani. Partecipò alle spedizioni in Cabilia e nel sud della provincia di Costantino, come sottotenente al comando del generale de Mac-Mahon; alla guerra d’Italia del 1859, dove prese parte alle battaglie di Solferino e Magenta con il grado di capitano e poi colonnello delle guide; alla guerra del 1870, come generale di brigata, dove partecipò alla testa della sua brigata alle cariche di Gravelotte e Saint-Privat (16-18 agosto 1870). Nel novembre 1869 accompagnò l’Imperatrice quando andò all’inaugurazione del Canale di Suez. Cugino di Napoleone III, fu assiduo frequentatore di Chislehurst, luogo di esilio del sovrano. Fu lui che, a capo di una delegazione, ricevette nella rada di Spithead, a bordo dell’Incantatrice, la bara del Principe Imperiale. Con il dottor Scott partecipò al riconoscimento del corpo segnato da diciotto ferite di assegai. Fu Commendatore della Legion d’Onore. Fu sepolto a Parigi nel cimitero del Père-Lachaise. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.

Arc. 2177: Gioacchino Napoleone Pepoli (Bologna, 10 ottobre 1825 – Bologna, 26 marzo 1881). Figlio del marchese Guido Taddeo Pepoli e della principessa Letizia Murat, figlia di Gioacchino Murat e quindi nipote di Napoleone Bonaparte. Nel 1844 sposò la principessa Federica di Hohenzollern-Sigmaringen, figlia di Carlo di Hohenzollern-Sigmaringen e cugina di Federico Guglielmo IV di Prussia. La sposa era sua cugina, in quanto figlia della principessa Maria Antonietta Murat. Attivo nelle rivolte del 1848, fu comandante della Guarda Civica di Bologna e contrastò l’occupazione austriaca della città. In esilio in Toscana dal 1849 al 1852, successivamente partecipò all’insurrezione nella Legazione delle Romagne del 1859 che portò all’annessione della regione al Regno d’Italia. Dal 1860 fu Commissario Generale dell’Umbria nella fase dell’annessione di tale regione nel neonato regno d’Italia. In particolare Pepoli ebbe un ruolo importante per l’area di Terni in quanto si impegnò per l’edificazione della “Fabbrica d’Armi” nel 1875 e per la creazione nella città umbra dell’attuale Istituto Tecnico Industriale. Fu poi parlamentare dalla VII alla X legislatura, ricoprendo gli incarichi di ministro dell’agricoltura, dell’industria e del commercio nel Governo Rattazzi I (1862) e ministro plenipotenziario a Pietroburgo (1863). Dal 1866 al 1868 fu sindaco di Bologna. Il 12 marzo 1868 venne nominato Senatore del Regno. Il suo archivio personale è oggi conservato all’Archivio di Stato di Bologna. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.
Onorificenze italiane
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Corona d’Italia
Medaglia commemorativa delle campagne delle Guerre d’Indipendenza Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Rosa (Impero del Brasile)
Grand’Ufficiale dell’Ordine della Stella nera (Regno del Dahomey)
Cavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore (Impero di Francia)

Arc. 1679: Charles Auguste Louis Joseph de Morny, I duca di Morny (Saint-Maurice, 17 settembre 1811 – Parigi, 10 marzo 1865). Nacque in Svizzera il 17 settembre 1811, ma nel suo certificato anagrafico, palesemente falso, compare la data del 23 ottobre 1811 con località Parigi e padre Auguste Jean Hyacinthe Demorny, un presunto proprietario terriero di Santo Domingo. Demorny era infatti un ufficiale dell’esercito prussiano e un nativo di Santo Domingo, anche se non possedeva terra lì o altrove. Suo padre, Charles de Flahaut, era il figlio naturale dello statista francese Talleyrand e di Adelaïde Émilie Filleul, una figlia illegittima di re Luigi XV. Sua madre, Ortensia di Beauharnais, era la figliastra di Napoleone Bonaparte e la moglie separata di Luigi Bonaparte. Fu educato da sua nonna, Adelaide Filleul. Dopo una brillante carriera scolastica e universitaria, Charles ricevette una commissione nell’esercito e l’anno successivo entrò nel personale del collegio. Il Conte di Morny, come era chiamato con una finzione cortese, servì in Algeria tra il 1834 e il 1835 come aiutante di campo del generale Camille Alphonse Trézel, al quale salvò la vita sotto le mura di Costantina. Quando ritornò a Parigi nel 1838, si assicurò una solida posizione nel mondo del lavoro attraverso la fondazione di un’importante industria della barbabietola da zucchero a Clermont-Ferrand nell’Alvernia. In questa e in altre speculazioni redditizie fu aiutato dalla sua amante Fanny Mosselman, la bella e ricca moglie dell’ambasciatore belga, il conte Charles Aimé Joseph Le Hon. All’epoca c’erano ben poche grandi imprese commerciali a Parigi in cui non avesse un diretto interesse. Il Conte e la signora Mosselman ebbero una figlia, Louise Le Hon (15 luglio 1838 – 9 febbraio 1931), che sposò a Parigi l’11 giugno 1856 Stanislaus August Jaseph Telemach Luci, in seguito Poniatowski. Uno dei loro discendenti è la giornalista messicana Elena Poniatowska. Anche se fu deputato per Clermont-Ferrand dal 1842 in poi, non assunse in un primo momento nessun ruolo importante nella politica di partito, ma veniva ascoltato per quanto riguardava le questioni industriali e finanziarie. Sostenne il governo di Luigi Filippo, perché la rivoluzione minacciava i suoi interessi commerciali, ma prima dei moti del 1848, per i quali fu temporaneamente rovinato, egli considerò la conversione alla causa legittimista rappresentata dal Conte di Chambord. Il suo atteggiamento era espresso dal motto con cui si dice che abbia risposto ad una signora che chiedeva cosa avrebbe fatto se la Camera fosse stata “spazzata via”. “Spaziare me stesso sul lato del manico della scopa”. Fu ammesso nella cerchia intima del suo fratellastro Luigi Napoleone e contribuì a progettare il coup d’état del 2 dicembre 1851, all’indomani del quale fu nominato a capo del ministero degli interni. Dopo due mesi di mandato, durante il quale mostrò moderazione politica e tatto, si dimise dall’incarico, apparentemente perché disapprovava la confisca dei beni degli Orléans, ma in realtà perché Napoleone, influenzato dai rivali di Morny, risentiva la sua pretesa di un posto privilegiato nel governo come membro della famiglia Bonaparte. Riprese quindi le sue speculazioni finanziarie. Quando nel 1854 l’Imperatore lo nominò presidente del Corps Législatif, posizione che ricoprì per il resto della sua vita, usò il suo rango ufficiale per favorire i propri piani. Nel 1856, dopo essere stato mandato come inviato speciale all’incoronazione di Alessandro II di Russia, sposò a San Pietroburgo il 7 gennaio 1857 la principessa Sof’ja Sergeevna Trubeckaja (Mosca, 25 marzo 1836 – 8 agosto 1896), unica figlia del principe Sergej Vasil’evič Trubeckoj (1814 – 12 maggio/30 aprile 1859) e di sua moglie Ekaterina Petrovna Mussina-Pushkina (1º febbraio 1816 – c. 1897). Le connessioni della moglie rafforzarono notevolmente la sua posizione sociale. Sof’ja era giuridicamente figlia del principe Sergej Vasil’evič Trubeckoj, ma potrebbe essere stata la figlia illegittima di Nicola I di Russia. L’8 luglio 1862 Morny fu nominato Duca. Si dice che egli aspirasse al trono del Messico e che la spedizione francese inviata a collocare l’arciduca Massimiliano sul trono era spinta dal desiderio di Napoleone III di contrastare questa ambizione. In ogni caso, a dispetto delle controversie occasionali, l’influenza di Morny sull’Imperatore rimase grande, e le politiche liberali che egli auspicò gli permisero di servire la causa imperiale attraverso la sua influenza sui leader dell’opposizione, il più importante dei quali, Émile Ollivier, fu distaccato dai suoi colleghi grazie ai suoi sforzi. Mentre stava gettando le basi dell “impero liberale”, la sua salute peggiorò e fu ulteriormente danneggiato da dottori ciarlatani. L’Imperatore e l’Imperatrice lo visitarono poco prima della sua morte, avvenuta a Parigi il 10 marzo 1865. Il Duca di Morny fu sepolto nel cimitero di Père-Lachaise di Parigi. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea (Impero russo)
Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Aleksandr Nevskij (Impero russo)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine di Sant’Anna (Impero russo)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine di San Vladimiro (Impero russo)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
Membro di I classe dell’Ordine di Medjidié (Impero ottomano)

Arc. 1649: Maria Amalia di Borbone-Napoli (Caserta, 26 aprile 1782 – Esher, 24 marzo 1866). Maria Amalia nacque il 26 aprile 1782 alla reggia di Caserta, vicino a Napoli. Era la settima dei nove figli di Ferdinando I delle Due Sicilie e di Maria Carolina d’Austria. Come giovane principessa italiana, venne educata nella tradizione cattolica che restò sempre nel suo cuore. Maria Carolina, come sua madre, Maria Teresa, fece sforzi per far parte della vita di sua figlia, anche se quest’ultima era accudita quotidianamente da una governante, Vincenza Rizzi. Quando lei era ancora bambina, la madre di Maria Amalia e sua zia, Maria Antonietta, si accordarono per il matrimonio tra lei e il figlio di Maria Antonietta, Luigi Giuseppe, Delfino di Francia, il futuro re di Francia, che avrebbe fatto di lei la regina di Francia, ma le loro speranze svanirono nel 1789. Maria Amalia subì uno sconvolgimento fin dalla tenera età. La morte di sua zia Maria Antonietta durante la Rivoluzione francese e le successive azioni drammatiche della madre scombussolarono la sua giovane età. Allo scoppio della Rivoluzione francese nel 1789, la corte napoletana non fu ostile a questo movimento, ma quando la monarchia francese venne abolita e Maria Antonietta e Luigi XVI furono ghigliottinati, i genitori di Maria Amelia aderirono alla Prima coalizione contro la Francia nel 1793. Sebbene una pace fosse stata stipulata con la Francia nel 1796, il conflitto ricominciò nel 1798 e la famiglia reale lasciò il Regno di Napoli e fuggì nel Regno di Sicilia, il 21 dicembre 1798, sulla HMS Vanguard, un vascello della Royal Navy protetto da due navi da guerra napoletane. Dopo l’invasione di Napoli da parte di Napoleone nel 1806, la famiglia reale rimase in Sicilia, dove, stanziati a Palermo, erano sotto la protezione delle truppe britanniche. Durante l’esilio a Palermo, Maria Amalia conobbe il suo futuro sposo, Luigi Filippo d’Orléans, anch’egli esiliato dalla Francia divisa dalle complicazioni della Rivoluzione Francese e dal potere crescente di Napoleone. Il padre di Luigi Filippo, il precedente duca d’Orléans, era stato ghigliottinato durante la Rivoluzione francese, anche se era stato un sostenitore del movimento. I due si sposarono nel 1809, tre anni dopo essersi incontrati in Italia, e Maria Amalia divenne duchessa d’Orléans. La cerimonia nuziale fu celebrata a Palermo il 25 novembre 1809. Il matrimonio era considerato controverso, perché lei era la nipote di Maria Antonietta, mentre lui era il figlio dell’uomo che aveva forse partecipato all’esecuzione di sua zia. Sua madre era scettica sull’unione per la stessa ragione, ma lei aveva acconsentito dopo che lui l’aveva convinta del fatto che era determinato a compensare la scelte sbagliate di suo padre. Andarono ad abitare a palazzo d’Orléans fino al 1814. Durante il periodo della restaurazione in Francia, prima dell’ascesa al trono di Luigi Filippo, la famiglia viveva nel Palais-Royal, che era stata la residenza del padre di Luigi Filippo, il precedente duca d’Orléans. Nonostante le preoccupazioni finanziarie della famiglia, la residenza fu restituita al suo originario splendore, il che costò alla coppia più di undici milioni e mezzo di franchi. Nel 1830, a seguito di quella che è conosciuta come Rivoluzione di Luglio, Luigi Filippo diventò re dei francesi, con Maria Amalia come sua consorte. Maria Amalia non giocò un ruolo attivo nelle questioni politiche, anzi fece di tutto per allontanarsi da esse. Dopo che suo marito abdicò a seguito degli eventi della Rivoluzione del 1848, la famiglia reale fuggì in Inghilterra, ove Luigi Filippo morì due anni dopo. Rimasta vedova, Maria Amalia continuò a vivere in Inghilterra, dove frequentava la Messa quotidiana ed era ben nota alla regina Vittoria. Morì il 24 marzo 1866. Venne sepolta, secondo le sue ultime volontà, con il vestito che aveva conservato dal 1848 quando, con il marito, aveva lasciato la Francia. Fotografia CDV. Fotografo: Mason & Co. – London.

Arc. 117: Enrico Eugenio Filippo Luigi d’Orléans, duca d’Aumale (Parigi, 16 gennaio 1822 – Lo Zucco, 7 maggio 1897). Enrico d’Orléans era figlio di Luigi Filippo d’Orléans (1773-1850), al tempo della sua nascita duca di Chartres, e della principessa Maria Amalia di Borbone-Napoli (1782-1866). Nel 1830 suo padre divenne re di Francia con il nome di Luigi Filippo I. Enrico è stato un militare durante il regno del padre, e dopo l’abdicazione di Luigi Filippo (24 febbraio 1848) è stato un rappresentante della monarchia costituzionale e il capo della fazione orléanista tesa a perseguire il ritorno della Casa d’Orléans al potere in Francia. All’età di otto anni ereditò una grande fortuna: le proprietà e i capitali dell’ultimo Principe Condé di cui era figlioccio. Fu educato dai genitori con grande semplicità. Studiò al Lycée Henri-IV. All’età di 17 anni entrò nell’esercito col grado di capitano e si distinse nelle campagne di Algeria, legando il suo nome alla conquista della smala di Abd el-Kader (maggio 1843). Governatore d’Algeria nel 1847, si rifugiò in Inghilterra dopo la rivoluzione che rovesciò Luigi Filippo. Si dedicò a studi storici e militari. Come capo della Casa d’Orléans polemizzò con Napoleone III che aveva criticato gli Orléans. Visse spesso in Italia, dove possedeva a Palermo il Palazzo d’Orléans e nei pressi il feudo dello Zucco; il palazzo d’Aumale, a Terrasini è attualmente la sede del Museo Regionale di Storia Naturale. Allo scoppio della Guerra franco-prussiana (1870) si offrì volontario nell’esercito francese, ma la sua offerta fu declinata. Dopo la Battaglia di Sedan tornò in patria, fu eletto deputato dell’Oise e membro dell’Académie française succedendo a Charles de Montalembert. Nel 1873 riottenne il grado di Generale di divisione e presiedette la corte marziale che condannò a morte François Achille Bazaine. Dopo essere stato nominato comandante del VII corpo d’armata a Besançon, nel 1879 si ritirò dalla vita politica e divenne ispettore-generale dell’esercito. Nel 1883 venne congedato dall’esercito, come tutti i discendenti delle antiche case regnanti francesi. In base alla legge del 23 giugno 1886, come tutti gli appartenenti alle case reali, gli fu vietata l’assunzione di cariche pubbliche; la protesta col presidente Jules Grévy si risolse in un secondo esilio che durò trentadue mesi, fino al marzo 1889. La revoca dell’esilio fu giustificata dall’aver donato nel 1884 il castello di Chantilly, perfettamente restaurato, il relativo parco con scuderie, e una raccolta di quasi mille dipinti di autori famosi, libri antichi e incunaboli (già posseduti da Gaetano Melzi) e numerose altre opere d’arte al Musée Condé. Morì quello stesso anno nel feudo dello Zucco (vicino al territorio di Giardinello), in Sicilia e fu seppellito a Dreux, nella cappella degli Orléans. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 2649: Enrico Eugenio Filippo Luigi d’Orléans, duca d’Aumale (Parigi, 16 gennaio 1822 – Lo Zucco, 7 maggio 1897). Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Arc. 1501: Enrico Eugenio Filippo Luigi d’Orléans, duca d’Aumale (Parigi, 16 gennaio 1822 – Lo Zucco, 7 maggio 1897). Fotografia CDV. Fotografo: J. Clarck.

Arc. 1062: Enrico Eugenio Filippo Luigi d’Orléans, duca d’Aumale (Parigi, 16 gennaio 1822 – Lo Zucco, 7 maggio 1897). Fotografia CDV. Fotografo: J. Clarck.

Arc. 2139: Ferdinando d’Orléans duca d’Alençon (Neuilly-sur-Seine, 12 luglio 1844 – Belmont, 29 giugno 1910). Ferdinando era figlio secondogenito di Luigi d’Orleans, duca di Nemours, e della sua sposa la principessa Vittoria di Sassonia-Coburgo-Kohary. I suoi nonni paterni erano il re Luigi Filippo di Francia e la regina Maria Amalia, nata principessa delle Due Sicilie; quelli materni il principe Ferdinando di Sassonia-Coburgo-Kohary e Maria Antonia di Koháry. Fu chiamato Ferdinando Filippo in omaggio allo zio paterno Ferdinando Filippo d’Orléans, principe regio, deceduto accidentalmente due anni prima della sua nascita. Nel febbraio del 1848, quando Ferdinando d’Orléans aveva quattro anni, lasciò la Francia ai rivoluzionari con la sua famiglia. I suoi genitori, il duca e la duchessa di Nemours, si stabilirono in Inghilterra dal re di Francia Luigi Filippo I, ed è in questo paese che il ragazzo crebbe. Dopo due anni di scuola pubblica a Edimburgo, imparò la professione delle armi nella scuola militare di Segovia e poi, con il permesso di soggiorno in Francia, si arruolò come ufficiale l’esercito spagnolo (tra cui faceva parte suo zio, il duca di Montpensier). Partecipò un corpo di spedizione per sopprimere una rivolta nelle Filippine. Il suo coraggio gli valse il grado di capitano, ma la deposizione della regina Isabella II di Spagna lo costrinse a dare le dimissioni dall’esercito. Il nuovo governo spagnolo lo considerò come il successore del sovrano, ma la fedeltà a questi ultimi, e per non contrastare le ambizioni di suo zio, il duca di Montpensier, Ferdinando rifiutò l’offerta. Il 28 settembre del 1868. Ferdinando sposò a Possenhofen la Duchessa Sofia Carlotta in Baviera, penultima figlia di Massimiliano, Duca in Baviera e della Principessa Ludovica di Baviera. La sposa era sorella minore dell’imperatrice d’Austria Elisabetta, della regina delle Due Sicilie Maria Sofia, della contessa di Trani Matilde e della Principessa di Thurn und Taxis Elena. La coppia si trasferì in Inghilterra senza un soldo, nella casa dei Duchi di Nemours. La giovane coppia visse felicemente a Alençon, in Sicilia e a Roma, presso il Re delle Due Sicilie, per curare la salute della duchessa, molto indebolito dal primo parto. Erroneamente sospettato di ripristinare i Borboni sul trono delle Due Sicilie, si trasferì a Merano e Mentelberg nel Tirolo austriaco (ora in Italia). La Duchessa diede alla luce il suo secondo e ultimo figlio, Emmanuel, mentre il Duca si trovava a Parigi con il padre nel preparare l’arrivo della sua famiglia in patria. Tornato in Francia dopo la caduta del Secondo Impero, Ferdinando d’Orleans poté finalmente diventare un ufficiale dell’esercito di quel paese che amava. La coppia si trasferì a Vincennes con i suoi due figli. Come sua moglie, ora terziaria domenicana nel 1876, il Duca di Alençon divenne un membro del Terzo Ordine Francescano, e dedicò molto tempo in beneficenza. Nel 1891, sua figlia Luisa sposò un cugino tedesco, il principe Alfonso di Baviera. Cinque anni dopo, il duca di Vendôme sposò la principessa Enrichetta del Belgio. Nel 1897, la duchessa di Alençon morì in un incendio al Bazar de la Charité. Dopo la morte della moglie il principe cominciò a viaggiare in tutta Europa, per difendere le posizioni della Francia. Il duca d’Alençon morì nel 1910. Il suo corpo e quello di sua moglie sono ora riuniti nella cappella reale d’Orleans, a Dreux. Fotografia CDV. Fotografo: Pierson & Braun Fils – Paris.
Onorificenze
Grand-croix de l’ordre de Saint-Hubert (1868)
Bailli Grand-croix d’honneur et de dévotion de l’ordre souverain de Malte
Grand-croix de l’ordre de la Maison ernestine de Saxe (1868)

Arc. 118: Luigi Filippo Alberto d’Orléans (Parigi, 24 agosto 1838 – Stowe House, 8 settembre 1894). Era il primogenito di Ferdinando Filippo d’Orléans e di sua moglie, Elena di Meclemburgo-Schwerin. I suoi nonni paterni erano Luigi Filippo I, re dei francesi, e Maria Amalia di Borbone-Due Sicilie; i suoi nonni materni erano Federico Ludovico di Meclemburgo-Schwerin e Carolina Luisa di Sassonia-Weimar-Eisenach. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 128: Luigi Filippo Alberto d’Orléans conte di Parigi (Parigi, 24 agosto 1838 – Stowe House, 8 settembre 1894) e suo fratello Roberto d’Orléans (Parigi, 9 novembre 1840 – Saint-Firmin, 5 dicembre 1910) Duca di Chartres in uniforme da ufficiali dell’esercito dell’Unione durante la guerra civile americana (1861 – 1865). Fotografia CDV. Fotografo: E. Antony – New York. 1861 ca.

Arc. 130: Roberto d’Orléans ( Parigi, 9 novembre 1840 – Saint-Firmin (Alte Alpi), 5 dicembre 1910) Duca di Chartres in uniforme da Capitano dell’esercito dell’Unione durante la guerra civile americana (1861 – 1865). Secondo figlio di Ferdinando Filippo d’Orléans, a sua volta figlio di Luigi Filippo re dei Francesi, e di Elena di Meclemburgo-Schwerin, è il fratello di Filippo VII, Conte di Parigi e Pretendente unionista al Trono di Francia e di Navarra. Rimase orfano di entrambi i genitori molto presto: suo padre nel 1842 e sua madre nel 1858. Durante l’infanzia e l’adolescenza, lui e suo fratello maggiore sono stati principalmente accuditi dai nonni, il re Luigi Filippo e della regina Maria Amalia di Borbone-Due Sicilie. Ha seguito il resto della famiglia Orléans in esilio dopo la rivoluzione del 1848. Suo nonno abdicò in favore di suo fratello il 24 febbraio. Come risultato, la madre di Roberto, Elena, si presentò davanti alla camera dei deputati per proclamare il diritto al trono del figlio maggiore e nominare se stessa reggente, accompagnata da suo cognato, il Duca di Nemours e i suoi figli. Tuttavia, Ledru-Rollin, Crémieux e Lamartine, rovinarono i suoi piani e istituirono la Seconda Repubblica francese. Elena e i suoi figli lasciarono così la Francia per la Germania, mentre Luigi Filippo e il resto della famiglia reale si trasferirono nel Regno Unito. Lì si stabilirono a Claremont, proprietà del re Leopoldo I del Belgio. Inviato a Torino per l’addestramento militare poco dopo la morte di sua madre, il duca di Chartres è diventato un ufficiale dei dragoni piemontesi e combatté nelle guerre di unificazione italiana dal lato della Francia e di Casa di Savoia. Ha in particolare combattuto alla battaglia di Palestro, per la quale è stato insignito dal re Vittorio Emanuele II. Nel 1861, Chartres ha combattuto al fianco di suo fratello in un’altra guerra: la guerra civile americana, dove fu nominato capitano. Servì come assistente aiutante generale nello staff del comandante dell’armata del Potomac, il maggiore generale George B. McClellan. Prestò servizio nella Battaglia di Gaines’ Mill il 27 giugno 1862 e si dimise dall’esercito dell’Unione il 15 luglio 1862. Durante il loro soggiorno negli Stati Uniti, i principi sono stati accompagnati dal loro zio, il principe di Joinville. Tornando in Europa, il Duca di Chartres decise di sposarsi, ma, in qualità di membro in esilio di una casa reale, considerato illegittimo dalla maggior parte delle dinastie regnanti del continente, scoprì che non sarebbe stato in grado di sposare una principessa straniera. Sposò, l’11 giugno 1863 nella chiesa di St Raphael a Kingston upon Thames, Francesca Maria d’Orléans (1844-1925), figlia di suo zio il principe di Joinville e di Francesca di Braganza. Hanno comprato e vissuto in una casa a Ham. Trovandosi a Bruxelles con gli zii, il Principe di Joinville e il Duca d’Aumale, al momento della dichiarazione di guerra della Francia alla Prussia nel 1870, il Duca di Chartres chiede senza esitazioni a Napoleone III l’autorizzazione a partecipare al conflitto. Ma il ministro della guerra si oppone e Roberto di Chartres può arruolarsi soltanto dopo la caduta dell’Impero, utilizzando lo pseudonimo di Robert Le Fort con il quale è nominato capo di squadrone dell’armée de la Loire. Terminato il conflitto, è creato cavaliere della Legion d’onore e nel 1871 è inviato dal Governo provvisorio in Algeria per domare una rivolta indigena. Nel 1881, il regime repubblicano, sempre più ostile alle famiglie che hanno regnato sulla Francia, mettono a disposizione il Principe, che è definitivamente radiato dall’Esercito nel 1886 con la promulgazione della Legge d’esilio. Fotografia CDV. Fotografo: John Clarck. 1862 ca.
Onorificenze francesi
Cavaliere della Legion d’onore — 14 novembre 1871
Medaglia commemorativa della campagna italiana Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Danimarca) — 14 settembre 1885
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carlo III — 5 marzo 1886
Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
Medaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Torre e della spada

Arc. 1972: Roberto d’Orléans ( Parigi, 9 novembre 1840 – Saint-Firmin (Alte Alpi), 5 dicembre 1910) Duca di Chartres in montura festiva da Sottotenente del Reggimento Piemonte Reale Cavalleria. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1779: Roberto d’Orléans ( Parigi, 9 novembre 1840 – Saint-Firmin (Alte Alpi), 5 dicembre 1910) Duca di Chartres. Fotografia CDV. Fotografo: Mason & Co. London.

Arc. 1679: Enrico Carlo Ferdinando Maria Deodato di Borbone-Francia (noto anche come Enrico d’Artois, Parigi, 29 settembre 1820 – Lanzenkirchen, 24 agosto 1883). Quando il 29 Settembre del 1820 nacque, Enrico Carlo Ferdinando Maria Deodato d’Artois fu chiamato il figlio del miracolo. Tra i Borbone di Francia non erano più nati eredi maschi e la dinastia era a rischio. Il padre di Enrico, il Duca di Berry, venne assassinato a Parigi per mano di un operaio bonapartista che sperava così di estinguere davvero la dinastia. Ma la madre, la principessa Carolina dei Borbone di Napoli, era già incinta di lui ed Enrico nacque sette mesi dopo la morte del padre, riaccendendo le speranze e l’entusiasmo in tutta la Francia e l’Europa. All’erede maschio era riservato anche il titolo di Duca di Bordeaux. La nascita del figlio del miracolo era vista come la prova che la Provvidenza vegliava ancora sui Borboni e sulla Francia. La Francia intera si organizzò per una pubblica sottoscrizione e offrì al piccolo Enrico nel 1821 il castello di Chambord, da cui deriva il titolo – che lo accompagnerà per tutta la vita – di conte di Chambord. Quando il nonno Carlo X abdica in suo favore, Enrico V ancora bambino è il nuovo Re di Francia. Gli orleanisti, però che non l’avevano mai riconosciuto come legittimo figlio del Duca di Berry, proclamano Re Luigi Filippo III d’Orleans. Nel 1836 Enrico, con il nonno Carlo X e il resto della famiglia reale in esilio, si trasferisce a Gorizia, cui resterà legato per tutta la vita. La sua residenza goriziana fu Palazzo Strassoldo in Piazza Sant’Antonio, dove viveva con i genitori e con parte della corte francese tra cui lo zio Luigi Antonio Duca di Angoulême. Nel giardino dietro il palazzo, il giovane Enrico si dedicava tutte la mattine al tiro al bersaglio e alle arti militari che facevano parte della sua educazione, mentre nelle prime ore del pomeriggio usciva per lunghe passeggiate nelle campagne circostanti. Per festeggiare i suoi 18 anni, nel giardino furono piantate una vite e un rosaio da cui ancor oggi fioriscono le roselline di Chambord. Enrico e la famiglia reale parteciparono attivamente alle attività culturali e mondane della città isontina. Le sue giornate sono scandite da rigorosi impegni educativi. La Rochefoucauld lo descrive come un bell’adolescente dalla fisionomia piena d’intelligenza, degno degli alti destini legati a condizione e nascita. Per Stendahl aveva un’aria molto buona, molto dolce. Enrico viaggiò molto: in Italia, Baviera, Sassonia, Gran Bretagna, Romania. A Verona incontra Radetzky; a Milano visita Alessandro Manzoni; a Roma è conteso dalla nobiltà papalina e ricevuto dal pontefice Gregorio XVI; nel Banato di Timisoara avvicina i connazionali stabilitisi in quella regione ai tempi di Maria Antonietta. Ciononostante mantenne sempre un forte legame con Gorizia. Dopo averla lasciata per la residenza di Frohsdorf, per alcuni anni gli anni ritornò durante il periodo estivo, per godere di alcuni mesi ristoratori nel verde lussureggiante e protettivo di Villa Attems Sembler. Testimonianze scritte lo attestano in città nel 1851, per la morte della duchessa d’Angouleme, e nel 1864, per i funerali della sorella Luisa. Passa un periodo anche a Venezia ma dopo l’annessione della città Serenissima all’Italia sceglie di nuovo il capoluogo isontino per sfuggire ai rigori della cattiva stagione. Nel frattempo ha contatti regolari con il ramo carlista dei Borboni di Spagna che sono a loro volta costretti all’esilio e si stabiliscono a Trieste. Le chiusure mentali, il rigido e velleitario conservatorismo, impediscono a Enrico – che ha sposato Maria Teresa degli Asburgo d’Este, duchessa di Modena, imparentata con i carlisti iberici – di cogliere i segni della storia e di approfittare dei tentativi di dargli la corona. Con la caduta di Napoleone III, nel 1870, Enrico prontamente si erige a pretendente effettivo al trono. Capo del movimento legittimista, Enrico lancia vari proclami ai francesi nei quali propugna una monarchia costituzionale e trova il favore del Parlamento che ha ora una maggioranza monarchica. Ma il suo radicalismo, gli sbarrerà la strada: alla delegazione di deputati che lo incontra nel castello di Frohsdorf, in Austria, da lui acquistato nel 1851, dichiara, infatti, di non avere alcuna intenzione di diventare il “re legittimo della Rivoluzione”, che tanto ha avversato, rifiutando la bandiera tricolore e determinando così il fallimento del suo stesso tentativo di Restaurazione borbonica. Mandata così per aria l’ascesa al trono, il Parlamento francese decide di attendere la sua morte per nominare re Luigi Filippo Alberto d’Orleans, nipote di Luigi Filippo I che resterà soltanto pretendente al trono come Filippo VII. Enrico V si spegne a Lanzenkirchen, in Austria, il 24 agosto 1883, all’età di 63 anni. Il 3 settembre il feretro è accolto con grandi onori alla stazione ferroviaria di Gorizia. Un lunghissimo corteo accompagna silenziosamente l’ultimo viaggio per le vie della città, tutta listata a lutto, tra fitte ali di folla; ogni dieci metri un soldato presenta le armi. Dopo il principe arcivescovo e la carrozza con le insegne reali, un carro funebre tirato da sei giumente bianche impennacchiate, coperte di gualdrappe nere ornate di gigli d’argento; lo scortano sei servitori con lanterne accese; la bara è avvolta da un vessillo bianco, reliquia della guerra di Vandea. Dietro il carro avanza il principe di Torre e Tasso in alta uniforme bianca e oro; vengono poi i principi e i rappresentanti delle potenze europee. Mentre le campane delle chiese suonano a stormo, sulla salita di Castagnavizza dove sarà sepolto, nel corteo ci sono dame d’onore, principesse, gentiluomini di corte, zuavi pontifici, deputazioni francesi, autorità austriache e il popolo di Gorizia. Con la sua morte si estingue il ramo primogenito dei Borbone di Francia. Fotografia CDV. Fotografo: G. e L. F.lli Vianelli – Venezia.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Cavaliere dell’Ordine dello Spirito Santo
Cavaliere dell’Ordine di San Michele
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Luigi Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (ramo spagnolo)

Arc. 910: Enrico Carlo Ferdinando Maria Deodato di Borbone-Francia (noto anche come Enrico d’Artois, Parigi, 29 settembre 1820 – Lanzenkirchen, 24 agosto 1883). Fotografia CDV. Fotografo: Frank – Paris.

Arc. 1315: Enrico Carlo Ferdinando Maria Deodato di Borbone-Francia (noto anche come Enrico d’Artois, Parigi, 29 settembre 1820 – Lanzenkirchen, 24 agosto 1883). Fotografia CDV. Fotografo: J. Roumanille – Avignon.

Arc. 910: Enrico Carlo Ferdinando Maria Deodato di Borbone-Francia (noto anche come Enrico d’Artois, Parigi, 29 settembre 1820 – Lanzenkirchen, 24 agosto 1883). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 764: Enrico Carlo Ferdinando Maria Deodato di Borbone-Francia (noto anche come Enrico d’Artois, Parigi, 29 settembre 1820 – Lanzenkirchen, 24 agosto 1883). Fotografia CDV. Fotografo: Franck – Paris.

Arc. 1571: Enrico Carlo Ferdinando Maria Deodato di Borbone-Francia (noto anche come Enrico d’Artois, Parigi, 29 settembre 1820 – Lanzenkirchen, 24 agosto 1883). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 412: Enrico Carlo Ferdinando Maria Deodato di Borbone-Francia (noto anche come Enrico d’Artois, Parigi, 29 settembre 1820 – Lanzenkirchen, 24 agosto 1883). Fotografia CDV. Fotografo: E. Desmaisons – Paris.

Arc. 1855: Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone (Caserta, 5 novembre 1798 – Castello di Brunnsee, 16 aprile 1870). Era figlia di Francesco I, re delle Due Sicilie (1777-1830), e dell’arciduchessa Maria Clementina d’Asburgo-Lorena (1777-1801), figlia, a sua volta, dell’imperatore Leopoldo II d’Asburgo-Lorena. Dopo aver trascorso la sua infanzia e adolescenza a Palermo e a Napoli, Carolina andò in Francia per sposare Carlo Ferdinando d’Artois, duca di Berry, figlio minore del conte d’Artois, futuro Carlo X e fratello del re Luigi XVIII. Nonostante il suo sposo avesse vent’anni in più di lei e il loro matrimonio fosse stato combinato, essi sembravano aver formato una coppia molto unita. Il palazzo dell’Eliseo fu sistemato per loro. Dopo l’assassinio di suo marito, la duchessa di Berry si trasferì alle Tuileries. Carolina aveva un temperamento completamente opposto a quello di sua cognata, la duchessa d’Angoulême: era poco attaccata all’etichetta, amava invitare gente, ed era molto sensibile alla moda. La duchessa di Berry era una grande mecenate, che incoraggiava i pittori, i musicisti e i letterati. Dopo una rappresentazione a corte dei commedianti del teatro del Gymnase, ella ne prese il patrocinio e il teatro divenne famoso da quel momento, con il nome di «teatro di Madame» fino al 1830. Carolina amava allontanarsi spesso dalla capitale, ed ebbe un ruolo non trascurabile nella voga dei bagni a mare, soprattutto a Boulogne-sur-Mer e a Dieppe, praticando volentieri questi passatempi durante le belle stagioni. Fu proprio lei a inaugurare una sezione del canale della Somme. Dopo la Rivoluzione di Luglio, seguì Carlo X e la corte in esilio, cercando nel contempo di farsi proclamare reggente di suo figlio, il conte di Chambord, altrimenti noto come Enrico V. Ritornò clandestinamente in Francia nel 1832 e tentò di rilanciare le guerre di Vandea. La sollevazione si rivelò assai debole, e l’operazione fallì rapidamente. La duchessa cercò rifugio in una casa a Nantes ma, tradita da un certo Deutz, dopo aver tentato invano di fuggire attraverso il camino, fu arrestata dalla polizia del ministro degli Interni Thiers. Si aprì, allora, un assai delicato scandalo: Carolina era stata coinvolta nel malaccorto tentativo di sollevazione come vedova del figlio di Carlo X (assassinato il 13 febbraio 1820 e martire della casa reale) e madre dell’erede al trono, loro figlio il conte di Chambord. Ma, nel corso della prigionia nella fortezza di Blaye, le nacque una figlia, Anna Maria (presto morta), evidentemente non dal defunto marito. In tale occasione la duchessa fu costretta ad ammettere un segreto matrimonio con il duca Ettore Lucchesi Palli (1896-1864), un nobile siciliano. I due fatti fecero molto rumore e vennero sfruttati con grande efficacia polemica dal governo di Luigi Filippo (che aveva fatto assistere al parto dei testimoni scelti dal maresciallo Bugeaud). Arrestata, le fu permesso di lasciare la Francia l’8 giugno 1833 per Palermo. Da lì, si mise in viaggio per Praga, ma Carlo X rifiutava di accoglierla se non a condizioni determinate. La questione, infatti, era molto delicata in quanto la duchessa aveva agito come vedova del figlio di Carlo X e madre dell’erede al trono. Carlo X, dunque, pretendeva la prova della esistenza di un regolare atto di matrimonio con il duca Ettore Lucchesi Palli e affidò la delicata missione a Montbel, già ministro degli interni, insieme a Ferron, già ministro degli esteri nel 1827-29. Questi intercettarono Carolina a Firenze, in settembre, e ottennero la consegna del contratto (sino ad allora conservato in Vaticano). Dopodiché la protagonista dello scandalo incontrò un secondo messaggero, Chateaubriand (anch’egli ex-ministro) a Venezia il 18 settembre e il 20 seppe che l’udienza era stata rifiutata. Sinché non venne ammessa alla presenza del suocero, dal 13 al 18 ottobre, a Lubiana. Qui si vide allontanata dalla famiglia reale, che le rifiutò la direzione dell’educazione del figlio. Questo perché in realtà, come è risultato chiaramente anche da studi recenti, il padre della bimba partorita in prigionia, era un capo della rivolta e non il duca Lucchesi Palli, che acconsentì al matrimonio per coprire lo scandalo e perché voleva bene alla principessa. La duchessa di Berry venne quindi accolta in Belgio. Si trasferì in seguito in Austria, dove visse fino alla morte, avvenuta a Brunnsee nel 1870. Fotografia CDV. Fotografo: G. Le Grey & C.ie – Paris.
Onorificenze
Dama di Gran Croce di Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta
Dama dell’Ordine della regina Maria Luisa

Arc. 1520: Vincent Benedetti (Bastia, 29 aprile 1817 – Parigi, 28 marzo 1900). Nato a Bastia, in Corsica nel 1817, nel 1840 entrò in servizio nella sede degli affari esteri francese, venendo nominato come secondo del marchese de la Valette, che era console generale presso il Cairo. Trascorse otto anni in Egitto, venendo nominato console nel 1845. Nel 1848 fu nominato console a Palermo e nel 1851 accompagnò il marchese de la Valette, che era stato nominato ambasciatore presso la Sublime Porta, come suo primo segretario. Per quindici mesi durante il progresso della guerra di Crimea agì come incaricato d’affari. Nel 1855, dopo aver rifiutato il posto di ministro a Teheran, venne assunto nel ministero degli Esteri a Parigi, e tenne l’incarico come segretario del congresso di Parigi (1855-1856). Negli anni successivi fu occupato principalmente nelle questioni italiane, cui egli era molto interessato, e Cavour poté sostenere di lui che era un italiano nel cuore. Venne scelto nel 1861 per essere il primo inviato di Francia presso il nuovo Regno d’Italia (prese parte attiva ai negoziati sulla questione romana, tra Ricasoli e il governo francese), ma si dimise dal suo incarico l’anno successivo a causa del giubilamento di Édouard Thouvenel, che era stato il suo protettore, quando il partito anti italiano iniziò a riscuotere consensi a Parigi. Nel 1864 fu nominato ambasciatore alla corte prussiana. Benedetti rimase a Berlino fino allo scoppio della guerra franco-prussiana nel 1870, e nel corso di questi anni svolse un ruolo importante nelle vicende diplomatiche europee. La sua posizione fu resa difficile dal fatto che Napoleone III non usava tenerlo pienamente a parte del corso delle faccende della politica francese. Nel 1866 scoppiata la guerra austro-prussiana, durante le settimane critiche che seguirono il tentativo di Napoleone di intervenire tra la Prussia e l’Austria, seguì il quartier generale prussiano in marcia su Vienna, e nel corso di una visita nella capitale austriaca contribuì a organizzare i preliminari dell’armistizio, poi firmato a Nikolsburg. Dopo la fine della guerra austro-prussiana, fu incaricato di presentare a Bismarck la richiesta francese di “risarcimento” per la neutralità mantenuta dalla Francia durante la guerra austro-prussiana, venendo anche incaricato di gestire con la Prussia l’accordo per una annessione francese del Belgio e del Lussemburgo (cui aspirava fermamente Luigi Napoleone). Tenne colloqui con Bismarck su un progetto di trattato in cui la Prussia prometteva il suo appoggio alla Francia in merito all’annessione del Belgio. Questo trattato non fu mai concluso, ma la minuta dell’accordo, vergata da Benedetti, fu tenuta nascosta da Bismarck e, nel 1870, pochi giorni dopo lo scoppio della guerra, venne pubblicata dal Cancelliere sulle colonne del The Times. Nel corso del 1867 Benedetti fu occupato nell’affare del Lussemburgo, durante il quale la Francia tentò di acquisire il ducato dai Paesi Bassi. Tale vicenda suscitò un clamore immediato in Germania per l’opposizione dei pan-nazionalisti, tanto che sembrava che la Prussia fosse pronta a dichiarare guerra alla Francia sulla questione. Il governo francese non riuscì ad annettersi il ducato nella successiva Conferenza di Londra, che confermò l’indipendenza del Lussemburgo, ricevendo la garanzia per la preservazione dell’indipendenza del possedimento da parte di tutte le grandi potenze europee. Nel mese di luglio 1870, quando la candidatura del principe di Hohenzollern al trono di Spagna fu resa nota, Benedetti fu incaricato dal duca de Gramont, ministro degli esteri, di presentare al re di Prussia, che si trovava allora presso Bad Ems, le richieste francesi secondo le quali il re avrebbe dovuto costringere il principe a ritirare la candidatura, e poi promettere egli stesso che tale candidatura non sarebbe mai più stata rinnovata. Quest’ultima richiesta fu presentata da Benedetti al re in un abboccamento informale sul lungomare di Ems (immortalato in una foto rimasta celebre). Il testo del dispaccio, sul quale erano stati registrati i risultati dell’incontro, fu pubblicato sui giornali europei, dopo essere stato artatamente contraffatto da Bismarck, assegnando una carica di irriverenza ai modi tenuti dal re, con lo scopo deliberato di far credere ai francesi che Benedetti e la Francia fossero stati duramente oltraggiati da Guglielmo. Ciò infiammò l’opinione pubblica francese, facendo pendere l’ago della deliberazione del governo francese verso la dichiarazione di guerra ai danni della Prussia. Benedetti sarà poi duramente attaccato nel suo paese per la sua condotta come ambasciatore, e il duca di Gramont tenterà di gettare su di lui la responsabilità per il fallimento della diplomazia francese. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2013: Louis Napoléon August Lannes, II duca di Montebello (Parigi, 30 luglio 1801 – Mareuil-sur-Ay, 18 luglio 1874). Louis Napoleon era figlio di Jean Lannes, I duca di Montebello e maresciallo del primo impero francese, morto per le ferite riportate nella battaglia di Essling il 22 maggio 1809 e della sua seconda moglie, Louise Antoinette Scholastica Guéhenneuc. Il giovane Louis venne creato pari di Francia il 27 gennaio 1827 da re Carlo X di Francia in considerazione dei servizi prestati da suo padre, ad ogni modo gli venne consentito di sedere al proprio posto al Palazzo del Lussemburgo (luogo di ritrovo della Camera dei Pari) solo dopo la rivoluzione del 1830. Nel frattempo, colse l’occasione per viaggiare negli Stati Uniti e fu attaché dell’ambasciata francese a Roma al fianco del visconte de Chateaubriand. Lannes in un primo momento sembrò schierarsi coi legittimisti (che supportavano le pretese dei Borbone sul trono di Francia), ma ben presto aderì alla monarchia di luglio e votò solitamente coi dottrinari. Si schierò fortemente a favore della libertà di stampa, della paria ereditaria, del carcere per debiti, delle finanze statali e della carriera nell’esercito. Tornato alla carriera diplomatica, Lannes venne inviato in missione in Danimarca alla corte di Copenaghen (1833), quindi fu ministro plenipotenziario a Berlino. Alla Camera dei Pari, supportò l’emendamento alla legge Cousin spostando il giorno della commemorazione di Luigi XVI al 21 gennaio. Support le leggi partigiane del settembre del 1835, e propose ai suoi colleghi di rivolgerle al gestore de La Tribune. Nel 1836, il duca venne nominato ambasciatore francese presso la Confederazione Svizzera al posto del marchese di Rumigny, che era stato considerato come troppo favorevole ai liberali svizzeri. La sua nomina venne intesa a compiacere la politica dell’Austria, che la Francia stava tentando di avvicinarsi per evitare un isolamento nella politica europea e per assicurarsi la prospettiva di un matrimonio favorevole per il principe Ferdinando Filippo, duca d’Orléans, l’erede al trono. Ottenne dalle autorità confederate svizzere l’internamento dei rifugiati politici perché questi rischiavano di turbare la sicurezza degli stati vicini e l’espulsione del principe Luigi Napoleone Bonaparte (che viveva in territorio svizzero presso il castello di Arenenberg). Venne quindi nominato ambasciatore francese a Napoli, alla corte di re Ferdinando II delle Due Sicilie (1838). Il duca di Montebello venne richiamato da Napoli il 1º aprile 1839, rimpiazzando Louis-Mathieu Molé come ministro degli esteri ad interim, nel governo sciolto il 12 maggio successivo. Gestì quindi il passaggio del ministero al maresciallo Jean-de-Dieu Soult, duca di Dalmazia, e tornò al suo seggio alla Camera dei Pari dove nuovamente si prodigò per la tutela della proprietà letteraria, per la legion d’onore, per i prestiti alla Grecia e per il lavoro minorile nelle fabbriche. Tornò a Napoli come ambasciatore nel 1840, dove negoziò il matrimonio tra il principe Enrico, duca d’Aumale, e la principessa Maria Carolina di Borbone-Due Sicilie, figlia del principe di Salerno (1844). Il 9 maggio 1847, il duca di Montebello rimpiazzò l’ammiraglio barone de Mackau quale ministro della marina e delle colonie nel gabinetto Guizot. In un suo rapporto al re, si dichiarò contrario all’emancipazione degli schiavi, proponendo anche ulteriori spese per la marina, inclusa una migliore formazione per medici e farmacisti in servizio. Il duca di Montebello lasciò il governo dopo la rivoluzione del 1848. Ad ogni modo, venne rieletto il 13 maggio 1849 nell’assemblea legislativa della seconda repubblica. Il duca rappresentò il dipartimento della Marna, dove possedeva vasti vigneti. Si batté a favore della libera istruzione e delle restrizioni nel suffragio universale, nonché per la spedizione militare a Roma per liberare il papato dalla Repubblica Romana. Non supportò immediatamente il colpo di stato del 2 dicembre 1851, ma col tempo cercò di avvicinarsi a Luigi Napoleone Bonaparte e vi riuscì venendo nominato ambasciatore in Russia il 15 febbraio 1858 al posto del conte Rayneval. Occupò tale posizione sino al 1864, venendo quindi chiamato a negoziare tra le altre cose l’accordo del 6 aprile 1861. Per decreto di Napoleone III, il 5 ottobre 1864 venne nominato senatore. Si ritirò dal suo incarico di ambasciatore il 6 gennaio 1866. Fotografia CDV montata su cartoncino. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea (Impero di Russia)

