CASA REGNANTE BORBONE – DUE SICILIE

FAMIGLIA REALE BORBONE – SICILIA

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Arc. 2014: Fotomontaggio della Famiglia Reale. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 443: Ferdinando Carlo Maria di Borbone (Palermo, 12 gennaio 1810 – Caserta, 22 maggio 1859), chiamato anche Re Bomba, è stato re del Regno delle Due Sicilie dall’8 novembre 1830 al 22 maggio 1859. Succedette al padre Francesco I in giovanissima età, e fu autore di un radicale processo di risanamento delle finanze del Regno. Sotto il suo dominio, il Regno delle Due Sicilie conobbe una serie di riforme burocratiche e innovazioni in campo tecnologico, come la costruzione della Ferrovia Napoli-Portici, la prima in Italia, e di impianti industriali avanzati, quali le Officine di Pietrarsa. Diede inoltre un grande impulso alla creazione di una Marina Militare e mercantile, attraverso le quali aumentò il livello degli scambi con l’estero. A causa però del suo temperamento conservatore e del perdurante contrasto con la borghesia liberale, che culminò nei moti rivoluzionari del 1848, il suo regno, dopo un breve esperimento costituzionale, fu segnato fino al termine della sua carica da una progressiva stretta in senso assolutista, che lo portò ad accentrare fortemente su di sé il peso dello Stato, oltre ad attuare una politica economica parsimoniosa e paternalista che lasciò il reame, negli ultimi anni, in una fase statica. Alla sua morte, il Regno delle Due Sicilie passò al figlio Francesco II, che lo avrebbe perso in seguito alla Spedizione dei Mille e l’intervento piemontese. Fotografia CDV. Fotografo: A. Hautmann & C. – Firenze. 1860 ca.

Onorificenze

Onorificenze delle Due Sicilie

Gran Maestro e Cavaliere dell'Insigne e Reale Ordine di San Gennaro - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro e Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro
   
Gran Maestro del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito
   
Gran Maestro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio
   
Gran Maestro del Reale e Militare Ordine di San Giorgio della Riunione - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro del Reale e Militare Ordine di San Giorgio della Riunione
   
Gran Maestro del Reale Ordine di Francesco I - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro del Reale Ordine di Francesco I
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (Regno di Spagna)
     1821 
Cavaliere dell'Ordine dello Spirito Santo (Regno di Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dello Spirito Santo (Regno di Francia)
     1821
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria
   
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma)
     21 febbraio 1851
Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Regno di Danimarca) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Regno di Danimarca)
     4 agosto 1829
Cavaliere dell'Ordine supremo della Santissima Annunziata (Regno di Sardegna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine supremo della Santissima Annunziata (Regno di Sardegna)
     1829
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
   

 

Arc. 2927: Maria Teresa Isabella d’Asburgo – Teschen (Vienna, 31 luglio 1816 – Albano Laziale, 8 agosto 1867). Maria Teresa Isabella era la primogenita dell’arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen, figlio di Leopoldo II d’Austria, e di Enrichetta di Nassau-Weilburg. Fu data in sposa a Ferdinando II di Borbone re delle Due Sicilie, vedovo di Maria Cristina di Savoia e padre del piccolo Francesco, che sarebbe succeduto al padre. Il matrimonio venne celebrato il 9 gennaio 1837. Minuta, vestita semplicemente, Maria Teresa non sembrava appartenere alla classe nobile e non sopportava la vita di corte. Preferiva svolgere una vita chiusa nei suoi appartamenti, dedicandosi solo al cucito e ai numerosi figli. Non disdegnava però il potere e cercava di influenzare il marito, suggerendogli di agire sempre severamente. Quando non poteva assistere ai colloqui ufficiali o voleva conoscere ciò che accadeva nel palazzo, non esitava a spiare dalla fessura delle porte. Malgrado il comportamento poco ortodosso per una regina, il matrimonio tra Maria Teresa e Ferdinando si rivelò felice e sereno. I rapporti tra il figlio Francesco e la matrigna erano formalmente buoni. Francesco assumeva un comportamento di rispettosa soggezione nei confronti di Maria Teresa, la quale ricambiava dichiarando a tutti che lo considerava come fosse figlio suo. Quando Maria Sofia di Baviera arrivò a Napoli, sposa di Francesco, Ferdinando era già molto malato. Maria Teresa Isabella viveva nella stanza del marito, che si ostinava a continuare il suo lavoro di governo, assistendolo in tutto di giorno e vegliando su di lui la notte. Al termine della vita di Ferdinando, Francesco II e Maria Sofia Wittelsbach divennero i nuovi sovrani del Regno delle Due Sicilie, ma Maria Teresa Isabella era intenzionata a mantenere il suo posto di prioritario consigliere personale del Re. Ciò le riuscì senza alcuna fatica in quanto, ancor più del padre, Francesco era completamente sottomesso alla volontà della matrigna, diretta alla creazione di un regime di stato autoritario e severo. Molti storici la ritengono in parte responsabile del malcontento dei liberali che poi avrebbero accolto come liberatore Giuseppe Garibaldi. L’indomabile, decisa e intelligente Maria Sofia, invece, era l’opposto del marito e non si sarebbe sottomessa ad alcun ordine della suocera. Francesco ben presto si ritrovò quindi tra l’incudine e il martello, dando ascolto a volte alla moglie e a volte alla matrigna, senza riuscire però a soddisfare nessuna delle due. Di idee libere e favorevole alla Costituzione, Maria Sofia, oltre ad avere quindi idee opposte a quelle della suocera, era forse l’unica che a corte riusciva a intravedere i reali desideri di Maria Teresa, ossia far deporre Francesco II per metter sul trono il suo primogenito. In effetti Maria Teresa, coinvolgendo generali, dignitari di corte e molti religiosi, organizzò un complotto che venne però scoperto. Nonostante la moglie gli mettesse davanti le prove della colpevolezza della matrigna, Francesco non se la sentì di accusarla. Maria Teresa, dal canto suo, pianse ai piedi del re, giurando di essere estranea ad ogni fatto. Nonostante ogni feroce e ferma opposizione di Maria Teresa Isabella verso l’emanazione di una costituzione, quando i tumulti di Napoli iniziarono a farsi preoccupanti, l’indeciso Francesco II ascoltò i consigli della moglie. Ormai però era troppo tardi: la situazione aveva raggiunto un punto di non ritorno. La prima a scappare da una Napoli in rivolta fu Maria Teresa Isabella, insieme ai suoi figli. La seguirono a Gaeta i suoi consiglieri e ministri, tanto che nella cittadina si formò una seconda corte reale, che continuò a tramare per la deposizione del Re. Quando anche a Gaeta la situazione divenne critica, con le prime cannonate, Maria Teresa Isabella fu anche questa volta la prima a fuggire con i figli più piccoli. La Regina Madre venne ospitata a Roma nel palazzo del Quirinale, messo a sua disposizione da Pio IX per ripagare l’ospitalità dei Reali Borboni al tempo della Fuga nel ’49. Quando, dopo la capitolazione di Gaeta, Francesco II e Maria Sofia la raggiunsero, si formarono due piccole corti differenti che vivevano parallelamente nello stesso palazzo. Nell’estate del 1867 scoppiò a Roma una violenta epidemia di colera. Maria Teresa si trasferì in una villa presso Ariccia ma la malattia riuscì comunque a colpire a morte il piccolo Gennaro che contagiò anche la madre, rimasta amorevolmente accanto al suo bambino fino all’ultimo. La Regina venne coraggiosamente assistita da Francesco, mentre gli altri suoi figli erano scappati per paura del contagio. Ella rifiutò in un primo momento le cure del dottor Manfrè perché di politica liberale. Solo quando entrò in agonia, preda di forti dolori, Maria Teresa volle essere curata, ma ormai era troppo tardi. Nel suo testamento Maria Teresa lasciava tutti i suoi (relativamente pochi rimasti) beni soltanto ai suoi figli, senza contare Francesco o quelle poche persone che l’avevano servita per tutta la vita. Nonostante ciò, il deposto sovrano pianse molto la morte della sua matrigna. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 

Onorificenze

Dama dell'Ordine della Croce Stellata - nastrino per uniforme ordinaria   Dama dell’Ordine della Croce Stellata
 
Dama dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria   Dama dell’Ordine della regina Maria Luisa
                    15 giugno 1844
 

Altre Distinzioni

  • Protettrice della Real Arciconfraternita e Monte di San Giuseppe dell’Opera di Vestire i Nudi in quanto Regina consorte delle Due Sicilie, Napoli (Italia).

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Arc. 986: S.M. Francesco II di Borbone ( Napoli 16 Gennaio 1836 – Arco 27 Dicembre 1894 ).  Francesco II era figlio di Ferdinando II e della prima moglie Maria Cristina di Savoia, a sua volta figlia di Vittorio Emanuele I. Di carattere timido e bonario, fu educato dai padri scolopi secondo rigidi precetti morali e religiosi, in particolare dal cappellano di corte Nicola Borelli. Sposò nel 1859 la duchessa Maria Sofia di Baviera, sorella dell’imperatrice Elisabetta d’Austria e cugina del re Ludovico II di Baviera, di lui più giovane di cinque anni, che aveva un temperamento del tutto opposto al suo. Francesco ebbe una sola figlia, Maria Cristina Pia di Borbone-Due Sicilie, morta a soli tre mesi d’età. Salito al trono alla morte del padre il 22 maggio 1859, ne seguì inizialmente l’indirizzo politico. Circondato dagli zii, poco rispettosi della sua autorità, trovò nella famiglia della matrigna non aiuto, bensì ostacoli, che resero più che mai difficile l’esercizio del potere. Il suo carattere fatalista e pio spinse la 18enne regina Maria Sofia di Baviera a tentare di prendere la direzione degli affari del regno, entrando così in aperto contrasto con la matrigna del re, la regina madre Maria Teresa. A questo riguardo si era pensato ad un complotto contro Francesco II e la giovane consorte, da parte della vedova di Ferdinando II, la precedente regina Maria Teresa, che mal si rassegnava alla perdita del potere. Si pensò allora ad una congiura con l’aiuto della “camarilla” per sostituire Francesco II con il Conte di Trani, secondogenito della regina madre austriaca, ma le supposte prove raccolte dal Filangieri vennero gettate nelle fiamme del camino dallo stesso Francesco II, che pronunciò le parole “È la moglie di mio padre”. In politica interna Francesco II di Borbone, pur regnando per poco più di un anno come sovrano sul trono di Napoli, ebbe tempo di varare varie riforme: concesse più autonomie ai comuni, emanò amnistie, nominò commissioni aventi lo scopo di migliorare le condizioni dei carcerati nei luoghi di detenzione, dimezzò l’imposta sul macinato, ridusse le tasse doganali, fece aprire le borse di cambio a Reggio Calabria e Chieti. Inoltre, siccome era in corso una carestia, dette ordini per l’acquisto di grano all’estero per rivenderlo sottocosto alla popolazione e per donarlo alle persone più indigenti. Francesco II si propose di far ripartire i progetti di ampliamento della rete ferroviaria; tali progetti, poi, furono realizzati e ampliati dopo il 1860. In politica estera, ebbe un iniziale allineamento sulle posizioni conservatrici dell’Austria. Nel 1859 approvò con proprio atto la ricostituzione dell’Ordine Militare di Santa Brigida, di cui era devotissimo. Le costituzioni furono accolte in Capua dal cardinale Giuseppe Cosenza e fu eletto Gran Maestro, con carica ereditaria, il conte Vincenzo Abbate senior. Fin dai tempi in cui regnò suo padre Ferdinando II, Francesco II diverse volte soleva dire che il suo regno era protetto dall’acqua salata e dall’acqua santa, ovvero dal mare e dallo Stato Pontificio; in realtà fu proprio dal mare che giunse Garibaldi e dalle terre del Papa stavano giungendo le truppe sabaude guidate da Vittorio Emanuele II in persona. I Borbone erano stati informati fin dall’inizio della partenza delle navi garibaldine dallo stesso ambasciatore borbonico nel regno di Sardegna. Però, pur disponendo di una flotta di 14 navi militari che incrociavano lungo le coste del Regno, la marina non riuscì a intercettarli se non quando sbarcarono a Marsala. La spedizione dei Mille impressionò i contemporanei per la rapidità delle prime conquiste e per la disparità almeno iniziale di forze in campo. Il 15 maggio 1860 nella battaglia di Calatafimi ben 3.000 soldati borbonici, di fronte ai mille garibaldini e 500 picciotti siciliani si ritirarono dopo un primo scontro, eseguendo l’ordine dell’anziano generale Landi. In conseguenza dello sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia e della sua rapida avanzata fece alcune concessioni liberali, in ciò consigliato dal suo primo ministro Carlo Filangieri, richiamando in vigore lo Statuto costituzionale (già concesso da Ferdinando II brevemente nel 1848) con atto sovrano del 25 giugno 1860. Al precipitare degli avvenimenti cercò, come ultima speranza, un’alleanza col cugino Vittorio Emanuele II di Savoia (giugno-luglio 1860), che la rifiutò, anche se il sovrano borbonico aveva in precedenza ricevuto offerte da parte di Cavour per un’Italia federale, offerte da lui rigettate. Intanto, Cavour dava ordine al generale Cialdini di partire alla volta di Napoli con l’esercito piemontese per impossessarsi del Regno delle Due Sicilie e ordinava all’ammiraglio Persano di seguire da lontano l’impresa di Garibaldi. Leopoldo, conte di Siracusa, zio del re, nel momento di crisi per l’avanzata di Garibaldi, inviò al nipote una pubblica lettera nella quale lo invitava per il bene di tutti a seguire l’esempio della Granduchessa di Toscana ed a lasciare il trono, producendo un grande effetto. Esiliato, alla fine di agosto il Conte di Siracusa si imbarcherà sulla nave piemontese Costituzione per recarsi a Genova e poi a Torino. Anche Luigi, conte dell’Aquila, altro zio del re, verrà allontanato da Napoli perché sospettato di farsi nominare reggente, esautorando così il nipote Francesco II. Quando Garibaldi a fine agosto passò in Calabria, dove erano di stanza circa 12.000 soldati del Borbone, ben 10.000 di essi a Soveria Mannelli si arresero senza sparare un solo colpo. Dopo la perdita della Sicilia e della Calabria, di fronte all’avvicinarsi dell’Esercito meridionale e seguendo il consiglio del Ministro dell’Interno Liborio Romano, che aveva già avuto contatti con i piemontesi, il re fuggì da Napoli senza combattere. Infatti Francesco II diede espressamente l’ordine alle guarnigioni rimaste nei forti di Napoli di rimanere neutrali e di non spargere sangue, per risparmiare alla capitale gli orrori della guerra. Lasciando Napoli emanò un proclama che “produsse larghissima impressione in vasti strati della popolazione meridionale” e con sé portò ben poco, convinto di tornare presto nella capitale: “dalle banche non ritirò i suoi depositi, dalla Reggia, più che opere d’arte e di valore venale, portò con sé oggetti di devozione e ricordi famigliari“. Abbandonato dalla sua flotta, Francesco II ripiegò dapprima sulla linea del Volturno dove le sue truppe furono sconfitte e poi, dopo aver tentato inutilmente una controffensiva contro le truppe garibaldine, si ritirò con la Regina consorte a Gaeta, dove l’esercito borbonico si difese valorosamente per tre mesi contro l’assedio dell’esercito sardo-piemontese comandato dal generale Enrico Cialdini. L’assedio di Gaeta ebbe inizio il 13 novembre 1860 e fu condotto in modo molto aspro. A Gaeta Francesco II dimostrò grande valore; almeno, così ne parlano alcune fonti estere: “L’ammirazione, e son per dire l’entusiasmo, che desta in Francia il nobile contegno del Re di Napoli, vanno crescendo ogni giorno in proporzione dell’eroica resistenza del giovane monarca, assediato dalla rivoluzione sullo scoglio di Gaeta. Così un bellissimo indirizzo degli abitanti di Avignone, con parecchie migliaia di firme, venne spedito al Re, in cui gli Avignonesi manifestavano la speranza loro ferma che il suo trionfo sarà misurato dalla grandezza del suo pericolo“. Dopo la capitolazione di Gaeta (13 febbraio 1861) Francesco II, con la moglie, si recò in esilio a Roma, via mare su di un piroscafo francese. Giunto a Roma, Francesco II fu prima ospitato al Quirinale dal papa Pio IX per passare poi a Palazzo Farnese, di proprietà dei Borbone, perché ereditato dalla sua ava Elisabetta. Rimase a Roma fino al 1870. Durante questo periodo compì alcuni tentativi di organizzare una resistenza armata nell’ex Regno. Il suo matrimonio rimase non consumato per molti anni, e ciò era dovuto al fatto che il Re soffriva di fimosi. La timidezza e il fanatismo religioso di Francesco avevano anche impedito alla coppia di sviluppare qualsiasi tipo di intimità fisica. Mentre era in esilio a Roma, Maria Sofia si innamorò di un ufficiale della guardia pontificia, Armand de Lawayss, rimanendo incinta. Si ritirò a casa dei genitori a Possenhofen, dove un consiglio di famiglia decise che doveva partorire in segreto per evitare lo scandalo. Il 24 novembre 1862 Maria Sofia avrebbe dato alla luce una bambina, Daisy de Lawayss, che fu affidata alla famiglia di Lawayss a Bruxelles. Alcuni biografi riportano che ella diede alla luce due bambine e che una di loro fu affidata al fratello di Maria Sofia, tuttavia tale affermazione non trova sufficienti riscontri per essere considerata attendibile. Nonostante ciò la coppia si ricompose e, sottopostosi a un’operazione chirurgica, Francesco guarì e il matrimonio poté essere consumato. Nel Natale del 1869 Francesco e Maria Sofia ebbero una figlia, Maria Cristina Pia, che però morì di lì a tre mesi. Dopo la definitiva partenza da Roma Francesco II si stabilì con la moglie a Parigi. Risiedette stabilmente nella capitale francese, da dove si allontanò solo per brevi viaggi, in Austria e in Baviera, presso i parenti della moglie. Visse privatamente, senza grandi mezzi economici, perché Garibaldi aveva confiscato tutti i beni dei Borbone, e il Governo italiano ne propose la restituzione a Francesco II, ma solo al patto di rinunciare ad ogni pretesa sul trono del Regno delle Due Sicilie, cosa che egli non accettò mai, rispondendo sdegnato: “Il mio onore non è in vendita”. Francesco II morì nel 1894 in Trentino (allora austro-ungarico), durante uno dei suoi viaggi compiuti per sottoporsi a cure termali; venne sepolto nella Collegiata dell’Assunta di Arco. Pretendente al trono delle Due Sicilie divenne il fratello Alfonso di Borbone-Due Sicilie. Anche dopo la morte di Francesco II la Regina Maria Sofia sperava ancora nella restaurazione del Regno, e frequentò anche socialisti ed esuli anarchici. Più di una fonte la vuole infatti, più o meno fantasiosamente, ispiratrice degli attentatori Passannante e Bresci. Le spoglie di Francesco II, di Maria Sofia e della loro figlia Maria Cristina, riunite dopo varie vicissitudini, riposano nella Basilica di Santa Chiara, a Napoli, dal 18 maggio 1984, dove sono state portate in forma solenne. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Onorificenze del Regno delle Due Sicilie

Gran Maestro e Cavaliere dell'Insigne e Reale Ordine di San Gennaro - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro e Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro
   
Gran maestro del Sacro militare ordine costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro del Sacro militare ordine costantiniano di San Giorgio
   
Gran maestro del Reale ordine di San Ferdinando e del merito - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro del Reale ordine di San Ferdinando e del merito
   
Gran maestro del Reale e militare ordine di San Giorgio della Riunione - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro del Reale e militare ordine di San Giorgio della Riunione
   
Gran maestro del Reale ordine di Francesco I - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro del Reale ordine di Francesco I
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di gran croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III (Spagna)
     1857
Cavaliere di gran croce dell'Ordine imperiale di Pietro I (Impero del Brasile) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine imperiale di Pietro I (Impero del Brasile)
     27 gennaio 1866
Cavaliere di gran croce dell'Ordine reale di Santo Stefano d'Ungheria (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di gran croce dell’Ordine reale di Santo Stefano d’Ungheria (Impero austro-ungarico)
   
Cavaliere dell'Ordine militare di Maria Teresa (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine militare di Maria Teresa (Impero austro-ungarico)
     «Assedio di Gaeta 1860-1861»
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma)
     2 aprile 1869
Cavaliere dell'Ordine supremo dell'Aquila nera (Regno di Prussia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine supremo dell’Aquila nera (Regno di Prussia)
   
Cavaliere dell'Ordine di Sant'Uberto (Regno di Baviera) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Sant’Uberto (Regno di Baviera)
   
Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Elefante (Regno di Danimarca)
     28 maggio 1878

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Arc. 1829: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. La fotografia è stata scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

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Arc. 1933: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1862 ca.

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Arc. 732: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia ( Napoli 16 Gennaio 1836 – Arco 27 Dicembre 1894 ) ultimo Re del Regno delle Due Sicilia dal 22 Maggio 1859 al 13 Febbraio 1861. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1862 ca.

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Arc. 1154: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Boglioni – Torino. 1860 ca.

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Arc. 1674: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: A. Barrère – Paris. 1860 ca.

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Arc. 2620: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in piccola montura da Colonnello di Fanteria. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

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Arc. 406: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in piccola montura da Colonnello di Fanteria. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 2391: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in piccola montura da Colonnello di Fanteria. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. La fotografia è stata scattata durante l’ esilio di Roma. 1861 ca.

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Arc. 1941: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in piccola montura da Colonnello di Fanteria. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

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Arc. 1955: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in piccola montura da Colonnello di Fanteria e la moglie Maria Sofia di Baviera Regina consorte. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 2730: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie in abito da caccia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 1973: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie e la moglie Maria Sofia di Baviera Regina consorte. Fotografia CDV. Fotografo: A. Hautmann – Firenze. La fotografia è stata scattata durante l’ esilio di Roma. 1862 ca.

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Arc. 2183: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 2183: S.M. Francesco II di Borbone – Sicilia Re delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 2398: S.M. Marie Sophie Amalie von Wittelsbach, Herzogin in Bayern, nota in italiano come Maria Sofia di Baviera (Castello di Possenhofen, 4 ottobre 1841 – Monaco di Baviera, 19 gennaio 1925).  Nata il 4 ottobre 1841 nel castello di Possenhofen, in Baviera, Maria Sofia Amalia era la terza figlia del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera e della principessa Ludovica di Baviera, quest’ultima figlia di Massimiliano I, re di Baviera. Sorella della ben più nota Elisabetta di Baviera, detta “Sissi”, la sua figura era «alta, slanciata, dotata di bellissimi occhi di color azzurro-cupo e di una magnifica capigliatura castana; Maria Sofia aveva un portamento nobile ed insieme maniere molto graziose». Nel 1858 fu promessa in sposa, diciassettenne, a Francesco, erede al trono delle Due Sicilie, inizialmente conosciuto solo attraverso l’immagine di una miniatura. Il matrimonio serviva a rafforzare il legame tra la corona d’Asburgo e i Borbone-Napoli. Il fidanzamento ufficiale avvenne il 22 dicembre 1858 e il matrimonio fu celebrato per procura l’8 gennaio 1859. Dopo qualche giorno Maria Sofia fu accompagnata a Trieste, dove era attesa dalle navi borboniche Tancredi e Fulminante, a bordo delle quali arrivò a Bari il 1º febbraio 1859, dove infine incontrò suo marito Francesco e il suocero, il re Ferdinando II, ammalatosi durante il viaggio verso il capoluogo pugliese. Il 7 marzo i reali ripartirono via nave per Napoli e le condizioni di Ferdinando si aggravarono ulteriormente. Il 22 maggio successivo il re morì e Maria Sofia divenne la regina consorte di Francesco II, allora ventitreenne, poi passato alla storia con il nomignolo di Franceschiello. Fu regina delle Due Sicilie fino alla capitolazione di Gaeta del 13 febbraio 1861. Acquistò popolarità durante l’assedio della piazzaforte di Gaeta, dove la corte si era rifugiata il 6 settembre 1860   per tentare un’ultima resistenza alle truppe piemontesi. Ella cercò di incoraggiare i soldati borbonici, distribuendo loro medaglie con coccarde colorate da lei stessa confezionate, indossò un costume di taglio maschile e prese a recarsi in visita ai feriti negli ospedali di guerra. Quando, poi, a Gaeta la situazione peggiorò sempre più a causa della scarsità di cibo, della diffusa epidemia di tifo e del freddo, il marito la invitò a lasciare la roccaforte, ma la regina Maria Sofia fu irremovibile e volle restare. Grande fu l’ammirazione che ebbe verso la regina il giornalista francese Charles Garnier, presente sul posto. Maria Sofia ebbe il privilegio di veder coniata una medaglia in suo onore, nel 1861, recante al dritto solo la sua effigie e sul rovescio tre corone intrecciate ed annodate di felce, alloro e quercia coi motti: LIEBE / MUTH / TREUE (amore, fedeltà, coraggio). Dopo la caduta di Gaeta e l’annessione delle Due Sicile all’Italia, Maria Sofia e il deposto re si rifugiarono a Roma, capitale dell’allora Stato Pontificio, ormai ridotto al solo Lazio. A Roma Francesco II istituì un governo in esilio (che godette soltanto del riconoscimento della Santa Sede e dell’Austria, prima di essere definitivamente sciolto nel 1866) come governo legittimo del regno delle Due Sicilie. Nel febbraio 1862 apparvero alcune foto che la ritraevano senza veli e che vennero diffuse in tutte le corti d’Europa. Le foto si rivelarono essere abili manipolazioni nelle quali il capo della regina era stato montato su un corpo di una giovane prostituta, ritratta in pose sessuali molto lascive; le indagini svolte portarono infatti la polizia pontificia all’arresto di Antonio Diotallevi e della moglie Costanza Vaccari, autori del gesto. Le sue ricchezze e tutti i suoi privilegi erano, in un certo modo, compromessi da tali tragedie personali. Il suo matrimonio restò inconsumato per molti anni a causa del fatto che Francesco soffriva di fimosi. La timidezza e il fanatismo religioso del consorte, inoltre, impedivano alla coppia lo sviluppo di qualsiasi tipo di intimità. A Roma Maria Sofia si innamorò di un ufficiale della guardia pontificia, Armand de Lawayss, di cui rimase incinta. Ritiratasi nella casa di origine dei genitori a Possenhofen, in Baviera, su consiglio della famiglia partorì in segreto per evitare il prevedibile scandalo. Il 24 novembre 1862 Maria Sofia diede alla luce due gemelle, che furono affidate una alla famiglia di Lawayss a Bruxelles e l’altra alla Corte austriaca. Sempre su consiglio della famiglia, Maria Sofia confessò a Francesco la sua relazione extraconiugale; il matrimonio non si ruppe, Francesco si sottopose a un’operazione per ridurre la fimosi e fu in grado di consumare la relazione. Maria Sofia rimase incinta e diede alla luce un’altra bambina, chiamata Maria Cristina Pia, tenuta a battesimo dalla zia, l’imperatrice Sissi. Maria Cristina Pia visse solo tre mesi e morì il 28 marzo 1870. La coppia non ebbe altri figli. A seguito della presa di Roma da parte delle truppe italiane e della dissoluzione dello Stato Pontificio (20 settembre 1870), la coppia si trasferì in Baviera. Francesco morì nel 1894; Maria Sofia si trasferì da Monaco a Parigi, dove visse in una dimora acquistata dal marito nel quartiere di Saint-Mandé. A Parigi Maria Sofia presiedeva ancora un’informale corte borbonica in esilio: in effetti non cessò mai di sperare nella riconquista dei suoi possedimenti, ormai parte integrante del Regno d’Italia, e giunse fino al punto di stringere contatti con l’ambiente anarchico ostile ai Savoia; conobbe, per esempio, Errico Malatesta e si guadagnò l’appellativo di regina degli anarchici, anche se le sue mire differivano da quelle dell’ambiente con cui era venuta a contatto: ella sperava infatti di sfruttare l’ostilità verso i monarchi sabaudi per destabilizzare il regno d’Italia. Voci mai confermate narrano che Maria Sofia avesse avuto molta influenza anche sugli anarchici Giovanni Passannante e Gaetano Bresci, quest’ultimo uccisore del re d’Italia Umberto I nel 1900, ma le testimonianze storiche provarono che i due attentatori agirono invece individualmente. Tra gli anarchici con cui ebbe contatti vi fu Angelo Insogna, autore di una biografia su Francesco II e uomo di fiducia della sovrana. Egli venne in Italia come suo emissario nel marzo del 1901, fu presentato a Errico Malatesta e tentó di far evadere il regicida Bresci. In Francia Maria Sofia coltivò la sua grande passione per i cavalli, le cui gare seguiva in varie località d’Europa, come ad esempio a Londra, dove si appassionò inoltre alla caccia alla volpe. Durante la Grande Guerra Maria Sofia parteggiò per gli imperi centrali e la loro entrata in conflitto contro l’Italia. Nonostante la sua avversione per i Savoia, Maria Sofia aveva l’abitudine di visitare i campi di militari italiani in prigionia in Germania, cui donava libri e cibo. I soldati italiani erano ignari dell’identità di Maria Sofia, che si presentava all’epoca come una donna anziana (aveva superato i settant’anni), che parlava la loro lingua con un’inflessione mista tedesco-napoletana e che era interessata particolarmente alle notizie provenienti dal Mezzogiorno del Paese. Riferisce al proposito Arrigo Petacco che «…Fra quei soldati laceri ed affamati, lei cerca i suoi napoletani. Distribuisce, come a Gaeta, bons bons e sigari». Durante la sua vita, Maria Sofia indusse ammirazione anche tra i suoi accaniti nemici politici. Gabriele D’Annunzio la soprannominò infatti Aquiletta Bavara e Marcel Proust parlò di lei come della regina soldato sui bastioni di Gaeta. Maria Sofia morì a Monaco di Baviera a causa di una forte polmonite nel 1925. Da maggio 1984 le sue spoglie, insieme a quelle del marito Francesco e di sua figlia, riposano in una cripta della basilica di Santa Chiara a Napoli. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. Fotografia scattata il giorno delle nozze nel 1859.

Onorificenze

Dama dell'Ordine della Croce Stellata - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della Croce Stellata
   
Dama dell'Ordine di Teresa di Baviera - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di Teresa di Baviera
   
Dama dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della regina Maria Luisa
   
Dama di Gran Croce di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio
   
Rosa d'Oro della cristianità - nastrino per uniforme ordinaria    Rosa d’Oro della cristianità
   

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Arc. 1155: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone – Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1859.

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Arc. 2141: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 2141: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone – Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

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Arc. 2143: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’ esilio di Roma. 1862 ca.

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Arc. 1674: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: A. Barrière – Paris. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

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Arc. 2143: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone – Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

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Arc. 2142: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone Sicilia. Fotografia CDV. Fotografo: P. Petit – Paris. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

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Arc. 1976: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: A. Hautmann – Firenze. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

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Arc. 1976: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

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Arc. 1954: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1862 ca.

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Arc. 2620: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie moglie di Francesco II di Borbone – Sicilia in abito da amazzone. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1860 ca.

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Arc. 1793: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: J. Albert. 1862 ca.

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Arc. 1712: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1862 ca.

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Arc. 2395: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 1869: S.M. Maria Sofia di Baviera Regina consorte del Regno delle Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 2184: S. A. R. Principe Luigi Maria di Borbone – Sicilia Conte di Trani in gran montura da Maggior Generale. Figlio del Re Ferdinando II e fratellastro di Francesco II ( Napoli 1 Agosto 1838 – Parigi 8 Giugno 1886 ). Vivace, allegro e amante delle donne, si divertiva insieme ai fratelli Alfonso e Gaetano a combinare pesanti scherzi ai danni dei gentiluomini di corte. Quando a Napoli arrivò la cognata Maria Sofia di Baviera, sposa del fratellastro Francesco, erede al trono, anch’essa entrò a far parte della scanzonata comitiva. In effetti anche il padre Ferdinando aveva un carattere allegro e ironico e si comportava nei confronti dei figli come un qualsiasi affettuoso e premuroso padre di famiglia. La madre Maria Teresa era arcigna e diffidente nei confronti degli estranei ma tenerissima e legatissima alla sua numerosa prole. Alla vita di corte e alle feste preferiva la tranquillità dei suoi appartamenti dove si dedicava alla cura dei figli. Sebbene dichiarasse il proprio affetto materno anche nei confronti del figliastro Francesco (primogenito del re), in realtà ambiva a mettere sul trono il suo primogenito. Quando già era re Francesco, tentò anche di organizzare un complotto per destituire il figliastro ma il piano, scoperto, non andò a buon fine. Combatté in prima linea al fianco di Francesco e Alfonso nella battaglia tra Capua e Gaeta per respingere l’esercito garibaldino. Per il coraggio dimostrato durante la difesa di Gaeta avrebbe ricevuto la croce di cavaliere dell’Ordine di Maria Teresa. Alla fine, però, alle 7 del mattino del 14 febbraio 1861 dovette, insieme agli ultimi sovrani delle Due Sicilie, lasciare per sempre Gaeta assediata e il suo regno. Prima della partenza, però, i due fratelli ebbero una violenta discussione, in quanto Luigi era del parere che bisognasse continuare a combattere fino all’ultimo. Avrebbe passato il resto della sua vita da esule senza più uno scopo nella vita o una propria identità. Si ritrovò quindi a bere, a frequentare bordelli e a condurre una vita di stravizi che gli procurò molti debiti. Tentò perfino di passare al servizio dei piemontesi. Il 5 giugno 1861, a Monaco di Baviera, sposò la duchessa Matilde di Baviera, settimogenita del duca Massimiliano Giuseppe in Baviera, membro di una linea cadetta del Casato dei Wittelsbach, e della principessa Ludovica di Baviera, figlia del re Massimiliano I Giuseppe di Baviera. Il matrimonio in realtà fu organizzato a tavolino, già prima della caduta del regno delle Due Sicilie, da Maria Sofia di Baviera e dall’altra sorella Elisabetta, imperatrice d’Austria. Per l’occasione, il re di Baviera insignì Luigi della più alta onorificenza della corte: l’ordine di Sant’Uberto. L’unione con Matilde non fu però assolutamente felice. La moglie, per consolarsi, ebbe alcuni amanti, il più noto dei quali fu Bermudez de Castro. Ormai con la mente annebbiata dall’alcool e con la consapevolezza dell’inutilità della sua vita, decise di farla finita gettandosi nel lago di Zugo, presso Zurigo, nel 1878. Altre fonti invece riportano che sarebbe morto di malattia a Parigi l’8 giugno 1886. Il motivo di questa confusione consiste forse nel fatto che il suicidio non avrebbe consentito la celebrazione della messa funebre e sarebbe risultato scandaloso, giudicando il fatto che si trattava del cognato dell’imperatore Francesco Giuseppe. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio a Roma. 1862 ca.

Onorificenze

Onorificenze del Regno delle due Sicilie

Gran Maestro e Cavaliere dell'Insigne e Reale Ordine di San Gennaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro
   
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito
   
Cavaliere di Gran Croce di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro
     1852
Cavaliere dell'Ordine di Sant'Uberto - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Sant’Uberto
   
Cavaliere dell'Ordine militare di Maria Teresa (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine militare di Maria Teresa (Impero austro-ungarico)
     «Assedio di Gaeta 1860-1861»

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Arc. 2014: S. A. R. Principessa Matilde Ludovica di Wittelsbach Contessa di Trani (Possenhofen, 30 settembre 1843 – Monaco di Baviera, 18 giugno 1925). Matilde era figlia di Massimiliano Giuseppe in Baviera e di Ludovica di Baviera. Entrambi i genitori, tra di loro cugini, appartenevano alla dinastia dei Wittelsbach, ma la madre Ludovica apparteneva alla famiglia reale, in quanto figlia del re Massimiliano I Giuseppe, mentre il padre era membro di un ramo cadetto. Pertanto sia Matilde sia i suoi fratelli avevano il predicato dinastico “in Baviera”, che li distingueva dai principi del ramo principale della loro famiglia cui spettava, invece, il predicato “di Baviera”. Tuttavia, sia i principi di Baviera sia i duchi in Baviera avevano diritto allo stesso trattamento di Altezza reale. Matilde nacque al castello di Possenhofen, la residenza estiva di suo padre, dove trascorse gran parte dell’infanzia insieme ai suoi fratelli e alle sue sorelle, crescendo in un clima relativamente disteso e lontano dal cerimoniale della corte bavarese. Già all’epoca in cui esisteva il Regno di Napoli, furono organizzate le nozze tra Matilde e Luigi, conte di Trani, figlio del re Ferdinando II delle Due Sicilie e cognato di Maria Sofia. Il matrimonio si celebrò a Monaco il 5 giugno 1861 nella chiesa di Ognissanti. Come accadeva ad altri membri della sua famiglia, Matilde soffriva episodicamente di crisi depressive. Giocava un fattore ereditario, aggravato anche dai matrimoni tra consanguinei, ma anche lo stile di vita che le nobildonne conducevano: cameriere e bambinaie le sollevavano da qualunque incarico domestico cosicché le vuote giornate potevano risultare alquanto tediose. La vita di Matilde era in fondo quella comune di tantissimi nobili senza un incarico ben preciso: viaggiava, si recava in località termali o dai genitori e parenti. Sua compagna di viaggio era Maria Sofia, esiliata come lei. Quando ebbe la prima e unica figlia, Maria Teresa, divennero frequenti gli incontri con la sorella Sissi e sua figlia Maria Valeria. Tra le due cugine c’erano pochi anni di differenza e da compagne di giochi nell’infanzia rimasero legate per tutta la vita. Sono rimaste nell’archivio di Stato degli Hohenzollern a Sigmaringen molte lettere di Maria Teresa inviate al padre o alla madre, che conducevano una vita separata. L’8 giugno 1886 a Parigi a 48 anni morì Luigi di Trani. Si parlò di suicidio ma ancora oggi non esiste una notizia certa. Matilde e la figlia rimasero a vivere a Baden-Baden, dove la principessa fu allieva del collegio Vittoria di Schloberg. Gli ultimi anni di vita della contessa furono molto diversi rispetto al periodo dei grandi viaggi. In Germania e in Austria non c’era più la monarchia e gran parte dei beni di famiglia erano stati confiscati. Pertanto sia Matilde che Maria Sofia dovettero cercare di risparmiare il più possibile. Tra il 1923 e il 1924 Matilde ebbe un incidente e il ricovero in clinica. Qui le venne applicato un apparecchio e fu sottoposta ad esercizi riabilitativi per le gambe. La contessa fu l’ultima, tra tutti i fratelli, a morire e venne sepolta nel cimitero di Monaco accanto alla sua dama di corte Nelly von Schmidt. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. 1865 ca.

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Arc. 986: S. A. R. Principe Alfonso di Borbone – Sicilia Duca di Caserta in gran montura da Colonnello di Artiglieria ( Caserta 28 Marzo 1841 – Cannes 26 Maggio 1934 ).  Alla sua nascita era quarto in linea di successione al trono, dietro il fratellastro Francesco ed i fratelli maggiori Luigi, conte di Trani, ed Alberto, conte di Castrogiovanni. Quest’ultimo morì il 12 luglio 1844 all’età di cinque anni ed Alfonso passò terzo in linea di successione. Il padre Ferdinando aveva un carattere allegro e ironico e si comportava nei confronti dei figli come un qualsiasi affettuoso e premuroso padre di famiglia. La madre Maria Teresa era arcigna e diffidente nei confronti degli estranei ma tenerissima e legatissima alla sua numerosa prole. Alla vita di corte e alle feste preferiva la tranquillità dei suoi appartamenti dove si dedicava alla cura dei figli. Allegro e vivace, si divertiva con i fratelli Luigi e Gaetano e la cognata Maria Sofia di Baviera, moglie del fratellastro Francesco, a fare scherzi ai gentiluomini della corte. Il 22 maggio 1859 Ferdinando II morì, Francesco salì al trono ed essendo senza figli ebbe come erede diretto il fratellastro Luigi. Alfonso combatté in prima linea al fianco di Francesco e Luigi nella battaglia tra Capua e Gaeta per respingere l’esercito garibaldino. Alla fine però, alle 7 del mattino del 14 febbraio 1861, dovette, insieme agli ultimi sovrani delle Due Sicilie, lasciare Gaeta assediata e il regno per sempre. Raggiunse la madre a Roma e trascorse la sua vita da esiliato. L’8 giugno 1886 Luigi morì, lasciando come unica erede la figlia Maria Teresa di Borbone-Due Sicilie, esclusa dalla successione per la legge salica. Alfonso divenne l’erede presuntivo di Francesco II e il 27 dicembre 1894, alla morte del fratellastro, Duca di Castro, pretendente al trono delle Due Sicilie e capo della casa di Borbone Due Sicilie (per i legittimisti: S.M. Alfonso I, Re del Regno delle Due Sicilie). Fotografia: CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia stampata durante l’esilio dei Borbone a Roma. 1862 ca.