Arc. 2296: Napoleone Joseph Hugues Maret, duca di Bassano (Parigi, – Parigi , ). Era il figlio maggiore di Hugues-Bernard Maret, Segretario di Stato di Napoleone I, Ministro degli Affari Esteri nel 1811 e pari di Francia nel 1831 . Entrò nella vita pubblica dopo la rivoluzione del 1830 . Si arruolò come semplice volontario durante la campagna belga, partecipò all’assedio della cittadella di Anversa ottenendo la Croce di Cavaliere della Legion d’Onore . Poco dopo, venne nominato segretario all’ambasciata in Belgio, partecipò alla ultima prova del matrimonio del principe Leopoldo di Sassonia-Coburgo (più tardi Leopoldo I del Belgio ) con Louise-Marie, la figlia maggiore di Luigi Filippo I e passò quindi in Spagna . Venne chiamato nel 1847, alle funzioni di ministro plenipotenziario a Cassel, fu inviato nel 1849 come inviato straordinario e ministro plenipotenziario presso Leopoldo I, Granduca di Baden . L’avvento della Seconda Repubblica lo allontanò dagli affari per alcuni mesi. Ricevette dal principe-presidente, all’inizio del 1852, lo stesso incarico con il re dei belgi, ed entrò in Senato il , dopo la proclamazione del Secondo Impero ( 2 dicembre ). Il Commendatore della Legion d’Onore. Poco dopo, il Duca di Bassano rinunciò alla diplomazia per diventare Gran Ciambellano del Palazzo di Napoleone III, e ricevette il , la Croce di Grande ufficiale della Legion d’Onore . A corte, il Duca di Bassano era molto amato quanto stimato da tutti coloro che lo frequentavano. I ciambellani erano profondamente attaccati a lui e potevano biasimarlo solo per una cosa: la sua grande indulgenza per loro. Era alto, magro, di rara distinzione, e stava benissimo nella brillante uniforme del Gran Ciambellano. Si sposò iMeise (Belgio) con Pauline Hooghvorst (Meise, Meise, ), figlia di Emmanuel van der Linden, conte di Hombeek, barone di Hooghvorst, una delle prime famiglie in Belgio . Alta, forte, la Duchessa di Bassano aveva il volto amabile e comprensivo. Fu l’unica dama d’onore dell’imperatrice Eugenia fino alla sua morte nel 1867, quando fu sostituita dalla contessa Walewska. Il Duca e la Duchessa erano in tutto e per tutto modelli di correttezza, comportamento e onore nella vita; quanto alla loro devozione ai loro sovrani, era assoluta. Pauline morì ancora giovane, lasciando il marito e i figli nel dolore più profondo. Dopo gli eventi del 1870, il Duca di Bassano rimase legato all’Imperatore, poi dopo la morte di quest’ultimo, all’Imperatrice, che non lasciò finché, all’età di oltre ottant’anni, la sua vista si era molto indebolita e aveva qualche difficoltà di movimento, dovendosi ritirare presso i suoi figli. Fotografia CDV. Fotografo: L. Cremière & C.ie – Paris.
Onorificenze
Cavaliere della Legion d’onore 1832
Commendatore della Legion d’onore 7 agosto 1852
Grande Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore 30 dicembre 1855
Cavaliere dell’Ordine di Leopoldo (Belgio) 31 gennaio 1834
Ufficiale dell’Ordine di Leopoldo (Belgio) 22 marzo 1842
Commendatore dell’Ordine di Leopoldo (Belgio) 2 gennaio 1848

Arc. 3159: Anne-Édouard-Louis-Joseph de Montmorency, noto anche come Anne-Édouard-Louis-Joseph de Montmorency-Beaumont-Luxembourg o Anne-Édouard-Louis-Joseph de Beaumont, III duca di Beaumont, VI duca di Châtillon, XII duca di Piney-Luxembourg (Parigi, 9 settembre 1802 – Parigi, 15 gennaio 1878). Figlio primogenito di Anne-Christian de Montmorency-Beaumont-Luxembourg, II duca di Beaumont, nacque a Parigi e visse nella capitale francese i suoi primi anni di vita sotto l’Impero napoleonico. Per re Carlo X fu diplomatico presso l’ambasciata francese a Madrid in Spagna, dove venne nominato cavaliere dell’Ordine di Carlo III dal re Ferdinando VII nel 1823. A soli 26 anni, il 26 marzo 1828 venne ammesso dopo la morte di suo padre nel 1821 alla Camera dei Pari di Francia. A causa del suo impegno senza compromessi per la causa lealista e per la sua fedeltà ancestrale ai Borboni, si dimise dalla camera dei Pari per protesta il 15 novembre 1832 dal momento che l’8 novembre di quello stesso anno aveva appoggiato la principessa Maria Carolina Augusta di Borbone, duchessa di Berry, eroina del legittimismo borbonico che aveva tentato di sollevare la Vandea contro la nuova casata degli Orléans che aveva ottenuto la corona in Francia dopo la forzata abdicazione di Carlo X. Quando Luigi Napoleone Bonaparte prese il potere in Francia dopo il colpo di stato del 1852, egli presiedette nella sua residenza di Tingry una grande riunione di famiglia dove definì personalmente che, in virtù della sua fedeltà ai Borboni, nessun membro della sua famiglia avrebbe dovuto servire, ricevere titoli od onorificenze da quello che era definito senza mezzi termini “l’usurpatore della corona francese”. L’imperatore tuttavia per ingraziarsi la sua influente figura gli offrì il titolo di barone di Breteuil, titolo che egli rifiutò, rispondendo di poterne vantare di ben più importanti ed antichi. Nel 1837, alla morte di suo cugino Pierre de Montmorency-Laval, era divenuto erede del ducato di Laval. Nel 1862 alla morte di un altro suo cugino, Raoul de Montmorency, divenne capo della casata dei Montmorency ed erede dei suoi titoli, assumendo anche le armi principali della sua casata. Già l’anno precedente, alla morte di un altro suo cugino senza eredi, Charles Emmanuel Sigismond de Montmorency-Luxembourg, era divenuto erede anche di quei titoli. Nel giro di pochi anni, dunque, per una serie di casi fortuiti, si ritrovò unico erede delle fortune delle casate derivate dai Montmorency. Quando morì senza eredi maschi sopravvissutigli nel 1878, tutti i suoi titoli nobiliari si estinsero. Anne-Édouard-Louis-Joseph de Montmorency, date le fortune accumulate da tutti i rami della sua famiglia di cui fu erede, fu indubbiamente uno degli uomini più ricchi di Francia nel suo tempo, essendo divenuto anche proprietario di moltissimi possedimenti quali i castelli di Čany e Catteville in Normandia oltre a moltissimi terreni ricevuti da sua madre, la contessa Bec-de-Lièvre Cany. Visse a Parigi nel suo palazzo (l’Hôtel de Tingry) in Rue de Varenne nº 14 che poi donò ai francescani perché ne facessero una casa per ritiri, preferendo vivere in un altro palazzo della sua famiglia in Rue de l’Académie nº 53, e più tardi all’Hôtel de Montmorency che aveva acquistato nel 1854 dal cugino, il duca Anne-Louis-Raoul-Victor de Montmorency, situato in Rue de Saint-Dominique N° 49-51. Successivamente assunse alle proprie dipendenze l’architetto svizzero-francese Joseph-Antoine Froelicher, architetto ufficiale di Maria Carolina Augusta di Borbone-Napoli, affinché progettasse e costruisse un nuovo palazzo per la sua famiglia in un terreno di sua proprietà non distante da Rue Saint-Dominique, all’attuale nº 45, noto con il nome di Hôtel de Montmorency-Lussemburgo, oggi sede della banca Natixis e di uno studio di avvocati internazionali. Nel 1864 fece anche costruire una propria residenza estiva a Cannes, denominata “Villa Montmorency”. Anne-Édouard-Louis-Joseph sposò a Parigi il 12 maggio 1834, la contessa Léonie-Ernestine-Marie-Josèphe de Croix de Dadizeele, unica figlia ed erede universale di Philippe-Joseph-Louis-Marie-Ghislain de Croix de Dadizeele, conte di Dadizeele y de Moen, uno dei quattro pari francesi delle Fiandre, barone di Wyngene e di Rostuyne, visconte delle Fiandre, signore di Dadizeele e di Moorslede, e della baronessa Marie-Ernestine-Louise Louys de La Grange. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.
Onorificenze
Onorificenze francesi
Commendatore dell’Ordine di San Luigi
Cavaliere dell’Ordine della Legion d’onore (Regno di Francia) Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine di Carlo III (Spagna)

Arc. 1580: Ernest Louis Henri Hyacinthe Arrighi de Casanova duca di Padova (Parigi, 26 settembre 1814 – Parigi, 28 marzo 1888). Era figlio di Jean Toussaint Arrighi de Casanova (1778 – 1853) e di sua moglie, Anne Rose Zoé de Montesquiou Fezensac (1792 – 1817), figlia di Henri, I conte di Montesquiou Fezensac e dell’impero, ciambellano di Napoleone I. Nel 1833 entrò nella École polytechnique da dove uscì nel 1835 col grado di Tenente del genio nel 3º reggimento e dimettendosi poi nel 1839. Durante il periodo della monarchia di luglio, venne tenuto come suo padre alla lontana da funzioni pubbliche in quanto troppo legato al bonapartismo. Fu quindi sindaco di Ris-Orangis dal 1º ottobre 1846 al 20 febbraio 1848, e poi dal 19 agosto 1848 al 14 febbraio 1849. Legato alla famiglia Bonaparte, approdò nel mondo della politica solo quando il principe Luigi Napoleone divenne presidente della repubblica francese. Il 24 gennaio 1849 divenne prefetto del dipartimento della Seine-et-Oise e, con tale funzione, concorse al colpo di stato del 2 dicembre 1851 che portò il principe Napoleone sul trono. Passò al Consiglio di Stato dove rimase sino al giugno del 1853 quando venne nominato senatore dopo la morte del duca di Padova suo padre. Vicesegretario del senato nel 1856, segretario nel 1857, venne nominato ministro dell’interno nel maggio del 1859, occupando tale incarico durante il delicato periodo della seconda guerra d’indipendenza italiana dove la Francia ebbe un ruolo predominante. Stese quindi una circolare nella quale invitava i prefetti dei vari dipartimenti francesi a mantenere una salda fedeltà alla dinastia imperiale, definendola “la chiave di volta dell’edificio sociale” sul quale la Francia si reggeva. Contrassegnò tutti i bollettini e le corrispondenze ufficiali della campagna militare oltre al decreto di amnistia voluto il 15 agosto successivo. A novembre del 1859, lasciò il suo posto a Adolphe Billault per ragioni di salute, ottenendone in cambio la gran croce della Legion d’onore. Continuò a sedere in senato sino al 4 settembre 1870, quando decise di ritirarsi a vita privata, pur divenendo membro attivo del movimento politico dell’Appel au peuple d’ispirazione chiaramente bonapartista. Nel 1871 divenne sindaco della cittadina di Courson-Monteloup e nel 1874 si portò a Chislehurst, in Inghilterra, per in contrare il principe ereditario Luigi Napoleone a nome del suo partito; venne sospeso per bonapartismo dal prefetto del Seine-et-Oise, Henri Limbourg. Dopo aver tentato invano per ben due volte di essere eletto all’Assemblea Nazionale per la Seine-et-Oise, si rivolse agli elettori del dipartimento della Corsica ed il 20 febbraio 1876 venne eletto quale terzo deputato bonapartista per l’arrondissement di Calvi, raccogliendo 2535 voti su 4848 elettori. Sedette quindi nel gruppo parlamentare dell’Appel au peuple e sostenne con la minoranza il ministero del duca di Broglie. Alle elezioni del 14 ottobre 1877 venne rieletto allo stesso collegio. Nella legislatura del 1877-1881, il duca di Padova votò contro i vari ministeri di sinistra chiamati in carica; si pronunciò contro l’amnistia, contro il ritorno del parlamento a Parigi, contro l’articolo 7, contro l’applicazione delle leggi esistenti alle congregazioni non autorizzate, contro il divorzio. Il 5 settembre 1842 a Parigi sposò Élise Françoise Joséphine Honnorez (20 febbraio 1824 – 1º settembre 1876), figlia di Florent François Daniel Honnorez (1780-1830), proprietario e sindaco del comune di Ghlin, e di sa moglie, Adèle Narcisse Defontaine (1803-1875). Vedovo, si risposò nel novembre del 1877 con Marie Marguerite Adèle Bruat (31 agosto 1844 – 1928), figlia dell’ammiraglio di Francia Armand Joseph Bruat e di sua moglie Caroline Félicie Peytavin (12 marzo 1821 – ?). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.
Onorificenze
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore

Arc. 2878: Robert Alphonse Gautier (Parigi, – Parigi,

Arc. 1854: Pauline Clémentine Marie Walburga Sándor de Szlavnicza, principessa von Metternich-Winneburg zu Beilstein (Vienna, 25 febbraio 1836 – Vienna, 28 settembre 1921). Pauline nacque a Vienna nella nobile famiglia ungherese dei De Szlavnicza. Suo padre, conte Móric Sándor (1805–1878), descritto come “un cavaliere furioso”, era conosciuto in tutto l’impero asburgico come un cavaliere appassionato. Sua madre, principessa Leontine von Metternich-Winneburg (1811–1861), era una figlia del famoso cancelliere austriaco, principe Klemens von Metternich, autore dell’ordine europeo voluto dal Congresso di Vienna. Fu nella sua casa di Vienna che Pauline trascorse l’intera infanzia. Nel 1856, sposò suo zio, principe Richard von Metternich (1829–1895), suo nonno principe Metternich diventò anche suo suocero. La loro vita coniugale fu relativamente felice, nonostante le liaisons amorose di Richard con ballerine e cantanti d’opera ed ebbero tre figlie, la loro primogenita Sophie nacque nel 1857 e sposò Albrecht, principe di Oettingen-Oettingen und Oettingen-Spielberg; la seconda figlia, Pascaline (nata nel 1862), sposò il conte Georg von Waldstein-Wartenberg, un aristocratico ceco pazzo e alcolista che si diceva l’avesse uccisa nel delirio a Duchcov (attuale Repubblica Ceca) nel 1890. La figlia più piccola, Klementine (1870), fu gravemente ferita dal suo cane da bambina e decise di non sposarsi mai a causa del suo viso sfregiato. Pauline accompagnò il marito nelle sue missioni diplomatiche nella corte reale di Dresda e nella corte imperiale di Parigi, dove vissero per undici anni, dal 1859 al 1870, alla caduta del Secondo Impero. Pauline giocò un ruolo importante nella vita mondana delle corti sassone e francese e in quella austriaca dopo il 1870. In Francia divenne un’intima amica e confidente dell’imperatrice Eugenia, che all’epoca era considerata la regina incontrastata della moda (fu Pauline che fece incontrare per la prima volta l’imperatrice e Charles Frederick Worth, che divenne sarto personale di Eugenia). Pauline e Richard divennero figure di spicco nella dorata corte delle Tuileries di Napoleone III. Pauline fu inoltre una grande appassionata di musica e fu patrona di numerosi artisti tra i quali Richard Wagner, Franz Liszt, Charles Gounod e Camille Saint-Saëns. Diffuse la musica di Wagner a Parigi e quella del compositore ceco Bedřich Smetana a Vienna. Fu amica e tenne corrispondenza con Prosper Mérimée e Alexandre Dumas. Nella sua vita privata Pauline assistette a vari rivolgimenti e crisi. Quand’era bambina vide con i suoi occhi i moti del 1848 e nel 1870 rimase al fianco dell’imperatrice Eugenia durante la Guerra franco-prussiana e lei e suo marito l’aiutarono a riparare in Inghilterra quando la folla assaltò il palazzo imperiale. La principessa Pauline morì a Vienna nel 1921. Aveva visto l’apoteosi e il declino dei grandi imperi, quello asburgico e quello francese, e divenne un simbolo vivente di questi due mondi decadenti. Fotografia CDV. Fotografo: P. Petit – Paris.
Onorificenze
Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa
FANTERIA

Arc. 3385: Fanteria: Maggiore di Fanteria in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: M. Lotze – Verona.

Arc. 3227: Fanteria: Antonio Francesco Giuseppe principe Gonzaga, signore di Vescovato, marchese di Mantova, Nobile Patrizio di Venezia in uniforme ordinaria da Capitano di Fanteria (17 gennaio 1831 – 2 maggio 1899). Antonio Francesco nacque da Francesco Carlo Gonzaga, discendente della famiglia dei Gonzaga di Vescovato, ramo collaterale dei Gonzaga, e da Giuseppa Pedrazzoli (1792-1847). Capitano del Reggimento austro-italiano Wernhardt n. 16. Fu d’istanza a Treviso e nella campagna del 1859 fu a Milano al comando della 2^ Compagnia. Venne inviato come scorta di una batteria di Artiglieria in treno da Milano a Solferino. Prese parte alla battaglia del 24 giugno difendendo il cimitero. Nel 1860 fu a Vienna e poi a Magonza. Era il padre del Tenente Generale Maurizio Ferrante Gonzaga marchese del Vodice eroe della 1^ guerra mondiale (1861-1938). Fotografia CDV. Fotografo: Pagliano – Milano.
Onorificenze
Cavaliere dell’Ordine della Corona ferrea
GENERALI

Arc. 974: Ajroldi di Robbiate Paolo in piccola uniforme da Tenente Maresciallo ( 1793 – 1882). Uscito dalla Scuola Militare di Modena, fu ufficiale nell’esercito napoleonico e prese parte alle campagne di Spagna e di Russia. Si distinse nel 1812 nelle giornate di Suraj e della Moscova. Durante la ritirata fu ferito a Maloyaroslavets. Alla Restaurazione nel 1815 passò al servizio dell’Austria. Fu comandante della Reale Guardia del Corpo Nobile del Lombardo-Veneto, Tenente Maresciallo dell’esercito austriaco, consigliere e gran maggiordomo dell’imperatore Ferdinando I d’Austria, che insignì sia Paolo, sia i suoi fratelli Carlo e Michelangelo, dei titoli di cavaliere e barone dell’Impero austriaco, con diritto al prefisso di don e con trasmissione di tale titoli ai discendenti maschi e femmine. Fu comandante della 2^ Divisione di cui faceva parte la Brigata Estense del Ducato di Modena e della piazza di Verona. Fotografia CDV. Fotografo: Gebrüder Winter – Prag.

Arc. 700: Maggior Generale in piccola uniforme. Fotografia CDV. Fotografo: L. Kaiser – Verona.
CASA IMPERIALE D’ASBURGO

Arc. 1503: Francesco Giuseppe I d’Austria, (Vienna, 18 agosto 1830 – Vienna, 21 novembre 1916), è stato Imperatore d’Austria, Re d’Ungheria, Re di Boemia e di molti altri territori; inoltre, dal 1º maggio 1850 al 24 agosto 1866, fu capo della Confederazione germanica. Regnò sul neo riformato Impero austro-ungarico dal 1867, mentre sul Regno Lombardo-Veneto fino al 1866. Apparteneva alla casa d’Asburgo-Lorena e fu di fatto l’ultimo vero sovrano assoluto per diritto divino fino alla morte. Nel dicembre 1848 suo zio Ferdinando I, ritenuto troppo debole per affrontare la crisi politica, abdicò al trono presso la città di Olomouc, come parte del piano del principe Felix Schwarzenberg per domare le rivoluzioni in Ungheria. Questo permise al diciottenne Francesco Giuseppe di accedere al trono dopo che il padre, Francesco Carlo d’Asburgo-Lorena, ebbe rinunciato alla successione; venne incoronato imperatore d’Austria il 2 dicembre 1848, su richiesta della sua famiglia. Il suo regno di quasi 68 anni ha superato la durata di ogni altro sovrano della sua dinastia, ma le scelte di governo in politica interna ed estera, ritenute reazionarie, lo imposero come il responsabile del disgregamento e della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. Abrogò nel 1851 le concessioni costituzionali e instaurò un regime assolutista e centralista. Il suo regno fu travagliato dalle spinte nazionaliste all’interno dell’impero. Le sconfitte militari nella seconda guerra d’indipendenza italiana (del 1859) e nella guerra austro-prussiana (del 1866) lo videro costretto a scendere a patti con i magiari e convertire l’Impero austriaco in due monarchie costituzionali: il compromesso del 1867 creò la doppia monarchia austro-ungarica come una vera e propria unione di due stati, ponendosi in una situazione di neutralità che durò per più di 40 anni. Sotto il suo regno crebbe l’opposizione alla crescente influenza della Russia nei Balcani, mentre si avvicinò all’Impero tedesco, firmando la Duplice alleanza. Il rifiuto di avviare un processo di riforme nella Cisleitania da parte di Francesco Giuseppe, nelle Terre della Corona di Santo Stefano, il non riconoscimento dell’élite magiara e il sempre più ampio conflitto tra le diverse nazionalità avviarono l’impero verso il collasso. Le tensioni in atto nei Balcani e la sovrastima delle forze militari dell’Austria-Ungheria condussero Francesco Giuseppe nell’estate 1914 a dichiarare guerra alla Serbia, aggressione che portò, nel quadro del meccanismo di alleanze tra potenze europee, a dare vita alla prima guerra mondiale. Nella vita privata visse molte tragedie: la fucilazione in Messico del fratello Massimiliano (nel 1867); la morte del suo unico figlio maschio ed erede, Rodolfo (nel 1889); la morte del fratello Carlo Ludovico (nel 1896); l’omicidio della moglie Sissi (nel 1898); l’assassinio del nipote Francesco Ferdinando a Sarajevo (nel 1914). Alla sua morte, nel 1916, seguì la sconfitta militare austro-tedesca nella Grande Guerra: i divergenti interessi nazionali dei popoli e la cacciata degli Asburgo-Lorena dall’Austria con la proclamazione della repubblica portarono alla dissoluzione dell’Impero il 3 aprile 1919. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.
Onorificenze
Onorificenze austriache
Gran maestro dell’Ordine del Toson d’oro (Impero austro-ungarico) 2 dicembre 1848
Gran maestro dell’Ordine reale di Santo Stefano d’Ungheria (Impero austro-ungarico) 2 dicembre 1848
Gran maestro dell’Ordine militare di Maria Teresa (Impero austro-ungarico) 2 dicembre 1848
Gran maestro dell’Ordine austriaco imperiale di Leopoldo 2 dicembre 1848
Gran maestro dell’Ordine imperiale della Corona ferrea 2 dicembre 1848
Gran maestro dell’Ordine imperiale austriaco di Francesco Giuseppe 2 dicembre 1849 (fondatore)
Gran maestro dell’Ordine imperiale austriaco di Elisabetta 17 settembre 1898 (fondatore)
Croce al merito militare di I classe con decorazione di guerra 2 dicembre 1915
Medaglia di guerra
Croce per anzianità di servizio militare per ufficiali di I classe per 50 anni di servizio attivo
Medaglia d’oro per il 50º anno di regno di Francesco Giuseppe I (Signum Memoriae) 21 ottobre 1898
Croce militare per il 60º anno di regno di Francesco Giuseppe I 14 agosto 1908 Onorificenze straniere
Gran Croce e Collare dell’Ordine di Carol I 1906
Cavaliere di gran croce dell’Ordine di Luigi d’Assia (Granducato d’Assia)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine militare di Massimiliano Giuseppe (Regno di Baviera)
Cavaliere dell’Ordine dei Santi Cirillo e Metodio (Regno di Bulgaria)
Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro (Regno delle Due Sicilie)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine reale di Kamehameha I (Regno delle Hawaii) 1865
Cavaliere di gran croce dell’Ordine reale di Kalākaua (Regno delle Hawaii) 1878
Cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata (Regno d’Italia) 1869
Cavaliere di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d’Italia) 1869
Cavaliere di gran croce dell’Ordine della Corona d’Italia (Regno d’Italia) 1869
Cavaliere di gran croce dell’Ordine del Principe Danilo I (Regno del Montenegro)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine del Leone norvegese (Norvegia) 21 gennaio 1904
Senatore gran croce con collana del Sacro imperiale angelico Ordine costantiniano di San Giorgio (Ducato di Parma) 6 settembre 1849
Cavaliere dell’Ordine supremo dell’Aquila nera (Regno di Prussia)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine dell’Aquila rossa (Regno di Prussia)
Cavaliere dell’Ordine Pour le mérite (Regno di Prussia) 27 agosto 1914
Cavaliere di gran croce del Reale Ordine dinastico di Hohenzollern (Regno di Prussia)
Croce di Ferro di I classe (mod. 1914, Regno di Prussia) 1914
Croce di Ferro di II classe per combattenti (mod. 1914, Regno di Prussia) 1914
Cavaliere straniero del Nobilissimo Ordine della Giarrettiera (K.G., Regno Unito) «Espulso nel 1915»
1867
decorato di Royal Victorian Chain (Regno Unito) «Revocata nel 1915»
1904
Cavaliere di gran croce onorario dell’Ordine reale vittoriano (G.C.V.O. (hon.), Regno Unito) «Espulso nel 1915»
Cavaliere dell’Ordine imperiale di Sant’Andrea apostolo “il primo chiamato” (Impero russo)
Cavaliere di IV classe dell’Ordine imperiale di San Giorgio (Impero russo)
Cavaliere dell’Ordine imperiale di Sant’Aleksandr Nevskij (Impero russo)
Cavaliere dell’Ordine imperiale dell’Aquila Bianca (Impero russo)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine imperiale di Sant’Anna (Impero russo)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine imperiale di San Stanislao (Impero russo)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Santa Sede)
Cavaliere di gran croce dell’ordine militare di Sant’Enrico (Regno di Sassonia)
Cavaliere dell’Ordine di Milan il Grande (Regno di Serbia) fino all’11 giugno 1903, Ordine soppresso
Balì Cavaliere di gran croce d’onore e devozione del Sovrano militare Ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta (SMOM)
Cavaliere di Collare del Reale e Distinto Ordine spagnolo di Carlo III (Spagna)
Cavaliere del Reale Ordine dei Serafini (Svezia) 9 luglio 1850

Arc. 1155: Francesco Giuseppe I d’Austria, (Vienna, 18 agosto 1830 – Vienna, 21 novembre 1916). Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Arc. 414: Francesco Giuseppe I d’Austria, (Vienna, 18 agosto 1830 – Vienna, 21 novembre 1916). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1015: Francesco Giuseppe I d’Austria, (Vienna, 18 agosto 1830 – Vienna, 21 novembre 1916). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1156: Francesco Giuseppe I d’Austria, (Vienna, 18 agosto 1830 – Vienna, 21 novembre 1916). Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Arc. 1156: Francesco Giuseppe I d’Austria, (Vienna, 18 agosto 1830 – Vienna, 21 novembre 1916). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1068: Francesco Giuseppe I d’Austria, (Vienna, 18 agosto 1830 – Vienna, 21 novembre 1916). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2447: Francesco Giuseppe I d’Austria con i figli Rodolfo d’Asburgo-Lorena, Arciduca d’Austria e Principe ereditario della Corona d’Austria, Ungheria e Boemia (Vienna, 21 agosto1858 – Mayerling, 30 gennaio1889) e Gisella Luisa Maria d’Asburgo-Lorena, arciduchessa d’Austria e principessa reale d’Ungheria (Laxenburg, 12 luglio 1856 – Monaco di Baviera, 27 luglio 1932). Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Vienna.

Arc. 1319: Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nata duchessa in Baviera (Monaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898), meglio nota come Sissi (più correttamente, “Sisi”), fu imperatrice d’Austria, regina apostolica d’Ungheria, regina di Boemia e di Croazia come consorte di Francesco Giuseppe d’Austria. Nonostante fosse cresciuta relativamente libera da vincoli sociali e di comportamento normalmente imposti alla nobiltà mitteleuropea del XIX secolo e generalmente insofferente alla disciplina di corte a Vienna, nonché alle politiche imperiali e alle condizioni di vita dei popoli sottoposti alle autorità dell’Impero austro-ungarico, rimase un simbolo della monarchia asburgica, e per tale ragione il 10 settembre 1898 fu uccisa a Ginevra, in Svizzera, dall’anarchico italiano Luigi Lucheni. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.
Onorificenze
Onorificenze austro-ungariche
Gran Maestro dell’Ordine dei Virtuosi
Gran Maestro dell’Ordine della Croce Stellata
Gran Maestro dell’Ordine dell’amore verso il prossimo
Protettrice dell’Ordine di Elisabetta Teresa Onorificenze straniere
Rosa d’Oro (Santa Sede)
Dama di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di San Carlo (Secondo Impero Messicano)
Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa (Spagna)

Arc. 1158: Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nata duchessa in Baviera ( Monaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898), meglio nota come Sissi (più correttamente, “Sisi”), fu imperatrice d’Austria, regina apostolica d’Ungheria, regina di Boemia e di Croazia come consorte di Francesco Giuseppe d’Austria. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1778: Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nata duchessa in Baviera ( Monaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898). Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Arc. 2442: Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nata duchessa in Baviera ( Monaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898). Fotografia CDV. Fotografo: Rabeding & Monckhoven – Wien.

Arc. 2284: Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nata duchessa in Baviera ( Monaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1067: Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, nata duchessa in Baviera ( Monaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2282: Gisella Luisa Maria d’Asburgo-Lorena, arciduchessa d’Austria e principessa reale d’Ungheria (Laxenburg, 12 luglio 1856 – Monaco di Baviera, 27 luglio 1932) e il fratello Rodolfo d’Asburgo-Lorena, Arciduca d’Austria e Principe ereditario della Corona d’Austria, Ungheria e Boemia (Vienna, 21 agosto 1858 – Mayerling, 30 gennaio 1889). Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Arc. 1014: Rodolfo d’Asburgo-Lorena, arciduca d’Austria e principe ereditario della Corona d’Austria, Ungheria e Boemia (Vienna, 21 agosto 1858 – Mayerling, 30 gennaio 1889). L’arciduca Rodolfo Francesco Carlo Giuseppe nacque il 21 agosto 1858 nei castelli di Laxenburg, presso Vienna, primo e unico figlio maschio dell’imperatore Francesco Giuseppe e dell’imperatrice Elisabetta. Nell’ottica del padre, che vedeva in lui non solo il suo successore al trono ma un comandante “vecchio stile” per un esercito e un governo conservatore delle antiche tradizioni, Rodolfo venne nominato dalla nascita colonnello e subì un’educazione essenzialmente militare e strategica, impartitagli su istruzioni precise dell’imperatore dal maggiore generale conte Leopold Gondrecourt, che venne nominato per l’appunto suo educatore. Il bambino, seppur molto piccolo, venne sottoposto a prove di resistenza come il rimanere sotto la pioggia e al freddo per delle ore, oppure venendo svegliato nella notte con colpi di pistola fuori dalla sua porta, oppure abbandonandolo nei boschi di Linz per fargli vivere sensazioni ed esperienze che avrebbero dovuto temprarlo come uomo e aiutarlo a crescere come soldato. Quando la madre Elisabetta scoprì quale educazione stesse ricevendo suo figlio, fece subito pressione perché questa modalità cambiasse e si desse maggiormente spazio alle inclinazioni naturali dell’arciduca; questi venne pertanto affidato al conte Joseph Latour von Thurmburg, che divenne il suo principale educatore. Sotto l’influenza di uno dei suoi insegnanti in questo periodo, Ferdinand von Hochstetter (destinato a divenire il primo direttore del Naturhistorisches Museum), Rodolfo si appassionò alle scienze naturali, cominciando, assai giovane, una collezione di minerali ingranditasi poi nel tempo. Manifestò invece sempre poco interesse per la letteratura e le lingue straniere, al cui studio si dovette comunque sottoporre per ragion di Stato. Grande appassionato d’arte, si dilettò sempre nel disegno e nella pittura con opere che ancora oggi rimangono, a dimostrare che la sua passione e bravura nel campo erano indiscutibili. Il Principe ereditario venne allevato insieme alla sorella maggiore Gisella dalla nonna paterna, l’arciduchessa Sofia. Un’altra sorella maggiore, Sofia, morì all’età di due anni prima della nascita di Rodolfo, mentre Maria Valeria nacque dieci anni dopo di lui. Gisella e Rodolfo crebbero quindi insieme e furono molto legati. All’età di sei anni fu separato dalla sorella quando cominciò la sua formazione per diventare un futuro imperatore. Ciò non mutò il loro rapporto, infatti Gisella gli fu vicino fino a quando lasciò Vienna in seguito al suo matrimonio con il principe Leopoldo di Baviera. Si dice che la separazione fra i fratelli sia stata molto commovente. In contrasto con il conservatorismo politico del padre e probabilmente ispirato dalla madre, Rodolfo coltivò una visione politica spiccatamente liberale. Egli si dimostrò in più occasioni ostile al patto di ferro che legava Vienna alla Germania di Bismarck, incontrandosi più volentieri coi rappresentanti dei governi inglese e francese. Il suo atteggiamento “rivoluzionario” e le sue frequentazioni con ambienti politici ritenuti sospetti, come quelli del socialismo, fecero sì che la polizia della corte asburgica ne controllasse i movimenti, arrivando addirittura a pedinarlo. Simpatizzante della cultura e della politica indipendentista ben espressa dal cosiddetto “rinascimento ungherese”, Rodolfo si impegnò a migliorare le condizioni politiche, sociali ed economiche dell’Ungheria (che era dal 1867 parte costituente dell’impero da quel momento denominato austro-ungarico) come già aveva tentato di fare sua madre, guadagnandosi così la stima dei leader politici magiari che arrivarono a chiedergli di assumere la corona come re d’Ungheria, proposta che Rodolfo rigettò, in quanto sapeva che questo avrebbe portato a un’ulteriore improduttiva divisione all’interno dell’impero, oltre a metterlo in diretto conflitto col padre. A fronte di quanto detto, non stupisce quindi sapere che Francesco Giuseppe non gli affidò mai importanti mansioni di politica interna proprio perché le sue idee erano assai distanti da quelle del figlio. Tuttavia l’imperatore dovette riconoscere in Rodolfo uno straordinario talento diplomatico e per questo, dopo una certa età, lo inviò in tutta Europa a negoziare e rappresentare la monarchia asburgica. Negli anni in cui fu inviato dal padre imperatore a Praga, non risparmiò aspre critiche al governo del primo ministro austriaco Eduard Taaffe che pubblicò in forma anonima sui giornali viennesi. Intanto continuò a coltivare la sua passione per l’ornitologia e per la geologia, mantenendo sempre forti legami con l’ateneo viennese e venendo spesso invitato all’inaugurazione di fiere e mostre di tema scientifico come quella del 1883 per l’inaugurazione di un primo sistema di illuminazione pubblica con l’uso dell’elettricità. Pubblicò un’opera dal titolo Un viaggio in Oriente nell’anno 1881, dato alle stampe a Vienna nel 1885, riguardo al fascino che nutriva per l’Impero ottomano e la cultura orientale e tribale, al punto che nei suoi appartamenti di corte si fece realizzare un caratteristico “salotto turco” per accogliere tutti gli oggetti che aveva riportato da questo viaggio. Per tutta la sua vita si impegnò in un grande progetto pubblicato postumo che consisteva nella realizzazione di una grande enciclopedia dell’Impero austro-ungarico, corredata da immagini e descrizioni che consentissero ai molti popoli che costituivano gli Stati della monarchia asburgica di apprezzare le bellezze culturali e artistiche che si trovavano a dover condividere. Per Rodolfo era ormai giunta l’età di scegliere una sposa, ma ancora una volta fu suo padre a decidere per lui quale fosse la migliore donna per salvaguardare il destino della sua casata e del suo trono. Il 10 maggio 1881, Rodolfo sposò la principessa Stefania del Belgio, figlia del re dei belgi Leopoldo II e di Maria Enrichetta d’Asburgo-Lorena, il che la rendeva imparentata con la dinastia regnante in Austria. La cerimonia venne celebrata nell’antica Chiesa degli Agostiniani di Vienna, con la pompa e lo splendore di un matrimonio di Stato. Rodolfo sembrava inizialmente sinceramente innamorato, nonostante la madre giudicasse la nuora una “sciocca impacciata”. Stefania, dal canto suo, era stata educata e preparata a questo matrimonio con l’idea della moglie di un monarca del XIX secolo, ovvero con la funzione di “produrre eredi” per garantire la continuazione al trono e per questo più che amore si può dire avesse una sorta di riverente devozione nei confronti di Rodolfo. Francesco Giuseppe l’aveva scelta per via del suo carattere sottomesso, per la provenienza da una famiglia reale d’Europa e per la sua profonda religiosità cattolica, il che avrebbe contribuito a rinsaldare il tradizionale legame tra il trono imperiale e lo Stato della Chiesa. Il rapporto, in seguito, degenerò progressivamente e all’epoca della nascita della loro unica figlia, l’arciduchessa Elisabetta, il 2 settembre 1883, il matrimonio era già in crisi e Rodolfo si rifugiava nell’alcol. Questa crisi di matrimonio era dovuta anche al fatto che ora le idee di Rodolfo venivano contrastate persino da sua moglie: quest’ultima, infatti, si chiedeva quale destino avrebbe avuto l’impero sotto il suo comando. Malgrado il matrimonio, Rodolfo continuava a condurre una vita libertina alla ricerca di nuovi piaceri e stimoli in ambienti completamente diversi da quelli della corte e della propria famiglia, tanto più che il matrimonio con Stefania era stato più un’unione di facciata. Fu un assiduo frequentatore di case di tolleranza d’alto bordo dove conobbe anche Mizzi Kaspar (28 settembre 1864, Graz – 29 gennaio 1907, Vienna) che fu per molto tempo la sua amante. Rodolfo aveva fatto di Mizzi anche la sua confidente e più volte, preso dalla continua depressione che lo accompagnava nella vita, mista all’uso di oppiacei e alle continue umiliazioni a cui era sottoposto dal padre, cercò di uccidersi, ma Mizzi riuscì sempre a fermarlo per tempo e anzi cercò di informare la polizia dei suoi piani di suicidio, senza mai però ricevere un’adeguata attenzione perché le sue parole venivano bollate come “chiacchiere di una prostituta”, ignorando così i seri pericoli che l’arciduca correva ogni giorno. Nel breve lasso di tempo dell’inizio delle sue relazioni extraconiugali, Rodolfo contrasse la gonorrea, un’infezione sessualmente trasmessa che lo rese in breve tempo sterile e sicuro di non poter più avere figli e quindi nemmeno di poter assicurare un erede al trono. Inoltre la situazione peggiorò ulteriormente quando il principe ereditario trasmise la sua malattia alla moglie Stefania del Belgio, rendendola nel contempo sterile e rompendo definitivamente il loro già travagliato matrimonio. Per allontanarsi dalle inquietudini della vita di corte e per dedicarsi alle ultime passioni che gli rimanevano, nel 1887, Rodolfo aveva acquistato un edificio di campagna a Mayerling e lo aveva adattato a proprio casino di caccia. Malgrado la sua infelice situazione, continuava a frequentare la corte per non dare nell’occhio con le sue condizioni di salute e fu proprio nell’autunno del 1888 che, a un ballo tenutosi alla corte di Vienna, Rodolfo incontrò la diciassettenne baronessa Maria Vetsera, dopo quasi dieci anni dal loro primo incontro nel quale il giovane arciduca aveva fatto perdutamente innamorare la giovane che mai lo aveva dimenticato. Questa lo adorava e si diceva pronta a tutto per lui. Le testimonianze concordano con l’impressione che Rodolfo non condividesse tale illimitata passione, benché non gli fosse indifferente e quindi tra i due nacque un’ultima irrefrenabile passione. Intenzionato a compiere il gesto estremo, il 29 gennaio 1889 Rodolfo si ritirò nella sua tenuta di Mayerling dove venne raggiunto poco dopo dalla giovane Maria che desiderava rimanere con lui per qualche tempo lontano dalla corte. Rodolfo era a ogni modo intimorito per il fatto che la Vetsera, oltre che minorenne, era già promessa sposa al principe di Braganza e si rendeva conto che questa relazione stava divenendo sempre più lesiva per questa giovane che vedeva in lui l’uomo della sua vita, mentre lui si considerava sempre più un fallito. Per questo motivo diede disposizioni perché la baronessa Vetsera venisse riportata a Vienna il giorno successivo alla loro ricongiunzione, ma ella si ostinò a rimanere, volendo restare vicino all’amato. Rodolfo, ormai sconvolto all’estremo nell’animo e nel corpo, convinse l’amante che era ormai giunto per lui il momento di togliersi la vita. Innamorata fino all’ultimo, la Vetsera volle condividere col principe ereditario il medesimo travagliato destino e così avvenne: Rodolfo uccise con un colpo di pistola Maria, per poi puntare l’arma contro di sé e uccidersi con un colpo alla tempia, non prima di aver ricomposto il corpo dell’amante sul letto, con le mani giunte. All’indomani del suicidio, la versione ufficiosa attribuì la tragica decisione alla richiesta, avanzata da Francesco Giuseppe al figlio, di troncare la relazione, anche se i giornali fecero trapelare la notizia dapprima dell’improvvisa morte a causa di un attacco cardiaco, nonostante le voci del suicidio continuassero a circolare. L’imperatore non poté nascondere a lungo la verità, giungendo quindi a dichiarare che il figlio si era tolto la vita, omettendo però sempre il particolare della presenza dell’amante che sarebbe stato reputato sconveniente per l’epoca. In ogni caso, al fine di permetterne il seppellimento all’interno del mausoleo degli Asburgo (la Cripta dei Cappuccini) Rodolfo venne dichiarato nell’atto di morte ufficiale come “in stato di disordine mentale”, formula che venne accettata dal cardinale segretario di Stato Mariano Rampolla del Tindaro per consentire le celebrazioni religiose per il funerale dell’arciduca. Ai suicidi infatti, secondo le normative della chiesa cattolica, non era consentito di essere sepolti coi dovuti conforti religiosi: questo divieto era ritenuto inaccettabile dal cattolicissimo Francesco Giuseppe che mantenne un lungo carteggio con papa Leone XIII sull’accaduto. Il cadavere della Vetsera, invece, venne traslato nel cuore della notte e segretamente sepolto nel cimitero dell’Abbazia di Heiligenkreuz, senza conforti religiosi e lontano dalla famiglia. Francesco Giuseppe trasformò Mayerling in un convento penitenziale delle suore carmelitane per riparare al gesto da lui ritenuto “scellerato” compiuto dal figlio: la camera da letto protagonista del tragico evento venne completamente demolita e al suo posto venne eretta una cappella espiatoria, mentre vennero salvati parte degli arredi tra cui il letto della tragedia che ancora oggi è conservato al Museo dell’Arredamento di Vienna. Morto Rodolfo, la carica di erede al trono venne trasmessa al fratello di Francesco Giuseppe, l’arciduca Carlo Ludovico. Dopo la sua morte, il 19 maggio 1896, l’onore passò al di lui figlio maggiore, l’arciduca Francesco Ferdinando: anche lui però morì prematuramente, assassinato durante una sua visita a Sarajevo il 28 giugno 1914. Il titolo venne quindi trasmesso al figlio del di lui fratello, Carlo: sarà proprio quest’ultimo a succedere al vecchio Francesco Giuseppe dopo la sua morte, avvenuta il 21 novembre 1916. La morte dell’erede al trono provocò tra l’altro anche la crisi definitiva del matrimonio fra Francesco Giuseppe ed Elisabetta di Baviera, circostanza che apparve evidente a tutti gli osservatori contemporanei. Forse, se Rodolfo fosse sopravvissuto, Francesco Giuseppe avrebbe abdicato in favore di suo figlio (come già aveva fatto in precedenza lo zio di Francesco Giuseppe, cioè Ferdinando I). Atto di abdicazione che Francesco Giuseppe rifiutò sempre di fare, invece, a favore dell’assai poco amato nipote Francesco Ferdinando. La grande collezione di minerali di Rodolfo venne depositata presso la facoltà di agricoltura dell’Università di Vienna. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Onorificenze austriache

Arc. 1686: Rodolfo d’Asburgo-Lorena, arciduca d’Austria e principe ereditario della Corona d’Austria, Ungheria e Boemia (Vienna, 21 agosto 1858 – Mayerling, 30 gennaio 1889). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1160: Rodolfo d’Asburgo-Lorena, arciduca d’Austria e principe ereditario della Corona d’Austria, Ungheria e Boemia (Vienna, 21 agosto 1858 – Mayerling, 30 gennaio 1889). Fotografia CDV. Fotografo: F. Luckhardt – Wien.

Arc. 1016: Ferdinando Massimiliano d’Asburgo-Lorena (Vienna, 6 luglio 1832 – Santiago de Querétaro, 19 giugno 1867). Nacque nel Palazzo di Schönbrunn, a Vienna, secondo figlio dell’arciduca Francesco Carlo d’Asburgo-Lorena e della principessa Sofia di Baviera. Mentre a lui spettò il titolo di Principe Imperiale e Arciduca d’Austria, Principe Reale di Ungheria e Boemia, suo fratello Francesco Giuseppe divenne imperatore d’Austria e Re d’Ungheria. Dotato di particolare intelligenza, mostrò particolare propensione per le arti e un fervente interesse per le scienze e, segnatamente, per la botanica. Affascinato dalla marina militare, intraprese la carriera militare, raggiungendo presto alti gradi di ufficiale e intervenendo profondamente nel rinnovamento del porto di Trieste e nella costituzione della flotta dell’Impero austriaco, con cui l’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff, alcuni anni più tardi, avrebbe vinto sull’ammiraglio Carlo Pellion di Persano alla battaglia di Lissa, nel corso della terza guerra di indipendenza. Il 27 luglio 1857, Carlotta del Belgio e Massimiliano si sposarono a Bruxelles. Alla corte di Vienna, ella fu molto apprezzata da sua suocera Sofia di Baviera, che vedeva in lei l’esempio perfetto di moglie per un arciduca austriaco. Carlotta detestava la cognata, l’imperatrice Elisabetta (nota come Sissi, la moglie di Francesco Giuseppe I d’Austria, fratello maggiore del marito). Particolarmente influenzato dalle idee progressiste in voga all’epoca, si fece una reputazione da “liberale” che lo aiutò a divenire, nel febbraio 1857, viceré del Lombardo-Veneto, in sostituzione del vecchio feldmaresciallo Radetzky che, per nove anni governatore generale, aveva dominato da vero autocrate il regno. Avvenuto il trapasso, il 10 marzo 1857, il fratello dell’imperatore giunse a Milano nel settembre successivo. Comandante generale del Regno fu nominato Ferenc Gyulay. Massimiliano era portatore di una nuova amnistia, del ritorno all’amministrazione civile e, soprattutto, offriva un volto meno inviso di quello del suo predecessore, tanto da fare temere per un momento a Cavour che l’Impero austriaco potesse uscire dal “vicolo cieco” nel quale Francesco Giuseppe e Radetzky l’avevano cacciato. Ma Massimiliano, sicuramente ben intenzionato, non recava né autonomia né libertà, e così l’Austria perdette l’occasione per una pace duratura. Quasi tutte le volte che l’arciduca tentò di riprendere l’iniziativa politica, attraverso rinnovati investimenti pubblici, ovvero con la costituzione di commissioni consultive cui partecipò parte della intellighenzia del regno (Cantù, Pasini, Jacini, e altri) che prefiguravano una maggiore autonomia amministrativa, egli si scontrò (e perse) con la volontà di Vienna e del fratello Francesco Giuseppe. L’anno successivo, nel 1859, l’armata austriaca, affidata a Ferenc Gyulay, affrontò una nuova guerra contro il Regno di Sardegna assistito, questa volta, da un nuovo e grande alleato, la Francia di Napoleone III, da cui venne sconfitta. L’Impero austriaco perdette la Lombardia e Francesco Giuseppe non poté opporsi alla successiva occupazione piemontese di Parma, Modena, Toscana, Bologna e, l’anno dopo, di Marche e Umbria. Inoltre nulla poté fare contro la spedizione dei Mille. Concluso il conflitto contro il Regno di Sardegna, nel 1859 Massimiliano fu congedato dal suo incarico di Viceré del Lombardo-Veneto, e con la moglie si ritirò a vita privata: soggiornarono principalmente a Trieste, dove fecero costruire il Castello di Miramare. Nel 1859 Massimiliano venne dapprima avvicinato da membri della nobiltà messicana guidati dal nobile messicano Josè Pablo Martinez del Rio con la proposta di diventare Imperatore del Messico, proposta allettante in quanto era improbabile una sua ascesa al governo di uno stato europeo a causa di suo fratello Francesco Giuseppe. Inizialmente non accettò, ma con la scusa della sua passione per la botanica partì per una spedizione scientifica alla volta del sud America nelle foreste del Brasile (1861). Nel frattempo, tuttavia, era scoppiata la guerra di secessione americana e l’imperatore dei Francesi Napoleone III ne aveva profittato per intervenire in Messico: il generale Forey prese Città del Messico e un plebiscito (di dubbia natura là ove si consideri che avvenne mentre le truppe francesi occupavano militarmente Città del Messico) confermò la caduta del Presidente in carica, Benito Juárez, e la proclamazione dell’Impero. In considerazione degli indubbi meriti guadagnati come governatore del Lombardo-Veneto e dell’evidente disagio maturato con il fratello imperatore, Massimiliano parve il candidato ideale alla instaurazione di una monarchia moderata. Accettò la corona nel 1863. Francesco Giuseppe, che venne a conoscenza dei piani del fratello solo poco prima della partenza, si vendicò, imponendogli la perdita di tutti i titoli che a lui competevano presso la casa regnante austriaca. Massimiliano salpò per il Messico assieme alla moglie dal castello di Miramare il 14 aprile 1864 a bordo del Novara. Massimiliano sbarcò a Veracruz il 28 maggio 1864, ma fin dall’inizio si trovò coinvolto in serie difficoltà con i liberali messicani, capeggiati dallo Juárez, che rifiutarono di riconoscerlo e continuarono a combattere le truppe francesi. L’Imperatore e l’Imperatrice Carlotta scelsero quale residenza il Castello di Chapultepec, sulla collina che sovrasta Città del Messico e che era stato rifugio degli antichi sovrani aztechi. Massimiliano, inoltre, fece costruire una larga strada che da Chapultepec raggiungeva il centro della città; in origine chiamata El Paseo de la Emperatriz (“Strada dell’Imperatrice”), è oggi nota come Paseo de la Reforma (“Viale della Riforma”). Poiché Massimiliano e Carlotta non avevano figli, adottarono Agustín de Iturbide y Green e suo cugino Salvador de Iturbide y de Marzán, entrambi nipoti di Agustin I, che aveva brevemente regnato quale Imperatore del Messico nel 1820. Ad Agustín venne assegnato il titolo di “Sua Altezza, il Principe di Iturbide” e venne proclamato erede al trono. Con disappunto degli alleati conservatori, Massimiliano adottò molte delle politiche liberali proposte dall’amministrazione Juárez, come la riforma terriera, la libertà di religione e l’estensione del diritto di voto alle classi contadine. Massimiliano dapprima offrì a Juarez l’amnistia se si fosse alleato alla “corona”, quindi, al suo rifiuto, ordinò la fucilazione di tutti i suoi sostenitori arrestati: si trattò tuttavia di un grave errore tattico che ebbe il solo risultato di esacerbare gli oppositori al suo regime. Dopo la fine della guerra di secessione americana (26 maggio 1865), gli Stati Uniti cominciarono a rifornire di armi i repubblicani giacché, dal 1866, l’abdicazione di Massimiliano, almeno al di fuori del Messico, sembrava ormai cosa fatta. Massimiliano, di converso, stava tentando di arruolare, per il suo esercito, ufficiali dell’Esercito statunitense (in particolare generali) da contrapporre alle forze di Benito Juárez. Tra questi, ormai quasi convinto ad accettare, vi era anche George Armstrong Custer. Nello stesso 1866, inoltre, Napoleone III, di fronte alla resistenza messicana e all’opposizione degli Stati Uniti, ritirò le sue truppe. L’Imperatrice Carlotta tornò in Europa per cercare appoggi al regime del marito dapprima a Parigi, poi a Vienna e a Roma dal Papa Pio IX, ma i suoi sforzi fallirono e, a causa di un profondo collasso emozionale (taluni parlano di infermità mentale), non rientrò in Messico. Dopo un breve periodo di tempo trascorso al Castelletto nel parco del Castello Miramare di Trieste, fu ricondotta in Belgio, dove visse al Castello di Bouchout a Meise sino alla morte (avvenuta il 19 gennaio 1927). Nonostante l’abbandono del Messico da parte dello stesso Napoleone III, il cui ritiro fu un duro colpo per la causa imperiale, Massimiliano si rifiutò di abbandonare a sua volta i suoi sostenitori e, ritiratosi nel febbraio 1867 a Santiago de Querétaro, vi sostenne un assedio durato alcune settimane. L’11 maggio l’imperatore Massimiliano decise di tentare una fuga attraverso le linee nemiche, ma venne intercettato e, sottoposto a una corte marziale, condannato alla fucilazione. Molti sovrani d’Europa e altre preminenti figure (tra cui Victor Hugo e Giuseppe Garibaldi) inviarono messaggi e lettere in Messico affinché fosse risparmiata la vita a Massimiliano, ma Juárez rifiutò di commutare la sentenza, ritenendo che fosse necessario inviare il segnale che il Messico non avrebbe mai più tollerato governi imposti da potenze straniere. La sentenza venne eseguita il 19 giugno 1867 da un plotone di esecuzione composto da sette unità; insieme con Massimiliano vennero fucilati i generali Miguel Miramón e Tomás Mejía. Il corpo di Massimiliano I venne imbalsamato ed esposto in Messico, dove lo andò a vedere anche Juárez (il suo unico commento fu: “Credevo fosse più alto”). In seguito fu ricondotto l’anno successivo a Trieste a bordo della stessa fregata su cui aveva fatto il viaggio del 1864. Fu da lì trasportato a Vienna e sepolto nella Cripta Imperiale. Fotografia CDV. Fotografo: Bingham – Paris.
Onorificenze
Onorificenze messicane
Gran Maestro dell’Ordine imperiale di Nostra Signora di Guadalupe
Gran Maestro dell’Ordine imperiale dell’Aquila Messicana
Gran Maestro dell’imperiale Ordine di San Carlo Onorificenze austriache
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria Onorificenze straniere
Cavaliere di gran croce dell’Ordine di Filippo il Magnanimo (Granducato d’Assia)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine dinastico della Fedeltà (Granducato di Baden)
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Uberto (Regno di Baviera)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine imperiale della Croce del Sud (Impero del Brasile)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine di Enrico il Leone (Ducato di Brunswick)
Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro (Regno delle Due Sicilie)
Cavaliere di gran croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine della Legion d’Onore (Secondo Impero francese)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine del Salvatore (Regno di Grecia)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine Reale Guelfo (Regno di Hannover)
Cavaliere dell’Ordine di San Giorgio di Hannover (Regno di Hannover)
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno d’Italia) 1865
Cavaliere di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d’Italia) 1865
Cavaliere di gran croce dell’Ordine del Leone dei Paesi Bassi (Paesi Bassi)
Cavaliere di gran croce del Reale Ordine militare della Torre e della Spada del valore, lealtà e merito
Cavaliere dell’Ordine Supremo dell’Aquila Nera (Regno di Prussia)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Regno di Prussia)
Cavaliere dell’Ordine imperiale di Sant’Andrea apostolo “il primo chiamato” (Impero di Russia)
Cavaliere dell’Ordine imperiale di Aleksandr Nevskij (Impero di Russia)
Cavaliere dell’Ordine imperiale dell’Aquila Bianca (Impero di Russia)
Cavaliere di I classe dell’Ordine imperiale di Sant’Anna (Impero di Russia)
Cavaliere di I classe dell’Ordine imperiale di San Stanislao (Impero di Russia)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Santa Sede)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine dinastico della Corona Fiorata (Regno di Sassonia)
Cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta (SMOM)
Cavaliere del Reale Ordine dei Serafini (Svezia)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)

Arc. 1159: Ferdinando Massimiliano d’Asburgo-Lorena (Vienna, 6 luglio 1832 – Santiago de Querétaro, 19 giugno 1867) e la moglie Carlotta del Belgio, nome completo in francese Marie Charlotte Amélie Augustine Victoire Clémentine Léopoldine (Laeken, 7 giugno 1840 – Meise, 19 gennaio 1927). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1505: Carlotta del Belgio, nome completo in francese Marie Charlotte Amélie Augustine Victoire Clémentine Léopoldine (Laeken, 7 giugno 1840 – Meise, 19 gennaio 1927). Unica figlia femmina di Leopoldo I, Re dei Belgi (1790-1865) e della sua seconda moglie Luisa d’Orléans, Principessa d’Orléans (1812–1850), Carlotta nacque nel Palazzo Reale di Laeken in Belgio. Fu chiamata così in onore della prima moglie del padre, la principessa britannica Carlotta, morta di parto a soli ventun anni. Carlotta ebbe tre fratelli: Luigi Filippo, che morì nell’infanzia, Leopoldo, che alla morte del loro padre divenne Leopoldo II del Belgio e Filippo, Conte di Fiandra. Era anche una cugina della Regina Vittoria del Regno Unito e di suo marito, il Principe Alberto, nonché di Ferdinando II del Portogallo. Sua nonna Maria Amalia di Borbone-Due Sicilie, Regina dei Francesi, era la consorte di Luigi Filippo di Francia, e una nipote di Maria Antonietta. Maria Amalia fu una confidente intima di Carlotta, e il giorno del suo matrimonio nel 1857, indossava un braccialetto con un ritratto una sua miniatura. Nonna e nipote corrispondevano regolarmente, soprattutto in seguito quando Carlotta era in Messico. Quando Carlotta ebbe dieci anni, sua madre, la Regina Luisa, morì di tubercolosi e Carlotta fu affidata alla contessa di Hulste, una cara amica di famiglia. Anche se giovane, la principessa aveva la sua casa; ma per un paio di settimane all’anno, Carlotta soggiornava a Claremont con Maria Amalia e il resto della famiglia di sua madre in esilio. La sua istruzione religiosa fu affidata al redentorista Victor-Auguste-Isidore Dechamps, fratello dell’allora ministro degli affari esteri e, più tardi, vescovo di Malines. Quando Carlotta compì sedici anni ebbe come pretendenti il principe Giorgio di Sassonia e il re Pietro, quest’ultimo candidato dalla Regina Vittoria. Nel mese di maggio del 1856, la principessa conobbe a Bruxelles l’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Austria (1832-1867), fratello cadetto dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Il 27 luglio 1857 Carlotta e Massimiliano si sposarono a Bruxelles. Alla corte di Vienna ella fu molto apprezzata da sua suocera Sofia di Baviera, che vedeva in lei l’esempio perfetto di moglie per un arciduca austriaco. Carlotta detestava l’Imperatrice Elisabetta (moglie di Francesco Giuseppe). Si diceva che all’arciduchessa non piacesse il profondo legame esistente tra l’imperatrice sua cognata e Massimiliano, suo marito, che erano confidenti e condividevano lo stesso gusto per molte cose, specialmente perché sua cognata era universalmente ammirata per la sua bellezza e fascino. Carlotta e Massimiliano non ebbero figli, ma nel 1865 la coppia imperiale adottò Agustín de Iturbide y Green e Salvador de Iturbide y Marzán, nipoti di Agustín de Iturbide y Arámburu, ex imperatore del Messico (r. 1822-23). Diedero al piccolo Agustín di due anni il titolo di “Sua Altezza, Il Principe di Iturbide” (simili titoli imperiali furono accordati a vari membri della estesa famiglia del bambino, ma mai con l’intenzione di dargli il trono, poiché non di sangue reale). Massimiliano spiegò egli stesso che era tutta una farsa per ottenere da suo fratello, l’Arciduca Carlo Ludovico d’Austria, che uno dei suoi figli diventasse erede. Gli eventi esplosivi del 1867 delusero le speranze di eredità, e una volta diventato adulto, Agustín rinunciò a tutti i diritti al trono messicano, servì nell’esercito messicano, e infine, si stabilì come professore all’Università di Georgetown. Secondo alcune voci, nel 1866 Carlotta ebbe una relazione con un ufficiale belga, il Colonnello Alfred Van der Smissen, al quale diede un figlio, Maxime Weygand, nato a Bruxelles il 21 gennaio 1867. Weygand rifiutò di confermare o negare le voci persistenti così la sua parentela rimane incerta. Weygand era un militare francese che combatté sia nella I^ che nella II^ guerra mondiale. Gli arciduchi arrivarono a Milano il 6 settembre 1857 e vi risiedettero fino al 1859, quando Massimiliano venne congedato dal suo incarico. Egli infatti aveva tentato di governare il regno seguendo principi liberali, scontrandosi però con l’autorità di Vienna. Carlotta e Massimiliano si ritirarono per qualche tempo a vita privata, soggiornando soprattutto a Trieste dove fecero costruire il castello di Miramare, fino a quando, il 3 ottobre 1863, giunse alla loro residenza una delegazione di emigrati messicani per offrire ufficialmente all’arciduca la corona del Messico. In realtà i negoziati per questo progetto erano già in corso da più di due anni. Napoleone III di Francia si dichiarò pronto a sostenere militarmente Massimiliano come imperatore, essendo interessato alla formazione di un’area di cultura latina e cattolica in America centrale, per contrastare la crescente influenza dei nascenti Stati Uniti d’America. Dopo un periodo di esitazioni, il 10 aprile 1864 Massimiliano, essendo stato informato del risultato a lui favorevole di un referendum indetto in Messico, accettò la “corona della Nazione messicana”. I nuovi sovrani fecero la loro entrata solenne a Città del Messico, il 12 giugno del 1864, trovando sì una calorosa accoglienza, ma anche un paese disorganizzato e sconvolto dall’insicurezza, con sacche di ribellione nelle zone interne, messo ulteriormente a rischio dalla corruzione e dall’anarchia. Risultò presto evidente che era stata una minoranza della popolazione ad aver fatto appello a loro, sovrani stranieri, e non la maggioranza. Nonostante tutto essi iniziarono il loro regno con generosa fiducia: l’imperatore riuscì inizialmente a riconciliare i partiti politici, mentre l’imperatrice si rese popolare visitando la città di Veracruz durante un’epidemia di febbre gialla. La situazione politica degenerò velocemente. Il 9 luglio 1866 Carlotta lasciò il Messico per ritornare in Europa. Ella si recò a patrocinare la causa del marito prima a Parigi, poi a Roma, senza ottenere alcun risultato. Napoleone III, a causa dei mutamenti avvenuti nel quadro politico europeo, abbandonò ogni progetto riguardante il Messico. Durante la sua permanenza a Roma, dove chiese perfino l’aiuto di papa Pio IX, Carlotta diede i primi segni di un grave squilibrio mentale. Il 7 ottobre il fratello Filippo, conte di Fiandra, la raggiunse e la condusse a Miramare, dove a quanto pare lei rimase sotto la crudele sorveglianza degli agenti della sicurezza austriaca fino a quando i suoi fratelli riuscirono, con difficoltà, a ricondurla in Belgio. Il 19 giugno 1867 Massimiliano venne fucilato dai repubblicani a Querétaro. Dopo un breve momento di lucidità, nel periodo immediatamente successivo alla morte del marito, Carlotta sprofondò definitivamente nella follia. Trascorse il resto della sua lunga vita nella tenuta di Bouchout, appositamente acquistata per lei dal fratello Leopoldo II. Fotografia CDV. Fotografo: G. Malovich – Trieste.
Onorificenze
Onorificenze messicane
Onorificenze straniere

Arc. 2895: Carlo Ludovico Francesco Giuseppe d’Asburgo (Schönbrunn, 30 luglio 1833 – Vienna, 19 maggio 1896). Nato a Schönbrunn il 30 luglio 1833, Carlo Ludovico intraprese ancora giovane la carriera militare pur controvoglia: i suoi interessi erano infatti spiccatamente orientati all’arte ed alla cultura in genere. Nel 1848 avrebbe dovuto iniziare col fratello Francesco Giuseppe un grand tour in Europa e nello specifico in Italia per visitare i domini austriaci del Regno Lombardo-Veneto, ma lo scoppio della rivoluzione di quell’anno lo costrinse a rientrare e con la famiglia si rifugiò a Olomouc, dove rimase sino al 1849. Come soldato, il 25 febbraio 1848 ottenne il grado di colonnello e divenne proprietario del 7º reggimento ulani dell’esercito imperiale austriaco. Dopo un viaggio in oriente nell’autunno del 1850 ed il completamento dei suoi studi, l’arciduca, seppur costretto, sotto il regno del fratello Francesco Giuseppe svolse diligentemente il compito di governatore generale del Tirolo al quale venne nominato il 30 luglio 1855, rimanendo in carica per sei anni. Il 29 luglio di quell’anno era stato inoltre nominato maggiore generale dell’esercito imperiale. Prendendo a cuore la cura della regione, ebbe grande interesse nella riforma del sistema scolastico locale, concentrandosi grandemente nell’espansione e nell’abbellimento della capitale, Innsbruck, dedicandosi allo studio ed alla conservazione degli edifici storici presenti in città. Attento allo sviluppo locale, promosse anche l’industria e di sua iniziativa istituì in Tirolo la prima mostra nazionale d’arte, divenendo anche protettore di diverse associazioni di artisti. Nella vita di Francesco Giuseppe, Carlo Ludovico giocò un ruolo fondamentale, non solo come fratello fedele ed alleato, ma anche come rivale d’amore, dal momento che a lui era stata originariamente promessa in sposa Elisabetta, la famosa “Sissi”, futura Imperatrice d’Austria e moglie di Francesco Giuseppe. Infine, l’11 aprile 1856 Carlo Ludovico sposò la principessa Margherita di Sassonia, la quale però morì dopo appena due anni di matrimonio. Profondamente scosso da questo accadimento, Carlo Ludovico meditò addirittura di entrare in monastero e di abbandonare la vita sociale, ma dopo un viaggio a Roma ed un incontro con papa Pio IX, ne riuscì sollevato e tornò a ricoprire i propri incarichi a Innsbruck. Il suo ritorno in Tirolo segnò l’inizio della programmazione della leva locale per l’imminente guerra contro il Piemonte e la Francia che durante la seconda guerra d’indipendenza diedero filo da torcere all’Impero. Il Vorarlberg si mobilitò sotto la guida di Carlo Ludovico rispondendo alla chiamata alle armi con un contingente di quasi 50.000 uomini di cui oltre 8.000 erano fucilieri. Terminata l’emergenza bellica, nel 1860 si aprì in Tirolo la questione circa l’unità religiosa della regione: da un lato Carlo Ludovico era condizionato dalla maggioranza cattolica del parlamento, ma come rappresentante di un governo costituzionale egli trovò più corretto garantire la libertà religiosa senza vincoli. Quando il 17 giugno 1861 diede disposizioni per un referendum popolare sulla questione, suo fratello Francesco Giuseppe si oppose decisamente a questa scelta, ribadendo la centralità della sola religione cattolica come parte integrante della cultura dell’Austria propriamente detta. In coerenza col proprio ruolo super partes ed in contrasto col fratello imperatore, Carlo Ludovico scelse quindi di dimettersi dalla propria carica di governatore l’11 luglio di quell’anno. Il 10 marzo di quello stesso anno era stato nominato dal fratello Feldmaresciallo luogotenente. Dopo aver lasciato la carica di governatore del Tirolo, Carlo Ludovico si dedicò essenzialmente ai rapporti diplomatici a favore dell’Impero, ripristinando tra le altre cose le relazioni tra Austria e Russia che si erano compromesse dopo la Guerra di Crimea. Il 28 ottobre 1884 venne promosso generale di cavalleria. Morto nel 1889 Rodolfo, figlio di Francesco Giuseppe, Carlo Ludovico divenne erede al trono austro-ungarico, anche se mantenne sempre un profilo basso a Corte. Carlo Ludovico morì alla Reggia di Schönbrunn, a Vienna, nella primavera del 1896 a causa di una febbre tifoidea contratta durante un suo viaggio al Cairo ed in Israele nell’inverno precedente. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.
Onorificenze
Onorificenze austriache
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria
Medaglia di guerra
Medaglia per 25 anni di servizio militare per ufficiali Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Danimarca) 21 luglio 1890
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno d’Italia)
Cavaliere di gran croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno d’Italia)
Cavaliere dell’Ordine imperiale di Sant’Andrea apostolo “il primo chiamato” (Impero russo)
Cavaliere dell’Ordine imperiale di Sant’Aleksandr Nevskij (Impero russo)
Cavaliere dell’Ordine imperiale dell’Aquila Bianca (Impero russo)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine imperiale di Sant’Anna (Impero russo)
Cavaliere di I Classe dell’Ordine imperiale di San Stanislao (Impero russo)
Cavaliere del Reale Ordine dei Serafini (Svezia) 7 gennaio 1870

Arc. 1505: Maria Annunziata Isabella Filomena Sebasia (Caserta, 24 marzo 1843 – Vienna, 4 maggio 1871). Era la quarta figlia di Ferdinando II di Borbone e della sua seconda moglie, l’arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo-Teschen. Il padre usava, scherzosamente, dare un vezzeggiativo ad ogni suo caro. Maria Annunziata veniva chiamata “Ciolla”. Diversamente dai fratelli e dal padre, allegri e vivaci, Maria Annunziata era calma, pudica e riservata. Aveva avuto come modello la madre Maria Teresa, che aborriva feste, vita mondana e vita di corte, preferendo rimanere chiusa nei suoi appartamenti per dedicarsi alla cura dei figli ed ai lavori di cucito. Dopo la fuga da Napoli, seguì la madre a Roma. La famiglia reale alloggiò prima presso il Palazzo del Quirinale, ospite di papa Pio IX, e poi a Palazzo Farnese, di proprietà dei Borbone Due Sicilie. Maria Annunziata non vi rimase a lungo, in quanto l’anno dopo, nel 1862, fu fatta sposare all’arciduca Carlo Ludovico d’Asburgo-Lorena, fratello dell’imperatore austriaco. Nel 1862 Maria Annunziata sposò l’arciduca austriaco Carlo Ludovico (1833-1896), figlio terzogenito dell’arciduca Francesco Carlo (1802-1878) e della principessa Sofia di Baviera(1805-1872), fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe e vedovo da quattro anni. Il contratto di matrimonio venne ufficialmente stipulato nel 1862. La cerimonia ebbe luogo il 16 ottobre 1862 a Roma e il 21 ottobre a Venezia. Nonostante le sue cattive condizioni di salute, Maria Annunziata e Carlo Ludovico ebbero quattro figli, tutti sani. Maria Annunziata morì di tisi a soli 28 anni (il marito si risposerà con Maria Teresa del Portogallo, avendone 2 figlie). Venne sepolta nella Cripta dei Cappuccini a Vienna. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.
Onorificenze

Arc. 1938: Ludovico Vittorio d’Asburgo-Lorena (Vienna, 15 maggio 1842 – Salisburgo, 18 gennaio 1919). L’Arciduca Ludovico Vittorio d’Asburgo-Lorena nacque nel 1842 ed era figlio dell’Arciduca Francesco Carlo e della moglie, l’Arciduchessa Sofia; fra i cugini di Ludovico, che era nipote di Massimiliano I di Baviera e di Francesco II d’Asburgo-Lorena, vi erano l’Imperatore del Brasile, la Regina del Portogallo, il Duca di Reichstadt, il Re di Grecia, le Regine di Prussia e di Sassonia. L’Arciduca era fratello di Francesco Giuseppe d’Austria, Massimiliano I del Messico e dell’Arciduca Carlo Ludovico. In famiglia era conosciuto con il soprannome di “Luziwuzi”. Durante le rivoluzioni del 1848, avvenute in tutto l’Impero ed in particolare anche a Vienna, Ludovico Vittorio e la sua famiglia dovettero lasciare la capitale imperiale, fuggendo ad Innsbruck e poi ad Olomouc; l’Arciduca perseguì la consueta carriera militare degli Asburgo, venendo nominato Generale di Fanteria, non avendo però intenzione di interferire nella politica. Si concentrò nella costituzione della propria collezione d’arte, facendo anche progettare e costruire da Heinrich von Ferstel un nuovo palazzo personale sulla Schwarzenbergplatz di Vienna, dove Ludovico Vittorio era solito ospitare serate a sfondo omosessuale. L’Arciduchessa Sofia, madre di Ludovico Vittorio, tentò di organizzare per l’ultimogenito un matrimonio con la Duchessa Sofia Carlotta in Baviera, sorella minore dell’Imperatrice Elisabetta, ma lui rifiutò. Si oppose anche quando si pianificarono le sue nozze con la principessa ereditaria Isabella del Brasile, figlia del primo cugino Pietro II; nel 1863 l’arciduca Massimiliano cercò di convincere il fratello a sposare la nobile brasiliana, poiché riteneva che l’unione avrebbe potuto fondare un’altra dinastia asburgica in America Latina, e scrisse anche al fratello Francesco Giuseppe, dicendo che comunque Ludovico Vittorio era “tutto fuorché contento dell’idea” e gli chiese di ordinare al fratello minore di sposarla, ma il sovrano rifiutò. Ludovico Vittorio era apertamente omosessuale: nel 1864, dopo essere stato schiaffeggiato da un ufficiale a cui aveva rivolto delle avances in un bagno di Vienna, l’Arciduca venne costretto dal fratello Francesco Giuseppe a lasciare la corte e a trasferirsi nel Castello di Klessheim, nei pressi di Salisburgo. Non fu tuttavia possibile celare completamente lo scandalo e Luigi Vittorio fu ribattezzato dall’opinione pubblica con i soprannomi di “Luziwuzi” e di “Arciduca del bagno”. Durante il soggiorno salisburghese, Ludovico Vittorio si distinse come protettore delle arti, diventando poi Presidente del Salzburger Kunstverein, edificio adibito a mostre d’arte. Nel 1896 l’Imperatore lo nominò sovrintendente della Croce Rossa austriaca e poi nel 1901 la municipalità di Salisburgo gli dedicò un ponte sulla strada Salzach; negli ultimi anni di vita mostrò segni di squilibrio mentale. Morì a Klessheim all’età di 76 anni, venendo sepolto nel cimitero di Wals-Siezenheim. Fotografia CDV. Fotografo: Levitsky – Paris.
Onorificenze straniere

Arc. 2447: Ritratto della famiglia Imperiale: Da sinistra in piedi: l’Imperatore Francesco Giuseppe I, l’Arciduca Massimiliano, Carlotta del Belgio, l’Arciduca Ludovico Vittorio, l’Arciduca Carlo Lodovico. Seduti da sinistra: L’imperatrice Elisabetta con i figli Rodolfo e Gisela, Sofia di Baviera e il marito Francesco Carlo. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Arc. 1082: Ritratto di famiglia dei fratelli Asburgo – Lorena. Da sinistra Arciduca Carlo Lodovico (Schönbrunn, 30 luglio 1833 – Vienna, 19 maggio 1896), l’Imperatore Francesco Giuseppe (Vienna, 18 agosto 1830 – Vienna, 21 novembre 1916), Arciduca Massimiliano (Vienna, 6 luglio 1832 – Santiago de Querétaro, 19 giugno 1867) e Arciduca Ludovico Vittorio (Vienna, 15 maggio 1842 – Salisburgo, 18 gennaio 1919). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2629: Ferdinando I d’Asburgo-Lorena (Vienna, 19 aprile 1793 – Praga, 29 giugno 1875). Ferdinando I era il figlio maschio primogenito di Francesco I d’Austria e di Maria Teresa di Borbone-Napoli. Tra le sue sorelle ricordiamo la primogenita Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, che sposò Napoleone Bonaparte, Maria Leopoldina d’Asburgo-Lorena, imperatrice del Brasile, e un fratello Francesco Carlo d’Asburgo-Lorena, padre dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe I. Sin dalla propria gioventù, Ferdinando ebbe una costituzione debole, soffrendo di epilessia, rachitismo e idrocefalia, il che non gli consentì di avere un’educazione appropriata al ruolo che avrebbe un giorno dovuto ricoprire. I suoi studi favoriti furono l’araldica, lo studio delle tecnologie e l’agraria che prediligeva largamente. Il suo carattere, non sempre facile e peggiorato dalle sue problematiche fisiche che lo rendevano chiuso a molti, lo faceva spesso esternare con espressioni atipiche. Nell’aprile del 1802 la sua educazione venne affidata al tutore Francesco Maria Carnea Steffaneo, il quale tentò di avvicinarsi notevolmente alla personalità del bambino, acculturandolo con successo. La madre Maria Teresa non si curò mai eccessivamente del piccolo e finì per relegarlo nelle mani di governanti e dame del suo seguito. La prima misura adottata dalla sua matrigna Maria Ludovica, poi, fu il licenziamento di gran parte degli insegnanti che seguivano Ferdinando ritenendo che essi fossero solo un’inutile spesa da sostenere nei confronti di una causa persa. All’età di 15 anni, Ferdinando su proposta della matrigna ottenne come educatore il barone Joseph von Erberg, il quale contrariamente a quanto previsto lo educò invece all’indipendenza dalla madre, insegnandogli anche se tardivamente a leggere ed a scrivere, oltre a cavalcare e danzare, introducendolo anche allo studio del pianoforte. Successivamente si acculturò nelle arti militari, scientifiche e tecniche. Malgrado tutti gli evidenti difetti di cui era portatore, Ferdinando era pur sempre il figlio primogenito dell’imperatore d’Austria e questo lo poneva nelle condizioni di dover apprendere ad utilizzare quegli strumenti che un giorno gli sarebbero serviti per governare. Ferdinando venne ammesso al Consiglio di Stato solo a partire dal gennaio del 1830, ma venne perlopiù escluso dalle decisioni di rilievo, relegato al mero ruolo di osservatore. Il 28 settembre 1830, infine, avvenne la sua incoronazione ufficiale a principe ereditario con la concessione del titolo di re d’Ungheria a Bratislava e anche questo fatto sollevò ulteriori polemiche: questo infatti avrebbe significato la sua ascesa al trono alla morte del padre, circostanza che fu oggetto di dispute a causa della sua controversa personalità. Come da tradizione Ferdinando donò 50.000 ducati d’oro ai più poveri dell’Ungheria e, su proposta di Metternich, venne ammesso all’Accademia Ungherese delle Scienze. Nel 1831, sempre su consiglio del Metternich, Ferdinando I sposò dapprima per procura e poi con rito religioso la principessa Maria Anna di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele I e sua cugina di terzo grado, la quale mantenne sempre stretti contatti col suo paese d’origine e con le sorelle Maria Beatrice di Savoia (1792-1840), duchessa di Modena, Maria Cristina di Savoia, regina di Napoli e Maria Teresa di Savoia (1803-1879) duchessa di Lucca e poi di Parma. La coppia imperiale non ebbe figli per quanto l’archiatra di corte si fosse accertato che Ferdinando e la consorte potevano averne, ma che egli per primo trovava sconveniente continuare questa progenie “malata”. In occasione del matrimonio della coppia imperiale, poi, vennero avviati i lavori per la costruzione di un nuovo acquedotto per la città di Vienna che divenne poi noto col nome di Acquedotto dell’Imperatore Ferdinando. Nell’estate del 1832, a Baden, scampò a un tentativo di assassinio da parte del colonnello Franz Reindl che cercò di ucciderlo con un colpo di pistola ma il giovane principe riportò solo una leggera ferita. Dopo la morte del padre Francesco I, il 2 marzo 1835 Ferdinando ne fu il successore sul trono imperiale, il che però diede ampio spazio al suo consiglio dei ministri che ebbe vita facile data la sua scarsa capacità di imposizione, a tal punto che attualmente gli storici sono concordi nel ritrarre Ferdinando I come uno “spirito debole” con l’ironico soprannome di il Benigno. Proprio per sopperire alle inadeguatezze di Ferdinando, già suo padre e Metternich avevano messo a punto un gabinetto di governo noto come Conferenza di Stato Segreta che aveva appunto il compito di governare in vece dell’imperatore pur rimanendo nell’ombra, dal momento che dall’esterno la figura del sovrano doveva continuare a primeggiare come unica entità a guida dell’impero. Di questa conferenza segreta facevano parte quelli che divennero poi anche i suoi consiglieri più fidati: suo fratello Francesco Carlo (padre del futuro imperatore Francesco Giuseppe), il ministro Metternich ed il conte Franz Anton von Kolowrat-Liebsteinsky, oltre all’Arciduca Luigi d’Asburgo-Lorena, suo zio. Malgrado questo, Ferdinando aveva una buona conoscenza del suo impero, come pochi alla sua epoca; egli conosceva cinque lingue, era in grado di suonare due strumenti musicali, disegnare molto bene, cavalcare e tirare di scherma con destrezza, oltre a coltivare la sua passione per l’agricoltura che lo portò a puntare a nuove riforme per questo settore e ad interessarsi alle ultime conoscenze tecniche del suo tempo. Il 7 settembre 1836 egli ricevette ufficialmente anche la corona di Boemia a Praga, atto che culminò con la donazione di altri 50.000 ducati per opere pubbliche e caritatevoli. Il giorno della sua incoronazione a Re del Regno Lombardo-Veneto (6 settembre 1838) promulgò un’amnistia generale per tutti i detenuti per reati politici nelle province italiane dipendenti dall’Austria. Nel 1837, proprio durante il regno di Ferdinando I, avvenne forse il fatto più significativo della sua epoca: in quell’anno venne infatti aperta la prima ferrovia a vapore dell’Austria, la Kaiser Ferdinands-Nordbahn, seguita poco dopo da una prima ondata di linee private costruite da operatori del settore ferroviario, fatti che segnarono il definitivo inizio dell’industrializzazione del paese. L’anno seguente, previo un consulto con la sua famiglia, emise il Kaiserlich österreichisches Familienstatut, ovvero gli statuti della casata d’Asburgo che regolavano rigidamente il rango, i redditi ed i matrimoni nella casata imperiale. Dopo l’insurrezione viennese del marzo del 1848, Metternich venne costretto a dimettersi dalla sua carica di primo ministro dell’impero e Ferdinando si trovò ben presto senza la sua storica guida negli affari di governo, fatto che lo mise profondamente a disagio dal momento che il successore di questi, il conte Fiquelmont, era stato scelto proprio per distendere gli animi della popolazione col suo spirito progressista. Per evitare ulteriori problemi e scongiurare il rischio di nuove sollevazioni, il 15 marzo Ferdinando abolì la censura sulla stampa ed il 25 aprile di quello stesso anno decise di siglare la Costituzione Pillersdorf, ma queste riforme non soddisfacevano ancora i rivoluzionari, che puntavano alla sua definitiva rimozione dal trono austriaco per incapacità ed eccessiva ingerenza dei suoi ministri negli affari di stato. I rappresentanti della Guardia Nazionale costituita, i lavoratori e gli studenti insorti di Vienna si arresero solo il 15 maggio presso la Hofburg di Vienna quando seppero che Ferdinando aveva deciso di abdicare su consiglio del principe Felix Schwarzenberg. Ferdinando e la sua corte partirono dalla capitale austriaca il 17 maggio 1848 diretti a Innsbruck dove il sovrano contava di prendere del tempo aspettando che i moti rivoluzionari si calmassero. Quando l’imperatore, ritenendo ormai il pericolo come sorpassato, fece ritorno nella capitale a metà agosto del 1848, dopo la riconquista armata della capitale da parte del principe di Windisch-Graetz, venne costretto ad abbandonarla nuovamente per lo scoppio di alcune rivolte che lo fecero ritirare all’ex palazzo arcivescovile di Olomouc dove risiedette per qualche tempo e dove, il 2 dicembre, formalizzò la sua abdicazione in favore del nipote Francesco Giuseppe, figlio di suo fratello Francesco Carlo che aveva rinunciato ai suoi diritti al trono in favore del primogenito. L’ex imperatore, che conservò il proprio titolo di Altezza Imperiale, decise quindi di trascorrere l’ultima parte della sua vita al castello reale di Praga, ove si dedicò alla gestione dei possedimenti che a suo tempo aveva ricevuto in eredità dal Duca di Reichstadt, suo nipote, e che egli seppe far fruttare accumulando una fortuna personale notevole; tali somme, dopo la sua morte, saranno utilizzate dal nipote ed erede al trono per costituire una fondazione imperiale. Pare che giudicasse in maniera negativa (e sarcastica) l’opera di Francesco Giuseppe: poco dopo la battaglia di Sadowa – riandando con la mente alle sconfitte del 1859, alla perdita della Lombardia, all’esclusione definitiva dell’Austria dalla Germania, alla cessione del Veneto e all’umiliazione inflitta dalla Prussia – affermò: «Perché mi hanno cacciato via nel 1848? Sarei stato capace anch’io, quanto mio nipote, di perdere delle battaglie!”. Ferdinando I morì a Praga nel 1875, ad 82 anni. La salma, riportata in patria, come da tradizione della casata Asburgo, venne sepolta nella Cripta dei Cappuccini di Vienna, mentre il suo cuore venne sepolto separatamente nella Herzgruft della Chiesa agostiniana, sempre nella capitale austriaca. Fotografia CDV. Fotografo: A. Ost – Wien.
Onorificenze
Onorificenze austriache
Gran Maestro dell’Ordine del Toson d’oro (ramo austriaco)
Gran Maestro dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria
Gran Maestro dell’Ordine Militare di Maria Teresa
Gran Maestro dell’Ordine imperiale austriaco di Leopoldo
Gran Maestro dell’Ordine imperiale della Corona Ferrea Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Luigi (Granducato d’Assia)
Cavaliere dell’Ordine dinastico della Fedeltà (Gran Ducato di Baden)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale della Croce del Sud (Impero del Brasile)
Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro (Regno delle Due Sicilie)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Ferdinando e al Merito (Regno delle Due Sicilie)
Senatore di Gran Croce con Collana del Sacro Imperiale Angelico Ordine Costantiniano di San Giorgio (Regno delle Due Sicilie) «Concessione del 26 agosto 1825»
Cavaliere dell’Ordine dello Spirito Santo (Regno di Francia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore (Regno di Francia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Ordine Reale Guelfo (Regno di Hannover)
Cavaliere dell’Ordine Militare del Cristo (Regno di Portogallo)
Cavaliere dell’Ordine supremo dell’Aquila Nera (Regno di Prussia)
Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno di Sardegna) 1831
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
Cavaliere dell’Ordine dinastico della Corona Fiorata (Regno di Sassonia)
Cavaliere dell’Ordine Reale dei Serafini (Svezia) 14 aprile 1835
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Aquila d’Oro (Württemberg)

Arc. 2630: Sofia di Baviera (Monaco di Baviera, 27 gennaio 1805 – Vienna, 28 maggio 1872). Aveva un fratello maggiore, Massimiliano Giuseppe Federico, due sorelle gemelle più grandi, una sorella gemella, Maria Anna, una sorella minore Ludovica, futura madre di Elisabetta. Invece Ludovico (divenuto poi Ludovico I di Baviera) e le principesse Augusta Amalia Ludovica, Amalia Maria Augusta, Carolina Augusta, Elisabetta Ludovica di Baviera e Carlo Teodoro Massimiliano Augusto erano suoi fratellastri, nati dal primo matrimonio del padre. L’ambiziosa e intelligente Sofia volle che il primogenito ricevesse subito un’educazione consona al ruolo di imperatore. Riuscì infatti, in seguito alle rivoluzioni del 1848, a far abdicare il 2 dicembre il cognato, l’imperatore Ferdinando I d’Austria, gravemente malato di epilessia e intellettivamente limitato, e convinse il marito Francesco Carlo a rinunciare ai diritti sul trono. Quest’ultimo infatti non aveva mai negato di essere totalmente disinteressato alla politica e desideroso di svolgere una vita tranquilla senza il peso della corona. Sofia ne era al corrente e preferì rinunciare ad essere imperatrice per essere invece la potente madre di un imperatore. Per tutta la vita, infatti, Sofia si dedicò a consigliare il figlio, influenzandone la politica. Riteneva, inoltre, assai importante l’individuazione di una principessa adatta a ricoprire il ruolo di imperatrice consorte. La scelta, alla fine, cadde sulla umile e docile Elena di Baviera, figlia di sua sorella minore Ludovica. Nel conoscere la futura cognata Elisabetta, però, Francesco Giuseppe ne rimase così affascinato da preferire quest’ultima al posto della prescelta Elena. Sofia non era molto d’accordo con questa decisione ma l’imperatore fu irremovibile. L’arciduchessa fu dunque vittima del suo grandissimo amore per il figlio e per il suo Paese. È tuttavia sbagliato affermare che detestasse la nuora: entrambe avevano un carattere indubbiamente molto forte e, certamente, Sofia possedeva qualcosa in più di Elisabetta, essendo lei in grado di governare degnamente l’impero. È pertanto un errore ritenere Sofia la suocera che ostacola la vita della nuora in tutte le sue decisioni: l’arciduchessa pensava solo al bene della dinastia asburgica e dell’Impero austriaco. Con l’irrequieta nuora, comunque, iniziarono subito i problemi. La situazione precipitò quando nacque la prima nipote: Elisabetta voleva educare e tenere vicino a sé la figlia, Sofia invece riteneva che il compito spettasse soltanto a lei. Francesco Giuseppe diede ragione alla madre e, per tutta reazione, la moglie iniziò ad intraprendere una serie di viaggi per l’Europa, per fuggire dall’ambiente familiare opprimente. Un altro punto di disaccordo tra zia e nipote fu l’Ungheria: Sofia detestava gli ungheresi, popolo a suo avviso ribelle e ingovernabile; Elisabetta, spinta dal padre all’amore per quella terra sin dall’adolescenza, fu sempre più vicina al popolo magiaro che non agli austriaci. Il figlio prediletto da Sofia era però il secondogenito Massimiliano Ferdinando, molto amato dal popolo. Massimiliano nacque alla corte di Vienna proprio mentre vi si spegneva l’Aiglon, Napoleone II, l’unico sfortunato figlio di Napoleone Bonaparte e Maria Luisa d’Asburgo-Lorena: il giovane, debole e d’animo sensibile, era unito a Sofia da un profondo e fraterno affetto, tanto che i due si vedevano ogni giorno e la giovane arciduchessa era arrivata a cedergli le soleggiate stanze della reggia a lei destinate, in sostituzione di quelle umide e più squallide che il ragazzo occupava. Durante l’agonia Sofia, incinta di nove mesi, si offrì di comunicarsi con il ragazzo appena ventunenne affinché non si rendesse conto dell’imminente fine. Alcune malelingue attribuirono al giovane Napoleone la paternità di Massimiliano: tale voce, però, è da ritenersi del tutto priva di fondamento. Nel 1864 Massimiliano, in parte spinto dall’ambiziosa e bella moglie Carlotta del Belgio, aveva accettato di diventare imperatore del Messico ma questa decisione gli risultò fatale: nel 1867 i rivoluzionari messicani lo condannarono a morte, e nessun regnante europeo intervenne. La notizia ebbe un forte impatto tra le case regnanti; per Sofia, la madre, lo shock fu tale che non si riprese mai più e non uscì più dalla sua stanza. In occasione di una serata in teatro, il 9 maggio 1872, Sofia fu colpita da un raffreddore che si trasformò in polmonite. Le sue condizioni parvero subito disperate. Per dieci giorni la famiglia imperiale rimase al suo capezzale; Elisabetta, che si trovava a Merano, tornò di corsa a Vienna. Sofia Federica Dorotea Guglielmina (questo era il suo nome per esteso) morì alle tre di notte del 27 maggio 1872 all’età di 67 anni. Per l’Austria fu come perdere l’effettivo imperatore. Per Francesco Giuseppe fu la fine di ogni sostegno affettivo, morale e politico. Sebbene attualmente la figura dell’arciduchessa Sofia sia condizionata dalla rigida e inflessibile immagine interpretata da Vilma Degischer nei tre film su Sissi che vedevano come protagonista Romy Schneider, è da sottolineare l’importanza del ruolo che ricoprì a Schönbrunn. La nuora Elisabetta, infatti, era lontana per i suoi continui viaggi in Europa; Sofia ne faceva le veci con instancabile padronanza di sé a Vienna e in tutto l’Impero. L’arciduchessa, poi, era una vera esperta di politica internazionale ed in grado di gestire il governo del Paese e le relazioni estere con coerenza e decisione. Non è esagerato, dunque, definirla “l’unico vero uomo della corte asburgica”. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.
Onorificenze
Dama dell’Ordine della Croce Stellata (Impero d’Austria)