Onorificenze

Onorificenze borboniche

Gran maestro e cavaliere dell'Insigne e reale ordine di San Gennaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Insigne e reale ordine di San Gennaro
   
Gran maestro del Sacro militare ordine costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro del Sacro militare ordine costantiniano di San Giorgio
   
Gran maestro del Reale ordine di San Ferdinando e del merito - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro del Reale ordine di San Ferdinando e del merito
   
Gran maestro del Reale e militare ordine di San Giorgio della Riunione - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro del Reale e militare ordine di San Giorgio della Riunione
   
Gran maestro del Reale ordine di Francesco I - nastrino per uniforme ordinaria    Gran maestro del Reale ordine di Francesco I
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III (Regno di Spagna)
     1857
Cavaliere dell'Ordine militare di Maria Teresa (Impero austro-ungarico) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine militare di Maria Teresa (Impero austro-ungarico)
     «Assedio di Gaeta 1860-1861»
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma)
     2 aprile 1869

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Arc. 2837: S. A. R. Principe Alfonso di Borbone – Sicilia Duca di Caserta in tenuta da caccia ( Caserta 28 Marzo 1841 – Cannes 26 Maggio 1934 ). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 1505: Maria Annunziata Isabella Filomena Sebasia (Caserta, 24 marzo 1843 – Vienna, 4 maggio 1871). Era la quarta figlia di Ferdinando II di Borbone e della sua seconda moglie, l’arciduchessa Maria Teresa d’Asburgo-Teschen. Il padre usava, scherzosamente, dare un vezzeggiativo ad ogni suo caro. Maria Annunziata veniva chiamata “Ciolla”. Diversamente dai fratelli e dal padre, allegri e vivaci, Maria Annunziata era calma, pudica e riservata. Aveva avuto come modello la madre Maria Teresa, che aborriva feste, vita mondana e vita di corte, preferendo rimanere chiusa nei suoi appartamenti per dedicarsi alla cura dei figli ed ai lavori di cucito. Dopo la fuga da Napoli, seguì la madre a Roma. La famiglia reale alloggiò prima presso il Palazzo del Quirinale, ospite di papa Pio IX, e poi a Palazzo Farnese, di proprietà dei Borbone Due Sicilie. Maria Annunziata non vi rimase a lungo, in quanto l’anno dopo, nel 1862, fu fatta sposare all’arciduca Carlo Ludovico d’Asburgo-Lorena, fratello dell’imperatore austriaco. Nel 1862 Maria Annunziata sposò l’arciduca austriaco Carlo Ludovico (1833-1896), figlio terzogenito dell’arciduca Francesco Carlo (1802-1878) e della principessa Sofia di Baviera(1805-1872), fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe e vedovo da quattro anni. Il contratto di matrimonio venne ufficialmente stipulato nel 1862. La cerimonia ebbe luogo il 16 ottobre 1862 a Roma e il 21 ottobre a Venezia. Nonostante le sue cattive condizioni di salute, Maria Annunziata e Carlo Ludovico ebbero quattro figli, tutti sani. Maria Annunziata morì di tisi a soli 28 anni (il marito si risposerà con Maria Teresa del Portogallo, avendone 2 figlie). Venne sepolta nella Cripta dei Cappuccini a Vienna. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Onorificenze

Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria   Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa

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Arc. 3310: Maria Annunziata Isabella Filomena Sebasia (Caserta, 24 marzo 1843 – Vienna, 4 maggio 1871). Fotografia CDV. Fotografo: A. Sorgato – Venezia.

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Arc. 1954: S. A. R. Principessa Maria Immacolata Clementina di Borbone – Sicilia ( Napoli 14 Aprile 1844 – Vienna 18 Febbraio 1899 ).        Era la quintogenita e la seconda tra le figlie femmine del re Ferdinando II e di Maria Teresa d’Asburgo-Teschen; sua madre era figlia primogenita dell’arciduca Carlo d’Asburgo-Teschen e della principessa Enrichetta di Nassau-Weilburg. Attraverso il suo matrimonio con Carlo Salvatore d’Asburgo-Toscana, Maria Immacolata divenne Arciduchessa d’Austria, Principessa d’Austria, Ungheria, Croazia e Boemia. Fu Dama dell’Ordine della Croce Stellata. Pudica e riservata, Maria Immacolata veniva chiamata scherzosamente dal padre “Petitta”. Come le sorelle, era cresciuta avendo come modello la madre, la quale aborriva feste e vita di corte per dedicarsi alla cura dei figli e al cucito. Dopo la fuga da Napoli, seguì la famiglia a Roma, dove venne fatta alloggiare dal Papa presso il Palazzo del Quirinale. Maria Immacolata era nota per la sua bellezza e per questo motivo l’imperatrice Elisabetta d’Austria, la incluse nel suo album di foto di belle donne inoltre poiché il marito di Maria Immacolata era solito regalarle una collana di perle ogni volta che lei partoriva un altro bambino, l’imperatrice Elisabetta aveva ironicamente soprannominato la famiglia “pescatori di perle”. Infine, la figlia più giovane dell’imperatrice Elisabetta, Arciduchessa Maria Valeria, sposò il figlio di Maria Immacolata, l’Arciduca Francesco Salvatore. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2863: S. A. R. Principessa Maria Immacolata Clementina di Borbone – Sicilia ( Napoli 14 Aprile 1844 – Vienna 18 Febbraio 1899 ). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli d’Alessandri – Roma.

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Arc. 2195: S. A. R. Principe Gaetano di Borbone – Sicilia Conte di Girgenti in gran montura da Colonnello Onorario degli Ussari spagnoli ( Napoli 12 Gennaio 1846 – Lucerna 26 Novembre 1871 ). Era il settimo dei figli di Ferdinando II delle Due Sicilie e della seconda moglie Maria Teresa d’Austria. Gaetano era un membro del Casato di Borbone-Due Sicilie e consorte di Isabella, Principessa delle Asturie, per due volte riconosciuta erede presuntiva al trono di Spagna. Attraverso questa unione, Gaetano fu creato un Infante di Spagna.  Aveva un carattere allegro e insieme ai fratelli Luigi e Alfonso si divertiva ad organizzare scherzi ai gentiluomini della corte. Alle loro scorribande si aggiunse poi Maria Sofia di Baviera, moglie del fratellastro Francesco. Anche il padre Ferdinando era un tipo allegro e scherzoso e si comportava affettuosamente nei confronti dei figli come qualsiasi padre di famiglia. La madre invece era molto riservata e preferiva vivere appartata lontano dalla mondanità e dalla vita di corte, occupandosi soltanto dei figli. Gaetano seguì il destino della sua esule famiglia che, dopo la fuga da Napoli, visse a Roma presso il palazzo del Quirinale. Fu scelta per lui come sposa l’infanta Maria Isabella di Spagna, figlia di Isabella II di Spagna e divenne egli Infante di Spagna, decorato con onorificenze spagnole. Il matrimonio avvenne nel 1868 e restò senza figli. Gaetano si ammalò di una grave forma di depressione che lo portò a suicidarsi nel novembre del 1871 a Lucerna. Dato che probabilmente anche il fratello Luigi morì suicida (ma il fatto fu forse tenuto segreto), può darsi che la prospettiva di vivere per tutta la vita in esilio, senza poter tornare nel proprio regno di nascita e di appartenenza e senza una propria identità sia stata una condizione troppo pesante da accettare. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (Regno di Spagna)
     1868
Cavaliere di Gran Croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III
     1868
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Isabella la Cattolica
     1868
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma)
     15 ottobre 1869

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Arc. 2821: S. A. R. Principe Gaetano di Borbone – Sicilia Conte di Girgenti in tenuta da caccia (Napoli 12 Gennaio 1846 – Lucerna 26 Novembre 1871). Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli.

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Arc. 2065: S. A. R. Principe Pasquale di Borbone – Sicilia Conte di Bari ( Caserta 15 Settembre 1852 – Rueil Malmaison 21 Dicembre 1904 ). Fu l’undicesimo figlio di Ferdinando II delle Due Sicilie e della seconda moglie Maria Teresa d’Austria. Bambino allegro e scherzoso, fu cresciuto dalle amorevoli cure della madre Maria Teresa. Ferdinando era anch’egli affettuoso e si comportava coi figli come un qualsiasi padre: anche in momenti ufficiali, non rinunciava a prendere in braccio i figlioletti. In seguito alla cacciata dei Borbone da Napoli e dal regno, seguì la madre e i fratelli a Roma, ospiti del Papa presso il Quirinale. Sposò morganaticamente Blanche Marconnay, figlia di Henriette de Marconnay, il 20 novembre 1878 a Clichy nel dipartimento della Senna. Fotografia CDV. Fotografo: Grillet – Napoli. 1860 ca.

Onorificenze

Onorificenze borboniche

Cavaliere dell'Insigne e reale ordine di San Gennaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Insigne e reale ordine di San Gennaro
   
Bali Gr. Croce di giust. del Sacro militare ordine costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria    Bali Gran Croce di Giustizia del Sacro militare ordine Costantiniano di San Giorgio
     1860

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III (Regno di Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale e distinto ordine spagnolo di Carlo III (Regno di Spagna)
     1857

Arc. 2443: Gennaro di Borbone (Caserta, 28 febbraio 1857 – Albano Laziale, 13 agosto 1867). Principe della Casa delle Due Sicilie e conte di Caltagirone, era l’ultimogenito di Ferdinando II delle Due Sicilie e della sua seconda moglie Maria Teresa d’Asburgo-Teschen. Ferdinando si era dimostrato coi figli un padre affettuoso e giocoso. Non era raro vederlo circondato dai bambini che giocavano, mentre lui sedeva alla scrivania intento al suo lavoro. Né era raro per ambasciatori e politici parlare con il re mentre questi contemporaneamente teneva in braccio qualche figlio. La madre Maria Teresa, se con gli estranei era scontrosa e arrogante, coi figli era una madre tenerissima e protettiva. Ciò che caratterizzò l’infanzia di Gennaro fu solo la sfortuna di nascere per ultimo e due anni prima della morte del padre, quando il re era già ammalato e ridotto a spostarsi su una lettiga. Era troppo debole quindi per poter giocare e coccolare il figlioletto. Il principe, inoltre, visse poco o nulla di quella vita di corte fastosa e agiata che ad un membro di sangue reale era riservata per nascita fino agli ultimi giorni terreni. Nel 1860 infatti, i Borbone vennero cacciati via da Napoli e dal loro regno dalle truppe garibaldine. Furono ospitati dal papa Pio IX nel palazzo del Quirinale a Roma. Un’epidemia di colera costrinse la popolazione, o almeno chi poteva, ad abbandonare la capitale. Maria Teresa prese i figli che abitavano ancora con lei e scappò sui colli Albani. Neanche qui però la famiglia reale riuscì a trarsi in salvo: il piccolo Gennaro si ammalò e Maria Teresa, fatti scappare gli altri figli, si rifiutò di abbandonare l’ultimogenito al suo destino. Il bambino morì quasi subito; la regina rimase contagiata e morì anch’essa tra atroci sofferenze, avendo rifiutato le cure di un medico perché da lei considerato “liberale”. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma.

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Arc. 2144: S. A. R. Principe Gennaro di Borbone – Sicilia Conte di Caltagirone. Ultimogenito del Re Ferdinando II ( Caserta 28 Febbraio 1857 – Albano Laziale 13 Agosto 1867 ). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. 1865 ca.

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Arc. 1658: S.A.R. Principe Francesco di Borbone – Sicilia Conte di Trapani in uniforme da Tenente Generale in gran montura. Fratello del Re Ferdinando II e zio del Re Francesco II. Nato a Napoli, Francesco era il figlio minore di re Francesco I delle Due Sicilie (1777 – 1830) e della sua seconda moglie, nonché sua cugina, l’infanta Maria Isabella di Borbone-Spagna (1789 –  1848), figlia di re Carlo IV di Spagna e di sua moglie la regina Maria Luisa di Parma. Francesco era fratellasto di Carolina, Duchessa di Berry e fratello di Luisa Carlotta, Duchessa di Cadice, Maria Cristina, Regina di Spagna, Ferdinando II delle Due Sicilie, Carlo Ferdinando, Principe di Capua, Leopoldo, Conte di Siracusa, Antonio, Conte di Lecce, Infanta Maria Amalia di Spagna e Portogallo, Maria Carolina, Contessa di Montemolin, Teresa Cristina, Imperatrice del Brasile.  Nel 1850 fu nominato generale di brigata. Durante la seconda guerra d’indipendenza, fu uno degli avversari principali del generale borbonico Giuseppe Salvatore Pianell in quanto lo accusò diverse volte di favoreggiamento nei confronti dei rivoluzionari e dei Savoia. L’8 ottobre 1860 fu nominato tenente generale. Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie nel 1861, al termine della Spedizione dei Mille, la famiglia reale andò in esilio. In principio, Francesco e la sua famiglia andarono a Roma, al seguito del re Francesco II, e dove erano sotto la protezione di Papa Pio IX. Quando anche lo Stato Pontificio fu invaso da Vittorio Emanuele II d’Italia nel 1870, fuggirono in Francia. Francesco morì nel 1892 a Parigi all’età di 65 anni. Francesco sposò sua nipote S.A.I. e R. l’Arciduchessa Maria Isabella d’Austria, Principessa di Toscana (1834 – 1901), figlia del granduca Leopoldo II di Toscana (1797 – 1870) e della sua seconda moglie la granduchessa Maria Antonietta di Borbone (1814 – 1898), sorella dello stesso Francesco, il 10 aprile del 1850. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. Fotografia stampata durante l’esilio dei Borbone a Roma. 1862 ca.

Onorificenze

Gran Maestro e Cavaliere dell'Insigne e Reale Ordine di San Gennaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro
   
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito
   
Bali Gran Croce di Giustizia del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (1866), titolare della Commenda della Magione, Gran Prefetto dell'Ordine - nastrino per uniforme ordinaria    Bali Gran Croce di Giustizia del Sacro Militare Ordine     Costantiniano di San Giorgio (1866), titolare della Commenda   della Magione, Gran Prefetto dell’Ordine
   
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Insigne Ordine del Toson d'Oro (ramo spagnolo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Insigne Ordine del Toson d’Oro (ramo spagnolo)
     1830 (942°)
Cavaliere di Gran Croce con Collare del Reale Distinto Ordine Spagnolo di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce con Collare del Reale Distinto Ordine Spagnolo di Carlo III
     20 marzo 1830
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico (Parma)
     10 agosto 1851
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Militare della Torre e della Spada (Regno di Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Militare della Torre e della Spada (Regno di Portogallo)
   

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Arc. 2181: S.A.R. Principe Francesco di Borbone – Sicilia Conte di Trapani. Alle sue spalle si distinguono Carlos di Borbone – Spagna Conte di Montemolin e Maresciallo Filippo Colonna di Stigliano. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. 1859 ca.

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Arc. 1678: S.A.R. Principe Francesco di Borbone – Sicilia Conte di Trapani e la moglie S. A. I. l’ Arciduchessa Maria Isabella d’Austria Principessa di Toscana. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. Fotografia scattata durante l’esilio di Roma. 1865 ca.

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Arc. 2184: S. A. R. Principe Francesco di Borbone – Sicilia Conte di Trapani e la moglie Maria Isabella di Toscana. Al loro fianco il Tenente del 1° Reggimento Ussari della Guardia Reale Alfredo Dentice di Frasso e la moglie. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’ Alessandri – Roma. 1865 ca.

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Arc. 2181: S. A. R. Principe Francesco di Borbone – Sicilia Conte di Trapani. Fotografia CDV. Fotografo: R. Ferretti – Roma. 1865 ca.

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Arc. 3116: Maria Isabella d’Asburgo-Lorena (Firenze, 21 maggio 1834 – Lucerna, 14 luglio 1901), nata principessa di Toscana e arciduchessa d’Austria. Maria Isabella era figlia del granduca Leopoldo II di Toscana (1797-1870) e della sua seconda moglie la granduchessa Maria Antonietta di Borbone (1814-1898). I suoi nonni paterni furono il granduca Ferdinando III di Toscana e Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli; quelli materni il re Francesco I delle Due Sicilie e Maria Isabella di Borbone-Spagna. Maria Isabella sposò, il 10 aprile del 1850, lo zio materno, il principe Francesco di Borbone-Due Sicilie, (1827-1892), conte di Trapani e figlio minore del re Francesco I delle Due Sicilie e della regina Maria Isabella di Borbone-Spagna. Dal 1860 al 1870 visse a Roma; lasciò la città eterna dopo la sua capitolazione. Morì all’età di sessantasette anni in Svizzera. È sepolta nel cimitero di Père-Lachaise a Parigi. Fotografia CDV. Fotografo: Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa
 

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Arc. 1649: Maria Amalia di Borbone-Napoli (Caserta, 26 aprile 1782 – Esher, 24 marzo 1866). Maria Amalia nacque il 26 aprile 1782 alla reggia di Caserta, vicino a Napoli. Era la settima dei nove figli di Ferdinando I delle Due Sicilie e di Maria Carolina d’Austria. Come giovane principessa italiana, venne educata nella tradizione cattolica che restò sempre nel suo cuore. Maria Carolina, come sua madre, Maria Teresa, fece sforzi per far parte della vita di sua figlia, anche se quest’ultima era accudita quotidianamente da una governante, Vincenza Rizzi. Quando lei era ancora bambina, la madre di Maria Amalia e sua zia, Maria Antonietta, si accordarono per il matrimonio tra lei e il figlio di Maria Antonietta, Luigi Giuseppe, Delfino di Francia, il futuro re di Francia, che avrebbe fatto di lei la regina di Francia, ma le loro speranze svanirono nel 1789. Maria Amalia subì uno sconvolgimento fin dalla tenera età. La morte di sua zia Maria Antonietta durante la Rivoluzione francese e le successive azioni drammatiche della madre scombussolarono la sua giovane età. Allo scoppio della Rivoluzione francese nel 1789, la corte napoletana non fu ostile a questo movimento, ma quando la monarchia francese venne abolita e Maria Antonietta e Luigi XVI furono ghigliottinati, i genitori di Maria Amelia aderirono alla Prima coalizione contro la Francia nel 1793. Sebbene una pace fosse stata stipulata con la Francia nel 1796, il conflitto ricominciò nel 1798 e la famiglia reale lasciò il Regno di Napoli e fuggì nel Regno di Sicilia, il 21 dicembre 1798, sulla HMS Vanguard, un vascello della Royal Navy protetto da due navi da guerra napoletane. Dopo l’invasione di Napoli da parte di Napoleone nel 1806, la famiglia reale rimase in Sicilia, dove, stanziati a Palermo, erano sotto la protezione delle truppe britanniche. Durante l’esilio a Palermo, Maria Amalia conobbe il suo futuro sposo, Luigi Filippo d’Orléans, anch’egli esiliato dalla Francia divisa dalle complicazioni della Rivoluzione Francese e dal potere crescente di Napoleone. Il padre di Luigi Filippo, il precedente duca d’Orléans, era stato ghigliottinato durante la Rivoluzione francese, anche se era stato un sostenitore del movimento. I due si sposarono nel 1809, tre anni dopo essersi incontrati in Italia, e Maria Amalia divenne duchessa d’Orléans. La cerimonia nuziale fu celebrata a Palermo il 25 novembre 1809. Il matrimonio era considerato controverso, perché lei era la nipote di Maria Antonietta, mentre lui era il figlio dell’uomo che aveva forse partecipato all’esecuzione di sua zia. Sua madre era scettica sull’unione per la stessa ragione, ma lei aveva acconsentito dopo che lui l’aveva convinta del fatto che era determinato a compensare la scelte sbagliate di suo padre. Andarono ad abitare a palazzo d’Orléans fino al 1814. Durante il periodo della restaurazione in Francia, prima dell’ascesa al trono di Luigi Filippo, la famiglia viveva nel Palais-Royal, che era stata la residenza del padre di Luigi Filippo, il precedente duca d’Orléans. Nonostante le preoccupazioni finanziarie della famiglia, la residenza fu restituita al suo originario splendore, il che costò alla coppia più di undici milioni e mezzo di franchi. Nel 1830, a seguito di quella che è conosciuta come Rivoluzione di Luglio, Luigi Filippo diventò re dei francesi, con Maria Amalia come sua consorte. Maria Amalia non giocò un ruolo attivo nelle questioni politiche, anzi fece di tutto per allontanarsi da esse. Dopo che suo marito abdicò a seguito degli eventi della Rivoluzione del 1848, la famiglia reale fuggì in Inghilterra, ove Luigi Filippo morì due anni dopo. Rimasta vedova, Maria Amalia continuò a vivere in Inghilterra, dove frequentava la Messa quotidiana ed era ben nota alla regina Vittoria. Morì il 24 marzo 1866. Venne sepolta, secondo le sue ultime volontà, con il vestito che aveva conservato dal 1848 quando, con il marito, aveva lasciato la Francia. Fotografia CDV. Fotografo: Mason & Co. – London.

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Arc. 1559: S. A. R. Carlo Ferdinando di Borbone-Due Sicilie, principe di Capua ( Palermo 10 Ottobre 1811 – Torino 22 Aprile 1862 ). Era il secondo fra i figli maschi di re Francesco I delle Due Sicilie e della sua seconda moglie Maria Isabella di Borbone-Spagna. Carlo Ferdinando era fratellasto di Carolina, Duchessa di Berry e fratello di Luisa Carlotta, Duchessa di Cadice, Maria Cristina, Regina di Spagna, Ferdinando II delle Due Sicilie, Leopoldo, Conte di Siracusa, Antonio, Conte di Lecce, Infanta Maria Amalia di Spagna e Portogallo, Maria Carolina, Contessa di Montemolin, Teresa Cristina, Imperatrice del Brasile, Francesco, Conte di Trapani.  Il 12 maggio 1836 il fratello di Carlo Ferdinando, re Ferdinando II emise un decreto che confermava la decisione del 1829 del loro defunto padre re Francesco I delle Due Sicilie che i membri del sangue reale del Regno, indipendentemente dalla loro età, erano tenuti ad ottenere il consenso del sovrano per sposarsi e che i matrimoni fatti senza tale consenso dovevano essere considerati nulli. Si dice che Carlo Ferdinando sposò morganaticamente Penelope Smyth, figlia di Grice Smyth, il 5 aprile 1836 a Gretna Green, Scozia, Regno Unito. Tuttavia, Carlo Ferdinando fece richiesta di una speciale licenza di matrimonio all’arcivescovo di Canterbury, al fine di sposarsi (o ri-sposarsi) con Miss Smyth alla Chiesa di St. George, in Hanover Square. Nell’ordinanza del tribunale furono descritti come uno scapolo e una zitella. Il Ministro plenipotenziario inviato del re, il conte de Ludolf, contestò la concessione della licenza e una udienza si svolse presso la Corte di Facoltà il 4 maggio 1836. Il Master della Facoltà, il dottor John Nicholl, rifiutò di concedere la licenza per il fatto che la successione al trono avrebbe potuto essere interessata dal mancato riconoscimento del matrimonio a Napoli. Le pubblicazioni di matrimonio vennero lette per l’ultima volta nella chiesa di St. George, in Hanover Square, l’8 maggio 1836. Dopo essere stato cacciato dal regno borbonico si riparò a Malta. Fotografia CDV. Fotografo: Mayer & Pierson – Paris. 1860 ca.

Onorificenze

Gran maestro e cavaliere dell'Insigne e reale ordine di San Gennaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Insigne e reale ordine di San Gennaro
   
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Insigne Ordine del Toson d'oro (ramo spagnolo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Insigne Ordine del Toson d’oro (ramo spagnolo)
     1826
Cavaliere dell'Ordine dello Spirito Santo (Regno di Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dello Spirito Santo (Regno di Francia)
     1826 (927°)
Cavaliere di Gran Croce con collare del Reale e Distino Ordine Spagnolo di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce con collare del Reale e Distino Ordine Spagnolo di Carlo III (Spagna)
     18 giugno 1815

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Arc. 2143: S.M. Maria Cristina di Borbone – Sicilia (Palermo, 27 aprile 1806 – Le Havre, 22 agosto 1878).  Figlia di Francesco I delle Due Sicilie e della sua seconda moglie Maria Isabella di Borbone-Spagna, discendeva anche dagli Asburgo d’Austria poiché sua nonna era la regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena. Maria Cristina sposò Ferdinando VII di Spagna l’11 dicembre del 1829, a Madrid. Ferdinando era suo zio sia per nascita che per matrimonio, infatti Ferdinando era il fratello maggiore di sua madre, entrambi figli di Carlo IV di Spagna e della principessa Maria Luisa di Parma. Inoltre la prima moglie di Ferdinando, Maria Antonia di Borbone-Due Sicilie (1784 – 1806) era stata la sorella del padre di Maria Cristina, Francesco I. Dopo la morte di Maria Antonia, Ferdinando sposò Isabella del Portogallo (1787 – 1819) e, rimasto di nuovo vedovo, sposò Maria Giuseppa Amalia di Sassonia (1803 – 1829), senza ottenere discendenza (una figlia di Isabella, l’infanta doña María Luísa Isabel era morta il 9 gennaio 1818 a soli quattro mesi dalla nascita). Quando anche Giuseppa morì, il 27 maggio 1829, Ferdinando, temendo di restare senza eredi per la sua corona, si sposò per la quarta volta solo sette mesi più tardi. La nuova regina, Maria Cristina, in breve tempo diede alla luce due figlie, Isabella (la futura Isabella II di Spagna, 1830–1904) e l’infanta doña María Luísa Fernanda (1832-1897). Alla morte di Ferdinando, avvenuta il 29 settembre 1833, Maria Cristina divenne reggente per la figlia Isabella. Ma il diritto al trono di Isabella fu contestato dallo zio Carlo, che sosteneva che suo fratello Ferdinando, emanando la Prammatica sanzione nel maggio del 1830, avesse illegittimamente modificato la legge di successione permettendo anche alle donne di salire al trono. Alcuni sostenitori di Carlo arrivarono al punto di accusare Maria Cristina di aver nascosto il fatto che Ferdinando aveva effettivamente passato la corona al fratello e di aver scritto il nome del marito morto nel decreto che riconosceva Isabella come erede. Il tentativo di Carlo di prendere il potere portò alle guerre carliste. Nonostante il supporto della Chiesa cattolica e dei conservatori all’infante Carlo, Maria Cristina riuscì a conservare il trono alla figlia. Le guerre carliste, da disputa per la successione divennero un conflitto sul futuro della Spagna. La fazione di Maria Cristina e della figlia era favorevole ad una costituzione liberale e a politiche sociali mentre i sostenitori di Carlo (carlisti) volevano un ritorno alla società tradizionale ed alla monarchia assoluta. Infine la fedeltà dell’esercito per Isabella II decise l’esito della guerra. Il 28 dicembre 1833, poco dopo la morte di Ferdinando VII, Maria Cristina sposò segretamente un ex-sergente della guardia reale, Augustín Fernández Muñoz (1808–1873), che in seguito fu nominato Duca di Riansares e cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro. Maria Cristina e Muñoz ebbero diversi figli mentre tentavano di tenere segreto il loro matrimonio. Alla fine la notizia del matrimonio di Maria Cristina con un militare di basso rango divenne pubblica e la rese fortemente impopolare. La sua posizione fu compromessa dalla notizia del suo nuovo matrimonio e dai dubbi sul suo effettivo appoggio alle politiche dei suoi ministri liberali. Infine l’esercito, che era stato la spina dorsale dei sostenitori di Isabella II, ed i leader liberali delle Cortes generales si unirono nel chiedere la fine della reggenza di Maria Cristina. Nel 1840, finita la guerra civile, il comandante dell’esercito, il generale Baldomero Espartero, conte di Luchana, divenne reggente in sua vece. Il nuovo governo pretese che la ex-reggente lasciasse la Spagna; dopo un infruttuoso tentativo di tornare al potere, Maria Cristina andò definitivamente in esilio in Francia, ove risiedette prevalentemente per il resto della sua vita, mentre la figlia nel 1843, a 13 anni fu proclamata maggiorenne. Il 30 settembre 1868 una rivoluzione scacciò dal trono la figlia Isabella II che raggiunse la madre in esilio in Francia. Il 25 giugno 1870 Isabella II rinunciò al trono in favore del figlio Alfonso XII i cui sostenitori pretesero che sia la madre sia la nonna fossero escluse dagli sforzi di restaurare la monarchia. Quando Alfonso XII riconquistò la corona spagnola il 29 dicembre 1874, a Maria Cristina e ad Isabella II fu permesso di tornare solo provvisoriamente, e non influenzarono più il governo spagnolo. Il matrimonio con Muñoz e le vicende della turbolenta reggenza di Maria Cristina crearono una frattura permanente tra lei e la sua discendenza reale spagnola. Né Isabella II né Alfonso XII avevano interesse alle relazioni con la ex regina reggente. Maria Cristina morì a Le Havre in Francia il 22 agosto 1878. In quanto vedova di Ferdinando VII e madre di Isabella II, Maria Cristina fu sepolta nella cripta reale del Monastero dell’Escorial. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 1865 ca.

Onorificenze

Onorificenze spagnole

Fascia di Dama dell'Ordine di Carlo III - nastrino per uniforme ordinaria   Fascia di Dama dell’Ordine di Carlo III
 
Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria   Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa
                    4 maggio 1826

Onorificenze straniere

Dama di Gran Croce dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Vila Viçosa - nastrino per uniforme ordinaria   Dama di Gran Croce dell’Ordine dell’Immacolata Concezione di Vila Viçosa
                    23 giugno 1834
Dama di gran croce dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme - nastrino per uniforme ordinaria   Dama di gran croce dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme

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Arc.    : S.M. Maria Cristina di Borbone – Sicilia Regina di Spagna e sorella di Re Ferdinando II ( Palermo 27 Aprile 1806 – Le Havre 22 Agosto 1878 ). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 1865 ca.

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Arc. 1855: Maria Carolina Ferdinanda Luisa di Borbone (Caserta, 5 novembre 1798 – Castello di Brunnsee, 16 aprile 1870). Era figlia di Francesco I, re delle Due Sicilie (1777-1830), e dell’arciduchessa Maria Clementina d’Asburgo-Lorena (1777-1801), figlia, a sua volta, dell’imperatore Leopoldo II d’Asburgo-Lorena. Dopo aver trascorso la sua infanzia e adolescenza a Palermo e a Napoli, Carolina andò in Francia per sposare Carlo Ferdinando d’Artois, duca di Berry, figlio minore del conte d’Artois, futuro Carlo X e fratello del re Luigi XVIII. Nonostante il suo sposo avesse vent’anni in più di lei e il loro matrimonio fosse stato combinato, essi sembravano aver formato una coppia molto unita. Il palazzo dell’Eliseo fu sistemato per loro. Dopo l’assassinio di suo marito, la duchessa di Berry si trasferì alle Tuileries. Carolina aveva un temperamento completamente opposto a quello di sua cognata, la duchessa d’Angoulême: era poco attaccata all’etichetta, amava invitare gente, ed era molto sensibile alla moda. La duchessa di Berry era una grande mecenate, che incoraggiava i pittori, i musicisti e i letterati. Dopo una rappresentazione a corte dei commedianti del teatro del Gymnase, ella ne prese il patrocinio e il teatro divenne famoso da quel momento, con il nome di «teatro di Madame» fino al 1830. Carolina amava allontanarsi spesso dalla capitale, ed ebbe un ruolo non trascurabile nella voga dei bagni a mare, soprattutto a Boulogne-sur-Mer e a Dieppe, praticando volentieri questi passatempi durante le belle stagioni. Fu proprio lei a inaugurare una sezione del canale della Somme. Dopo la Rivoluzione di Luglio, seguì Carlo X e la corte in esilio, cercando nel contempo di farsi proclamare reggente di suo figlio, il conte di Chambord, altrimenti noto come Enrico V. Ritornò clandestinamente in Francia nel 1832 e tentò di rilanciare le guerre di Vandea. La sollevazione si rivelò assai debole, e l’operazione fallì rapidamente. La duchessa cercò rifugio in una casa a Nantes ma, tradita da un certo Deutz, dopo aver tentato invano di fuggire attraverso il camino, fu arrestata dalla polizia del ministro degli Interni Thiers. Si aprì, allora, un assai delicato scandalo: Carolina era stata coinvolta nel malaccorto tentativo di sollevazione come vedova del figlio di Carlo X (assassinato il 13 febbraio 1820 e martire della casa reale) e madre dell’erede al trono, loro figlio il conte di Chambord. Ma, nel corso della prigionia nella fortezza di Blaye, le nacque una figlia, Anna Maria (presto morta), evidentemente non dal defunto marito. In tale occasione la duchessa fu costretta ad ammettere un segreto matrimonio con il duca Ettore Lucchesi Palli (1896-1864), un nobile siciliano. I due fatti fecero molto rumore e vennero sfruttati con grande efficacia polemica dal governo di Luigi Filippo (che aveva fatto assistere al parto dei testimoni scelti dal maresciallo  Bugeaud). Arrestata, le fu permesso di lasciare la Francia l’8 giugno 1833 per Palermo. Da lì, si mise in viaggio per Praga, ma Carlo X rifiutava di accoglierla se non a condizioni determinate. La questione, infatti, era molto delicata in quanto la duchessa aveva agito come vedova del figlio di Carlo X e madre dell’erede al trono. Carlo X, dunque, pretendeva la prova della esistenza di un regolare atto di matrimonio con il duca Ettore Lucchesi Palli e affidò la delicata missione a Montbel, già ministro degli interni, insieme a Ferron, già ministro degli esteri nel 1827-29. Questi intercettarono Carolina a Firenze, in settembre, e ottennero la consegna del contratto (sino ad allora conservato in Vaticano). Dopodiché la protagonista dello scandalo incontrò un secondo messaggero, Chateaubriand (anch’egli ex-ministro) a Venezia il 18 settembre e il 20 seppe che l’udienza era stata rifiutata. Sinché non venne ammessa alla presenza del suocero, dal 13 al 18 ottobre, a Lubiana. Qui si vide allontanata dalla famiglia reale, che le rifiutò la direzione dell’educazione del figlio. Questo perché in realtà, come è risultato chiaramente anche da studi recenti, il padre della bimba partorita in prigionia, era un capo della rivolta e non il duca Lucchesi Palli, che acconsentì al matrimonio per coprire lo scandalo e perché voleva bene alla principessa. La duchessa di Berry venne quindi accolta in Belgio. Si trasferì in seguito in Austria, dove visse fino alla morte, avvenuta a Brunnsee nel 1870. Fotografia CDV. Fotografo: G. Le Grey & C.ie – Paris. 

Onorificenze

Dama di Gran Croce di Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce di Devozione del Sovrano Militare Ordine di Malta
   
Dama dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della regina Maria Luisa

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Arc. 1738: Maria Carolina Ferdinanda di Borbone-Due Sicilie (Napoli, 29 novembre 1820 – Trieste, 14 gennaio 1861). Maria Carolina era una delle figlie di Francesco I delle Due Sicilie, e della sua seconda moglie, Maria Isabella di Spagna. Attraverso suo padre Maria Carolina era la nipote di Ferdinando I delle Due Sicilie e di Maria Carolina d’Asburgo-Lorena e attraverso sua madre era nipote di Carlo IV di Spagna e di Maria Luisa di Borbone-Parma. Da entrambi i genitori, era discendente di Carlo III di Spagna. Dopo i matrimoni delle sue sorelle, Maria Cristina con Ferdinando VII di Spagna e Maria Amalia con Sebastiano di Borbone-Spagna, Maria Carolina conobbe l’Infante Carlo, conte di Montemolin, figlio maggiore dell’Infante Carlo, Conte di Molina e di sua moglie l’Infanta Maria Francesca di Portogallo. Dopo la morte di Ferdinando VII, nel 1833, l’infante Carlo Maria Isidro di Borbone-Spagna e la sua famiglia dovette partire per l’esilio. Le nozze tra Maria Carolina e Carlo Luigi vennero celebrate il 10 luglio 1850 al Palazzo Reale di Caserta. La coppia non ebbe figli e visse al lato della princessa de Beira, leader del partito carlista. Maria Carolina e il marito morirono di tifo a poche ore l’uno dall’altro il 14 gennaio 1861 a Trieste. Maria Carolina aveva contratto la malattia dagli infermieri del marito. La coppia morì senza eredi. Maria Carolina e Carlo furono sepolti nella Cattedrale di San Giusto a Trieste. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & Cie. – Paris. 

Onorificenze

Dama dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della regina Maria Luisa
     30 marzo 1830

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Arc. 3036: Carlo Luigi di Borbone-Spagna, Conte di Montemolin (Madrid, 31 gennaio 1818 – Trieste, 13 gennaio 1861). Carlo Luigi nacque nel Palazzo reale di Madrid e venne battezzato lo stesso giorno. Era il primogenito maschio del pretendente carlista Carlo Maria Isidoro di Borbone-Spagna, e della sua prima moglie, Maria Francesca di Braganza. Passò l’infanzia e l’adolescenza in esilio in Portogallo e in Inghilterra. Durante la prima guerra carlista, accompagnò il padre sul fronte settentrionale; alla fine della guerra, si stabilirono entrambi in Francia. Divenne il pretendente al trono carlista dopo l’abdicazione di suo padre il 18 maggio 1845, che cercò con questa misura di facilitare il matrimonio tra Carlo Luigi e Isabella II, che non avvenne (Isabella II sposò Francesco d’Assisi di Borbone-Spagna nel 1846), tra l’altre cose, a causa della sua stessa posizione intransigente, poiché si oppose all’idea di Balmes di essere semplicemente il re consorte, sostenendo che l’unione dinastica dovrebbe essere come quella dei Re Cattolici, con pari diritti. Alla fine del 1846 Carlo Luigi pubblicò un manifesto in cui invocava la lotta armata. Ad aprile tentò di entrare in Spagna, ma fu fermato al confine francese e tornò a Londra. Il 10 luglio 1850 Carlo Luigi sposò Maria Carolina delle Due Sicilie, quinta figlia di Francesco I delle Due Sicilie e di Maria Isabella di Borbone-Spagna; non ebbero figli. Il ministro plenipotenziario degli Stati Uniti a Madrid, attraverso Antonio de Arjona e José María de Areizaga, indicò a Carlo Luigi che il suo governo gli avrebbe fornito tutto il denaro necessario per raggiungere il trono, in cambio dell’indipendenza di Cuba. Il conte di Montemolín rispose che preferiva vivere sempre in esilio piuttosto che minacciare l’integrità della Spagna. Nel 1855 mantenne contatti con Francesco d’Assisi di Borbone-Spagna per giungere a una riconciliazione tra i due rami borbonici, ma fallì e, a maggio, si verificò una nuova insurrezione carlista in Spagna, che non ebbe conseguenze. Nel marzo 1860 si recò alle Isole Baleari per tentare un’altra insurrezione con l’appoggio del Capitano Generale delle Isole Baleari, Jaime Ortega. Il 1 aprile, entrambi, alla testa di 4000 uomini, ignari delle loro intenzioni, si diressero verso San Carlos de la Rápita. Dopo lo sbarco, marciarono ad Amposta dove avrebbero passato la notte, ma ci fu un insurrezione contro i comandanti al Creu del Coll, e i responsabili dovettero fuggire a Ulldecona. Il 21 aprile, l’esercito lo arrestò insieme al fratello Ferdinando e li portò a Tortosa, dove il 23 aprile abdicò ai suoi diritti al trono, come suo fratello. Liberati dal governo spagnolo, si recarono a Trieste, e il 15 giugno dichiararono nulle le abdicazioni fatte mentre erano detenuti, ma l’altro loro fratello, Giovanni Carlo, li ritenne validi e assunse i diritti al trono. La morte di Carlo Luigi, nel gennaio 1861 a Trieste, poco dopo quella di Ferdinando e della vedova di Carlo Luigi, Maria Carolina, lasciò Giovanni Carlo come erede della dinastia carlista, con il nome di Giovanni III. Vennero sepolti a Trieste, nella cappella di San Carlo Borromeo nella Cattedrale di San Giusto. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris. 