Arc. 2630: Ranieri Ferdinando d’Asburgo-Lorena (Milano, 11 gennaio 1827 – Vienna, 27 gennaio 1913). Ranieri Ferdinando Maria Giovanni Evangelista Francesco Ignazio d’Asburgo-Lorena, era figlio dell’arciduca Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena e nipote dell’imperatore Francesco II d’Asburgo-Lorena. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Arc. 1775: Da sinistra: Arciduca Leopoldo Luigi d’Asburgo, Arciduca Ranieri Ferdinando d’Asburgo e Arciduca Ernesto Carlo d’Asburgo. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Arciduca Leopoldo Luigi d’Asburgo-Lorena (Milano, 6 giugno 1823 – Hörnstein, 24 maggio 1898). Leopoldo Luigi Maria Francesco Giulio Eustorgio Gerardo d’Asburgo Lorena era il figlio maschio primogenito dell’arciduca Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena (1783-1853) e della principessa Maria Elisabetta di Savoia-Carignano (1800-1856) nonché nipote dell’Imperatore Leopoldo II. Egli nacque a Milano nel 1823 dove suo padre era di servizio come Viceré del Regno Lombardo-Veneto da poco costituito. Il fratello minore di Leopoldo Luigi, l’arciduca Ranieri Ferdinando (1827-1913), prestò servizio come primo ministro austriaco dal 1859 al 1861. Leopoldo seguì il padre nella carriera militare ottenendo il grado di Feldmarschall-leutenant (luogotenente generale) nell’esercito austriaco e nel 1867 ottenne il grado di generale di cavalleria. Divenne quindi proprietario del 53º reggimento di fanteria e del reggimento di lancieri russo-ucraini n. 13 nonché del 6º reggimento prussiano di fanteria. Durante la rivoluzione in Italia, Leopoldo risultò fondamentale per la cattura di Forte Marghera. Nell’ambito della ricerca finalizzata al miglioramento delle tecnologie militari, Leopoldo si dedicò a studi migliorativi per i guastatori, formando un moderno corpo di genieri, completamente rinnovato. Quando l’arciduca Massimiliano d’Austria accettò la corona dell’Impero del Messico nel marzo del 1864, l’Imperatore Francesco Giuseppe inviò Leopoldo al Castello di Miramare a Trieste per consegnare a Massimiliano il suo atto di rinuncia alle pretese sul trono austriaco. Tra i due cugini, ad ogni modo, non correva buon sangue e in particolare Massimiliano vedeva Leopoldo come uno dei possibili beneficiari di una sua rinuncia al trono ed è per questo che si rifiutò categoricamente di controfirmare l’atto sino alla visita di Francesco Giuseppe a Miramare, il 9 aprile 1864. Indubbiamente l’irritazione di Massimiliano crebbe ulteriormente quando Leopoldo venne nominato dal 1865 -25.febbraio 1868 ispettore generale delle truppi navali e la flotta col grado di Vice Ammiraglio nell’aprile del 1864. Dopo un ictus nel 1868 Leopoldo si ritirò a vita privata. La sua proprietà del castello di Hernstein nel 1880 venne completamente rinnovata e rimodellata storicamente con un progetto affidato all’architetto Theophil von Hansen il quale la trasformò in una splendida residenza di caccia. Altri problemi di salute costrinsero poi l’arciduca a trascorrere gli ultimi anni della sua vita su una sedia a rotelle. Morì celibe e senza figli a Hörnstein il 24 maggio 1898 e fu sepolto in una tomba della Cripta Imperiale di Vienna.
Onorificenze
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (austriaco)
«Concessione 1846»Ranieri Ferdinando d’Asburgo-Lorena (Milano, 11 gennaio 1827 – Vienna, 27 gennaio 1913). Ranieri Ferdinando Maria Giovanni Evangelista Francesco Ignazio d’Asburgo-Lorena, era figlio dell’arciduca Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena e nipote dell’imperatore Francesco II d’Asburgo-Lorena. Sua madre era invece Maria Elisabetta di Savoia-Carignano, figlia di Carlo Emanuele di Savoia-Carignano e sorella di Carlo Alberto di Savoia. Ranieri era dunque cugino di primo grado di Vittorio Emanuele II di Savoia, di cui diventerà anche il cognato. Ranieri nacque a Milano nel 1822 dal momento che suo padre all’epoca della sua nascita era viceré di Lombardia all’interno del Regno Lombardo-Veneto e qui trascorse tutta la sua infanzia, rimanendo a corte a Palazzo Reale sino al 1848 quando i tumulti della Prima guerra d’indipendenza costrinsero la sua famiglia a fare ritorno in Tirolo. Ancora giovane intraprese la carriera militare e si distinse in diplomatica divenendo dal 1861 al 1865 primo ministro austriaco e consigliere dell’Imperatore dal 1857. Dal 1872 al 1906 fu al comando della k.k. Landwehr, l’esercito nazionale austriaco, che durante il suo comando fu trasformata da una milizia territoriale in una forza armata alla pari con l’esercito comune. Nel 1852 sposò Maria Carolina (1825-1915), figlia dell’arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen, vincitore della battaglia di Aspern nel 1809. Il matrimonio fu felice e probabilmente la loro fu la coppia più nota della famiglia d’Asburgo per quell’epoca, anche se la loro unione non produsse eredi. Quello stesso anno divenne anche titolare di un reggimento di fanteria n. 59°, il “Salisburgo”. Nel 1854 l’arciduca Raineri acquisì una proprietà nella Wiedner Hauptstrasse 63 di Vienna, dove fece completare un maestoso parco, sfruttando la già presente struttura di un palazzo risalente al 1711-1712 ed appartenuto ad un ricco mercante, Leopold von Engelskirchner. In onore del nuovo proprietario, il palazzo mutò il nome in Palais Erzherzog Rainer (Palazzo “Arciduca Ranieri”) dove visse con la moglie sino alla sua morte. L’arciduca Raineri morì il 27 gennaio 1913 a Vienna, all’età di 86 anni, venendo sepolto poco dopo nel luogo tradizionale di sepoltura della famiglia imperiale asburgica, la cripta dei Cappuccini a Vienna, nella Toskanagruft. Sua moglie morirà due anni più tardi all’età di 90 anni. Fu sempre molto legato al nipote della moglie, l’arciduca Carlo Stefano d’Asburgo-Teschen, che lasciò erede dei suoi beni. Raineri fu un grande conoscitore delle arti e delle scienze nonché loro patrono, divenendo curatore dell’accademia delle scienze e protettore del museo austriaco di arte e industria. Nel 1873 fu presidente dell’esposizione universale di Vienna. Interessatosi alla papirologia, nel 1884 acquistò la collezione trovata a El Fayum (consistente in circa 100.000 pezzi) che donò nel 1899 alla biblioteca centrale austriaca.
Onorificenze
Onorificenze austriache
Onorificenze straniere
Ernesto Carlo d’Asburgo-Lorena, (Milano, 8 agosto 1824 – Arco, 4 aprile 1899). Era il figlio dell’arciduca Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena, viceré del Regno Lombardo-Veneto, e di sua moglie, Maria Elisabetta di Savoia-Carignano, figlia di Carlo Emanuele di Savoia, Principe di Carignano e sorella di Carlo Alberto di Savoia. Ernesto iniziò la sua carriera militare nel presidio di Milano, e nel 1845 fu nominato colonnello e comandante del 48º Reggimento di fanteria. Nel 1847, è stato promosso a maggiore generale. Nel 1848, partecipò agli eventi della rivoluzione del 1848 a Milano, quando le truppe austriache dovettero ritirarsi dalla città. Nel 1849 venne inviato con il suo reggimento in Toscana, dove riuscì a conquistare Livorno e per un breve periodo e disperdere le truppe di Giuseppe Garibaldi. Per queste attività, nel 1850, venne promosso al rango di tenente generale. Nel 1850 era di stanza a Presburgo, e dal 1858 a Budapest, dove è stato nominato comandante del corpo di cavalleria. Nel 1866, ha partecipato a un’azione militare in Boemia. Nel 1867 fu nominato generale di cavalleria e nel 1868 si ritirò. Il 26 aprile del 1858 sposò quasi segretamente a Lubiana – in chiesa in matrimonio morganatico con la formula usata dal celebrante “testimoniun copulationis” – Laura Skublics de Velike et Bessenyö (6 luglio 1826-18 ottobre 1865). Laura proveniva da una famiglia della nobiltà ungherese. L’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria in precedenza aveva rifiutato di dare il consenso al matrimonio in quanto la baronessa Laura Skublics von Wallburg apparteneva ad un rango di nobiltà inferiore.Morì il 4 aprile 1899 ad Arco. Dopo la morte dell’arciduca, i suoi discendenti cercarono di rivendicare una parte del patrimonio del defunto arciduca. Tuttavia fallirono, in quanto le nozze tra l’Arciduca Ernesto e la baronessa Laura Skublics von Wallburg erano avvenute per matrimonio morganatico, unione – prevista per nobili di stirpe reale che sposavano una donna di rango sociale diverso – che comportava per la moglie la perdita dei diritti e dei privilegi del marito e l’esclusione dei figli dall’asse ereditario.Onorificenze

Arc. 3310: Maria Annunziata Isabella Filomena Sebasia (Caserta, 24 marzo 1843 – Vienna, 4 maggio 1871). Era la quarta figlia di Ferdinando II di Borbone e della sua seconda moglie, l’arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo-Teschen. Il padre usava, scherzosamente, dare un vezzeggiativo ad ogni suo caro. Maria Annunziata veniva chiamata “Ciolla”. Diversamente dai fratelli e dal padre, allegri e vivaci, Maria Annunziata era calma, pudica e riservata. Aveva avuto come modello la madre Maria Teresa, che aborriva feste, vita mondana e vita di corte, preferendo rimanere chiusa nei suoi appartamenti per dedicarsi alla cura dei figli ed ai lavori di cucito. Dopo la fuga da Napoli, seguì la madre a Roma. La famiglia reale alloggiò prima presso il Palazzo del Quirinale, ospite di papa Pio IX, e poi a Palazzo Farnese, di proprietà dei Borbone Due Sicilie. Maria Annunziata non vi rimase a lungo, in quanto l’anno dopo, nel 1862, fu fatta sposare all’arciduca Carlo Ludovico d’Asburgo-Lorena, fratello dell’imperatore austriaco. Nel 1862 Maria Annunziata sposò l’arciduca austriaco Carlo Ludovico (1833-1896), figlio terzogenito dell’arciduca Francesco Carlo (1802-1878) e della principessa Sofia di Baviera (1805-1872), fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe e vedovo da quattro anni. Il contratto di matrimonio venne ufficialmente stipulato nel 1862. La cerimonia ebbe luogo il 16 ottobre 1862 a Roma e il 21 ottobre a Venezia. Maria Annunziata soffriva di periodi di depressione alternati a periodi di gioia, che suo marito dovette sopportare con rassegnazione e pazienza durante tutto il matrimonio. Maria Annunziata morì di tisi a soli 28 anni (il marito si risposerà con Maria Teresa del Portogallo, avendone 2 figlie). Venne sepolta nella Cripta dei Cappuccini a Vienna. Fotografia CDV. Fotografo: A. Sorgato – Venezia.
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Arc. 1476: Gruppo di famiglia: Arciduca Ranieri Ferdinando d’Asburgo-Lorena (a destra), Arciduca Guglielmo Francesco d’Asburgo Teschen (al centro) e Arciduchessa Maria Carolina d’Asburgo Teschen. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.
Ranieri Ferdinando d’Asburgo-Lorena (Milano, 11 gennaio 1827 – Vienna, 27 gennaio 1913). Ranieri Ferdinando Maria Giovanni Evangelista Francesco Ignazio d’Asburgo-Lorena, era figlio dell’arciduca Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena e nipote dell’imperatore Francesco II d’Asburgo-Lorena. Sua madre era invece Maria Elisabetta di Savoia-Carignano, figlia di Carlo Emanuele di Savoia-Carignano e sorella di Carlo Alberto di Savoia. Ranieri era dunque cugino di primo grado di Vittorio Emanuele II di Savoia, di cui diventerà anche il cognato. Ranieri nacque a Milano nel 1822 dal momento che suo padre all’epoca della sua nascita era viceré di Lombardia all’interno del Regno Lombardo-Veneto e qui trascorse tutta la sua infanzia, rimanendo a corte a Palazzo Reale sino al 1848 quando i tumulti della Prima guerra d’indipendenza costrinsero la sua famiglia a fare ritorno in Tirolo. Ancora giovane intraprese la carriera militare e si distinse in diplomatica divenendo dal 1861 al 1865 primo ministro austriaco e consigliere dell’Imperatore dal 1857. Dal 1872 al 1906 fu al comando della k.k. Landwehr, l’esercito nazionale austriaco, che durante il suo comando fu trasformata da una milizia territoriale in una forza armata alla pari con l’esercito comune. Nel 1852 sposò Maria Carolina (1825-1915), figlia dell’arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen, vincitore della battaglia di Aspern nel 1809. Il matrimonio fu felice e probabilmente la loro fu la coppia più nota della famiglia d’Asburgo per quell’epoca, anche se la loro unione non produsse eredi. Quello stesso anno divenne anche titolare di un Reggimento di Fanteria n. 59°, il “Salisburgo”. Nel 1854 l’arciduca Raineri acquisì una proprietà nella Wiedner Hauptstrasse di Vienna, dove fece completare un maestoso parco, sfruttando la già presente struttura di un palazzo risalente al 1711-1712 ed appartenuto ad un ricco mercante, Leopold von Engelskirchner. In onore del nuovo proprietario, il palazzo mutò il nome in Palais Erzherzog Rainer (Palazzo “Arciduca Ranieri”) dove visse con la moglie sino alla sua morte. L’arciduca Raineri morì il 27 gennaio 1913 a Vienna, all’età di 86 anni, venendo sepolto poco dopo nel luogo tradizionale di sepoltura della famiglia imperiale asburgica, la cripta dei Cappuccini a Vienna, nella Toskanagruft. Sua moglie morirà due anni più tardi all’età di 90 anni. Fu sempre molto legato al nipote della moglie, l’arciduca Carlo Stefano d’Asburgo-Teschen, che lasciò erede dei suoi beni. Raineri fu un grande conoscitore delle arti e delle scienze nonché loro patrono, divenendo curatore dell’accademia delle scienze e protettore del museo austriaco di arte e industria. Nel 1873 fu presidente dell’esposizione universale di Vienna. Interessatosi alla papirologia, nel 1884 acquistò la collezione trovata a El Fayum (consistente in circa 100.000 pezzi) che donò nel 1899 alla biblioteca centrale austriaca. Fotografia CDV. Fotografo: Angerer – Wien.
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Guglielmo Francesco Carlo d’Asburgo-Teschen (Vienna, 21 aprile 1827 – Weikersdorf am Steinfelde, 29 luglio 1894). Guglielmo era figlio dell’arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen e della principessa Enrichetta di Nassau-Weilburg, e ricevette per questo egli stesso il titolo di arciduca. Egli prese parte alle guerre in Italia tra il 1848 e il 1849 e nel 1859 venne nominato Commissario Supervisore d’Artiglieria. Nel 1862 divenne governatore della fortezza di Magonza e nel 1864 Ispettore Generale dell’artiglieria austriaca e venne nominato Feldmaresciallo Luogotenente. Nel 1866, alla Battaglia di Königgrätz, venne ferito e ricevette la medaglia al valore. Il 4 gennaio 1867 fu promosso dall’imperatore al grado di Feldzeugmeister. Fu, tra le altre cose, Gran Maestro dell’Ordine Teutonico dal 1863 alla propria morte (suo padre lo era stato brevemente prima di sposarsi). Guglielmo fu tra i primi a Vienna ad edificare un palazzo sulla Ringstraβe da poco inaugurata, dove fece realizzare il Palais Erzherzog Wilhelm su progetto di Theophil Hansen tra il 1864 ed il 1868. Wilhelm vendette successivamente il palazzo all’Ordine Teutonico nel 1870, ma continuò ad occuparlo da solo come Gran Maestro. Da allora, l’edificio è stato chiamato Deutschmeister-Palais. Nel 1882 a Baden, appena fuori Vienna, fece realizzare la sua villa di campagna preferita, la Eugen-villa, intitolata a suo nipote Eugenio e progettata da Franz Ritter von Neumann, che occupò dal 1886 quando venne completata. Fu il principale promotore della costituzione del Hofwaffenmuseum (oggi Museo di storia dell’esercito) a Vienna, il quale venne aperto al pubblico per la prima volta nel 1869. Morì il 29 luglio 1894 a Weikersdorf am Steinfelde, a causa di un incidente avvenuto presso la stazione ferroviaria locale, dove cadde e batté la testa morendo in giornata. Scomparve senza essersi mai sposato, ma si sa che ebbe una relazione con Maria Lutz dalla quale ebbe un figlio illegittimo Karl Rott (1860-1881). In suo onore, nel 1896 a Vienna nel distretto di Leopoldstadt, vicino al Prater, venne costruita la caserma d’artiglieria Erzherzog-Wilhelm-Kaserne.
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Maria Carolina d’Asburgo-Teschen (Vienna, 10 settembre 1825 – Baden, 17 luglio 1915). Era la figlia di Carlo d’Asburgo-Teschen, terzo figlio di Leopoldo II d’Asburgo-Lorena e di Maria Ludovica di Borbone-Spagna, e di sua moglie, Enrichetta di Nassau-Weilburg, figlia di Federico Guglielmo di Nassau-Weilburg. Suo padre era il vincitore della Battaglia di Aspern-Essling contro le truppe napoleoniche. Trascorse la sua infanzia a Weilburg, nella Bassa Austria. All’età di quattro anni, sua madre morì di scarlattina. Suo padre si occupò della sua educazione e quella dei suoi fratelli. Sposò, il 21 febbraio 1852, suo cugino l’arciduca Ranieri Ferdinando d’Asburgo-Lorena (1827-1913), figlio dell’arciduca Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena, viceré del Regno Lombardo-Veneto, e di Maria Elisabetta di Savoia-Carignano. Ebbero un matrimonio felice ma non ebbero figli. Amichevole e informale di natura, Maria Carolina era profondamente religiosa e soffrì molto il fatto che non ebbe figli propri. Si prese cura dei membri più giovani della famiglia imperiale che iniziarono a chiamarla “zia”. Fondò numerose fondazioni per i bambini. Nel 1854, il marito acquistò un grande palazzo a Vienna, dove andarono a vivere. Nel 1912 la coppia assisti al declino dell’impero. Suo marito morì il 27 gennaio 1913. Maria Carolina morì il 17 luglio 1915, all’età di 90 anni.
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Arc. 2281: Alberto Federico Rodolfo Domenico d’Asburgo-Teschen (Vienna, 3 agosto 1817 – Arco, 18 febbraio 1895). Era il secondogenito, ma figlio maggiore maschio, dell’arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen e della principessa Enrichetta di Nassau-Weilburg. Quale figlio del vincitore di Essling e cugino del padre dell’Imperatore, Alberto salì rapidamente i gradini dell’esercito, ricevendo, appena tredicenne (1830), il grado onorifico di secondo colonnello. Passò poi alla vita militare pratica nel 1837, quando fu nominato secondo Colonnello del Reggimento di Fanteria Wimpffen. Per completare la propria educazione militare, nel 1839, ventiduenne, cambiò arma, passando al reggimento di corazzieri Mengen col medesimo grado. Il 1º maggio 1844 sposò la principessa Ildegarda di Baviera (1825 – 1864), figlia di Luigi I di Baviera e di Teresa di Sassonia-Hildburghausen (1792 – 1854). Ebbero tre figli. Nel 1840 venne promosso Maggior Generale, nel 1843 Tenente-Feldmaresciallo. Nel 1845venne nominato comandante militare di Salisburgo, Bassa ed Alta Austria. A seguito dello scoppio della rivoluzione viennese del 13 marzo 1848, della quale Alberto venne incolpato per aver dato ordine di sparare sulla folla, si dimise dalla carica. Reietto dai costituzionalisti, prese la saggia decisione di affrettarsi presso l’ultimo bastione dell’assolutismo: si arruolò volontario nella armata d’Italia del Feldmaresciallo Radetzky, rinserrato attorno a Verona. Qui si distinse alla battaglia di Santa Lucia, il 6 maggio, nel cui contesto l’iniziale successo sardo non fu sfruttato da Carlo Alberto. Il contributo più importante che la famiglia diede al Radetzky, tuttavia, venne, probabilmente, dalla sorella maggiore di Alberto, la regina Maria Teresa (1816 – 1867), seconda moglie di Ferdinando II delle Due Sicilie, re delle Due Sicilie: alla metà di quel maggio, mentre Alberto giungeva a Verona, il ‘re bomba’ ritirò dal conflitto le sue truppe, che avevano ormai raggiunto il Po ed erano in procinto di entrare in Veneto. Ciò impedì al generale Pepe di ricongiungersi con l’esercito pontificio del Durando e consentì a Radetzky la strategica vittoria di Custoza, il 10 giugno. Venne poi l’armistizio di Salasco del 9 agosto e la ripresa dei combattimenti, l’8 marzo 1849, quando Carlo Alberto ruppe la tregua con l’Austria. Nel corso di questa breve campagna, Alberto ebbe un comando nel Corpo d’Armata del Feldmaresciallo d’Aspre e si batté con distinzione a Gravellona, Mortara e specialmente a Novara. Qui la sua divisione tenne testa a un ben più numeroso nemico abbastanza a lungo da permettere l’arrivo dei rinforzi. La conclusione della battaglia fu talmente univoca che Carlo Alberto abdicò in favore di Vittorio Emanuele II. Rimase nel seguito del Generale d’Aspre quando questi fu inviato, con il suo 2º corpo d’armata, prima alla rioccupazione di Parma e poi a quella della Toscana per reinsediarvi Leopoldo II, fuggito a Gaeta: prese parte all’assedio e al saccheggio di Livorno (317 fucilazioni ed 800 morti), l’11 maggio 1849, e all’occupazione di Firenze, il 25. Dopo il completamento delle brevi e trionfali campagne, Alberto venne nominato comandante del III Corpo d’Armata in Boemia e governatore della fortezza di Magonza, dove già aveva concluso la propria carriera il padre. Nel 1851 ebbe l’importante carica di governatore generale e comandante militare dell’Ungheria. Si trattava di un incarico assai difficile, ove Alberto si esercitò in parziali aperture agli ungheresi che parvero loro insufficienti, ma eccessive a Vienna. Ciò fu la causa delle sue dimissioni nel 1860. Nella primavera del 1859 gli venne affidata una missione riservata a Berlino, volta ad ottenere l’appoggio prussiano in vista della prossima guerra contro il Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II e la Francia di Napoleone III. La missione non ebbe alcun risultato evidente, benché tra le ragioni che indussero l’imperatore francese all’armistizio di Villafranca molto contarono i timori dell’imperatrice Eugenia circa una possibile mossa prussiana in Germania o sul Reno. I risultati, comunque, non dovettero essere troppo disprezzati a Vienna, dal momento che, nella primavera del 1864, Alberto venne reinviato a Berlino con un nuovo incarico, legato, questa volta, alla Seconda guerra dello Schleswig in corso e che contrapponeva la Danimarca alla Confederazione tedesca. Il tema del contendere era il controllo danese del ducato dello Holstein, maggioritariamente di lingua tedesca, e della attigua provincia dello Schleswig, maggioritariamente di lingua danese. Rispetto alla precedente missione del 1859, a Berlino il fronte anti-austriaco si era notevolmente rafforzato con l’ascesa al trono di Guglielmo I, il 2 gennaio 1861, seguita, il 3 settembre 1862, dall’insediamento del nuovo cancelliere Bismarck. Quest’ultimo, in particolare, premeva su Vienna perché accettasse di estendere il conflitto all’intero territorio danese, ben oltre le due province contese. Occorre ricordare che l’Austria e la Prussia non avevano rivendicazioni specifiche, ma gareggiavano per dimostrare la propria superiorità militare e il proprio attaccamento alla causa germanica. Con la firma del Trattato di Vienna, (30 ottobre 1864) la Danimarca cedeva Holstein, Schleswig e Sassonia-Lauenburg all’Austria e alla Prussia, in condominio, anche se la vera vincitrice diplomatica fu la Prussia. La missione di Alberto si era quindi tradotta in un sostanziale scacco politico, benché la gran parte delle responsabilità andasse addebitata al governo di Francesco Giuseppe. Nel 1860 Alberto venne nominato comandante generale dell’8º Corpo d’Armata austriaco a Vicenza. Qui venne promosso, nel 1863, Feldmaresciallo. Scoppiata la terza guerra di indipendenza, il 24 giugno 1866 Alberto inflisse una dura (sebbene certamente non decisiva) sconfitta al La Marmora a Custoza. Dopodiché, raggiunto dalla notizia della grave sconfitta austriaca a Sadowa, venne nominato comandante in capo al posto del Benedek e comandato a Vienna. La sua decisione cruciale fu di richiamare a Vienna uno dei tre Corpi d’Armata già stanziati in Veneto, aggiungendolo alle truppe ritiratesi dalla Boemia. Ciò gli consentì di costituire una nuova linea difensiva lungo il Danubio, la quale, tuttavia, non venne mai messa alla prova, dal momento che l’imperatore Francesco Giuseppe, fortemente influenzato dalla richiesta della municipalità di Vienna di dichiarare la capitale città aperta, stabilì di avviare colloqui di armistizio. Gli storici militari austriaci hanno sostenuto che tale decisione fosse quanto meno affrettata, stante il notevole apparato difensivo organizzato da Alberto. Ed è certo che quest’ultimo ebbe una qualche influenza nell’indurre Bismarck ad assai ragionevoli termini di pace. Lo svantaggio principale riguardò, in effetti, il fronte italiano, ove l’esercito imperiale non seppe in alcun modo arrestare la successiva avanzata del Garibaldi e del Medici in Trentino e quella del Cialdini attraverso il Veneto, da Ferrara sino oltre Udine. Se l’armistizio fosse stato rimandato oltre, Garibaldi e Medici avrebbero certamente condotto l’assedio di Trento contro il pur assai valente Kuhnenfeld e Cialdini avrebbe proseguito oltre l’Isonzo. Dopo i trattati di Praga e Vienna, Alberto venne nominato capo della commissione di riorganizzazione dell’esercito imperiale, alla quale diede un notevole contributo. Seguì anche le orme del padre quale scrittore di arte militare. Prese stabile residenza al suo Palazzo di Vienna, ove proseguì la importantissima collezione di stampe iniziata dai suoi predecessori. Già uno dei maggiori possidenti terrieri dell’Impero (possedeva sino a 2 070 km²), ne divenne uno dei maggiori industriali. Qui fu colpito da una terribile, quanto incredibile, sciagura: durante un ricevimento in un castello fuori città, la sua terza figlia, l’arciduchessa Matilde, appena diciottenne, lasciò cadere la sigaretta che stava fumando sul vestito da sera, che prese fuoco e ne causò la morte di fronte all’intera famiglia. L’arciduca è sepolto nella tomba 128 della Cripta Imperiale, nella chiesa dei Cappuccini di Vienna. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.
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Arc. 1685: Alberto Federico Rodolfo Domenico d’Asburgo-Teschen (Vienna, 3 agosto 1817 – Arco, 18 febbraio 1895), la moglie ldegarda Luisa Carlotta di Wittelsbach (Würzburg, 10 giugno 1825 – Vienna, 2 aprile 1864) principessa della Casata di Wittelsbach e le figlie Maria Teresa d’Asburgo-Teschen, (Vienna, 15 luglio 1845 – Tubinga, 8 ottobre 1927) e Matilde Maria Aldegonda Alessandra d’Asburgo-Teschen (Vienna, 25 gennaio 1849 – Castello di Hetzendorf, 6 giugno 1867). Fotografia CDV. Fotografo: L. – Angerer – Wien.

Arc. 1277: Maria Teresa d’Asburgo-Teschen, (Vienna, 15 luglio 1845 – Tubinga, 8 ottobre 1927). Suo padre era Alberto d’Asburgo-Teschen, figlio dell’arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen e della principessa Enrichetta di Nassau-Weilburg; sua madre era la principessa Ildegarda di Baviera, figlia del re Luigi I di Baviera e della consorte Teresa di Sassonia-Hildburghausen. La famiglia trascorreva l’estate nel Castello Weilburg, costruito dal nonno paterno, l’arciduca Carlo, per la moglie, la principessa Enrietta di Nassau-Weilburg; mentre gli inverni li trascorrevano a Vienna, nel palazzo dell’arciduca Alberto, l’Albertina (oggi è un museo nel centro di Vienna). Il 18 gennaio del 1865 a Vienna, Maria Teresa sposò il duca Filippo di Württemberg, figlio del duca Alessandro di Württemberg (1804-1881) e della duchessa Maria d’Orléans, nata principessa di Francia. Nel 1891, il re Guglielmo II del Württemberg era senza eredi. Legittimo erede al trono era il principe Filippo, marito di Maria Teresa. Dal momento che era 10 anni più vecchio del Re venne dichiarato erede al trono il suo figlio maggiore, il principe Alberto, e di conseguenza fu educato alla gestione del regno e andò a vivere in castel Traunsee. Nel 1905, il principe Filippo vendette il palazzo a Vienna e con la moglie e la famiglia si trasferì a Stoccarda, nel Palazzo Ducale. Nel mese di ottobre del 1917, il principe Filippo, morì all’età di 79 anni. Nel 1918 il Regno di Württemberg cessò di esistere. Maria Teresa si trasferì allora nei pressi di Tubinga. Suo figlio e la sua famiglia si andarono a vivere, invece, in un castello in Alta Svevia, ricevuto dal Re nel 1919. Maria Teresa morì a Tubinga l’8 ottobre 1927.

Arc. 2281: Maria Teresa d’Asburgo-Teschen, (Vienna, 15 luglio 1845 – Tubinga, 8 ottobre 1927). Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Arc. 1832: Arciduca Leopoldo Luigi d’Asburgo-Lorena (Milano, 6 giugno 1823 – Hörnstein, 24 maggio 1898). Leopoldo Luigi Maria Francesco Giulio Eustorgio Gerardo d’Asburgo Lorena era il figlio maschio primogenito dell’arciduca Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena (1783-1853) e della principessa Maria Elisabetta di Savoia-Carignano (1800-1856) nonché nipote dell’Imperatore Leopoldo II. Egli nacque a Milano nel 1823 dove suo padre era di servizio come Viceré del Regno Lombardo-Veneto da poco costituito. Il fratello minore di Leopoldo Luigi, l’arciduca Ranieri Ferdinando (1827-1913), prestò servizio come primo ministro austriaco dal 1859 al 1861. Leopoldo seguì il padre nella carriera militare ottenendo il grado di Feldmarschall-leutnant (Luogotenente Generale) nell’esercito austriaco e nel 1867 ottenne il grado di Generale di cavalleria. Divenne quindi proprietario del 53º Reggimento di Fanteria e del Reggimento di Lancieri russo-ucraini n. 13 nonché del 6º Reggimento prussiano di Fanteria. Durante la rivoluzione in Italia, Leopoldo risultò fondamentale per la cattura di Forte Marghera. Nell’ambito della ricerca finalizzata al miglioramento delle tecnologie militari, Leopoldo si dedicò a studi migliorativi per i guastatori, formando un moderno corpo di genieri, completamente rinnovato. Quando l’arciduca Massimiliano d’Austria accettò la corona dell’Impero del Messico nel marzo del 1864, l’Imperatore Francesco Giuseppe inviò Leopoldo al Castello di Miramare a Trieste per consegnare a Massimiliano il suo atto di rinuncia alle pretese sul trono austriaco. Tra i due cugini, ad ogni modo, non correva buon sangue e in particolare Massimiliano vedeva Leopoldo come uno dei possibili beneficiari di una sua rinuncia al trono ed è per questo che si rifiutò categoricamente di controfirmare l’atto sino alla visita di Francesco Giuseppe a Miramare, il 9 aprile 1864. Indubbiamente l’irritazione di Massimiliano crebbe ulteriormente quando Leopoldo venne nominato dal 1865 -25.febbraio 1868 ispettore generale delle truppi navali e la flotta col grado di Vice Ammiraglio nell’aprile del 1864. Dopo un ictus nel 1868 Leopoldo si ritirò a vita privata. La sua proprietà del castello di Hernstein nel 1880 venne completamente rinnovata e rimodellata storicamente con un progetto affidato all’architetto Theophil von Hansen il quale la trasformò in una splendida residenza di caccia. Altri problemi di salute costrinsero poi l’arciduca a trascorrere gli ultimi anni della sua vita su una sedia a rotelle. Morì celibe e senza figli a Hörnstein il 24 maggio 1898 e fu sepolto in una tomba della Cripta Imperiale di Vienna. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.
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Arc. 1016: Giuseppe Carlo Luigi d’Austria (Bratislava, 2 marzo 1833 – Fiume, 13 giugno 1905). Giuseppe Carlo Luigi era figlio di Giuseppe d’Asburgo-Lorena, e della sua terza moglie, la duchessa Maria Dorotea di Württemberg. Venne educato dai monaci benedettini tra i quali Flóris Rómer. Come altri membri della famiglia venne poi destinato alla carriera militare. Nel 1845 entrò nell’esercito imperiale. Nel 1853 fu il Maggiore del 3° Reggimento dei Dragoni (a quel tempo il reggimento era a Kecskemét e a Kiskunfélegyháza), quindi lasciò la cavalleria per un breve periodo e prestò servizio nel 60º Reggimento di Fanteria a Wasa. Dal 1855 divenne Colonnello dell’8º Reggimento dei Dragoni e fu promosso al grado di Colonnello del 37º Reggimento di Fanteria, di cui prese il nome. Nel 1860 divenne Maggior Generale. Nel 1866 fu coinvolto in una serie di battaglie nella guerra austro-prussiana. Prese parte alle battaglie di Schweinschad e Königgrätz. Il 3 luglio, l’arciduca Giuseppe diresse le sue truppe per un lungo periodo, trattenendo l’esercito prussiano. Nel 1867, alla morte del fratellastro Stefano, divenne Palatino d’Ungheria, ma tale carica fu esclusivamente onorifica. Il 5 dicembre 1868 gli fu incaricato di organizzare l’esercito reale ungherese, diventandone il comandante fino alla sua morte. Nel 1874 giunse al grado di Generale di Cavalleria. Giuseppe Carlo non era solo popolare in Ungheria per i suoi meriti militari, ma perché prendeva parte a ogni manifestazione della vita sociale e culturale del paese per mostrare la sua passione per l’Ungheria. Dopo il suo matrimonio si trasferì in Ungheria e si stabilì nella tenuta di famiglia ad Alcsút. Con grande passione, si è preso cura dell’arboreto di Alcsút, conducendo ricerche botaniche, i cui risultati sono stati pubblicati in diversi studi. Ha fondato una fattoria orticola a Kisjenő e Alcsúton. Ha anche posseduto l’Isola Margherita a Budapest, dove fece costruire un resort e un ponte che collegava l’isola alle sponde del fiume. Nel 1873 il quartier generale si trasferì nel Palazzo Teleki. Dopo il 1889, quando gli uffici furono trasferiti nell’edificio del nuovo Ministero della difesa reale ungherese costruito a Piazza Dísz, l’arciduca acquistò il Palazzo Teleki per sé. Nel 1902, lo ricostruì e lo ampliò, basato sui progetti di Flóris Korb e Kálmán Giergl. Ha lavorato duramente per far crescere l’industria, tra gli altri è stato il fondatore dell’Associazione economica ungherese. Ha anche contribuito alla creazione di molte organizzazioni benefiche. Comprò anche il monastero di Frangepan nella città balneare croata come luogo di cura e di vacanza per i soldati. Fu anche il protettore dell’Associazione Policlinica di Budapest e del Sanatorio per le malattie respiratorie. Era interessato alla natura, in particolare alla botanica. In giovane età imparò la lingua gitana quando era luogotenente dI fanteria a Wasa, e da quel momento aveva a che fare con la lingua e il folklore gitano. È stato il primo a prendere provvedimenti concreti per il reinserimento degli zingari in Ungheria con mezzi di sostentamento permanenti. Ha guadagnato fama internazionale attraverso la sua ricerca sui rom. Ha scritto il primo dizionario gitano-ungherese e il primo libro di grammatica zingara pubblicato dall’accademia delle scienze ungherese. Ha preso una parte significativa nell’organizzazione dei vigili del fuoco in Ungheria. Ha lanciato la pubblicazione geografica ed etnografica della monarchia austro-ungarica. Dei 21 volumi, 7 riguardano l’Ungheria contemporanea. Nel 1881 l’arciduca acquistò Villa Giuseppe a Fiume. I piccoli castelli circostanti furono acquistati e demoliti per ottenere più acri di terra per la costruzione del parco. Il castello fu ristrutturato e ampliato dagli architetti croati Pietro e Raffaelle Culotti (1892-1895). Il castello fu la residenza invernale della famiglia arciduca fino al 1916. L’arciduca vi morì il 13 giugno 1905. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.
Onorificenze
Maria Adelaide Amalia Clotilde di Sassonia-Coburgo e Gotha (Neuilly-sur-Seine, 8 luglio 1846 – Alcsútdoboz, 3 giugno 1927). Clotilde era figlia di Augusto di Sassonia-Coburgo-Koháry, e di sua moglie, Clementina d’Orléans. I suoi nonni paterni erano il principe Ferdinando di Sassonia-Coburgo-Koháry e Maria Antonia di Koháry; quelli materni il re dei francesi Luigi Filippo d’Orléans e la regina Maria Amalia di Borbone-Due Sicilie, figlia a sua volta del re Ferdinando I delle Due Sicilie. Sposò, il 12 maggio 1864, a Coburgo, il principe palatino Giuseppe Carlo Luigi d’Asburgo-Lorena (1833-1905), figlio di Giuseppe Antonio Giovanni d’Asburgo-Lorena, e della sua terza moglie, Maria Dorotea di Württemberg. Morì il 3 giugno 1927. Fu sepolta accanto al marito e ai figli. Nel 1970 la sua tomba venne saccheggiata e nel 1980 iniziarono i lavori di restauro guidati da Stephen Kiszely.

Arc. 3085: ( a destra) Richard Klemens II principe di Metternich-Winneburg zu Beilstein (Vienna, 7 gennaio 1829 – Vienna, 1º marzo 1895). Richard Metternich nacque a Vienna il 7 gennaio 1829 dal diplomatico Klemens, principe di Metternich-Winneburg zu Beilstein, di cui fu il maggiore dei figli maschi sopravvissuti, e dalla sua seconda moglie, la baronessa Maria Antonia von Leykam (1806–1829). Suo padre, che in precedenza era stato sposato con la contessa Eleonore von Kaunitz, aveva prestato servizio come ministro degli esteri e cancelliere dell’impero austriaco. I suoi nonni paterni furono il conte Franz George Karl von Metternich-Winneburg zu Beilstein, un diplomatico che prestò servizio presso il principe-arcivescovo di Treviri prima che alla corte imperiale, e sua moglie la contessa Maria Beatrix Aloysia von Kageneck. Nel 1855, Metternich seguì il padre nella carriera diplomatica, aggregandosi all’ambasciata austriaca al secondo impero francese a Parigi come Legationssekretär. L’anno successivo, fu nominato inviato dell’Austria nel regno di Sassonia e assunse l’incarico a Dresda. Nel 1861, l’imperatore Francesco Giuseppe emanò la patente di febbraio ed il successivo diploma di ottobre, con cui creava il nuovo Reichsrat austriaco. Metternich diventò membro ereditario della Herrenhaus, la camera alta del nuovo Reichsrat. Dal 1859 al 1870, Metternich prestò servizio come ambasciatore dell’impero d’Austria (dopo il 1867, dell’Austria-Ungheria) alla corte di Napoleone III di Francia. Durante questo periodo, sua moglie ebbe un ruolo di primo piano nella società parigina. Metternich tentò di convincere la Francia ad intervenire per conto dell’Austria durante la guerra austro-prussiana, ma non ebbe successo in questo tentativo. Nel 1857, mentre prestava servizio presso la corte imperiale, Metternich ricevette il massimo dei voti nel celebre dictée de Mérimée. Ritiratosi dalla carriera diplomatica, curò e organizzò la pubblicazione delle memorie di suo padre. Nel 1856, sposò la nipote, Pauline Sándor de Szlavnicza, figlia della sorellastra, la principessa Leontine von Metternich (nata dal primo matrimonio di suo padre) e del conte Moritz Sándor de Szlavnicza. Sua moglie fu in seguito comunemente nota come la principessa Pauline von Metternich. Morì il 1º marzo 1895. Dal momento che dal suo matrimonio erano nate tre femmine, dopo la sua morte, il titolo principesco passò al fratellastro, Paul von Metternich.
Onorificenze
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro (Austria)
Cavaliere di gran croce dell’ordine reale di Santo Stefano d’Ungheria
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Imperiale di Nostra Signora di Guadalupe (Impero messicano)

Arc. 3310: Gyula Andrássy de Csíkszentkirály et Krasznahorka (Košice, 3 marzo 1823 – Volosca, 18 febbraio 1890). Figlio del conte Károly Andrássy ed Etelka Szapáry, nacque a Košice (attualmente in Slovacchia), Regno d’Ungheria. Educato da un padre liberale che apparteneva all’opposizione politica, in un’epoca in cui l’opposizione al governo era molto pericolosa, Andrássy in età molto precoce partecipò alle lotte politiche dell’epoca, adottando in via preliminare il lato patriottico. Parteggiò per il movimento nazionale magiaro; inviato dal governo rivoluzionario di Kossuth (1849) in missione a Costantinopoli, non ebbe riconosciuto dalla Porta il carattere diplomatico e si rifugiò a Londra; l’Austria lo condannò a morte nel 1851. Graziato poi nel 1857 tornò in patria e nel 1861 fu eletto alla Dieta (fino al 1869). Collaborò con l’Imperatrice Elisabetta, assumendo la parte principale nelle trattative che condussero al Compromesso austroungarico del 1867e divenne presidente del consiglio ungherese dal 1867 al 1871. Per mantenere la supremazia dei magiari in Ungheria si accordò con i tedeschi, opponendosi ai tentativi d’introdurre in Austria il federalismo, e con Bismarck premendo su Friedrich Ferdinand von Beust per ottenere che la monarchia rimanesse neutrale durante la Guerra franco-prussiana. Succedette al Beust come presidente del ministero comune e ministro degli Esteri della monarchia austro-ungarica (novembre 1871 -aprile 1879). Si adattò alla politica del Bismarck: l’Austria-Ungheria, con lui, rinunciò a immischiarsi nelle questioni tedesche e, per quanto avversasse la Russia, accettò l’alleanza dei Tre imperatori; durante la crisi orientale del 1875-1878 preferì rimanere neutrale nella guerra russo-turca, ottenendo il consenso russo all’occupazione militare austriaca della Bosnia ed Erzegovina, diritto riconosciuto dal trattato di Berlino. Non riuscì a ingrandire la Serbia (per metterla in contrasto con la Russia da un lato e la Croazia dall’altro), né ad opporsi al risveglio delle nazionalità balcaniche. La sua politica causò tuttavia malcontento, onde poco dopo si indusse a ritirarsi. Andrássy era un conservatore; la sua politica estera guardò ad espandere l’impero in Europa sud-orientale, preferibilmente con il sostegno britannico e tedesco, e senza alienarsi la Turchia. Vedeva la Russia come il principale avversario a causa delle sue politiche espansionistiche verso l’area slava e ortodossa. Diffidava dei movimenti nazionalisti slavi considerati una minaccia all’impero multietnico. Da sua moglie, la contessa Katinka Kendeffy, che egli sposò a Parigi nel 1856, il conte Andrássy ebbe due figli maschi, e una femmina, Ilona (1858-1952). Entrambi i figli maschi si distinsero come statisti. Il maggiore, Tivadar Andrássy (1857-1905), fu eletto vicepresidente della Camera Bassa del parlamento ungherese nel 1890. Il più giovane, Gyula (1860-1929), ebbe anch’egli una carriera politica di successo. Secondo la leggenda comune, il conte Andrássy ebbe una storia d’amore di lunga durata con Elisabetta, imperatrice d’Austria e regina d’Ungheria, nota come Sissi, moglie dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria-Ungheria. Alcune voci malevole sostennero che il conte Andrássy fosse il vero padre della sua ultimogenita. Non vi è alcuna prova di questo, e la diceria potrebbe essersi sviluppata grazie alla devozione di entrambi verso l’Ungheria, la sua cultura e i suoi costumi nazionali. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Onorificenze austriache

Arc. 1854: Pauline Clémentine Marie Walburga Sándor de Szlavnicza, principessa von Metternich-Winneburg zu Beilstein (Vienna, 25 febbraio 1836 – Vienna, 28 settembre 1921). Pauline nacque a Vienna nella nobile famiglia ungherese dei De Szlavnicza. Suo padre, conte Móric Sándor (1805–1878), descritto come “un cavaliere furioso”, era conosciuto in tutto l’impero asburgico come un cavaliere appassionato. Sua madre, principessa Leontine von Metternich-Winneburg (1811–1861), era una figlia del famoso cancelliere austriaco, principe Klemens von Metternich, autore dell’ordine europeo voluto dal Congresso di Vienna. Fu nella sua casa di Vienna che Pauline trascorse l’intera infanzia. Nel 1856, sposò suo zio, principe Richard von Metternich (1829–1895), suo nonno principe Metternich diventò anche suo suocero. La loro vita coniugale fu relativamente felice, nonostante le liaisons amorose di Richard con ballerine e cantanti d’opera ed ebbero tre figlie, la loro primogenita Sophie nacque nel 1857 e sposò Albrecht, principe di Oettingen-Oettingen und Oettingen-Spielberg; la seconda figlia, Pascaline (nata nel 1862), sposò il conte Georg von Waldstein-Wartenberg, un aristocratico ceco pazzo e alcolista che si diceva l’avesse uccisa nel delirio a Duchcov (attuale Repubblica Ceca) nel 1890. La figlia più piccola, Klementine (1870), fu gravemente ferita dal suo cane da bambina e decise di non sposarsi mai a causa del suo viso sfregiato. Pauline accompagnò il marito nelle sue missioni diplomatiche nella corte reale di Dresda e nella corte imperiale di Parigi, dove vissero per undici anni, dal 1859 al 1870, alla caduta del Secondo Impero. Pauline giocò un ruolo importante nella vita mondana delle corti sassone e francese e in quella austriaca dopo il 1870. In Francia divenne un’intima amica e confidente dell’imperatrice Eugenia, che all’epoca era considerata la regina incontrastata della moda (fu Pauline che fece incontrare per la prima volta l’imperatrice e Charles Frederick Worth, che divenne sarto personale di Eugenia). Pauline e Richard divennero figure di spicco nella dorata corte delle Tuileries di Napoleone III. Pauline fu inoltre una grande appassionata di musica e fu patrona di numerosi artisti tra i quali Richard Wagner, Franz Liszt, Charles Gounod e Camille Saint-Saëns. Diffuse la musica di Wagner a Parigi e quella del compositore ceco Bedřich Smetana a Vienna. Fu amica e tenne corrispondenza con Prosper Mérimée e Alexandre Dumas. Nella sua vita privata Pauline assistette a vari rivolgimenti e crisi. Quand’era bambina vide con i suoi occhi i moti del 1848 e nel 1870 rimase al fianco dell’imperatrice Eugenia durante la Guerra franco-prussiana e lei e suo marito l’aiutarono a riparare in Inghilterra quando la folla assaltò il palazzo imperiale. La principessa Pauline morì a Vienna nel 1921. Aveva visto l’apoteosi e il declino dei grandi imperi, quello asburgico e quello francese, e divenne un simbolo vivente di questi due mondi decadenti. Fotografia CDV. Fotografo: P. Petit – Paris.
Onorificenze
Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa

Arc. 1661: L’imperatore Francesco Giuseppe e i regnanti degli stati tedeschi nel 1863. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
PERSONAGGI E UOMINI POLITICI

Arc. 1600: Marchese Emiddio Antonini ( L’Aquila 15 Agosto 1787 – Parigi 1 Settembre 1862 ). Nominato nel 1822 ufficiale di I classe del Ministero degli Esteri, ebbe una carriera diplomatica abbastanza movimentata e che si svolse in momenti particolarmente difficili. Si dimostrò uno dei più abili diplomatici napoletani, sempre teso a tutelare il prestigio del regno all’estero, dotato com’era d’uno spirito battagliero e di una grande capacità di osservazione. Ferdinando II, che lo apprezzava molto, gli dette prima il titolo di Barone di Torano e poi quello di Marchese. Nominato nel febbraio 1827vsegretario di legazione a Parigi, fu inviato nel luglio dell’anno dopo in Brasile come incaricato d’affari e nel maggio 1831 con lo stesso grado a Madrid dove svolse una brillante azione diplomatica in difesa del legittimismo. Fu ricompensato con la promozione a ministro plenipotenziario presso il re di Prussia nell’ottobre 1833. Nel gennaio 1849 fu nominato plenipotenziario a Vienna, senza però raggiungere il suo posto perché nell’aprile fu destinato come ambasciatore in Francia, raggiungendo la nuova sede nell’ottobre. Antonini curò fino all’ultimo i contatti con la Francia napoleonica, aiutando sia la missione di Giacomo De Martino nel giugno 1860 che quella di Augusto La Greca nel luglio. Il marchese rimase a Parigi, dove si spense qualche tempo dopo. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 1860 ca.

Arc. 1053: Liborio Romano (Patù, 27 ottobre 1793 – Patù, 17 luglio 1867). Figlio primogenito di una nobile e antica famiglia, studiò dapprima a Lecce e poi, giovanissimo, prese la laurea in giurisprudenza a Napoli e ottenne subito la cattedra di Diritto Civile e Commerciale all’Università partenopea. S’impegnò presto nella politica, frequentando ambienti carbonari e abbracciò quindi gli ideali del Risorgimento italiano, fu membro della Massoneria. Nel 1820 prese parte ai moti, per cui venne destituito dall’insegnamento, imprigionato per un breve tempo e poi inviato prima al confino e poi in esilio all’estero. Nel 1848 tornò a Napoli e partecipò agli avvenimenti che condussero alla concessione della costituzione da parte del re Ferdinando II di Borbone. Ma il 15 maggio 1848, dopo il sangue versato a Napoli nei moti liberali che avevano risentito di una certa improvvisazione, Romano fu nuovamente imprigionato. Egli chiese quindi al ministro di polizia la commutazione della pena della detenzione in quella dell’esilio. La sua richiesta venne accolta. Romano dovette perciò risiedere in Francia, a (Montpellier e poi a Parigi), dal 4 febbraio 1852 al 25 giugno 1854. Nonostante le sue idee, nel 1860, mentre con la spedizione dei Mille si apriva la fase finale del regno delle Due Sicilie, Liborio Romano venne nominato dal re Francesco II prefetto di Polizia. Il 14 luglio dello stesso anno il Romano divenne anche ministro dell’interno e direttore di polizia. In tale difficile fase, mentre l’Esercito meridionale cominciava a risalire la penisola, Romano iniziò a prendere contatti segreti con Camillo Benso conte di Cavour e con Giuseppe Garibaldi per favorire il passaggio del Mezzogiorno dai Borbone ai Savoia. Il contatto con Cavour avvenne tramite l’ambasciatore Sardo e l’ammiraglio Persano. Fu lo stesso Liborio Romano a spingere il re Francesco II di Borbone a lasciare Napoli alla volta di Gaeta senza opporre resistenza, per evitare sommosse e perdite di vite umane. Il giorno dopo, il 7 settembre 1860, andò a ricevere Giuseppe Garibaldi, che giungeva a Napoli quasi senza scorta, direttamente in treno, senza che vi fosse alcun tipo di contrasto e accolto da festeggiamenti di piazza. Francesco II, nel suo proclama emanato da Gaeta l’8 dicembre 1860, affermò: “I traditori pagati dal nemico sedevano accanto ai fedeli nel mio consiglio” e Liborio Romano, in quel periodo non solo era presente in quel consiglio, ma rivestiva pure incarichi importati. Scriveva, a tal proposito, lo stesso Romano nelle sue Memorie: «Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parsemi, se non di certa, almeno probabile riuscita; e lo tentai. Pensai prevenire le tristi opere dei camorristi, offrendo ai più influenti loro capi un mezzo di riabilitarsi; e così parsemi toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le tristi tendenze». Fu creata, così, una «specie di guardia di pubblica sicurezza», tra i suoi membri c’erano i camorristi organizzati in compagnie e pattuglie, per controllare tutti i quartieri della capitale. Romano ottenne da Garibaldi la conferma nel ruolo di ministro dell’Interno che tenne quindi fino al 24 settembre 1860, data in cui entrò a far parte del Consiglio di Luogotenenza, ove rimase fino al 12 marzo 1861. Nel gennaio 1861 si tennero le prime elezioni politiche per il costituendo Regno d’Italia, e Liborio Romano venne eletto deputato, vincendo in otto diverse circoscrizioni. In quegli anni presenta una serie di interpellanze e denunce. La sua esperienza parlamentare ebbe fine il 25 luglio 1865 e Romano si ritirò nella sua terra d’origine ove rimase fino alla morte, avvenuta il 17 luglio 1867 nella natia Patù, dove riposa, nella cappella di famiglia di fronte al Palazzo Romano. Fotografia CDV. Fotografo: J.H.Gairoard – Napoli. 1860 ca.

Arc. 1930: Francesco Antonio Casella ( Napoli 19 Maggio 1818 – Napoli 1 Aprile 1894 ). Già in giovane età era considerato uno dei più capaci magistrati napoletani in seguito uno dei più brillanti avvocati del foro napoletano. Entrato in magistratura nel 1845, nel 1848 era già giudice della Gran Corte criminale di Santa Maria, diventando nel 1852 sostituto procuratore generale del Re a Salerno. Passato nel 1854 sempre come sostituto procuratore generale alla Gran Corte criminale di Terra di Lavoro, nel 1857 fu infine trasferito presso la ben più importante Gran Corte di Napoli. Distintosi come magistrato per indulgenza testimoniando e facendo testimoniare senza alcuna esitazione in favore di liberali, non ebbe timore come pubblico ministero di chiedere in alcuni processi politici l’assoluzione degli imputati. Al momento della formazione, nel giugno 1859, del governo Filangeri, proprio per sottolineare una certa volontà di allentare la pressione poliziesca, Casella fu nominato Ministro della Polizia. Da Ministro, Casella fu l’estensore dei decreti che condonarono le pene residue a molti condannati del 1848-49 e delle misure che permisero il rimpatrio a parecchi emigrati. Ma il decreto più importante controfirmato da Casella, fu quello del 16 giugno 1859 che aboliva le liste degli “attendibili”, cioè dei sorvegliati politici, ammontanti allora per le sole provincie al di qua del Faro a circa trentaduemila persone, e che erano sottoposti a vessazioni e restrizioni di vario genere. Ma le reazioni suscitate da questo provvedimento nella corte e forse un ripensamento di Francesco II costrinsero il Casella, ad appena sei giorni di distanza, a inviare una circolare segreta agli intendenti sui criteri da seguire con gli ex attendibili, che praticamente annullava quasi il decreto emanato. Ma la circolare non rimase segreta e il governo Filangeri e ancora di più il Casella persero molta della loro credibilità. Il 28 Settembre 1859 Casella fu sostituito da luigi Ajossa. Ritornò così in magistratura, come consigliere della Corte Suprema di Giustizia, ma durante il governo dittatoriale di Garibaldi venne destituito dalla sua carica. Casella fu così costretto a riprendere la professione di avvocato e fiero e dignitoso com’era, non si perse in querimonie, ne tentò di discolparsi. Occupò un posto preminente per circa venti anni fra gli avvocati di Napoli che lo elessero per sette volte consecutive nel Consiglio dell’Ordine. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 2185: Carlo Capece Galeota Duca della Regina ( Napoli 17 Febbraio 1824 – Napoli 14 Agosto 1908 ). Fu uno degli esponenti di maggiore spicco dell’emigrazione politica napoletana a Roma nel decennio 1860-70. Alla caduta del regno il Duca della Regina ritenne doveroso, come membro di quella parte della classe dirigente borbonica che ruotava intorno alla corte, emigrare a Parigi.Nel triennio 1854 – 1857 lo troviamo deputato del Supremo Magistrato della Salute di Napoli, consigliere della commissione per i titoli di Nobiltà e Governatore del Pio Monte della Misericordia e delle Real Casa di Sant’Eligio. Trasferitosi da Parigi a Roma nel 1861, divenne uno dei più ascoltati consiglieri di Francesco II, che in quell’anno lo insignì dell’Ordine di San Gennaro, acquistando nella vita di corte in esilio un’importanza sempre maggiore e attirandosi quindi invidie e gelosie. La scomparsa del Marchese Michele Imperiali lo fece diventare di fatto cerimoniere della corte in esilio, cosa che lo mise in urto col Generale De La Tour che, come Aiutante Generale del re, avrebbe voluto per se quella carica. Ritornato a Napoli dopo il 1870 divenne l’esponente più conosciuto del legittimismo borbonico, ricevendo nel 1896 dal Conte di Caserta la nomina onorifica di Maggiordomo Maggiore della corte napoletana. Croce lo ricorda come un colto e distinto gentiluomo, rispettato e riverito da tutti per la sua cortesia dei modi e l’inflessibilità delle convinzioni. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 2185: Barone Giuseppe Canofari ( Aquila 23 Maggio 1809 – Parigi 20 Settembre 1872 ). Ricordato principalmente per essere stato il rappresentante napoletano a Torino dal 1851 al Luglio 1860, Canofari, inviso per forza di cose agli esuli da Napoli rifugiati in Piemonte, ha riscosso ben poca considerazione nella pubblicistica e nella storiografia risorgimentale. Duro e sprezzante di carattere era però un diplomatico dotato di capacità e di coraggio, che non esitava a sfidare l’emigrazione politica napoletana. Nominato aggiunto di legazione, Giuseppe Canofari era rimasto nei primi tempi a lavorare presso il ministero degli Esteri a Napoli, con la qualifica di uffiziale di II classe. Nel marzo 1840 andò all’estero come segretario di legazione facente funzione al seguito di Paolo Ruffo di Castelcicala, inviato a Londra come ministro plenipotenziario. Promosso nel febbraio 1848 segretario di legazione, rimase a Londra come incaricato d’affari nell’ottobre 1851, dopo il richiamo di Castelcicala andando a Torino nel luglio 1852 sempre come incaricato d’affari. I frequenti involontari incontri con gli emigrati napoletani lo misero diverse volte in situazioni alquanto imbarazzanti. Non riuscì a comprendere in tutti i suoi aspetti la politica di Cavour, ma avvisò in tempo, dall’inizio del 1860, dei preparativi Garibaldi a Genova per la spedizione in Sicilia. Promosso nel gennaio 1860 inviato straordinario e ministro plenipotenziario, Canofari era però troppo caratterizzato come antiliberale per poter rimanere a Torino dopo la concessione della Costituzione a Napoli. La sua sostituzione, ormai matura, avvenne con la venuta a Torino ul 16 luglio di Antonio Winspeare e Giovanni Manna. Il 20 agosto Canofari andò a Parigi per sostituire il dimissionario Antonini. E a Parigi rimase, prima come inviato straordinario e poi come rappresentante personale di Francesco II presso l’Imperatore. Negli anni seguenti continuò a essere per Francesco II un agente diplomatico in Francia, seguendolo nei suoi viaggi in Germania e Svizzera. Morì in un tragico incidente nella Place de l’Opera, travolto dai cavallo imbizzarriti della sua carrozza. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

Arc. 2186: Giuseppe Gravina Y Requesenz Principe d’Altamente ( Palermo 18 Luglio 1834 – Napoli 24 Gennaio 1906 ). Fu uno dei molti aristocratici siciliani legati ai Borbone. Entrato nel servizio diplomatico nel 1852, cominciò la sua carriera come segretario aggiunto di legazione a Firenze, passando poi a fine agosto 1855 come segretario effettivo a Roma. L’incaricato d’affari a Roma era Giacomo Martino che nel giugno 1860 divenne ministro degli Esteri lasciando Altomonte a Roma come incaricato d’affari ad interim. Fu promosso effettivo nel marzo 1861 e inviato straordinario e ministro plenipotenziario a fine gennaio 1865. Altomonte si trovò così ad occupare un posto di grande importanza nella crisi finale del regno e nel periodo seguente in cui si nutrivano ancora speranze di restaurazione. Lo scioglimento del corpo diplomatico napoletano, deciso nel 1866 da Francesco II dopo la conclusione della guerra italo-austriaca, sia per ragioni economiche sia per il quasi generale riconoscimento del Regno d’Italia da parte delle grandi potenze europee, convinse il Principe d’Altamente a ritornare a Napoli. Allegando motivi famigliari chiese a Francesco II il consenso al ritorno patria, consenso che gli fu concesso con le più lusinghiere espressioni di apprezzamento per quello che aveva fatto in quel difficile incarico. I rapporti con Francesco II continuarono a lungo e il principe accompagnò innumerevoli volte il re nei suoi numerosi viaggi all’estero. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. Foto scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 2187: Salvador Bermudez de Castro ( Cadice 6 Agosto 1817 – Roma 23 Maggio 1883 ). Ministro di Spagna presso la corte borbonica dal 1853 al 1864, don Salvador Bermudez de Castro fu definito da Raffaele de Cesare uno dei personaggi più antipatici e più vanitosi che la penisola iberica avesse mai prodotto. Inviso sia ai borbonici che ai liberali, fu uno dei consiglieri più ascoltati da Francesco II nella crisi finale del regno e nei primi anni dell’esilio romano. A Roma, oltre che consigliare politicamente Francesco II, s’interessò attraverso le sue conoscenze in patria a reclutare un certo numero di ex militari spagnoli, generalmente veterani carlisti, nel tentativo di dare un qualche inquadramento militare alle reazioni brigantesche. Il famoso Josè Borges, fucilato a Tagliacozzo dai bersaglieri piemontesi, fu uno di quelli.

Arc. 2961: Monsignor Filippo Gallo Arcivescovo di Patrasso ( Trentola 27 marzo 1806 – Napoli 25 gennaio 1890). Fra i vari prelati alla corte borbonica Filippo Gallo, confessore del Duca di Calabria, poi Francesco II, e della Regina Madre Maria Teresa, ebbe una posizione preminente, sia per la carica che per l’influenza che seppe imporre. Vescovo di Bovino a quarantasei anni, fu insignito nel marzo 1858 di un titolo in partibus infidelium, quello di Arcivescovo di Patrasso in Acaia, che era stato in precedenza di monsignor Celestino Cocle., il confessore di Ferdinando II, morto nel 1857. Membro del Collegio dei Teologi e della Congregazione delle Missioni, Filippo Gallo era anche covisitatore dell’Arcidiocesi di Napoli. Rifugiatosi a Gaeta seguendo Francesco II nel settembre 1860, vi rimase fino alla capitolazione, e fu perciò decorato con la Medaglia di Gaeta, concessa a tutti i presenti durante l’assedio nella piazza. Quando Francesco II lasciò Gaeta il Vescovo Gallo s’imbarcò pure lui sulla “Muoette” per Civitavecchia, stabilendosi poi a Roma, dove continuò ad avere un suo ruolo nella vita della corte napoletana in esilio. Molto legato alla Regina Madre, simpatizzava per gli ultraborbonici ed era in continua corrispondenza con il fratello rimasto a Napoli, che faceva parte di un comitato segreto borbonico. Rientrato a Napoli dopo il 1870, fu arrestato nel giugno 1871 per sospette trame borboniche e scarcerato un mese dopo per un non luogo a procedere.

Arc. 3179: Paolo Cumbo ministro per gli affari di Sicilia nel 1859 – 60. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2182: Ettore Lucchesi Palli Duca della Grazia ( Palermo 18 Luglio 1806 – Brunsee 1 Aprile 1864 ). Entrò molto giovane in diplomazia e, dopo un breve periodo di servizio in Austria, fu inviato nel 1829 come segretario di legazione a Madrid e nel 1832 passò come incaricato d’affari nei Paesi Bassi. Nella crisi finale del regno di Napoli, mentre il figlio Adinolfo, ufficiale degli Ussari napoletani, prendeva parte alla difesa di Gaeta, il duca della Grazia svolse una certa attività diplomatica a titolo personale in aiuto dei Borbone, per cui fu decorato dal re con l’Ordine di San Gennaro. Cercò infatti nel 1861 di convincere gli austriaci a effettuare una certa pressione militare sul confine veneto in modo da impegnare una parte dell’esercito italiano e alleggerire così il sud, permettendo inoltre un punto di raduno in Dalmazia per gli ex ufficiali borbonici. Ma per timori di reazioni francesi e inglesi il governo austriaco non acconsentì. E anche la missione svolta nel 1861 a Berlino presso Guglielmo I di Prussia, il duca della Grazia non riuscì ad ottenere che buone parole.

Arc. 2182: Laura Berio contessa Statella. Moglie del Generale conte Giuseppe Statella del Cassero. Seguirono i Borbone nell’esilio di Roma dove il marito divenne primo Cerimoniere e la Berio Dama di Compagnia della Contessa di Trani. Era sorella della Duchessa di San Cesareo Dama di Compagnia della Regina Maria Sofia. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. foto scattata durante l’esilio di Roma.
ESERCITO DEL REGNO

Arc. 2193: Maresciallo Filippo Colonna di Stigliano ( Napoli 19 Maggio 1799 – Napoli 1 Aprile 1870 ). Nominato nel 1808 Paggio di Corte, ottenne nel maggio 1815 la nomina a Sottotenente dei cavalleggeri della Guardia Reale, corpo col quale prese parte alla sfortunata campagna d’Italia conclusasi con la morte di Murat. Dopo aver ottenuto, nel novembre 1817, la nomina a Sottotenente dei Granatieri della Guardia Reale e aver servito dal 1819 al 1820 come guardia del corpo , ebbe nel febbraio 1821 il suo terzo brevetto di Sottotenente nel II Dragoni. Passato nel 1828 nel corpo dei Lancieri Real Ferdinando vi trascorse quasi venti anni della sua vita militare. I Tenente nel maggio 1831, Capitano del II Reggimento nel 1840, Aiutante Maggiore nel I nell’agosto 1847, meritò infine nel 1848 la promozione a Maggiore. Nel 1849 al comando dei Cacciatori a Cavallo partecipò alla campagna nello Stato pontificio e alla battaglia di Velletri si distinse nello scontro con l’avanguardia della cavalleria della Repubblica Romana. Promosso nel gennaio 1850 Tenente Colonnello solo nel settembre 1857 ottenne la promozione a Colonnello del II Dragoni, divenendo nel marzo 1860 Brigadiere Generale. Nel maggio 1860 è in Sicilia e combatte strenuamente nella battaglia di Palermo contro i garibaldini. Nell’agosto 1860 Francesco II lo nomina suo Aiutante Generale. Rimasto col Re dopo l’abbandono della capitale partecipa attivamente alla battaglia del Volturno e nella riconquista di Caiazzo dove i garibaldini perdono quasi un migliaio di uomini tra morti, feriti e prigionieri. Nel Garigliano svolge azioni di retroguardia e dopo forti contrasti con altri alti ufficiali il Colonna da le dimissioni lasciando Gaeta. Filippo Colonna è considerato uno dei più capaci generali napoletani. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

Arc. 2180: Maresciallo Riccardo de Sangro Duca di Martina ( Napoli 20 Luglio 1803 – Gaeta 5 Febbraio 1861). Figlio del Tenente Generale Nicola nel 1809 il re Ferdinando IV lo nomina Tenente ancora bambino. Nel 1824 viene promosso Capitano dei Granatieri della Guardia Reale e nel 1833 passa alla Cavalleria della Guardia Reale dove nell’Agosto del 1848 raggiunge il grado di Colonnello. Come ufficiale del I Ussari partecipa alla repressione dei moti del 1848 a Napoli dove guadagna l’ Ordine di San Ferdinando. Nel Giugno del 1849 viene promosso Brigadiere Generale comandante di Brigata e nominato giudice dell’Alta Corte Militare. Nel 1855 viene promosso Maresciallo di Campo con l’incarico di Aiutante Generale del Re, comandante della divisione di cavalleria leggera, comandante delle Guardie d’Onore e direttore della Scuola Militare di ginnastica. Fu tra gli accompagnatori del sovrano a Gaeta nel Settembre del 1860 e nell’Ottobre venne promosso Tenente Generale. Ammalatosi di tifo nel Febbraio 1861 a Gaeta, morì nella casamatta reale poco prima della capitolazione e fu sepolto nel duomo. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 2180: Maresciallo Pietro Vial de Maton ( Nizza 5 Ottobre 1777 – Roma 28 Febbraio 1863 ). Entrato nel 1792 come cadetto nel Reggimento provinciale di Oneglia dell’esercito sardo, partecipò a tutte le campagne contro i francesi che i piemontesi, alleati degli austriaci sostennero fino al 1798. Varie volte ferito, fu decorato sul campo nell’Aprile 1796 a Mondovì dal principe Carlo Emanuele di Savoia – Carignano, padre di Carlo Alberto. Distaccato presso il quartier generale austriaco combatte con loro alla battaglia di Marengo del 1800. Dopo Marengo si arruola in un reggimento di emigrati francesi al servizio inglese, i French Rangers, che presidiavano l’Isola d’Elba. Dopo varie vicissitudini si rifugia in Sicilia nel 1807 dove viene nominato Tenente nei Cacciatori Valdemone. Nel 1808 passa nello Stato Maggiore e nel 1811 viene nominato Capo di Stato Maggiore delle truppe siciliane inviate in Spagna in aiuto degli anglo-spagnoli contro i francesi prendendo parte a diverse battaglie e partecipando all’assedio di Tarragona. Nel 1815 viene promosso Maggiore nell’esercito del restaurato regno borbonico e rientra a Napoli. Nel 1820 è Tenente Colonnello e Capo di Stato Maggiore della IV Divisione. Nel 1822 è sottoispettore della Gendarmeria ausiliaria e nel 1826 è Colonnello della Gendarmeria e membro supplente della Commissione per i reati di stato. Nel 1828 è Brigadiere Generale e comandante in seconda della Gendarmeria e nel 1829 giudice straordinario dell’Alta Corte Militare. Nel Maggio 1831 Ferdinando II lo nomina comandante della piazza di Palermo nonché ispettore delle truppe di stanza in Sicilia. Nel 1837 viene promosso Maresciallo di Campo e incaricato di sovraintendere alla Polizia in Sicilia. Durante la rivolta di Palermo del 1848 è costretto a fuggire da Palermo e dopo la restaurazione Ferdinando II lo nomina comandante militare di Terra di Lavoro e Molise. Nel 1855 viene promosso Tenente Generale e nel 1860 diventa Presidente dell’Alta Corte Militare. All’arrivo di Garibaldi a Napoli indossa l’uniforme e parte immediatamente per Gaeta dove raggiunge il Re. Nominato Governatore della Piazza di Gaeta, ebbe diversi contatti epistolari con il Generale Cialdini, comandante delle truppe assedianti, per la definizione di tregue temporanee e scambi di prigionieri. Nel dicembre deve abbandonare per ragioni di salute l’incarico per andare a Roma a curarsi. A Roma col Generale Statella e con Clary collaborò col Conte di Trapani per coordinare il movimento reazionario nelle province napoletane e la guerriglia delle bande formate da soldati sbandati e da volontari stranieri come il Tristany e Borjes. Ormai stanco e malandato si ritirò vivendo con una figlia monaca e un mese prima di morire venne insignito dal Re Francesco II della Commenda di San Ferdinando del merito. Fotografia CDV. Fotografo: Mariannecci – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio a Roma. 1862 ca.

Arc. 2194: Maresciallo Francesco Traversa ( Bitonto 31 Luglio 1786 – Gaeta 5 Febbraio 1861 ). Nel 1806, al momento dell’invasione francese, era allievo del Collegio Militare. Rimasto a Napoli al servizio del nuovo governo viene nominato, nell’aprile 1808, II Tenente del Genio. Dopo aver ricoperto vari incarichi come ufficiale del Genio in varie località del Principato Citra e aver partecipato alla campagna in Calabria nel 1810-11, viene nominato nel 1812 comandante delle Piazza di Ponza. Catturato l’anno dopo dagli inglesi, rimase prigioniero per più di un anno a Malta, ottenendo infine la libertà per uno scambio. Promosso Capitano nel Luglio 1814 partecipò alla campagna d’Italia del 1815 con Murat. Confermato nel grado al ritorno dei Borbone, gli fu affidato l’incarico di sovrintendere al controllo dei lavori e dei materiali per la costruzione della Basilica di San Francesco di Paola a Napoli. Come Maggiore nel maggio 1831 ebbe la direzione del Genio di Pescara, nel settembre 1841 quella di Siracusa da Tenente Colonnello e infine come Colonnello la nomina a Ispettore del Genio oltre il Faro nel giugno 1849. Brigadiere nel novembre 1851, fu promosso Maresciallo di Campo nell’aprile 1860. Al momento dell’entrata di Garibaldi a Napoli, è a Gaeta dove viene nominato comandante della piazza. Cominciato l’assedio gli viene affidato l’incarico di direttore generale del Genio. Malgrado l’età avanzata espletò l’incarico con grande abnegazione e coraggio, affrontando continuamente il fuoco nemico, per controllare i danni nelle fortificazioni e disporre i lavori di riparazione. Il 5 gennaio 1861 il generale Traversa era andato a ispezionare il riempimento della breccia alla cortina Cappelletti. Si trovò perciò a passare vicino alla cortina Sant’Antonio al momento dell’esplosione della polveriera della batteria omonima, rimanendo sepolto sotto le macerie assieme a centinaia di soldati. Fotografia CDV. Fotografo: C. Fratacci – Napoli. 1860 ca.

Arc. 2194: Maresciallo Raffaele Aragona Cutrofiano in gran montura da Tenente Generale ( Napoli 9 Maggio 1802 – Londra 30 Ottobre 1868 ). Nel novembre 1815 entra nella Reale Paggeria e vi rimane fino al luglio del 1821 quando viene nominato Sottotenente della Guardia Reale. Nell’aprile del 1823 passa alla Gendarmeria a cavallo in Calabria allora infestata dal brigantaggio. Dopo essersi distinto nella lotta ai briganti ottiene la promozione a Tenente nel marzo 1828 e l’Ordine di san Ferdinando nel 1830. Nel gennaio del 1831 ottiene la promozione a Capitano e il trasferimento a Napoli nello Stato Maggiore. Nel 1837 diventa Maggiore del I Dragoni poi Gentiluomo di Corte nel 1843 e Tenente Colonnello nel novembre 1847. Nel marzo 1848 è promosso Colonnello e decorato co la commenda di San Giorgio della Riunione. Nell’aprile del 1848 viene inviato con il suo reggimento in alta Italia con il Corpo di spedizione napoletano. Rientrato in patria segue il Generale Filangeri in Sicilia partecipando alla riconquista dell’isola al comando dei Carabinieri a cavallo. Promosso nel maggio 1850 Brigadiere Generale e destinato a comandare la prima brigata di linea, nel giugno 1859 ebbe la promozione a Maresciallo di Campo e il comando della divisione di Cavalleria pesante. Il 6 Luglio 1860 viene nominato Aiutante Generale del Re e quando Francesco II abbandona Napoli lascia il comando della sua divisione al Generale Palmieri e rimane al seguito del sovrano con incarichi diplomatici. Inviato in varie città europee alla ricerca di alleanze e finanziamenti perde la fiducia del Re e si ritira a Londra. Caduto in miseria e abbandonato da tutti muore nel 1868.

Arc. 2193: Maresciallo Vincenzo Ruffo Principe della Scaletta ( Catania 23 Giugno 1808 – Roma 23 Giugno 1889 ). Nel settembre 1824 inizia la sua carriera militare con il grado di Alfiere negli Zappatori del Genio e nel marzo 1827 acquista il grado di Tenente Colonnello nei reggimenti siciliani passando poco dopo con lo stesso grado nella Compagnia degli Alabardieri di Napoli. Nel 1830 Ferdinando II scioglie la compagnia e il principe passa nelle Reali Guardie del Corpo. Vincenzo Ruffo vi rimase fino alla caduta del regno, diventandone il comandante nel dicembre 1855. Per tale carica era sempre al seguito di Ferdinando II, col quale aveva un rapporto abbastanza confidenziale. Il nuovo re Francesco II lo nominò comandante effettivo delle Guardie del Corpo e Maresciallo di Campo nell’aprile 1860, dopo che nel 1858 Ferdinando II lo aveva insignito dell’Ordine di San Gennaro. Nell’estate 1860 il Ruffo aveva accompagnato la regina madre a Gaeta e quando Maria Teresa con i figli più giovani preferì evitare i rischi dell’assedio imminente recandosi a Roma, la seguì. E a Roma rimase, sempre al seguito della famiglia reale, pur se la dimestichezza con la regina madre rendeva i Ruffo della Scaletta invisi a Maria Sofia. Un anno prima della morte ebbe come ultimo riconoscimento dall’ex re la Commenda di San Ferdinando del merito. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma 1861 ca.

Arc. 2192: Maresciallo Tommaso Clary ( Monreale 26 Dicembre 1809 – Napoli 8 Marzo 1878 ). Divenne ufficiale nel gennaio 1827 acquistando il grado di Capitano nel I Reggimento siciliano passando poco dopo nel I Battaglione Cacciatori a piedi. Nell’agosto 1842 ebbe la nomina di Aiutante Maggiore. Dopo una pausa rientrò nell’esercito nel marzo 1847 come Maggiore del III Reggimento di Linea Principe. Si trovò così a partecipare a quasi tutte le operazioni militari in cui fu coinvolto l’esercito napoletano nel triennio 1847-49. Nelle operazioni in Calabria meritò la medaglia di bronzo e in Sicilia nel 1848 riportò una ferita alla gamba destra nella difesa della cittadella di Messina. Promosso nel marzo 1849 Tenente Colonnello dell’VII Cacciatori prese parte alla campagna nello Stato Pontificio. Fu decorato dai napoletani con la medaglia di bronzo della campagna, dai pontifici con la Commenda di San Silvestro e dai francesi con la Legione d’Onore. Nel 1852 promosso Colonnello dell’11° di Linea Palermo, passò nel 1856 a comandare il Reggimento Real Marina, ottenendo nel 1859 la promozione a Brigadiere Generale e il comando di una Brigata di Fanteria dislocata a Catania. Nell’estate del 1860 era in Sicilia dove fu giudicato uno dei migliori generali napoletani. Per la sua bella condotta ebbe la promozione a maresciallo di Campo e il comando superiore delle truppe concentrate a Messina. Durante la campagna di Sicilia un episodio avvenuto tra il Maresciallo e il Colonnello Ferdinando Beneventano Del Bosco fece fallire le operazioni in Sicilia e sancì la fine delle speranze di riprendere l’isola. Clary fu in seguito incaricato di stabilire un contatto con Garibaldi. Un accordo fu firmato con il generale Medici e su queste basi le truppe napoletane lasciarono la Sicilia. A Napoli il Re non volle riceverlo e il ministro Pianell lo voleva mettere sotto inchiesta. Dopo l’entrata di Garibaldi a Napoli cercò di rifugiarsi a Gaeta ma il Re lo fece bloccare e venne invitato a imbarcarsi per Civitavecchia. Durante l’assedio di Gaeta riuscì a rientrare nelle grazie del Re aiutato probabilmente dal Conte di Trapani. Clary rimase a Roma e insieme al Conte e ad altri ufficiali si adoperò per organizzare la reazione nelle provincie napoletane. Dopo la breccia di Porta Pia nel 1870 ritornò a Napoli conducendo una vita grama e morì in povertà in una camera ammobiliata nel marzo del 1878. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

Arc. 2192: Maresciallo Tommaso Clary. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. Fotografia Scattata durante l’esilio di Roma. 1860 ca.

Arc. 407: Maresciallo Alessandro Nunziante di Mignano ( Messina 30 Luglio 1815 – Napoli 6 Marzo 1881 ). Nel 1827 a dodici anni entra nel Collegio Militare della Nunziatella iniziando a 18 anni la sua vita militare col grado di Capitano acquistatogli dal padre in uno dei reggimenti siciliani di nuova formazione. Nel 1844 passa nello Stato Maggiore e nel 1847 diventa Maggiore. Nel 1848 viene nominato Tenente Colonnello e partecipa alla repressione dei moti del 15 Maggio. L’anno seguente è al seguito del Generale Carlo Filangeri nelle operazioni di riconquista della Sicilia guadagnando la promozione a Colonnello e la croce di san Ferdinando. La rapidità della sua carriera militare non era solo dovuta alla protezione e alla benevolenza reale, ma anche alle sue indubbie capacità militari. Come Colonnello del VII di Linea si era occupato nel 1850-53 della formazione di tre nuovi battaglioni di cacciatori. Dal 1849 faceva parte della Casa Militare di Ferdinando II con cui era in continuo contatto. Nel 1855 viene promosso Brigadiere Generale rimanendo al seguito del Re continuando a occuparsi dei Battaglioni Cacciatori. Con l’avvento al trono di Francesco II l’influenza di Nunziante aumentò ancora e nell’estate del 1859 fu lui che represse duramente al Campo di Marte l’ammutinamento dei Reggimenti Svizzeri. Il nuovo sovrano lo nominò suo Aiutante Generale consultandolo spesso come persona di piena fiducia. In questo periodo si esaspera il suo contrasto con l’altro generale di belle speranze dell’esercito napoletano, Giuseppe Salvatore Pianell. Il Nunziante aveva fama di reazionario mentre il Pianell era ritenuto fautore delle riforme. Promosso Maresciallo di Campo nel 1860 intravvide nello sbarco di Garibaldi in Sicilia il suo grande momento: si fece infatti designare dal sovrano capo della spedizione che avrebbe dovuto riconquistare l’isola con grandi mezzi. Ma il nuovo ministero costituzionale Spinelli di Scalea rinunziò all’impresa considerando l’isola non più tenibile. A questo punto decise di passare dall’altra parte della barricata prendendo contatti con i rappresentanti piemontesi a Napoli. Si ritirò clamorosamente dal servizio, restituendo al Re in modo poco protocollare le decorazioni ricevute, e si recò poi a Torino offrendo i suoi servigi a Cavour. Ritornato clandestinamente a Napoli ebbe contatti con l’Ambasciatore sardo Villamarina, il ministro Liborio Romano e l’Ammiraglio sardo Persano. Cavour sperava infatti, Con l’aiuto di Nunziante di far scoppiare una rivolta militare a Napoli e occupare la città prima dell’arrivo di Garibaldi. Dopo molti contatti e tentativi infruttuosi fu costretto a rifugiarsi su una nave piemontese e a rientrare a Torino. In premio della sua adesione all’Italia fu ammesso come Tenente Generale nel nuovo esercito italiano e nella guerra contro l’Austria del 1866 fu comandante della IV Divisione comportandosi brillantemente all’assedio di Borgoforte e guadagnando la croce di Grande Ufficiale dell’Ordine Militare di Savoia. Comandò poi la divisione militare di Milano e fu anche Deputato nella X e XIII Legislatura e nel 1879 Senatore del Regno. Gli onori e i riconoscimenti ricevuti non furono però sufficienti a lenire la nevrastenia di cui sempre era stato affetto finì infatti i suoi giorni quasi sull’orlo della pazzia. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.
Onorificenze
Onorificenze borboniche
Grande ufficiale dell’Ordine militare di S. Giorgio della Riunione 27 dicembre 1858
Cavaliere di S. Ferdinando 12 marzo 1850 Onorificenze sabaude
Cavaliere di gran croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro 22 aprile 1868
Grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia 6 dicembre 1866
Cavaliere di gran croce dell’Ordine della Corona d’Italia 31 maggio 1877 Onorificenze straniere
Commendatore dell’Ordine di Leopoldo (Austria-Ungheria) 23 febbraio 1856
Ufficiale della Legion d’onore (Francia) 25 marzo 1850
Commendatore dell’Ordine di Carlo III (Spagna) 11 dicembre 1849
Cavaliere dell’Ordine di S. Vladimiro (Russia) 16 dicembre 1845

Arc. 2065: Maresciallo Rafael Tristany (Andavel 16 Marzo 1818 – Lourdes 17 Giugno 1899). Fra gli spagnoli accorsi o chiamati in aiuto di Francesco II per ” difendere la Santa Causa della Legittimità ” Rafael Tristany fu quello che più a lungo rappresentò una minaccia per le autorità italiane. Uscito come cadetto dal Real Collegio militare di Gerona nel dicembre del 1833, partecipò giovanissimo alla prima guerra Carlista. Tenente Colonnello al termine della guerra, era divenuto Generale di Brigata nella campagna 1847-49. Nel 1856 venne in Italia, prima a Napoli poi a Modena, dove il Duca Francesco V non lo potè sistemare nel suo esercito. Nel 1861 si mise al servizio di Francesco II e il 5 febbraio viene nominato Maresciallo di Campo, dieci giorni prima della caduta di Gaeta. Raggiunse i Borbone a Roma nel novembre 1861 e cominciò il suo impegno per ristabilire l’autorità di Francesco II sui suoi domini. Praticamente si limitò a stare a cavallo della frontiera pontificia, cercando di entrare in contatto con le bande brigantesche operanti nei dintorni per coordinarne l’azione e dargli un minimo di inquadramento militare. Venne perciò in urto proprio col più noto e più importante capobanda della zona, Luigi Alonzi, detto Chiavone, operante sul confine orientale dello Stato Pontificio, fra Sora e Fondi. Gli incontri col brigante si conclusero sempre con gravi contrasti e nel giugno del 1862 pare che Tristany fece fucilare il Chiavone per ribadire la sua autorità. Nella primavera del 1862 aveva ripreso le ostilità sul confine romano, cercando di suscitare un’offensiva generale delle bande reazionarie in coincidenza con degli sbarchi previsti al sud. Gli sbarchi non avvennero mai e i mezzi limitati a disposizione non gli permisero mai di andare oltre alle incursioni lungo il confine. Nel giugno del 1863 i francesi spinti dalle crescenti proteste italiane e agevolati dalla soffiata di un brigante chiamato Stramenga, l’arrestarono e lo chiusero a Castel Sant’Angelo a Roma. Ai primi di agosto, scortato da militari francesi, fu imbarcato a Civitavecchia per Marsiglia. Nel maggio 1872 fu nominato da Don Carlos Conte di Montmoulin Capitano Generale della Catalogna. Accusato di aver dato un tono feroce alla guerra con fucilazioni di prigionieri e devastazioni d’ogni genere, venne silurato nel 1874. Quando fu richiamato nel novembre del 1875 era ormai troppo tardi e ai primi del 1876 dovette rifugiarsi in Francia. Fotografia CDV. Fotografo: C. Fratacci – Napoli. 1863 ca.

Arc. 1972: Maresciallo Rafael Tristany (Andavel 16 Marzo 1818 – Lourdes 17 Giugno 1899). Fotografia CDV. Fotografo: Migliorato – Napoli. 1863 ca.

Arc. 2191: Generale Agostino Riedmatten in piccola montura da Tenente Generale ( Sitten 28 Maggio 1796 – Sitten 19 Agosto 1867 ). Uno dei più noti militari svizzeri al servizio dei Borbone, iniziò la sua carriera nella Francia napoleonica, entrando nel maggio 1812 in una delle scuole militari per i giovani dell’impero, il Pritaneo di La Fleche. Rinviato in famiglia nel 1814, in conseguenza della caduta di Napoleone, fu nominato nel luglio 1815 Sottotenente dell’Armata Federale svizzera. Nel luglio dell’anno seguente si arruolò nel II Reggimento svizzero al servizio dei Borbone di Francia come II Tenente. Dimessosi nell’agosto del 1822, entrò come Tenente istruttore nel 1826 nelle truppe svizzere al servizio napoletano diventando nel dicembre dello stesso anno Capitano del III Reggimento. Promosso Maggiore nel marzo 1848, in seguito al ferimento del Colonnello Dufour e all’uccisione del Maggiore Salis Soglio durante i disordini del maggio 1848, gli fecero avere il comando del reggimento. Promosso il 18 Maggio Colonnello comandante del reggimento e decorato con la Croce di diritto di San Giorgio della Riunione, prese parte allo sbarco a Messina nel settembre 1848, alla conquista di Taormina e Catania e nel 1849 alla marcia su Palermo. Decorato nel novembre 1848 con la Commenda di Francesco I e a dicembre 1849 con la medaglia d’oro della campagna di Sicilia, era considerato soldato energico e valoroso. Promosso Brigadiere Generale al comando delle truppe stanziate a Nocera, fu anch’egli sorpreso dall’ammutinamento dei reggimenti svizzeri nell’agosto 1859. Fu incaricato da Filangeri dello scioglimento dei reparti ammutinati e della formazione dei Battaglioni esteri. Nell’aprile 1860 fu promosso Maresciallo di Campo, al comando della III Divisione che comprendeva i Battaglioni Esteri e la Brigata Bonanno. Nella crisi finale del regno si mantenne fedele ai Borbone ma la dissoluzione della Brigata Bonanno non gli permise di avere un comando effettivo fra le truppe concentrate intorno a Capua. Rimase quindi in disponibilità ottenendo, in ricompensa della sua fedeltà, la promozione a Tenente Generale. Il comando effettivo lo riebbe a Gaeta, dove fu il responsabile del settore più importante della piazza assediata, cioè il Fronte di Terra, concludendo così onorevolmente la sua lunga carriera al servizio dei Borbone di Napoli. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1861.

Arc. 575: Generale Nicola Brancaccio Principe di Ruffano in piccola montura da Brigadiere Generale ( Napoli 2 Maggio 1805 – Roma 2 Aprile 1863 ). Nel 1816 entra nella Reale Paggeria, la scuola dei paggi, in cui erano educati allora, gli aspiranti ufficiali di Fanteria e Cavalleria provenienti da famiglie di nobiltà generosa. I Brancaccio erano una delle grandi famiglie storiche del regno con antiche tradizioni militari. Promosso Paggio di Valigia nel 1822, fu nominato l’anno seguente Sottotenente del Cavalleggeri della Guardia Reale. Aiutante di Campo del Maresciallo Lucchesi Palli, Brancaccio ebbe nel 1851 la nomina a Colonnello del I Lancieri, passando nel giugno 1859 a comandare la Brigata Lancieri come Brigadiere Generale. Francesco II appena salito al trono lo scelse come Cavaliere di Compagnia e Aiutante Generale. Brancaccio lo accompagnò a Gaeta e dopo la resa lo seguì a Roma, imbarcandosi pure lui sulla Mouette. A Roma, dove morì qualche anno dopo, venne nominato Maggiordomo Maggiore. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio. 1861 ca.