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro (ramo spagnolo) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro (ramo spagnolo)
   
Gran Croce dell'Ordine di Carlo III - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine di Carlo III
   

LA CORTE E I CARDINALI

I CARDINALI

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Arc. 755: Cardinale Giacomo Antonelli (Sonnino, 2 aprile 1806 – Roma, 6 novembre 1876). Giacomo Antonelli nacque a Sonnino (piccolo centro, attualmente in provincia di Latina, al confine fra Stato della Chiesa e Regno delle Due Sicilie) da agiata famiglia borghese, poi grandemente arricchitasi. Il paese rischiò di esser demolito in seguito a un editto emesso nel 1819 dal cardinal Consalvi, segretario di Stato di Pio VII, in quanto ritenuto uno dei principali covi di briganti delle province meridionali di Campagna e Marittima. Trasferitosi a Roma, l’Antonelli entrò in seminario, dove si segnalò subito per le spiccate capacità in campo economico. Egli raggiunse il rango di cardinale senza mai essere ordinato sacerdote: era infatti appena stato ordinato diacono che papa Gregorio XVI lo volle fra i suoi collaboratori: tale decisione avrebbe segnato la vita dell’Antonelli. A 22 anni egli divenne assessore presso una delle sezioni di giudizio penale della provincia di Roma e, con rapidissima carriera, fu nominato delegato a Orvieto, poi a Viterbo e, infine, a Macerata. Nel 1841 fu nominato sottosegretario agli interni, quale vice del cardinal Mattei; nel 1844 fu secondo tesoriere nelle Finanze, e l’anno successivo grande tesoriere, ossia ministro delle Finanze. In tale veste, con un’abile operazione finanziaria, riuscì a fare in modo che lo Stato Pontificio tornasse in possesso dei beni appartenenti all'”appannaggio Leuchtemberg” (fino al 1814 “appannaggio Beauharnais”: ben 2300 tenute agricole e 137 palazzi urbani). Quando Pio IX salì al soglio di Pietro, Antonelli partecipò attivamente ai tentativi di riforma liberale del nuovo Papa, sui quali esercitò peraltro un grande influsso. Papa Pio IX creò Antonelli cardinale nel concistoro del 12 giugno 1847; Antonelli entrò contemporaneamente nel primo Consiglio dei ministri, la cui formazione stessa costituiva un’apertura di Pio IX alle riforme; quando poi, nel marzo 1848, si arrivò addirittura alla formazione di un governo misto di esponenti del clero e laici, la presidenza fu affidata a Antonelli, nominato cardinale segretario di Stato, in sostituzione di Giuseppe Bofondi, di mentalità liberale, ma considerato forse non abbastanza esperto. Mentre il 14 marzo 1848 il Papa proclamava la costituzione, Antonelli assecondava le pressioni popolari, inviando 10.000 uomini al confine settentrionale dello Stato della Chiesa, affinché si unissero ai Sardi che stavano cercando di scacciare gli austriaci dal Regno Lombardo-Veneto. Dopo la capitolazione delle truppe romane il 16 giugno 1848 a Vicenza il Papa su pressione di Antonelli assicurò tuttavia che le truppe non erano state inviate per combattere gli austriaci. Da quel momento Antonelli perseguì l’avvicinamento all’Austria e il ripristino della situazione antecedente i moti del 1848 e l’inizio della Prima guerra di indipendenza italiana. Il malumore della popolazione per questa abiura della causa nazionale fu però a Roma così minaccioso che Antonelli e i suoi colleghi dovettero lasciare spazio a un nuovo ministero. Pio IX chiamò al posto di Antonelli il conte Pellegrino Rossi. Antonelli, da dietro le quinte, rimase comunque il conduttore della politica papale. Fu infatti l’Antonelli che, dopo l’assalto del popolo al palazzo del Quirinale il 25 novembre 1848, spinse il Papa a fuggire a Gaeta, dove venne premiato con la seconda nomina a cardinale segretario di Stato. Dopo la restaurazione del potere papale, il 15 luglio 1849, grazie all’intervento francese, Antonelli tornò a Roma e fu posto alla guida del neocostituito Consiglio di Stato. Egli riorganizzò l’amministrazione, perseguitò i suoi avversari politici e introdusse, in modo deciso e astuto, un regime assolutistico di polizia. Antonelli respinse gli avvertimenti delle Potenze europee e gli inviti alla moderazione e all’introduzione delle riforme rese necessarie dai tempi. Egli non fece dunque alcuna concessione ai desideri di unificazione nazionale degli italiani e contestò energicamente le annessioni dei territori dello Stato della Chiesa al Regno d’Italia. Con una serie di note scritte, egli sostenne altresì la linea ecclesiastica di Pio IX che era divenuto tanto conservatore sul piano religioso e teologico quanto su quello politico. Alcuni storici di scuola liberale, a seguito di un rifiorire di studi sulla figura di Papa Mastai e specialmente sulla base di un approfondito riesame dei carteggi del periodo storico pontificio 1850-1870, giunsero alla conclusione che Antonelli avrebbe potuto venire realisticamente a patti con la situazione e con l’evoluzione dei tempi, ma che questi non avesse scientemente voluto, in coerenza con la frase, attribuita a tale prelato (e riferita al tramonto effettivo e inesorabile dell’autorità politica dello Stato della Chiesa), per cui l’Antonelli soleva spesso dire: “Dacché dobbiamo finire, meglio è scomparire quali siamo, con i grandi ideali e con tutte le forme della nostra passata grandezza”. Quando Antonelli morì, il 6 novembre 1876, lasciò un ingente patrimonio, per la cui successione si aprì un processo, che fece scalpore, fra una presunta figlia di Antonelli (la contessa Loreta Domenica Lambertini) e i parenti dell’Antonelli medesimo. Un nipote, il conte Pietro Antonelli, fu il protagonista della politica crispina di espansione coloniale in Africa attraverso l’alleanza con il negus Menelik, politica che si concluse con la disfatta di Adua. Fotografia CDV. Fotografo: H. Tournier – Paris.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro (austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro (austriaco)
Cavaliere dell'Ordine Imperiale di Sant'Alexander Nevsky (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Sant’Alexander Nevsky (Impero di Russia)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria (Impero austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria (Impero austriaco)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
Gran Croce dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine di Carlo III (Spagna)
Gran Croce dell'Ordine del Cristo (Portogallo) - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine del Cristo (Portogallo)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine al Merito della Corona Bavarese (Regno di Baviera) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Corona Bavarese (Regno di Baviera)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Regno di Sardegna)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
Senatore di Gran Croce del Sacro Imperiale Angelico Ordine Costantiniano di San Giorgio (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Senatore di Gran Croce del Sacro Imperiale Angelico Ordine Costantiniano di San Giorgio           (Parma)
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due           Sicilie)
Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce Ordine del Merito di San Lodovico
   «Nomina del 22 dicembre 1851»

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Arc. 684: Cardinale Giacomo Antonelli (Sonnino, 2 aprile 1806 – Roma, 6 novembre 1876). Fotografia CDV. Fotografo: Franck – Paris.

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Arc. 1878: Cardinale Bartolomeo Pacca, detto il Giovane (Benevento, 25 febbraio 1817 – Grottaferrata, 14 ottobre 1880). Era figlio di Orazio Pacca e di Giulia Caracciolo di Sant’Eramo ed era pronipote del più noto cardinale omonimo. Frequentò il Collegio Clementino, poi il Collegio dei Nobili a Velletri ed infine, dal 1835 al 1838, la Pontificia Accademia Ecclesiastica. Il 6 giugno 1841 fu ordinato sacerdote dall’omonimo prozio, cardinale Pacca. Ricoprì numerose cariche presso la Curia Romana fra le quali Maestro di Camera della Corte Pontificia (1856-1868),  Prefetto del Palazzo Apostolico (1868-1875) finché papa Pio IX lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 17 settembre 1875, assegnandogli la diaconia di Santa Maria in Portico Campitelli. Partecipò al conclave del 1878 che elesse papa Leone XIII. Morì il 14 ottobre 1880 all’età di 63 anni. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

FAMIGLIA PONTIFICIA

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Arc. 2396: Cameriere Segreto di Cappa e Spada. Il cameriere pontificio era, nella Chiesa cattolica, un membro della ” Famiglia Pontificia ” incaricato del servizio personale diretto del papa. La carica è stata abolita nel 1968 da Paolo VI. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Petagna – Roma. 1865 ca.

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Arc. 1151: Cameriere Segreto di Cappa e Spada. Fotografia CDV. Fotografo: G. Borelli – Roma. 1885 ca.

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Arc. 2299: Marchese Giuseppe Pacca, Cameriere Segreto di Cappa e Spada. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

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Arc. 1813: Senatore di Roma. Dal 1580 il Senatore divenne di esclusiva nomina papale con il conseguente svuotamento di gran parte delle competenze della magistratura capitolina, pur rimanendo l’atto del giuramento nelle mani dei Conservatori. La carica inizialmente di durata semestrale, divenne poi annuale, spesso prorogata od interrotta, e solo dal 1655 divenne vitalizia. La sua residenza ufficiale era il Palazzo Senatorio in Campidoglio e a lui spettava, a partire dal basso medio evo, il titolo di Magnificus Vir Dominus. Ultimo Senatore di Roma fu il marchese Francesco Cavalletti Rondinini creato nel 1865, i suoi poteri e quelli del Senato romano passarono alla nuova Giunta di Governo presieduta da Michelangelo Caetani duca di Sermoneta, pochi giorni dopo l’arrivo dell’esercito italiano con la breccia di Porta Pia nel settembre del 1870, assumendo il nome di Giunta provvisoria di Governo di Roma e sua provincia. Fotografia CDV. Fotografo: G. Agostini – Roma. 1865 ca.

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Arc. 1401: Bussolante in alta montura. I Bussolanti erano gli addetti all’anticamera del Papa distinti in partecipanti e soprannumerarî. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Petagna – Roma. 1865 ca.

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Arc. 1401: Bussolante in piccola montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Petagna – Roma. 1865 ca.

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Arc. 1400: Mazziere Pontificio. Sorto probabilmente verso il secolo XII, il collegio dei servientes armorum (detto poi dei sergentes armorum e quindi dei mazzieri pontifici) era uno dei numerosi uffici o corpi di cui si componeva la corte papale e assunse maggiore rilevanza dal secolo XVI, iniziando il suo declino nella seconda metà del XIX secolo. Fu soppresso da Paolo VI nel 1968. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: L. Suscipj – Roma. 1870 ca.

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Arc. 1400: Decano di sala dell’anticamera pontificia. Il Decano di Sala dell’Anticamera pontificia è un membro laico della famiglia pontificia e responsabile dell’Appartamento pontificio. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

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Arc. 2397: Decano di sala dell’anticamera pontificia. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 624: Giojelliere de Sacri Palazzi in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1596: Domestico Pontificio. I domestici pontifici (o cubicolari) sono inservienti del Papa e membri della Famiglia Pontificia al diretto servizio del Papa. La loro denominazione, anticamente scopatori segreti, è originata dalla funzione specifica di cura e pulizia degli ambienti privati del Sommo Pontefice. Rispondono agli ordini dell’Aiutante di Camera di Sua Santità. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

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Arc. 1840: Sediario pontificio in montura di gala . I Sediari e i Parafrenieri pontifici, costituirono, fin dal 1378, anche una Arciconfraternita, tra le più antiche di Roma ancora attive. L’arciconfraternita aveva una propria chiesa, quella di Sant’Anna dei Parafrenieri, attuale parrocchia del Vaticano, localizzata presso l’omonima porta di accesso alla Città del Vaticano, che da questa prende il nome. Nelle stampe antiche raffiguranti i cortei papali si vedono i Sediari trasportare a spalla il Papa sulla Sedia Gestatoria seguiti o preceduti dagli scudieri, denominati Parafrenieri pontifici, con i quali condividevano, oltre all’abito, anche i servizi. Con la soppressione delle Scuderie pontificie, Parafrenieri e Sediari furono fusi in un unico Collegio, facendo prevalere la denominazione comune di questi ultimi. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 3286: Sediario Pontificio in montura di gala. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto 1870 ca.

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Arc. 3075: Sediario pontificio in montura ordinaria con mantella. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma.

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Arc. 982: Sediario pontificio in montura ordinaria. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma.

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Arc. 2396: Battistrada in gran montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma. 1865 ca.

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Arc. 210: Cocchiere Pontificio in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma.

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Arc. 1895: Cocchiere pontificio. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma. 1865 ca.

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Arc. 2831: Apostolo pontificio. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1802: Paggio del Governatore in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma. 1865 ca.

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Arc. 3286: Paggio del Governatore in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Petagna – Roma. 1865 ca.

ESERCITO PONTIFICIO

 

 GUARDIE SVIZZERE

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Arc.1813: Guardie Svizzere: Comandante delle Guardie Svizzere in gran montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 3232: Guardie Svizzere: Sergente delle Guardie Svizzere in grande uniforme. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 3233: Guardie Svizzere: Sergente delle Guardie Svizzere in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 1666: Guardie Svizzere: Tamburino delle Guardie Svizzere. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 3233: Guardie Svizzere: Soldato in montura di gala con spezzapicche. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 1395: Guardie Svizzere: Soldato delle Guardie Svizzere. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: E. Verzaschi – Roma. 1870 ca.

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Arc. 2047: Guardie Svizzere: Soldato delle Guardie Svizzere con cappotto. Fotografia CDV. Fotografo: R. Falcetti – Roma. 1870 ca.

ORDINE DELLO SPERON D’ORO O MILIZIA AURATA

LA CAVALLERIA DELLO SPERON D’ORO sorse nella prima metà del XIV secolo, come dignità equestre, ma non come Ordine cavalleresco. Chiamata anche MILIZIA AURATA, veniva conferita come dignità cavalleresca sia dai Romani pontefici che dagli imperatori. Chi aspirava ad ottenere lo Speron d’Oro doveva compiere un periodo di servizio in qualità di paggio, oppure prestare servizio militare. Al termine di tale periodo veniva armato cavaliere con una solenne cerimonia, nel corso della quale riceveva le armi, il Cingolo militare e gli speroni d’oro. Il “Cingulus”, costituiva una larga fascia di cuoio che i Cavalieri cingevano intorno alla vita per sospendervi la spada e, spesso, anche lo scudo. L’insignito non aveva alcun obbligo o vincolo, salvo, in alcuni casi, di rispondere in caso di guerra, nei riguardi di chi lo aveva investito, Sommo Pontefice o Imperatore. Per tradizione l’appartenenza alla Milizia Aurata conferiva la nobiltà personale, in alcuni casi anche la nobiltà ereditaria. La nomina a Cavaliere Aurato era un’investitura nobilitante, essendo un riconoscimento di dignità. Intorno al secolo XVI, da quanto risulta dai documenti e dagli storici, i termini di Cavaliere Aurato e di Conte Palatino erano sinonimi. Dal secolo XVI si iniziò ad unire alla dignità cavalleresca dello speron d’oro, il titolo di conte del sacro palazzo lateranense o conte palatino. Con la fine del medioevo, la Milizia Aurata decadde di prestigio, divenendo una semplice distinzione onorifica conferita molto spesso per sub collazione. Infatti nel 1367 il Sommo Pontefice Urbano V concesse al Marchese di Ferrara la facoltà di creare cavalieri dello Speron d’Oro; tale prerogativa, detta di sub collazione, venne nel tempo altresì concessa anche a collegi ed università.  Anche la famiglia ducale degli Sforza di Santa Fiora, a cui successero i Cesarini Sforza, ottennero la facoltà di investire Cavalieri Aurati. Con la fine del Sacro Romano Impero, per rinuncia di Francesco II d’Asburgo (1806) cessò di esistere la Milizia Aurata di creazione imperiale, mentre quella di derivazione pontificia crebbe in splendore, sotto il pontificato di Pio VII. Infatti in tale periodo la Milizia Aurata da dignità cavalleresca iniziò il processo di trasformazione in una Istituzione cavalleresca, con i relativi Statuti e con la concessione, il 16 febbraio 1803, di una uniforme. Il Sommo Pontefice Gregorio XVI con il Breve Cum Hominum Mentes del 31 ottobre 1841 definì infine le caratteristiche e la struttura dell’Ordine della Milizia Aurata, ponendolo sotto la protezione di San Silvestro I papa. L’Ordine prese quindi la denominazione di Ordine Aurato di San Silvestro Papa o dello Speron d’OroCon la riforma di tutti gli Ordini equestri pontifici avvenuta nel 1905, sotto il pontificato di San Pio X, anche la Milizia Auratadi San Silvestro Papa o dello Speron d’Oro ritrovò tutto il suo prestigio ed il suo splendore. Con Bolla 7 febbraio 1905, l’ Ordine venne staccato dal titolo di San Silvestro Papa, divenendo quest’ultimo Ordine anch’esso pontificio. Sempre con la medesima Bolla, l’Ordine dello Speron d’Oro venne posto al secondo posto nella graduatoria degli Ordini cavallereschi pontifici, dopo l’Ordine Supremo del Cristo e prima dell’Ordine Piano. L’Ordine si compone di una sola classe di cavalieri, limitata al numero di cento, e di norma viene conferito solo ai Capi di Stato non cattolici ed ai capi di governo.

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Arc. 2140: Ordine dello Speron d’Oro o Milizia Aurata: Cavaliere in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Danesi – Roma. 1865 ca.

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Arc. 3312: Ordine dello Speron d’Oro o Milizia Aurata: Cavaliere in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

GUARDIA NOBILE PONTIFICIA

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Arc. 2187: Carlo Felice Barberini Duca di Castelvecchio in montura di gala da Capitano Comandante delle Guardie Nobili Pontificie ( 1817 – 1880 ). Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

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Arc. 2618: Guardia Nobile Pontificia: Tromba in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1153: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1153: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Al retro ” Conte Salimeni “. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 2390: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

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Arc. 1780: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia CDV. Al retro ” Pandolfi Guardia Nobile del Papa, Ariccia agosto 1866 “. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 1835: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia formato gabinetto 10,2 x 16,5. Fotografo: Sconosciuto. 1875 ca.

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Arc. 3250: Guardia Nobile Pontificia: Guardia Nobile in montura di gala. Fotografia formato 15,5 x 10,2. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 1875: Guardia Nobile Pontificia: Guardia in montura di gala con mantella. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma. 1865 ca.

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Arc. 2617: Guardia Nobile Pontificia: Guardia in piccola montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1112: Guardia Nobile Pontificia: Guardia in piccola montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: E. Verzaschi – Roma. 1865 ca. 

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Arc. 1154: Guardia Nobile Pontificia: Guardia in piccola montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Al retro ” Conte Leoncini “. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

GUARDIA PALATINA

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Arc. 2830: Guardia Palatina: Sergente in gran montura. Fotografia formato 11,5 x 15,2. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 2842: Guardia Palatina: Sottufficiale in gran montura. Al petto la Croce Fidei et Virtuti (Medaglia di Mentana). Fotografia CDV. Fotografo: A. Rinaldini – Roma.

ESERCITO PONTIFICIO

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Arc. 406: Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (Nantes 5 settembre 1806 – Prouzel, 11 settembre 1865) generale e politico francese che servì anche nell’esercito pontificio, combattendo contro gli italiani nella battaglia di Castelfidardo e fondando gli Zuavi Pontifici. Discendente da un’antica famiglia bretone fedele ai vecchi ricordi e alle antiche virtù, compì gli studi nella sua città natale; fu ammesso al Politecnico; entrò nella scuola militare di Metz, da cui uscì come luogotenente in seconda nel Reggimento del Genio il 31 gennaio 1829. Nel 1830 fu nominato capitano degli Zuavi e nello stesso anno partecipò alla spedizione d’Algeria. Fu nominato colonnello degli zuavi nel 1837 e nel 1843 generale di divisione. A partire dal 1846 fu protagonista di una rapida ascesa politica che lo portò a diventare Ministro della guerra e vicepresidente dell’Assemblea legislativa nel 1848. Nel luglio 1849 compì una missione in qualità di ambasciatore straordinario presso lo zar di Russia. Fu arrestato il 2 dicembre 1851 in quanto oppositore del colpo di Stato di Luigi Napoleone Bonaparte. Costretto all’esilio, vi rimase per 5 anni, prevalentemente in Belgio. Nel 1860 si mise a disposizione dell’esercito pontificio con l’obiettivo di respingere l’invasione delle Marche e dell’Umbria da parte dell’esercito sabaudo, ma fu sconfitto nella famosa battaglia di Castelfidardo. Su richiesta di monsignor de Mérode organizzò comunque il corpo degli Zuavi Pontifici. La Moricière rientrò quindi in Francia per finire i suoi giorni nel suo castello di Prouzel.Per ringraziarlo dei suoi servizi, papa Pio IX fece erigere per lui un cenotafio nella cattedrale di Nantes, inaugurato nel 1879, mentre la città di Costantina gli dedicò un monumento inaugurato nel 1909, ma che sarà portato in Francia alla fine della guerra d’Algeria e posto a Saint Philibert de Grand Liue, la città di origine della sua famiglia. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell’Ordine Supremo del Cristo - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo del Cristo
  
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Piano - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano
  
Cavaliere di Gran Croce della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce della Legion d’Onore (Francia)
  
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie)
  
Cavaliere di I Classe dell'Ordine di Medjidié (Impero Ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di I Classe dell’Ordine di Medjidié (Impero Ottomano)
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Arc. 1075: Generale Christophe Louis Léon Juchault de Lamoricière o de la Moricière (Nantes 5 settembre 1806 – Prouzel, 11 settembre 1865). Fotografia CDV da incisione. Fotografo: E. Desmaisons – Paris. 1860 ca.

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Arc. 2617: Hermann Kanzler (Weingarten, 28 marzo 1822 – Roma, 6 gennaio 1888) è stato un generale tedesco, noto per essere stato il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate dello Stato Pontificio al tempo della presa di Roma del 1870. Dal 1865 era Ministro delle Armi e Comandante supremo delle Forze Pontificie.Kanzler nacque in una cittadina nei pressi di Karlsrhue da Max Anton, un impiegato dell’amministrazione fiscale del Granducato di Baden. Più tardi la famiglia si trasferì a Bruchsal, dove il ragazzo trascorse la sua giovinezza. Cominciò il suo servizio come tenente nel corpo dei Dragoni a Karlsruhe, dopodiché, vista la sua marcata militanza cattolica, entrò nelle file dell’esercito pontificio. Nel dicembre 1843 rassegnò definitivamente le sue dimissioni dall’esercito granducale. Kanzler entrò nell’esercito del Papa nel 1845 col grado di capitano; combatté nel 1848 contro l’impero austriaco nel corso della I guerra d’indipendenza e nel 1859 fu nominato colonnello del primo reggimento dell’esercito pontificio; in seguito, l’anno successivo, fu promosso generale dall’allora comandante in capo Lamoricière, in riconoscimento delle sue audaci azioni a Pesaro ed Ancona contro l’esercito piemontese nel corso della II guerra d’indipendenza. Nell’ottobre 1865 divenne comandante supremo delle forze armate pontificie e proministro delle armi. Il 3 novembre 1867 comandò l’esercito papale a Mentana e sovrintese alla difesa di Roma nel settembre 1870. Dopo la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale del Papa, Kanzler continuò ad essere nominalmente proministro fino al 1888 e rimase ad esercitare le sue funzioni di comandante in capo delle truppe e le armi papali, anche se solo simbolicamente. Al generale fu conferito anche il titolo nobiliare di barone von Kanzler. Sposò una donna dell’antica famiglia comitale romana dei Vannutelli, che di lì a poco avrebbe dato alla Chiesa due cardinali. Fu a lungo nel consiglio del Campo Santo Teutonico e fu amico del direttore dell’ente, Anton de Waal. Il figlio di Kanzler, il barone Rudolf von Kanzler (nato il 7 maggio 1864) fu l’archeologo capo della Santa Sede e, fin dal 1896, fu membro della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra; considerato il “più abile conoscitore della topografia di “Roma antica”, ebbe una parte di primo piano negli scavi effettuati sotto la Basilica di San Pietro e nelle catacombe. Hermann Kanzler oggi riposa nella cappella Kanzler, presso la Rupe Caracciolo del Cimitero del Verano di Roma. La tomba che, a causa dell’estinzione della famiglia, si trovava in condizioni di totale abbandono è stata fatta ripulire, in collaborazione con il Direttore dei Cimiteri capitolini, dal “Comitato Subiaco 1867” in occasione del 150º anniversario della Battaglia di Mentana, sua principale vittoria. Il gen. Kanzler è sepolto insieme alla moglie Laura dei conti Vannutelli, al figlio Rodolfo, archeologo e musicista, con la moglie Giulia dei marchesi Vitelleschi, ed al nipote Angelo, morto nel 1916 combattendo nella prima guerra mondiale nell’esercito italiano. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Onorificenze

Onorificenze pontificie

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Piano - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano
  
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Gregorio Magno - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Magno
  
Medaglia commemorativa della restaurazione dell'autorità pontificia - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia commemorativa della restaurazione dell’autorità pontificia
  
Medaglia di Castelfidardo - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia di Castelfidardo
  
Croce di Mentana - nastrino per uniforme ordinaria   Croce di Mentana
  

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie)
  
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I (Regno delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I (Regno delle Due Sicilie)
  
Grand'Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
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Arc. 760: Generale Hermann Kanzler (Weingarten, 28 marzo 1822 – Roma, 6 gennaio 1888). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

Arc. 550: Georges de la Vallée de Rarecourt marchese de Pimodan (Echenay, 29 gennaio 1822 – Castelfidardo, 18 settembre 1860) è stato un militare e legittimista francese a servizio dell’Impero austriaco e dello Stato Pontificio.Nato da Camille de Pimodan e da Claire Fauveau de Frénilly, compie i suoi studi al collegio dei gesuiti di Friburgo. Viene ammesso a Saint Cyr dove però, nel 1840, rifiuta di servire Luigi Filippo di Francia decidendo, nel 1847, di entrare nella Cavalleria leggera austriaca, dove diverrà sotto-tenente. A Verona dove viene inviato, viene nominato capitano e aiutante di campo del generale Josef Radetzky. Sotto gli ordini del generale Jelačić, poi, combatte la rivolta ungherese di Kossuth. Fatto prigioniero a Peterwardin, viene condannato a morte. Il 23 agosto 1849, però, con la disfatta dell’armata ungherese di Arthur Georgey riesce a salvarsi. Viene nominato colonnello ma lascia l’esercito per rientrare in Francia e sposarsi con Emma de Couronnel, figlia di un gentiluomo di Carlo X. Nell’aprile del 1860 entra nell’Esercito Pontificio per difendere lo Stato Pontificio. Raggiunge i gradi di capo-maggiore e il 3 agosto diventa generale. Partecipa alla Battaglia di Castelfidardo dove muore eroicamente gridando agonizzante ai suoi soldati Dio è con noi.Fu sepolto nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma, come lui un tempo confessò di desiderare, nel caso di una sua possibile morte. Il funerale fu celebrato la mattina del 3 ottobre nella Basilica di Santa Maria in Trastevere e il pomeriggio fu sepolto nella Chiesa di San Luigi dei Francesi. Così Roncalli descrive la funzione: “Il trasporto fu veramente dignitoso, commovente e straordinario. La bara era portata a vicenda da cannonieri e zuavi. Vi prese parte lo Stato Maggiore pontificio e francese, molta truppa di linea, cavalleria e due concerti musicali. Sulla coltre vi era il cappello, le spalline, la spada e la ghirlanda di alloro donata dal generale piemontese per onorare la memoria di tanto prode soldato. Il tutto procedette nella massima tranquillità ed ordine. Seguivano il feretro varie centinaja di devoti alla causa della S. Sede.” Pio IX, inoltre, concederà ai discendenti di de Pimodan il titolo di duchi. Fotografia CDV da incisione. Fotografo: E. Desmaisons – Paris. 1860 ca.

Onorificenze

Senatore e Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine costantiniano di San Giorgio di Parma - nastrino per uniforme ordinaria   Senatore e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine costantiniano di San Giorgio di Parma
  
Cavaliere dell'Ordine Piano (Stato Pontificio) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Piano (Stato Pontificio)
  
Cavaliere dell'Ordine imperiale di Leopoldo (Austria) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine imperiale di Leopoldo (Austria)
  
Croce al merito militare austriaca - nastrino per uniforme ordinaria   Croce al merito militare austriaca
  
Commendatore dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di Leopoldo (Belgio)
  
Cavaliere dell'Ordine costantiniano di San Giorgio (Napoli) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine costantiniano di San Giorgio (Napoli)
  

Era, inoltre, ciambellano onorario dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria e cavaliere dell’Ordine ducale di Parma.

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Arc. 550: Georges de la Vallée de Rarecourt marchese de Pimodan (Echenay, 29 gennaio 1822 – Castelfidardo, 18 settembre1860). Fotografia CDV da incisione. Fotografo: E. Desmaisons – Paris. 1860 ca.

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Arc. 2571: Carlo Zucchi (Reggio nell’Emilia, 10 marzo 1777 – Reggio nell’Emilia, 19 dicembre 1863). Soldato di Napoleone (che per i suoi meriti gli conferì il titolo di barone dell’Impero) dal 1796, veterano della invasione degli Stati Pontifici, di Corfù, di Novi Ligure (terribile battaglia che, a suo dire, «costò ventisette mila vite») e la traversata del San Bernardo, del Tirolo, di Dalmazia, del Sacile e del Piave, del Tarvisio, di Raab, di Presburgo, di nuovo del Tirolo, di Wiener Neustadt, di Lützen e Bautzen e Lipsia. Capitano aiutante maggiore nel 1800, capo battaglione nel 1805, tenente colonnello nel 1807, legion d’onore e poi generale di brigata nel 1809, governatore militare a Verona, Cremona, Padova, Ispettore Generale di tutta la fanteria del Regno nel 1811 e 1812, governatore della fortezza di Mantova e comandante l’ala destra dell’esercito del Beauharnais alla battaglia del Mincio, la grande battaglia con la quale l’esercito italiano negò agli Imperiali del feldmaresciallo Bellegarde la Lombardia. Il 3 febbraio 1831 il duca di Modena, Francesco IV, fece arrestare il patriota Ciro Menotti; a Modena scoppiava l’insurrezione, mentre a Reggio Emilia si organizzava un corpo di truppe al comando del generale Carlo Zucchi, che assumeva la guida del governo provvisorio il 7 marzo. Gli 800 volontari del generale Zucchi (tra i quali si distinse Manfredo Fanti) impegnarono duramente gli austriaci: memorabile fu la battaglia delle Celle combattimento di retroguardia a Rimini (25 marzo). Essi ripiegarono poi indisturbati, insieme ai circa 6.000 uomini mobilitati nei territori ribelli, sulla fortezza di Ancona, ove la rivoluzione si spense alcuni giorni più tardi. Ad Ancona, infatti, il 28 marzo Zucchi fu costretto ad imbarcarsi per la Francia, insieme ad un centinaio di altri rivoluzionari, tentando di mettersi in salvo; ma il brigantino Isotta sul quale viaggiava venne catturato dall’allora capitano di vascello della marina austriaca Francesco Bandiera, padre dei due famosi fratelli Attilio ed Emilio, e tutti i rivoluzionari furono arrestati. Il 4 giugno 1832 una commissione militare austriaca condannò Zucchi alla pena di morte, poi commutata in venti anni di carcere duro in fortezza a seguito dell’intervento della corte francese. I fatti del 1848 lo trovano ancora prigioniero nella fortezza di Palmanova, della quale assume il comando e dalla quale respinge l’assedio imperiale con circa 1.440 combattenti tra regolari e volontari.  Nell’ottobre-novembre 1848 fu l’ultimo ministro delle Armi di Pio IX da sovrano costituzionale. Trascorse gli ultimi anni di vita nella sua città natale, impegnato a scrivere le sue memorie. Massone, fu membro attivo della Loggia “Reale Augusta” di Milano, del Grande Oriente di Francia, poi passata nel 1806 al Grande Oriente d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino. 1860 ca.

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria  Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
  
Ufficiale della Legion d'onore - nastrino per uniforme ordinaria  Ufficiale della Legion d’onore
  
Cavaliere dell'Ordine della Corona Ferrea - nastrino per uniforme ordinaria  Cavaliere dell’Ordine della Corona Ferrea
  
Medaglia di Sant'Elena - nastrino per uniforme ordinaria  Medaglia di Sant’Elena
  

 

 

STATO MAGGIORE

Arc. 56: Stato Maggiore: De Chevigne’ conte Arthur in grande uniforme da capitano di Stato Maggiore dell’esercito Pontificio (Clery-saint-Andrè (Francia), 9 dicembre 1833 – Cheverny, 30 ottobre 1869). Sottotenente di 2^ classe dello Stato Maggiore del Ducato di Modena nel 1855, passò alla caduta del Ducato come Capitano di Stato Maggiore nell’esercito Pontificio il 17 aprile 1860. Fu Aiutante di Campo del Generale Lamoriciere e Comandante delle truppe nell’Ascolano durante la campagna dell’Italia centrale del 1860 dove venne catturato. Fotografia CDV. Fotografo: E. Desmaison – Paris. 

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Arc. 3231: Stato Maggiore: Sottotenente di Stato Maggiore in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

 

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Arc. 1326: Corpo di Stato Maggiore: Capitano in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

 

 

FANTERIA DI LINEA

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Arc. 2618: Fanteria di Linea: Sergente in gran montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: M. Petagna – Roma. 1865 ca.

 

 

CACCIATORI

 

 

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Arc. G2: Cacciatori: Capitano dei Cacciatori in piccola montura. Fotografia formato 26,5 x 21,7 dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. Foto acquerellata a mano.

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Arc. 3209: Cacciatori: Sottotenente dei Cacciatori in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 418: Cacciatori: Cacciatore in gran montura mod. 1865. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

 

 

CARABINIERI

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Arc. 2865: Carabinieri: Carabiniere in gran montura, al petto la medaglia Pro Petri Sede. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto.

CARABINIERI ESTERI (CACCIATORI)

Arc. 3355: Carabinieri Esteri (Cacciatori): Lodovico conte De Courten in montura ordinaria da Capitano del Reggimento Carabinieri Esteri (Cacciatori). Figlio del Generale pontificio Joseph-Eugène-Antoine-Raphaël de Courten (Sierre, 2 gennaio 1809 – Firenze, 24 dicembre 1904), militò nelle file dell’esercito Pontificio e fu anche un apprezzato pittore. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

LEGIONE ROMANA

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Arc. 2619: Legione Romana: Tromba Maggiore della Legione Romana (già Legione di Antibes) in gran montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1867 ca.

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Arc. 2255: Legione Romana: Trombetto della Legione Romana (già legione di Antibes) in gran montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Officio di Commissioni – Roma. 1867 ca.

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Arc. 3230: Legione Romana: Musicante della Legione Romana (già Legione di Antibes) in gran montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1867 ca. 

DRAGONI

 

 

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Arc. G3: Dragoni Pontifici: Carlo Chigi Albani della Rovere in piccola montura da Sottotenente del Reggimento Dragoni Pontifici. Fotografia incorniciata formato 25 x 17 dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2883: Dragoni Pontifici: Maresciallo d’alloggio in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 3230: Dragoni Pontifici: Caporale in gran montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1867 ca. 

GUIDE DI LAMORICIERE

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Arc. 2284: Guide di Lamoricière: conte De Bérard in piccola montura da Sottotenente. Fotografia CDV. Fotografo: L. Suscipj – Roma. Datata 1860.

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Arc. 1394: Guide di Lamoricière: Sottotenente Thibaud De Noblet De La Rochethulon conte Henri in piccola montura (Beaumont, 7 luglio 1839 – Arcachon, 16 novembre 1877). Figlio di Emmanuel Philippe Thibaut de La Rochethulon (1789 – 1871), marchese de La Rochethulon, gentiluomo di  Carlo X e di Marie Régine Olivie de Durfort-Civrac de Lorge (1805 – 1876) sposò il 27 ottobre 1865 a Beaumont, nel castello di Baudiment, Yolande de Goulaine (1843 – 1923). Fu volontario nell’esercito pontificio e si arruolò nelle Guide di Lamoricière. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 2903: Guide di Lamoricière: Sottotenente in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Altobelli e Molins – Roma.

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Arc. 1146: Guide di Lamoricière: Sottotenente in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Ornements d’Eglise – Arennes.

 

 

ARTIGLIERIA

 

 

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Arc. 3198: Artiglieria: Tenente in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

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Arc. 2619: Artiglieria: Maresciallo Capo di una batteria a cavallo in gran montura. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 2195: Artiglieria: Sottufficiale in montura di via con mantella. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: E. Behles – Roma. 1865 ca.

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Arc. 3254: Artiglieria: Batteria di Artiglieria con Serventi in montura di via. Fotografia stereoscopica. Fotografo: Sconosciuto. 

GENIO

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Arc. 1112: Genio: Sergente del Genio in gran montura. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 2730: Genio: Milite del Genio in montura di via. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

ZUAVI PONTIFICI

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Arc. 1791: Athanase-Charles-Marie de Charette de la Contrie (Nantes, 3 settembre 1832 – Saint-Père, Ille-et- Vilaine, 9 ottobre 1911) è stato un militare francese, tenente colonnello comandante degli Zuavi Pontifici, poi comandante della legione dei Volontari dell’Ovest nella guerra franco-prussiana del 1870. Athanase-Charles-Marie de Charette de la Contrie nacque da una famiglia nobile di forti sentimenti religiosi, che poteva contare fra i suoi antenati l’eroe vandeano François-Athanase Charette de La Contrie. Verso la metà degli anni ’40 entrò all’Accademia militare di Torino, ma nel 1848 lasciò il Piemonte, non volendo servire nel suo esercito poiché in disaccordo con la politica liberale ed anticlericale che aveva intrapreso il paese. Passò allora a servire, nel 1852, il Duca di Modena, come sottotenente di un reggimento austriaco di stanza nel Ducato, ma in seguito decise di lasciare l’incarico per lo stesso motivo: non voleva servire uno stato tradendo i suoi principi e valori. Legittimista quanto il suo antenato François de Charette, quando i suoi due fratelli chiesero di servire Francesco II per difendere il Regno delle Due Sicilie, decise di mettersi al servizio di Pio IX. Si arruolò quindi, nel maggio 1860, tra i franco-belgi (poi noti come Zuavi Pontifici) e nella Battaglia di Castelfidardo mostrò la sua abilità nel combattere e il suo coraggio, venendo ferito. I successivi dieci anni li passò servendo fedelmente Pio IX, dal quale venne nominato tenente colonnello e messo al comando degli Zuavi Pontifici; come tale difese lo Stato Pontificio nel 1867 a Mentana contro Garibaldi e nel 1870 contro l’esercito di Vittorio Emanuele II. Quando però Roma cadde Charette decise di servire la Francia, nella guerra franco-prussiana, con la stessa divisa da zuavo pontificio: l’Esercito francese accettò la proposta e gli fece fondare la “Legione dei Volontari dell’Ovest”. Il loro vessillo portava le parole: “Coer de Jesus, sauvez la France!” (“Cuore di Gesù, salvate la Francia!”). Continuando a essere monarchico, non accettò l’elezione a deputato. Morì il 9 ottobre 1911 a Basse-Motte (Ille-et-Vilaine). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1865 ca.

Onorificenze

Medaglia di Castelfidardo - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia di Castelfidardo
  
Croce di Mentana - nastrino per uniforme ordinaria   Croce di Mentana
  
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Arc. 2760: Athanase-Charles-Marie de Charette de la Contrie in uniforme da Tenente Colonnello Comandante degli Zuavi Pontifici. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 182: Conte Louis de Becdeliévre in piccola montura da Tenente Colonnello comandante degli Zuavi ( Puy 17 febbraio 1826 – Bigny par Feurs 27 febbraio 1871 ). Nato a Puy, Haute-Loire, Francia il 17 febbraio 1826, entra il 7 dicembre 1848 nella Scuola Militare di Saint Cyr, dalla quale esce col grado di Sottotenente nel 1850 destinato al 32° Reggimento di Linea, allora in Italia. Trasferito al 4° Reggimento Cacciatori a piedi, prende parte alla guerra di Crimea distinguendosi nelle giornate dell’Alma e d’Inkermann ed alla presa di Sebastopoli, dove viene fatto prigioniero. Al ritorno dalla prigionia viene nominato capitano per meriti di guerra e decorato della Legione d’Onore. Dimissionario dall’esercito francese col grado di capitano il 19 settembre 1858, entra al servizio della Santa Sede come Maggiore comandante dei Tiragliatori Franco-Belgi il 1° giugno 1860. Il 18 settembre 1860 a Castelfidardo riesce, grazie all’eroismo dimostrato dai suoi soldati nell’impari lotta, a far arretrare per qualche ora il corpo d’armata piemontese che lo fronteggiava. Per il suo indomito comportamento é promosso Tenente Colonnello il 6 ottobre 1860; il 1° gennaio dell’anno seguente col medesimo grado entra a far parte degli Zuavi pontifici; il 25 gennaio successivo a Ponte Corese, al comando degli Zuavi, sventa un colpo di mano piemontese che tendeva ad uno sconfinamento in territorio pontificio. Lascia il servizio attivo il 23 marzo 1861. Muore nel castello di Bigny par Feurs, Loire, il 27 febbraio 1871. Era decorato dell’Ordine della Legione d’Onore, della medaglia di Crimea, dell’Ordine di Pio IX, della medaglia Pro Petri Sede in oro. Fotografia CDV. Fotografo: Furne Fils & H. Tournier – Paris. 1861 ca.

Onorificenze

Ufficiale della Legion d'onore - nastrino per uniforme ordinaria  Ufficiale della Legion d’onore
  
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Arc. 2397: Zuavi Pontifici: Nicolas Furey, Sottotenente in montura ordinaria. Nasce a Limerich, Irlanda. Nel maggio 1860 si reca a Roma per arruolarsi nei Crociati di San Pietro compagnia di volontari cattolici agli ordini del conte Henri de Cathelinau. Il 1° settembre 1860 si trasferisce nella nuova formazione dei Tiragliatori Franco-Belgi, comandata dal Maggiore de Becdelievre; partecipa alla battaglia di Castelfidardo dove viene gravemente ferito da una palla che gli fracassa l’arto sinistro in prossimità del ginocchio; ricoverato all’ospedale di Osimo viene amputato dal Dr. Heer. E’ nominato sottotenenteil 5 aprile 1861, si dimette il 6 luglio successivo. Era decorato della medaglia Pro Petri Sede e della croce dell’Ordine Piano. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1861 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Piano (Stato Pontificio) - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Piano (Stato Pontificio)
  

Arc. 3475: Zuavi Pontifici: Sergente  in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 2285: Zuavi Pontifici: Alfége Du Baudiez in montura di via da Sergente (morto a Castefidardo il 19 settembre 1860). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860.

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Arc. 2390: Zuavi Pontifici: Milite in montura ordinaria. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. ” Al retro ” A. Mifson mort à Rome “. 1860 ca.

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Arc. 2874: Zuavi Pontifici: Milite in montura ordinaria. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma.

Arc. 3475: Zuavi Pontifici: Milite in montura ordinaria con pastrano. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 2919: Zuavi Pontifici: Sottufficiali e soldati in montura ordinaria. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 3234: Zuavi Pontifici: Soldati in montura ordinaria e soldato di Fanteria in piccola montura. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: H. Schwerdtfeger – Bozen. Al fondo: ” Soldati di Sua Santità Papa Pio IX feriti difendendo Roma, 20 settembre 1870″. 

Arc. 3476: Zuavi Pontifici: Milite in piccola montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 3199: Zuavi Pontifici: Milite in montura di via. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 3132: Zuavi pontifici: Milite in piccola montura con fez. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli d’Alessandri – Roma.

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Arc. 879: Zuavi Pontifici: Milite in piccola montura con Fez. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 3232: Zuavi Pontifici: Ritratti di militari pontifici caduti a Mentana, disposti a croce. In alto la tiara pontificia e chiavi decussate. In basso la data 1867. I militari effigiati sono tutti del corpo degli Zuavi ad eccezione del Tenente De Quatrebarbes appartenente all’Artiglieria (al centro). Fotografia CDV. Fotografo: E. Verzaschi – Roma. 

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Arc. 3241: Zuavi Pontifici: Fanfara degli Zuavi pontifici. Fotografia formato 7,5 x 4,1. Fotografo: Sconosciuto. 

GENDARMERIA PONTIFICIA

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Arc. 1801: Gendarmeria Pontificia: Gendarme in montura di gala. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 3271: Volontari Pontifici della Riserva: Soldato in gran montura. Il Corpo dei Volontari Pontifici della Riserva venne costituito con decreto 11 febbraio 1869 su tre compagnie. A causa della scarsa abilità nel tiro e dell’aspetto non precisamente marziale vennero soprannominati “Caccialepri”. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1869 ca. 

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Arc. 3271: Squadriglieri: Squadrigliere dell’Esercito Pontificio in montura di via. Fotografia CDV acquerellata a mano. Fotografo: G. Agostini – Roma. Per affiancare la Gendarmeria e l’esercito nella repressione del brigantaggio, specie lungo la frontiera meridionale, vennero arruolati nel 1866, nelle provincie di Frosinone e Velletri, 250 Squadriglieri, divisi in dieci distaccamenti su base territoriale. Per le loro particolari calzature erano detti “Zampitti”. Al retro “Squadrigliere Zampitto”. 1866 ca. 

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Arc. 3272: Sedentari Pontifici: Sergente Giampaoli in gran montura. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1870. 

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Arc. G: Esercito Pontificio: Zuavi in montura di via alle manovre ai Campi di Annibale presso Rocca di Papa. Fotografia formato 16 x 21,5. Fotografo: Sconosciuto. 1868.

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Arc. 2066: Esercito Pontificio: quartier generale del campo alle manovre ai campi di Annibale presso di Rocca di Papa. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1868.

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Arc. 1651: Esercito Pontificio: Benedizione delle truppe in piazza San Pietro. Fotografia stereoscopica. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 3257: Esercito Pontificio: Deposito di carriaggi dell’esercito pontificio a Roma. Fotografia Stereoscopica. Fotografo: G. Sommer – Napoli.

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Arc. 3258: Esercito Pontificio: Zuavi pontifici e soldati francesi del Corpo di Spedizione a Roma in piazza San Pietro. Fotografia stereoscopica. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 3272: Esercito Pontificio: Zuavi e soldati di Fanteria all’interno del Colosseo. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 2480: Corpo di spedizione francese a Roma: Militi di fanteria in piccola montura in libera uscita davanti al Tempio di Vesta. Fotografia stereoscopica. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

CASA REGNANTE

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Arc. 1595: S.S. Papa Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ) è stato il 255º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dal 1846 al 1878 e 163º e ultimo sovrano dello Stato Pontificio dal 1846 al 1870. Il suo pontificato, di 31 anni, 7 mesi e 23 giorni, rimane il più lungo della storia della Chiesa cattolica dopo quello di San Pietro. Fu terziario francescano ed è stato proclamato beato nel 2000. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1676: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ) in abito da passeggio. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. Al retro “Pio Nono Mastai Ferretti Rome 5 Juni 1868”.

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Arc. 1767: S.S. Pio IX (nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878) in abito da passeggio. Fotografia formato gabinetto 11 x 16,6. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 754: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia 12,3 x 16,1. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 745: S.S. Pio IX (nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 1058: S.S. Pio IX (nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878). Fotografia CDV. Fotografo: A.D. Braun – Dornach. Datata 13 maggio 1875.

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Arc. 663: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia formato gabinetto 10,9 x 16,7. Fotografo: A. Rinaldini – Roma. Datata 23 giugno 1877.

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Arc. 874: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1877.

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Arc. 402: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia formato gabinetto 10,9 x 16,7. Fotografo: Angiolini e Tuminello – Roma. Datata 3 giugno 1877.

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Arc. 402: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia formato gabinetto 10,9 x 16,7. Fotografo: Angiolini e Tuminello – Roma. Datata 3 giugno 1877.

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Arc. 403: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 577: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 874: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 709: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli  Alinari – Firenze. 1870 ca.

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Arc. 709: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Al retro. “P. Propeti a M. Augostini nella sua Prima Comunione 1870”.

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Arc. 708: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia CDV. Fotografo: P. Petit – Parigi. 1870 ca.

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Arc. 708: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1870 ca.

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Arc. 755: S.S. Pio IX ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia formato gabinetto 10,9 x 16,7. Fotografo: Sconosciuto. Datata 23 giugno 1877.

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Arc. 710: S.S. Pio IX sul letto di morte ( nato Giovanni Maria Mastai Ferretti; Senigallia, 13 maggio 1792 – Roma, 7 febbraio 1878 ). Fotografia CDV. Fotografo: De Federicis – Roma. 1878.

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Arc. 1086: S.S. Pio IX e la sua famiglia pontificia. Si tratta dei più stretti collaboratori del Papa. Tra gli altri i Cardinali Antonelli, De Merode e Pacca. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1865 ca.

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Arc. 1780: S.S. Pio IX e la sua famiglia pontificia probabilmente a Castelgandolfo. Fotografia CDV. Fotografo: T.H. Gladwell – Londra. 1865 ca.

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Arc. 1151: S.S. Papa Leone XIII ( nato Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci; Carpineto Romano, 2 marzo 1810 – Roma, 20 luglio 1903 ) è stato il 256º papa della Chiesa Cattolica (dal 1878 alla morte). È ricordato nella storia dei papi dell’epoca moderna come pontefice che ritenne che fra i compiti della Chiesa rientrasse anche l’attività pastorale in campo socio-politico. Se con lui non si ebbe la promulgazione di ulteriori dogmi dopo quello dell’infallibilità papale solennemente proclamato dal Concilio Vaticano I, egli viene tuttavia ricordato quale papa delle encicliche: ne scrisse ben 86, con lo scopo di superare l’isolamento nel quale la Santa Sede si era ritrovata dopo la perdita del potere temporale con l’unità d’Italia. Fotografia CDV. Fotografo: E. Appert – Parigi. 1878 ca.

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Arc. 973: S.S. Papa Leone XIII. Fotografia formato gabinetto 10,9 x 16,5. Fotografo: Sconosciuto. 1878 ca.

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Arc. 712: S.S. Papa Leone XIII. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1878 ca.

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Arc. 711: S.S. Papa Leone XIII. Fotografia CDV dipinta a mano. Fotografo: Sconosciuto. 1878 ca.

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Arc. 759: S.S. Papa Leone XIII. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1880 ca.

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Arc. 745: S.S. Papa Leone XIII. Fotografia CDV. Fotografo: G. Borelli – Roma. 1878 ca.

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Arc. 875: S.S. Papa Leone XIII. Fotografia formato gabinetto 10,7 x 16,6. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1878 ca.

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Arc. 1261: S.S. Papa Leone XIII e la sua famiglia pontificia. Fotografia formato gabinetto 10,7 x 16,6. Fotografo: Fotografo: Fotografia Artistica – Roma. 1878 ca.

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Arc. 1059: S.S. Papa Leone XIII con le Guardie Svizzere e due Cardinali. Fotografia formato gabinetto ritagliata. Fotografo: Sconosciuto. 1890 ca.

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Arc. 876: Papa Pio X (nato Giuseppe Melchiorre Sarto; Riese, 2 giugno 1835 – Roma20 agosto 1914) è stato il 257º vescovo di Roma e papa della Chiesa Cattolica (1903 -1914). Fu proclamato santo nel 1954. Fotografia formato 11,5 x 16. Fotografo: Sconosciuto. 1903 ca.

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Arc. 878: Papa Benedetto XV (nato Giacomo Paolo Giovanni Battista della Chiesa; Degli di Genova, 21 novembre 1854 – Roma, 22 gennaio 1922) è stato il 258º vescovo di Roma e papa della Chiesa Cattolica, dal 1914 fino alla morte. Fu fermo oppositore della prima guerra mondiale. Fotografia formato 6 x 8,5. Fotografo: Sconosciuto. 1914 ca.

PERSONAGGI E UOMINI POLITICI

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Arc. 3122: Bittheuser Matteo (1790 – 1880). Segretario intimo del Granduca Leopoldo II venne nobilitato nel 1850. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. 3172: Giuseppe Montanelli (Fucecchio, 21 gennaio 1813 – Fucecchio, 17 giugno 1862). Montanelli nacque a Fucecchio, nel Granducato di Toscana, e frequentò la Facoltà di giurisprudenza di Pisa dal 1826 al 1831. Nel 1840 divenne professore di diritto per la stessa università. Contribuì a scrivere sullAntologia, una celebre rivista fiorentina fondata da Giovan Pietro Vieusseux, e nel 1847 fondò un giornale chiamato L’Italia, il programma del quale era “Riforma e Nazionalità”. Vicino agli ideali federalisti di Vincenzo Gioberti, il quale auspicava la creazione di una nazione italiana federale, nel 1848 Montanelli combatté come volontario toscano (era comandante del contingente pisano-livornese) nella battaglia di Curtatone e Montanara, nella quale fu ferito e venne fatto prigioniero dagli Austriaci. Una volta liberato ritornò in Toscana, ed il Granduca Leopoldo II, che conosceva la sua influenza sulla popolazione, lo inviò a Livorno a soffocare alcune rivolte. Nell’ottobre il Granduca gli chiese di formare un ministero. Egli accettò e il 10 gennaio 1849, il Granduca riunì un’assemblea costituente. Leopoldo tuttavia, preoccupato dall’andamento delle vicende, se ne andò da Firenze, e Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni furono eletti “triumviri” di Toscana. Come Mazzini, Montanelli invocò l’unione della Toscana con Roma. Ma Montanelli, a differenza di Mazzini, era un federalista convinto (auspicava cioè la creazione di una confederazione di stati italiani e non una unione centralistica). Dopo la restaurazione del Granduca, Montanelli, che si trovava a Parigi, fu condannato d’ufficio e rimase dieci anni in Francia, divenendo un partigiano di Napoleone III nella speranza che la Francia, con il suo poderoso esercito, intervenisse in favore della causa italiana. Con la moglie Lauretta Cipriani frequentò vari salotti parigini di tendenza bonapartista; si dedicò anche al teatro, scrivendo due tragedie, La Tentazione e Camma. Rientrò nel 1859 per seguire i Cacciatori degli Appennini, ed incontrò ad Alessandria Napoleone III il 25 maggio, cercando di illustrargli i suoi progetti unitari. Quando però fu chiaro che l’Unità d’Italia si sarebbe fatta all’insegna dell’accentramento monarchico e della piemontesizzazione della penisola, si avvicinò al partito autonomista toscano guidato dall’ultimo monarca regnante, Ferdinando IV di Toscana, con l’intento di giungere ad una repubblica toscana indipendente. In questa battaglia anti-unitaria e autonomista fu affiancato da vari amici, tra i quali Clemente Busi, autore del famoso saggio In foedere Unitas, Firenze, 1860. Per la causa autonomista e federalista scrisse il saggio L’impero, il Papato e la Democrazia e si impegnò a fondo per creare un giornale unitario dei federalisti e autonomisti toscani da intitolare L’Italia (tentativo ripetuto più tardi con il nome Toscana). Mancando però unità nel partito autonomista, tra legittimisti, democratici, clericali e repubblicani federalisti, il progetto sfumò. Con l’impresa dei Mille e la fulminea annessione del regno delle Due Sicilie al Piemonte-Sardegna – ribattezzato il 17 marzo 1861 Regno d’Italia -, Montanelli si rese conto dell’impossibilità di perseguire la strada federalista e autonomista. Dopo il raggiungimento dell’unità nazionale, fu eletto deputato al Parlamento italiano. Appoggiò la proposta di concessione di alcune forme di autonomia presentata da Marco Minghetti. Appartenente alla Massoneria, fu membro della Loggia “Dante Alighieri” di Torino e della Loggia Ausonia della stessa città. Montanelli morì a Fucecchio nel 1862.A lui è dedicata una via a Pisa. Indro Montanelli, anch’egli di Fucecchio, lo indicò come “prozio” nel suo libro Figure & Figuri del Risorgimento, forzando, come lui stesso ammise, una lontana parentela comune con un certo Giuliano Montanello nato a Fucecchio nel 1516, tuttavia ricerche genealogiche svolte nel 2013 smentirebbero questa ipotesi di parentela. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Livorno – Firenze – Napoli.

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Arc. 400: Don Neri Corsini, marchese di Lajatico. (Firenze il 13 agosto – Londra 10 dicembre 1859). Figlio del principe Tommaso e dalla baronessa Antonietta Hajeck von Waldstädten. Nel 1834, anno in cui ottenne la concessione granducale del titolo marchionale di Lajatico, sposò Eleonora Rinuccini. Secondo le tradizioni familiari s’avviò a ricoprire alte cariche amministrative e politiche, iniziando la carriera come segretario del ministro delle Relazioni estere. L’ 11 dicembre 1839 Leopoldo II lo nominò governatore militare e civile di Livorno, con il grado di general maggiore onorario e di comandante supremo del litorale toscano e della marina militare. Il 17 marzo 1848 veniva formato il primo governo costituzionale, presieduto da Francesco Cempini e poi da Cosimo Ridolfi: il Corsini fu chiamato a ricoprirvi la carica di ministro degli Affari Esteri e della Guerra. E la sua entrata in carica precedé solo di qualche giorno l’inizio della prima guerra d’indipendenza. Nel decennio successivo il Corsini non ebbe cariche governative, anche se fece parte, per due volte, della rappresentanza municipale fiorentina. Rimase, però, legato alla corte per la sua carica di ciambellano e mantenne il grado di general maggiore e la qualifica onoraria di consigliere di Stato, Finanze e Guerra. Nel 1859 il governo provvisorio toscano si servì subito di lui, inviandolo commissario straordinario al quartier generale sardo. Dopo l’armistizio di Villafranca, non si perse d’animo e, con calma e fiducia, scriveva al governo toscano perché non disperasse a causa delle condizioni di armistizio che imponevano anche la restaurazione lorenese e resistesse tenacemente. Il 3 luglio era a Torino, insieme al Peruzzi, per presentare al re i Voti della Consulta toscana affinché Vittorio Emanuele conservasse il protettorato della Toscana “fino all’ordinamento definitivo del paese”. Il 25 dello stesso mese, sempre con il Peruzzi, era ricevuto a Parigi da Napoleone III. Da Parigi il marchese passò a Londra, come inviato del governo toscano. La missione in Inghilterra del C. finì improvvisamente. Ammalatosi di vaiolo negli ultimi giorni di novembre, morì a Londra il 10 dic. 1859. Alla salma, riportata in patria, furono tributate il 17 dicembre onoranze solenni nella basilica di S. Croce dove fu sepolta. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

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Arc. 3124: Don Neri Corsini, marchese di Lajatico. (Firenze il 13 agosto – Londra 10 dicembre 1859). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2064: Marchese Gino Capponi (Firenze, 13 settembre 1792 – Firenze, 3 febbraio 1876). Ultimo esponente di uno dei rami dell’antica ed illustre famiglia fiorentina dei Capponi, fu un moderato riformatore dello stato toscano, attraverso la carica di senatore. Si interessò anche di economia, statistica e agricoltura. Allievo dell’abate Giovanni Battista Zannoni, fino dalla gioventù ebbe a cuore le materie umanistiche. Nel 1819 a Londra, ebbe l’idea, conversando con Ugo Foscolo, di un giornale letterario. Così fondò, nel 1821, assieme a Giampietro Viesseux, l’Antologia e più tardi si adoperò per l’istituzione de l’Archivio storico italiano (1842). Fu amico di Giacomo Leopardi (che gli indirizzò la celebre Palinodia ricompresa nei Canti), di Pietro Giordani, di Pietro Colletta, di Guglielmo Pepe, Giovanni Battista Niccolini, del filosofo Silvestro Centofanti, di Raffaello Lambruschini e dei migliori intellettuali del suo tempo. Fu anche un cattolico aperto a nuove esperienze di riforma. Come pedagogista, affermò la libera educazione del giovane, che non andava oppresso con i precetti, ma secondo i suggerimenti di una grande e nobile idea unificatrice. L’educazione del cuore doveva guidare quella dell’intelletto, con l’intuito e con gli esempi. L’educazione, per il Capponi, era un’arte e non una scienza. Gino Capponi viaggiò molto in Italia e in Europa e fu membro del Senato toscano dal 1848. Collaborò e promosse le principali iniziative liberali dei moderati. Fu presidente del Consiglio dal 17 agosto al 12 settembre dello stesso anno. Costretto a ritirarsi a vita privata dall’opposizione e dalla restaurazione dei Lorena, coltivò ancora di più i suoi studi storici, nonostante in vecchiaia divenisse cieco. Nel 1859 fu fautore dell’annessione della Toscana al Piemonte e venne nominato senatore dal 1860, partecipando attivamente alla vita parlamentare fino al 1864. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata
— 1864
Cavaliere dell'Ordine Civile di Savoia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia
Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato con Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
— 1864
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria   Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia
Commendatore dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)

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Arc. 2206: Marchese Gino Capponi (Firenze, 13 settembre 1792 – Firenze, 3 febbraio 1876). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1870 ca.

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Arc. 2415: Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno, 12 agosto 1804 – Cecina, 23 settembre 1873). Si laureò in giurisprudenza a Pisa nel 1824, ma appena un anno più tardi esordì nella carriera letteraria con le Stanze alla memoria di Lord Byron (1825), un’esaltazione del poeta inglese conosciuto a Pisa poco tempo prima, la cui influenza sulla sua produzione fu sempre molto forte. Nel 1827 uscirono, sempre a Livorno, i quattro volumi di una delle sue opere maggiori, La battaglia di Benevento, un romanzo storico in cui già si rivelavano le qualità che restarono pressoché costanti nello scrittore: un vivacissimo e sfrenato patriottismo; la ricercatezza linguistica; uno stile convulso, baroccheggiante, pur con venature classicistiche; una predilezione per le tinte cupe e macabre che lo avvicinarono al romanzo nero inglese. Acceso democratico, fondò nel 1829 il giornale «Indicatore livornese» e si impegnò nei moti risorgimentali, subendo a più riprese arresti e condanne: durante i mesi di prigionia a Portoferraio scrisse le Note autobiografiche (pubblicate postume, 1899) e portò quasi a termine l’Assedio di Firenze, uno dei suoi romanzi storici di maggiore successo. A questo periodo della sua vita risale anche La serpicina, una riuscita satira della giustizia umana e della vita forense che fu pubblicata tra gli Scritti (1847). Nel 1848-49 fu tra i protagonisti della rivoluzione in Toscana: nel febbraio 1849, fuggito Leopoldo II, costituì un governo provvisorio con Giuseppe Montanelli e Giuseppe Mazzoni e il mese successivo fu eletto capo del potere esecutivo, esercitando di fatto una dittatura personale. Al ritorno del granduca fu processato e condannato a 15 anni di prigionia e, durante la sua detenzione nel carcere delle Murate a Firenze, scrisse Apologia della vita politica di F.D.G. scritta da lui medesimo (1851), una lunga autodifesa fortemente polemica verso i moderati e il sistema giudiziario toscano. La pena gli fu successivamente commutata nell’esilio in Corsica, da dove fuggì nel 1859 per raggiungere Genova. Qui soggiornò fino al 1862. Fu eletto nel 1860 deputato nel primo Parlamento nazionale, dove sedette per circa dieci anni, sempre schierato tra i banchi dell’opposizione contro le forze moderate. Nell’ultimo periodo della sua vita, mentre si distaccava dal dibattito politico, Guerrazzi mantenne intensa la sua produzione letteraria con il romanzo Il buco nel muro (1862), la sua opera artisticamente più notevole, L’assedio di Roma (1863-65) e Il secolo che muore (pubblicato postumo per intero nel 1885), continuazione poco riuscita del romanzo del 1862. Tra i suoi romanzi storici, per i quali divenne popolare tra i contemporanei, si ricordano anche Veronica Cybo e Isabella Orsini, entrambi compresi nella citata raccolta degli Scritti, Beatrice Cenci (1853) e Pasquale Paoli (1860), dedicato a Garibaldi. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 2121: Arc. 2415: Francesco Domenico Guerrazzi (Livorno, 12 agosto 1804 – Cecina, 23 settembre 1873). Fotografia CDV. Fotografo: V. Fondi – Pistoia. 1865 ca.

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Arc. 3116: Giovanni Battista Niccolini (San Giuliano Terme, 29 ottobre 1782 – Firenze, 20 settembre 1861). Trasferitosi a Firenze dopo la laurea in giurisprudenza a Pisa, fu professore di Mitologia e storia, segretario e bibliotecario dell’Accademia di Belle Arti. Nel 1812 entrò a far parte dell’Accademia della Crusca. Repubblicano in gioventù, tanto che nel 1799 fu arrestato, professò sempre apertamente idee liberali e anticlericali. Fu autore di moltissime liriche, prose critiche e storiche per lo più di natura accademica (le Lezioni di mitologia e di storia, gli scritti sulla lingua, quelli sul teatro greco, su Dante e su Michelangelo), tragedie e drammi in prosa e collaborò con l’«Antologia» di Vieusseux. Inizialmente seguì le tendenze classicheggianti allora in voga (il poemetto La Pietà, le tragedie Polissena, Medea, Ino e Temisto, Edipo al bosco delle Eumenidi e Nabucco, nel quale raffigurò le ultime vicende di Napoleone), ma ben presto si accostò al romanticismo (Matilde, 1815). La sua fama è essenzialmente dovuta alle tragedie di tema politico. In Antonio Foscarini (1827) e in Giovanni da Procida (1830) diede espressione a forti sentimenti patriottici ed esaltò la lotta contro la dominazione straniera, suscitando sospetti nei governi del tempo, specialmente in quello austriaco. L’esaltazione di personaggi in lotta contro il dispotismo e la teocrazia fu poi portata avanti nel Lodovico Sforza (1833) che, proprio per i suoi contenuti, inizialmente non poté essere rappresentato. La sua opera maggiore e più riuscita è ritenuta Arnaldo da Brescia (1843), nella quale Arnaldo è rappresentato come l’apostolo e il martire della libertà, in lotta contro la tirannide imperiale e papale. Più poema drammatico che tragedia, e dunque poco adatta alla scena, l’opera ebbe comunque, per i suoi contenuti e per l’ispirazione «neoghibellina», una grandissima popolarità, ammiratori in Italia e all’estero ma anche accaniti detrattori. Intendimenti politici ebbero anche le ultime tragedie: Filippo Strozzi (1847), che mette in scena le ultime lotte contro Cosimo I, e l’abbozzo di tragedia Mario e i Cimbri (1858). Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

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Arc. 2209: Ferdinando Bartolommei (Firenze, 10 marzo 1821 – Firenze, 15 giugno 1869). Nel biennio 1847-1848 fu tra i politici toscani più attivi, sperando che il granduca Leopoldo II di Lorena concedesse la libertà di stampa e di azione, cosa che invece non avvenne. Entrò in collisione con Francesco Domenico Guerrazzi e la sua “dittatura” durante il periodo di breve indipendenza che seguì la fuga del Granduca. Scongiurato un rientro appoggiato dall’esercito austriaco, Leopoldo tornò a Firenze e il Bartolommei partì in esilio volontario nel luglio del 1850. Si dedicò allora a preparare la “rivoluzione” senza spargimento di sangue, tessendo dal suo palazzo fiorentino in via Lambertesca (dove oggi lo ricorda una lapide) tutta una serie di relazioni clandestine con Camillo Cavour, Giuseppe La Farina e altri, che lo misero più volte in pericolo. Alla fine le sue iniziative vennero coronate dal successo che portò all’uscita di scena del Granduca da Firenze, il 27 aprile 1859. Lo stesso anno venne nominato sindaco di Firenze, fino al 1863. Nel frattempo la Toscana si era unita su consultazione popolare al Regno d’Italia e nel 1862 il Bartolommei era stato nominato senatore. Fotografia CDV montata su cartoncino. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Grand'Ufficiale dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria   Grand’Ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro

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Arc. 1136: Marchese Scipione Bargagli Nacque a Siena il 30 luglio 1798 da Celso Baldassarre e da Giuseppa Neri Piccolomini. Appartenente a famiglia iscritta nell’albo dei patrizi senesi, Bargagli fu essenzialmente uomo di corte e ricoprì la carica di ciambellano di camera del granduca finché il 24 sett. 1846 venne nominato ministro residente della Toscana presso la Santa Sede. L’inaspettata nomina all’importante carica non incontrò l’approvazione dei patrioti toscani, che gli rimproverarono la mancanza di esperienza diplomatica, un troppo supino attaccamento alla dinastia lorenese e troppo tiepide simpatie per la causa nazionale. Senonché, a Roma, il Bargagli, forse influenzato dall’entusiasmo provocato dall’elevazione al pontificato del cardinale Mastai Ferretti e dai primi provvedimenti del pontefice, aderì con convinzione all’ideologia neo-guelfa ed accolse il principio nazionale schierandosi, cosi, a lato di quei “moderatissimi” toscani che, nel rispetto della dinastia lorenese, auspicavano una soluzione federativa e costituzionale del problema italiano. Gli sforzi tenaci, anche se non concludenti, compiuti nel settembre-ottobre 1848, durante le trattative in Roma per costituire la Lega italiana, al fine di avvicinare le posizioni del governo romano, ossia di P. Rossi, propenso ad una federazione, quelle del governo piemontese, fautore di una lega militare, incontrarono il plauso del governo costituzionale toscano, tanto che il Capponi propose al granduca la nomina del Bargagli a ministro. Con l’avvento del “ministero democratico” fu trascinato, assieme ad altri moderati, dalle intemperanze verbali degli estremisti e dal timore del “pericolo rosso”, su rigide posizioni di conservazione politico-sociale. Rifiutò, quindi, di rappresentare il governo Guerrazzi-Montanelli ed offrì i suoi servizi a Leopoldo II, rifugiandosi a Gaeta, dove fu attento osservatore – né altra attività era consentita al rappresentante del piccolo granducato – delle pratiche e delle trattative per la restaurazione del potere temporale. Il passaggio nelle file legittimiste non comportò, però, per il Bargagli il rifiuto della tradizione paternalistica e giurisdizionalistica leopoldina della quale, anche se con poca fortuna, egli si fece coraggioso difensore durante le difficili trattative per la stipulazione del concordato tra la Toscana e la S. Sede del 1851. Precedentemente, nel marzo 1850, Pio IX aveva concesso al B. il titolo di marchese, titolo che Leopoldo II confermò autorizzando a trasmetterlo agli eredi. Continuò a ricoprire ininterrottamente la carica di ministro residente in Roma. Nell’aprile 1859, promosso ministro plenipotenziario alla vigilia della caduta di Leopoldo II, assunse inizialmente un contegno non chiaro; accettò di rappresentare il governo provvisorio toscano, ma rifiutò di togliere da palazzo Firenze, sede della legazione in Roma, lo stemma dei Lorena finché, di fronte alle esplicite richieste di aperta adesione al nuovo regime, preferì restar fedele alla causa legittimista, imitato dal figlio Celso, che ricopriva la carica di segretario d’ambasciata in Vienna. Palazzo Firenze divenne allora a Roma rifugio di fuorusciti legittimisti e centro di intrighi per la restaurazione della dinastia lorenese. Il trattato di Vienna del 1866, col riconoscimento austriaco della decadenza in Toscana della dinastia lorenese e della proprietà italiana dei beni demaniali dell’ex granducato posti in Roma, mise termine all’attività politica del Bargagli e lo costrinse ad abbandonare palazzo Firenze; in cambio il governo italiano revocò il sequestro dei beni ordinato nel novembre 1859.  Morirà a Roma nel 1868. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Bertelli e Cattani successori di Montabone – Firenze.

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Arc. 1137: Marchese Celso Bargagli. La famiglia Bargagli era una delle più antiche di Siena e suddivisa in molti rami. Celso era nato il 20 agosto 1833, da Antonio e da Luisa Stoffi. Nel 1852 fu accolto nella residenza ufficiale romana dello zio Scipione, a Palazzo Firenze in zona Campo Marzio. A ulteriore dimostrazione della sua fiducia, gli trasmise il titolo di marchese e ne favorì la nomina come Addetto alla Legazione Toscana presso la Santa Sede, progettando anche la sua ammissione alla Reale Accademia di Marina di Napoli. Non gli fece mancare consigli circa gli obblighi formali del suo nuovo ruolo diplomatico, incitandolo a studiare bene il francese  e suggerendogli ad esempio di non rientrare subito a Roma, ma di compiere la visita di omaggio al granduca ed ai ministri insieme allo zio Claudio, che ricopriva a corte la carica di Primo Brigadiere Comandante. Per la sua amabilità e capacità di conversatore sagace, Celso svolse varie funzioni da cortigiano al servizio dei granduchi, come quella di accompagnatore di Maria Antonietta, moglie di Leopoldo II, durante i soggiorni nella villa di Bagni di Lucca. Intanto gli avvenimenti politici precipitavano e la guerra fra l’Austria e il Regno di Sardegna appariva imminente: il 27 aprile 1859 Leopoldo II abbandonava la Toscana, lasciando il potere ad un nuovo governo composto anche da Bettino Ricasoli. Fu proprio il Barone a chiedere a Scipione Bargagli di continuare a rappresentare la Toscana insieme al nipote presso la Santa Sede, ma la risposta fu ambigua: si dichiarò disposto a riconoscere l’autorità del nuovo governo, ma chiese di poter continuare a rivestire la carica di agente granducale, mantenendo in Palazzo San Firenze le insegne dei Lorena. Di fronte a questa richiesta, il 24 maggio 1859 il nuovo governo toscano lo dichiarava dimissionario e sequestrava i suoi beni, essendosi rifiutato di lasciare Palazzo Firenze. Ormai Scipione era chiaramente schierato sul fronte legittimista: accolse l’ex primo ministro lorenese Baldasseroni fuggito da Firenze, e trasformò il palazzo in un centro di complotti e intrighi per riportare i Lorena nella persona del granduca Ferdinando IV, figlio di Leopoldo II, sul trono della Toscana. Ma il movimento unitario era maggioritario, tanto che l’assemblea toscana, il 20 agosto, votava una risoluzione per l’annessione ad un “Regno costituzionale sotto lo scettro di Vittorio Emanuele”; la protesta di Scipione sul “Monitore Toscano”, così come le congiure e le macchinazioni che proseguirono negli anni successivi, si rivelarono inutili. Intanto però il marchese Bargagli rimaneva a Roma a palazzo Firenze, finché nel 1866 l’Austria siglò il trattato di Vienna con cui ammetteva la decadenza della dinastia lorenese in Toscana e riconosceva allo stato italiano la cessione dei beni demaniali dell’ex granducato situati a Roma, a condizione però che fossero restituiti a Scipione i beni che gli erano stati sequestrati nel 1859. Celso si ritirò nel suo palazzo  di Siena dove morì nel 1892. Fotografia formato gabinetto 10,5 x 16,3. Fotografo: G. Brogi – Firenze. Datata 1889.

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Arc. 2179: Marchese Antonio Mazzarosa. Sesto e ultimo figlio del nobile Giovan Battista Mansi e di Caterina Massoni, nacque a Lucca il 29 sett. 1780. All’età di vent’anni fu scelto come erede dal marchese Francesco Mazzarosa, privo di figli, per evitare l’estinzione della casata: oltre al cognome, ne ereditò il cospicuo patrimonio.I suoi anni giovanili coincisero per buona parte con quelli del principato dei Baciocchi, di cui restò sempre fervente ammiratore. Apprezzava soprattutto l’impulso dato all’economia, il risveglio della piccola manifattura, la promozione di grandi lavori pubblici e la conseguente circolazione di capitali, che avevano fatto emergere un «terzo stato» di piccoli possidenti e negozianti. Nel maggio 1814 fece parte del governo provvisorio costituito dal Senato lucchese dopo la fine del dominio napoleonico, la cui opera risultò però pesantemente limitata dall’occupazione militare austriaca, protrattasi fino al 1817. Sotto il dominio dei Borboni la carriera politica del Mazzarosa fu agevolata dal fatto che Ascanio Mansi, suo fratello maggiore, era ministro segretario di Stato, direttore del dipartimento degli Affari esteri e dell’Interno. Protagonista di primo piano della vita culturale cittadina, amante dell’opera lirica e sostenitore dell’intensa attività del teatro del Giglio, nel 1824 ottenne la presidenza della commissione d’incoraggiamento di belle arti e manifatture. Il 16 giugno 1825 il duca Carlo Ludovico lo nominò direttore del Liceo reale, culmine del sistema educativo lucchese: un istituto universitario dove si poteva compiere il corso di ogni facoltà e conseguire tutti i gradi professionali. Nel dicembre 1830 il Liceo e gli altri istituti d’insegnamento vennero tolti dalle dipendenze del ministero dell’Interno e andarono a formare una direzione autonoma, per cui la carica del M. equivalse a quella di ministro della Pubblica Istruzione. In tale veste ebbe un ruolo decisivo nell’introduzione nel Ducato degli asili infantili ispirati a F.A. Aporti: nonostante l’opposizione di buona parte del clero verso gli asili aportiani, riuscì a ottenere l’assenso di Carlo Ludovico con il motu proprio del 4 febbr. 1840. Partecipò al primo Congresso degli scienziati italiani, tenutosi a Pisa nell’ottobre 1839, dove sostenne la necessità di un’inchiesta generale per conoscere le varie pratiche agricole diffuse nella penisola. In contatto con C. Ridolfi, G. Capponi e G.P. Vieusseux, svolse un ruolo di mediazione e di avvicinamento della realtà lucchese a quella toscana, in previsione della temuta annessione al Granducato, che secondo l’atto addizionale del congresso di Vienna doveva avvenire dopo la morte di Maria Luigia d’Asburgo Lorena. Nel marzo 1840, dopo la morte di Ascanio, il Mazzarosa appariva come il successore naturale e designato; il duca, tuttavia, decise diversamente e il 20 dello stesso mese lo nominò presidente del Consiglio di Stato. Nel 1844 il duca decise di sostituirlo nella direzione del Liceo, ritenendolo eccessivamente tollerante nei confronti di studenti e professori sospetti di liberalismo. Il Mazzarosa rifiutò allora la carica di gran maresciallo di corte, puramente onorifica, che gli era stata conferita a titolo di consolazione. Questo episodio, per quanto risoltosi senza eccessive conseguenze nei rapporti con il sovrano, contribuì molto ad accrescere il suo prestigio agli occhi dei liberali. Guardò con favore ai primi atti di Pio IX e nell’estate del 1847 si impegnò per impedire una dura repressione delle manifestazioni che invocavano un nuovo corso anche nel Ducato. Di fronte all’irrigidimento del sovrano rassegnò le dimissioni, che però furono respinte. Il 1° settembre, mentre in città si temevano tumulti, si recò alla villa ducale di San Martino, seguito da una folla di oltre tremila persone, e chiese a Carlo Ludovico la liberazione dei detenuti politici, la formazione della guardia civica, il riordinamento delle finanze e una nuova legge sulla stampa. Il duca rimase profondamente scosso da quella che considerava una vera e propria rivoluzione, ma aderì alle richieste: nelle settimane seguenti, mentre il Mazzarosa e i suoi colleghi si impegnavano a fondo per tradurre in atto le riforme, si spostò a Modena e trattò in gran segreto l’immediata cessione di Lucca alla Toscana dietro indennizzo finanziario. Aveva sempre sperato che il passaggio sotto la sovranità lorenese avvenisse almeno nell’ambito di una unione personale sotto lo scettro di Leopoldo II di Toscana, persuaso che questa non sarebbe stata una graziosa concessione, ma una sorta di obbligo morale al quale il granduca doveva attenersi a norma dei trattati di Vienna e di Parigi. A suo avviso era particolarmente importante che Lucca conservasse il titolo di Ducato per avere un’amministrazione autonoma con propri impiegati. Temeva in caso contrario un impoverimento del paese, per la cessazione di tanti uffici, la mancanza di investimenti in opere pubbliche e l’aumento delle imposte. Rimase dunque assai deluso quando vide, con la lettura dell’atto di possesso da parte del commissario granducale P.F. Rinuccini (11 ott. 1847), che si trattava di un’annessione pura e semplice, senza che a Lucca fosse concesso di conservare lo status di Ducato, sia pure vuoto di effetto. Nominato senatore da Leopoldo II il 17 maggio 1848, non partecipò alla vita parlamentare, così come rifuggì da qualsiasi carica anche negli anni successivi. Il Mazzarosa guardò con favore all’unificazione della penisola e fu nominato senatore da Vittorio Emanuele II due mesi prima della morte, avvenuta a Lucca il 27 marzo 1861. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1863.

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Arc. 2117: Pietro Thouar (Firenze, 23 ottobre 1809 – Firenze, 1º giugno 1861). Scolaro indisciplinato, fu in seguito correttore di bozze nella tipografia di V. Batelli e dal 1833 presso G. P. Vieusseux, nel cui gabinetto scientifico-letterario compì la propria formazione spirituale. Dagl’incoraggiamenti di R. Lambruschini il Thouar fu acquisito all’apostolato letterario per l’educazione del popolo e dei fanciulli. Nel 1832 iniziò Il nipote di Sesto Caio Baccelli, lunario proseguito fino al 1848, nel quale introdusse stornelli, poesie, bozzetti, sani principî morali e notizie d’istituzioni utili per il popolo; nel 1834 prese a pubblicare, anonimo, il Giornale dei fanciulli, avversato dalla polizia e presto dovuto interrompere; dal 1836 al 1845 collaborò alla Guida dell’educatore del Lambruschini nelle annesse Letture per i fanciulli; nel 1847 fondò insieme con Mariano Cellini il Catechismo politico o Giornaletto pei popolani, che col 30 ottobre 1848 prese il titolo di Letture politiche o Giornaletto per il popolo, trasformato nel 1849 in Letture di famiglia, alla cui compilazione attese fino alla morte. Nominato nel 1848 direttore della Pia Casa di lavoro, perdette nella restaurazione lorenese quello e altri impieghi, ma nel 1860 ebbe la direzione della prima scuola magistrale maschile di Firenze. Affiliato alla Giovine Italia, si era andato poi sempre più accostando al partito moderato; eletto nel 1849 alla Costituente italiana, rinunziò subito al mandato; accettò invece la deputazione all’Assemblea toscana del 1859. Il Thouard fu detto il migliore scrittore italiano di letteratura infantile e popolare avanti C. Lorenzini ed E. De Amicis. Nelle sue molte commedie e racconti, il Th. supera infatti di gran lunga i suoi predecessori per la schietta italianità e freschezza della lingua, per la serena pacatezza dell’espressione, per la spontaneità e la vivacità dell’immaginare e del sentire, specialmente nei dialoghi e nelle descrizioni, per quanto il suo stile paia oggi troppo toscanamente tornito. Ma gli nuoce spesso la tesi morale troppo manifesta e la diffidenza della natura umana. Persino l’osservazione dal vero è spesso aduggiata dalla volontà di accomodare figure e immagini secondo una visione astratta. Sicché l’educatore, per nobile che sia, non riesce a fondersi con l’artista. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Alinari – Firenze. 1860 ca.