Arc. 2190: Generale Ferdinando Beneventano del Bosco in gran montura da Brigadiere Generale ( Palermo 3 Marzo 1813 – Napoli 8 Gennaio 1881 ). Fra le poche figure rispettate dalla pubblicistica risorgimentale nel desolante panorama dei capi militari borbonici del 1860, spicca quella di Ferdinando Beneventano Del Bosco. Fu uno dei pochi ricordato oltre che per le capacità militari anche per lo spirito combattivo, raro fra i suoi colleghi. Questa combattività la esibiva però oltre che sul campo di battaglia nei rapporti personali e gerarchici, creando non pochi problemi. Come figlio di un alto funzionario amministrativo nella corte fu ammesso con i fratelli Guglielmo e Antonio nel Collegio Militare della Nunziatella, da cui uscì come ufficiale della Guardia Reale nel 1829, distinguendosi per attitudini militari, ma non per rispetto della disciplina. Nel 1845 fu cassato per tre anni dai ruoli dell’esercito per un duello, uso che il cattolicissimo Ferdinando II non ammetteva. Riammesso nel 1848, si distinse come Capitano di Fanteria nella riconquista della Calabria e l’anno seguente nello sbarco a Messina, dove fu ferito, e alla presa di Catania, meritando gli elogi del Generale Filangieri, decorazioni e soprattutto la stima dei suoi soldati. Nel 1860, nella battaglia di Palermo, dette prova come comandante del IX Battaglione Cacciatori di grande intuito militare oltre che di valore. Inutilmente infatti consigliò al Von Mechel di far rientrare la loro colonna a Palermo, interrompendo il vano inseguimento per le montagne della fantomatica retroguardia garibaldina. Promosso Colonnello fu inviato con una colonna di tre Battaglioni da Messina a Milazzo per una ricognizione. Non esitò ad attaccare con decisione i garibaldini, riportando un brillante successo iniziale, ma di fronte alla pressione nemica, effettuata con forze crescenti e soverchianti, fu costretto a ritirarsi nel castello di Milazzo e in seguito a capitolare. Rientrato a Napoli e promosso Brigadiere Generale ebbe, demoralizzato per lo sbandamento borbonico in Calabria, un momento di scoraggiamento. Si dichiarò contrario a una battaglia d’arresto nella piana di Salerno e al momento di raggiungere le truppe rimase a Napoli adducendo un attacco di lombaggine. Ricomparve in Gaeta assediata suscitando l’entusiasmo della guarnigione, ma non era più lo stesso. Recatosi a Roma dopo la capitolazione si mostrò disposto a combattere con la guerriglia più con le parole che con i fatti. Continuò invece a provocare e a prender parte a duelli, suscitando le ire di Pio IX, che nel 1868 lo espulse dallo stato romano. Stanco di essere costretto a peregrinare per l’Europa, ritornò qualche anno dopo a Napoli, dove si spense nel 1881, quasi dimenticato. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. Foto scattata durante l’esilio di Roma. 1861 ca.
Onorificenze
Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio
Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito
Cavaliere di diritto del Real Ordine Militare di San Giorgio della Riunione 1848
Medaglia d’oro per la campagna di Sicilia del 1849

Arc. 1798: Colonnello Ferdinando Beneventano Del Bosco in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. La foto è stata scattata al ritorno del Colonnello dalla campagna di Sicilia contro Garibaldi. 1860.ca.

Arc. 1927: Generale Ferdinando Beneventano Del Bosco in abiti civili. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 1865 ca.

Arc. 2191: Generale Gerolamo Ulloa ( Napoli 5 Febbraio 1809 – Firenze 10 Aprile 1891 ). Entrato ancora bambino nell’agosto 1814 sotto Murat come allievo nella Scuola di Marte, alla restaurazione dei Borbone passò attraverso vari istituti di educazione militare per uscire nel gennaio 1831 dal Real Collegio militare come Alfiere d’Artiglieria. Promosso nel settembre 1837 I Tenente, ottenne nell’aprile 1845, la promozione a Capitano di II classe. Nel 1848 partì per la Lombardia come Capitano di Stato Maggiore col corpo di spedizione napoletano comandato da Guglielmo Pepe. Con lui e altri ufficiali napoletani disobbedì agli ordini di rientro di Ferdinando II, accorrendo alla difesa di Venezia. Fu perciò dichiarato disertore dell’esercito borbonico. Sulla sua azione a Venezia le testimonianze favorevoli sono unanimi, dall’austriaco Schoenals, che lo definì risoluto e abile soldato, al Tommaseo che ricorda la fiducia nella vittoria che sapeva ispirare. Capitolata Venezia, dopo un soggiorno di poco più di un anno a Torino, emigrò nel 1851 a Parigi, dove divenne frequentatore della casa di Daniele Manin, conducendo una vita molto modesta ma piena di dignità. Segnalato da Giorgio Pallavicino a Cavour nell’agosto 1856 e in seguito anche dal La Farina, ottenne il 25 aprile 1859 a Maggior Generale dell’armata sarda. Pochi giorni dopo ebbe da Cavour l’ordine di recarsi in Toscana per comandare le truppe che dovevano essere aggregate al V Corpo francese comandate da Giuseppe Napoleone. Tenente Generale nell’esercito toscano, dopo essersi dimesso da quello sardo, aveva il compito di riorganizzare l’ex esercito granducale, integrato da volontari, facendolo avanzare verso l’Emilia a sostegno dei franco-sardi in Lombardia. In questo incarico si scontrò con l’ostruzionismo del Tenente Generale De Cavero e con le interferenze del Commissario straordinario Boncompagni. Fra mille difficoltà riuscì a organizzare una divisione forte di diecimila uomini portandola ai primi di giugno fino a Volta Mantovana. Qui ricevette la notizia dell’armistizio e l’ordine di rientrare in Toscana. L’Ulloa inviò le sue dimissioni che furono accettate. L’ostilità dei vertici militari piemontesi gli impedirono la reintegrazione come Maggior Generale nell’armata sarda. Rimasto senza mezzi e senza occupazione restò a Firenze come collaboratore del giornale La Nazione. Imbarcatosi il 23 luglio 1860 a Livorno per Napoli, pare come agente cavouriano, ebbe un brusco ripensamento forse anche per l’influenza dei fratelli ritrovati a Napoli, ambedue accaniti borbonici. Su raccomandazione dell’ambasciatore spagnolo Bermudez de Castro divenne consigliere militare di Francesco II offrendosi di battere Garibaldi in Calabria. Anche a Napoli le sue ambizioni furono deluse per l’accanita ostilità dei generali borbonici che lo consideravano infido e traditore. Dopo l’entrata di Garibaldi a Napoli l’ostilità dei garibaldini e dei militari piemontesi spinsero Cialdini a espellerlo dalle province napoletane. Ulloa, privo di mezzi, si rifugiò a Roma dai fratelli che abitavano a Palazzo Farnese riallacciando i rapporti con Francesco II. Rimase a Roma fino al 1865 anche a causa di una grave malattia e ricominciò, con l’aiuto degli amici, a rivendicare il diritto alla pensione di Maggior Generale del Regio Esercito e come difensore di Venezia. Per ottenerla dovette lasciare Roma per Parigi prima, e poi per Firenze, abbandonando i fratelli e i Borbone. Riuscì ad ottenerla nel dicembre 1865 ma non a ottenere un comando nella guerra contro l’Austria del 1866 come aveva sperato. Ritiratosi a vivere a Firenze, ospite della famiglia Pucci, si dedicò allo studio dei problemi militari del tempo, curando la pubblicazione di diversi saggi e diventando frequentatore del Gabinetto di lettura del Vieusseux. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. La foto è stata scattata durante l’esilio di Roma. 1861 ca.
Onorificenze
Commendatore del Reale Ordine di Francesco I

Arc. 2189: Generale Matteo Negri ( Palermo 21 Giugno 1818 – Garigliano 29 Ottobre 1860 ). Primo fra i generali napoletani nel 1860-61 a cadere sul campo di battaglia, Matteo Negri fu il più valoroso rappresentante di quei militari borbonici che, anche se di vaghe simpatie liberali, combatterono fino all’ultimo per l’onore della bandiera. Nel 1832 entra nel Real Collegio Militare della Nunziatella ottenendo nel marzo 1839 la nomina ad Alfiere di Artiglieria. Nel 1848 parte come I Tenente con il corpo di spedizione napoletano per la Lombardia nella Batteria comandata da Camillo Boldoni e di cui faceva parte anche Enrico Cosenz. Boldoni e Cosenz rimasero a Venezia assediata dagli austriaci, disobbedendo agli ordini di rientrare in patria. Matteo Negri, in un primo tempo rimasto a Venezia, fu nell’agosto 1848 cassato dai ruoli come disertore. Rientrò nel regno poco dopo, accodandosi al II Battaglione Cacciatori, comandato da Ritucci. Partecipò alla campagna per la riconquista della Sicilia al seguito del Generale Filangieri, ottenne così una piena riabilitazione. Fu infatti promosso nell’aprile 1849 Capitano di II classe e poco dopo, ferito gravemente nella riconquista di Catania. Decorato con la Croce di diritto di San Giorgio della Riunione fu, nell’aprile 1852, promosso Capitano di I classe e designato istruttore per l’impiego dei nuovi cannoni rigati. Era considerato uno dei più brillanti ufficiali dell’artiglieria napoletana, particolarmente abile nel dirigere e coordinare le azioni di fuoco. Maggiore a luglio 1860, fu alla fine del mese assegnato allo Stato Maggiore e promosso Tenente Colonnello. Al momento dell’entrata di Garibaldi a Napoli fu uno degli ufficiali di Stato Maggiore che raggiunsero con mezzi di fortuna le truppe concentrate a Capua. Negri ebbe subito modo di distinguersi dirigendo il fuoco delle artiglierie che dispersero con gravi perdite un attacco dei garibaldini. Promosso Colonnello il 22 settembre si distinse ancora di più il primo ottobre al Volturno dove riuscì con otto pezzi a far tacere le artiglierie nemiche e a proteggere la ritirata delle truppe napoletane. Venne perciò decorato con la Commenda di san Giorgio della Riunione e promosso Brigadiere Generale. A san Giuliano di Sessa il 26 ottobre respinse brillantemente un tentativo piemontese di aggirare le truppe napoletane che ripiegavano sul Garigliano. quando Cialdini cercò invano di forzare con le sue truppe le posizioni napoletane sul Garigliano, Matteo Negri, che dirigeva l’azione delle artiglierie si trovava presso la Batteria Baccher, che aveva riportato molte perdite. ferito in un primo momento al piede, rimase sul posto, venendo gravemente colpito poco dopo da una fucilata. Trasportato in una casa vicino Scauri si spense dopo tre ore di agonia fra il compianto dei suoi soldati. Fu sepolto nel Duomo di Gaeta e alla sua memoria fu eretto dalla famiglia un monumento funebre ancora esistente. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 2190: Brigadiere di Marina Roberto Pasca di Magliano in piccola montura ( Napoli 2 Aprile 1821 – Napoli 11 Agosto 1897 ). Figlio del Capitano di Vascello Raffaele, ebbe la nomina a Guardiamarina nell’agosto 1840. Nel 1848-49 partecipò, imbarcato sulla fregata Regina, alle operazioni per la riconquista della Sicilia, ottenendo la Medaglia d’Onore della campagna e la promozione a Tenente di Vascello. Promosso Capitano di Fregata nel giugno 1859, fu nominato comandante in seconda della fregata a vela Partenope, agli ordini di Cossovich, prendendo così parte nel 1860 alla crociera di sorveglianza intorno alle coste siciliane e in seguito al bombardamento di Palermo. Divenuto poi comandante effettivo della Partenope, prese parte con la sua nave alla sorveglianza delle coste calabresi ma non potè intervenire efficacemente per le esitazioni del Brigadiere Salazar, suo superiore. Al momento della partenza di Francesco II per Gaeta la sua fu l’unica nave importante che lo seguì da Napoli, imbarcando qualche centinaio di marinaio altre navi che non volevano aderire alla marina garibaldina. A Gaeta fu l’ufficiale più alto in grado della marina dopo l’Ammiraglio Del Re, ottenendo la promozione a Capitano di Vascellonel settembre 1860 e a Brigadiere di Marina nel febbraio 1861, poco prima della capitolazione. Come tale fu uno dei sottoscrittori dell’atto di resa. Rimase sempre fedele alla famiglia reale, che seguì a Roma, ritornando a Napoli dopo alcuni anni. Ufficiale capace e leale, il Pasca avrebbe potuto, con superiori dotati di maggiore energia, rendere molto difficile l’impresa di Garibaldi. Benedetto Croce, in ” Uomini e cose della vecchia Italia”, ricorda con rispetto la figura piena di dignità del vecchio ufficiale. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. Foto scattata durante l’esilio di Roma. 1861 ca.

Arc. 1406: Conte Enrico Teodulo De Christen in piccola montura da Colonnello ( Colmar 6 Settembre 1835 – Rennes 28 Novembre 1870 ). Fra i volontari legittimisti stranieri accorsi a difendere la causa dei Borbone di Napoli, impegnandosi nella guerriglia reazionaria, il francese Conte De Christen fu il più popolare, il più deciso e l’unico forse a poter vantare dei veri e propri successi. Arrivato con una raccomandazione di Monsignor Falloux da Roma a Gaeta, poco dopo l’abbandono di Napoli da parte di Francesco II, il Conte fu subito incaricato dal sovrano di formare un corpo franco che avrebbe dovuto agire negli Abruzzi. De Christen riuscì a formare una colonna di volontari che, collegata con quella formata da Klitsche de la Grange, ripristini governo borbonico in diversi paesi degli Abruzzi. All’arrivo delle truppe di Cialdini si ritirò sconfinando nello Stato Pontificio dove i francesi disarmarono tutti. Ritornato a Roma e di lì a Gaeta assediata, ricevette l’incarico di attaccare con i militari sbandati in Ciociaria e sulle montagne, le retrovie di Cialdini che assediava Gaeta, marciando poi sull’Abruzzo sguarnito di truppe piemontesi. Malgrado i ritardi causati dalle denunce fatte contro di lui ai francesi da alcuni generali borbonici, De Christen partì un altra volta per Gaeta per rifornirsi di armi e munizioni per le sue imprese, partecipando su ordine di Bosco alla fortunata azione nella notte fra il 4 e il 5 dicembre 1860 per far saltare alcune case del Borgo, che davano riparo agli avamposti piemontesi. Ritornato nello Stato Pontificio riuscì a radunare 400 uomini con i quali si recò a Casamari dove incontrò il brigante Chiavone. A Sora si scontrò con le notevoli forze del Generale De Sonnaz che di fronte all’accanita resistenza dei guerriglieri si ritirarono saccheggiando e incendiando l’Abbazia di Casamari. ritiratisi su Bauco furono assaliti dai piemontesi riuscendo in un primo tempo a respingerli con perdite. De Sonnaz inviò parlamentari e i due contendenti si ritirarono dal combattimento. Ritornato a Roma decise, insieme a Luvarà di attaccare Carsoli dove i piemontesi avevano catturato quaranta ostaggi e minacciavano di fucilarli. L’azione ebbe pieno successo e il Conte ritornò a Roma alla testa di 1100 uomini e 40 ufficiali. Su richiesta del governo italiano De Christen fu costretto a ritornare a Parigi e un suo tentativo di sbarcare a Civitavecchia mesi dopo fu sventato dalla Gendarmeria pontificiache lo rimandò a Marsiglia. De Christen però non aveva nessuna intenzione di fermarsi e il 16 giugno 1861 sbarcò a Napoli con passaporto inglese falso. Poco prima della partenza per la Francia la polizia lo arrestò e lo tradusse in Questura dove, grazie a un pentito, riuscirono a identificarlo. Il processo si tenne nel luglio 1862 e il De Christen fu condannato a dieci anni di galera. Dopo un soggiorno nel carcere di Santa Maria Apparente fu trasferito a Castel Sant’Elmo. In febbraio venne imbarcato per Genova e successivamente trasferito ad Alessandria. Liberato per una provvidenziale amnistia, nel novembre 1863 partì per Marsiglia. Francesco II nel frattempo l’aveva promosso Colonnello. Ritornato a Roma nel 1864 ne fu espulso dopo quindici giorni su richiesta del governo italiano. Ma il conte non si arrese perché nel giugno 1866 si trovava un altra volta alla frontiera pontificia in attesa di disposizioni. L’esito della guerra del 1866 segnò la fine delle speranze borboniche di restaurazione e quindi delle imprese del Conteche si accontentò di partecipare alla difesa di Roma nel 1870. In seguito si recò in Francia per partecipare con gli Zuavi ex pontifici alla guerra contro la Prussia. Fotografia CDV. Fotografo: F. Bodinier – Nantes. 1863 ca.

Arc. 2189: Capitano Luigi Dusmet De Smours ( Napoli 10 Giugno 1827 – Napoli 2 Luglio 1866 ). Entrò nel real Collegio Militare della Nunziatella il 2 gennaio 1840 e ne uscì Alfiere del Genio nel 1850. Nel 1849, promosso I Tenente, passava allo Stato Maggiore dell’esercito e come suo primo incarico fu aiutante di campo del Maresciallo Paolo Pronio, militare di prim’ordine. Nel luglio 1860 fu promosso Capitano di II classe e fu assegnato alla Brigata Barbalonga. L’11 settembre, dopo aver raggiunto il Volturno, fu promosso Capitano di I classe. fu destinato quale Capo di Stato Maggiore alla Brigata Polizzy. Il 21 settembre combatté a Caiazzo volontariamente, per essere di esempio alla truppa, e il primo ottobre nella battaglia del Volturno si prodigò senza sosta dimostrando coraggio e valore fino a che, ferito ad un braccio, non dovette abbandonare il campo. Fu decorato con la croce di diritto di San Giorgio. nonostante la ferita volle seguire la brigata anche sul Garigliano e a Gaeta, dopo un breve periodo di cura in ospedale, riprese il suo posto nello Stato Maggiore della piazza. Dopo la resa raggiunse Roma dove trascorse un periodo di tempo nell’ambiente dell’emigrazione napoletana. Rientrato a Napoli vi morì improvvisamente a soli trentanove anni. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1862 ca.

Arc. 3283: Reggimento Ussari della Guardia Reale: Ussaro in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet & C.ie – Napoli.

Arc. 2188: I° Reggimento Ussari della Guardia Reale: Capitano Francesco Caracciolo di Torchiarolo ( Nocera 14 aprile 1825 – Salcito 23 Agosto 1891 ). Figlio del generale di cavalleria Camillo ( 1784 – 1850 ) e di Maddalena Maza proveniva dalle Guardie del Corpo. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 1862 ca.

Arc. 2188: I° Reggimento Ussari della Guardia Reale: Tenente Alfredo Dentice Principe di Frasso ( Napoli 30 Marzo 1828 – Napoli 2 Maggio 1886 ). Secondogenito di Luigi Dentice, Principe di Frasso e di Marianna Serra di Gerace era stato Guardia del Corpo e dal settembre 1859 era Aiutante di Campo del Conte di Trapani che seguì anche nell’esilio romano. Fotografia CDV. Fotografo: Photographie Americaine – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1861 ca.

Arc. 2186: 2° Reggimento Ussari della Guardia Reale: Tenente Marino De La Tour ( 10 Marzo 1838 – Roma 8 Maggio 1863 ) Era figlio di Emmanuele De La Tour Aiutante di Campo del Principe di Salerno zio di Ferdinando II e fu ammesso agli Ussari della Guardia come Alfiere a soli diciassette anni. Partecipò alla battaglia del Volturno nello squadrone del Capitano Sprotti distinguendosi ai ponti della Valle ottenendo la Croce di grazia di San Giorgio. Rimasto a Roma presso il sovrano vi morì a soli venticinque anni. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. Foto scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 2144: Guardie d’Onore: Milite in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: L. Volker – Graz. 1860 ca.

Arc. 1955: Battaglione Cacciatori: Alfiere in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: G. Sommer – Napoli. 1860 ca.

Arc. 2896: Real Marina: Tenente di Vascello in piccola montura invernale. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1966: Real Marina: Giuseppe Siciliano di Rende in piccola montura da Tenente di Vascello ( Napoli 22 Settembre 1844 – Napoli 7 Ottobre 1900 ). Figlio di Giovanni e di Angelica Caracciolo di Torella, era Guardiamarina al momento dell’entrata di Garibaldi a Napoli. Impossibilitato a imbarcarsi per seguire il Re Francesco II, si recò con mezzi di fortuna a Gaeta, dove divenne Aiutante di Bandiera del Brigadiere di Marina Roberto Pasca di Magliano e fu promosso Tenente di Vascello. Dopo la capitolazione di Gaeta segui il sovrano nell’esilio di Roma. Nel 1867 si arruolò nell’artiglieria pontificia, ottenendo però solo nel 1870 il riconoscimento del grado ufficiale.Dopo l’entrata degli italiani a Roma fece ritorno a Napoli, dove si sposò. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1862 ca.

Arc. 2047: Real Marina: Guardiamarina in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo Sconosciuto. 1860 ca.
CASA REGNANTE BORBONE – DUE SICILIE
FAMIGLIA REALE BORBONE – SICILIA
Arc. 2014: Fotomontaggio della Famiglia Reale. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 443: Ferdinando Carlo Maria di Borbone (Palermo, 12 gennaio 1810 – Caserta, 22 maggio 1859), chiamato anche Re Bomba, è stato re del Regno delle Due Sicilie dall’8 novembre 1830 al 22 maggio 1859. Succedette al padre Francesco I in giovanissima età, e fu autore di un radicale processo di risanamento delle finanze del Regno. Sotto il suo dominio, il Regno delle Due Sicilie conobbe una serie di riforme burocratiche e innovazioni in campo tecnologico, come la costruzione della Ferrovia Napoli-Portici, la prima in Italia, e di impianti industriali avanzati, quali le Officine di Pietrarsa. Diede inoltre un grande impulso alla creazione di una Marina Militare e mercantile, attraverso le quali aumentò il livello degli scambi con l’estero. A causa però del suo temperamento conservatore e del perdurante contrasto con la borghesia liberale, che culminò nei moti rivoluzionari del 1848, il suo regno, dopo un breve esperimento costituzionale, fu segnato fino al termine della sua carica da una progressiva stretta in senso assolutista, che lo portò ad accentrare fortemente su di sé il peso dello Stato, oltre ad attuare una politica economica parsimoniosa e paternalista che lasciò il reame, negli ultimi anni, in una fase statica. Alla sua morte, il Regno delle Due Sicilie passò al figlio Francesco II, che lo avrebbe perso in seguito alla Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Fotografia CDV. Fotografo: A. Hautmann & C. – Firenze. 1860 ca.
Onorificenze
Onorificenze delle Due Sicilie
Gran Maestro e Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro
Gran Maestro del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito
Gran Maestro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio
Gran Maestro del Reale e Militare Ordine di San Giorgio della Riunione
Gran Maestro del Reale Ordine di Francesco I Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (Regno di Spagna) 1821
Cavaliere dell’Ordine dello Spirito Santo (Regno di Francia) 1821
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma) 21 febbraio 1851
Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Regno di Danimarca) 4 agosto 1829
Cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata (Regno di Sardegna) 1829
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)

Arc. 2927: Maria Teresa Isabella d’Asburgo – Teschen (Vienna, 31 luglio 1816 – Albano Laziale, 8 agosto 1867). Maria Teresa Isabella era la primogenita dell’arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen, figlio di Leopoldo II d’Austria, e di Enrichetta di Nassau-Weilburg. Fu data in sposa a Ferdinando II di Borbone re delle Due Sicilie, vedovo di Maria Cristina di Savoia e padre del piccolo Francesco, che sarebbe succeduto al padre. Il matrimonio venne celebrato il 9 gennaio 1837. Minuta, vestita semplicemente, Maria Teresa non sembrava appartenere alla classe nobile e non sopportava la vita di corte. Preferiva svolgere una vita chiusa nei suoi appartamenti, dedicandosi solo al cucito e ai numerosi figli. Non disdegnava però il potere e cercava di influenzare il marito, suggerendogli di agire sempre severamente. Quando non poteva assistere ai colloqui ufficiali o voleva conoscere ciò che accadeva nel palazzo, non esitava a spiare dalla fessura delle porte. Malgrado il comportamento poco ortodosso per una regina, il matrimonio tra Maria Teresa e Ferdinando si rivelò felice e sereno. I rapporti tra il figlio Francesco e la matrigna erano formalmente buoni. Francesco assumeva un comportamento di rispettosa soggezione nei confronti di Maria Teresa, la quale ricambiava dichiarando a tutti che lo considerava come fosse figlio suo. Quando Maria Sofia di Baviera arrivò a Napoli, sposa di Francesco, Ferdinando era già molto malato. Maria Teresa Isabella viveva nella stanza del marito, che si ostinava a continuare il suo lavoro di governo, assistendolo in tutto di giorno e vegliando su di lui la notte. Al termine della vita di Ferdinando, Francesco II e Maria Sofia Wittelsbach divennero i nuovi sovrani del Regno delle Due Sicilie, ma Maria Teresa Isabella era intenzionata a mantenere il suo posto di prioritario consigliere personale del Re. Ciò le riuscì senza alcuna fatica in quanto, ancor più del padre, Francesco era completamente sottomesso alla volontà della matrigna, diretta alla creazione di un regime di stato autoritario e severo. Molti storici la ritengono in parte responsabile del malcontento dei liberali che poi avrebbero accolto come liberatore Giuseppe Garibaldi. L’indomabile, decisa e intelligente Maria Sofia, invece, era l’opposto del marito e non si sarebbe sottomessa ad alcun ordine della suocera. Francesco ben presto si ritrovò quindi tra l’incudine e il martello, dando ascolto a volte alla moglie e a volte alla matrigna, senza riuscire però a soddisfare nessuna delle due. Di idee libere e favorevole alla Costituzione, Maria Sofia, oltre ad avere quindi idee opposte a quelle della suocera, era forse l’unica che a corte riusciva a intravedere i reali desideri di Maria Teresa, ossia far deporre Francesco II per metter sul trono il suo primogenito. In effetti Maria Teresa, coinvolgendo generali, dignitari di corte e molti religiosi, organizzò un complotto che venne però scoperto. Nonostante la moglie gli mettesse davanti le prove della colpevolezza della matrigna, Francesco non se la sentì di accusarla. Maria Teresa, dal canto suo, pianse ai piedi del re, giurando di essere estranea ad ogni fatto. Nonostante ogni feroce e ferma opposizione di Maria Teresa Isabella verso l’emanazione di una costituzione, quando i tumulti di Napoli iniziarono a farsi preoccupanti, l’indeciso Francesco II ascoltò i consigli della moglie. Ormai però era troppo tardi: la situazione aveva raggiunto un punto di non ritorno. La prima a scappare da una Napoli in rivolta fu Maria Teresa Isabella, insieme ai suoi figli. La seguirono a Gaeta i suoi consiglieri e ministri, tanto che nella cittadina si formò una seconda corte reale, che continuò a tramare per la deposizione del Re. Quando anche a Gaeta la situazione divenne critica, con le prime cannonate, Maria Teresa Isabella fu anche questa volta la prima a fuggire con i figli più piccoli. La Regina Madre venne ospitata a Roma nel palazzo del Quirinale, messo a sua disposizione da Pio IX per ripagare l’ospitalità dei Reali Borboni al tempo della Fuga nel ’49. Quando, dopo la capitolazione di Gaeta, Francesco II e Maria Sofia la raggiunsero, si formarono due piccole corti differenti che vivevano parallelamente nello stesso palazzo. Nell’estate del 1867 scoppiò a Roma una violenta epidemia di colera. Maria Teresa si trasferì in una villa presso Ariccia ma la malattia riuscì comunque a colpire a morte il piccolo Gennaro che contagiò anche la madre, rimasta amorevolmente accanto al suo bambino fino all’ultimo. La Regina venne coraggiosamente assistita da Francesco, mentre gli altri suoi figli erano scappati per paura del contagio. Ella rifiutò in un primo momento le cure del dottor Manfrè perché di politica liberale. Solo quando entrò in agonia, preda di forti dolori, Maria Teresa volle essere curata, ma ormai era troppo tardi. Nel suo testamento Maria Teresa lasciava tutti i suoi (relativamente pochi rimasti) beni soltanto ai suoi figli, senza contare Francesco o quelle poche persone che l’avevano servita per tutta la vita. Nonostante ciò, il deposto sovrano pianse molto la morte della sua matrigna. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma.
Onorificenze
Altre Distinzioni
- Protettrice della Real Arciconfraternita e Monte di San Giuseppe dell’Opera di Vestire i Nudi in quanto Regina consorte delle Due Sicilie, Napoli (Italia).

Arc. 986: S.M. Francesco II di Borbone ( Napoli 16 Gennaio 1836 – Arco 27 Dicembre 1894 ). Francesco II era figlio di Ferdinando II e della prima moglie Maria Cristina di Savoia, a sua volta figlia di Vittorio Emanuele I. Di carattere timido e bonario, fu educato dai padri scolopi secondo rigidi precetti morali e religiosi, in particolare dal cappellano di corte Nicola Borelli. Sposò nel 1859 la duchessa Maria Sofia di Baviera, sorella dell’imperatrice Elisabetta d’Austria e cugina del re Ludovico II di Baviera, di lui più giovane di cinque anni, che aveva un temperamento del tutto opposto al suo. Francesco ebbe una sola figlia, Maria Cristina Pia di Borbone-Due Sicilie, morta a soli tre mesi d’età. Salito al trono alla morte del padre il 22 maggio 1859, ne seguì inizialmente l’indirizzo politico. Circondato dagli zii, poco rispettosi della sua autorità, trovò nella famiglia della matrigna non aiuto, bensì ostacoli, che resero più che mai difficile l’esercizio del potere. Il suo carattere fatalista e pio spinse la 18enne regina Maria Sofia di Baviera a tentare di prendere la direzione degli affari del regno, entrando così in aperto contrasto con la matrigna del re, la regina madre Maria Teresa. A questo riguardo si era pensato ad un complotto contro Francesco II e la giovane consorte, da parte della vedova di Ferdinando II, la precedente regina Maria Teresa, che mal si rassegnava alla perdita del potere. Si pensò allora ad una congiura con l’aiuto della “camarilla” per sostituire Francesco II con il Conte di Trani, secondogenito della regina madre austriaca, ma le supposte prove raccolte dal Filangieri vennero gettate nelle fiamme del camino dallo stesso Francesco II, che pronunciò le parole “È la moglie di mio padre”. In politica interna Francesco II di Borbone, pur regnando per poco più di un anno come sovrano sul trono di Napoli, ebbe tempo di varare varie riforme: concesse più autonomie ai comuni, emanò amnistie, nominò commissioni aventi lo scopo di migliorare le condizioni dei carcerati nei luoghi di detenzione, dimezzò l’imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali, fece aprire le borse di cambio a Reggio Calabria e Chieti. Inoltre, siccome era in corso una carestia, dette ordini per l’acquisto di grano all’estero per rivenderlo sottocosto alla popolazione e per donarlo alle persone più indigenti. Francesco II si propose di far ripartire i progetti di ampliamento della rete ferroviaria; tali progetti, poi, furono realizzati e ampliati dopo il 1860. In politica estera, ebbe un iniziale allineamento sulle posizioni conservatrici dell’Austria. Nel 1859 approvò con proprio atto la ricostituzione dell’Ordine Militare di Santa Brigida, di cui era devotissimo. Le costituzioni furono accolte in Capua dal cardinale Giuseppe Cosenza e fu eletto Gran Maestro, con carica ereditaria, il conte Vincenzo Abbate senior. Fin dai tempi in cui regnò suo padre Ferdinando II, Francesco II diverse volte soleva dire che il suo regno era protetto dall’acqua salata e dall’acqua santa, ovvero dal mare e dallo Stato Pontificio; in realtà fu proprio dal mare che giunse Garibaldi e dalle terre del Papa stavano giungendo le truppe sabaude guidate da Vittorio Emanuele II in persona. I Borbone erano stati informati fin dall’inizio della partenza delle navi garibaldine dallo stesso ambasciatore borbonico nel regno di Sardegna. Però, pur disponendo di una flotta di 14 navi militari che incrociavano lungo le coste del Regno, la marina non riuscì a intercettarli se non quando sbarcarono a Marsala. La spedizione dei Mille impressionò i contemporanei per la rapidità delle prime conquiste e per la disparità almeno iniziale di forze in campo. Il 15 maggio 1860 nella battaglia di Calatafimi ben 3.000 soldati borbonici, di fronte ai mille garibaldini e 500 picciotti siciliani si ritirarono dopo un primo scontro, eseguendo l’ordine dell’anziano generale Landi. In conseguenza dello sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia e della sua rapida avanzata fece alcune concessioni liberali, in ciò consigliato dal suo primo ministro Carlo Filangieri, richiamando in vigore lo Statuto costituzionale (già concesso da Ferdinando II brevemente nel 1848) con atto sovrano del 25 giugno 1860. Al precipitare degli avvenimenti cercò, come ultima speranza, un’alleanza col cugino Vittorio Emanuele II di Savoia (giugno-luglio 1860), che la rifiutò, anche se il sovrano borbonico aveva in precedenza ricevuto offerte da parte di Cavour per un’Italia federale, offerte da lui rigettate. Intanto, Cavour dava ordine al generale Cialdini di partire alla volta di Napoli con l’esercito piemontese per impossessarsi del Regno delle Due Sicilie e ordinava all’ammiraglio Persano di seguire da lontano l’impresa di Garibaldi. Leopoldo, conte di Siracusa, zio del re, nel momento di crisi per l’avanzata di Garibaldi, inviò al nipote una pubblica lettera nella quale lo invitava per il bene di tutti a seguire l’esempio della Granduchessa di Toscana ed a lasciare il trono, producendo un grande effetto. Esiliato, alla fine di agosto il Conte di Siracusa si imbarcherà sulla nave piemontese Costituzione per recarsi a Genova e poi a Torino. Anche Luigi, conte dell’Aquila, altro zio del re, verrà allontanato da Napoli perché sospettato di farsi nominare reggente, esautorando così il nipote Francesco II. Quando Garibaldi a fine agosto passò in Calabria, dove erano di stanza circa 12.000 soldati del Borbone, ben 10.000 di essi a Soveria Mannelli si arresero senza sparare un solo colpo. Dopo la perdita della Sicilia e della Calabria, di fronte all’avvicinarsi dell’Esercito meridionale e seguendo il consiglio del Ministro dell’Interno Liborio Romano, che aveva già avuto contatti con i piemontesi, il re fuggì da Napoli senza combattere. Infatti Francesco II diede espressamente l’ordine alle guarnigioni rimaste nei forti di Napoli di rimanere neutrali e di non spargere sangue, per risparmiare alla capitale gli orrori della guerra. Lasciando Napoli emanò un proclama che “produsse larghissima impressione in vasti strati della popolazione meridionale” e con sé portò ben poco, convinto di tornare presto nella capitale: “dalle banche non ritirò i suoi depositi, dalla Reggia, più che opere d’arte e di valore venale, portò con sé oggetti di devozione e ricordi famigliari“. Abbandonato dalla sua flotta, Francesco II ripiegò dapprima sulla linea del Volturno dove le sue truppe furono sconfitte e poi, dopo aver tentato inutilmente una controffensiva contro le truppe garibaldine, si ritirò con la Regina consorte a Gaeta, dove l’esercito borbonico si difese valorosamente per tre mesi contro l’assedio dell’esercito sardo-piemontese comandato dal generale Enrico Cialdini. L’assedio di Gaeta ebbe inizio il 13 novembre 1860 e fu condotto in modo molto aspro. A Gaeta Francesco II dimostrò grande valore; almeno, così ne parlano alcune fonti estere: “L’ammirazione, e son per dire l’entusiasmo, che desta in Francia il nobile contegno del Re di Napoli, vanno crescendo ogni giorno in proporzione dell’eroica resistenza del giovane monarca, assediato dalla rivoluzione sullo scoglio di Gaeta. Così un bellissimo indirizzo degli abitanti di Avignone, con parecchie migliaia di firme, venne spedito al Re, in cui gli Avignonesi manifestavano la speranza loro ferma che il suo trionfo sarà misurato dalla grandezza del suo pericolo“. Dopo la capitolazione di Gaeta (13 febbraio 1861) Francesco II, con la moglie, si recò in esilio a Roma, via mare su di un piroscafo francese. Giunto a Roma, Francesco II fu prima ospitato al Quirinale dal papa Pio IX per passare poi a Palazzo Farnese, di proprietà dei Borbone, perché ereditato dalla sua ava Elisabetta. Rimase a Roma fino al 1870. Durante questo periodo compì alcuni tentativi di organizzare una resistenza armata nell’ex Regno. Il suo matrimonio rimase non consumato per molti anni, e ciò era dovuto al fatto che il Re soffriva di fimosi. La timidezza e il fanatismo religioso di Francesco avevano anche impedito alla coppia di sviluppare qualsiasi tipo di intimità fisica. Mentre era in esilio a Roma, Maria Sofia si innamorò di un ufficiale della guardia pontificia, Armand de Lawayss, rimanendo incinta. Si ritirò a casa dei genitori a Possenhofen, dove un consiglio di famiglia decise che doveva partorire in segreto per evitare lo scandalo. Il 24 novembre 1862 Maria Sofia avrebbe dato alla luce una bambina, Daisy de Lawayss, che fu affidata alla famiglia di Lawayss a Bruxelles. Alcuni biografi riportano che ella diede alla luce due bambine e che una di loro fu affidata al fratello di Maria Sofia, tuttavia tale affermazione non trova sufficienti riscontri per essere considerata attendibile. Nonostante ciò la coppia si ricompose e, sottopostosi a un’operazione chirurgica, Francesco guarì e il matrimonio poté essere consumato. Nel Natale del 1869 Francesco e Maria Sofia ebbero una figlia, Maria Cristina Pia, che però morì di lì a tre mesi. Dopo la definitiva partenza da Roma Francesco II si stabilì con la moglie a Parigi. Risiedette stabilmente nella capitale francese, da dove si allontanò solo per brevi viaggi, in Austria e in Baviera, presso i parenti della moglie. Visse privatamente, senza grandi mezzi economici, perché Garibaldi aveva confiscato tutti i beni dei Borbone, e il Governo italiano ne propose la restituzione a Francesco II, ma solo al patto di rinunciare ad ogni pretesa sul trono del Regno delle Due Sicilie, cosa che egli non accettò mai, rispondendo sdegnato: “Il mio onore non è in vendita”. Francesco II morì nel 1894 in Trentino (allora austro-ungarico), durante uno dei suoi viaggi compiuti per sottoporsi a cure termali; venne sepolto nella Collegiata dell’Assunta di Arco. Pretendente al trono delle Due Sicilie divenne il fratello Alfonso di Borbone-Due Sicilie. Anche dopo la morte di Francesco II la Regina Maria Sofia sperava ancora nella restaurazione del Regno, e frequentò anche socialisti ed esuli anarchici. Più di una fonte la vuole infatti, più o meno fantasiosamente, ispiratrice degli attentatori Passannante e Bresci. Le spoglie di Francesco II, di Maria Sofia e della loro figlia Maria Cristina, riunite dopo varie vicissitudini, riposano nella Basilica di Santa Chiara, a Napoli, dal 18 maggio 1984, dove sono state portate in forma solenne. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.
Onorificenze
Onorificenze del Regno delle Due Sicilie
Gran Maestro e Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro
Gran maestro del Sacro militare ordine costantiniano di San Giorgio
Gran maestro del Reale ordine di San Ferdinando e del merito
Gran maestro del Reale e militare ordine di San Giorgio della Riunione
Gran maestro del Reale ordine di Francesco I Onorificenze straniere
Cavaliere di gran croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III (Spagna) 1857
Cavaliere di gran croce dell’Ordine imperiale di Pietro I (Impero del Brasile) 27 gennaio 1866
Cavaliere di gran croce dell’Ordine reale di Santo Stefano d’Ungheria (Impero austro-ungarico)
Cavaliere dell’Ordine militare di Maria Teresa (Impero austro-ungarico) «Assedio di Gaeta 1860-1861»
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma) 2 aprile 1869
Cavaliere dell’Ordine supremo dell’Aquila nera (Regno di Prussia)
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Uberto (Regno di Baviera)
Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Regno di Danimarca) 28 maggio 1878

Arc. 1829: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. La fotografia è stata scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 1933: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1862 ca.

Arc. 732: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia ( Napoli 16 Gennaio 1836 – Arco 27 Dicembre 1894 ) ultimo Re del Regno delle Due Sicilia dal 22 Maggio 1859 al 13 Febbraio 1861. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1862 ca.

Arc. 1154: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino. 1860 ca.

Arc. 1674: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: A. Barrère – Paris. 1860 ca.

Arc. 2620: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in piccola montura da Colonnello di Fanteria. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

Arc. 406: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in piccola montura da Colonnello di Fanteria. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 2391: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in piccola montura da Colonnello di Fanteria. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. La fotografia è stata scattata durante l’ esilio di Roma. 1861 ca.

Arc. 1941: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in piccola montura da Colonnello di Fanteria. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

Arc. 1955: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in piccola montura da Colonnello di Fanteria e la moglie Maria Sofia di Baviera Regina consorte. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 2730: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in abito da caccia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 1973: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie e la moglie Maria Sofia di Baviera Regina consorte. Fotografia CDV. Fotografo: A. Hautmann – Firenze. La fotografia è stata scattata durante l’ esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 2183: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

Arc. 2183: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

Arc. 2398: S.M. Marie Sophie Amalie von Wittelsbach, Herzogin in Bayern, nota in italiano come Maria Sofia di Baviera (Castello di Possenhofen, 4 ottobre 1841 – Monaco di Baviera, 19 gennaio 1925). Nata il 4 ottobre 1841 nel castello di Possenhofen, in Baviera, Maria Sofia Amalia era la terza figlia del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera e della principessa Ludovica di Baviera, quest’ultima figlia di Massimiliano I, re di Baviera. Sorella della ben più nota Elisabetta di Baviera, detta “Sissi”, la sua figura era «alta, slanciata, dotata di bellissimi occhi di color azzurro-cupo e di una magnifica capigliatura castana; Maria Sofia aveva un portamento nobile ed insieme maniere molto graziose». Nel 1858 fu promessa in sposa, diciassettenne, a Francesco, erede al trono delle Due Sicilie, inizialmente conosciuto solo attraverso l’immagine di una miniatura. Il matrimonio serviva a rafforzare il legame tra la corona d’Asburgo e i Borbone-Napoli. Il fidanzamento ufficiale avvenne il 22 dicembre 1858 e il matrimonio fu celebrato per procura l’8 gennaio 1859. Dopo qualche giorno Maria Sofia fu accompagnata a Trieste, dove era attesa dalle navi borboniche Tancredi e Fulminante, a bordo delle quali arrivò a Bari il 1º febbraio 1859, dove infine incontrò suo marito Francesco e il suocero, il re Ferdinando II, ammalatosi durante il viaggio verso il capoluogo pugliese. Il 7 marzo i reali ripartirono via nave per Napoli e le condizioni di Ferdinando si aggravarono ulteriormente. Il 22 maggio successivo il re morì e Maria Sofia divenne la regina consorte di Francesco II, allora ventitreenne, poi passato alla storia con il nomignolo di Franceschiello. Fu regina delle Due Sicilie fino alla capitolazione di Gaeta del 13 febbraio 1861. Acquistò popolarità durante l’assedio della piazzaforte di Gaeta, dove la corte si era rifugiata il 6 settembre 1860 per tentare un’ultima resistenza alle truppe piemontesi. Ella cercò di incoraggiare i soldati borbonici, distribuendo loro medaglie con coccarde colorate da lei stessa confezionate, indossò un costume di taglio maschile e prese a recarsi in visita ai feriti negli ospedali di guerra. Quando, poi, a Gaeta la situazione peggiorò sempre più a causa della scarsità di cibo, della diffusa epidemia di tifo e del freddo, il marito la invitò a lasciare la roccaforte, ma la regina Maria Sofia fu irremovibile e volle restare. Grande fu l’ammirazione che ebbe verso la regina il giornalista francese Charles Garnier, presente sul posto. Maria Sofia ebbe il privilegio di veder coniata una medaglia in suo onore, nel 1861, recante al dritto solo la sua effigie e sul rovescio tre corone intrecciate ed annodate di felce, alloro e quercia coi motti: LIEBE / MUTH / TREUE (amore, fedeltà, coraggio). Dopo la caduta di Gaeta e l’annessione delle Due Sicile all’Italia, Maria Sofia e il deposto re si rifugiarono a Roma, capitale dell’allora Stato Pontificio, ormai ridotto al solo Lazio. A Roma Francesco II istituì un governo in esilio (che godette soltanto del riconoscimento della Santa Sede e dell’Austria, prima di essere definitivamente sciolto nel 1866) come governo legittimo del regno delle Due Sicilie. Nel febbraio 1862 apparvero alcune foto che la ritraevano senza veli e che vennero diffuse in tutte le corti d’Europa. Le foto si rivelarono essere abili manipolazioni nelle quali il capo della regina era stato montato su un corpo di una giovane prostituta, ritratta in pose sessuali molto lascive; le indagini svolte portarono infatti la polizia pontificia all’arresto di Antonio Diotallevi e della moglie Costanza Vaccari, autori del gesto. Le sue ricchezze e tutti i suoi privilegi erano, in un certo modo, compromessi da tali tragedie personali. Il suo matrimonio restò inconsumato per molti anni a causa del fatto che Francesco soffriva di fimosi. La timidezza e il fanatismo religioso del consorte, inoltre, impedivano alla coppia lo sviluppo di qualsiasi tipo di intimità. A Roma Maria Sofia si innamorò di un ufficiale della guardia pontificia, Armand de Lawayss, di cui rimase incinta. Ritiratasi nella casa di origine dei genitori a Possenhofen, in Baviera, su consiglio della famiglia partorì in segreto per evitare il prevedibile scandalo. Il 24 novembre 1862 Maria Sofia diede alla luce due gemelle, che furono affidate una alla famiglia di Lawayss a Bruxelles e l’altra alla Corte austriaca. Sempre su consiglio della famiglia, Maria Sofia confessò a Francesco la sua relazione extraconiugale; il matrimonio non si ruppe, Francesco si sottopose a un’operazione per ridurre la fimosi e fu in grado di consumare la relazione. Maria Sofia rimase incinta e diede alla luce un’altra bambina, chiamata Maria Cristina Pia, tenuta a battesimo dalla zia, l’imperatrice Sissi. Maria Cristina Pia visse solo tre mesi e morì il 28 marzo 1870. La coppia non ebbe altri figli. A seguito della presa di Roma da parte delle truppe italiane e della dissoluzione dello Stato Pontificio (20 settembre 1870), la coppia si trasferì in Baviera. Francesco morì nel 1894; Maria Sofia si trasferì da Monaco a Parigi, dove visse in una dimora acquistata dal marito nel quartiere di Saint-Mandé. A Parigi Maria Sofia presiedeva ancora un’informale corte borbonica in esilio: in effetti non cessò mai di sperare nella riconquista dei suoi possedimenti, ormai parte integrante del Regno d’Italia, e giunse fino al punto di stringere contatti con l’ambiente anarchico ostile ai Savoia; conobbe, per esempio, Errico Malatesta e si guadagnò l’appellativo di regina degli anarchici, anche se le sue mire differivano da quelle dell’ambiente con cui era venuta a contatto: ella sperava infatti di sfruttare l’ostilità verso i monarchi sabaudi per destabilizzare il regno d’Italia. Voci mai confermate narrano che Maria Sofia avesse avuto molta influenza anche sugli anarchici Giovanni Passannante e Gaetano Bresci, quest’ultimo uccisore del re d’Italia Umberto I nel 1900, ma le testimonianze storiche provarono che i due attentatori agirono invece individualmente. Tra gli anarchici con cui ebbe contatti vi fu Angelo Insogna, autore di una biografia su Francesco II e uomo di fiducia della sovrana. Egli venne in Italia come suo emissario nel marzo del 1901, fu presentato a Errico Malatesta e tentó di far evadere il regicida Bresci. In Francia Maria Sofia coltivò la sua grande passione per i cavalli, le cui gare seguiva in varie località d’Europa, come ad esempio a Londra, dove si appassionò inoltre alla caccia alla volpe. Durante la Grande Guerra Maria Sofia parteggiò per gli imperi centrali e la loro entrata in conflitto contro l’Italia. Nonostante la sua avversione per i Savoia, Maria Sofia aveva l’abitudine di visitare i campi di militari italiani in prigionia in Germania, cui donava libri e cibo. I soldati italiani erano ignari dell’identità di Maria Sofia, che si presentava all’epoca come una donna anziana (aveva superato i settant’anni), che parlava la loro lingua con un’inflessione mista tedesco-napoletana e che era interessata particolarmente alle notizie provenienti dal Mezzogiorno del Paese. Riferisce al proposito Arrigo Petacco che «…Fra quei soldati laceri ed affamati, lei cerca i suoi napoletani. Distribuisce, come a Gaeta, bons bons e sigari». Durante la sua vita, Maria Sofia indusse ammirazione anche tra i suoi accaniti nemici politici. Gabriele D’Annunzio la soprannominò infatti Aquiletta Bavara e Marcel Proust parlò di lei come della regina soldato sui bastioni di Gaeta. Maria Sofia morì a Monaco di Baviera a causa di una forte polmonite nel 1925. Da maggio 1984 le sue spoglie, insieme a quelle del marito Francesco e di sua figlia, riposano in una cripta della basilica di Santa Chiara a Napoli. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. Fotografia scattata il giorno delle nozze nel 1859.
Onorificenze
Dama dell’Ordine della Croce Stellata
Dama dell’Ordine di Teresa di Baviera
Dama dell’Ordine della regina Maria Luisa
Dama di Gran Croce di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio
Rosa d’Oro della cristianità

Arc. 1155: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone – Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1859.

Arc. 2141: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 2141: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone – Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 2143: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’ esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 1674: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: A. Barrière – Paris. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 2143: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone – Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 2142: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: P. Petit – Paris. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 1976: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: A. Hautmann – Firenze. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 1976: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 1954: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

Arc. 2620: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone – Sicilia in abito da amazzone. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

Arc. 1793: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: J. Albert. 1862 ca.

Arc. 1712: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1862 ca.

Arc. 2395: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

Arc. 1869: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

Arc. 2184: S. A. R. Principe Luigi Maria di Borbone – Sicilia Conte di Trani in gran montura da Maggior Generale. Figlio del Re Ferdinando II e fratellastro di Francesco II ( Napoli 1 Agosto 1838 – Parigi 8 Giugno 1886 ). Vivace, allegro e amante delle donne, si divertiva insieme ai fratelli Alfonso e Gaetano a combinare pesanti scherzi ai danni dei gentiluomini di corte. Quando a Napoli arrivò la cognata Maria Sofia di Baviera, sposa del fratellastro Francesco, erede al trono, anch’essa entrò a far parte della scanzonata comitiva. In effetti anche il padre Ferdinando aveva un carattere allegro e ironico e si comportava nei confronti dei figli come un qualsiasi affettuoso e premuroso padre di famiglia. La madre Maria Teresa era arcigna e diffidente nei confronti degli estranei ma tenerissima e legatissima alla sua numerosa prole. Alla vita di corte e alle feste preferiva la tranquillità dei suoi appartamenti dove si dedicava alla cura dei figli. Sebbene dichiarasse il proprio affetto materno anche nei confronti del figliastro Francesco (primogenito del re), in realtà ambiva a mettere sul trono il suo primogenito. Quando già era re Francesco, tentò anche di organizzare un complotto per destituire il figliastro ma il piano, scoperto, non andò a buon fine. Combatté in prima linea al fianco di Francesco e Alfonso nella battaglia tra Capua e Gaeta per respingere l’esercito garibaldino. Per il coraggio dimostrato durante la difesa di Gaeta avrebbe ricevuto la croce di cavaliere dell’Ordine di Maria Teresa. Alla fine, però, alle 7 del mattino del 14 febbraio 1861 dovette, insieme agli ultimi sovrani delle Due Sicilie, lasciare per sempre Gaeta assediata e il suo regno. Prima della partenza, però, i due fratelli ebbero una violenta discussione, in quanto Luigi era del parere che bisognasse continuare a combattere fino all’ultimo. Avrebbe passato il resto della sua vita da esule senza più uno scopo nella vita o una propria identità. Si ritrovò quindi a bere, a frequentare bordelli e a condurre una vita di stravizi che gli procurò molti debiti. Tentò perfino di passare al servizio dei piemontesi. Il 5 giugno 1861, a Monaco di Baviera, sposò la duchessa Matilde di Baviera, settimogenita del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera, membro di una linea cadetta del Casato dei Wittelsbach, e della principessa Ludovica di Baviera, figlia del re Massimiliano I Giuseppe di Baviera. Il matrimonio in realtà fu organizzato a tavolino, già prima della caduta del regno delle Due Sicilie, da Maria Sofia di Baviera e dall’altra sorella Elisabetta, imperatrice d’Austria. Per l’occasione, il re di Baviera insignì Luigi della più alta onorificenza della corte: l’ordine di Sant’Uberto. L’unione con Matilde non fu però assolutamente felice. La moglie, per consolarsi, ebbe alcuni amanti, il più noto dei quali fu Bermudez de Castro. Ormai con la mente annebbiata dall’alcool e con la consapevolezza dell’inutilità della sua vita, decise di farla finita gettandosi nel lago di Zugo, presso Zurigo, nel 1878. Altre fonti invece riportano che sarebbe morto di malattia a Parigi l’8 giugno 1886. Il motivo di questa confusione consiste forse nel fatto che il suicidio non avrebbe consentito la celebrazione della messa funebre e sarebbe risultato scandaloso, giudicando il fatto che si trattava del cognato dell’imperatore Francesco Giuseppe. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio a Roma. 1862 ca.
Onorificenze
Onorificenze del Regno delle due Sicilie
Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito
Cavaliere di Gran Croce di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro 1852
Cavaliere dell’Ordine di Sant’Uberto
Cavaliere dell’Ordine militare di Maria Teresa (Impero austro-ungarico) «Assedio di Gaeta 1860-1861»

Arc. 2014: S. A. R. Principessa Matilde Ludovica di Wittelsbach Contessa di Trani (Possenhofen, 30 settembre 1843 – Monaco di Baviera, 18 giugno 1925). Matilde era figlia di Massimiliano Giuseppe in Baviera e di Ludovica di Baviera. Entrambi i genitori, tra di loro cugini, appartenevano alla dinastia dei Wittelsbach, ma la madre Ludovica apparteneva alla famiglia reale, in quanto figlia del re Massimiliano I Giuseppe, mentre il padre era membro di un ramo cadetto. Pertanto sia Matilde sia i suoi fratelli avevano il predicato dinastico “in Baviera”, che li distingueva dai principi del ramo principale della loro famiglia cui spettava, invece, il predicato “di Baviera”. Tuttavia, sia i principi di Baviera sia i duchi in Baviera avevano diritto allo stesso trattamento di Altezza reale. Matilde nacque al castello di Possenhofen, la residenza estiva di suo padre, dove trascorse gran parte dell’infanzia insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle, crescendo in un clima relativamente disteso e lontano dal cerimoniale della corte bavarese. Già all’epoca in cui esisteva il Regno di Napoli, furono organizzate le nozze tra Matilde e Luigi, conte di Trani, figlio del re Ferdinando II delle Due Sicilie e cognato di Maria Sofia. Il matrimonio si celebrò a Monaco il 5 giugno 1861 nella chiesa di Ognissanti. Come accadeva ad altri membri della sua famiglia, Matilde soffriva episodicamente di crisi depressive. Giocava un fattore ereditario, aggravato anche dai matrimoni tra consanguinei, ma anche lo stile di vita che le nobildonne conducevano: cameriere e bambinaie le sollevavano da qualunque incarico domestico cosicché le vuote giornate potevano risultare alquanto tediose. La vita di Matilde era in fondo quella comune di tantissimi nobili senza un incarico ben preciso: viaggiava, si recava in località termali o dai genitori e parenti. Sua compagna di viaggio era Maria Sofia, esiliata come lei. Quando ebbe la prima e unica figlia, Maria Teresa, divennero frequenti gli incontri con la sorella Sissi e sua figlia Maria Valeria. Tra le due cugine c’erano pochi anni di differenza e da compagne di giochi nell’infanzia rimasero legate per tutta la vita. Sono rimaste nell’archivio di Stato degli Hohenzollern a Sigmaringen molte lettere di Maria Teresa inviate al padre o alla madre, che conducevano una vita separata. L’8 giugno 1886 a Parigi a 48 anni morì Luigi di Trani. Si parlò di suicidio ma ancora oggi non esiste una notizia certa. Matilde e la figlia rimasero a vivere a Baden-Baden, dove la principessa fu allieva del collegio Vittoria di Schloberg. Gli ultimi anni di vita della contessa furono molto diversi rispetto al periodo dei grandi viaggi. In Germania e in Austria non c’era più la monarchia e gran parte dei beni di famiglia erano stati confiscati. Pertanto sia Matilde che Maria Sofia dovettero cercare di risparmiare il più possibile. Tra il 1923 e il 1924 Matilde ebbe un incidente e il ricovero in clinica. Qui le venne applicato un apparecchio e fu sottoposta ad esercizi riabilitativi per le gambe. La contessa fu l’ultima, tra tutti i fratelli, a morire e venne sepolta nel cimitero di Monaco accanto alla sua dama di corte Nelly von Schmidt. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. 1865 ca.

Arc. 986: S. A. R. Principe Alfonso di Borbone – Sicilia Duca di Caserta in gran montura da Colonnello di Artiglieria ( Caserta 28 Marzo 1841 – Cannes 26 Maggio 1934 ). Alla sua nascita era quarto in linea di successione al trono, dietro il fratellastro Francesco ed i fratelli maggiori Luigi, conte di Trani, ed Alberto, conte di Castrogiovanni. Quest’ultimo morì il 12 luglio 1844 all’età di cinque anni ed Alfonso passò terzo in linea di successione. Il padre Ferdinando aveva un carattere allegro e ironico e si comportava nei confronti dei figli come un qualsiasi affettuoso e premuroso padre di famiglia. La madre Maria Teresa era arcigna e diffidente nei confronti degli estranei ma tenerissima e legatissima alla sua numerosa prole. Alla vita di corte e alle feste preferiva la tranquillità dei suoi appartamenti dove si dedicava alla cura dei figli. Allegro e vivace, si divertiva con i fratelli Luigi e Gaetano e la cognata Maria Sofia di Baviera, moglie del fratellastro Francesco, a fare scherzi ai gentiluomini della corte. Il 22 maggio 1859 Ferdinando II morì, Francesco salì al trono ed essendo senza figli ebbe come erede diretto il fratellastro Luigi. Alfonso combatté in prima linea al fianco di Francesco e Luigi nella battaglia tra Capua e Gaeta per respingere l’esercito garibaldino. Alla fine però, alle 7 del mattino del 14 febbraio 1861, dovette, insieme agli ultimi sovrani delle Due Sicilie, lasciare Gaeta assediata e il regno per sempre. Raggiunse la madre a Roma e trascorse la sua vita da esiliato. L’8 giugno 1886 Luigi morì, lasciando come unica erede la figlia Maria Teresa di Borbone-Due Sicilie, esclusa dalla successione per la legge salica. Alfonso divenne l’erede presuntivo di Francesco II e il 27 dicembre 1894, alla morte del fratellastro, Duca di Castro, pretendente al trono delle Due Sicilie e capo della casa di Borbone Due Sicilie (per i legittimisti: S.M. Alfonso I, Re del Regno delle Due Sicilie). Fotografia: CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia stampata durante l’esilio dei Borbone a Roma. 1862 ca.
Onorificenze
Onorificenze borboniche
Cavaliere dell’Insigne e reale ordine di San Gennaro
Gran maestro del Sacro militare ordine costantiniano di San Giorgio
Gran maestro del Reale ordine di San Ferdinando e del merito
Gran maestro del Reale e militare ordine di San Giorgio della Riunione
Gran maestro del Reale ordine di Francesco I Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III (Regno di Spagna) 1857
Cavaliere dell’Ordine militare di Maria Teresa (Impero austro-ungarico) «Assedio di Gaeta 1860-1861»
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma) 2 aprile 1869

Arc. 2837: S. A. R. Principe Alfonso di Borbone – Sicilia Duca di Caserta in tenuta da caccia ( Caserta 28 Marzo 1841 – Cannes 26 Maggio 1934 ). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1505: Maria Annunziata Isabella Filomena Sebasia (Caserta, 24 marzo 1843 – Vienna, 4 maggio 1871). Era la quarta figlia di Ferdinando II di Borbone e della sua seconda moglie, l’arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo-Teschen. Il padre usava, scherzosamente, dare un vezzeggiativo ad ogni suo caro. Maria Annunziata veniva chiamata “Ciolla”. Diversamente dai fratelli e dal padre, allegri e vivaci, Maria Annunziata era calma, pudica e riservata. Aveva avuto come modello la madre Maria Teresa, che aborriva feste, vita mondana e vita di corte, preferendo rimanere chiusa nei suoi appartamenti per dedicarsi alla cura dei figli ed ai lavori di cucito. Dopo la fuga da Napoli, seguì la madre a Roma. La famiglia reale alloggiò prima presso il Palazzo del Quirinale, ospite di papa Pio IX, e poi a Palazzo Farnese, di proprietà dei Borbone Due Sicilie. Maria Annunziata non vi rimase a lungo, in quanto l’anno dopo, nel 1862, fu fatta sposare all’arciduca Carlo Ludovico d’Asburgo-Lorena, fratello dell’imperatore austriaco. Nel 1862 Maria Annunziata sposò l’arciduca austriaco Carlo Ludovico (1833-1896), figlio terzogenito dell’arciduca Francesco Carlo (1802-1878) e della principessa Sofia di Baviera(1805-1872), fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe e vedovo da quattro anni. Il contratto di matrimonio venne ufficialmente stipulato nel 1862. La cerimonia ebbe luogo il 16 ottobre 1862 a Roma e il 21 ottobre a Venezia. Nonostante le sue cattive condizioni di salute, Maria Annunziata e Carlo Ludovico ebbero quattro figli, tutti sani. Maria Annunziata morì di tisi a soli 28 anni (il marito si risposerà con Maria Teresa del Portogallo, avendone 2 figlie). Venne sepolta nella Cripta dei Cappuccini a Vienna. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.
Onorificenze

Arc. 3310: Maria Annunziata Isabella Filomena Sebasia (Caserta, 24 marzo 1843 – Vienna, 4 maggio 1871). Fotografia CDV. Fotografo: A. Sorgato – Venezia.

Arc. 1954: S. A. R. Principessa Maria Immacolata Clementina di Borbone – Sicilia ( Napoli 14 Aprile 1844 – Vienna 18 Febbraio 1899 ). Era la quintogenita e la seconda tra le figlie femmine del re Ferdinando II e di Maria Teresa d’Asburgo-Teschen; sua madre era figlia primogenita dell’arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen e della principessa Enrichetta di Nassau-Weilburg. Attraverso il suo matrimonio con Carlo Salvatore d’Asburgo-Toscana, Maria Immacolata divenne Arciduchessa d’Austria, Principessa d’Austria, Ungheria, Croazia e Boemia. Fu Dama dell’Ordine della Croce Stellata. Pudica e riservata, Maria Immacolata veniva chiamata scherzosamente dal padre “Petitta”. Come le sorelle, era cresciuta avendo come modello la madre, la quale aborriva feste e vita di corte per dedicarsi alla cura dei figli e al cucito. Dopo la fuga da Napoli, seguì la famiglia a Roma, dove venne fatta alloggiare dal Papa presso il Palazzo del Quirinale. Maria Immacolata era nota per la sua bellezza e per questo motivo l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la incluse nel suo album di foto di belle donne inoltre poiché il marito di Maria Immacolata era solito regalarle una collana di perle ogni volta che lei partoriva un altro bambino, l’imperatrice Elisabetta aveva ironicamente soprannominato la famiglia “pescatori di perle”. Infine, la figlia più giovane dell’imperatrice Elisabetta, Arciduchessa Maria Valeria, sposò il figlio di Maria Immacolata, l’Arciduca Francesco Salvatore. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2863: S. A. R. Principessa Maria Immacolata Clementina di Borbone – Sicilia ( Napoli 14 Aprile 1844 – Vienna 18 Febbraio 1899 ). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli d’Alessandri – Roma.

Arc. 2195: S. A. R. Principe Gaetano di Borbone – Sicilia Conte di Girgenti in gran montura da Colonnello Onorario degli Ussari spagnoli ( Napoli 12 Gennaio 1846 – Lucerna 26 Novembre 1871 ). Era il settimo dei figli di Ferdinando II delle Due Sicilie e della seconda moglie Maria Teresa d’Austria. Gaetano era un membro del Casato di Borbone-Due Sicilie e consorte di Isabella, Principessa delle Asturie, per due volte riconosciuta erede presuntiva al trono di Spagna. Attraverso questa unione, Gaetano fu creato un Infante di Spagna. Aveva un carattere allegro e insieme ai fratelli Luigi e Alfonso si divertiva ad organizzare scherzi ai gentiluomini della corte. Alle loro scorribande si aggiunse poi Maria Sofia di Baviera, moglie del fratellastro Francesco. Anche il padre Ferdinando era un tipo allegro e scherzoso e si comportava affettuosamente nei confronti dei figli come qualsiasi padre di famiglia. La madre invece era molto riservata e preferiva vivere appartata lontano dalla mondanità e dalla vita di corte, occupandosi soltanto dei figli. Gaetano seguì il destino della sua esule famiglia che, dopo la fuga da Napoli, visse a Roma presso il palazzo del Quirinale. Fu scelta per lui come sposa l’infanta Maria Isabella di Spagna, figlia di Isabella II di Spagna e divenne egli Infante di Spagna, decorato con onorificenze spagnole. Il matrimonio avvenne nel 1868 e restò senza figli. Gaetano si ammalò di una grave forma di depressione che lo portò a suicidarsi nel novembre del 1871 a Lucerna. Dato che probabilmente anche il fratello Luigi morì suicida (ma il fatto fu forse tenuto segreto), può darsi che la prospettiva di vivere per tutta la vita in esilio, senza poter tornare nel proprio regno di nascita e di appartenenza e senza una propria identità sia stata una condizione troppo pesante da accettare. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868 ca.
Onorificenze
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (Regno di Spagna) 1868
Cavaliere di Gran Croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III 1868
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica 1868
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma) 15 ottobre 1869

Arc. 2821: S. A. R. Principe Gaetano di Borbone – Sicilia Conte di Girgenti in tenuta da caccia (Napoli 12 Gennaio 1846 – Lucerna 26 Novembre 1871). Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli.

Arc. 2065: S. A. R. Principe Pasquale di Borbone – Sicilia Conte di Bari ( Caserta 15 Settembre 1852 – Rueil Malmaison 21 Dicembre 1904 ). Fu l’undicesimo figlio di Ferdinando II delle Due Sicilie e della seconda moglie Maria Teresa d’Austria. Bambino allegro e scherzoso, fu cresciuto dalle amorevoli cure della madre Maria Teresa. Ferdinando era anch’egli affettuoso e si comportava coi figli come un qualsiasi padre: anche in momenti ufficiali, non rinunciava a prendere in braccio i figlioletti. In seguito alla cacciata dei Borbone da Napoli e dal regno, seguì la madre e i fratelli a Roma, ospiti del Papa presso il Quirinale. Sposò morganaticamente Blanche Marconnay, figlia di Henriette de Marconnay, il 20 novembre 1878 a Clichy nel dipartimento della Senna. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 1860 ca.
Onorificenze
Onorificenze borboniche
Cavaliere dell’Insigne e reale ordine di San Gennaro
Bali Gran Croce di Giustizia del Sacro militare ordine Costantiniano di San Giorgio 1860 Onorificenze straniere
Cavaliere di Gran Croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III (Regno di Spagna) 1857

Arc. 2443: Gennaro di Borbone (Caserta, 28 febbraio 1857 – Albano Laziale, 13 agosto 1867). Principe della Casa delle Due Sicilie e conte di Caltagirone, era l’ultimogenito di Ferdinando II delle Due Sicilie e della sua seconda moglie Maria Teresa d’Asburgo-Teschen. Ferdinando si era dimostrato coi figli un padre affettuoso e giocoso. Non era raro vederlo circondato dai bambini che giocavano, mentre lui sedeva alla scrivania intento al suo lavoro. Né era raro per ambasciatori e politici parlare con il re mentre questi contemporaneamente teneva in braccio qualche figlio. La madre Maria Teresa, se con gli estranei era scontrosa e arrogante, coi figli era una madre tenerissima e protettiva. Ciò che caratterizzò l’infanzia di Gennaro fu solo la sfortuna di nascere per ultimo e due anni prima della morte del padre, quando il re era già ammalato e ridotto a spostarsi su una lettiga. Era troppo debole quindi per poter giocare e coccolare il figlioletto. Il principe, inoltre, visse poco o nulla di quella vita di corte fastosa e agiata che ad un membro di sangue reale era riservata per nascita fino agli ultimi giorni terreni. Nel 1860 infatti, i Borbone vennero cacciati via da Napoli e dal loro regno dalle truppe garibaldine. Furono ospitati dal papa Pio IX nel palazzo del Quirinale a Roma. Un’epidemia di colera costrinse la popolazione, o almeno chi poteva, ad abbandonare la capitale. Maria Teresa prese i figli che abitavano ancora con lei e scappò sui colli Albani. Neanche qui però la famiglia reale riuscì a trarsi in salvo: il piccolo Gennaro si ammalò e Maria Teresa, fatti scappare gli altri figli, si rifiutò di abbandonare l’ultimogenito al suo destino. Il bambino morì quasi subito; la regina rimase contagiata e morì anch’essa tra atroci sofferenze, avendo rifiutato le cure di un medico perché da lei considerato “liberale”. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma.

Arc. 2144: S. A. R. Principe Gennaro di Borbone – Sicilia Conte di Caltagirone. Ultimogenito del Re Ferdinando II ( Caserta 28 Febbraio 1857 – Albano Laziale 13 Agosto 1867 ). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. 1865 ca.

Arc. 1658: S.A.R. Principe Francesco di Borbone – Sicilia Conte di Trapani in uniforme da Tenente Generale in gran montura. Fratello del Re Ferdinando II e zio del Re Francesco II. Nato a Napoli, Francesco era il figlio minore di re Francesco I delle Due Sicilie (1777 – 1830) e della sua seconda moglie, nonché sua cugina, l’infanta Maria Isabella di Borbone-Spagna (1789 – 1848), figlia di re Carlo IV di Spagna e di sua moglie la regina Maria Luisa di Parma. Francesco era fratellasto di Carolina, Duchessa di Berry e fratello di Luisa Carlotta, Duchessa di Cadice, Maria Cristina, Regina di Spagna, Ferdinando II delle Due Sicilie, Carlo Ferdinando, Principe di Capua, Leopoldo, Conte di Siracusa, Antonio, Conte di Lecce, Infanta Maria Amalia di Spagna e Portogallo, Maria Carolina, Contessa di Montemolin, Teresa Cristina, Imperatrice del Brasile. Nel 1850 fu nominato generale di brigata. Durante la seconda guerra d’indipendenza, fu uno degli avversari principali del generale borbonico Giuseppe Salvatore Pianell in quanto lo accusò diverse volte di favoreggiamento nei confronti dei rivoluzionari e dei Savoia. L’8 ottobre 1860 fu nominato tenente generale. Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie nel 1861, al termine della Spedizione dei Mille, la famiglia reale andò in esilio. In principio, Francesco e la sua famiglia andarono a Roma, al seguito del re Francesco II, e dove erano sotto la protezione di Papa Pio IX. Quando anche lo Stato Pontificio fu invaso da Vittorio Emanuele II d’Italia nel 1870, fuggirono in Francia. Francesco morì nel 1892 a Parigi all’età di 65 anni. Francesco sposò sua nipote S.A.I. e R. l’Arciduchessa Maria Isabella d’Austria, Principessa di Toscana (1834 – 1901), figlia del granduca Leopoldo II di Toscana (1797 – 1870) e della sua seconda moglie la granduchessa Maria Antonietta di Borbone (1814 – 1898), sorella dello stesso Francesco, il 10 aprile del 1850. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. Fotografia stampata durante l’esilio dei Borbone a Roma. 1862 ca.
Onorificenze
Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito
Bali Gran Croce di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (1866), titolare della Commenda della Magione, Gran Prefetto dell’Ordine
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Insigne Ordine del Toson d’Oro (ramo spagnolo) 1830 (942°)
Cavaliere di Gran Croce con Collare del Reale Distinto Ordine Spagnolo di Carlo III 20 marzo 1830
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma) 10 agosto 1851
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare della Torre e della Spada (Regno di Portogallo)

Arc. 2181: S.A.R. Principe Francesco di Borbone – Sicilia Conte di Trapani. Alle sue spalle si distinguono Carlos di Borbone – Spagna Conte di Montemolin e Maresciallo Filippo Colonna di Stigliano. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1859 ca.

Arc. 1678: S.A.R. Principe Francesco di Borbone – Sicilia Conte di Trapani e la moglie S. A. I. l’ Arciduchessa Maria Isabella d’Austria Principessa di Toscana. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1865 ca.

Arc. 2184: S. A. R. Principe Francesco di Borbone – Sicilia Conte di Trapani e la moglie Maria Isabella di Toscana. Al loro fianco il Tenente del 1° Reggimento Ussari della Guardia Reale Alfredo Dentice di Frasso e la moglie. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. 1865 ca.

Arc. 2181: S. A. R. Principe Francesco di Borbone – Sicilia Conte di Trapani. Fotografia CDV. Fotografo: R. Ferretti – Roma. 1865 ca.

Arc. 3116: Maria Isabella d’Asburgo-Lorena (Firenze, 21 maggio 1834 – Lucerna, 14 luglio 1901), nata principessa di Toscana e arciduchessa d’Austria. Maria Isabella era figlia del granduca Leopoldo II di Toscana (1797-1870) e della sua seconda moglie la granduchessa Maria Antonietta di Borbone (1814-1898). I suoi nonni paterni furono il granduca Ferdinando III di Toscana e Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli; quelli materni il re Francesco I delle Due Sicilie e Maria Isabella di Borbone-Spagna. Maria Isabella sposò, il 10 aprile del 1850, lo zio materno, il principe Francesco di Borbone-Due Sicilie, (1827-1892), conte di Trapani e figlio minore del re Francesco I delle Due Sicilie e della regina Maria Isabella di Borbone-Spagna. Dal 1860 al 1870 visse a Roma; lasciò la città eterna dopo la sua capitolazione. Morì all’età di sessantasette anni in Svizzera. È sepolta nel cimitero di Père-Lachaise a Parigi. Fotografia CDV. Fotografo: Fotografo: Sconosciuto.
Onorificenze
Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa

Arc. 1649: Maria Amalia di Borbone-Napoli (Caserta, 26 aprile 1782 – Esher, 24 marzo 1866). Maria Amalia nacque il 26 aprile 1782 alla reggia di Caserta, vicino a Napoli. Era la settima dei nove figli di Ferdinando I delle Due Sicilie e di Maria Carolina d’Austria. Come giovane principessa italiana, venne educata nella tradizione cattolica che restò sempre nel suo cuore. Maria Carolina, come sua madre, Maria Teresa, fece sforzi per far parte della vita di sua figlia, anche se quest’ultima era accudita quotidianamente da una governante, Vincenza Rizzi. Quando lei era ancora bambina, la madre di Maria Amalia e sua zia, Maria Antonietta, si accordarono per il matrimonio tra lei e il figlio di Maria Antonietta, Luigi Giuseppe, Delfino di Francia, il futuro re di Francia, che avrebbe fatto di lei la regina di Francia, ma le loro speranze svanirono nel 1789. Maria Amalia subì uno sconvolgimento fin dalla tenera età. La morte di sua zia Maria Antonietta durante la Rivoluzione francese e le successive azioni drammatiche della madre scombussolarono la sua giovane età. Allo scoppio della Rivoluzione francese nel 1789, la corte napoletana non fu ostile a questo movimento, ma quando la monarchia francese venne abolita e Maria Antonietta e Luigi XVI furono ghigliottinati, i genitori di Maria Amelia aderirono alla Prima coalizione contro la Francia nel 1793. Sebbene una pace fosse stata stipulata con la Francia nel 1796, il conflitto ricominciò nel 1798 e la famiglia reale lasciò il Regno di Napoli e fuggì nel Regno di Sicilia, il 21 dicembre 1798, sulla HMS Vanguard, un vascello della Royal Navy protetto da due navi da guerra napoletane. Dopo l’invasione di Napoli da parte di Napoleone nel 1806, la famiglia reale rimase in Sicilia, dove, stanziati a Palermo, erano sotto la protezione delle truppe britanniche. Durante l’esilio a Palermo, Maria Amalia conobbe il suo futuro sposo, Luigi Filippo d’Orléans, anch’egli esiliato dalla Francia divisa dalle complicazioni della Rivoluzione Francese e dal potere crescente di Napoleone. Il padre di Luigi Filippo, il precedente duca d’Orléans, era stato ghigliottinato durante la Rivoluzione francese, anche se era stato un sostenitore del movimento. I due si sposarono nel 1809, tre anni dopo essersi incontrati in Italia, e Maria Amalia divenne duchessa d’Orléans. La cerimonia nuziale fu celebrata a Palermo il 25 novembre 1809. Il matrimonio era considerato controverso, perché lei era la nipote di Maria Antonietta, mentre lui era il figlio dell’uomo che aveva forse partecipato all’esecuzione di sua zia. Sua madre era scettica sull’unione per la stessa ragione, ma lei aveva acconsentito dopo che lui l’aveva convinta del fatto che era determinato a compensare la scelte sbagliate di suo padre. Andarono ad abitare a palazzo d’Orléans fino al 1814. Durante il periodo della restaurazione in Francia, prima dell’ascesa al trono di Luigi Filippo, la famiglia viveva nel Palais-Royal, che era stata la residenza del padre di Luigi Filippo, il precedente duca d’Orléans. Nonostante le preoccupazioni finanziarie della famiglia, la residenza fu restituita al suo originario splendore, il che costò alla coppia più di undici milioni e mezzo di franchi. Nel 1830, a seguito di quella che è conosciuta come Rivoluzione di Luglio, Luigi Filippo diventò re dei francesi, con Maria Amalia come sua consorte. Maria Amalia non giocò un ruolo attivo nelle questioni politiche, anzi fece di tutto per allontanarsi da esse. Dopo che suo marito abdicò a seguito degli eventi della Rivoluzione del 1848, la famiglia reale fuggì in Inghilterra, ove Luigi Filippo morì due anni dopo. Rimasta vedova, Maria Amalia continuò a vivere in Inghilterra, dove frequentava la Messa quotidiana ed era ben nota alla regina Vittoria. Morì il 24 marzo 1866. Venne sepolta, secondo le sue ultime volontà, con il vestito che aveva conservato dal 1848 quando, con il marito, aveva lasciato la Francia. Fotografia CDV. Fotografo: Mason & Co. – London.

Arc. 1559: S. A. R. Carlo Ferdinando di Borbone-Due Sicilie, principe di Capua ( Palermo 10 Ottobre 1811 – Torino 22 Aprile 1862 ). Era il secondo fra i figli maschi di re Francesco I delle Due Sicilie e della sua seconda moglie Maria Isabella di Borbone-Spagna. Carlo Ferdinando era fratellasto di Carolina, Duchessa di Berry e fratello di Luisa Carlotta, Duchessa di Cadice, Maria Cristina, Regina di Spagna, Ferdinando II delle Due Sicilie, Leopoldo, Conte di Siracusa, Antonio, Conte di Lecce, Infanta Maria Amalia di Spagna e Portogallo, Maria Carolina, Contessa di Montemolin, Teresa Cristina, Imperatrice del Brasile, Francesco, Conte di Trapani. Il 12 maggio 1836 il fratello di Carlo Ferdinando, re Ferdinando II emise un decreto che confermava la decisione del 1829 del loro defunto padre re Francesco I delle Due Sicilie che i membri del sangue reale del Regno, indipendentemente dalla loro età, erano tenuti ad ottenere il consenso del sovrano per sposarsi e che i matrimoni fatti senza tale consenso dovevano essere considerati nulli. Si dice che Carlo Ferdinando sposò morganaticamente Penelope Smyth, figlia di Grice Smyth, il 5 aprile 1836 a Gretna Green, Scozia, Regno Unito. Tuttavia, Carlo Ferdinando fece richiesta di una speciale licenza di matrimonio all’arcivescovo di Canterbury, al fine di sposarsi (o ri-sposarsi) con Miss Smyth alla Chiesa di St. George, in Hanover Square. Nell’ordinanza del tribunale furono descritti come uno scapolo e una zitella. Il Ministro plenipotenziario inviato del re, il conte de Ludolf, contestò la concessione della licenza e una udienza si svolse presso la Corte di Facoltà il 4 maggio 1836. Il Master della Facoltà, il dottor John Nicholl, rifiutò di concedere la licenza per il fatto che la successione al trono avrebbe potuto essere interessata dal mancato riconoscimento del matrimonio a Napoli. Le pubblicazioni di matrimonio vennero lette per l’ultima volta nella chiesa di St. George, in Hanover Square, l’8 maggio 1836. Dopo essere stato cacciato dal regno borbonico si riparò a Malta. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris. 1860 ca.
Onorificenze
Cavaliere dell’Insigne e reale ordine di San Gennaro
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito Onorificenze straniere
Cavaliere dell’Insigne Ordine del Toson d’oro (ramo spagnolo) 1826
Cavaliere dell’Ordine dello Spirito Santo (Regno di Francia) 1826 (927°)
Cavaliere di Gran Croce con collare del Reale e Distino Ordine Spagnolo di Carlo III (Spagna) 18 giugno 1815

Arc. 2143: S.M. Maria Cristina di Borbone – Sicilia (Palermo, 27 aprile 1806 – Le Havre, 22 agosto 1878). Figlia di Francesco I delle Due Sicilie e della sua seconda moglie Maria Isabella di Borbone-Spagna, discendeva anche dagli Asburgo d’Austria poiché sua nonna era la regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena. Maria Cristina sposò Ferdinando VII di Spagna l’11 dicembre del 1829, a Madrid. Ferdinando era suo zio sia per nascita che per matrimonio, infatti Ferdinando era il fratello maggiore di sua madre, entrambi figli di Carlo IV di Spagna e della principessa Maria Luisa di Parma. Inoltre la prima moglie di Ferdinando, Maria Antonia di Borbone-Due Sicilie (1784 – 1806) era stata la sorella del padre di Maria Cristina, Francesco I. Dopo la morte di Maria Antonia, Ferdinando sposò Isabella del Portogallo (1787 – 1819) e, rimasto di nuovo vedovo, sposò Maria Giuseppa Amalia di Sassonia (1803 – 1829), senza ottenere discendenza (una figlia di Isabella, l’infanta doña María Luísa Isabel era morta il 9 gennaio 1818 a soli quattro mesi dalla nascita). Quando anche Giuseppa morì, il 27 maggio 1829, Ferdinando, temendo di restare senza eredi per la sua corona, si sposò per la quarta volta solo sette mesi più tardi. La nuova regina, Maria Cristina, in breve tempo diede alla luce due figlie, Isabella (la futura Isabella II di Spagna, 1830–1904) e l’infanta doña María Luísa Fernanda (1832-1897). Alla morte di Ferdinando, avvenuta il 29 settembre 1833, Maria Cristina divenne reggente per la figlia Isabella. Ma il diritto al trono di Isabella fu contestato dallo zio Carlo, che sosteneva che suo fratello Ferdinando, emanando la Prammatica sanzione nel maggio del 1830, avesse illegittimamente modificato la legge di successione permettendo anche alle donne di salire al trono. Alcuni sostenitori di Carlo arrivarono al punto di accusare Maria Cristina di aver nascosto il fatto che Ferdinando aveva effettivamente passato la corona al fratello e di aver scritto il nome del marito morto nel decreto che riconosceva Isabella come erede. Il tentativo di Carlo di prendere il potere portò alle guerre carliste. Nonostante il supporto della Chiesa cattolica e dei conservatori all’infante Carlo, Maria Cristina riuscì a conservare il trono alla figlia. Le guerre carliste, da disputa per la successione divennero un conflitto sul futuro della Spagna. La fazione di Maria Cristina e della figlia era favorevole ad una costituzione liberale e a politiche sociali mentre i sostenitori di Carlo (carlisti) volevano un ritorno alla società tradizionale ed alla monarchia assoluta. Infine la fedeltà dell’esercito per Isabella II decise l’esito della guerra. Il 28 dicembre 1833, poco dopo la morte di Ferdinando VII, Maria Cristina sposò segretamente un ex-sergente della guardia reale, Augustín Fernández Muñoz (1808–1873), che in seguito fu nominato Duca di Riansares e cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro. Maria Cristina e Muñoz ebbero diversi figli mentre tentavano di tenere segreto il loro matrimonio. Alla fine la notizia del matrimonio di Maria Cristina con un militare di basso rango divenne pubblica e la rese fortemente impopolare. La sua posizione fu compromessa dalla notizia del suo nuovo matrimonio e dai dubbi sul suo effettivo appoggio alle politiche dei suoi ministri liberali. Infine l’esercito, che era stato la spina dorsale dei sostenitori di Isabella II, ed i leader liberali delle Cortes generales si unirono nel chiedere la fine della reggenza di Maria Cristina. Nel 1840, finita la guerra civile, il comandante dell’esercito, il generale Baldomero Espartero, conte di Luchana, divenne reggente in sua vece. Il nuovo governo pretese che la ex-reggente lasciasse la Spagna; dopo un infruttuoso tentativo di tornare al potere, Maria Cristina andò definitivamente in esilio in Francia, ove risiedette prevalentemente per il resto della sua vita, mentre la figlia nel 1843, a 13 anni fu proclamata maggiorenne. Il 30 settembre 1868 una rivoluzione scacciò dal trono la figlia Isabella II che raggiunse la madre in esilio in Francia. Il 25 giugno 1870 Isabella II rinunciò al trono in favore del figlio Alfonso XII i cui sostenitori pretesero che sia la madre sia la nonna fossero escluse dagli sforzi di restaurare la monarchia. Quando Alfonso XII riconquistò la corona spagnola il 29 dicembre 1874, a Maria Cristina e ad Isabella II fu permesso di tornare solo provvisoriamente, e non influenzarono più il governo spagnolo. Il matrimonio con Muñoz e le vicende della turbolenta reggenza di Maria Cristina crearono una frattura permanente tra lei e la sua discendenza reale spagnola. Né Isabella II né Alfonso XII avevano interesse alle relazioni con la ex regina reggente. Maria Cristina morì a Le Havre in Francia il 22 agosto 1878. In quanto vedova di Ferdinando VII e madre di Isabella II, Maria Cristina fu sepolta nella cripta reale del Monastero dell’Escorial. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 1865 ca.
Onorificenze
Onorificenze spagnole
Onorificenze straniere

Arc. : S.M. Maria Cristina di Borbone – Sicilia Regina di Spagna e sorella di Re Ferdinando II ( Palermo 27 Aprile 1806 – Le Havre 22 Agosto 1878 ). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 1865 ca.