CASA REGNANTE ASBURGO – LORENA

 

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Arc. 2219: Leopoldo II Giovanni Giuseppe Francesco Ferdinando Carlo d’Asburgo-Lorena (Firenze, 3 ottobre 1797 – Roma, 29 gennaio 1870). Figlio secondogenito del granduca Ferdinando III di Toscana e di Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli, Leopoldo visse la sua prima giovinezza nei territori del Sacro Romano Impero, dove il padre si era rifugiato dopo l’invasione napoleonica. Divenne principe ereditario “in pectore” del Granducato di Toscana nel 1800, alla morte del fratello maggiore Francesco Leopoldo. Seguì il genitore in esilio dapprima a Vienna e poi, nel 1803, a Salisburgo, dove Ferdinando ottenne come compensazione per i territori perduti l’area dell’ex arcivescovato. Leopoldo nel marzo del 1805 venne costretto ad abbandonare anche questa città per l’incalzare della nuova guerra tra Austria e Francia rivoluzionaria e per questo si trasferì a Würzburg, dove la famiglia si stabilì in quello che era l’antico palazzo vescovile. Durante questi tormentati anni, Leopoldo riuscì a studiare molto con tutori tedeschi ed italiani, mostrando una particolare predilezione per le materie letterarie. Rientrò a Firenze il 15 settembre 1814, dopo la prima abdicazione di Napoleone, bene accolto dai sudditi anche per la politica del padre, che non effettuò epurazioni o vendette verso coloro che avevano collaborato col governo francese. Il giovane erede al trono si fece amare dai toscani anche per il carattere mite e il comportamento informale, tanto che fu simpaticamente soprannominato “Broncio” a causa del labbro inferiore leggermente sporgente che gli dava una perenne aria triste (mentre in realtà al giovane principe non difettava la spiritosaggine) e “Canapone” per il colore sbiadito dei suoi capelli biondi. Intanto completò i propri studi già avviati all’estero seguendo lezioni di giurisprudenza, arte e letteratura, occupandosi persino di agricoltura per la quale dimostrerà sempre una grande attenzione. Si pose come obiettivo personale la raccolta, lo studio e la riordinazione di tutti gli scritti di Galileo Galilei e pubblicò un’edizione delle poesie di Lorenzo de’ Medici da lui personalmente curata, fatto che gli valse la nomina a membro dell’Accademia della Crusca. Nel 1817 Leopoldo sposò Maria Anna Carolina di Sassonia, alla quale fu particolarmente legato e dalla quale ebbe tre figlie. Con la moglie a partire dal 1819 intraprese un lungo viaggio in Europa toccando tappe come Monaco di Baviera, Dresda, Praga, Vienna e Venezia. Il suo primo contatto con gli affari di stato avvenne nell’ottobre del 1822 quando venne chiamato a Verona a prendere parte col padre ai lavori per il congresso della Santa Alleanza. Alla morte del padre il 18 giugno 1824, Leopoldo II assunse il potere e subito dimostrò di voler essere un sovrano indipendente, appoggiato in questo dal ministro Vittorio Fossombroni, che seppe sventare una manovra dell’ambasciatore austriaco conte di Bombelles per influenzare l’inesperto granduca. Questi non solo confermò i ministri che aveva nominato il padre, ma diede subito prova della sua sincera voglia di impegnarsi con una riduzione della tassa sulla carne e un piano di opere pubbliche che prevedeva la continuazione della bonifica della Maremma (tanto da essere ricordato dai Grossetani con un monumento scultoreo collocato in Piazza Dante), l’ampliamento del porto di Livorno, la costruzione di nuove strade, un primo sviluppo delle attività turistiche e lo sfruttamento delle miniere del granducato. Il 1º novembre 1825 il granduca emanò una riforma con la quale sostituiva le province leopoldine con i nuovi compartimenti. In particolare, la provincia fiorentina venne divisa per creare i compartimenti di Firenze e di Arezzo. Dal punto di vista politico, il governo di Leopoldo II fu in quegli anni il più mite e tollerante negli stati italiani: la censura, affidata al dotto e mite Padre Mauro Bernardini da Cutigliano, non ebbe molte occasioni di operare e molti esponenti della cultura italiana del tempo, perseguitati o che non trovavano l’ambiente ideale in patria, poterono trovare asilo in Toscana, come accadde a Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Guglielmo Pepe, Niccolò Tommaseo. Alcuni scrittori e intellettuali toscani come Francesco Domenico Guerrazzi, Giovan Pietro Vieusseux e Giuseppe Giusti, che in altri stati italiani avrebbero sicuramente passato dei guai, poterono operare in tranquillità. È rimasta celebre la risposta del granduca all’ambasciatore austriaco che si lamentava che «in Toscana la censura non fa il suo dovere», al quale ribatté con stizza «ma il suo dovere è quello di non farlo!». Unico neo in tanta tolleranza e mitezza fu la soppressione della rivista “L’Antologia” di Giovan Pietro Vieusseux, avvenuta nel 1833 per le pressioni austriache e comunque senza ulteriori esiti civili o penali per il fondatore. Il mite governo granducale fece sì che in Toscana non vi fossero in quegli anni moti o sedizioni e le attività cospirative erano limitate solo alla città di Livorno e di minima importanza: gli unici atti repressivi furono nel 1830 la soppressione del giornale “L’Indicatore Livornese” e la condanna del Guerrazzi a sei mesi di confino a Montepulciano per aver pronunciato un’orazione in memoria di Cosimo Del Fante. La tranquillità del Granducato era sottolineata anche da intellettuali come Niccolò Tommaseo e Giuseppe Giusti, che dedicò una simpatica satira al granduca (“Il re Travicello”) che fece in un primo tempo infuriare il destinatario, ma che poi fu presa simpaticamente dallo stesso interessato. I moti del 1831, che sconvolsero i due ducati emiliani e le legazioni dello Stato Pontificio, non ebbero seguito in Toscana, nonostante che qualche patriota cercasse di suscitarne: l’unica preoccupazione di ordine pubblico presa fu quella di presidiare meglio la frontiera settentrionale per evitare sconfinamenti di sobillatori. Nel 1832 moriva la granduchessa Maria Anna Carolina, lasciando nello sconforto il granduca che, per assicurare la successione, si risposò l’anno successivo con la Principessa Maria Antonietta di Borbone, nozze da cui nel 1835 doveva nascere Ferdinando, il sospirato erede al trono. Nel 1839 e nel 1841 Leopoldo II diede il permesso per fare svolgere i “Congressi degli scienziati italiani” a Pisa e Firenze, nonostante le minacce del governo austriaco e le proteste di quello pontificio; nel frattempo il governo granducale pianificava un forte sviluppo della rete ferroviaria, che negli anni successivi avrebbe visto la nascita della “Ferrovia Leopolda” (Firenze-Pisa-Livorno; con la diramazione da Empoli a Siena) e della “Ferrovia Maria Antonia” (Firenze-Prato-Pistoia-Lucca), mentre rimasero a livello progettuale la “Ferrovia Ferdinanda” (Firenze-Arezzo) e la “Ferrovia Maremmana” (Livorno-confine del Chiarone). Particolarmente ammirevole e destinato a rimanere nel cuore dei fiorentini (almeno fino al 1849) fu il comportamento del granduca in occasione della grande alluvione del 3 novembre 1844, quando il sovrano non fece mancare la sua presenza al momento dei soccorsi, aprendo le porte di Palazzo Pitti agli sfollati, impegnandosi personalmente nei soccorsi su una barca e recandosi in visita anche nelle zone più periferiche colpite dal disastro. Nel 1847 il granduca di Toscana dovette affrontare una grave crisi con i sovrani dei due ducati emiliani: in quell’anno entrarono in vigore alcune clausole del Congresso di Vienna del 1815 e del Trattato di Firenze del 1844 che assicuravano sì al granducato lorenese l’annessione di quasi tutto l’ex Ducato di Lucca, ma allo stesso tempo stabilivano che alcune vecchie enclavi toscane in Lunigiana passassero sotto i Borbone di Parma e gli Asburgo-Este di Modena. Se a Lucca fu facile sedare il malcontento dei cittadini con una visita del bonario granduca, lo stesso non accadde nei comuni destinati alla cessione. In Toscana si arrivò a chiedere la guerra ai due stati vicini, cosa impensabile per il mite Leopoldo, che cercò di evitare la cessione offrendo forti somme di denaro ai due duchi. L’offerta fu respinta e le cessioni furono effettuate per le pressioni austriache, dato che il governo di Vienna non poteva permettersi focolai di disordini in tempi che già si preannunciavano calamitosi. Il 9 marzo 1848 il granduca emanò una riforma dell’assetto territoriale, poi completata da un regolamento attuativo del 20 novembre 1849, che portava alla creazione dei nuovi compartimenti di Lucca e di Pistoia (quest’ultimo poi abolito nel 1851) e allo scorporo dal compartimento di Pisa delle amministrazioni di Livorno e dell’Isola d’Elba. In quel 1847, nell’ambito del processo di riforma suscitato in Italia dall’elezione di Papa Pio IX, Leopoldo II si distinse per l’impegno riformatore: il 6 maggio veniva concessa la libertà di stampa e il 4 settembre veniva creata una Guardia Civica. Nello stesso periodo il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio e il Regno di Sardegna firmavano i Preliminari della Lega doganale, da tutti salutata come premessa di future maggiori integrazioni. Il 17 febbraio 1848, pochi giorni prima di Carlo Alberto di Sardegna, Leopoldo II concedeva la Costituzione, che si distingueva dalle altre per il concedere pieni diritti ai cittadini di tutte le religioni. Il 18 marzo nasceva il primo governo costituzionale toscano, presieduto da Francesco Cempini. Pochi giorni dopo, mentre i due duchi emiliani erano costretti alla fuga dalle insurrezioni, Leopoldo II riannetteva alla Toscana i comuni ceduti in Lunigiana, l’Alta Garfagnana estense e l’ex ducato di Massa e Carrara, le cui popolazioni avevano chiesto di essere toscane, secondo il principio che ogni popolo era libero di decidere la propria sorte. Il 21 marzo il Granduca suscitava l’entusiasmo popolare decidendo di inviare le poche truppe regolari toscane, affiancate da volontari, a combattere in alta Italia a fianco dei Sardi contro gli Austriaci. Mentre il piccolo esercito granducale si dirigeva verso Pietrasanta e San Marcello Pistoiese, Leopoldo II sostituiva la bandiera lorenese con il tricolore italiano con sovrapposto lo stemma granducale e aderiva personalmente al prestito di guerra. L’atteggiamento patriottico del granduca iniziò a cambiare verso la metà dell’anno, quando furono chiari gli atteggiamenti espansionistici del Regno di Sardegna e nell’agosto, in seguito a dei violentissimi tumulti avvenuti a Livorno, quando fu costretto a licenziare il governo moderato di Gino Capponi per affidare l’incarico ai democratici Francesco Domenico Guerrazzi e Giuseppe Montanelli che inaugurò una politica ultrademocratica. Il 30 gennaio 1849 Leopoldo II abbandonava Firenze per rifugiarsi prima a Siena (e per fingersi malato, ebbe l’idea di ricevere i delegati fiorentini a letto, in camicia da camera e papalina) e poi a Porto Santo Stefano. In questa località accettò e rifiutò più volte l’offerta dell’ambasciatore piemontese Salvatore Pes, marchese di Villamarina di riprendere il potere con l’esercito del Regno di Sardegna, fin quando, convinto dalla sua corte a preferire l’Austria, riparò a Gaeta, sotto la protezione di Ferdinando II delle Due Sicilie. L’esilio durò fino ad aprile, quando dopo la disfatta di Carlo Alberto a Novara, i moderati toscani rovesciarono il governo Guerrazzi per evitare un’invasione austriaca e richiamarono il granduca, sperando che avrebbe mantenuto le riforme. La speranza fu vana: il Tenente-Feldmaresciallo Costantino d’Aspre scese da Parma con 18.000 uomini, prese e saccheggiò Livorno e poi occupò Firenze. Alcuni mesi più tardi Leopoldo II sbarcò a Viareggio, ma ebbe la pessima idea di venire scortato da truppe austriache e in divisa da generale asburgico: era la fine della naturale e sentita simpatia che i toscani avevano avuto per il mite sovrano. Gli atti dei successivi anni di governo fecero allontanare sempre di più anche i sudditi più leali: la soppressione dello Statuto, definitivamente abolito nel 1852 e della Guardia Civica; l’occupazione austriaca e la formazione di un costoso esercito toscano; la repressione sanguinosa dell’insurrezione della città di Livorno contro gli occupanti austriaci; il ripristino della pena di morte per alcuni reati (fatto clamoroso per la Toscana, primo Stato abolizionista per opera di Pietro Leopoldo, nonno di Leopoldo). Nell’aprile 1859, nell’imminenza della guerra franco-piemontese contro l’Austria, Leopoldo II proclamò la neutralità, ma ormai il governo granducale aveva i giorni contati: centro operativo dell’imminente colpo di stato che sarebbe avvenuto il 27 aprile era l’ambasciata del Piemonte a Firenze. Cavour aveva inviato nei giorni precedenti circa 80 carabinieri piemontesi travestiti da civili che ad un segnale prestabilito, e divisi in vari gruppetti sparsi in varie zone della città, avrebbero dovuto cominciare ad urlare contro il Granduca e in favore della guerra all’Austria. Inoltre erano state preparate varie bandiere tricolori pronte ad essere esposte ai balconi di vari edifici ad un segnale prestabilito. ll 27 aprile 1859, verso le quattro, rifiutandosi di dare il proprio assenso alla guerra contro l’Austria e di fronte all’aperto rifiuto dell’esercito di obbedire al proprio sovrano, Leopoldo II, per evitare guai peggiori a se stesso e al suo Stato, partì in carrozza da Palazzo Pitti, uscendo per la porta di Boboli, verso la strada di Bologna. La pacifica rassegnazione al corso della storia (il Granduca non pensò mai a una soluzione di forza) e le modalità del commiato, con pochi effetti personali caricati in poche carrozze e con attestazioni di simpatia al personale di corte, fecero sì che Leopoldo riacquistasse l’antica stima da parte dei suoi ormai ex sudditi: la famiglia granducale fu salutata dai fiorentini, levantisi il cappello al passaggio, con il grido “Addio Babbo Leopoldo! e accompagnata con tutti i riguardi da una scorta fino alle Filigare, ormai ex dogana con lo Stato Pontificio. Alle sei pomeridiane di quello stesso giorno, il Municipio di Firenze costatò l’assenza di qualsivoglia disposizione lasciata dal sovrano e nominò un governo provvisorio. Rifugiatosi presso la corte viennese, l’ex granduca abdicò ufficialmente solo il successivo 21 luglio; da allora visse in Boemia, recandosi a Roma nel 1869, dove morì il 28 gennaio 1870, in via delle Tre Cannelle. Sepolto inizialmente nella chiesa dei Sant’Apostoli, nel 1914 la sua salma fu poi trasportata a Vienna per essere sepolta nel mausoleo degli Asburgo, la Cripta dei Cappuccini. Fotografia CDV. Fotografo: R. Metzger – Firenze.

Onorificenze

Onorificenze toscane

Gran Maestro dell'Ordine di Santo Stefano Papa e Martire - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine di Santo Stefano Papa e Martire
   
Gran Maestro dell'Ordine di San Giuseppe - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine di San Giuseppe
   
Gran Maestro fondatore dell'Ordine del Merito Civile e Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro fondatore dell’Ordine del Merito Civile e Militare
   

Onorificenze austriache

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (austriaco)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Insigne e Reale Ordine di San Gennaro (Regno delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Insigne e Reale Ordine di San Gennaro (Regno delle Due Sicilie)
   
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie)
   
Senatore di Cran Croce con Collana S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Senatore di Cran Croce con Collana S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio (Parma)
     «Concessione 1851»

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Arc. 2219: Ferdinando d’Asburgo-Lorena in gran montura da Generale dell’esercito toscano (Firenze, 10 giugno 1835 – Salisburgo 17 gennaio 1908), è stato l’ultimo Granduca di Toscana con il nome di Ferdinando IV. Figlio del Granduca Leopoldo II e della Granduchessa Maria Antonietta, sposò nel 1856 la principessa Anna Maria di Sassonia che morì nel 1859 e in seconde nozze Alice di Borbone-Parma. Salì virtualmente al trono di Toscana dopo l’abdicazione del padre nel 1859. Fu protagonista involontario del Risorgimento in quanto fino al passaggio della Toscana al Regno d’Italia (1860) rimase formalmente Granduca anche se non viveva a Firenze e non fu mai incoronato. Nonostante ciò, anche dopo la soppressione del granducato, Ferdinando, avendo mantenuta la “fons honorum” degli Ordini dinastici, continuò ad elargire titoli e decorazioni. Dopo il plebiscito che sancì l’annessione della Toscana al Regno di Sardegna fu detto “re di Castiglione Fibocchi”, per il fatto che in quella cittadina dell’aretino si ebbe la più alta percentuale di oppositori all’unione al regno dei Savoia. Tra 1859 e 1866 in Toscana organizzò, tramite personalità come Eugenio Alberi, un partito legittimista-autonomista con l’obiettivo di difendere i suoi diritti dinastici e favorire una riforma in senso federalista del neonato Stato italiano. Finanziò il giornale Firenze, espressione di tale partito. Con la Terza Guerra d’Indipendenza (1866), l’Impero austriaco dovette riconoscere il Regno d’Italia, disconoscendo suo malgrado Ferdinando IV come legittimo granduca di Toscana. Ciò tolse ogni possibilità a Ferdinando di rientrare in possesso del Granducato. Si ritirò così a vita privata e smise di fare politica. Il 20 dicembre 1866 Ferdinando IV e i suoi figli rientrarono nella Casa Imperiale. Mentre a Ferdinando fu permesso di mantenere la sua fons honorum vita natural durante, i figli poterono fregiarsi solo del titolo di arciduca d’Austria, non più con la specifica di “principe o principessa di Toscana”. L’ultimo sovrano di Toscana abdicò ai diritti dinastici sul Granducato nel 1870 a favore di Francesco Giuseppe d’Austria e pertanto anche i suoi discendenti persero ogni diritto dinastico sul trono toscano. Morì in esilio a Salisburgo nel 1908 e Francesco Giuseppe proibì di assumere i titoli di granduca o di principe o principessa di Toscana. Il Gran Magistero dell’Ordine di Santo Stefano cessò, per i motivi già esposti, con la morte di Ferdinando IV. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1859 ca.

Onorificenze

Onorificenze toscane

Gran Maestro dell'Ordine di Santo Stefano Papa e Martire - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine di Santo Stefano Papa e Martire
   
Gran Maestro dell'Ordine di San Giuseppe - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine di San Giuseppe
   
Gran Maestro dell'Ordine del Merito Civile e Militare - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine del Merito Civile e Militare
   

Onorificenze austriache

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro
   
Cavaliere dell'Ordine della Corona Ferrea - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine della Corona Ferrea
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine dell'Aquila Nera - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Nera
   
Cavaliere dell'Ordine di Sant'Uberto - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Sant’Uberto
   
Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata

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Arc. 3122: Ferdinando d’Asburgo-Lorena,  (Firenze, 10 giugno 1835 – Salisburgo 17 gennaio 1908). Fotografia CDV. Fotografo: Disderi & C.ie – Paris.

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Arc. 1068: Ferdinando d’Asburgo-Lorena,  (Firenze, 10 giugno 1835 – Salisburgo 17 gennaio 1908). Fotografia CDV. Fotografo: Disdéri – Paris. 

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Arc. 3126: Ferdinando d’Asburgo-Lorena,  (Firenze, 10 giugno 1835 – Salisburgo 17 gennaio 1908). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 1014: Arc. 1973: Ferdinando IV Granduca di Toscana (Firenze, 10 giugno 1835 – Salisburgo 17 gennaio 1908) e la seconda moglie Alice di Parma (Parma, 27 dicembre 1849 – Schwertberg, 16 novembre 1935) nata principessa dei Borbone di Parma. Fotografia CDV. Fotografo: Baldi & Wurthle – Salzburg.

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Arc. 1973: Ferdinando IV Granduca di Toscana (Firenze, 10 giugno 1835 – Salisburgo 17 gennaio 1908) in piccola montura da generale austriaco. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1866 ca.

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Arc. 2394: Carlo Salvatore Maria Giuseppe Giovanni Battista Filippo Giacomo Luigi Gonzaga Gennaro Ranieri d’Asburgo-Lorena ( Firenze, 30 aprile 1839 – Vienna, 18 gennaio 1892 ) principe di Toscana e arciduca d’Austria. Carlo Salvatore nacque a Palazzo Pitti, secondo figlio maschio del granduca Leopoldo II di Toscana, e della sua seconda moglie, la granduchessa Maria Antonietta di Borbone. Già durante la sua giovinezza, Carlo Salvatore preferì dedicarsi agli studi militari e tecnici. All’età di 10 anni ricevette il grado di capitano dei 6º corpo dei Lancieri “Francesco Giuseppe I”, nel 1857 fu nominato maggiore. Il suo servizio fu inizialmente nell’esercito toscano, nel quale tenne anche l’incarico di ispettore d’artiglieria. Dopo lo scoppio della guerra sarda nel mese di aprile 1859, l’arciduca e la sua famiglia lasciarono Firenze e lui andò in Lombardia con l’esercito imperiale, venendo promosso tenente colonnello. L’anno successivo, la Toscana è andata perduta, dopo che l’esercito austriaco perse la battaglia di Solferino e San Martino, venne promosso a Colonnello comandante del 7º reggimento di fanteria nel 1876 a maggiore nel 1886 ma a causa di attacchi reumatici, che gli impedivano di camminare, dovette lasciare l’esercito. Dopo la rivoluzione del 1859 la sua famiglia visse in esilio alla corte dell’imperatore Francesco Giuseppe a Vienna, dove Carlo Salvatore divenne Tenente-Feldmaresciallo dell’Imperial Regio Esercito Austriaco. Carlo Salvatore era interessato in molte discipline tecniche, nonché per l’architettura. Molto attaccato alle tradizioni degli Asburgo, era un appassionato cacciatore e aveva una grande collezione di armi. Relativamente tardi, si rivolse verso la costruzione di armi da guerra con la quale ha lavorato fino alla sua morte. Sposò, il 19 settembre 1861 a Roma, la principessa Maria Immacolata di Borbone – Due Sicilie (1844-1899), figlia di Ferdinando delle Due Sicilie, e della sua seconda moglie, Maria Teresa d’Asburgo – Teschen. Carlo Salvatore e Maria Immacolata erano cugini primi poiché la madre di lui, Maria Antonietta, e il padre di lei, Ferdinando II, erano fratelli. Fotografia CDV. Fotografo: Metzger – Firenze. 1859 ca.

Onorificenze

Onorificenze toscane

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Santo Stefano Papa e Martire - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Santo Stefano Papa e Martire
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe
   

Onorificenze austriache

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (austriaco)
   
Croce d'onore di III classe della Croce Rossa austriaca - nastrino per uniforme ordinaria    Croce d’onore di III classe della Croce Rossa austriaca
 

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Arc. 1869: Carlo Salvatore d’Asburgo-Lorena e la moglie Maria Immacolata di Borbone – Due Sicilie. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1862 ca.

 

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Arc. 3180: Carlo Salvatore d’Asburgo-Lorena principe di Toscana in uniforme da Generale dell’esercito austriaco (Firenze, 30 aprile 1839 – Vienna, 18 gennaio 1892). Fotografia formato gabinetto. Fotografo: K.K. Hof-Fotografin – Wien. 

 

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Arc. 2395: Carlo Salvatore d’Asburgo-Lorena Principe di Toscana in uniforme da Colonnello dell’esercito austriaco. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1876 ca.

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Arc. 3121: A sinistra: Luigi Salvatore d’Asburgo-Lorena (Firenze, 4 agosto 1847 – Brandýs nad Labem-Stará Boleslav, 12 ottobre 1915). Nacque a Firenze, a Palazzo Pitti, nono dei dieci figli del granduca Leopoldo II di Toscana (1797-1870) e della sua seconda moglie la granduchessa Maria Antonietta di Borbone (1814-1898). I suoi nonni paterni furono il granduca Ferdinando III di Toscana e Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli; quelli materni il re Francesco I delle Due Sicilie e Maria Isabella di Borbone-Spagna. A differenza delle altre corti d’Europa, dove vigeva una rigida etichetta, la famiglia dei Lorena viveva in clima più rilassato e affettuoso in cui i principi reali non erano soffocati dalle regole del protocollo e dal militarismo imperante nell’Ottocento. Luigi Salvatore, dunque, ebbe modo di crescere in un ambiente aperto e ricevette un’educazione liberale, che si poggiava sui principi della modestia, dell’impegno e dell’intelligenza. Fin da piccolo il principe dimostrò una naturale predisposizione per lo studio delle lingue e della natura. Un primo scontro con la violenta realtà dell’Europa avvenne quando Luigi Salvatore aveva soltanto un anno, a seguito delle rivoluzioni del 1848. Nel febbraio 1849, infatti, mentre prendeva potere l’ala ultrademocratica toscana, la famiglia granducale decise di partire alla volta di Gaeta. La granduchessa Maria Antonietta non viaggiò insieme al resto della famiglia, ma solo con i suoi due figli più piccoli, Luisa e Luigi. A Orbetello, la granduchessa fu assalita dal popolo che voleva trattenerla insieme ai figli, che scoppiarono a piangere; l’intervento di un cacciatore del granduca permise a Maria Antonietta di proseguire e di raggiungere la nave del marito. La famiglia granducale rimase a Gaeta per diversi mesi e poté rientrare a Firenze solo il 28 luglio 1849. Seguirono anni relativamente tranquilli per la famiglia di Leopoldo II, fino allo scoppio della Seconda guerra d’indipendenza italiana. Il 27 aprile 1859, infatti, di fronte alla popolazione che sosteneva l’entrata in guerra a fianco del Piemonte contro l’Austria, Leopoldo II per evitare spargimenti di sangue decise di lasciare la città. Quando Luigi lasciò la sua patria non aveva ancora compiuto dodici anni. La famiglia di Leopoldo II trovò rifugio alla corte dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria, capo del ramo austriaco degli Asburgo. I Lorena, nei territori dell’impero, possedevano delle proprietà private in Boemia: il castello di Brandýs divenne la loro nuova dimora e lì Luigi Salvatore visse la sua adolescenza. Secondo la tradizione della famiglia imperiale degli Asburgo, gli arciduchi ricevevano un’educazione militare; così anche i principi lorenesi dovettero adeguarsi a una funzione nell’Imperial regio esercito austro-ungarico. Tuttavia, a differenza dei fratelli Carlo e Giovanni, Luigi non mostrò alcuna predisposizione verso la carriera militare e continuò a indirizzarsi verso la cultura e gli studi. Si innamorò, ricambiato, di una lontana cugina, l’arciduchessa Matilde d’Asburgo-Teschen, ma non poterono né fidanzarsi né sposarsi: infatti ella era già destinata a convolare a nozze con l’erede al trono d’Italia, Umberto di Savoia, al fine di migliorare i rapporti già tesi tra l’Austria-Ungheria e Italia. La sventurata arciduchessa morì in maniera tragica a soli diciott’anni, nel 1867: nel tentativo di nascondere agli occhi del padre una sigaretta che stava fumando, incendiò il suo abito di tulle e in pochi istanti fu avvolta dalle fiamme. Nel 1869 la famiglia granducale tornò in Italia, a Roma; tuttavia, qualche mese dopo la morte di Leopoldo II (avvenuta nel gennaio 1870), la presa della Città Eterna da parte delle truppe italiane costrinse nuovamente i Lorena all’esilio austriaco. Luigi scoprì presto il suo amore per i viaggi in mare e per le terre del Sud: dal 1867, con il falso nome di “conte di Neudorf”, intraprese a vent’anni il suo primo viaggio verso le isole Baleari. Nei suoi viaggi visitò anche le isole Eolie e Ustica. Fu profondamente colpito dalla natura selvaggia di Maiorca e dall’amabilità dei suoi abitanti. Si dedicò nei suoi viaggi al disegno e alla pittura. Autore di diverse pubblicazioni geografiche, spese il suo impegno nella conservazione di importanti aree naturalistiche.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro
 

A destra: Giovanni Nepomuceno d’Asburgo-Lorena (Firenze, 20 novembre 1852 – 1890, presumibilmente morto in navigazione). Giovanni Nepomuceno, detto Gianni in famiglia, nacque a Firenze a Palazzo Pitti, ultimogenito dei dieci figli del granduca Leopoldo II di Toscana (1797-1870) e della sua seconda moglie, la granduchessa Maria Antonietta di Borbone (1814-1898). I suoi nonni paterni erano il granduca Ferdinando III di Toscana e Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli; quelli materni il re Francesco I delle Due Sicilie e Maria Isabella di Borbone-Spagna. Fu battezzato col nome di san Giovanni Nepomuceno in onore di Giovanni di Sassonia (Johann Nepomuk von Sachsen), suo padrino nonché grande amico di Leopoldo II e fratello di Maria Anna Carolina di Sassonia, prima moglie del granduca. Il 27 aprile 1859, quando Giovanni aveva sei anni e mezzo, i moti rivoluzionari fiorentini ponevano fine al dominio dei Lorena sulla Toscana. Insieme alla sua famiglia, il giovane principe si rifugiò alla corte dell’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria a Vienna. In Austria Giovanni crebbe sotto la tutela dell’arciduca Alberto d’Asburgo-Teschen e la sua grande passione fu subito la musica, in particolare i walzer di Strauss, dedicandosi egli stesso alla stesura di qualche pezzo musicale sotto lo pseudonimo di Johann Traunwart. Su consiglio del suo tutore, il giovane arciduca intraprese la carriera militare nell’Imperial regio esercito austro-ungarico divenendo tenente nel 1865, capitano dal 1867, maggiore nel 1872 e tenente colonnello dal 1874. Come comandante di una brigata di fanteria, nel 1879 prese parte alla campagna militare in Bosnia e venne nominato in quello stesso anno feldmaresciallo luogotenente. Dopo che la Bulgaria ottenne l’indipendenza dall’Impero ottomano, Giovanni fu inutilmente candidato al trono, ma venne superato da Alessandro di Battenberg, che fu eletto principe nel 1879. A causa del suo atteggiamento, fu spesso in contrasto col governo austriaco, al punto da ritirarsi dalla carriera militare nel 1887 e dedicarsi alla scrittura di opere di letteratura militare come “Die österreichisch-ungarische Monarchie in Wort und Bild”, il suo principale capolavoro, che destò parecchio scalpore in quanto gettava ombre sulla battaglia di Custoza del 1866, sminuendo l’azione vinta dall’esercito austriaco. Durante questo periodo a Vienna, divenne intimo amico del principe ereditario Rodolfo, unico figlio maschio dell’imperatore e dell’imperatrice Elisabetta di Baviera. Sulle questioni di governo Rodolfo e Giovanni sostenevano idee liberali e furono entrambi oggetto d’indagine del barone Krauss, direttore della polizia segreta dell’imperatore Francesco Giuseppe, il quale temeva fossero entrambi coinvolti nella massoneria. Il 30 gennaio 1889 la famiglia imperiale fu sconvolta dalla tragedia di Mayerling, nella quale perse la vita in circostanze misteriose l’arciduca Rodolfo. Giovanni rimase particolarmente sconvolto dalla morte del cugino, al quale era legato da un sincero affetto; il 16 ottobre di quell’anno decise ufficialmente di rinunciare ai suoi titoli, al suo rango e ai suoi privilegi. Da quel momento fu un semplice cittadino austriaco, chiamato Giovanni Orth (il cognome gli derivava dallo Schloss Ort, il castello austriaco in cui viveva la madre Maria Antonietta). Divenuto un personaggio ingombrante, l’imperatore privò Giovanni della nazionalità austriaca e questi si diresse a Londra, ove sposò la cantante d’opera Milly Stubel con la quale aveva una stretta relazione da tempo; il 26 marzo 1890, insieme alla moglie, salpò alla volta dell’Argentina sulla nave Santa Margherita. A febbraio da Montevideo, in Uruguay, si diresse a Valparaíso, in Cile. Dopo una sosta a Buenos Aires, la nave riprese il mare nel luglio del 1890: l’ultima volta che furono visti Giovanni, sua moglie e l’equipaggio fu nei pressi di Capo Horn. Dopo la scomparsa, l’imperatore fece cercare l’imbarcazione senza risultati e l’arciduca Giovanni fu dichiarato disperso. La granduchessa-vedova Maria Antonietta rifiutò sempre di portare il lutto per Giovanni, convinta che il figlio fosse ancora vivo; alcuni truffatori riuscirono anche a estorcerle del denaro fornendole false notizie. Secondo altre fonti, per vivere tranquillo lontano dal mondo con la moglie, l’arciduca si sarebbe trasferito in Sudamerica, ove avrebbe acquistato una fattoria e si sarebbe dedicato alla professione di piccolo proprietario terriero. Ad ogni modo nel 1911 l’arciduca venne dichiarato ufficialmente morto.

Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (austriaco)
   
Croce al merito militare di III classe con decorazione di guerra - nastrino per uniforme ordinaria    Croce al merito militare di III classe con decorazione di guerra
   
Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno d'Italia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Regno d’Italia)
 

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Arc. 3116: Maria Isabella d’Asburgo-Lorena (Firenze, 21 maggio 1834 – Lucerna, 14 luglio 1901), nata principessa di Toscana e arciduchessa d’Austria. Maria Isabella era figlia del granduca Leopoldo II di Toscana (1797-1870) e della sua seconda moglie la granduchessa Maria Antonietta di Borbone (1814-1898). I suoi nonni paterni furono il granduca Ferdinando III di Toscana e Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli; quelli materni il re Francesco I delle Due Sicilie e Maria Isabella di Borbone-Spagna. Maria Isabella sposò, il 10 aprile del 1850, lo zio materno, il principe Francesco di Borbone-Due Sicilie, (1827-1892), conte di Trapani e figlio minore del re Francesco I delle Due Sicilie e della regina Maria Isabella di Borbone-Spagna. Dal 1860 al 1870 visse a Roma; lasciò la città eterna dopo la sua capitolazione. Morì all’età di sessantasette anni in Svizzera. È sepolta nel cimitero di Père-Lachaise a Parigi. Fotografia CDV. Fotografo: Fotografo: Sconosciuto.

Onorificenze

Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa
 

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Arc. 3121: Maria Luisa d’Asburgo-Lorena (Firenze, 31 ottobre 1845 – Hanau, 27 agosto 1917). Maria Luisa nacque a Firenze, a Palazzo Pitti, ottava dei dieci figli del granduca Leopoldo II di Toscana (1797-1870) e della sua seconda moglie la granduchessa Maria Antonietta di Borbone (1814-1898). I suoi nonni paterni furono il granduca Ferdinando III di Toscana e Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli; quelli materni il re Francesco I delle Due Sicilie e Maria Isabella di Borbone-Spagna. Il nome di battesimo le venne dato in onore della sorella di suo padre, l’inferma principessa Maria Luisa (1799-1857), chiamata con affetto la “Gobbina” dal popolo fiorentino. Maria Luisa nacque in un momento di tranquillità e benessere per il Granducato e fu cresciuta in un ambiente familiare aperto e affettuoso. Ben presto, però, la sua giovane esistenza ebbe un primo scontro con la realtà a seguito delle rivoluzioni del 1848. Nel febbraio 1849, infatti, mentre prendeva potere l’ala ultrademocratica toscana, la famiglia granducale decise di partire alla volta di Gaeta. La granduchessa Maria Antonietta non viaggiò insieme al resto della famiglia, ma solo con i suoi due figli più piccoli, Maria Luisa di tre anni e Luigi di appena un anno. A Orbetello, la Granduchessa fu assalita dal popolo che voleva trattenerla insieme ai figli, che scoppiarono a piangere; l’intervento di un cacciatore del Granduca permise alla Granduchessa di proseguire e di raggiungere la nave del marito. La famiglia granducale rimase a Gaeta per diversi mesi e poté rientrare a Firenze solo il 28 luglio 1849. Seguirono anni relativamente tranquilli per la famiglia di Leopoldo II, fino allo scoppio della Seconda guerra d’indipendenza italiana. Il 27 aprile 1859, infatti, di fronte alla popolazione che sosteneva l’entrata in guerra a fianco del Piemonte contro l’Austria, Leopoldo II per evitare spargimenti di sangue decise di lasciare la città. La giovane Maria Luisa, che aveva allora quattordici anni, disse addio alla sua città natale. Dal 1859 al 1865, visse insieme ai genitori nei territori dell’Impero d’Austria, in particolare nel Castello di Brandýs (Boemia), proprietà privata di Leopoldo II. A Brandýs nad Labem, il 31 maggio 1865, all’età di vent’anni, convolò a nozze con Carlo, principe di Isenburg e Büdingen in Birstein (1838-1899), un conte dell’Assia. Dal matrimonio nacquero otto figli. Carlo morì a sessant’anni, Maria Luisa si spense durante la Grande Guerra, nel 1917, all’età di sessantanove anni, prima di vedere la fine degli Asburgo. Fotografia CDV. Fotografo: F. Weisbrod – Frankfurt. 

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3124: Maria Anna Carolina di Sassonia (Dresda, 15 novembre 1799 – Pisa, 24 marzo 1832). Maria Anna Carolina di Sassonia era la quinta figlia del principe Massimiliano di Sassonia, figlio dell’elettore Federico Cristiano di Sassonia e della principessa Maria Antonia di Baviera, e di Carolina di Borbone-Parma, figlia del duca Ferdinando I di Parma e dell’arciduchessa Maria Amalia d’Asburgo-Lorena. Dunque, per parte paterna, la principessa Maria Anna Carolina era pronipote del re Augusto III di Polonia e di Maria Giuseppa d’Austria, mentre per parte materna, era pronipote dell’imperatore Francesco I di Lorena e di Maria Teresa d’Austria. Il 16 novembre 1817, all’età di diciotto anni, sposò a Firenze, nella chiesa della Santissima Annunziata, il diciottenne Gran principe di Toscana Leopoldo, figlio del granduca Ferdinando III di Toscana e di Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli. I due sposi erano cugini di secondo grado in quanto l’imperatore Leopoldo II, nonno di Lepoldo, e Maria Amalia d’Asburgo-Lorena, nonna di Maria Anna Carolina, erano entrambi figli dell’imperatore Francesco I e di Maria Teresa d’Austria. Il granduca Ferdinando III, rimasto vedovo nel 1802, decise di risposarsi all’età di cinquantadue anni e prese in moglie Maria Ferdinanda di Sassonia, sorella maggiore di sua nuora. Nel 1824, alla morte di Ferdinando III, il Gran principe salì al trono con il nome di Leopoldo II. Il granduca e la granduchessa, affettuosamente soprannominata Nanny, si volevano molto bene e già da due anni erano stati allietati dalla nascita di una figlia, Carolina Augusta. Nei successivi quattro anni nacquero altre tre bambine: Augusta Ferdinanda, futura duchessa di Baviera e madre del re Ludovico III di Baviera, Maria Massimiliana e Giuseppa Amalia. Benché fosse amata dal marito e dal suo popolo, la granduchessa Maria Anna Carolina sentiva su di sé il peso di non riuscire a dare un erede maschio alla Toscana. La depressione, unita alla sua cagionevole salute, fecero sì che si ammalasse più facilmente di tubercolosi. I medici consigliarono che la granduchessa lasciasse Firenze e si trasferisse a Pisa, città dal clima più mite e salubre. Nell’inverno del 1832 tutta la corte si trasferì a Pisa, ma la granduchessa non diede segni di miglioramento. Nel mese di marzo le sue condizioni peggiorarono sensibilmente e divenne evidente che di lì a poco sarebbe morta. Da donna estremamente pia, Maria Anna Carolina aspettava la morte serenamente, anche se rimpiangeva di abbandonare lo sposo e le figlie ancora bambine. Negli ultimi giorni della sua vita volle accanto a sé il suo confessore, Angiolo Maria Gilardoni, vescovo di Livorno. La sera del 23 marzo i medici di corte annunciarono che non c’era più nulla da fare e il giorno successivo morì in quiete. Il granduca Leopoldo II, molto addolorato per la morte della moglie, fece imbalsamare il corpo e il 28 marzo lo fece trasportare a Firenze, dove la granduchessa fu inumata nella Basilica di San Lorenzo. La sua tomba, uno splendido sarcofago in porfido rosso sormontato da una corona, è uno degli ultimi capolavori dell’Opificio delle pietre dure. A causa della mancanza di eredi maschi, Leopoldo II dovette necessariamente risposarsi e scelse la moglie in base al rango e alla bellezza: la scelta ricadde sulla principessa delle Due Sicilie, Maria Antonietta, figlia di Francesco I delle Due Sicilie e di Maria Isabella di Borbone-Spagna. La nuova granduchessa, di soli diciotto anni, era anch’ella cugina di Maria Anna Carolina di Sassonia, in quanto sua nonna, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, era sorella della medesima Maria Amalia, nonna della defunta granduchessa. Maria Antonietta e Leopoldo ebbero cinque figlie femmine e cinque figli maschi, tra i quali Ferdinando IV di Toscana, l’erede al trono. Fotografia CDV. Fotografo: Metzger – Firenze. 

Onorificenze

Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa
 

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Arc. 2731: Maria Antonia Anna di Borbone-Due Sicilie (Palermo, 19 dicembre 1814 – Gmunden, 7 novembre 1898) principessa del Regno delle Due Sicilie per nascita e Granduchessa di Toscana come consorte di Leopoldo II di Lorena. Nacque a Palermo il 19 dic. 1814 dal principe ereditario Francesco e da Isabella di Borbone Spagna. Sposò il 7 giugno 1833 Leopoldo II di Asburgo Lorena, granduca di Toscana, al quale – vedovo da un anno della prima moglie Maria Anna di Sassonia – era stata caldamente raccomandata dall’ambasciatore austriaco a Napoli L. von Lebzeltern, che ebbe ragione delle pratiche del ministro francese a Firenze L. de Ganay per far sì che sposasse una delle figlie di Luigi Filippo. Il matrimonio fu celebrato a Napoli, alla presenza del re Ferdinando II, fratello della sposa. La coppia si recò via mare a Livorno, prima tappa di una lunga serie di festeggiamenti culminati a Firenze a fine mese, che ebbero una chiara valenza politica e vennero usati per aumentare il consenso nei confronti della dinastia granducale. Dalla nuova sovrana, particolarmente apprezzata dal popolo per la bellezza e la giovane età (diciassette anni la separavano dal marito), ci si attendeva il tanto sospirato erede al trono, che Leopoldo II non aveva potuto avere dalla precedente consorte in quindici anni di matrimonio. M. non smentì la tradizionale fama di prolificità delle principesse borboniche e, dopo aver partorito una femmina, Isabella (1834-1901), il 10 giugno 1835 dette alla luce Ferdinando, cui negli anni seguirono altri quattro maschi e quattro femmineFotografia CDV. Donna rigida, attenta all’etichetta, devotissima e molto sensibile all’influenza degli ecclesiastici, aveva un naturale gusto per il bello; non era tuttavia colta, come testimoniano le sue lettere, tanto numerose quanto sgrammaticate. Incoraggiò le arti, proteggendo lo scultore G. Dupré e il musicista T. Mabellini. All’inizio si annoiò nella corte fiorentina, organizzata con semplicità conventuale al confronto di quella partenopea dove era cresciuta; poi si concentrò nella cura della numerosa prole. Per i primi quindici anni di matrimonio non cercò di influire sulle scelte del marito, che invece seguiva personalmente o con partecipazione emotiva durante le sue frequenti trasferte in Maremma per controllare le operazioni di bonifica. Dopo gli avvenimenti del 1848 iniziò a interessarsi di politica, guardando con favore all’offerta della corona siciliana fatta da alcuni ambienti del governo indipendentista per il suo secondogenito maschio Carlo Salvatore. Inviò allora nell’isola il botanico F. Parlatore, suo uomo di fiducia, ma la proposta non ebbe seguito a causa della giovane età dell’arciduca e della conseguente necessità di un lungo periodo di reggenza. Alla fine di ottobre del 1848, dopo l’insediamento del ministero democratico, si trasferì da Firenze a Siena con i figli. Nelle lettere al marito esprimeva sfiducia e timore per le iniziative di F.D. Guerrazzi e G. Montanelli e lo invitava ad abbandonare il paese, cosa che avvenne il 7 febbr. 1849. Ebbe quindi un ruolo decisivo nello spingere Leopoldo II a trasferirsi a Gaeta presso Pio IX e Ferdinando II, anziché in Piemonte, come aveva inizialmente previsto. Dopo la caduta di Guerrazzi consigliò al marito di chiedere l’intervento austriaco prima di rientrare in Toscana: gli scrisse il 16 apr. 1849 «senza truppa non si fa nulla e poi tornare col Capponi e altri che ti hanno condotto a questo punto ci penserei, perché adesso è il momento di non avere pietà con tanti che non lo meritano, che saranno i primi a farti gli umili» (Gennarelli, pp. 30 s.). Assumeva così un’indubbia posizione reazionaria, di cui dette chiara prova dopo il rientro a Firenze (fine luglio 1849), ostentando freddezza e distacco verso i liberali moderati che pure avrebbero voluto mantenere un rapporto preferenziale con il sovrano in vista della conservazione del regime statutario. Si adoperò molto affinché Leopoldo II abbandonasse la sua proverbiale incertezza e assumesse un atteggiamento energico. Tentò inutilmente di inviare il giovane Ferdinando alla corte viennese, ritenendo questo il solo mezzo per preservarlo dall’influenza liberaleggiante di Firenze e per educarlo in modo da renderlo degno del trono: non vedeva altro avvenire per il figlio se non in una fusione completa dei suoi interessi con quelli della famiglia imperiale. Provava una manifesta antipatia per il presidente del Consiglio G. Baldasseroni, tanto che lo stesso ambasciatore austriaco la invitò invano a lasciarla trasparire di meno. Questo modo di procedere, che proveniva da un carattere aperto e sincero, non fu producente. Non venne neppure interpellata nel 1856, quando si decise di scegliere una principessa sassone come moglie del figlio Ferdinando: tuttavia dopo l’arrivo a Firenze della nuora, Anna di Sassonia, riuscì a stabilire con lei un buon rapporto. Nella primavera del 1859 non nutrì soverchie illusioni, contrariamente a Leopoldo II, fiducioso sulla possibilità di mantenere la Toscana neutrale in caso di guerra. M. riteneva invece che allo scoppio del conflitto la sola speranza per la famiglia granducale di non lasciare il paese fosse rappresentata dall’arrivo di un corpo d’armata austriaco. Durante la fatidica giornata del 27 aprile manifestò ancora una volta il suo atteggiamento fermo e deciso: sostenne la necessità di una partenza immediata, certa che le sorti della dinastia fossero ormai indissolubilmente legate a quelle dell’Austria. Dall’esilio guardò con distacco ai tentativi e alle speranze dei legittimisti toscani, invero poco attivi. Negli ultimi anni di vita, turbati dalla misteriosa scomparsa del figlio Giovanni Nepomuceno, in varie occasioni tornò discretamente a Firenze. Morì il 9 nov. 1898 nel castello di Orth, presso Gmunden, nell’Austria Superiore. Fotografo: Metzger – Firenze. 1859 ca.