Arc. 1855: Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone (Caserta, 5 novembre 1798 – Castello di Brunnsee, 16 aprile 1870). Era figlia di Francesco I, re delle Due Sicilie (1777-1830), e dell’arciduchessa Maria Clementina d’Asburgo-Lorena (1777-1801), figlia, a sua volta, dell’imperatore Leopoldo II d’Asburgo-Lorena. Dopo aver trascorso la sua infanzia e adolescenza a Palermo e a Napoli, Carolina andò in Francia per sposare Carlo Ferdinando d’Artois, duca di Berry, figlio minore del conte d’Artois, futuro Carlo X e fratello del re Luigi XVIII. Nonostante il suo sposo avesse vent’anni in più di lei e il loro matrimonio fosse stato combinato, essi sembravano aver formato una coppia molto unita. Il palazzo dell’Eliseo fu sistemato per loro. Dopo l’assassinio di suo marito, la duchessa di Berry si trasferì alle Tuileries. Carolina aveva un temperamento completamente opposto a quello di sua cognata, la duchessa d’Angoulême: era poco attaccata all’etichetta, amava invitare gente, ed era molto sensibile alla moda. La duchessa di Berry era una grande mecenate, che incoraggiava i pittori, i musicisti e i letterati. Dopo una rappresentazione a corte dei commedianti del teatro del Gymnase, ella ne prese il patrocinio e il teatro divenne famoso da quel momento, con il nome di «teatro di Madame» fino al 1830. Carolina amava allontanarsi spesso dalla capitale, ed ebbe un ruolo non trascurabile nella voga dei bagni a mare, soprattutto a Boulogne-sur-Mer e a Dieppe, praticando volentieri questi passatempi durante le belle stagioni. Fu proprio lei a inaugurare una sezione del canale della Somme. Dopo la Rivoluzione di Luglio, seguì Carlo X e la corte in esilio, cercando nel contempo di farsi proclamare reggente di suo figlio, il conte di Chambord, altrimenti noto come Enrico V. Ritornò clandestinamente in Francia nel 1832 e tentò di rilanciare le guerre di Vandea. La sollevazione si rivelò assai debole, e l’operazione fallì rapidamente. La duchessa cercò rifugio in una casa a Nantes ma, tradita da un certo Deutz, dopo aver tentato invano di fuggire attraverso il camino, fu arrestata dalla polizia del ministro degli Interni Thiers. Si aprì, allora, un assai delicato scandalo: Carolina era stata coinvolta nel malaccorto tentativo di sollevazione come vedova del figlio di Carlo X (assassinato il 13 febbraio 1820 e martire della casa reale) e madre dell’erede al trono, loro figlio il conte di Chambord. Ma, nel corso della prigionia nella fortezza di Blaye, le nacque una figlia, Anna Maria (presto morta), evidentemente non dal defunto marito. In tale occasione la duchessa fu costretta ad ammettere un segreto matrimonio con il duca Ettore Lucchesi Palli (1896-1864), un nobile siciliano. I due fatti fecero molto rumore e vennero sfruttati con grande efficacia polemica dal governo di Luigi Filippo (che aveva fatto assistere al parto dei testimoni scelti dal maresciallo Bugeaud). Arrestata, le fu permesso di lasciare la Francia l’8 giugno 1833 per Palermo. Da lì, si mise in viaggio per Praga, ma Carlo X rifiutava di accoglierla se non a condizioni determinate. La questione, infatti, era molto delicata in quanto la duchessa aveva agito come vedova del figlio di Carlo X e madre dell’erede al trono. Carlo X, dunque, pretendeva la prova della esistenza di un regolare atto di matrimonio con il duca Ettore Lucchesi Palli e affidò la delicata missione a Montbel, già ministro degli interni, insieme a Ferron, già ministro degli esteri nel 1827-29. Questi intercettarono Carolina a Firenze, in settembre, e ottennero la consegna del contratto (sino ad allora conservato in Vaticano). Dopodiché la protagonista dello scandalo incontrò un secondo messaggero, Chateaubriand (anch’egli ex-ministro) a Venezia il 18 settembre e il 20 seppe che l’udienza era stata rifiutata. Sinché non venne ammessa alla presenza del suocero, dal 13 al 18 ottobre, a Lubiana. Qui si vide allontanata dalla famiglia reale, che le rifiutò la direzione dell’educazione del figlio. Questo perché in realtà, come è risultato chiaramente anche da studi recenti, il padre della bimba partorita in prigionia, era un capo della rivolta e non il duca Lucchesi Palli, che acconsentì al matrimonio per coprire lo scandalo e perché voleva bene alla principessa. La duchessa di Berry venne quindi accolta in Belgio. Si trasferì in seguito in Austria, dove visse fino alla morte, avvenuta a Brunnsee nel 1870. Fotografia CDV. Fotografo: G. Le Grey & C.ie – Paris.
Onorificenze
Dama di Gran Croce di Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta
Dama dell’Ordine della regina Maria Luisa

Arc. 1738: Maria Carolina Ferdinanda di Borbone-Due Sicilie (Napoli, 29 novembre 1820 – Trieste, 14 gennaio 1861). Maria Carolina era una delle figlie di Francesco I delle Due Sicilie, e della sua seconda moglie, Maria Isabella di Spagna. Attraverso suo padre Maria Carolina era la nipote di Ferdinando I delle Due Sicilie e di Maria Carolina d’Asburgo-Lorena e attraverso sua madre era nipote di Carlo IV di Spagna e di Maria Luisa di Borbone-Parma. Da entrambi i genitori, era discendente di Carlo III di Spagna. Dopo i matrimoni delle sue sorelle, Maria Cristina con Ferdinando VII di Spagna e Maria Amalia con Sebastiano di Borbone-Spagna, Maria Carolina conobbe l’Infante Carlo, conte di Montemolin, figlio maggiore dell’Infante Carlo, Conte di Molina e di sua moglie l’Infanta Maria Francesca di Portogallo. Dopo la morte di Ferdinando VII, nel 1833, l’infante Carlo Maria Isidro di Borbone-Spagna e la sua famiglia dovette partire per l’esilio. Le nozze tra Maria Carolina e Carlo Luigi vennero celebrate il 10 luglio 1850 al Palazzo Reale di Caserta. La coppia non ebbe figli e visse al lato della princessa de Beira, leader del partito carlista. Maria Carolina e il marito morirono di tifo a poche ore l’uno dall’altro il 14 gennaio 1861 a Trieste. Maria Carolina aveva contratto la malattia dagli infermieri del marito. La coppia morì senza eredi. Maria Carolina e Carlo furono sepolti nella Cattedrale di San Giusto a Trieste. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & Cie. – Paris.
Onorificenze
Dama dell’Ordine della regina Maria Luisa 30 marzo 1830

Arc. 3036: Carlo Luigi di Borbone-Spagna, Conte di Montemolin (Madrid, 31 gennaio 1818 – Trieste, 13 gennaio 1861). Carlo Luigi nacque nel Palazzo reale di Madrid e venne battezzato lo stesso giorno. Era il primogenito maschio del pretendente carlista Carlo Maria Isidoro di Borbone-Spagna, e della sua prima moglie, Maria Francesca di Braganza. Passò l’infanzia e l’adolescenza in esilio in Portogallo e in Inghilterra. Durante la prima guerra carlista, accompagnò il padre sul fronte settentrionale; alla fine della guerra, si stabilirono entrambi in Francia. Divenne il pretendente al trono carlista dopo l’abdicazione di suo padre il 18 maggio 1845, che cercò con questa misura di facilitare il matrimonio tra Carlo Luigi e Isabella II, che non avvenne (Isabella II sposò Francesco d’Assisi di Borbone-Spagna nel 1846), tra l’altre cose, a causa della sua stessa posizione intransigente, poiché si oppose all’idea di Balmes di essere semplicemente il re consorte, sostenendo che l’unione dinastica dovrebbe essere come quella dei Re Cattolici, con pari diritti. Alla fine del 1846 Carlo Luigi pubblicò un manifesto in cui invocava la lotta armata. Ad aprile tentò di entrare in Spagna, ma fu fermato al confine francese e tornò a Londra. Il 10 luglio 1850 Carlo Luigi sposò Maria Carolina delle Due Sicilie, quinta figlia di Francesco I delle Due Sicilie e di Maria Isabella di Borbone-Spagna; non ebbero figli. Il ministro plenipotenziario degli Stati Uniti a Madrid, attraverso Antonio de Arjona e José María de Areizaga, indicò a Carlo Luigi che il suo governo gli avrebbe fornito tutto il denaro necessario per raggiungere il trono, in cambio dell’indipendenza di Cuba. Il conte di Montemolín rispose che preferiva vivere sempre in esilio piuttosto che minacciare l’integrità della Spagna. Nel 1855 mantenne contatti con Francesco d’Assisi di Borbone-Spagna per giungere a una riconciliazione tra i due rami borbonici, ma fallì e, a maggio, si verificò una nuova insurrezione carlista in Spagna, che non ebbe conseguenze. Nel marzo 1860 si recò alle Isole Baleari per tentare un’altra insurrezione con l’appoggio del Capitano Generale delle Isole Baleari, Jaime Ortega. Il 1 aprile, entrambi, alla testa di 4000 uomini, ignari delle loro intenzioni, si diressero verso San Carlos de la Rápita. Dopo lo sbarco, marciarono ad Amposta dove avrebbero passato la notte, ma ci fu un insurrezione contro i comandanti al Creu del Coll, e i responsabili dovettero fuggire a Ulldecona. Il 21 aprile, l’esercito lo arrestò insieme al fratello Ferdinando e li portò a Tortosa, dove il 23 aprile abdicò ai suoi diritti al trono, come suo fratello. Liberati dal governo spagnolo, si recarono a Trieste, e il 15 giugno dichiararono nulle le abdicazioni fatte mentre erano detenuti, ma l’altro loro fratello, Giovanni Carlo, li ritenne validi e assunse i diritti al trono. La morte di Carlo Luigi, nel gennaio 1861 a Trieste, poco dopo quella di Ferdinando e della vedova di Carlo Luigi, Maria Carolina, lasciò Giovanni Carlo come erede della dinastia carlista, con il nome di Giovanni III. Vennero sepolti a Trieste, nella cappella di San Carlo Borromeo nella Cattedrale di San Giusto. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.
Onorificenze
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro (ramo spagnolo)
Gran Croce dell’Ordine di Carlo III
LA CORTE E I CARDINALI
I CARDINALI

Arc. 755: Cardinale Giacomo Antonelli (Sonnino, 2 aprile 1806 – Roma, 6 novembre 1876). Giacomo Antonelli nacque a Sonnino (piccolo centro, attualmente in provincia di Latina, al confine fra Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie) da agiata famiglia borghese, poi grandemente arricchitasi. Il paese rischiò di esser demolito in seguito a un editto emesso nel 1819 dal cardinal Consalvi, segretario di Stato di Pio VII, in quanto ritenuto uno dei principali covi di briganti delle province meridionali di Campagna e Marittima. Trasferitosi a Roma, l’Antonelli entrò in seminario, dove si segnalò subito per le spiccate capacità in campo economico. Egli raggiunse il rango di cardinale senza mai essere ordinato sacerdote: era infatti appena stato ordinato diacono che papa Gregorio XVI lo volle fra i suoi collaboratori: tale decisione avrebbe segnato la vita dell’Antonelli. A 22 anni egli divenne assessore presso una delle sezioni di giudizio penale della provincia di Roma e, con rapidissima carriera, fu nominato delegato a Orvieto, poi a Viterbo e, infine, a Macerata. Nel 1841 fu nominato sottosegretario agli interni, quale vice del cardinal Mattei; nel 1844 fu secondo tesoriere nelle Finanze, e l’anno successivo grande tesoriere, ossia ministro delle Finanze. In tale veste, con un’abile operazione finanziaria, riuscì a fare in modo che lo Stato Pontificio tornasse in possesso dei beni appartenenti all'”appannaggio Leuchtemberg” (fino al 1814 “appannaggio Beauharnais”: ben 2300 tenute agricole e 137 palazzi urbani). Quando Pio IX salì al soglio di Pietro, Antonelli partecipò attivamente ai tentativi di riforma liberale del nuovo Papa, sui quali esercitò peraltro un grande influsso. Papa Pio IX creò Antonelli cardinale nel concistoro del 12 giugno 1847; Antonelli entrò contemporaneamente nel primo Consiglio dei ministri, la cui formazione stessa costituiva un’apertura di Pio IX alle riforme; quando poi, nel marzo 1848, si arrivò addirittura alla formazione di un governo misto di esponenti del clero e laici, la presidenza fu affidata a Antonelli, nominato cardinale segretario di Stato, in sostituzione di Giuseppe Bofondi, di mentalità liberale, ma considerato forse non abbastanza esperto. Mentre il 14 marzo 1848 il Papa proclamava la costituzione, Antonelli assecondava le pressioni popolari, inviando 10.000 uomini al confine settentrionale dello Stato della Chiesa, affinché si unissero ai Sardi che stavano cercando di scacciare gli austriaci dal Regno Lombardo-Veneto. Dopo la capitolazione delle truppe romane il 16 giugno 1848 a Vicenza il Papa su pressione di Antonelli assicurò tuttavia che le truppe non erano state inviate per combattere gli austriaci. Da quel momento Antonelli perseguì l’avvicinamento all’Austria e il ripristino della situazione antecedente i moti del 1848 e l’inizio della Prima guerra di indipendenza italiana. Il malumore della popolazione per questa abiura della causa nazionale fu però a Roma così minaccioso che Antonelli e i suoi colleghi dovettero lasciare spazio a un nuovo ministero. Pio IX chiamò al posto di Antonelli il conte Pellegrino Rossi. Antonelli, da dietro le quinte, rimase comunque il conduttore della politica papale. Fu infatti l’Antonelli che, dopo l’assalto del popolo al palazzo del Quirinale il 25 novembre 1848, spinse il Papa a fuggire a Gaeta, dove venne premiato con la seconda nomina a cardinale segretario di Stato. Dopo la restaurazione del potere papale, il 15 luglio 1849, grazie all’intervento francese, Antonelli tornò a Roma e fu posto alla guida del neocostituito Consiglio di Stato. Egli riorganizzò l’amministrazione, perseguitò i suoi avversari politici e introdusse, in modo deciso e astuto, un regime assolutistico di polizia. Antonelli respinse gli avvertimenti delle Potenze europee e gli inviti alla moderazione e all’introduzione delle riforme rese necessarie dai tempi. Egli non fece dunque alcuna concessione ai desideri di unificazione nazionale degli italiani e contestò energicamente le annessioni dei territori dello Stato della Chiesa al Regno d’Italia. Con una serie di note scritte, egli sostenne altresì la linea ecclesiastica di Pio IX che era divenuto tanto conservatore sul piano religioso e teologico quanto su quello politico. Alcuni storici di scuola liberale, a seguito di un rifiorire di studi sulla figura di Papa Mastai e specialmente sulla base di un approfondito riesame dei carteggi del periodo storico pontificio 1850-1870, giunsero alla conclusione che Antonelli avrebbe potuto venire realisticamente a patti con la situazione e con l’evoluzione dei tempi, ma che questi non avesse scientemente voluto, in coerenza con la frase, attribuita a tale prelato (e riferita al tramonto effettivo e inesorabile dell’autorità politica dello Stato della Chiesa), per cui l’Antonelli soleva spesso dire: “Dacché dobbiamo finire, meglio è scomparire quali siamo, con i grandi ideali e con tutte le forme della nostra passata grandezza”. Quando Antonelli morì, il 6 novembre 1876, lasciò un ingente patrimonio, per la cui successione si aprì un processo, che fece scalpore, fra una presunta figlia di Antonelli (la contessa Loreta Domenica Lambertini) e i parenti dell’Antonelli medesimo. Un nipote, il conte Pietro Antonelli, fu il protagonista della politica crispina di espansione coloniale in Africa attraverso l’alleanza con il negus Menelik, politica che si concluse con la disfatta di Adua. Fotografia CDV. Fotografo: H. Tournier – Paris.
Onorificenze
Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro (austriaco)
Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Alexander Nevsky (Impero di Russia)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria (Impero austriaco)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
Gran Croce dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
Gran Croce dell’Ordine del Cristo (Portogallo)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Corona Bavarese (Regno di Baviera)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
Senatore di Gran Croce del Sacro Imperiale Angelico Ordine Costantiniano di San Giorgio (Parma)
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie)
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico «Nomina del 22 dicembre 1851»

Arc. 684: Cardinale Giacomo Antonelli (Sonnino, 2 aprile 1806 – Roma, 6 novembre 1876). Fotografia CDV. Fotografo: Franck – Paris.

Arc. 1878: Cardinale Bartolomeo Pacca, detto il Giovane (Benevento, 25 febbraio 1817 – Grottaferrata, 14 ottobre 1880). Era figlio di Orazio Pacca e di Giulia Caracciolo di Sant’Eramo ed era pronipote del più noto cardinale omonimo. Frequentò il Collegio Clementino, poi il Collegio dei Nobili a Velletri ed infine, dal 1835 al 1838, la Pontificia Accademia Ecclesiastica. Il 6 giugno 1841 fu ordinato sacerdote dall’omonimo prozio, cardinale Pacca. Ricoprì numerose cariche presso la Curia Romana fra le quali Maestro di Camera della Corte Pontificia (1856-1868), Prefetto del Palazzo Apostolico (1868-1875) finché papa Pio IX lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 17 settembre 1875, assegnandogli la diaconia di Santa Maria in Portico Campitelli. Partecipò al conclave del 1878 che elesse papa Leone XIII. Morì il 14 ottobre 1880 all’età di 63 anni. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
FAMIGLIA PONTIFICIA

Arc. 2396: Cameriere Segreto di Cappa e Spada. Il cameriere pontificio era, nella Chiesa cattolica, un membro della ” Famiglia Pontificia ” incaricato del servizio personale diretto del papa. La carica è stata abolita nel 1968 da Paolo VI. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Petagna – Roma. 1865 ca.

Arc. 1151: Cameriere Segreto di Cappa e Spada. Fotografia CDV. Fotografo: G. Borelli – Roma. 1885 ca.

Arc. 2299: Marchese Giuseppe Pacca, Cameriere Segreto di Cappa e Spada. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

Arc. 1813: Senatore di Roma. Dal 1580 il Senatore divenne di esclusiva nomina papale con il conseguente svuotamento di gran parte delle competenze della magistratura capitolina, pur rimanendo l’atto del giuramento nelle mani dei Conservatori. La carica inizialmente di durata semestrale, divenne poi annuale, spesso prorogata od interrotta, e solo dal 1655 divenne vitalizia. La sua residenza ufficiale era il Palazzo Senatorio in Campidoglio e a lui spettava, a partire dal basso medio evo, il titolo di Magnificus Vir Dominus. Ultimo Senatore di Roma fu il marchese Francesco Cavalletti Rondinini creato nel 1865, i suoi poteri e quelli del Senato romano passarono alla nuova Giunta di Governo presieduta da Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, pochi giorni dopo l’arrivo dell’esercito italiano con la breccia di Porta Pia nel settembre del 1870, assumendo il nome di Giunta provvisoria di Governo di Roma e sua provincia. Fotografia CDV. Fotografo: G. Agostini – Roma. 1865 ca.

Arc. 1401: Bussolante in alta montura. I Bussolanti erano gli addetti all’anticamera del Papa distinti in partecipanti e soprannumerarî. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Petagna – Roma. 1865 ca.

Arc. 1401: Bussolante in piccola montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Petagna – Roma. 1865 ca.

Arc. 1400: Mazziere Pontificio. Sorto probabilmente verso il secolo XII, il collegio dei servientes armorum (detto poi dei sergentes armorum e quindi dei mazzieri pontifici) era uno dei numerosi uffici o corpi di cui si componeva la corte papale e assunse maggiore rilevanza dal secolo XVI, iniziando il suo declino nella seconda metà del XIX secolo. Fu soppresso da Paolo VI nel 1968. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: L. Suscipj – Roma. 1870 ca.

Arc. 1400: Decano di sala dell’anticamera pontificia. Il Decano di Sala dell’Anticamera pontificia è un membro laico della famiglia pontificia e responsabile dell’Appartamento pontificio. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

Arc. 2397: Decano di sala dell’anticamera pontificia. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 624: Giojelliere de Sacri Palazzi in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 1596: Domestico Pontificio. I domestici pontifici (o cubicolari) sono inservienti del Papa e membri della Famiglia Pontificia al diretto servizio del Papa. La loro denominazione, anticamente scopatori segreti, è originata dalla funzione specifica di cura e pulizia degli ambienti privati del Sommo Pontefice. Rispondono agli ordini dell’Aiutante di Camera di Sua Santità. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

Arc. 1840: Sediario pontificio in montura di gala . I Sediari e i Parafrenieri pontifici, costituirono, fin dal 1378, anche una Arciconfraternita, tra le più antiche di Roma ancora attive. L’arciconfraternita aveva una propria chiesa, quella di Sant’Anna dei Parafrenieri, attuale parrocchia del Vaticano, localizzata presso l’omonima porta di accesso alla Città del Vaticano, che da questa prende il nome. Nelle stampe antiche raffiguranti i cortei papali si vedono i Sediari trasportare a spalla il Papa sulla Sedia Gestatoria seguiti o preceduti dagli scudieri, denominati Parafrenieri pontifici, con i quali condividevano, oltre all’abito, anche i servizi. Con la soppressione delle Scuderie pontificie, Parafrenieri e Sediari furono fusi in un unico Collegio, facendo prevalere la denominazione comune di questi ultimi. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 3286: Sediario Pontificio in montura di gala. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto 1870 ca.

Arc. 3075: Sediario pontificio in montura ordinaria con mantella. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma.

Arc. 982: Sediario pontificio in montura ordinaria. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma.

Arc. 2396: Battistrada in gran montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma. 1865 ca.

Arc. 210: Cocchiere Pontificio in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma.

Arc. 1895: Cocchiere pontificio. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma. 1865 ca.

Arc. 2831: Apostolo pontificio. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 1802: Paggio del Governatore in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma. 1865 ca.

Arc. 3286: Paggio del Governatore in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Petagna – Roma. 1865 ca.
ESERCITO PONTIFICIO
GUARDIE SVIZZERE

Arc.1813: Guardie Svizzere: Comandante delle Guardie Svizzere in gran montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 3232: Guardie Svizzere: Sergente delle Guardie Svizzere in grande uniforme. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3233: Guardie Svizzere: Sergente delle Guardie Svizzere in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1666: Guardie Svizzere: Tamburino delle Guardie Svizzere. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

Arc. 3233: Guardie Svizzere: Soldato in montura di gala con spezzapicche. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1395: Guardie Svizzere: Soldato delle Guardie Svizzere. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: E. Verzaschi – Roma. 1870 ca.

Arc. 2047: Guardie Svizzere: Soldato delle Guardie Svizzere con cappotto. Fotografia CDV. Fotografo: R. Falcetti – Roma. 1870 ca.
ORDINE DELLO SPERON D’ORO O MILIZIA AURATA
LA CAVALLERIA DELLO SPERON D’ORO sorse nella prima metà del XIV secolo, come dignità equestre, ma non come Ordine cavalleresco. Chiamata anche MILIZIA AURATA, veniva conferita come dignità cavalleresca sia dai Romani pontefici che dagli imperatori. Chi aspirava ad ottenere lo Speron d’Oro doveva compiere un periodo di servizio in qualità di paggio, oppure prestare servizio militare. Al termine di tale periodo veniva armato cavaliere con una solenne cerimonia, nel corso della quale riceveva le armi, il Cingolo militare e gli speroni d’oro. Il “Cingulus”, costituiva una larga fascia di cuoio che i Cavalieri cingevano intorno alla vita per sospendervi la spada e, spesso, anche lo scudo. L’insignito non aveva alcun obbligo o vincolo, salvo, in alcuni casi, di rispondere in caso di guerra, nei riguardi di chi lo aveva investito, Sommo Pontefice o Imperatore. Per tradizione l’appartenenza alla Milizia Aurata conferiva la nobiltà personale, in alcuni casi anche la nobiltà ereditaria. La nomina a Cavaliere Aurato era un’investitura nobilitante, essendo un riconoscimento di dignità. Intorno al secolo XVI, da quanto risulta dai documenti e dagli storici, i termini di Cavaliere Aurato e di Conte Palatino erano sinonimi. Dal secolo XVI si iniziò ad unire alla dignità cavalleresca dello speron d’oro, il titolo di conte del sacro palazzo lateranense o conte palatino. Con la fine del medioevo, la Milizia Aurata decadde di prestigio, divenendo una semplice distinzione onorifica conferita molto spesso per sub collazione. Infatti nel 1367 il Sommo Pontefice Urbano V concesse al Marchese di Ferrara la facoltà di creare cavalieri dello Speron d’Oro; tale prerogativa, detta di sub collazione, venne nel tempo altresì concessa anche a collegi ed università. Anche la famiglia ducale degli Sforza di Santa Fiora, a cui successero i Cesarini Sforza, ottennero la facoltà di investire Cavalieri Aurati. Con la fine del Sacro Romano Impero, per rinuncia di Francesco II d’Asburgo (1806) cessò di esistere la Milizia Aurata di creazione imperiale, mentre quella di derivazione pontificia crebbe in splendore, sotto il pontificato di Pio VII. Infatti in tale periodo la Milizia Aurata da dignità cavalleresca iniziò il processo di trasformazione in una Istituzione cavalleresca, con i relativi Statuti e con la concessione, il 16 febbraio 1803, di una uniforme. Il Sommo Pontefice Gregorio XVI con il Breve Cum Hominum Mentes del 31 ottobre 1841 definì infine le caratteristiche e la struttura dell’Ordine della Milizia Aurata, ponendolo sotto la protezione di San Silvestro I papa. L’Ordine prese quindi la denominazione di Ordine Aurato di San Silvestro Papa o dello Speron d’Oro. Con la riforma di tutti gli Ordini equestri pontifici avvenuta nel 1905, sotto il pontificato di San Pio X, anche la Milizia Auratadi San Silvestro Papa o dello Speron d’Oro ritrovò tutto il suo prestigio ed il suo splendore. Con Bolla 7 febbraio 1905, l’ Ordine venne staccato dal titolo di San Silvestro Papa, divenendo quest’ultimo Ordine anch’esso pontificio. Sempre con la medesima Bolla, l’Ordine dello Speron d’Oro venne posto al secondo posto nella graduatoria degli Ordini cavallereschi pontifici, dopo l’Ordine Supremo del Cristo e prima dell’Ordine Piano. L’Ordine si compone di una sola classe di cavalieri, limitata al numero di cento, e di norma viene conferito solo ai Capi di Stato non cattolici ed ai capi di governo.

Arc. 2140: Ordine dello Speron d’Oro o Milizia Aurata: Cavaliere in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Danesi – Roma. 1865 ca.
Arc. 3312: Ordine dello Speron d’Oro o Milizia Aurata: Cavaliere in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
GUARDIA NOBILE PONTIFICIA

Arc. 2187: Carlo Felice Barberini Duca di Castelvecchio in montura di gala da Capitano Comandante delle Guardie Nobili Pontificie ( 1817 – 1880 ). Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

Arc. 2618: Guardia Nobile Pontificia: Tromba in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 1153: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 1153: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Al retro ” Conte Salimeni “. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 2390: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

Arc. 1780: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia CDV. Al retro ” Pandolfi Guardia Nobile del Papa, Ariccia agosto 1866 “. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1835: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia formato gabinetto 10,2 x 16,5. Fotografo: Sconosciuto. 1875 ca.
Arc. 3250: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia formato 15,5 x 10,2. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1875: Guardia Nobile Pontificia: Guardia in montura di gala con mantella. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma. 1865 ca.

Arc. 2617: Guardia Nobile Pontificia: Guardia in piccola montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 1112: Guardia Nobile Pontificia: Guardia in piccola montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: E. Verzaschi – Roma. 1865 ca.

Arc. 1154: Guardia Nobile Pontificia: Guardia in piccola montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Al retro ” Conte Leoncini “. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.
GUARDIA PALATINA

Arc. 2830: Guardia Palatina: Sergente in gran montura. Fotografia formato 11,5 x 15,2. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Arc. 2842: Guardia Palatina: Sottufficiale in gran montura. Al petto la Croce Fidei et Virtuti (Medaglia di Mentana). Fotografia CDV. Fotografo: A. Rinaldini – Roma.
ESERCITO PONTIFICIO

Arc. 406: Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (Nantes 5 settembre 1806 – Prouzel, 11 settembre 1865) generale e politico francese che servì anche nell’esercito pontificio, combattendo contro gli italiani nella battaglia di Castelfidardo e fondando gli Zuavi Pontifici. Discendente da un’antica famiglia bretone fedele ai vecchi ricordi e alle antiche virtù, compì gli studi nella sua città natale; fu ammesso al Politecnico; entrò nella scuola militare di Metz, da cui uscì come luogotenente in seconda nel Reggimento del Genio il 31 gennaio 1829. Nel 1830 fu nominato capitano degli Zuavi e nello stesso anno partecipò alla spedizione d’Algeria. Fu nominato colonnello degli zuavi nel 1837 e nel 1843 generale di divisione. A partire dal 1846 fu protagonista di una rapida ascesa politica che lo portò a diventare Ministro della guerra e vicepresidente dell’Assemblea legislativa nel 1848. Nel luglio 1849 compì una missione in qualità di ambasciatore straordinario presso lo zar di Russia. Fu arrestato il 2 dicembre 1851 in quanto oppositore del colpo di Stato di Luigi Napoleone Bonaparte. Costretto all’esilio, vi rimase per 5 anni, prevalentemente in Belgio. Nel 1860 si mise a disposizione dell’esercito pontificio con l’obiettivo di respingere l’invasione delle Marche e dell’Umbria da parte dell’esercito sabaudo, ma fu sconfitto nella famosa battaglia di Castelfidardo. Su richiesta di monsignor de Mérode organizzò comunque il corpo degli Zuavi Pontifici. La Moricière rientrò quindi in Francia per finire i suoi giorni nel suo castello di Prouzel.Per ringraziarlo dei suoi servizi, papa Pio IX fece erigere per lui un cenotafio nella cattedrale di Nantes, inaugurato nel 1879, mentre la città di Costantina gli dedicò un monumento inaugurato nel 1909, ma che sarà portato in Francia alla fine della guerra d’Algeria e posto a Saint Philibert de Grand Liue, la città di origine della sua famiglia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.
Onorificenze

Arc. 1075: Generale Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (Nantes 5 settembre 1806 – Prouzel, 11 settembre 1865). Fotografia CDV da incisione. Fotografo: E. Desmaisons – Paris. 1860 ca.

Arc. 2617: Hermann Kanzler (Weingarten, 28 marzo 1822 – Roma, 6 gennaio 1888) è stato un generale tedesco, noto per essere stato il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate dello Stato Pontificio al tempo della presa di Roma del 1870. Dal 1865 era Ministro delle Armi e Comandante supremo delle Forze Pontificie.Kanzler nacque in una cittadina nei pressi di Karlsrhue da Max Anton, un impiegato dell’amministrazione fiscale del Granducato di Baden. Più tardi la famiglia si trasferì a Bruchsal, dove il ragazzo trascorse la sua giovinezza. Cominciò il suo servizio come tenente nel corpo dei Dragoni a Karlsruhe, dopodiché, vista la sua marcata militanza cattolica, entrò nelle file dell’esercito pontificio. Nel dicembre 1843 rassegnò definitivamente le sue dimissioni dall’esercito granducale. Kanzler entrò nell’esercito del Papa nel 1845 col grado di capitano; combatté nel 1848 contro l’impero austriaco nel corso della I guerra d’indipendenza e nel 1859 fu nominato colonnello del primo reggimento dell’esercito pontificio; in seguito, l’anno successivo, fu promosso generale dall’allora comandante in capo Lamoricière, in riconoscimento delle sue audaci azioni a Pesaro ed Ancona contro l’esercito piemontese nel corso della II guerra d’indipendenza. Nell’ottobre 1865 divenne comandante supremo delle forze armate pontificie e proministro delle armi. Il 3 novembre 1867 comandò l’esercito papale a Mentana e sovrintese alla difesa di Roma nel settembre 1870. Dopo la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa, Kanzler continuò ad essere nominalmente proministro fino al 1888 e rimase ad esercitare le sue funzioni di comandante in capo delle truppe e le armi papali, anche se solo simbolicamente. Al generale fu conferito anche il titolo nobiliare di barone von Kanzler. Sposò una donna dell’antica famiglia comitale romana dei Vannutelli, che di lì a poco avrebbe dato alla Chiesa due cardinali. Fu a lungo nel consiglio del Campo Santo Teutonico e fu amico del direttore dell’ente, Anton de Waal. Il figlio di Kanzler, il barone Rudolf von Kanzler (nato il 7 maggio 1864) fu l’archeologo capo della Santa Sede e, fin dal 1896, fu membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra; considerato il “più abile conoscitore della topografia di “Roma antica”, ebbe una parte di primo piano negli scavi effettuati sotto la Basilica di San Pietro e nelle catacombe. Hermann Kanzler oggi riposa nella cappella Kanzler, presso la Rupe Caracciolo del Cimitero del Verano di Roma. La tomba che, a causa dell’estinzione della famiglia, si trovava in condizioni di totale abbandono è stata fatta ripulire, in collaborazione con il Direttore dei Cimiteri capitolini, dal “Comitato Subiaco 1867” in occasione del 150º anniversario della Battaglia di Mentana, sua principale vittoria. Il gen. Kanzler è sepolto insieme alla moglie Laura dei conti Vannutelli, al figlio Rodolfo, archeologo e musicista, con la moglie Giulia dei marchesi Vitelleschi, ed al nipote Angelo, morto nel 1916 combattendo nella prima guerra mondiale nell’esercito italiano. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.
Onorificenze
Onorificenze pontificie
Onorificenze straniere

Arc. 760: Generale Hermann Kanzler (Weingarten, 28 marzo 1822 – Roma, 6 gennaio 1888). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 550: Georges de la Vallée de Rarecourt marchese de Pimodan (Echenay, 29 gennaio 1822 – Castelfidardo, 18 settembre 1860) è stato un militare e legittimista francese a servizio dell’Impero austriaco e dello Stato Pontificio.Nato da Camille de Pimodan e da Claire Fauveau de Frénilly, compie i suoi studi al collegio dei gesuiti di Friburgo. Viene ammesso a Saint Cyr dove però, nel 1840, rifiuta di servire Luigi Filippo di Francia decidendo, nel 1847, di entrare nella Cavalleria leggera austriaca, dove diverrà sotto-tenente. A Verona dove viene inviato, viene nominato capitano e aiutante di campo del generale Josef Radetzky. Sotto gli ordini del generale Jelačić, poi, combatte la rivolta ungherese di Kossuth. Fatto prigioniero a Peterwardin, viene condannato a morte. Il 23 agosto 1849, però, con la disfatta dell’armata ungherese di Arthur Georgey riesce a salvarsi. Viene nominato colonnello ma lascia l’esercito per rientrare in Francia e sposarsi con Emma de Couronnel, figlia di un gentiluomo di Carlo X. Nell’aprile del 1860 entra nell’Esercito Pontificio per difendere lo Stato Pontificio. Raggiunge i gradi di capo-maggiore e il 3 agosto diventa generale. Partecipa alla Battaglia di Castelfidardo dove muore eroicamente gridando agonizzante ai suoi soldati Dio è con noi.Fu sepolto nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma, come lui un tempo confessò di desiderare, nel caso di una sua possibile morte. Il funerale fu celebrato la mattina del 3 ottobre nella Basilica di Santa Maria in Trastevere e il pomeriggio fu sepolto nella Chiesa di San Luigi dei Francesi. Così Roncalli descrive la funzione: “Il trasporto fu veramente dignitoso, commovente e straordinario. La bara era portata a vicenda da cannonieri e zuavi. Vi prese parte lo Stato Maggiore pontificio e francese, molta truppa di linea, cavalleria e due concerti musicali. Sulla coltre vi era il cappello, le spalline, la spada e la ghirlanda di alloro donata dal generale piemontese per onorare la memoria di tanto prode soldato. Il tutto procedette nella massima tranquillità ed ordine. Seguivano il feretro varie centinaja di devoti alla causa della S. Sede.” Pio IX, inoltre, concederà ai discendenti di de Pimodan il titolo di duchi. Fotografia CDV da incisione. Fotografo: E. Desmaisons – Paris. 1860 ca.
Onorificenze
Era, inoltre, ciambellano onorario dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria e cavaliere dell’Ordine ducale di Parma.

Arc. 550: Georges de la Vallée de Rarecourt marchese de Pimodan (Echenay, 29 gennaio 1822 – Castelfidardo, 18 settembre1860). Fotografia CDV da incisione. Fotografo: E. Desmaisons – Paris. 1860 ca.

Arc. 2571: Carlo Zucchi (Reggio nell’Emilia, 10 marzo 1777 – Reggio nell’Emilia, 19 dicembre 1863). Soldato di Napoleone (che per i suoi meriti gli conferì il titolo di barone dell’Impero) dal 1796, veterano della invasione degli Stati Pontifici, di Corfù, di Novi Ligure (terribile battaglia che, a suo dire, «costò ventisette mila vite») e la traversata del San Bernardo, del Tirolo, di Dalmazia, del Sacile e del Piave, del Tarvisio, di Raab, di Presburgo, di nuovo del Tirolo, di Wiener Neustadt, di Lützen e Bautzen e Lipsia. Capitano aiutante maggiore nel 1800, capo battaglione nel 1805, tenente colonnello nel 1807, legion d’onore e poi generale di brigata nel 1809, governatore militare a Verona, Cremona, Padova, Ispettore Generale di tutta la fanteria del Regno nel 1811 e 1812, governatore della fortezza di Mantova e comandante l’ala destra dell’esercito del Beauharnais alla battaglia del Mincio, la grande battaglia con la quale l’esercito italiano negò agli Imperiali del feldmaresciallo Bellegarde la Lombardia. Il 3 febbraio 1831 il duca di Modena, Francesco IV, fece arrestare il patriota Ciro Menotti; a Modena scoppiava l’insurrezione, mentre a Reggio Emilia si organizzava un corpo di truppe al comando del generale Carlo Zucchi, che assumeva la guida del governo provvisorio il 7 marzo. Gli 800 volontari del generale Zucchi (tra i quali si distinse Manfredo Fanti) impegnarono duramente gli austriaci: memorabile fu la battaglia delle Celle combattimento di retroguardia a Rimini (25 marzo). Essi ripiegarono poi indisturbati, insieme ai circa 6.000 uomini mobilitati nei territori ribelli, sulla fortezza di Ancona, ove la rivoluzione si spense alcuni giorni più tardi. Ad Ancona, infatti, il 28 marzo Zucchi fu costretto ad imbarcarsi per la Francia, insieme ad un centinaio di altri rivoluzionari, tentando di mettersi in salvo; ma il brigantino Isotta sul quale viaggiava venne catturato dall’allora capitano di vascello della marina austriaca Francesco Bandiera, padre dei due famosi fratelli Attilio ed Emilio, e tutti i rivoluzionari furono arrestati. Il 4 giugno 1832 una commissione militare austriaca condannò Zucchi alla pena di morte, poi commutata in venti anni di carcere duro in fortezza a seguito dell’intervento della corte francese. I fatti del 1848 lo trovano ancora prigioniero nella fortezza di Palmanova, della quale assume il comando e dalla quale respinge l’assedio imperiale con circa 1.440 combattenti tra regolari e volontari. Nell’ottobre-novembre 1848 fu l’ultimo ministro delle Armi di Pio IX da sovrano costituzionale. Trascorse gli ultimi anni di vita nella sua città natale, impegnato a scrivere le sue memorie. Massone, fu membro attivo della Loggia “Reale Augusta” di Milano, del Grande Oriente di Francia, poi passata nel 1806 al Grande Oriente d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1860 ca.
Onorificenze
STATO MAGGIORE

Arc. 56: Stato Maggiore: De Chevigne’ conte Arthur in grande uniforme da capitano di Stato Maggiore dell’esercito Pontificio (Clery-saint-Andrè (Francia), 9 dicembre 1833 – Cheverny, 30 ottobre 1869). Sottotenente di 2^ classe dello Stato Maggiore del Ducato di Modena nel 1855, passò alla caduta del Ducato come Capitano di Stato Maggiore nell’esercito Pontificio il 17 aprile 1860. Fu Aiutante di Campo del Generale Lamoriciere e Comandante delle truppe nell’Ascolano durante la campagna dell’Italia centrale del 1860 dove venne catturato. Fotografia CDV. Fotografo: E. Desmaison – Paris.

Arc. 3231: Stato Maggiore: Sottotenente di Stato Maggiore in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1326: Corpo di Stato Maggiore: Capitano in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
FANTERIA DI LINEA

Arc. 2618: Fanteria di Linea: Sergente in gran montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Petagna – Roma. 1865 ca.
CACCIATORI

Arc. G2: Cacciatori: Capitano dei Cacciatori in piccola montura. Fotografia formato 26,5 x 21,7 dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. Foto acquerellata a mano.

Arc. 3209: Cacciatori: Sottotenente dei Cacciatori in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 418: Cacciatori: Cacciatore in gran montura mod. 1865. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
CARABINIERI

Arc. 2865: Carabinieri: Carabiniere in gran montura, al petto la medaglia Pro Petri Sede. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto.
CARABINIERI ESTERI (CACCIATORI)
Arc. 3355: Carabinieri Esteri (Cacciatori): Lodovico conte De Courten in montura ordinaria da Capitano del Reggimento Carabinieri Esteri (Cacciatori). Figlio del Generale pontificio Joseph-Eugène-Antoine-Raphaël de Courten (Sierre, 2 gennaio 1809 – Firenze, 24 dicembre 1904), militò nelle file dell’esercito Pontificio e fu anche un apprezzato pittore. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
LEGIONE ROMANA

Arc. 2619: Legione Romana: Tromba Maggiore della Legione Romana (già Legione di Antibes) in gran montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1867 ca.

Arc. 2255: Legione Romana: Trombetto della Legione Romana (già legione di Antibes) in gran montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Officio di Commissioni – Roma. 1867 ca.

Arc. 3230: Legione Romana: Musicante della Legione Romana (già Legione di Antibes) in gran montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1867 ca.
DRAGONI

Arc. G3: Dragoni Pontifici: Carlo Chigi Albani della Rovere in piccola montura da Sottotenente del Reggimento Dragoni Pontifici. Fotografia incorniciata formato 25 x 17 dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2883: Dragoni Pontifici: Maresciallo d’alloggio in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3230: Dragoni Pontifici: Caporale in gran montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1867 ca.
GUIDE DI LAMORICIERE

Arc. 2284: Guide di Lamoricière: conte De Bérard in piccola montura da Sottotenente. Fotografia CDV. Fotografo: L. Suscipj – Roma. Datata 1860.

Arc. 1394: Guide di Lamoricière: Sottotenente Thibaud De Noblet De La Rochethulon conte Henri in piccola montura (Beaumont, 7 luglio 1839 – Arcachon, 16 novembre 1877). Figlio di Emmanuel Philippe Thibaut de La Rochethulon (1789 – 1871), marchese de La Rochethulon, gentiluomo di Carlo X e di Marie Régine Olivie de Durfort-Civrac de Lorge (1805 – 1876) sposò il 27 ottobre 1865 a Beaumont, nel castello di Baudiment, Yolande de Goulaine (1843 – 1923). Fu volontario nell’esercito pontificio e si arruolò nelle Guide di Lamoricière. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 2903: Guide di Lamoricière: Sottotenente in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Altobelli e Molins – Roma.

Arc. 1146: Guide di Lamoricière: Sottotenente in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Ornements d’Eglise – Arennes.
ARTIGLIERIA

Arc. 3198: Artiglieria: Tenente in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

Arc. 2619: Artiglieria: Maresciallo Capo di una batteria a cavallo in gran montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 2195: Artiglieria: Sottufficiale in montura di via con mantella. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: E. Behles – Roma. 1865 ca.
Arc. 3254: Artiglieria: Batteria di Artiglieria con Serventi in montura di via. Fotografia stereoscopica. Fotografo: Sconosciuto.
GENIO

Arc. 1112: Genio: Sergente del Genio in gran montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 2730: Genio: Milite del Genio in montura di via. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.
ZUAVI PONTIFICI

Arc. 1791: Athanase-Charles-Marie de Charette de la Contrie (Nantes, 3 settembre 1832 – Saint-Père, Ille-et- Vilaine, 9 ottobre 1911) è stato un militare francese, tenente colonnello comandante degli Zuavi Pontifici, poi comandante della legione dei Volontari dell’Ovest nella guerra franco-prussiana del 1870. Athanase-Charles-Marie de Charette de la Contrie nacque da una famiglia nobile di forti sentimenti religiosi, che poteva contare fra i suoi antenati l’eroe vandeano François-Athanase Charette de La Contrie. Verso la metà degli anni ’40 entrò all’Accademia militare di Torino, ma nel 1848 lasciò il Piemonte, non volendo servire nel suo esercito poiché in disaccordo con la politica liberale ed anticlericale che aveva intrapreso il paese. Passò allora a servire, nel 1852, il Duca di Modena, come sottotenente di un reggimento austriaco di stanza nel Ducato, ma in seguito decise di lasciare l’incarico per lo stesso motivo: non voleva servire uno stato tradendo i suoi principi e valori. Legittimista quanto il suo antenato François de Charette, quando i suoi due fratelli chiesero di servire Francesco II per difendere il Regno delle Due Sicilie, decise di mettersi al servizio di Pio IX. Si arruolò quindi, nel maggio 1860, tra i franco-belgi (poi noti come Zuavi Pontifici) e nella Battaglia di Castelfidardo mostrò la sua abilità nel combattere e il suo coraggio, venendo ferito. I successivi dieci anni li passò servendo fedelmente Pio IX, dal quale venne nominato tenente colonnello e messo al comando degli Zuavi Pontifici; come tale difese lo Stato Pontificio nel 1867 a Mentana contro Garibaldi e nel 1870 contro l’esercito di Vittorio Emanuele II. Quando però Roma cadde Charette decise di servire la Francia, nella guerra franco-prussiana, con la stessa divisa da zuavo pontificio: l’Esercito francese accettò la proposta e gli fece fondare la “Legione dei Volontari dell’Ovest”. Il loro vessillo portava le parole: “Coer de Jesus, sauvez la France!” (“Cuore di Gesù, salvate la Francia!”). Continuando a essere monarchico, non accettò l’elezione a deputato. Morì il 9 ottobre 1911 a Basse-Motte (Ille-et-Vilaine). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.
Onorificenze

Arc. 2760: Athanase-Charles-Marie de Charette de la Contrie in uniforme da Tenente Colonnello Comandante degli Zuavi Pontifici. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 182: Conte Louis de Becdeliévre in piccola montura da Tenente Colonnello comandante degli Zuavi ( Puy 17 febbraio 1826 – Bigny par Feurs 27 febbraio 1871 ). Nato a Puy, Haute-Loire, Francia il 17 febbraio 1826, entra il 7 dicembre 1848 nella Scuola Militare di Saint Cyr, dalla quale esce col grado di Sottotenente nel 1850 destinato al 32° Reggimento di Linea, allora in Italia. Trasferito al 4° Reggimento Cacciatori a piedi, prende parte alla guerra di Crimea distinguendosi nelle giornate dell’Alma e d’Inkermann ed alla presa di Sebastopoli, dove viene fatto prigioniero. Al ritorno dalla prigionia viene nominato capitano per meriti di guerra e decorato della Legione d’Onore. Dimissionario dall’esercito francese col grado di capitano il 19 settembre 1858, entra al servizio della Santa Sede come Maggiore comandante dei Tiragliatori Franco-Belgi il 1° giugno 1860. Il 18 settembre 1860 a Castelfidardo riesce, grazie all’eroismo dimostrato dai suoi soldati nell’impari lotta, a far arretrare per qualche ora il corpo d’armata piemontese che lo fronteggiava. Per il suo indomito comportamento é promosso Tenente Colonnello il 6 ottobre 1860; il 1° gennaio dell’anno seguente col medesimo grado entra a far parte degli Zuavi pontifici; il 25 gennaio successivo a Ponte Corese, al comando degli Zuavi, sventa un colpo di mano piemontese che tendeva ad uno sconfinamento in territorio pontificio. Lascia il servizio attivo il 23 marzo 1861. Muore nel castello di Bigny par Feurs, Loire, il 27 febbraio 1871. Era decorato dell’Ordine della Legione d’Onore, della medaglia di Crimea, dell’Ordine di Pio IX, della medaglia Pro Petri Sede in oro. Fotografia CDV. Fotografo: Furne Fils & H. Tournier – Paris. 1861 ca.
Onorificenze

Arc. 2397: Zuavi Pontifici: Nicolas Furey, Sottotenente in montura ordinaria. Nasce a Limerich, Irlanda. Nel maggio 1860 si reca a Roma per arruolarsi nei Crociati di San Pietro compagnia di volontari cattolici agli ordini del conte Henri de Cathelinau. Il 1° settembre 1860 si trasferisce nella nuova formazione dei Tiragliatori Franco-Belgi, comandata dal Maggiore de Becdelievre; partecipa alla battaglia di Castelfidardo dove viene gravemente ferito da una palla che gli fracassa l’arto sinistro in prossimità del ginocchio; ricoverato all’ospedale di Osimo viene amputato dal Dr. Heer. E’ nominato sottotenenteil 5 aprile 1861, si dimette il 6 luglio successivo. Era decorato della medaglia Pro Petri Sede e della croce dell’Ordine Piano. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1861 ca.
Onorificenze

Arc. 2285: Zuavi Pontifici: Alfége Du Baudiez in montura di via da Sergente (morto a Castefidardo il 19 settembre 1860). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860.

Arc. 2390: Zuavi Pontifici: Milite in montura ordinaria. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. ” Al retro ” A. Mifson mort à Rome “. 1860 ca.

Arc. 2874: Zuavi Pontifici: Milite in montura ordinaria. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma.

Arc. 2919: Zuavi Pontifici: Sottufficiali e soldati in montura ordinaria. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3234: Zuavi Pontifici: Soldati in montura ordinaria e soldato di Fanteria in piccola montura. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: H. Schwerdtfeger – Bozen. Al fondo: ” Soldati di Sua Santità Papa Pio IX feriti difendendo Roma, 20 settembre 1870″.

Arc. 3199: Zuavi Pontifici: Milite in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3132: Zuavi pontifici: Milite in piccola montura con fez. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli d’Alessandri – Roma.

Arc. 879: Zuavi Pontifici: Milite in piccola montura con Fez. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

Arc. 3232: Zuavi Pontifici: Ritratti di militari pontifici caduti a Mentana, disposti a croce. In alto la tiara pontificia e chiavi decussate. In basso la data 1867. I militari effigiati sono tutti del corpo degli Zuavi ad eccezione del Tenente De Quatrebarbes appartenente all’Artiglieria (al centro). Fotografia CDV. Fotografo: E. Verzaschi – Roma.

Arc. 3241: Zuavi Pontifici: Fanfara degli Zuavi pontifici. Fotografia formato 7,5 x 4,1. Fotografo: Sconosciuto.
GENDARMERIA PONTIFICIA

Arc. 1801: Gendarmeria Pontificia: Gendarme in montura di gala. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 3271: Volontari Pontifici della Riserva: Soldato in gran montura. Il Corpo dei Volontari Pontifici della Riserva venne costituito con decreto 11 febbraio 1869 su tre compagnie. A causa della scarsa abilità nel tiro e dell’aspetto non precisamente marziale vennero soprannominati “Caccialepri”. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1869 ca.

Arc. 3271: Squadriglieri: Squadrigliere dell’Esercito Pontificio in montura di via. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma. Per affiancare la Gendarmeria e l’esercito nella repressione del brigantaggio, specie lungo la frontiera meridionale, vennero arruolati nel 1866, nelle provincie di Frosinone e Velletri, 250 Squadriglieri, divisi in dieci distaccamenti su base territoriale. Per le loro particolari calzature erano detti “Zampitti”. Al retro “Squadrigliere Zampitto”. 1866 ca.

Arc. 3272: Sedentari Pontifici: Sergente Giampaoli in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1870.

Arc. G: Esercito Pontificio: Zuavi in montura di via alle manovre ai Campi di Annibale presso Rocca di Papa. Fotografia formato 16 x 21,5. Fotografo: Sconosciuto. 1868.
Arc. 2066: Esercito Pontificio: quartier generale del campo alle manovre ai campi di Annibale presso di Rocca di Papa. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868.
Arc. 1651: Esercito Pontificio: Benedizione delle truppe in piazza San Pietro. Fotografia stereoscopica. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.
Arc. 3257: Esercito Pontificio: Deposito di carriaggi dell’esercito pontificio a Roma. Fotografia Stereoscopica. Fotografo: G. Sommer – Napoli.
Arc. 3258: Esercito Pontificio: Zuavi pontifici e soldati francesi del Corpo di Spedizione a Roma in piazza San Pietro. Fotografia stereoscopica. Fotografo: Sconosciuto.
Arc. 3272: Esercito Pontificio: Zuavi e soldati di Fanteria all’interno del Colosseo. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.
Arc. 2480: Corpo di spedizione francese a Roma: Militi di fanteria in piccola montura in libera uscita davanti al Tempio di Vesta. Fotografia stereoscopica. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.