Onorificenze

Onorificenze borboniche

Dama del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria    Dama del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio
   

Onorificenze straniere

Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa
     4 maggio 1826
Dama dell'Ordine della Croce Stellata - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine della Croce Stellata
     14 settembre 1839
Dama di Gran Croce dell'Ordine di Santa Caterina - nastrino per uniforme ordinaria    Dama di Gran Croce dell’Ordine di Santa Caterina
   
Dama dell'Ordine di Elisabetta - nastrino per uniforme ordinaria    Dama dell’Ordine di Elisabetta

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Arc. 2394: Maria Antonia Anna di Borbone-Due Sicilie Granduchessa di Toscana. Fotografia CDV. Fotografo: A. Hautmann & C. – Firenze. 1859 ca.

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Arc. 985: Maria Ferdinanda di Sassonia (Dresda, 27 aprile 1796 – Boemia, 3 gennaio 1865). Maria Ferdinanda di Sassonia era la seconda figlia del principe Massimiliano di Sassonia, figlio dell’elettore Federico Cristiano di Sassonia e della principessa Maria Antonia di Baviera, e di Carolina di Borbone-Parma, figlia del duca Ferdinando I di Parma e dell’arciduchessa Maria Amalia d’Asburgo-Lorena. Dunque, per parte paterna, la principessa Maria Ferdinanda era pronipote del re Augusto III di Polonia e di Maria Giuseppa d’Austria, mentre per parte materna, era pronipote dell’imperatore Francesco I di Lorena e di Maria Teresa d’Austria. I suoi fratelli saranno Maria Amalia, una compositrice di talento, Giovanni, futuro re di Sassonia, Federico Augusto, futuro re di Sassonia, Maria Anna, futura granduchessa di Toscana, Maria Giuseppa, futura regina di Spagna, e i principi Clemente e Maria Carlotta. Il 16 novembre 1817, sua sorella minore, Maria Anna Carolina, convolò a nozze con Leopoldo, gran principe di Toscana e futuro granduca con il nome di Leopoldo II. Quattro anni dopo, dal momento che Leopoldo e Maria Anna Carolina non avevano ancora avuta progenie, il padre del giovane sposo, il granduca Ferdinando III di Toscana, rimasto vedovo della principessa Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli nel 1802, decise di sposare la sorella maggiore di sua nuora nella speranza di avere un altro erede (in quegli anni Leopoldo soffriva di non precisati disturbi e i medici temevano per la sua vita). Il 6 maggio 1821, la principessa Maria Ferdinanda, che aveva venticinque anni, sposò Ferdinando III, maggiore di lei di ben ventisette anni: il giorno del matrimonio cadeva infatti il cinquantaduesimo compleanno del granduca. In virtù di questo matrimonio la principessa sassone divenne granduchessa di Toscana; inoltre, Maria Ferdinanda divenne matrigna di suo cognato Leopoldo, che aveva soltanto un anno in meno di lei, e suocera di sua sorella Maria Anna Carolina. Dal matrimonio con Ferdinando III non nacquero figli e il granduca si spense il 18 giugno 1824: Maria Ferdinanda divenne vedova all’età di ventotto anni. Dopo la morte di Ferdinando, Leopoldo salì al trono e la sorella di Maria Ferdinanda divenne la nuova granduchessa di Toscana. Maria Ferdinanda non si risposò mai e mantenne il titolo di granduchessa vedova di Toscana. La sorella Maria Anna Carolina morì di tubercolosi nel 1832 senza aver dato un erede maschio e il granduca Leopoldo II si risposò nel 1833 con la giovane principessa Maria Antonietta di Borbone. Il 27 aprile 1859, proprio il giorno del sessantatreesimo compleanno di Maria Ferdinanda, i moti fiorentini posero fine al dominio degli Asburgo-Lorena in Toscana. Su tre carrozze la famiglia reale partì da Palazzo Pitti, uscendo per la porta di Boboli, verso la strada di Bologna. I sovrani detronizzati andarono a Vienna, alla corte di Francesco Giuseppe d’Austria. La moglie dell’imperatore, Elisabetta di Baviera (la famosa principessa Sissi), non gradì l’invasione di questi parenti italiani. La granduchessa vedova Maria Ferdinanda si spense il 3 gennaio 1865, a quasi sessantanove anni nel castello di Brandýs, proprietà privata del ramo toscano degli Asburgo in Boemia. Fu sepolta nella Cripta Imperiale di Vienna vicino alla granduchessa Luisa Maria Amalia. Trentatré anni dopo, accanto a loro, fu sepolta anche l’ultima granduchessa, Maria Antonietta. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto

Onorificenze

Dama Nobile dell'Ordine della regina Maria Luisa - nastrino per uniforme ordinaria    Dama Nobile dell’Ordine della regina Maria Luisa

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Arc. 3125: Maria Ferdinanda di Sassonia (Dresda, 27 aprile 1796 – Boemia, 3 gennaio 1865). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 3123: Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena (Firenze, 10 gennaio1858 – Cannes, 13 aprile1883). L’arciduchessa Maria Antonietta nacque il 10 giugno 1858 a Firenze, come figlia primogenita del gran principe Ferdinando di Toscana e di sua moglie, la gran principessa Anna Maria di Sassonia. I suoi nonni paterni erano il granduca Leopoldo II di Toscana e la granduchessa Maria Antonia di Borbone-Due Sicilie, mentre quelli materni erano il principe ereditario (futuro re) Giovanni di Sassonia e la principessa ereditaria consorte Amalia Augusta di Baviera. Sua madre morì nel febbraio 1859, a causa delle complicazioni di un aborto causato da una febbre tifoide, e il 27 aprile successivo la famiglia granducale dovette lasciare la Toscana, a seguito di alcuni moti favorevoli all’unificazione italiana. Dopo l’abdicazione di Leopoldo II, suo padre Ferdinando divenne granduca il 21 luglio dello stesso anno, ma nel 1860 il granducato di Toscana venne annesso al Regno di Sardegna. Maria Antonietta crebbe quindi in esilio, vivendo soprattutto a Salisburgo. Nel 1868 suo padre si risposò con la principessa Alice di Borbone-Parma, da cui ebbe dieci figli. Nel 1881 l’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria la nominò principessa-badessa dell’istituzione imperiale e reale teresiana delle nobili dame d’Austria. Nel 1882 divenne scrittrice e pubblicò diversi libri e opere di successo che le garantirono fama. Nel mese di novembre del 1882 si trasferì a Cannes, perché la sua salute, minata da anni dalla tubercolosi, era peggiorata. Si stabilì a Villa Felice, dove il clima era più mite e li trascorse gli ultimi anni. Morì di malattia il 13 aprile 1883, nella sua villa a Cannes. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Baldi & Würthle – Salzburg. 

PERSONAGGI E UOMINI POLITICI

Arc. G4: Lamberti Giuseppe (Reggio nell’Emilia, 23 aprile 1801 – Reggio nell’Emilia, 24 gennaio 1851). Figlio di Jacopo, prefetto e senatore del Regno d’Italia, trascorse parte della sua infanzia a Milano. Ritornato a nella natia Reggio con la famiglia, iniziò gli studi universitari a Modena. Con lo scoppio dei moti del 1820-1821 entrò nel mondo della Carboneria, attirando però su di sé le attenzioni della polizia austriaca. Costretto a fuggire col fratello Paolo, riparò in Toscana. Durante i moti del 1830-1831 si arruolò nelle milizie guidate dal suo concittadino Carlo Zucchi e combatté nella battaglia di Rimini. Per sfuggire alla cattura, raggiunse pochi giorni dopo Ancona da dove poi si imbarcò per Corfù. Da qui poi raggiungerà il 31 maggio dello stesso anno il porto di Marsiglia. Nella città francese si affiliò alla Giovane Italia di Giuseppe Mazzini prendendo attivamente parte all’organizzazione e al finanziamento della stessa. Espulso dalla Francia, Lamberti riparò a Ginevra da dove contribuì ad organizzare la fallimentare invasione della Savoia del 3 febbraio 1834. Allontanato anche da Ginevra si trasferì a Berna. Rimasto sempre al fianco Mazzini negli anni dell’ascesa all’interno della Giovane Italia dell’ala militarista guidata da Nicola Fabrizi, fu incaricato di guidare la segreteria della Congrega centrale di Francia. Accanto alla mera attività burocratica e di reperimento fondi, Lamberti partecipò attivamente nel reperimento di armi e nel sostegno economico dei fuoriusciti e degli esuli che giungevano a Parigi dall’Italia. Con lo scoppio dei moti del 1848 tornò, ma solo in un secondo momento nella sua Reggio, dove nel frattempo si era instaurato un governo provvisorio di cui fu chiamato a farne parte. Con la sconfitta dei Piemontesi ed il ritorno del duca Francesco V a Modena, Lamberti fu costretto nuovamente a prendere la via dell’esilio. Arrestato in Toscana, fu rilasciato dopo alcune settimane di carcere. Indebolito da una salute cagionevole rifiutò alcuni incarichi governativi che Mazzini, che nel 1849 aveva instaurato la Repubblica Romana, gli aveva offerto. Sfruttando un’amnistia ducale Lamberti ritornò a Reggio dove visse, sempre sotto stretta sorveglianza poliziesca, gli ultimi due anni della sua vita. Fotografia copia di Dagherrotipo formato 21 x 15,5. Fotografo: Maurice – Rue Richelieu 46 bis. 

 

Arc. 3370: Misley Enrico (Modena, 6 maggio 1801 – Barcellona, 2 gennaio 1863). Nacque a Modena il 6 maggio 1801 da Luigi Maria, docente di veterinaria negli atenei di Milano, Pavia e, ancor prima di Modena, e da Teresa Baccarini. Degli altri quattro figli della coppia uno, Geminiano, entrò nell’Ordine dei gesuiti. Nel 1818 il si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Pavia (città nella quale la famiglia si era trasferita da tempo): un anno dopo fu ammesso a risiedere gratuitamente nel collegio Ghisleri di quella stessa città. Vi rimase fino all’estate del 1820 quando, due anni dopo la morte del padre, si ricongiunse con la famiglia che nel frattempo era tornata a Modena. Dotato di larga intelligenza, di volontà tenace e di grande audacia, già dal 1825 egli aveva maturato l’ardito disegno “di sfruttare l’ambizione, le ricchezze, la posizione, le qualità personali” di Francesco IV, duca di Modena, e fare di lui un re costituzionale; al quale intento era riuscito ad avvicinare il sovrano, che probabilmente non ebbe a disdegnare le offerte del cospiratore, specialmente quando gli fu prospettato che egli poteva ambire al trono piemontese, ai danni di Carlo Alberto. L’anno dopo, il intraprese un viaggio all’estero e specialmente a Parigi (viaggio sul quale alcuni mormoravano, non vedendone chiaro lo scopo e ignorando donde ne traesse i mezzi). S’intese con gli esuli italiani colà riparati dopo le vicende politiche del 1821 e con personaggi francesi eminenti. Un secondo viaggio assai più lungo compì l’anno dopo, incontrandosi a Vienna con Francesco IV. Alla fine del 1829 il si concertò con Ciro Menotti, assicurandolo che un comitato di esuli italiani a Parigi divideva le sue idee, e persuadendolo a iniziare trattative col duca di Modena. Infatti, il Menotti, che stava elaborando il disegno che tendeva a rendere indipendenti e federate, oltre il ducato estense, Parma, le Legazioni e la Toscana, ebbe colloqui con Francesco IV, che tenne tuttavia un contegno assai riservato e talvolta ambiguo, al punto da suscitare sospetti nell’animo del Menotti. Il Misley, uno dei più attivi componenti il Comitato di emancipazione italiana in Parigi, durante le giornate di luglio 1830 era colà, dove seppe della rivoluzione dell’Italia centrale del febbraio 1831, del mutamento del duca, dell’imprigionamento e poi del martirio di Ciro Menotti, che egli tentò invano di salvare dal capestro. Non si procedette contro il Misley, e questo fatto e la condotta apparsa ambigua e misteriosa accreditarono voci a lui sfavorevoli. Scrisse a Parigi (1832) l’opera L’Italie sous la domination autrichienne, in cui denunziò la complicità austriaca nella tragedia modenese, attirandosi una dura risposta di Paride Zajotti (Semplice verità opposta alle menzogne di E. M.). Andato nel 1835 in Spagna, vi rimase fino al 1848, occupato in imprese industriali e finanziarie, nelle quali era espertissimo, e intessé intrighi per procurar danaro a Maria Cristina, nella guerra contro i carlisti. Caduto però in disgrazia della corte spagnola, nel 1848 andò in Inghilterra, quindi in Francia, infine in Piemonte, dove ebbe contatti con Carlo Alberto, tentando di persuaderlo a chiedere l’aìuto della Francia per rialzare le sorti della guerra dopo l’armistizio Salasco. Ma anche questa volta i suoi intrighi gli procurarono più tardi lo sfratto dal Piemonte (1850), e andato allora a Ginevra vi pubblicò nel 1853 un Mémoire justificatif d’un proscrit, che però fu soppresso per volontà di Napoleone III. Tornò scorato in Spagna, e da allora in poi vi rimase appartato dalla vita politica. Le qualità dell’ingegno, la risolutezza, l’audacia gli avrebbero certo consentito una parte notevole nel Risorgimento, ma la tendenza all’intrigo e le contraddizioni del carattere gli hanno nuociuto e presso i contemporanei e presso i posteri. Severi giudizi diedero di lui il Mazzini e il Tommaseo e ancora recentemente i suoi rapporti con il duca di Modena sono stati oggetto di discussione. Fotografia da dagherrotipo formato 12 x 9. Fotografo: Sconosciuto. Al retro: “Enrico misley 1852 – Daguerrotype fait a’ Geneve 1852 – Fotografo: Sconosciuto. 

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Arc. 2933: Antonio Genesio Maria Panizzi (Brescello, 16 settembre 1797 – Londra, 8 aprile 1879). Dopo aver frequentato le scuole secondarie a Reggio Emilia, nel 1814 Antonio Panizzi si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma conseguendo la laurea nel 1818. Nel 1815, nel periodo in cui Panizzi attendeva agli studi universitari, il Congresso di Vienna ripristinò il Ducato di Modena e Reggio sotto la dinastia Asburgo – Este nella persona del dispotico Francesco IV d’Este, mentre Parma venne affidata a Maria Luigia d’Austria, futura vedova di Napoleone. Dopo la laurea Panizzi aprì uno studio legale a Brescello dedicandosi nel contempo all’attività politica. Nel 1820 Francesco IV emise un decreto contro i carbonari. Sospettato di appartenere alla Carboneria, nel 1822 Antonio Panizzi lasciò clandestinamente il ducato estense per stabilirsi dapprima a Lugano e, l’anno successivo, a Londra. Qui entrò in contatto con Foscolo e, su consiglio del poeta, si trasferì a Liverpool dove divenne insegnante di italiano. Dal 1828 al 1837 fu professore di italiano all’University College di Londra. Durante questo periodo, nel 1831, iniziarono i suoi contatti con la biblioteca del British Museumdi cui nel 1856 divenne direttore generale (principal librarian). In pensione nel 1866, nel 1869 ottenne il titolo onorifico di Sir dalla regina Vittoria. Dopo l’adesione alle vendite carbonare e immediatamente dopo la fuga dal Ducato di Modena, nel 1823 Antonio Panizzi pubblicò clandestinamente a Lugano un violento atto d’accusa contro il regime estense, Dei processi e delle sentenze contra gli imputati di lesa maestà e di aderenza alle Sette proscritte negli Stati di Modena con la falsa indicazione di Madrid: per Roberto Torres, 1823. L’opera, che procurò a Panizzi una condanna a morte, fu in seguito ripudiata dall’autore ed è stata ripubblicata a cura di Giosuè Carducci col titolo Le prime vittime di Francesco 4. duca di Modena. In Inghilterra Panizzi, amico personale dei primi ministri inglesi Lord Palmerston e Lord Gladstone, divenne il rappresentante del Risorgimento italiano svolgendo un’opera importantissima nell’attirare alla causa italiana le simpatie dell’opinione pubblica e della classe dirigente inglese. Nel 1851 adottò Raffaele Settembrini, il figlio adolescente di Luigi Settembrini condannato all’ergastolo. Continuò nello stesso tempo l’attività cospirativa. Nel 1855, per esempio, acquistò una nave, The Isle of Thanet (L’Isola di Thanet), per liberare Luigi Settembrini, Carlo Poerio e gli altri prigionieri politici del Regno delle Due Sicilie relegati nell’ergastolo di Santo Stefano. L’audace impresa, che doveva essere guidata da Garibaldi, fallì per l’affondamento della nave. Sebbene avesse ottenuto la cittadinanza inglese dal 1832, per la sua opera a favore dell’Italia il 12 marzo 1868 fu nominato Senatore del Regno d’Italia. La fama di Antonio Panizzi è legata soprattutto all’attività svolta in qualità di direttore della biblioteca del British Museum. La British Museum Library era la biblioteca nazionale del Regno Unito. Durante la gestione di Panizzi divenne la più grande biblioteca nel mondo. Venne costruita la famosa Reading Room, la sala di lettura a base circolare, raddoppiò il numero di volumi posseduti dalla biblioteca, da 235 000 a 540 000, fece istituire il sistema di proprietà letteraria riservata per cui, per legge, gli editori britannici debbono consegnare alla biblioteca una copia di ogni libro stampato in Inghilterra, intraprese la creazione di un nuovo catalogo, basato sulle novantuno regole di Catalogazione da lui formulate nel 1841 e che sono alla base dell’ISBD del XXI secolo e dello standard di descrizione delle risorse in formato elettronico Dublin Core. Entrò inoltre nel dibattito culturale dell’epoca. Fu molto amico, ad esempio, di Prosper Mérimée, e di Francesco De Sanctis. Fotografia CDV. Fotografo: Disderi – Paris.

Onorificenze

Onorificenze italiane

Commendatore dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   

Onorificenze straniere

Cavaliere Commendatore dell'Ordine del Bagno (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere Commendatore dell’Ordine del Bagno (Regno Unito)
   
Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinaria    Ufficiale dell’Ordine della Legion d’Onore (Francia)
   

 

Arc. 3371: Nobili Pellegrino (Vetto d’Enza, 8 settembre 1754 – Pisa, 30 aprile 1841). Apparteneva a una famiglia di condizione modesta, ma fu comunque incoraggiato a intraprendere a Reggio un accurato tirocinio formativo presso il locale seminario, con la prospettiva, poi abbandonata, di divenire sacerdote. Compì gli studi di giurispudenza a Modena e si avvicinò a Carlo Amorotti, importante funzionario estense, che gli diede in moglie sua figlia Irene e, intorno al 1778, lo avviò a una carriera nell’amministrazione ducale. Ricoprì dunque le giudicature di Pieve Pelago, Trassilico, Minozzo e Montefiorino. Nel 1787 fu chiamato a Modena come segretario del Supremo consiglio di giustizia. Passò poi, nel 1792, alla carica di luogotenente di Reggio, a quella di podestà e infine, dal 1794, di giudice nel Supremo consiglio di Modena. La sua brillante carriera amministrativa conobbe una svolta con l’arrivo delle truppe rivoluzionarie francesi nel Ducato di Modena e la fuga del duca Ercole III d’Este, che, nel maggio 1796, affidò il potere a un consiglio di reggenza. Ben presto, in numerosi centri del Ducato si palesarono fermenti pre-rivoluzionari. A Reggio, in particolare, in agosto si formò una sorta di club giacobino, guidato dal modenese Carlo Bosellini, al quale si avvicinò anche Nobili. Tra la seconda metà del 1796 e l’inizio del 1797, partecipò così alla complessa fase che, dopo le insurrezioni di Reggio e Modena in agosto, condusse alla costituzione della Repubblica cispadana. Non figura tra i delegati al primo congresso di Modena (16-18 ottobre 1796), riunitosi per stabilire un blando vincolo federativo tra le città emiliane, ma, verso la fine dell’anno, partecipò al congresso cispadano di Reggio Emilia, apertosi per trasformare la confederazione cispadana in una vera e propria repubblica, anche allo scopo di garantire sostegno militare e finanziario alle truppe francesi. Nell’ambito del congresso di Reggio entrò a far parte, nel gennaio 1797, del comitato incaricato di produrre un piano di costituzione per la repubblica. Poco dopo, quando Napoleone sciolse il congresso e aggiornò l’entrata in carica del governo provvisorio, partecipò, dal 21 gennaio 1797, al secondo congresso cispadano di Modena, nel quale si batté per arrivare a un’unificazione delle Repubbliche di Modena, Reggio, Parma e Bologna. Il 30 gennaio 1797 fu lui a leggere, a nome del comitato di costituzione, le proposte emendative alle nozioni preliminari e agli articoli relativi ai diritti dell’uomo e del cittadino del progetto di costituzione. E, il 17 febbraio, fu ancora lui a presentare un appunto, applaudito dall’assemblea, che dava ragione degli scostamenti tra il progetto in discussione e la costituzione francese. Di un certo rilievo sono pure alcuni suoi interventi sulla organizzazione costituzionale e amministrativa della repubblica, che rivelano una realistica sensibilità per gli aspetti organizzativi dello Stato, e, soprattutto, una decisa presa di distanza dalle posizioni più schiettamente giacobine, che sostenevano il principio del diritto degli indigenti a essere sovvenzionati dallo Stato. Il 9 aprile 1797 fu eletto membro del consiglio dei Trenta della Repubblica cispadana per il dipartimento del Crostolo e segretario del consiglio stesso: qui intervenne con frequenza su tematiche costituzionali e amministrative, contribuendo a definire una prassi regolamentare dell’organo. Con la fondazione della Cisalpina (giugno 1797), si trasferì a Milano ed entrò nel comitato di giurisprudenza. Fu poi incaricato di organizzare i tre dipartimenti del Crostolo, del Panaro e delle Alpi Apuane, compito che portò a termine nell’agosto 1798, ma ben presto rientrò nel ruolo di giudice del tribunale di Reggio. Il 1° febbraio 1799 fu nominato ministro dell’Interno della Repubblica cisalpina, succedendo a Diego Guicciardi. In aprile, a seguito della caduta della Repubblica, abbattuta dall’intervento austro-russo, si ritirò a Reggio, senza subire molestie. Rientrò a Milano solo dopo la vittoria napoleonica di Marengo e la riaffermazione del controllo francese sulla Lombardia, nella seconda metà del 1800. Nel novembre 1801, la commissione straordinaria di governo lo nominò tra i notabili incaricati di partecipare alla consulta di Lione, in rappresentanza del dipartimento del Crostolo. Tornato a Milano, strinse amicizia con Gian Domenico Romagnosi e Giuseppe Parini, che sovraintese all’educazione dei suoi figli Leopoldo, futuro scienziato, e Domenico. Il 26 gennaio 1802 fu nominato membro del collegio elettorale dei dotti. Il 16 giugno 1802, grazie all’interessamento di Francesco Melzi d’Eril e di Ferdinando Marescalchi, fu chiamato da Napoleone alla carica di segretario di Stato della Repubblica, ma, dopo pochi mesi, rassegnò le dimissioni, «renduto inabile per malattia». Dal 17 ottobre fu procuratore della Repubblica presso il tribunale d’appello di Reggio, ma dopo il 1805 si ritirò dalla vita pubblica ed esercitò l’avvocatura. I suoi rapporti con l’élite dirigente dell’Italia napoleonica dovettero comunque rimanere buoni, tanto che il figlio Leopoldo partecipò, come capitano di artiglieria, alla campagna di Russia. Durante la Restaurazione, non fu oggetto di provvedimenti punitivi e continuò a vivere privatamente, praticando anche studi agronomici che gli valsero la nomina a vicepresidente della Società agraria di Reggio, e dedicandosi sporadicamente all’avvocatura, come nel 1827, quando fu arbitro in una importante causa di acque tra le comunità di Modena e Sassuolo. Era ormai anziano quando prese parte alla rivoluzione che, nel febbraio 1831, rovesciò il governo modenese. Anche se non ci sono evidenze di un suo diretto coinvolgimento nella congiura di Ciro Menotti, egli e la sua famiglia aderirono quasi immediatamente alla rivoluzione e Leopoldo assunse il comando di un battaglione dell’esercito. Dopo essere stato chiamato al consiglio provvisorio insediatosi a Reggio dopo la fuga del governatore estense, il 21 febbraio 1831, Nobili fu eletto dall’assemblea di Reggio per formare, insieme con Iacopo Ferrari e Pier Giacinto Terrachini e i tre rappresentanti di Modena, il nuovo governo delle province. Per il primo bimestre fu inoltre eletto presidente del governo stesso. Con l’intervento austriaco del marzo 1831, che abbatté il governo provvisorio, si rifugiò inizialmente a Bologna, insorta contro il governo pontificio, e, dopo la sconfitta delle truppe repubblicane nella battaglia di Rimini del 25 marzo 1831, si nascose sulle montagne appenniniche per alcuni mesi, finché, in luglio, non riuscì a imbarcarsi per Bastia e poi per Tolone, dove lo attendeva Leopoldo. Si stabilì poi a Marsiglia, fino all’inizio del 1832, quando, con Leopoldo e la sua famiglia, poté ottenere asilo nel Granducato di Toscana, prima a Livorno, poi a Prato e infine a Firenze, sfuggendo alla condanna di cinque anni di prigione comminatagli dal tribunale speciale di Modena. Gli ultimi anni della vita furono segnati da lutti familiari, come la morte, nel 1835, di Leopoldo, che ridusse la famiglia dell’anziano giurista alla sola figlia Teresa, moglie di Giuseppe Bordé e madre di Francesco, professore di matematica a Modena. Nel complesso, però, Nobili trovò in Toscana un ambiente accogliente. Ben inseritosi nel mondo culturale fiorentino, pubblicò l’opera tecnica “De’ vitalizi, con tavole di sconto, di anatocismo, della vita probabile, de’ capitali e delle pensioni, ed esempi per l’uso” (Firenze 1836), che ebbe buona accoglienza presso l’accademia dei Georgofili, e un commento a Orazio. A Firenze fu visitato nel settembre 1839 da Carlo Rossi, già Colonnello della Guardia Nazionale di Reggio e segretario del Ministero della guerra durante i moti del 1831. In questa fase, ormai anziano, viveva con la nuora, Matilde Tampelini, vedova di Leopoldo. Nello stesso 1839 partecipò al primo Congresso degli scienziati italiani, svoltosi a Pisa nell’ottobre. Fotografia CDV. Fotografo: Ruspagiari & Bertani – Reggio Emilia. 

 

Arc. 3371: Nobili Leopoldo (Trassilico, 5 luglio 1784 – Firenze, 22 agosto 1835). Nato a Trassilico (attuale frazione del comune di Gallicano, in Garfagnana) da una famiglia reggiana originaria di Vetto d’Enza, era figlio del podestà del paese Pellegrino, e di Irene Beretti Amorotti di Carpineti. All’epoca Trassilico faceva parte dei domini Estensi, che avevano da poco esteso i confini del Ducato di Modena e Reggio al mar Tirreno. Dopo aver trascorso la giovinezza nel paese natale, entrò a far parte della Scuola Militare di Modena. Si arruolò nell’esercito napoleonico e fu Aiutante di Campo del viceré Eugenio di Beauharnais e partecipò alla campagna napoleonica di Russia, nella quale meritò la Legion d’Onore. Rientrato in Italia, lasciò la vita militare e diresse la fabbrica di armi di Brescia. Riprese gli studi pubblicando numerose opere, fra cui si ricorda “Dell’attrazione molecolare coll’astronomia”. Nel 1825 inventò il galvanometro basato su aghi astatici, strumento fondamentale nella storia dell’elettromagnetismo. L’anno successivo realizzò la pila termoelettrica con Melloni. Nel 1832 venne nominato professore di fisica presso il Reale Museo di fisica e storia naturale di Firenze, dove, in collaborazione con Vincenzo Antinori (direttore del Museo dal 1829), realizzò importanti esperimenti sull’induzione elettromagnetica scoperta da Michael Faraday. Leopoldo Nobili viaggiò attraverso l’Europa, tenendo conferenze ed incontri con i più famosi scienziati dell’epoca. Partecipò ai moti del 1831 e dovette recarsi esule in Francia. Rientrato nella penisola, per evitare di essere incarcerato nella sua Reggio dalle truppe ducali, pensò di riparare in Toscana. Nel granducato scrisse “La storia sperimentale della moderna fisica”. Nel 1833 fu incaricato dal Granduca Leopoldo II di reggere la cattedra di fisica sperimentale presso il Reale Museo di fisica e storia naturale di Firenze. Il professor Nobili, oltreché insegnare, scrisse fra le altre un’opera in due volumi intitolata “Memorie e osservazioni edite ed inedite”. La fama di Leopoldo Nobili si diffuse in tutta Europa ed anche oltre. Fu considerato il primo fra i fisici italiani della prima metà dell’800 “degno di stare vicino a Galileo e di confabulare con Volta” così lo definì nel suo volume La storia di Reggio Emilia il professor Balletti. Nobili inventò anche il sistema delle Metallocromie. Leopoldo Nobili, debilitato nel fisico a causa della malattia contratta nella campagna di Russia e dell’intensa mole del lavoro svolto, morì il 22 agosto 1835 all’età di cinquantuno anni. Fu sepolto fra i grandi nella basilica di Santa Croce a Firenze. fotografia CDV. Fotografo: Ruspagiari & Bertani – Reggio Emilia. 

ESERCITO MODENESE – BRIGATA ESTENSE

GENERALI

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Arc. 1738: Brigata Estense: Saccozzi Agostino in piccola montura da Tenente Maresciallo dell’esercito imperiale austriaco (Correggio, 6 settembre 1790 – Mira, 4 dicembre 1865). Nato a Correggio, con la Restaurazione del Ducato di Modena e Reggio Saccozzi venne nominato Tenente della compagnia urbana del suo paese. Successivamente venne promosso Capitano, e, in seguito alla fedeltà dimostrata al governo estense durante i moti del 1831 fu trasferito nel corpo dei Reali Dragoni. Nell’ottobre 1833 venne nominato comandante di quel corpo con il grado di Maggiore, successivamente promosso al grado di Tenente Colonnello. Dieci anni dopo venne ordinato vice comandante generale di tutte le truppe dello stato modenese. Con l’ascesa al trono nel 1846 del duca Francesco V Saccozzi venne promosso al grado Generale Maggiore conferendogli così potere su tutto l’esercito modenese. Con lo scoppio della prima guerra di indipendenza italiana, nel 1848, e la fuga di Francesco V da Modena, Saccozzi, ritiratosi nel frattempo nella sua Correggio, venne arrestato e processato dal governo provvisorio. Il 4 giugno venne tuttavia provata la sua onestà e rettitudine e rilasciato. Nel 1849 guidò le truppe estensi, in appoggio a quelle austriache, durante il sanguinoso assedio di Livorno. L’11 giugno 1859, in seguito agli eventi legati alla seconda guerra di indipendenza italiana, il duca Francesco V e le sue truppe abbandonarono il territorio del ducato alla volta di Mantova. A seguito della mancata applicazione dell’armistizio di Villafranca, il duca e i suoi soldati ripararono nel Veneto, rimasto ancora sotto la sovranità dell’Impero d’Austria. Qui le truppe estensi, che furono ribattezzate Brigata Estense, rimasero stanziate ed armate fino al 24 settembre 1863, data in cui, su pressione del governo austriaco, Francesco sciolse dal giuramento di fedeltà i suoi soldati. Saccozzi venne insignito del grado di Tenente Maresciallo dell’esercito austriaco. Ritiratosi a vita privata a Mira, vi morì due anni dopo. I suoi resti vennero successivamente inumati nella Basilica di San Quirino nella natia Correggio. Fotografia CDV. Fotografo: A. Perini – Venezia.

Onorificenze

Commendatore del sacro imperiale angelico Ordine costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore del sacro imperiale angelico Ordine costantiniano di San Giorgio
  
Commendatore dell'Ordine di San Gregorio Magno - nastrino per uniforme ordinaria   Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno
  
Medaglia per la disciolta Brigata Estense - nastrino per uniforme ordinaria   Medaglia per la disciolta Brigata Estense
    1863
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Arc. 3198: Brigata Estense: Saccozzi Agostino in gran montura mod. 1849 – 1863 da Generale maggiore Estense (Correggio, 6 settembre 1790 – Mira, 4 dicembre 1865).

GUARDIA NOBILE D’ONORE ESTENSE

Arc. 3210: Guardia Nobile d’Onore Estense: Molza Giacomo. Ciamberlano del Duca Francesco V nel 1849, fu Capitano del 1° Reggimento della Milizia di Riserva di Modena dal 1849 al 1859, fu Guardia Nobile d’Onore Estense nel Distaccamento di Modena con rango di 1° Tenente nel 1849. Promosso Vice Brigadiere Portastendardo con rango di Capitano nel 1858, fu Brigadiere Comandante del Drappello al seguito del Duca in esilio in Veneto dal 1859 al 1863. Fotografia CDV. Fotografo: A. Sorgato – Venezia.

Arc. 3354: Guardia Nobile d’Onore Estense: Molza Giacomo. Fotografia CDV. Fotografo: A. Sorgato – Venezia.

Arc. 2265: Guardia Nobile d’Onore: Benincasa conte Luigi in gran montura da Brigadiere della Guardia Nobile d’Onore (Modena 1800 – Palazzo Ducale di Vienna, 28 giugno 1863). Rappresentante del Ceto Nobile di Modena, fu Ciamberlano del Duca Francesco IV nel 1831 e del Duca Francesco V nel 1855. Fu Addetto alla Real Persona in permanenza di servigio e dal 1859 Addetto della Duchessa in esilio. Fu Ispettore Aggiunto alle Poste Estensi nel 1840, Direttore Generale il 21 marzo 1848 e Vice Direttore nel 1850. Fu Guardia Nobile d’Onore con rango di 1° Tenente nel 182. poi Brigadiere con rango di Capitano della Guardia Nobile d’Onore del Distretto di Modena e poi Soprannumerario. Seguì il Duca Francesco IV in esilio a Mantova nel 1831 e il Duca Francesco V nel 1859 in Veneto. Fu Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Estense, Ciambellano di S.S. Pio IX in visita a Modena il 2 luglio 1857, Cavaliere dell’Ordine Piano Pontificio e fu Decorato della Medaglia Fideli Militi nel 1831 e della Croce di Anzianità Militare di 2^ Classe. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Vienna.

Arc. 3210: Guardia Nobile d’Onore: Benincasa conte Luigi in uniforme ordinaria da Brigadiere della Guardia Nobile d’Onore (Modena 1800 – Palazzo Ducale di Vienna, 28 giugno 1863). Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Vienna.

Arc. 3351: Guardia Nobile d’Onore: Giacobazzi conte Onorio in uniforme da Guardia Nobile d’Onore con rango di Tenente (Modena, 18 febbraio 1831 – 28 gennaio 1883). Figlio di Luigi e della contessa Isabella Ferrari – Moreni, fu Allievo al Collegio San Carlo di Modena e conseguì la laurea in Legge a Modena nel 1851. Guardia Nobile d’Onore Estense nel Distaccamento di Modena con rango di 1° Tenente nel 1850, fu Soprannumerario nel 1856. Fu Brigadiere Comandante con rango di Capitano e Aiutante del Duca Francesco V dal 1863 al 1866 e successivamente si arruolò nell’esercito Imperiale Austriaco come Maggiore di Cavalleria. Sposò Amalia Fulcini nel 1853 e fu Aggiunto alla consulta del Ministero dell’Interno nel 1855, da Alunno fu Delegato Provinciale. Fu Ciamberlano del Duca Francesco V in servizio permanente dal 1856 al 1866, Cavaliere dell’Aquila Rossa  (Prussia), Cavaliere dell’Ordine di San Sepolcro nel 1864 Cavaliere dell’Ordine della Corona di Ferro (Austria) e Commendatore dell’Aquila estense nel 1866. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien. 

Arc. 3351: Guardia Nobile d’Onore: Besini nobile Giulio in montura ordinaria a cavallo da Guardia Nobile d’Onore mod. 1849 con rango di 1° Tenente del Distaccamento di Modena nel 1856 (nato il 9 gennaio 1835). Seguì il Duca Francesco V nell’esilio in Venetodal 1859 al 1863. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. 3352: Guardia Nobile d’Onore: Borsari nobile Enrico in montura ordinaria da Guardia Nobile d’Onore mod. 1849 del Distaccamento di Modena con rango di 1° Tenente. Seguì il Duca Francesco V e la brigata Estense nell’esilio in Veneto fino al 1863. Fotografia CDV. Fotografo: F. Sargenti – Venezia. 

Arc. 3353: Guardia Nobile d’Onore: Abbati – Marescotti conte Giuseppe in montura ordinaria con cappotto da Guardia Nobile d’Onore Estense. Nella Compagnia del Distretto di Modena con il rango di 1° Tenente, seguì il Duca Francesco V nell’esilio in Veneto nel 1859 e rimase al suo servizio fino al 1863 quando la Brigata venne sciolta. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata Venezia 1862. 

Arc. 3353: Guardia Nobile d’Onore: Scapinelli di Leguigno conte Scipione in montura ordinaria con cappotto da Guardia Nobile d’Onore della Compagnia di Reggio Emilia con rango di 1° Tenente (Reggio Emilia, 1837 – 1914). Seguì il Duca Francesco V e la Brigata Estense nell’esilio in Veneto dove rimase fino al 1863 quando la Brigata venne sciolta. Si arruolò nell’esercito Imperiale Austriaco nel 3° Reggimento Ulani. Fu Ciamberlano del Duca Francesco V. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1863. 

STATO MAGGIORE GENERALE

Arc. Quadro: Brigata Estense – Stato Maggiore Generale: Ferrari Sigismondo in gran montura da Colonnello di Stato Maggiore mod. 1849 – 1863 ( Modena, 4 ottobre 1785 – Milano, 12 ottobre 1864). Allievo alla Scuola Militare di Modena nel 1803, fu Sottotenente del Genio nell’esercito del Regno Italico nel 1805. Prigioniero in Austria nel 1809, venne promosso Tenente nella Compagnia Minatori nel Forte di Palmanova nel 1810. Capitano ad Ancona nel 1813, divenne Capitano Ingegnere del Ducato di Modena il 1° novembre 1814. Maggiore e Comandante dei Cacciatori del Frignano nel 1830, venne promosso Tenente Colonnello Comandante delle truppe e dei forti della Provincia di Massa e Carrara. Promosso Colonnello venne destinato allo Stato Maggiore della Brigata Estense dal 11 agosto 1849 al 1° ottobre 1863 quando la brigata venne sciolta. Venne pensionato come Maggior Generale Onorario dell’Esercito Imperiale Austriaco. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Brigata Estense – Stato Maggiore Generale: Luigi in gran montura da Tenente Colonnello di Stato Maggiore mod. 1849 – 1863 (Sassuolo, 1792 – 21 novembre 1861). Allievo alla Scuola Militare di Pavia e poi a quella di Modena durante il Regno Italico, fu Cadetto di Fanteria nel 1814. Ottenuta la laurea in Ingegneria venne promosso Sottotenente e poi Tenente nei Pionieri e nel frattempo fu Professore presso la scuola Cadetti Matematici fino al 1827. Capitano nel 1831, venne promosso Maggiore nello Stato Maggiore Generale nel 1841 e Ispettore e Direttore dell’Economato Militare. Promosso Tenente Colonnello nel 1849, fu Direttore del Convitto Legale – Matematico di Reggio Emilia. A riposo nel 1849, seguì il Duca di Modena e la Brigata Estense in Veneto nel 1859. Fu Cavaliere dell’ordine dell’Aquila Estense nel 1856, Decorato con la Medaglia Fideli Militi nel 1831 e con la Croce di Anzianità Militare di 2^ Classe. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. Quadro: Brigata Estense – Stato Maggiore Generale: Jellek Adamo in gran montura da Maggiore dello Stato Maggiore Generale mod. 1849 – 1863 (Marbourg, 21 dicembre 1802 – Gorizia, 19 gennaio 1872). Ufficiale nell’Esercito Imperiale Austriaco, fu Sottotenente Banderale nella Fanteria di Linea estense. Tenente nei Pionieri nel 1850, fu professore di tedesco, Disciplina e Amministrazione presso l’Accademia Militare di Modena. Seguì il duca di Modena e la Brigata Estense in Veneto nello Stato Maggiore Generale nel 1859. Nel 1863 dopo lo scioglimento della brigata venne arruolato nell’esercito Imperiale e inviato al Comando di Piazza a Vienna. Poco dopo venne messo a riposo. Fu Cavaliere di 3^ Classe dell’Ordine della Corona di Ferro (Austria), Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Estense il 23 settembre 1863 e venne decorato con la Croce di Anzianità d’Argento. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. 56: Brigata Estense – Stato Maggiore Generale: De Chevigne’ conte Arthur in grande uniforme da capitano di Stato Maggiore dell’esercito Pontificio (Clery-saint-Andrè (Francia), 9 dicembre 1833 – Cheverny, 30 ottobre 1869). Sottotenente di 2^ classe dello Stato Maggiore del Ducato di Modena nel 1855, passò alla caduta del Ducato come Capitano di Stato Maggiore nell’esercito Pontificio il 17 aprile 1860. Fu Aiutante di Campo del Generale Lamoriciere e Comandante delle truppe nell’Ascolano durante la campagna dell’Italia centrale del 1860 dove venne catturato. Fotografia CDV. Fotografo: E. Desmaison – Paris. 

STATO MAGGIORE DELLE PIAZZE – REALI TRABANTI – AUDITOURATO MILITARE – CANCELLIERI – E DIRETTORE DELLO SPEDALE MILITARE

Arc. 54: Stato Maggiore delle Piazze: Papazzoni De’ Figli di Manfredo nobile Francesco im montura ordinaria da Sottotenente dello Stato Maggiore delle Piazze della Brigata Estense. Sottotenente Aiutante nel 4° Battaglione del 1° Reggimento Milizia di Riserva della Provincia di Modena e Frignano nel 1854, venne promosso Tenente nel 1855. Il 14 giugno 1859, alla caduta del Ducato, seguì con la Brigata Estense il Duca in Veneto con il grado di Sottotenente di 1^ classe. Rimase in Veneto con la Brigata fino al 30 settembre 1863 data in cui la Brigata venne sciolta e il Papazzoni passò nelle file dell’Esercito Imperiale Austriaco dove rimase nella Piazza di Venezia fino al 1864. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli G. & L. Vianelli – Venezia. 

Arc. 3231: Papazzoni De’ Figli di Manfredo nobile Francesco in montura ordinaria da Sottotenente delle Piazze dell’esercito imperiale austriaco. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli G. & L. Vianelli – Venezia. 

Arc. Quadro: Pifferi Vincenzo: in gran montura da Maggiore Cassiere della Brigata Estense (Modena, 1796 – 1878). Cadetto estense nel 1814, fu Sottotenente Banderale nella 1^ Compagnia Fucilieri di Lineanel 1826. Aiutante Maggiore nel 1832, ottenne il grado di Capitano nel 1838 e la promozione a Maggiore Comandante il 1° Battaglione Fucilieri di Linea nel 1850. Comandante la Piazza di Reggio Emilia nel 1858, seguì il Duca nell’esilio in Veneto e venne nominato Direttore dell’Economato Militare il 25 novembre 1861. Tenente Colonnello il 1° agosto 1863, venne posto a riposo in Austria per poi tornare a Modena nel 1866. Decorato con la Medaglia Fideli Militi nel 1831, Medaglia al Merito Militare per l’opera contro il colera a Massa e Carrara nel 1854-55 e Cavaliere dell’Aquila Estense il 23 settembre 1863. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Reali Trabanti Guardie di Palazzo: Moschiari Gregorio in piccola montura da Maggiore dei Reali Trabanti Guardie di Palazzo (Modena, 1797 – Castello Cattajo – Battaglia Terme, 1° luglio 1861). Soldato Estense nel 1814, fu Sottotenente Banderale della Guardia Urbana nel 1823. Promosso Tenente nella 3^ Compagnia della Fanteria di Linea nel 1830, ottenne il grado di Capitano Tenente nella 6^ Compagnia Fucilieri. Capitano nel 1842, fu Comandante dei Reali Trabanti Guardie di Palazzo nel luglio 1850. Il 1° gennaio 1851 ottenne il grado di Maggiore. Venne decorato con la Croce di Anzianità Militare di 2^ classe e con la Medaglia Fideli Militi nel 1831. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Auditorato Militare: Gentilly Francesco in gran montura da Maggiore Auditore Militare Estense mod. 26 giugno 1849 – 1863. Croato di nascita, fu Auditore Militare nell’Esercito Imperiale Austriaco e con il grado di Maggiore nell’agosto del 1857 entrò come Auditore Militare nella Brigata Estense dove rimase fino al 1863 quando la Brigata venne sciolta. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Luccarelli Filippo in gran montura da ufficiale del Corpo degli Invalidi (sul “Ritratto di una capitale” e su “Ritratti fotografici degli Ufficiali dell’esercito austro – estense” identificato come  Bonacati Ferdinando Maggiore Commissario di Guerra). Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

CORPO DEL GENIO

Arc. Quadro: Corpo Del Genio: Cavedoni Armodio in gran montura da Tenente Colonnello del Corpo del Genio Estense (Castelvetro, 1799 – Castelvetro, 22 giugno 1866). Figlio di Bartolomeo Cavedoni, Generale del Regno Italico e di Anna Maria Brighenti, fu Allievo nel Collegio Militare di San Luca di Milano. Ne uscì Sergente Maggiore ed entrò come Allievo nel Convitto Matematico dei Pionieri Estensi. Promosso Tenente e ottenuto la laurea in Ingegneria fu professore di Geodesia, Disegno e Architettura nello stesso Istituto. Il 3 febbraio 1831, in difesa del governo del Duca Francesco IV, partecipò all’assalto di Casa Menotti durante i moti a Modena di quell’anno, e favorito da questi avvenimenti ottenne il grado di Capitano e l’incarico di insegnante di Disegno architettonico dei Principi figli di Francesco IV. Con lo stesso grado venne poi incaricato dell’organizzazione dei Cacciatori del Frignano reclutando e addestrando in quelle montagne un nuovo corpo di truppe leggere. Durante i moti del 1848, in seguito all’esilio del Duca Francesco V e allo scioglimento dal giuramento delle truppe estensi, si ritirò nella sua nella sua residenza di Castelvetro. Al ritorno del sovrano in Modena il Cavedoni venne reintegrato nel suo grado e partecipò alla difesa di Brescello alla vigilia della battaglia di Novara nel 1849. Promosso Maggiore e posto al comando dei Pionieri nel 1850, ottenne il grado di Tenente Colonnello e gli venne affidata anche la direzione della Casa di Forza in Saliceto San Giuliano. Nel 1859 seguì il Duca Francesco V e la Brigata Estense nell’esilio in Veneto rimanendo al comando del Corpo dei Pionieri fino al 1863 quando la Brigata venne sciolta. Rientrato a Castelvetro in quell’anno vi morì nel 1866. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

FANTERIA DI LINEA

Arc. Quadro: Fanteria di Linea: Forghieri Ignazio in gran montura da Colonnello Comandante del Reggimento estense di Fanteria di Linea mod. 1849 – 1863 ( Modena, 1797 – 1872).  Aspirante Ufficiale alla Scuola Militare del Genio del Regno Italico nel 1814, alla restaurazione del Ducato di Modena si arruolò come Cadetto nelle Truppe Estensi nel 1815. Partecipò alla campagna di Napoli e di Francia ottenendo la promozione a Caporale e poi a quella di Sergente. Promosso Sottotenente Banderale nella 5^ Compagnia del Battaglione di Linea nel 1818, venne trasferito come Sottotenente Effettivo nei Granatieri nel 1822. Nel 1827 ottenne il grado di Tenente e nel 1831 in seguito alla sua partecipazione negli scontri avvenuti durante i moti di quell’anno, venne promosso Capitano dei Fucilieri. Trasferito di nuovo nei Granatieri nel 1835, venne promosso Maggiore nel 1845. Ritiratosi a vita privata in seguito ai moti del 1848, al rientro del sovrano nel Ducato venne promosso Tenente Colonnello e gli venne affidato il comando di un Battaglione. Promosso Colonnello nel 1851, fu al comando del Reggimento Estense di Linea fino al 1863 quando la brigata estense si sciolse dopo aver seguito Francesco V nell’esilio in Veneto. Passato all’esercito Imperiale Austriaco, venne promosso Maggior Generale e posto in pensionamento. Rientrò a Modena nel 1866. Fu Cavaliere dell’Aquila Estense, Cavaliere dell’Immacolata Concezione di Portogallo, Commendatore dell’Ordine di Carlo III di Spagna, Cavaliere dell’Ordine di Leopoldo d’Austria, Croce d’Oro di Anzianità Militare Estense e decorato di Medaglia Fideli Militi Estensi nel 1831. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. 93: Fanteria di Linea: Forghieri Ignazio in gran montura da Maggior Generale pensionato dell’Esercito Imperiale Austriaco ( Modena, 1797 – 1872). Fotografia CDV. Fotografo: R. Porta – Modena. 

Arc. Quadro: Fanteria di Linea: Melotti Gaetano in gran montura da Maggiore dello Stato Maggiore del Reggimento di Linea mod. 1849 – 1863. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Fanteria di Linea: Cigolini Gaetano in gran montura da Maggiore del Reggimento di Linea mod. 1859 – 1863. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Fanteria di Linea: Capitano Bianchi (al centro), Tenente Comunardi (seduto), Sottotenente Soldati e Sottotenente Zardi del Reggimento di Linea in gran montura mod. 1849 – 1863. Carta salata formato 9 x 7 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Fanteria di Linea: Capitano Secchi (al centro), Tenente Vandelli (a destra) e Sottotenente Fontana (a sinistra) in gran montura mod. 1849 – 1863. Il Sottotenente Girolamo Fontana apparteneva alla 13^ Compagnia Granatieri del 4° Battaglione nell’aprile del 1859 e mantenne lo stesso grado fino al 1863 quando la Brigata Estense venne sciolta in Veneto. Carta salata formato 10 x 8,5 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Fanteria di Linea: Capitano dei Granatieri Bellentani conte Paolo (al centro), Tenente Adeodato Fogliani (a destra) e Sottotenenti Bossi e marchese Malaspina (a sinistra) in gran montura mod. 1849 – 1863. Carta salata formato 10 x 8,5 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Fanteria di Linea: Capitano Chicchi (a destra), Tenente Gaetano Pellegrini (secondo da sinistra), Sottotenenti Sedari e Frediani (al centro e a sinistra) in gran montura mod. 1849 – 1863. Carta salata formato 10 x 8,5 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Fanteria di Linea: Mussi Ermenegildo Capitano Tenente in gran montura della 4^ Compagnia Fucilieri nell’aprile 1859 e Capitano nel 1863 (seduto a destra), Respaldiza Edoardo Tenente in gran montura (secondo da sinistra appoggiato alla colonna), Borsari Odoardo Sottotenente del Reggimento di linea (primo a sinistra seduto) e Chiesi Sottotenente del Reggimento di Linea in gran montura (secondo da destra appoggiato alla colonna). Carta salata formato 10 x 8,5 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Fanteria di Linea: Giorgi Pellegrino Capitano Tenente del Reggimento di Linea in gran montura (secondo da sinistra), Prandini Cesare Tenente del Reggimento di Linea in gran montura (terzo da sinistra), Cisarsch Giuseppe Sottotenente del Reggimento di Linea in gran montura (primo a destra), gli altri due Sottotenenti sono Falettini e il conte Lucio. L’Ufficiale in piedi al centro appartiene ai Cacciatori del Reggimento Fanteria di Linea. Carta salata formato 10 x 8,5 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. Quadro: Fanteria di Linea e Cacciatori: Franzoni Capitano del Reggimento di Linea in gran montura (a destra seduto), Bianchi Sottotenente del Reggimento di Linea in gran montura (primo a sinistra seduto), Sottotenente dei Cacciatori (seduto al centro) e Capitano dei Cacciatori (secondo da sinistra in piedi). Carta salata formato 10 x 9 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. 164: Fanteria di Linea: Respaldizza don Eduardo in montura ordinaria estiva da Tenente del Reggimento Fanteria di Linea. Sottotenente legittimista Carlista in Spagna, fu Cavaliere di 1^ classe dell’Ordine di San Ferdinando di Spagna. Fuoriuscito si arruolò come Sottotenente nel Reggimento Fanteria di Linea Estense nel 1849. Promosso Tenente nel 1859, seguì il Duca e la Brigata Estense nell’esilio in Veneto. Allo scioglimento della Brigata nel 1863 si arruolò nel 26° Reggimento Fanteria dell’esercito Imperiale Austriaco. Il 1° marzo 1864 ottenne il grado di Capitano nel 22° Reggimento Fanteria. Fotografia CDV. Fotografo: A. Sorgato – Venezia. 

CACCIATORI ESTENSI

Arc. Quadro: Cacciatori Estensi: Casoni Giuseppe in gran montura da Maggiore Comandante del 3° Battaglione Cacciatori. Seguì il Duca Francesco V e la Brigata estense nell’esilio in Veneto e nel 1863 dopo lo scioglimento della Brigata passò all’esercito Imperiale Austriaco dove ottenne il grado di Colonnello ad honorem prima di andare in pensionamento. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. Quadro: Cacciatori Estensi: Giacomo Tinti in gran montura da Tenente dell’11^ Compagnia del 3° Battaglione Cacciatori del Reggimento Fanteria di Linea. Sottotenente del 1° Reggimento di Linea, passò all’11^ Compagnia Cacciatori il 25 maggio 1859 con il grado di Tenente. Seguì la Brigata Estense nell’esilio in Veneto e nel 1863 dopo lo scioglimento della Brigata si arruolò nell’esercito Imperiale Austriaco nei Cacciatori per poi passare in Fanteria con il grado di capitano (primo a sinistra). Borsari Francesco in gran montura da Capitano dell’11^ Compagnia Cacciatori (secondo da sinistra). Giacomo Camurri in gran montura da Sottotenente dell’11^ Compagnia Cacciatori (primo a destra). Il secondo Ufficiale da destra non è identificato. Carta salata formato 10 x 9 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. 2865: Brigata Estense: Santa Cruz cav. Pietro in gran montura da Tenente del 3° Battaglione Cacciatori del Reggimento Fanteria di Linea della Brigata Estense. Seguì la Brigata Estense nell’esilio in Veneto e nel 1863 allo scioglimento della Brigata entrò nell’esercito Imperiale Austriaco. Venne posto in pensionamento come Capitano. Fotografia CDV. Fotografo: W. Engel – Trieste. 1863.

Arc. 108: Cacciatori Estensi: Tinti Giacomo in montura ordinaria da Tenente del 3° Battaglione Cacciatori del Reggimento Fanteria di Linea della Brigata Estense. Seguì il Duca di Modena e la brigata Estense nell’esilio in Veneto e nel 1863 allo scioglimento della brigata passò all’esercito Imperiale Austriaco come Tenente nei Cacciatori austriaci. Successivamente venne promosso Capitano e trasferito in Fanteria. Fotografia formato 10,5 x 7,5. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. 2869: Cacciatori Estensi: Scapinelli conte Giuseppe in montura ordinaria da Sottotenente in 1^ del 3° Battaglione Cacciatori del Reggimento Fanteria di Linea della Brigata Estense. Fotografia CDV. Fotografo: M. Lotze – Verona. Datata 1863. 

Arc. 2968: Cacciatori Estensi: Malaspina marchese Achille in montura ordinaria da Sottotenente del 3° Battaglione Cacciatori del reggimento Fanteria di Linea della Brigata Estense. Fotografia CDV. Fotografo: A. Sdiarschi – Facci – Mantova. Datata 1862. 

Arc. 2792: Cacciatore Estensi: Bonasi conte Ferdinando in montura ordinaria da Sergente Cadetto del 3° Battaglione Cacciatori del Reggimento Fanteria di Linea della Brigata Estense. Fotografia CDV. Fotografo: I. Lanfranchi – Venezia. Datata 1863. 

REAL CORPO DEI PIONNIERI ESTENSI

Arc. Quadro: Real Corpo Pionnieri: Guidugli Filippo in gran montura da Maggiore Comandante del Real Corpo Pionnieri (Antisciana di Castelnuovo Garfagnana, 1809 – Modena, 13 maggio 1870). Cadetto Allievo al Convitto Matematico del Real corpo dei Pionnieri Estensi nel 1831, fu Sottotenente e Ingegnere nel 1836. Tenente nel 1846, ottenne il grado di Capitano nel febbraio del 1850. Comandante dei Pionnieri dal 1855 al 1863, venne promosso Maggiore nel 1859. Fu insegnante di Geodesia e Fortificazioni all’Accademia Militare fino al 1859, seguì la Brigata Estense nell’esilio in Veneto fino allo scioglimento nel 1863. In Ritiro rientrò a Modena nel 1866 come Ingegnere Civile. Decorato della medaglia al merito Militare il 4 ottobre 1855 per estinzione di incendio, fu Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Estense il 23 settembre 1863. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto.

Arc. Quadro: Real Corpo Pionnieri: Bona(c)cini Francesco in gran montura da Capitano mod. 26 giugno 1849 – 1863. Tenente nel Real Corpo Pionnieri Estensi Estensi nel 1850, venne promosso Capitano Tenente nel 1851. Capitano nel 1859 seguì il Duca di Modena e la Brigata Estense nell’esilio in Veneto e allo scioglimento della Brigata nel 1863 venne pensionato in Austria. Fu decorato della Croce di Anzianità di 2^ Classe. Carta salata formato 9 x 6 da composizione in cornice. Fotografo: Sconosciuto. 

REALE CORPO D’ARTIGLIERIA 

Arc. 1051: Carlo di Borbone Spagna E Austria-Este duca di Madrid in uniforme ordinaria mod. 1849 – 1863 da Capitano (onorario) dell’Artiglieria Estense (Lubiana, 30 marzo 1848 – Varese, 18 luglio 1909). Sergente Cadetto di Artiglieria il 30 marzo 1855, venne promosso Sottotenente di 1^ Classe il 30 marzo 1856. Tenente il 19 marzo 1859, divenne Capitano Onorario nel luglio 1859. Carlo era il primogenito di Juan, conte di Montizón e di sua moglie, l’arciduchessa Maria Beatrice d’Austria-Este. Dopo la nascita visse per un breve periodo con la famiglia a Londra, dove nacque suo fratello minore Alfonso. In seguito Giovanni Carlo, notoriamente troppo liberale per i carlisti, lasciò la loro madre, che portò con sé i figli a Modena. Il Duca di Modena e Reggio, Francesco V d’Austria-Este, loro zio materno, fu in gran parte responsabile della formazione dei ragazzi ed il loro punto di riferimento in quegli anni. Carlo ben presto divenne noto per i propri punti di vista tradizionalisti, molto differenti da quelli paterni: il 4 febbraio 1867, a Frohsdorf, sposò la principessa Margherita di Borbone-Parma, figlia di due tra i più reazionari principi dell’epoca, ambedue esponenti di punta degli ambienti tradizionalisti: il defunto Carlo III di Parma e Luisa Maria di Borbone-Francia, figlia di Carlo, duca di Berry e quindi sorella del pretendente borbonico Enrico, conte di Chambord. Carlos organizzò e condusse la terza guerra carlista e fra il 1872 e il 1876 ebbe il dominio effettivo su gran parte della Spagna. Nel gennaio del 1893 la moglie di Carlo morì ed egli, l’anno seguente, decise di risposarsi. La madre, consultata, suggerì due donne: la principessa Teresa del Liechtenstein (figlia del principe Alfredo del Liechtenstein) e la principessa Berthe de Rohan (figlia di Arthur de Rohan, Principe de Rohan-Rochefort). Conosciutele entrambe, Carlo chiese la mano della seconda; il 28 aprile 1894 Carlo e Berta vennero sposati dal cardinale Schönborn a Praga. Berta aveva una personalità dominante e ciò rese l’unione molto impopolare fra i carlisti. Tutti gli scrittori sostengono che l’unione fu disastrosa, non soltanto per la famiglia di Carlos e per lui stesso, ma anche per il partito carlista. Carlo Maria morì a Varese nel 1909 e venne sepolto nella cattedrale di San Giusto a Trieste. Suo successore nelle pretese ai troni francesi e spagnoli fu il figlio Giacomo.

Onorificenze

Onorificenze spagnole

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Carlo III - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carlo III

Alfonso Carlo di Borbone-Spagna, duca di San Jaime in uniforme ordinaria mod. 1849 – 1863 da Capitano (onorario) dell’Artiglieria Estense (Londra, 12 settembre 1849 – Vienna, 29 settembre 1936). Alfonso Carlo era il secondo figlio di Giovanni Carlo di Borbone-Spagna, conte di Montizón e dell’arciduchessa Maria Beatrice d’Asburgo-Este, figlia di Francesco IV duca di Modena e Reggio e di Maria Beatrice di Savoia. Sposatosi con l’Infanta Maria das Neves di Portogallo, figlia di Michele del Portogallo e di Adelaide di Löwenstein-Wertheim-Rosenberg, ebbe un solo figlio, morto nell’infanzia. Non avendo lasciato eredi legittimi alla sua morte, la successione ai due troni di cui era pretendente fu contesa. La questione dinastica che ne scaturì portò alcuni carlisti a sostenere Alfonso XIII di Spagna, che era il più prossimo parente in linea maschile, in quanto figlio di Alfonso XII di Spagna, figlio a sua volta di Isabella II di Spagna e di Francesco d’Assisi di Borbone-Spagna, figlio del fratello minore di Carlo Maria Isidoro; molti però ritenevano che Alfonso e la sua famiglia dovessero essere esclusi dalla successione per le loro idee politiche più o meno liberali. Altri appoggiavano Saverio di Borbone-Parma, nominato da Alfonso Carlo Reggente della Comunione Tradizionalista, in quanto Borbone più prossimo in linea maschile (e nipote diretto per via di madre del fratello di Alfonso Carlo, Carlo Maria di Borbone-Spagna, che condivideva inoltre gli ideali carlisti). Altri ancora, alcuni anni dopo, avrebbero appoggiato Carlo Pio d’Asburgo-Toscana, figlio di Bianca di Borbone-Spagna, sorella maggiore di Carlo Maria di Borbone-Spagna, Duca di Madrid. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Vianelli – Venezia. 

Onorificenze

Gran Croce dell'Ordine di Carlo III - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine di Carlo III

Arc. 132: Reale Corpo d’Artiglieria: Donadelli Adamo in gran montura da Sottotenente del Reale Corpo di Artiglieria Estense. Sottotenente in 2^ nel Reale corpo d’Artiglieria Estense, nel 1863 dopo lo scioglimento della Brigata passò nell’esercito Imperiale Austriaco nel Reggimento Artiglieria Arciduca Massimiliano d’Este n° 10. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 

Arc. 158: Reale Corpo d’Artiglieria: De Crequy conte Carlo in montura ordinaria da Tenente di Artiglieria Estense. Sottotenente del Reale Corpo d’Artiglieria Estense nel 1854, venne promosso Tenente nel 1856. Seguì il Duca e la Brigata Estense nell’esilio in Veneto e al suo scioglimento nel 1863 entrò nel Reggimento Arciduca Ludovico n° 2 dell’esercito Imperiale Austriaco. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 22 maggio 1860. 

Arc. 3132: Artiglieria. De Crequy conte Carlo in uniforme ordinaria da Tenente d’Artiglieria dell’esercito imperiale austriaco. Fotografia CDV. Fotografo: H. Harmsen – Wien.

REALI DRAGONI ESTENSI

Arc. 142: Dragoni Estensi: Fontana nobile Tommaso in bassa montura da Capitano dei Dragoni Ufficiale d’Ordinanza (passante alla spalla sinistra per la sciarpa a tracolla) (Modena, 1825 – Vienna, 29 agosto 1908). Cadetto Allievo all’Accademia Nob. Militare Estense di Modena nel 1845, fu Brigadiere nei Reali Dragoni Estensi nel 1848. Sottotenente nel 1849, venne promosso Tenente nel 1853 e fu Ufficiale d’Ordinanza del Duca Francesco V nel 1858. Capitano Tenente il 30 gennaio 1859, seguì il Duca e la Brigata Estense nell’esilio in Veneto fino al 1863 quando la Brigata venne sciolta. Nello stesso anno passò con il grado di Capitano nel 3° Reggimento Gendarmeria dell’esercito Imperiale Austriaco arrivando al grado di Maggiore. Fotografia CDV. Fotografo: W. Engel – Trieste. 

CORPO DELLA MILIZIA DELLA RISERVA

Arc. 3184: Milizia di Riserva: Sormani conte Girolamo in uniforme ordinaria con cappotto da Maggiore Estense. Sottotenente nel 2° Reggimento della Milizia di Riserva della Provincia di Reggio Emilia nel 1850, venne promosso Tenente nel 1855. Promosso Maggiore Comandante il 1° Battaglione nel 1856, seguì il Duca e la Brigata Estense nell’esilio in Veneto fino al 1863 quando la Brigata venne sciolta. Passò nello stesso anno nell’esercito Imperiale Austriaco con il grado di Maggiore Onorario  e poi pensionato. Nel 1870 si arruolò volontario nella Fanteria Pontificia. Fotografia CDV. Fotografo: I. Lanfranchi – Venezia. Datata 1863. 

Arc. 3209: Sormani conte Girolamo in uniforme da Maggiore di Fanteria dell’esercito imperiale austriaco. Tenente nel 2° Reggimento Milizia della Riserva della Provincia di Reggio Emilia nel 1850, venne promosso Capitano nel 1855. Ottenne il grado di Maggiore e il comando del 1° Battaglione e nel 1859 seguì la Brigata Estense in Veneto dove rimase fino al 1863 quando venne sciolta la Brigata. Venne nominato Maggiore Onorario nella Fanteria austriaca  e in seguito pensionato. Nel 1870 si arruolò volontario nella Fanteria Pontificia. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli G. e V. Vianelli – Venezia.

ACCADEMIA

Arc. G4: Accademia Militare: Allievo in gran montura e milite dei Cacciatori Estensi in gran montura. Dagherrotipo formato 9,3 x 7,5. Fotografo: Sconosciuto. 1850 ca. 

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Arc. C: S.A.R. il Granduca di Modena Francesco V concede la medaglia “FIDELITATI ET CONSTANTIAE IN ADVERSIS” alla Brigata Estense durante il suo scioglimento avvenuto a Cartigliano Veneto il 24 Settembre 1863. Fotografia formato 48,7 x 37. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. C: S.A.R. il Granduca di Modena Francesco V concede la medaglia “FIDELITATI ET CONSTANTIAE IN ADVERSIS” alla Brigata Estense durante il suo scioglimento avvenuto a Cartigliano Veneto il 24 Settembre 1863. Fotografia formato 48,7 x 37. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. C: S.A.R. il Granduca di Modena Francesco V concede la medaglia “FIDELITATI ET CONSTANTIAE IN ADVERSIS” alla Brigata Estense durante il suo scioglimento avvenuto a Cartigliano Veneto il 24 Settembre 1863. Fotografia formato 48,7 x 37. Fotografo: Sconosciuto.

CASA REGNANTE AUSTRIA – ESTE

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Arc. 414: Francesco V Ferdinando Geminiano d’Asburgo-Este in piccola montura da Tenente Felmaresciallo dell’esercito austriaco (Modena , 1° Giugno 1819 – Vienna, 20 Novembre 1875) appartenente alla linea Asburgo-Este, figlio maggiore del duca Francesco IV d’Asburgo-Este e della principessa Maria Beatrice di Savoia (1792 1840), fu l’ultimo sovrano regnante del Ducato di Modena e Reggio. Il 30 marzo 1842 Francesco sposò la principessa Aldegonda di Baviera. La coppia ebbe una sola figlia, Anna Beatrice, nata il 19 ottobre 1848 e morta l’anno successivo, l’8 giugno 1849. Alla morte del padre Francesco IV d’Este, il 21 gennaio 1846 Francesco divenne duca regnante di Modena e Reggio, con anche i titoli di duca di Mirandola e Massa, principe di Carrara, marchese di Concordia e signore di Lunigiana. Alla morte di sua cugina l’imperatrice arciduchessa Maria Luigia d’Austria, il 18 dicembre 1847, le successe come duca di Guastalla. Il Duca, di carattere probabilmente più mite del padre Francesco IV, era convinto assertore della sovranità assoluta, che riteneva fosse di emanazione divina e della necessità di reprimere i moti risorgimentali, pensava tuttavia che la soluzione dei fermenti unitari che agitavano i vari stati italiani potesse ritrovarsi in una loro confederazione capeggiata dall’Austria e scrisse una ponderosa memoria intitolata Piano per una confederazione austro italica. Francesco V con la duchessa Adelgonda, per evitare inutili spargimenti di sangue lasciò la sua capitale nominando un governo provvisorio e si ritirò a Bolzano. Le vicende della guerra con la conseguente sconfitta dei piemontesi a Novara, consentirono il suo rientro in patria. Il Duca non si dimostrò vendicativo, solo i capi della rivolta e i delinquenti comuni furono puniti, ai primi fu consentito di lasciare il Ducato. Nel 1859 il ducato entrò nella nuova storia unitaria d’Italia, con l’arrivo dell’esercito del re Vittorio Emanuele II di Sardegna, e l’annessione ratificata da un plebiscito al nuovo Regno d’Italia, Francesco V ed Adelgonda vennero esiliati nel loro Castello di Catajo, nel Veneto ancora austriaco. Al momento dell’abbandono di Modena Francesco V fu seguito da oltre 3500 soldati che formarono la cosiddetta “Brigata Estense” che si aggregò alle truppe austriache. Dopo quattro anni di permanenza nel Veneto in diverse località, dall’Austria giunse l’ordine di scioglimento. A Cartigliano (Vicenza, nei pressi di Bassano del Grappa) il 24 settembre 1863 il duca sciolse le sue truppe. Fu consegnata ad ognuno una medaglia di bronzo con l’effigie del duca e la scritta “FRANCISCUS V AUSTR. ATESTINUS DUX MUTINAE” e sul retro la scritta “FIDELITATIS ET CONSTANTIAE IN ADVERSIS”. Il duca tenne l’ultimo discorso di elogio e ringraziamento per la fedeltà dimostratagli. Buona parte dei militari estensi passò definitivamente nell’Armata Imperiale, i rimanenti furono congedati e rientrarono nel territorio dell’ex Ducato. Dopo la morte della madre nel 1840 Francesco fu considerato l’erede legittimo al trono britannico secondo la linea di successione dei giacobiti, con il titolo di re Francesco I. Dopo la sua morte, secondo questa linea, il titolo passò alla nipote (come Maria III) Maria Teresa Enrichetta Dorotea, principessa di Modena e Reggio, che fu regina consorte di Baviera. Francesco trascorse gli ultimi anni della sua vita tra il Castello del Catajo a Battaglia Terme presso Padova e l’Austria dove morì a Vienna il 20 novembre 1875. È sepolto nella Cripta Imperiale della Chiesa dei Cappuccini. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

Onorificenze

Onorificenze estensi

Gran Maestro dell'Ordine dell'Aquila Estense - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Maestro dell’Ordine dell’Aquila Estense
   

Onorificenze austriache

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro (ramo austriaco) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’Oro (ramo austriaco)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale di Santo Stefano d'Ungheria - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale di Santo Stefano d’Ungheria
   
Medaglia di guerra - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia di guerra
   

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine di Sant'Uberto (Regno di Baviera) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine di Sant’Uberto (Regno di Baviera)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di San Giuseppe (Granducato di Toscana)
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Leone d'Oro di Nassau (Regno dei Paesi Bassi) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Leone d’Oro di Nassau (Regno dei Paesi Bassi)
   
Cavaliere di Gran Croce d'Onore e Devozione (Sovrano Militare Ordine di Malta) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce d’Onore e Devozione (Sovrano Militare Ordine di Malta)
   
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di San Ferdinando e del Merito (Regno delle Due Sicilie)
   
Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I (Regno delle Due Sicilie) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce del Reale Ordine di Francesco I (Regno delle Due Sicilie)
   
Senatore di Gran Croce con Collana S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio (Ducato di Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Senatore di Gran Croce con Collana S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio (Ducato di Parma)
  «Concessione 1856»

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Arc. 1083: Francesco V d’Asburgo-Este in gran montura da Tenente Feldmaresciallo dell’esercito austriaco. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Vienna. 1860 ca.

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Arc. 1083: Francesco V d’Asburgo-Este in piccola montura da Tenente Feldmaresciallo dell’esercito austriaco. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Vienna. 1860 ca.

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Arc. 2398: Francesco V d’Asburgo-Este in piccola montura da Tenente Feldmaresciallo dell’esercito austriaco. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Vienna. 1860 ca.

Arc. 644: Francesco V d’Asburgo-Este in piccola montura da Tenente Feldmaresciallo dell’esercito austriaco. Fotografia formato 16 x 12,7. Fotografo: G. Dieci. Autografa. 

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Arc. 2892: Francesco V d’Austria-Este Duca di Modena, a sinistra Carlo di Borbone Spagna e Austria-Este, a destra Alfonso Carlo di Borbone Spagna. Fotografia CDV. Fotografo: G. e L. F.lli Vianelli – Venezia.

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Arc. 2743: Adelgonda di Baviera ( Wurzburg, 19 marzo 1823 – Monaco di Baviera28 ottobre 1914 ) nata principessa di Baviera, fu duchessa di Modena e Reggio come sposa di Francesco V d’Asburgo – Este. Era figlia di Ludovico I di Bavierae di Teresa di Sassonia – Hildburghausen, sesta di nove fratelli. Adelgonda incontrò il principe ereditario di Modena e Reggio, Francesco V d’Asburgo-Este, nel 1839 in occasione della visita compiuta da questi al seguito del padre, il duca Francesco IV d’Asburgo – Este. Oltre ai sentimenti personali, anche la ragion di stato concorse all’unione e il matrimonio venne celebrato nella chiesa d’Ognissanti a Monaco di Baviera il 30 marzo 1842. Il 16 aprile la giovane coppia fece il suo ingresso a Modena. Il 21 gennaio 1846 morì il duca Francesco IV, e gli succedette Francesco V. Adelgonda divenne così duchessa di Modena e Reggio. Il 19 ottobre 1848, nacque la figlia Anna Beatrice, che morì l’anno successivo l’8 giugno 1849. Il 30 aprile 1859, con l’intensificarsi degli avvenimenti bellici che stavano interessando gli stati estensi, il duca provvide a far allontanare da Modena la consorte, ed egli stesso lasciò per sempre la città ed il ducato l’11 giugno dello stesso anno. Trascorsero gli anni di esilio al Castello di Catajo, in provincia di Padova. Dopo la morte di Francesco V ( Vienna 20 novembre 1875 ) Adelgonda alternò il suo soggiorno tra Vienna ( Palazzo Modena ) e la natia Baviera ( castello di Wildenwart ). Morì a Monaco il 28 ottobre 1914; venne sepolta a Vienna nella cripta Imperiale della chiesa dei Cappuccini.

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Arc. 2858: Adelgonda di Baviera ( Wurzburg, 19 marzo 1823 – Monaco di Baviera28 ottobre 1914 ) nata principessa di Baviera, fu duchessa di Modena e Reggio come sposa di Francesco V d’Asburgo – Este. Fotografia CDV. Fotografo: C. Von Jagemann – Wien. 

Arc. 1051: Carlo di Borbone Spagna E Austria-Este duca di Madrid in uniforme ordinaria mod. 1849 – 1863 da Capitano (onorario) dell’Artiglieria Estense (Lubiana, 30 marzo 1848 – Varese, 18 luglio 1909). Carlo era il primogenito di Juan, conte di Montizón e di sua moglie, l’arciduchessa Maria Beatrice d’Austria-Este. Dopo la nascita visse per un breve periodo con la famiglia a Londra, dove nacque suo fratello minore Alfonso. In seguito Giovanni Carlo, notoriamente troppo liberale per i carlisti, lasciò la loro madre, che portò con sé i figli a Modena. Il Duca di Modena e Reggio, Francesco V d’Austria-Este, loro zio materno, fu in gran parte responsabile della formazione dei ragazzi ed il loro punto di riferimento in quegli anni. Carlo ben presto divenne noto per i propri punti di vista tradizionalisti, molto differenti da quelli paterni: il 4 febbraio 1867, a Frohsdorf, sposò la principessa Margherita di Borbone-Parma, figlia di due tra i più reazionari principi dell’epoca, ambedue esponenti di punta degli ambienti tradizionalisti: il defunto Carlo III di Parma e Luisa Maria di Borbone-Francia, figlia di Carlo, duca di Berry e quindi sorella del pretendente borbonico Enrico, conte di Chambord. Carlos organizzò e condusse la terza guerra carlista e fra il 1872 e il 1876 ebbe il dominio effettivo su gran parte della Spagna. Nel gennaio del 1893 la moglie di Carlo morì ed egli, l’anno seguente, decise di risposarsi. La madre, consultata, suggerì due donne: la principessa Teresa del Liechtenstein (figlia del principe Alfredo del Liechtenstein) e la principessa Berthe de Rohan (figlia di Arthur de Rohan, Principe de Rohan-Rochefort). Conosciutele entrambe, Carlo chiese la mano della seconda; il 28 aprile 1894 Carlo e Berta vennero sposati dal cardinale Schönborn a Praga. Berta aveva una personalità dominante e ciò rese l’unione molto impopolare fra i carlisti. Tutti gli scrittori sostengono che l’unione fu disastrosa, non soltanto per la famiglia di Carlos e per lui stesso, ma anche per il partito carlista. Carlo Maria morì a Varese nel 1909 e venne sepolto nella cattedrale di San Giusto a Trieste. Suo successore nelle pretese ai troni francesi e spagnoli fu il figlio Giacomo.

Onorificenze

Onorificenze spagnole

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro
   
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Carlo III - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine di Carlo III

Alfonso Carlo di Borbone-Spagna, duca di San Jaime in uniforme ordinaria mod. 1849 – 1863 da Capitano (onorario) dell’Artiglieria Estense (Londra, 12 settembre 1849 – Vienna, 29 settembre 1936). Alfonso Carlo era il secondo figlio di Giovanni Carlo di Borbone-Spagna, conte di Montizón e dell’arciduchessa Maria Beatrice d’Asburgo-Este, figlia di Francesco IV duca di Modena e Reggio e di Maria Beatrice di Savoia. Sposatosi con l’Infanta Maria das Neves di Portogallo, figlia di Michele del Portogallo e di Adelaide di Löwenstein-Wertheim-Rosenberg, ebbe un solo figlio, morto nell’infanzia. Non avendo lasciato eredi legittimi alla sua morte, la successione ai due troni di cui era pretendente fu contesa. La questione dinastica che ne scaturì portò alcuni carlisti a sostenere Alfonso XIII di Spagna, che era il più prossimo parente in linea maschile, in quanto figlio di Alfonso XII di Spagna, figlio a sua volta di Isabella II di Spagna e di Francesco d’Assisi di Borbone-Spagna, figlio del fratello minore di Carlo Maria Isidoro; molti però ritenevano che Alfonso e la sua famiglia dovessero essere esclusi dalla successione per le loro idee politiche più o meno liberali. Altri appoggiavano Saverio di Borbone-Parma, nominato da Alfonso Carlo Reggente della Comunione Tradizionalista, in quanto Borbone più prossimo in linea maschile (e nipote diretto per via di madre del fratello di Alfonso Carlo, Carlo Maria di Borbone-Spagna, che condivideva inoltre gli ideali carlisti). Altri ancora, alcuni anni dopo, avrebbero appoggiato Carlo Pio d’Asburgo-Toscana, figlio di Bianca di Borbone-Spagna, sorella maggiore di Carlo Maria di Borbone-Spagna, Duca di Madrid. Fotografia CDV. Fotografo: F.lli Vianelli – Venezia. 

Onorificenze

Gran Croce dell'Ordine di Carlo III - nastrino per uniforme ordinaria    Gran Croce dell’Ordine di Carlo III

 

Arc. 3352: Giacobazzi conte Luigi (Modena, 24 febbraio 1806 – 1893). Allievo al Collegio San Carlo di Modena, fu Allievo all’Accademia Militare Estense nel 1823. Consigliere di Stato, fu Podestà di Sassuolo, Governatore di Massa e Presidente delle Arti Scienze e Lettere. Ministro dell’Interno dal 9 settembre 1848 al 1859, fu Guardia Nobile d’Onore di Modena con rango di 1° Tenente poi emerito. Ciamberlano di Francesco IV e di Francesco V, fu Presidente della Reggenza di Modena l’11 giugno 1859 poi seguì il Duca in esilio in Veneto. Fotografia CDV. Fotografo: G. e L. Vianelli – Venezia. 

PERSONAGGI E UOMINI POLITICI

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Arc. 2936: Cantelli conte Girolamo (Parma, 22 giugno 1815 – Parma, 7 dicembre 1884). Suddito del Ducato di Parma e Piacenza, nel 1845 fu scelto dagli elementi liberali podestà di Parma, incarico che resse sotto Maria Luisa e, dopo la morte della duchessa (17 dicembre 1847), sotto Carlo Ludovico. Durante i moti del 1848, fu membro della reggenza (20-29 marzo 1848) e poi Presidente del Governo provvisorio del Ducato di Parma (11 aprile-14 maggio 1849), favorevole all’annessione del Ducato di Parma nel Regno di Sardegna. Ritornato il nuovo duca Carlo III, il 14 maggio 1849 Cantelli subì il sequestro dei beni e si recò in esilio a Genova. Poté tornare in patria dopo la morte di Carlo Ludovico (1854). Nel 1859 fu eletto presidente dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo del Ducato di Parma ed ebbe una parte importante nell’annessione di Parma al Piemonte (1859), opponendosi sia ai reazionari che ai repubblicani mazziniani. Nel nuovo Regno d’Italia, il 14 luglio 1861 Cantelli fu nominato commissario civile presso il luogotenente del re (Enrico Cialdini) nelle province dell’ex Regno delle Due Sicilie. Cantelli entrò in urto con Cialdini il quale, pur di stroncare la resistenza dei fautori dell’ex regno borbonico, aveva scelto di venire a patti con la sinistra e poter attuare azioni repressive e spesso il ricorso a misure di durissima rappresaglia. Cantelli si oppose a Cialdini per essersi appoggiato alla sinistra, anziché ai moderati. Il battibecco fu poco gradito da Ricasoli a Torino: Cialdini il 16 agosto 1861 rassegnò le dimissioni da luogotenente (salvo riassumerle quando furono respinte) e Cantelli fu sostituito da Giovanni Visone (regio decreto del 25 agosto 1861) e nominato prefetto di Firenze (7 settembre 1864), incarico che resse fino al 3 novembre 1867 (giorno in cui avvenne la battaglia di Mentana). L’atteggiamento di Cantelli nei confronti degli ex sudditi del Granducato di Toscana fu poco amichevole in quanto, a suo parere, poco favorevoli alla politica del governo centrale. L’8 ottobre 1865 Cantelli fu nominato senatore del Regno (categorie II, III e XXI). Fu Ministro dei Lavori Pubblici del Regno d’Italia nei Governi Menabrea I e Menabrea II e Ministro dell’Interno nei Governi Menabrea II e Minghetti II; nel secondo Ministero Minghetti, a seguito delle dimissioni di Antonio Scialoja assumerà ad interim l’incarico di Ministro della Pubblica Istruzione. L’attività più controversa fu quella di ministro degli interni, che ha portato Alessandro Galante Garrone a definire la politica di Cantelli “stolida persecuzione”. L’avversione per i repubblicani lo spinse a far arrestare per cospirazione, e incarcerare nella rocca di Spoleto, i repubblicani di Forlì (fra cui Aurelio Saffi e Alessandro Fortis) che il 2 agosto 1874 partecipavano a un convegno a Villa Ruffi. Fu un’azione dannosa anche per i monarchici (i repubblicani di Romagna, fino allora fedeli alla dottrina mazziniana, si erano riuniti per decidere la partecipazione alle elezioni politiche): i repubblicani arrestati peraltro vennero prosciolti in istruttoria. Pochi mesi dopo, il 5 dicembre 1874, Cantelli, assieme al guardasigilli Vigliani presentò un progetto di legge teso a mettere fuori legge le opposizioni, prevedendo per gli oppositori il domicilio coatto da uno a cinque anni “per decreto del ministro dell’Interno sulla proposta del prefetto, inteso il parere di una Giunta locale presieduta dal prefetto stesso e composta del presidente e del procuratore del Re del tribunale del capoluogo della provincia e del comandante dei reali carabinieri della provincia medesima”. Dopo la caduta della Destra (1876) il nuovo ministro dell’Interno Giovanni Nicotera attaccherà in Senato Cantelli non solo per la sua politica autoritaria, ma anche per gli illeciti interventi nelle elezioni e per i finanziamenti accordati ad alcuni giornali. Negli ultimi anni Cantelli si dedicò alla vita amministrativa di Parma (assessore comunale e presidente del consiglio provinciale di Parma). Tra il 1876 ed il 1883 fu Presidente della Società Editrice della Gazzetta di Parma.Morì a Parma nel 1889 e venne inumato nella Basilica di Santa Maria della Steccata. Fotografia formato gabinetto. Fotografo: Baroni & Gardelli – Parma.

Onorificenze

Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine della Corona d'Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia

 

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Arc. 3315: Sanvitale conte Luigi (Parma, 9 novembre 1799 – Fontanellato, 3 gennaio 1876). Figlio del conte Stefano e di Luigia Gonzaga, compì i primi studi a Parma e li completò a Siena nel Convitto Tolomei, poi viaggiò in vari paesi europei. Tornato a Parma, strinse vincoli di amicizia con letterati e artisti del Ducato di Parma, tra cui Pietro Giordani, Paolo Toschi, Giorgio Jan, Macedonio Melloni, Angelo Pezzana, Pietro Pellegrini e Jacopo Sanvitale. Appassionato di studi letterari, ebbe frequenti contatti col ministro e poeta Vincenzo Mistrali. Come il padre, era sensibile ai problemi delle classi popolari, invocando maggiore giustizia nei loro confronti. Nel 1841 fondò un asilo d’infanzia che venne citato come esempio in Italia e all’estero. Nominato presidente della Pia Unione di San Bernardo, le diede nuova vita trasformandola in Società di Mutuo Soccorso. Nel 1844, grazie soprattutto al suo interessamento, nacque la Casa di Provvidenza, creata per educare e insegnare un mestiere ai giovani dagli 8 ai 18 anni. Pur avendo a cuore gli ideali patriottici, era contrario alla violenza e non partecipò ai moti rivoluzionari scoppiati a Parma nel febbraio del 1831, giudicando immatura l’impresa. Fu tra le personalità che accompagnarono la duchessa Maria Luigia da Parma a Piacenza. Per intercessione del ministro Mistrali, il 26 ottobre 1833 sposò Albertina di Montenuovo, figlia di Maria Luigia e del conte Adam von Neipperg. Nel 1848 fu nominato membro del governo provvisorio. Carlo Alberto di Savoia lo nominò Senatore con decreto 6 giugno 1848, ma si dimise il 28 dicembre dell’anno successivo. Nel 1854, dopo l’uccisione di Carlo di Borbone, si ritirò a Fontanellato facendo vita riservata e dedicandosi agli studi. Nel 1860, con l’unione di Parma all’Italia, venne eletto con suffragio popolare primo sindaco di Parma (marzo-luglio). Ricevette Vittorio Emanuele II nella sua visita a Parma. Con decreto 18 marzo 1860 fu nuovamente nominato membro del Senato, dove fu anche segretario della presidenza. Dal 27 febbraio 1861 fu membro della Commissione di vigilanza per la Cassa dei depositi e prestiti. Per il suo amore delle arti, che protesse generosamente, venne nominato membro onorario dell’Accademia Parmense delle Belle Arti. Alla morte del cugino Jacopo Sanvitale gli successe nella carica di presidente della Deputazione di Storia Patria, che tenne fino alla morte. Pubblicò l’opera Versi e prose (ed. Gamba, Venezia 1841) e si adoperò per la pubblicazione delle poesie del cugino Jacopo Sanvitale (Prato, 1875). Un suo ritratto, opera di Enrico Bandini, è esposto nella Galleria della Rocca Sanvitale di Fontanellato. Fotografia CDV. Fotografo: L. Tuminello – Torino.

Onorificenze

Commendatore dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro
   
Grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia - nastrino per uniforme ordinaria    Grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia
   
Senatore Gran Croce S.A.I. Ordine costantiniano di S. Giorgio (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Senatore Gran Croce S.A.I. Ordine Costantiniano di S. Giorgio (Parma)
     «Concessione 10 dicembre 1842»

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Arc. 2930: Sanvitale conte Luigi (Parma, 9 novembre 1799 – Fontanellato, 3 gennaio 1876). Fotografia CDV. Fotografo: L. Tuminello – Torino. 

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Arc. 2930: Albertina Maria di Montenuovo (Parma, 1º maggio 1817 – Fontanellato, 26 dicembre 1867). La madre di Albertina era Maria Luigia d’Austria, figlia dell’imperatore romano-germanico Francesco II e seconda sposa di Napoleone Bonaparte, imperatore dei francesi. Mentre quest’ultimo era in esilio all’Isola d’Elba, Maria Luigia conobbe Adam Albert von Neipperg, un uomo di fiducia del padre, che l’accompagnò come scorta durante un soggiorno ad Aix-les-Bains. L’ex-imperatrice francese, che fino a quel momento era stata fedele al consorte, si innamorò del conte austriaco e, venuta a conoscenza che Napoleone Bonaparte aveva rivisto la sua amante Maria Waleska all’Elba, si ritenne libera di prendersi Neipperg come amante. Dopo la definitiva sconfitta di Napoleone Bonaparte e il suo esilio a Sant’Elena, Maria Luigia prese possesso dei ducati italiani di Parma, Piacenza e Guastalla e portò con sé Neipperg in qualità di primo ministro. Albertina nacque circa un anno dopo l’ingresso ufficiale della duchessa a Parma. Dal momento che Maria Luigia era ancora sposata a Napoleone e non a Neipperg, Albertina non poté essere riconosciuta come figlia legittima. Pertanto, le fu donato il titolo di contessa di Montenuovo (italianizzazione di Neuberg, da Neipperg). La bambina visse i suoi primi anni di vita nella casa di un dottore di Parma, tale Giuseppe Rossi, che le fece anche da istitutore. Maria Luigia e Neipperg andavano a trovarla di nascosto e questa situazione faceva soffrire la duchessa, dal momento che non aveva molto senso giacché a Parma era nota l’esistenza di questa figlia illegittima. Quando l’8 agosto 1819 Maria Luigia diede alla luce un maschio, Guglielmo, anche il bambino andò a vivere con la sorellina nella casa del dottor Rossi. Tre mesi dopo la morte di Napoleone Bonaparte, venuto a mancare a Sant’Elena il 5 maggio 1821, Maria Luigia poté finalmente legalizzare davanti a Dio la sua relazione con Neipperg, che sposò l’8 agosto 1821, con nozze morganatiche segrete, poiché il rango del marito era inferiore al suo. I bambini di Maria Luigia andarono ad abitare in una dépendance del Palazzo Ducale e furono seguiti da una governante e da un istitutore. Da quel momento la duchessa poté vivere a stretto contatto con i suoi figli, come aveva sempre desiderato, poiché le bastava fare pochi passi per raggiungerli. L’esistenza di Albertina e Guglielmo era nota a Vienna, sebbene nessuno osasse parlarne. Dopo la morte del conte Neipperg, avvenuta il 22 febbraio 1829, fu letto il suo testamento che parlava in termini chiari dell’esistenza dei due figli avuti con la duchessa e del matrimonio morganatico. A quel punto Maria Luigia dovette redigere una confessione scritta in cui confermava la nascita dei due bambini, che fu inserita negli atti segreti degli archivi di Stato. Tuttavia, non le fu permesso di adottare Albertina e Guglielmo, come lei desiderava e come era espresso nelle ultime volontà di Neipperg. Il 28 ottobre 1833, a sedici anni, Albertina sposò Luigi Sanvitale, conte di Fontanellato, membro di una delle più antiche e nobili famiglie di Parma. Il matrimonio diede luogo a diverse critiche, sia perché il conte aveva trentaquattro anni, sia perché era stato uno degli amanti di Maria Luigia dopo la morte di Neipperg. Tuttavia, i coniugi Sanvitale andarono d’accordo, il loro matrimonio fu improntato all’armonia e nacquero quattro figli, due femmine morte prematuramente e due maschi, Alberto e Stefano, che furono molto amati dalla nonna duchessa. Albertina rimase sempre a stretto contatto con la madre ed era al suo capezzale quand’ella spirò il 17 dicembre 1847. Dal momento che sia lei sia suo fratello erano illegittimi, non potevano essere nominati eredi dei beni di Maria Luigia; tuttavia, la duchessa fece in modo che avessero 300.000 fiorini ciascuno e oggetti legati a un valore sentimentale. Dopo la morte di Maria Luigia il trono di Parma passo a Carlo II di Parma e quando i Borboni furono momentaneamente cacciati durante i moti del 1848, Luigi Sanvitale ricoprì la carica di presidente del governo provvisorio di Parma. Quando, però, i regnanti tornarono, Luigi venne esiliato e Albertina, che aveva subito numerose confische, si ritirò con i figli nel castello di Fontanellato. Nel 1860 Sanvitale fu nominato senatore del Regno d’Italia; Albertina morì sette anni dopo. Fu sepolta (quasi certamente) nell’abbazia di San Giovanni Evangelista a Parma dove esiste, nella prima cappella laterale di destra, un gruppo marmoreo di Cristoforo Marzaroli che la ritrae nell’atto di aiutare i poveri. Non è certo, però, anche se assai probabile, che questo monumento corrisponda al luogo della sua sepoltura. Molti oggetti personali di Albertina di Montenuovo, tra cui un suo abito, sono esposti nel Museo “Glauco Lombardi”, dedicato alla vita di Maria Luigia duchessa di Parma e seconda moglie di Napoleone I. Fotografia CDV. Fotografo: Montabone – Torino.

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Arc. 1902: Albertina Maria di Montenuovo (Parma, 1º maggio 1817 – Fontanellato, 26 dicembre 1867).  Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2732: Sanvitale conte Alberto in montura festiva da Capitano di Artiglieria (Parma 28 Agosto 1834 – Parma 25 Settembre 1907). Figlio di Luigi e di Albertina Montenuovo. Di nobile e ricca famiglia, si laureò in matematica e in ingegneria e poi entrò nell’Esercito Sardo come ufficiale di artiglieria (1859). Prese parte alle campagne del 1859 e del 1866. Avendo già raggiunto il grado di capitano, abbandonò la carriera militare per dedicarsi in Parma agli uffici amministrativi e alla gestione di varie opere pie. Per quattro legislature (dalla XVI alla XIX) rappresentò alla Camera dei Deputati il collegio di Parma, militando nelle file del partito liberale moderato. Fu abbastanza assiduo ai lavori della Camera. Fu consigliere comunale dal 1869 al 1892, assessore dal 1870 al 1886 e consigliere provinciale per molti anni. Divenne deputato di Parma in una elezione suppletiva a scrutinio di lista nel 1887. Fu rieletto nel 1890 e ancora nel 1891 e nel 1895 a Parma Nord. Presiedette gli Asili Infantili e la Casa di Provvidenza di Parma. Fece uso liberale dei suoi averi in opere di pubblica e privata beneficenza. Fotografia CDV. Fotografo: A. Bernoud – Napoli. Datata Marzo 1863.

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Arc. 2621: Sanvitale conte Alberto (Parma 28 Agosto 1834 – Parma 25 Settembre 1907). Figlio di Luigi Sanvitale Conte di Fontanellato e Albertina Von Montenuovo. Fotografia CDV. Fotografo: G. Calvi – Parma.

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Arc. 2931: Sanvitale conte Stefano(Parma 14 agosto 1838-Parma 2 gennaio 1914). Figlio di Luigi e di Albertina Montenuovo. Dedito alle lettere, affinò negli studi e nei viaggi in Italia e fuori la passione per l’arte. Pronto ad accogliere e ad ammirare tutte le manifestazioni estetiche, preferì però la musica e a essa particolarmente si dedicò, mostrando attitudini d’invenzione e di esecuzione. Pubblicò, in giovinezza, ballabili e romanze non privi di pregio e compose, in età matura, alcune sonate di stile classico. Il Sanvitale ebbe a cuore le sorti del Regio Conservatorio di Musica di Parma, contribuendo al suo decoro e incremento. Nei Cenni di Storia e di statistica del Conservatorio di Parma, Guido Gasperini, accennando ai donatori, così si esprime: Fra i molti è però necessario che un nome venga citato, un nome che splende più alto d’ogni altro nell’elenco dei benemeriti della Biblioteca, quello del Conte Stefano Sanvitale che, oltre all’aver donato in vari tempi numerose opere antiche di pregiato valore (stampe e manoscritti) ha, pochi anni or sono, elargito alla biblioteca l’intera sua collezione di musica istrumentale da camera e da concerto, ricchissima e moderna raccolta di musica che forma, ora, una delle parti più apprezzate della sezione moderna della stessa Biblioteca. Nell’intento poi che Parma avesse, come le principali città d’Italia, una cronistoria dei suoi teatri, il Sanvitale affidò a Paolo Emilio Ferrari l’incarico di compilarla e pubblicò nel 1884, a sue spese, l’opera di circa quattrocento pagine in quarto, che uscì dalla tipografia di Luigi Battei col titolo Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dal 1628 al 1883. A quest’opera il Sanvitale collaborò assiduamente, ponendo a disposizione del compilatore la sua preziosa raccolta di libretti d’opera e la sua ricca biblioteca e coadiuvandolo di autorevoli consigli e di accurati riscontri. Il volume, per le difficoltà inerenti a tale genere di lavori, non fu scevro di mende: se ne conserva un esemplare tutto corretto di mano del Sanvitale. Si propose anche di comporre un Dizionario degli artisti di musica parmigiani e scrisse, sulla scorta di documenti inediti, la biografia di Lucrezia Agujari, cantante di fama europea, che, sebbene nata a Ferrara nel 1743, si era poi stabilita a Parma col titolo di virtuosa della Regia Camera. Ma le cure degli affari, che dovette assumere durante la lunga malattia e dopo la morte del fratello Alberto, e la sua stessa malferma salute lo distolsero dal progetto. Nel 1875 il Sanvitale fu, con Parmenio Bettoli, Alfonso Cavagnari, G. Cesare Ferrarini e Stanislao Ficcarelli, uno dei più zelanti promotori dell’istituzione in Parma di una Società del Quartetto per l’esecuzione dei migliori lavori di musica strumentale italiana e straniera. La Società ebbe per alcuni anni vita fiorente, alternando a concerti quartettistici concerti orchestrali di grande importanza, non senza il frequente intervento dei più illustri cantanti del tempo. A questo esito così prospero il Sanvitale contribuì non solamente con intelligente attività ma anche con signorile larghezza di mezzi. Iniziò nel 1880 e proseguì sino a tutto il 1913 in casa sua un ciclo con cadenza annuale di letture e di concerti di musica da camera e da piccola orchestra, ai quali intervennero talvolta anche gli alunni del Regio Conservatorio, per addestrare a questo genere i giovani violinisti. Da tali prove, dirette da Pio Ferrari, uscirono Ferruccio Catalani, Cleofonte Campanini, Lino Mattioli, Enrico Polo, Romano Romanini e altri che poi si segnalarono ed ebbero grande notorietà. A quelle serate assistettero insigni musicisti, come Carlo Gomez, Arrigo Boito, Giovanni Bottesini e Antonio Bazzini. Quando nell’aprile 1880 fu promossa dal Comitato di provvedimento un’esposizione di arte antica, il Sanvitale, che era stato eletto presidente della Commissione ordinatrice, sebbene non accettasse l’ufficio si adoperò alacremente alla ricerca di oggetti antichi e concesse a sua volta preziose porcellane, avori, ventagli e pizzi. Fu grande collezionista ed esperto di stampe, libri e cimeli storici. Fu inoltre insuperabile nel parlare e nello scrivere il dialetto parmigiano antico. Con la casa editrice Giudici e Strada di Torino pubblicò le composizioni per pianoforte Capriccio (mazurka), Colloqui amorosi (valzer), Due romanze, Deux mazurkas, Fantasia (valzer), Laura (valzer) e Saluto a Parma (valzer). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2931: Sanvitale conte Stefano in costume teatrale (Parma 14 agosto 1838-Parma 2 gennaio 1914). Fotografia CDV. Fotografo: G. Calvi – Parma.

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Arc. 2770: Sanvitale conte Stefano in costume teatrale (Parma 14 agosto 1838-Parma 2 gennaio 1914). Fotografia CDV. Fotografo: G. Calvi – Parma. 

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Arc. 2935: Sanvitale conte Stefano in costume teatrale (Parma 14 agosto 1838-Parma 2 gennaio 1914). Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto.

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Arc. 2935: Sanvitale conte Ugo in gran montura da Capitano del 1° Reggimento Spahis dell’Esercito imperiale francese (Parma 1817 – 189 ). Tenente nel I° Spahis (Francia) nel 1856, viene promosso Capitano nel 1859 e il 25 ottobre 1863 è nominato Capitano di Stato Maggiore nel Regio Esercito. Il 9 novembre dello stesso anno è già Maggiore e passa nell’Ufficio Superiore di Torino e nel 1864 è addetto nella Divisione di Modena. Nel 1865 è nella Divisione Militare di Torino e nel 1867 passa alla Divisione di Firenze. Nel 1870 è Capo di Stato Maggiore della 3^ Divisione e poco dopo passa alla Divisione di Perugia. Il 12 marzo 1871 è promosso Tenente Colonnello di Fanteria nel I° Distretto di Alessandria e nell’ottobre dello stesso anno è comandante del 52° Distretto di Macerata. Nel dicembre del 1874 passa nella riserva e nel dicembre del 1893 è promosso Colonnello. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. 1860 ca.

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Arc. 2924: Guglielmo Alberto di Montenuovo (Parma, 8 agosto 1819 – Vienna, 7 aprile 1895). Era il figlio del Conte Adam Albert von Neipperg e dell’Arciduchessa Maria Luigia d’Asburgo-Lorena : Nel giugno 1814 Francesco I d’Asburgo-Lorena  concesse a Maria Luisa una vacanza nella località termale di Aix-les-Bains; al fianco della figlia pose un suo generale di fiducia, Adam Albert von Neipperg. Durante il viaggio di ritorno attraverso la Svizzera, Maria Luisa manifestò i sentimenti d’amore che aveva iniziato a provare per Neipperg, con cui si unì tra il 25 e il 26 settembre. Quando la notizia divenne di dominio pubblico, Maria Luigia fu aspramente criticata sia dai francesi sia dagli austriaci. Il 5 maggio 1821 Napoleone morì. Ormai vedova, Maria Luisa poteva legalizzare la sua relazione con Neipperg che sposò l’8 agosto 1821 con nozze morganatiche segrete, poiché il rango del marito era inferiore al suo. Guglielmo Alberto di Montenuovo , che sin dalla nascita ricevette il titolo di Conte di Montenuovo,  crebbe  in una dépendance del Palazzo Ducale dove  fu, insieme alla sorella,  seguito da una governante e da un istitutore. Ricevette un’educazione esemplare seguito anche dalla madre Duchessa di Parma e dal padre che morì a causa di  problemi cardiaci il 22 Febbraio 1829. Nel 1838 entrò nelle schiere dell’esercito Imperiale distinguendosi per il suo coraggio, la sua disciplina e la sua fedeltà all’Imperatore. Prese parte alle battaglie Contro-Rivoluzionarie del 1848 nell’ Italia del centro-nord ed in Ungheria, meritandosi già dal 1854 il titolo di Feldmaresciallo secondo Luogotenente. Nel 1859 prese parte alla  Battaglia di Magenta, ove si distinse per l’eroismo dimostrato, lanciandosi all’attacco del nemico tra il fuoco incrociato e contro forze nemiche nettamente superiori di numero. Prese parte attiva alla Battaglia di Solferino dove per l’ennesima volta dimostro la sua grinta e il suo talento militare respingendo più volte gli attacchi delle colonne Francesi: Purtroppo l’Esercito Imperial-Regio  venne sconfitto a causa della presenza, vantaggiosa per i Sardo-Piemontesi , dell’esercito  francese. Nel 1860, per i comportamenti dimostrati in battaglia degni di nota,  divenne comandante di un reggimento. Nel 1864 venne elevato alla condizione di Principe ereditario . Nel 1866 venne trasferito in Boemia dove durante la guerra Austro-Prussiana partecipò alla Battaglia di Sadowa comprendosi di onori sul campo di battaglia contro l’Esercito Prussiano. Nel 1867 venne promosso a Generale di Cavalleria, rimanendo in carica sino al 1878. Negli anni successivi si dedicò all’addestramento delle giovani reclute, dopodichè si ritirò a vita privata a Vienna dove rimase in buoni rapporti con la Corte Viennese del cugino Francesco Giuseppe I d’Asburgo-Lorena che gli dimostro sempre riconoscenza per la sua fedeltà ed il suo esemplare comportamento. Morì a Vienna il 7 Aprile 1895. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Onorificenze

Onorificenze parmensi

Commendatore S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Commendatore S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio (Parma)
     «1848»

Onorificenze austriache

Cavaliere dell'Ordine Militare di Maria Teresa - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Militare di Maria Teresa
   
Cavaliere dell'Ordine Imperiale di Leopoldo - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine Imperiale di Leopoldo
   
Medaglia di guerra - nastrino per uniforme ordinaria    Medaglia di guerra
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di I Classe dell'Ordine di Sant'Anna (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I Classe dell’Ordine di Sant’Anna (Impero di Russia)
   
Cavaliere di I Classe dell'Ordine di San Stanislao (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I Classe dell’Ordine di San Stanislao (Impero di Russia)
   
Cavaliere di II classe dell'Ordine dell'Aquila Rossa (Prussia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di II classe dell’Ordine dell’Aquila Rossa (Prussia)
   
Cavaliere di III Classe dell'Ordine di San Vladimiro (Impero di Russia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di III Classe dell’Ordine di San Vladimiro (Impero di Russia)
   
Cavaliere di II classe dell'Ordine di Nichan Iftikar (Impero Ottomano) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di II classe dell’Ordine di Nichan Iftikar (Impero Ottomano)
   
Cavaliere d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta
   

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Arc. 2924: Principessa Albertina Leopoldina Guglielmina Giulia Maria di Montenuovo (1853-1895), Alfredo Adamo Guglielmo Giovanni Maria, II Principe di Montenuovo (1854-1927) e la Principessa Maria Sofia Guglielmina Giacinta di Montenuovo (1859-1911), figli di Guglielmo Alberto di Montenuovo e la contessa ungherese Giuliana Batthyány von Németújvár. Fotografia CDV. Fotografo: L. Angerer – Wien.

Alfredo Adamo Guglielmo Giovanni Maria, II Principe di Montenuovo (1854-1927). l principe Alfredo di Montenuovo nacque a Vienna, nell’Impero austriaco, come unico figlio maschio di Guglielmo Alberto di Montenuovo (1819–1895), figlio del conte Adamo Alberto di Neipperg e dell’arciduchessa Maria Luisa d’Austria, e di sua moglie, la contessa Giuliana Batthyány-Strattmann (1827–1871), figlia del conte Giovanni Battista Batthyány-Strattmann e della contessa Maria Esterházy de Galántha. Sua nonna paterna Maria Luisa fu l’imperatrice consorte di Napoleone Bonaparte dal 1810 al 1814 e duchessa di Parma dal 1814 e sposò morganaticamente il nonno di Alfredo nel 1821. Alfredo sposò il 30 ottobre 1879 a Vienna la contessa Francesca Kinsky von Wchinitz und Tettau (1861–1935), figlia di Ferdinando Bonaventura, VII principe Kinsky von Wchinitz und Tettau e di sua moglie, la principessa Maria Giuseppa del Liechtenstein. Dopo aver studiato al Seminario cattolico di Salisburgo, intraprese una brillante carriera politica, divenendo presto segretario dell’arciduca Ottone Francesco d’Asburgo-Lorena, fratello di Francesco Ferdinando ed emissario in Galizia. Dal 1864 al 1885 fu ministro della Marina dell’Impero austroungarico, appoggiando le iniziative di Johann Nepomuk Wilczek e Julius Payer nelle esplorazioni al Polo Nord e coadiuvando l’ammiraglio Maximilian Daublebsky von Sterneck nelle operazioni di difesa e fortificazione in Istria e Dalmazia per prevenire eventuali attacchi degli italiani o dei serbi. Sua fu anche l’iniziativa, sottoposta all’ammiraglio Rodolfo Montecuccoli, della fondazione della nuova accademia militare di marina a Spalato. Ereditò il titolo di principe di Montenuovo nel 1895, in seguito alla morte del padre. Gli fu concesso il trattamento di Sua Altezza Serenissima e, nel 1898, fu nominato secondo Gran Maestro della Corte di Sua Maestà Imperiale e Reale Apostólica (primo Gran Maestro era il principe Rodolfo di Lietchenstein); nel 1900 fu insignito dell’Ordine del Toson d’oro. Nel 1909, alla morte del principe Rodolfo, venne nominato primo Gran Maestro della Corte di Sua Maestà Imperiale e Reale Apostólica e tale fu fino al 1917, quando il nuovo imperatore Carlo lo sollevò dal suo incarico, chiamando al suo posto il principe Carlo di Hohenlohe-Schillingsfürst. Dal 1914 trattò con i deputati ungheresi, principe Móric von Esterhazy de Galantha, barone Géza Fejérváry e conte Mihály Károlyi, una equa divisione dei poteri nei parlamenti di Vienna e Budapest. Inoltre aveva osteggiato il matrimonio tra Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e la contessa boema Sophie Chotek von Chotkowa, figlia del diplomatico Boguslaw Chotek von Chotkow. Fu amico di Wenceslaw Wratislaw von Mitrowitz (figlio del generale Eugen Wratislaw von Mitrowitz) e come lui mecenate di Gustav Mahler.

Onorificenze

Onorificenze austro-ungariche

Cavaliere dell'Ordine del Toson d'oro - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine del Toson d’oro
   
Cavaliere dell'Ordine reale di Santo Stefano d'Ungheria - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine reale di Santo Stefano d’Ungheria
   

Onorificenze straniere

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale Vittoriano (Regno Unito) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Reale Vittoriano (Regno Unito)
   
Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere dell’Ordine dei Serafini (Svezia)
     5 dicembre 1908

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Arc. 2925: Principessa Albertina Leopoldina Guglielmina Giulia Maria di Montenuovo (1853-1895). Sposò il conte Sigismondo Wielopolski. Fotografia CDV. Fotografo: S. Volkmann – Graz. Datata 1866.

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Arc. 2990: Nasalli conte Girolamo con la moglie e la figlia (Parma 16 agosto 1792 – ). Figlio del conte Gaetano e di Gaetana Rocca Fani. Fu Governatore di Guastalla e di Parma, Consigliere di Stato, Ministro dei Lavori Pubblici, Agricoltura e Commercio e poi degli Affari Esteri nel Governo Provvisorio di Parma del 1849, e Cavaliere di Prima Classe dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Il Nasalli fu anche Presidente dell’Opera parrocchiale di San Lazzaro Parmense. Fotografia CDV. Fotografo: G. Calvi – Parma. 

Onorificenze

Commendatore S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio (Parma) - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di 1^ Classe S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio (Parma)
     

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Arc. 2926: Baronessa Zobel Dama d’Onore di S.A.R. Maria Luigia Duchessa di Parma. Fotografia CDV. Fotografo: G. Märkl – Wien.

Arc. 2932: Torrigiani Pietro (Parma 26 febbraio 1810 – Parma 9 luglio 1885). Figlio dell’avvocato Luigi. Percorse un regolare corso di studi letterari e scientifici nell’Ateneo parmense, ma anche musica e poesia trovarono in lui un appassionato cultore. Dopo avere studiato musica sotto la direzione del cugino Luigi Finali, attese a comporre. Scrisse una solenne messa da requiem per la morte del maestro Ferdinando Simonis e musicò la cantica della Francesca da Rimini. La sua opera Ulrico d’Oxford fu accolta con molto favore l’11 agosto 1841 al Teatro del Fondo di Napoli e i critici la lodarono soprattutto per l’efficacia drammatica. Collaborò pure alla Gazzetta Musicale di Ricordi. I successivi tentativi di composizione operistica si rivelarono un disastro: La Sibilla, rappresentata a Bologna nel 1843, e La sirena di Normandia, a Napoli nel 1846, lo decisero a cambiare mestiere. Dal 1840 al 1843 fu vice direttore della Società filarmonica posta sotto la protezione di Sua Maestà e diretta da G. Alinovi (il Torrigiani ne fu poi anche direttore). Prese viva parte ai movimenti politici del 1831 e del 1848 e si trovò con le truppe di Carlo Alberto di Savoia alla presa di Peschiera. Dal 1849 al 1854, di fatto relegato dal governo di Carlo di Borbone nella sua villa di Ozzano Taro, vi introdusse metodi nuovi e razionali  di agricoltura, tanto che forse la prima vigna col sistema francese sorse per opera sua. Nel 1859 fece parte dell’Assemblea parmense e fu delegato insieme col Cantelli e con Ranuzio Anguissola a rappresentare gli interessi e i voti delle Province parmensi presso Napoleone III. Il Farini lo chiamò a reggere il dicastero dei lavori pubblici nel governo dittatoriale, il Comune e la Provincia di Parma lo ebbero più volte consigliere, rappresentò ininterrottamente il Collegio politico di Borgo Taro dal 1860 al 1877 ed ebbe più volte l’onore di essere eletto contemporaneamente a Langhirano e a Pontremoli. Occupò la cattedra di professore di economia politica all’Università di Parma e, successivamente, in quella di Pisa. Di là passò al Consiglio di Stato e nel 1878 fu nominato Senatore del Regno. Alla Camera sedette a destra e fece parte di commissioni di guerra e di finanza, stendendo varie relazioni. Fu tra i dissidenti toscani che determinarono la caduta della Destra il 18 marzo 1876. Propose nel 1869 con i deputati F. Paini e Piroli l’inchiesta  per l’abolizione della tassa sul macinato, approvata dalla Camera. Rifiutò un portafoglio di Ministro nel secondo Gabinetto Rattazzi (1867). Fu consigliere della Società Geografica Italiana. Nel 1862 contrastò con successo alla Camera la proposta di rendere provinciale la Regia Scuola di Musica di Parma e più tardi ottenne il decreto per la ferrovia Parma-Spezia. Negli ultimi anni di vita fu colpito da malattia mentale. fotografia CDV. Fotografo: C. Antonietti – Parma. 

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Arc. 2933: Varron Alfredo (Parma 4 marzo 1834 – Parma 7 marzo 1867). Figlio di Carlo e di Ippolita Pavesi Negri. Fu educato nel Collegio Maria Luigia di Parma insieme ai fratelli Lodovico e Agostino. Versato nelle patrie lettere, studiosissimo di Dante, il Varron per altro si diede alle discipline matematiche, in cui si addottorò nel 1855. Nel 1859, compiuti gli studi pratici, conseguì la laurea in ingegneria civile. Non potendosi arruolare soldato nel 1859 perché non fatto idoneo dai medici, concorse alla cattedra di matematica, resasi allora vacante nell’università di Parma, che vinse. Poi continuò tale insegnamento nel Liceo, al quale passò per il riordinamento degli studi, mantenendo però sempre il grado di professore universitario. Fondò la Società per l’istruzione popolare gratuita dei maschi. Fu eletto nel 1861 consigliere Comunale, nel 1864 fece le funzioni di Sindaco e nel 1865 fu dal Governo insignito dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Fotografo: G. Calvi – Parma

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Arc. 2934: Marchese Bonifazio Meli Lupi (Soragna 2 dicembre 1839 – Soragna 20 ottobre 1909). Figlio primogenito di Diofebo e Antonietta Greppi. Venne di lui scritto che “appartenente a famiglia ligia all’antico ordinamento di cose, dovette subirne l’ambiente, e repugnando ogni sorta d’azione che potesse sembrare un’aperta sconfessione di quanto era irremissibilmente caduto, si ritrasse nell’ombra ed ivi stette lunghi anni, senza rimpiangere il passato e senza imprecare al presente” (Gazzetta di Parma 21 ottobre 1909). Solo dopo la morte del padre egli potè prendere parte alla vita pubblica di Parma, della quale divenne consigliere comunale e provinciale, stimato e apprezzato da tutti i colleghi per la sua lealtà e l’innata signorilità della sua azione.Tutto questo gli valse, da parte del Sindaco di Parma Cattaneo, la significativa definizione di cavaliere venuto a noi staccandosi da un quadro antico. Occupò per vari anni la carica di presidente della Consulta Araldica, dando ripetute prove di competenza e di responsabilità. Venne sepolto a Soragna. Il Consiglio comunale del luogo deliberò piu tardi, proprio in riconoscimento dei meriti del Meli Lupi e del suo attaccamento alle istituzioni del paese, dimostrato col suo lungo impegno come assessore e consigliere e anche attraverso segni tangibili di beneficenza, di intitolare al suo nome quello che già era il piazzale del Municipio, che da allora si chiamò piazza principe Bonifazio Meli Lupi. Il Meli Lupi fu commendatore di juspatronato del Sovrano Militare Ordine di Malta.Fu Presidente della Commissione Teatrale di Parma nella stagione di Carnevale 1897/1898. Sposò il 16 febbraio 1870 Anna Rivarola dei marchesi di Mulazzano, che portò in dote un ricco patrimonio, tra cui un’interessante collezione di opere d’arte. Da essi nacquero: Diofebo, Antonietta e Negrone. Fotografia CDV. Fotografo: F. Beghi – Parma. Datata 1861.

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Arc. 2972: Marchese Bonifazio Meli Lupi (Soragna 2 dicembre 1839 – Soragna 20 ottobre 1909). Fotografia formato gabinetto montata su cartoncino. Fotografo: G. Rossi – Milano.

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Arc. 2934: Marchese Raimondo Meli Lupi (Soragna 14 aprile 1842 – Parma 5 ottobre 1891). Figlio di Diofebo e di Antonietta Greppi. Può a ragione annoverarsi tra i migliori cultori della storia locale, avendo profuso in essa tanti anni della sua esistenza. Nominato infatti, il 13 giugno 1880, socio effettivo della Regia Deputazione di Storia Patria, iniziò a raccogliere materiale per la sua Bibliografia storica e statutaria delle Provincie Parmensi, il cui primo volume (unico pubblicato) venne dato alle stampe nel 1886. Scrisse pure un’accurata monografia storica, Vittoria. La rivolta e l’assedio di Parma nel 1247, e, in compendio, una Vita di Francesco Serafini maestro di campo del Duca di Parma, castellano di Piacenza 1634-1669. Non trascurò neppure la letteratura amena e, seguendo la scia degli scrittori di storielle medioevali, scrisse il romanzo La valle dei cavalieri e alcune altre novelle rimaste inedite. Nominato nel 1891 membro della Commissione Araldica di Parma, seppe dare prova non comune di operoso impegno compilando pressoché da solo l’elenco delle famiglie titolate parmensi, raccogliendo inoltre materiale per stendere quello sul patriziato municipale. Intorno a quest’ultimo scrisse una Memoria che gli procurò numerosi encomi. Disimpegnò pure con lodevole serietà la carica di segretario del Congresso Storico di Torino. Cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e medaglia di bronzo come benemerito della salute pubblica per l’opera svolta durante il colera del 1873 a Parma, il Meli Lupi volle anche interessarsi di politica e fu uno dei primi in Italia a proclamare la necessità di un partito conservatore che concorresse con gli altri allo sviluppo democratico delle istituzioni. Ma i tempi non erano maturi per tale idea, allora più utopia che altro, per cui preferì ritirarsi dalla battaglia politica che aveva iniziato e nella quale decisamente, con parole e con scritti, credette. Cattolico convinto, fu membro del Consiglio diocesano parmense (1884) e sostenne in più sedi la necessità di una presenza cristiana nella società. Morì mentre stava riordinando una copiosa raccolta di documenti necessari per redigere una storia municipale della città di Parma. Il senatore conte Filippo Linati commemorò lo scomparso nella seduta della Deputazione di storia patria del 7 novembre 1891. Fotografia CDV. Fotografo: Sconosciuto. Datata 1865.

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Arc. 2991: Costerbosa conte Antonio (Parma 1782 – Parma 20 agosto 1872). Conte, dottore in leggi, fu uomo di ingegno e di sorprendente memoria. Si dilettò allo studio delle lettere, specialmente greche e latine. Fotografia CDV. Fotografo: F. Beghi – Parma. 

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Arc. 3146: Conte Pellegrini. Fu Ciambellano di Corte del Duca Carlo III di Borbone-Parma. Fotografia CDV. Fotografo: F. Beghi – Parma. 

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Arc. 3147: Contessa Zuccardi nata Pennazzi. Dama della corte ducale. Fotografia CDV. Fotografo: F. Beghi – Parma. 

REALI TRUPPE PARMENSI

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Arc. 2392: S. A. R. Roberto I Duca di Parma in uniforme da Generale delle Reali Truppe Parmensi e la moglie Maria Pia di Borbone – Due Sicilie il giorno delle nozze avvenute a Roma nel 1869. Fotografia formato gabinetto 12,2 x 16,6. Fotografo: F.lli D’Alessandri – Roma. 1869.

 

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Arc. 2902: S. A. R. Roberto I Duca di Parma in uniforme da Generale delle Reali Truppe Parmensi e la moglie Maria Pia di Borbone – Due Sicilie il giorno delle nozze avvenute a Roma nel 1869. Fotografia CDV. Fotografo: Schemboche – Torino.

 

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Arc. 2391: Reali Truppe Parmensi: Crotti Antonio in uniforme da Generale Brigadiere delle Reali Truppe Parmensi (Cortemaggiore 1790 – Padova 1865) in gran montura. Crotti fu l’ultimo comandante delle Reali Truppe Parmensi. Fotografia CDV. Fotografo: A. Risbech – Padova. 1863 ca.

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Arc. 3113: Godi Giandomenico ( Piacenza 1874 – Parma 18..). Appartenne a una nobile famiglia originaria di Parma: fu figlio di Antonio Francesco, governatore di Piacenza, e di Antonia Nasalli. Percorse una lunga e brillante carriera nell’esercito, prima in quello napoleonico (1807-1814) poi nelle truppe parmensi. Militò nell’armata francese come capitano di cavalleria, distinguendosi in diverse campagne, tra cui quella di Russia del 1812 cui partecipò col 28° Reggimento Cavalleggeri. Dopo la Restaurazione entrò col grado di capitano nelle Guardie del Corpo di Maria Luigia d’Austria, passando poi ai Dragoni Ducali, di cui successivamente divenne maggiore comandante, raggiungendo il grado di brigadiere generale. Lasciatosi andare ad atti di violenza durante le manifestazioni del 16 giugno 1847, organizzate dagli studenti di Parma per celebrare l’anniversario dell’elezione al pontificato di papa Pio IX, divenne a sua volta bersaglio dell’odio e della vendetta popolari. Insieme con il Salis Zizzers e con il colonnello Crotti, il Godi aveva fatto sgomberare la Piazza Grande e il Portico del grano a suon di sciabolate dei Dragoni a piedi e a cavallo. Il profondo sdegno e il sordo rancore suscitati sfociarono ben presto nella più atroce delle vendette. Colto di sorpresa una sera, mentre rincasava nelle vicinanze delle carceri, fu trascinato nella vicina caserma di Santa Elisabetta e lì picchiato e malmenato con tale violenza da fargli perdere i sensi. In tali condizioni fu poi gettato sulla strada. Il suo corpo rimase deformato. Fotografia CDV. Fotografo: P. Petit & Trinquart – Paris.

 

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Arc. 2928: Reali Truppe Parmensi: Perini Andrea (Ancona 13 novembre 1809 – 18 ). Figlio di Giovanni e Anna Locatoni fu cadetto nel Reggimento Maria Luigia il 13 gennaio 1825. Vicecaporale il 12 aprile 1825 venne promosso Caporale il 27 novembre 1825 e Sergente il 7 settembre 1826. Congedato il 15 marzo 1831 venne riammesso come Cadetto Onorario nella Fanteria di Linea IL 5 febbraio 1832 e promosso Caporale il 7 aprile 1832. Sergente l’11 novembre 1832 fu promosso Cadetto Sergente il 29 gennaio 1833. Il 7 aprile 1840 divenne Ufficiale con il grado di Sottotenente e il 9 dicembre 1842 fu promosso I° Tenente. Il 19 febbraio 1845 ottenne il grado di Capitano Tenente, Capitano di I^ Classe l’8 febbraio 1848. L’8 aprile 1848 andò in pensione e il 1° ottobre 1848 venne posto in aspettativa. Il 1° aprile 1849 venne riammesso nel I° Battaglione e il 7 agosto 1850 venne promosso Maggiore Comandante il I° Battaglione. Tenente Colonnello Onorario il 28 luglio 1857, lo divenne effettivo il 28 aprile 1858 e dal 7 maggio all’11 giugno 1859 fu Comandante della Brigata di Fanteria. Colonnello il 30 giugno 1859 seguì la Famiglia Ducale in esilio in Veneto. Fotografia CDV. Fotografo: L. Perini – Venezia. 

Onorificenze

Gran Maestro del S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I^ Classe del S.A.I. Ordine Costantiniano di San Giorgio
     1856
Gran Maestro dell'Ordine del Merito di San Lodovico - nastrino per uniforme ordinaria    Cavaliere di I^ Classe dell’Ordine del Merito di San Lodovico
     1851
immagine del nastrino non ancora presente    Medaglia 25 anni Anzianità Militare in Argento